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2019-06-07
Dopo il regalo del Pd su Fincantieri i cugini volevano fregarci ancora
Ansa
Con una sola mossa compiuta con il favore delle tenebre, Emmanuel Macron ha fatto filotto. La sua scelta di pretendere un accordo tutto sbilanciato a favore dello Stato francese - persino contro i legittimi interessi di Renault - ha fatto saltare le nozze. Fca si è tirata indietro, mettendo nero su bianco che non c'erano le condizioni politiche per un matrimonio paritetico. Il passo indietro improvviso di John Elkann è per Macron un enorme smacco. In futuro non potrà più presentarsi ai consessi internazionali spacciandosi come il presidente business-friendly. La maschera di finto difensore del mercato è caduta una volta per tutte. Prima di rendere pubblica l'intenzione della famiglia Agnelli di proporre un matrimonio alla casa automobilistica di Parigi, è inutile specificare che la controparte politica era stata sondata da Fca e informata dei pilastri principali dell'accordo. La bozza del memorandum prevedeva da subito una ripartizione paritetica del potere e delle leve manageriali. Da subito, il ministro dell'Economia, Bruno Le Maire, ha incoraggiato il deal. L'ha sostenuto. Ma quando il testo è divenuto di dominio pubblico, Parigi ha sterzato e ha posto una serie di condizioni che prima non ci risulta avesse avanzato. Ha chiesto non tanto posti in cda, ma ha fatto capire di voler subentrare nelle decisioni del board di Renault in modo da rendere il proprio 15% di quote l'unica leva di comando.
Quando il governo francese ha capito che a Torino non c'era intenzione di cedere a richieste troppo sbilanciate, ha tirato in ballo i giapponesi. Le Maire dopo aver dichiarato alla stampa tedesca di essere favorevole alla fusione (serata di mercoledì) ha fatto sapere che senza il parere favorevole di Nissan (che con Renault ha una stretta partnership) l'operazione non poteva andare in porto. Fatto di per sé non previsto nell'accordo tra francesi e giapponesi, ma soprattutto smentito ieri pomeriggio da Nissan, che ha rilasciato una nota per far sapere che «ci stavamo approcciando in modo positivo all'operazione». Doppia sberla. Il risultato è che la Francia ha sbattuto contro il muro e anche se in futuro si tornasse a discutere di matrimonio per il top management di Renault sarà tutto più complicato. Non solo. Coloro tra Pd, competenti e sostenitori di + Europa che per mesi hanno preso l'effigie di Macron e l'hanno sbandierata come simbolo di liberismo ed europeismo ora saranno tenuti a definire Macron un nazionalista. Pure senza attributi. Infatti, nemmeno ha voluto metterci la faccia. Ha mandato avanti Le Maire, che a sua volta passerà alla storia per essersi rimangiato la parola due volte. Fincantieri docet. Al contrario Matteo Salvini, che dalla partita si è tenuto fuori e si è limitato a dirsi favorevole, ha ricevuto un dono inaspettato. A chi lo accuserà di essere uno sporco sovranista amante delle barriere potrà limitarsi a mostrare un santino di Macron. Ne esce male pure la classe dirigente francese, che è sempre riuscita a gestire la propria impronta statalista nascondendola dietro a una patina di finte regole. Quelle stesse norme europee che ieri sono capitolate assieme al tentativo di fusione. Adesso la figuraccia è in mondo visione. Non c'erano grandi dubbi sul fatto che fare gli europeisti con il fondo schiena degli altri fosse fin troppo comodo. Si era già capito ai tempi della trattativa con Fincantieri. Anche in quell'occasione lo Stato francese aveva fatto marcia indietro. Gli accordi di base erano già stati presi, eppure è stato fatto di tutto per evitare che al nostro colosso della cantieristica finisse il controllo di maggioranza di Stx. Tant'è che l'operazione è ancora in un limbo che non promette nulla di buono. Macron se ne è infischiato della reciprocità europea. Solo che due anni fa ha trovato come interlocutore un presidente del Consiglio come Paolo Gentiloni, che ama più il francese dell'italiano.
L'altro ieri notte invece Fca ha reagito in modo diverso. Ha sbattuto la porta in faccia a Parigi e Macron è riuscito in una impresa non facilissima. Ha trasformato John Elkann, che porta sulle sue spalle la difficile eredità di casa Agnelli, in un manager addirittura simpatico, quasi un italiano agli occhi degli italiani. Lui, che fino a qualche tempo fa è sempre stato un passo indietro rispetto a Sergio Marchionne e al fratello Lapo, ha assestato un colpo da maestro. Anche solo d'immagine. Certo, Elkann difende i suoi interessi, ma con quel comunicato così frontale contro il governo francese si è guadagnato pure la patente di difensore del mercato. Chi l'avrebbe mai detto? Eppure non è il solo «successo» che l'arroganza dei francesi è riuscita a ottenere. Macron ha bucato le gomme all'Europa. Ora Bruxelles avrà il suo bel da fare a spacciare le bufale sull'europeismo a tutti i costi.
Commerzbank ci riprova. Ora vuole sposarsi con gli olandesi di Ing
Si rafforza la pista olandese per Commerzbank, il colosso bancario tedesco che ha cercato inutilmente di sposarsi con Deutsche Bank. Il governo tedesco, primo azionista con il 15,5% del capitale, ha avviato sondaggi con quello olandese per verificare la possibilità di un matrimonio che dovrebbe consolidare il rilancio di Commerzbank e creare un «campione» europeo.
L'opzione è stata discussa a Berlino nel mese di maggio dal ministro delle finanze olandese, Wopke Hoekstra, e dal vice ministro delle finanze tedesco, Joerg Kukies, secondo indiscrezioni raccolte dall'agenzia Bloomberg. Lo scambio di vedute, ancora in uno stadio preliminare, avrebbe coinvolto, tra le altre cose, la sede della nuova banca, che il governo tedesco vorrebbe basare a Francoforte. «Il matrimonio», recita l'agenzia, «se ci saranno le condizioni, non dovrebbe comunque celebrarsi nel 2019 in quanto la Germania attende prima dei progressi nella regolazione e nell'integrazione bancaria europea».
L'interesse di Ing non è un mistero. Lo stesso amministratore delegato di Commerzbank, Martin Zielke, nel corso dell'assemblea dello scorso 22 maggio, aveva detto di aver incontrato il suo omologo di Ing, Ralph Hamers, due volte nel 2018 anche se non ne è nata una trattativa. Il gruppo del Conto Arancio, lo scorso 25 marzo, aveva scelto di tenere il suo investor day a Francoforte aprendo alla possibilità, secondo il mensile tedesco Manager Magazin, a spostare in Germania la sede e a tagliare meno posti di lavoro di quanti ne sarebbero saltati in caso di fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank.
L'opzione Ing segue il fallimento della fusione con Deutsche Bank, sponsorizzata dal ministro delle finanze, Olaf Scholz. Che ora sembra aver virato verso una fusione cross-border: «Abbiamo bisogno di grandi banche europee che operino in Germania», aveva detto lo scorso 30 aprile. I titoli, dopo una buona reazione in Borsa, hanno chiuso in calo, in linea con il settore. Commerzbank ha perso l'1,4% e Ing l'1%. I dettagli di cronaca ci riportano a una sproporzione di fondo. La commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, non ha mai alzato i toni contro le scelte del governo tedesco che alla faccia delle norme Ue sul sistema bancario ha sempre voluto pigiare il piede sull'acceleratore del salvataggio di Stato. O almeno del tentativo di coordinare a livello politico ciò che dovrebbe essere di competenza di aziende private. Esattamente in scia rispetto ha quanto la Francia dimostra di poter fare indisturbata. D'altronde Berlino è riuscita a ottenere persino di sfilare alla vigilanza Ue tutto il sistema delle banche dei Lander. Sportelli molto intrecciati alla politica locale. Noi invece abbiamo avuto Matteo Renzi che ha fatto la sua devastante riforma delle Popolari.
Gianluca Baldini
Torino a caccia di elettrico guarda a coreani e cinesi
Sfumato, almeno per ora, il matrimonio con Renault, per Fca l'ipotesi di nuove alleanze resta viva. Anzi, di più: per molti osservatori il futuro del gruppo italo-statunitense non può prescindere da un accordo industriale con un'altra realtà del settore automobilistico, che possa garantire a Fca la possibilità di sviluppare i nuovi modelli sui quali puntava lo scomparso ad Sergio Marchionne e di rilanciarsi sul fronte delle auto ibdride ed elettriche.
Che a Fca serva un partner è opinione comune tra gli analisti finanziari, che ieri non hanno dato una lettura positiva alla notizia del ritiro dell'offerta di fusione paritetica con Renault. Come ha riferito un broker a Reuters, «domande sulla necessità da parte di Fca di trovare un partner e sulla sua posizione negoziale potrebbero emergere». E se un banker specializzato nel settore ha tagliato corto, spiegando che «ci sono poche alternative per Fca: la mia opinione è che dovrà riaprire la trattativa con Renault», Equita Sim ha provato a ipotizzare qualche nome alternativo. «Se qualcuno è interessato riteniamo che possa manifestarsi in tempi brevi», hanno spiegato gli analisti della società, che comunque ritengono «improbabile che possa proporsi Psa (Peugeot Citroen, ndr) in quanto lo scoglio politico francese si ripresenterebbe. Sullo sfondo restano Hyundai e GM». In particolare la casa coreana presenterebbe un profilo interessante per quanto riguarda le tecnologie relative all'auto elettrica e alla guida autonoma. Da tener presente, come outsider, anche il gruppo Geely, fra i principali produttori privati di auto della Repubblica Popolare Cinese, che nel 2018 ha già messo un piede nel mercato europeo comprando Volvo da Ford.
Tecnologie che un'alleanza come quella con Renault - che già ha in corso una partnership con Nissan e Mitsubishi - avrebbe messo a disposizione del nuovo gruppo, e quindi di Fca. Con la fusione Fca-Renault sarebbe diventato il terzo produttore mondiale di auto, con 8,7 milioni di veicoli all'anno, con la possibilità di superare i 15 milioni considerando anche Nissan e Mitsubishi. Al centro dei piani del gruppo nato dal matrimonio, come aveva spiegato la stessa Fca in una nota, ci sarebbe appunto stata l'elettrificazione, con la nuova società che sarebbe diventata «leader mondiale nelle tecnologie elettriche», anche grazie all'esperienza decennale di Renault ne settore, mentre Fca avrebbe portato in dote la sua expertise nel segmento della guida autonoma, grazie «alle partnership con Waymo, Bmw e Aptiv».
Con l'alleanza, quindi, il gruppo guidato da Mike Manley intendeva recuperare terreno sul fronte della mobilità elettrica, un segmento al quale finora aveva destinato meno sforzi dei concorrenti - come Volkswagen, che ha annunciato investimenti sulle e-car per 30 miliardi di euro al 2023 - e che invece sempre più studi considerano cruciale per il futuro del settore automobilistico.
Come spiega il sito specializzato Qualenergia, infatti, secondo le stime più «aggressive» della International Energy Agency (Iea) nel 2030 le vendite annuali di mezzi elettrici saranno pari a 43 milioni di veicoli, con 250 milioni di mezzi - non solo auto, ma anche furgoni, bus e camion - in circolazione nel mondo. Per quanto riguarda le sole auto, invece, se si sommano quelle ibride-ricaricabili e quelle totalmente elettriche le previsioni parlano di 212 milioni di veicoli in circolazione tra una decina d'anni. Un balzo notevole rispetto alla situazione attuale: a fine 2018, infatti, le auto elettriche in circolazione erano poco più di 5 milioni, con vendite annuali pari a poco più di due milioni e una quota di mercato totale del 2,2%.
Chiara Merico
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Quando le trattative erano riservate, l'Eliseo non aveva eccepito. Ma una volta svelato l'accordo, ha preteso il controllo del colosso con solo il 15% di azioni. Però gli Agnelli hanno mostrato tigna, mica come Paolo Gentiloni... Commerzbank ci riprova. Ora vuole sposarsi con gli olandesi di Ing. Fallito il matrimonio con Db, l'istituto partecipato dal governo tedesco punta ai vicini. E i problemi di concorrenza? L'Ue dorme. Torino a caccia di elettrico guarda a coreani e cinesi. L'aggiornamento tecnologico «verde» è vitale. Esclusa Peugeot, i partner potenziali restano Hyundai e Geely. Lo speciale comprende tre articoli. Con una sola mossa compiuta con il favore delle tenebre, Emmanuel Macron ha fatto filotto. La sua scelta di pretendere un accordo tutto sbilanciato a favore dello Stato francese - persino contro i legittimi interessi di Renault - ha fatto saltare le nozze. Fca si è tirata indietro, mettendo nero su bianco che non c'erano le condizioni politiche per un matrimonio paritetico. Il passo indietro improvviso di John Elkann è per Macron un enorme smacco. In futuro non potrà più presentarsi ai consessi internazionali spacciandosi come il presidente business-friendly. La maschera di finto difensore del mercato è caduta una volta per tutte. Prima di rendere pubblica l'intenzione della famiglia Agnelli di proporre un matrimonio alla casa automobilistica di Parigi, è inutile specificare che la controparte politica era stata sondata da Fca e informata dei pilastri principali dell'accordo. La bozza del memorandum prevedeva da subito una ripartizione paritetica del potere e delle leve manageriali. Da subito, il ministro dell'Economia, Bruno Le Maire, ha incoraggiato il deal. L'ha sostenuto. Ma quando il testo è divenuto di dominio pubblico, Parigi ha sterzato e ha posto una serie di condizioni che prima non ci risulta avesse avanzato. Ha chiesto non tanto posti in cda, ma ha fatto capire di voler subentrare nelle decisioni del board di Renault in modo da rendere il proprio 15% di quote l'unica leva di comando. Quando il governo francese ha capito che a Torino non c'era intenzione di cedere a richieste troppo sbilanciate, ha tirato in ballo i giapponesi. Le Maire dopo aver dichiarato alla stampa tedesca di essere favorevole alla fusione (serata di mercoledì) ha fatto sapere che senza il parere favorevole di Nissan (che con Renault ha una stretta partnership) l'operazione non poteva andare in porto. Fatto di per sé non previsto nell'accordo tra francesi e giapponesi, ma soprattutto smentito ieri pomeriggio da Nissan, che ha rilasciato una nota per far sapere che «ci stavamo approcciando in modo positivo all'operazione». Doppia sberla. Il risultato è che la Francia ha sbattuto contro il muro e anche se in futuro si tornasse a discutere di matrimonio per il top management di Renault sarà tutto più complicato. Non solo. Coloro tra Pd, competenti e sostenitori di + Europa che per mesi hanno preso l'effigie di Macron e l'hanno sbandierata come simbolo di liberismo ed europeismo ora saranno tenuti a definire Macron un nazionalista. Pure senza attributi. Infatti, nemmeno ha voluto metterci la faccia. Ha mandato avanti Le Maire, che a sua volta passerà alla storia per essersi rimangiato la parola due volte. Fincantieri docet. Al contrario Matteo Salvini, che dalla partita si è tenuto fuori e si è limitato a dirsi favorevole, ha ricevuto un dono inaspettato. A chi lo accuserà di essere uno sporco sovranista amante delle barriere potrà limitarsi a mostrare un santino di Macron. Ne esce male pure la classe dirigente francese, che è sempre riuscita a gestire la propria impronta statalista nascondendola dietro a una patina di finte regole. Quelle stesse norme europee che ieri sono capitolate assieme al tentativo di fusione. Adesso la figuraccia è in mondo visione. Non c'erano grandi dubbi sul fatto che fare gli europeisti con il fondo schiena degli altri fosse fin troppo comodo. Si era già capito ai tempi della trattativa con Fincantieri. Anche in quell'occasione lo Stato francese aveva fatto marcia indietro. Gli accordi di base erano già stati presi, eppure è stato fatto di tutto per evitare che al nostro colosso della cantieristica finisse il controllo di maggioranza di Stx. Tant'è che l'operazione è ancora in un limbo che non promette nulla di buono. Macron se ne è infischiato della reciprocità europea. Solo che due anni fa ha trovato come interlocutore un presidente del Consiglio come Paolo Gentiloni, che ama più il francese dell'italiano. L'altro ieri notte invece Fca ha reagito in modo diverso. Ha sbattuto la porta in faccia a Parigi e Macron è riuscito in una impresa non facilissima. Ha trasformato John Elkann, che porta sulle sue spalle la difficile eredità di casa Agnelli, in un manager addirittura simpatico, quasi un italiano agli occhi degli italiani. Lui, che fino a qualche tempo fa è sempre stato un passo indietro rispetto a Sergio Marchionne e al fratello Lapo, ha assestato un colpo da maestro. Anche solo d'immagine. Certo, Elkann difende i suoi interessi, ma con quel comunicato così frontale contro il governo francese si è guadagnato pure la patente di difensore del mercato. Chi l'avrebbe mai detto? Eppure non è il solo «successo» che l'arroganza dei francesi è riuscita a ottenere. Macron ha bucato le gomme all'Europa. Ora Bruxelles avrà il suo bel da fare a spacciare le bufale sull'europeismo a tutti i costi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-il-regalo-del-pd-su-fincantieri-i-cugini-volevano-fregarci-ancora-2638720594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="commerzbank-ci-riprova-ora-vuole-sposarsi-con-gli-olandesi-di-ing" data-post-id="2638720594" data-published-at="1765510733" data-use-pagination="False"> Commerzbank ci riprova. Ora vuole sposarsi con gli olandesi di Ing Si rafforza la pista olandese per Commerzbank, il colosso bancario tedesco che ha cercato inutilmente di sposarsi con Deutsche Bank. Il governo tedesco, primo azionista con il 15,5% del capitale, ha avviato sondaggi con quello olandese per verificare la possibilità di un matrimonio che dovrebbe consolidare il rilancio di Commerzbank e creare un «campione» europeo. L'opzione è stata discussa a Berlino nel mese di maggio dal ministro delle finanze olandese, Wopke Hoekstra, e dal vice ministro delle finanze tedesco, Joerg Kukies, secondo indiscrezioni raccolte dall'agenzia Bloomberg. Lo scambio di vedute, ancora in uno stadio preliminare, avrebbe coinvolto, tra le altre cose, la sede della nuova banca, che il governo tedesco vorrebbe basare a Francoforte. «Il matrimonio», recita l'agenzia, «se ci saranno le condizioni, non dovrebbe comunque celebrarsi nel 2019 in quanto la Germania attende prima dei progressi nella regolazione e nell'integrazione bancaria europea». L'interesse di Ing non è un mistero. Lo stesso amministratore delegato di Commerzbank, Martin Zielke, nel corso dell'assemblea dello scorso 22 maggio, aveva detto di aver incontrato il suo omologo di Ing, Ralph Hamers, due volte nel 2018 anche se non ne è nata una trattativa. Il gruppo del Conto Arancio, lo scorso 25 marzo, aveva scelto di tenere il suo investor day a Francoforte aprendo alla possibilità, secondo il mensile tedesco Manager Magazin, a spostare in Germania la sede e a tagliare meno posti di lavoro di quanti ne sarebbero saltati in caso di fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank. L'opzione Ing segue il fallimento della fusione con Deutsche Bank, sponsorizzata dal ministro delle finanze, Olaf Scholz. Che ora sembra aver virato verso una fusione cross-border: «Abbiamo bisogno di grandi banche europee che operino in Germania», aveva detto lo scorso 30 aprile. I titoli, dopo una buona reazione in Borsa, hanno chiuso in calo, in linea con il settore. Commerzbank ha perso l'1,4% e Ing l'1%. I dettagli di cronaca ci riportano a una sproporzione di fondo. La commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, non ha mai alzato i toni contro le scelte del governo tedesco che alla faccia delle norme Ue sul sistema bancario ha sempre voluto pigiare il piede sull'acceleratore del salvataggio di Stato. O almeno del tentativo di coordinare a livello politico ciò che dovrebbe essere di competenza di aziende private. Esattamente in scia rispetto ha quanto la Francia dimostra di poter fare indisturbata. D'altronde Berlino è riuscita a ottenere persino di sfilare alla vigilanza Ue tutto il sistema delle banche dei Lander. Sportelli molto intrecciati alla politica locale. Noi invece abbiamo avuto Matteo Renzi che ha fatto la sua devastante riforma delle Popolari. Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-il-regalo-del-pd-su-fincantieri-i-cugini-volevano-fregarci-ancora-2638720594.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="torino-a-caccia-di-elettrico-guarda-a-coreani-e-cinesi" data-post-id="2638720594" data-published-at="1765510733" data-use-pagination="False"> Torino a caccia di elettrico guarda a coreani e cinesi Sfumato, almeno per ora, il matrimonio con Renault, per Fca l'ipotesi di nuove alleanze resta viva. Anzi, di più: per molti osservatori il futuro del gruppo italo-statunitense non può prescindere da un accordo industriale con un'altra realtà del settore automobilistico, che possa garantire a Fca la possibilità di sviluppare i nuovi modelli sui quali puntava lo scomparso ad Sergio Marchionne e di rilanciarsi sul fronte delle auto ibdride ed elettriche. Che a Fca serva un partner è opinione comune tra gli analisti finanziari, che ieri non hanno dato una lettura positiva alla notizia del ritiro dell'offerta di fusione paritetica con Renault. Come ha riferito un broker a Reuters, «domande sulla necessità da parte di Fca di trovare un partner e sulla sua posizione negoziale potrebbero emergere». E se un banker specializzato nel settore ha tagliato corto, spiegando che «ci sono poche alternative per Fca: la mia opinione è che dovrà riaprire la trattativa con Renault», Equita Sim ha provato a ipotizzare qualche nome alternativo. «Se qualcuno è interessato riteniamo che possa manifestarsi in tempi brevi», hanno spiegato gli analisti della società, che comunque ritengono «improbabile che possa proporsi Psa (Peugeot Citroen, ndr) in quanto lo scoglio politico francese si ripresenterebbe. Sullo sfondo restano Hyundai e GM». In particolare la casa coreana presenterebbe un profilo interessante per quanto riguarda le tecnologie relative all'auto elettrica e alla guida autonoma. Da tener presente, come outsider, anche il gruppo Geely, fra i principali produttori privati di auto della Repubblica Popolare Cinese, che nel 2018 ha già messo un piede nel mercato europeo comprando Volvo da Ford. Tecnologie che un'alleanza come quella con Renault - che già ha in corso una partnership con Nissan e Mitsubishi - avrebbe messo a disposizione del nuovo gruppo, e quindi di Fca. Con la fusione Fca-Renault sarebbe diventato il terzo produttore mondiale di auto, con 8,7 milioni di veicoli all'anno, con la possibilità di superare i 15 milioni considerando anche Nissan e Mitsubishi. Al centro dei piani del gruppo nato dal matrimonio, come aveva spiegato la stessa Fca in una nota, ci sarebbe appunto stata l'elettrificazione, con la nuova società che sarebbe diventata «leader mondiale nelle tecnologie elettriche», anche grazie all'esperienza decennale di Renault ne settore, mentre Fca avrebbe portato in dote la sua expertise nel segmento della guida autonoma, grazie «alle partnership con Waymo, Bmw e Aptiv». Con l'alleanza, quindi, il gruppo guidato da Mike Manley intendeva recuperare terreno sul fronte della mobilità elettrica, un segmento al quale finora aveva destinato meno sforzi dei concorrenti - come Volkswagen, che ha annunciato investimenti sulle e-car per 30 miliardi di euro al 2023 - e che invece sempre più studi considerano cruciale per il futuro del settore automobilistico. Come spiega il sito specializzato Qualenergia, infatti, secondo le stime più «aggressive» della International Energy Agency (Iea) nel 2030 le vendite annuali di mezzi elettrici saranno pari a 43 milioni di veicoli, con 250 milioni di mezzi - non solo auto, ma anche furgoni, bus e camion - in circolazione nel mondo. Per quanto riguarda le sole auto, invece, se si sommano quelle ibride-ricaricabili e quelle totalmente elettriche le previsioni parlano di 212 milioni di veicoli in circolazione tra una decina d'anni. Un balzo notevole rispetto alla situazione attuale: a fine 2018, infatti, le auto elettriche in circolazione erano poco più di 5 milioni, con vendite annuali pari a poco più di due milioni e una quota di mercato totale del 2,2%. Chiara Merico
Il motore è un modello di ricavi sempre più orientato ai servizi: «La crescita facile basata sulla forbice degli interessi sta inevitabilmente assottigliandosi, con il margine di interesse aggregato in calo del 5,6% nei primi nove mesi del 2025», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il settore ha saputo, però, compensare questa dinamica spingendo sul secondo pilastro dei ricavi, le commissioni nette, che sono cresciute del 5,9% nello stesso periodo, grazie soprattutto alla focalizzazione su gestione patrimoniale e bancassurance».
La crescita delle commissioni riflette un’evoluzione strutturale: le banche agiscono sempre più come collocatori di prodotti finanziari e assicurativi. «Questo modello, se da un lato genera profitti elevati e stabili per gli istituti con minori vincoli di capitale e minor rischio di credito rispetto ai prestiti, dall’altro espone una criticità strutturale per i risparmiatori», dice Gaziano. «L’Italia è, infatti, il mercato in Europa in cui il risparmio gestito è il più caro», ricorda. Ne deriva una redditività meno dipendente dal credito, ma con un tema di costo per i clienti. La «corsa turbo» agli utili ha riacceso il dibattito sugli extra-profitti. In Italia, la legge di bilancio chiede un contributo al settore con formule che evitano una nuova tassa esplicita.
«È un dato di fatto che il governo italiano stia cercando una soluzione morbida per incassare liquidità da un settore in forte attivo, mentre in altri Paesi europei si discute apertamente di tassare questi extra-profitti in modo più deciso», dice l’esperto. «Ad esempio, in Polonia il governo ha recentemente aumentato le tasse sulle banche per finanziare le spese per la Difesa. È curioso notare come, alla fine, i governi preferiscano accontentarsi di un contributo una tantum da parte delle banche, piuttosto che intervenire sulle dinamiche che generano questi profitti che ricadono direttamente sui risparmiatori».
Come spiega David Benamou, responsabile investimenti di Axiom alternative investments, «le banche italiane rimangono interessanti grazie ai solidi coefficienti patrimoniali (Cet1 medio superiore al 15%), alle generose distribuzioni agli azionisti (riacquisti di azioni proprie e dividendi che offrono rendimenti del 9-10%) e al consolidamento in corso che rafforza i gruppi leader, Unicredit e Intesa Sanpaolo. Il settore in Italia potrebbe sovraperformare il mercato azionario in generale se le valutazioni rimarranno basse. Non mancano, tuttavia, rischi come un moderato aumento dei crediti in sofferenza o gli choc geopolitici, che smorzano l’ottimismo».
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Getty Images
Il 29 luglio del 2024, infatti, Axel Rudakubana, cittadino britannico con genitori di origini senegalesi, entra in una scuola di danza a Southport con un coltello in mano. Inizia a colpire chiunque gli si pari davanti, principalmente bambine, che provano a difendersi come possono. Invano, però. Rudakubana vuole il sangue. Lo avrà. Sono 12 minuti che durano un’eternità e che provocheranno una carneficina. Rudakubana uccide tre bambine: Alice da Silva Aguiar, di nove anni; Bebe King, di sei ed Elsie Dot Stancombe, di sette. Altri dieci bimbi rimarranno feriti, alcuni in modo molto grave.
Nel Regno Unito cresce lo sdegno per questo ennesimo fatto di sangue che ha come protagonista un uomo di colore. Anche Michael dice la sua con un video di 12 minuti su Facebook. Viene accusato di incitamento all’odio razziale ma, quando va davanti al giudice, viene scagionato in una manciata di minuti. Non ha fatto nulla. Era frustrato, come gran parte dei britannici. Ha espresso la sua opinione. Tutto è bene quel che finisce bene, quindi. O forse no.
Due settimane dopo, infatti, il consiglio di tutela locale, che per legge è responsabile della protezione dei bambini vulnerabili, gli comunica che non è più idoneo a lavorare con i minori. Una decisione che lascia allibiti molti, visto che solitamente punizioni simili vengono riservate ai pedofili. Michael non lo è, ovviamente, ma non può comunque allenare la squadra della figlia. Di fronte a questa decisione, il veterano prova un senso di vergogna. Decide di parlare perché teme che la sua comunità lo consideri un pedofilo quando non lo è. In pochi lo ascoltano, però. Quasi nessuno. Il suo non è un caso isolato. Solamente l’anno scorso, infatti, oltre 12.000 britannici sono stati monitorati per i loro commenti in rete. A finire nel mirino sono soprattutto coloro che hanno idee di destra o che criticano l’immigrazione. Anche perché le istituzioni del Regno Unito cercano di tenere nascoste le notizie che riguardano le violenze dei richiedenti asilo. Qualche giorno fa, per esempio, una studentessa è stata violentata da due afghani, Jan Jahanzeb e Israr Niazal. I due le si avvicinano per portarla in un luogo appartato. La ragazza capisce cosa sta accadendo. Prova a fuggire ma non riesce. Accende la videocamera e registra tutto. La si sente pietosamente dire «mi stuprerai?» e gridare disperatamente aiuto. Che però non arriva. Il video è terribile, tanto che uno degli avvocati degli stupratori ha detto che, se dovesse essere pubblicato, il Regno Unito verrebbe attraversato da un’ondata di proteste. Che già ci sono. Perché l’immigrazione incontrollata sull’isola (e non solo) sta provocando enormi sofferenze alla popolazione locale. Nel Regno, certo. Ma anche da noi. Del resto è stato il questore di Milano a notare come gli stranieri compiano ormai l’80% dei reati predatori. Una vera e propria emergenza che, per motivi ideologici, si finge di non vedere.
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Una fotografia limpida e concreta di imprese, giustizia, legalità e creatività come parti di un’unica storia: quella di un Paese, il nostro, che ogni giorno prova a crescere, migliorarsi e ritrovare fiducia.
Un percorso approfondito in cui ci guida la visione del sottosegretario alle Imprese e al Made in Italy Massimo Bitonci, che ricostruisce lo stato del nostro sistema produttivo e il valore strategico del made in Italy, mettendo in evidenza il ruolo della moda e dell’artigianato come forza identitaria ed economica. Un contributo arricchito dall’esperienza diretta di Giulio Felloni, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, e dal suo quadro autentico del rapporto tra imprese e consumatori.
Imprese in cui la creatività italiana emerge, anche attraverso parole diverse ma complementari: quelle di Sara Cavazza Facchini, creative director di Genny, che condivide con il lettore la sua filosofia del valore dell’eleganza italiana come linguaggio culturale e non solo estetico; quelle di Laura Manelli, Ceo di Pinko, che racconta la sua visione di una moda motore di innovazione, competenze e occupazione. A completare questo quadro, la giornalista Mariella Milani approfondisce il cambiamento profondo del fashion system, ponendo l’accento sul rapporto tra brand, qualità e responsabilità sociale. Il tema di responsabilità sociale viene poi ripreso e approfondito, attraverso la chiave della legalità e della trasparenza, dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia, che vede nella lotta alla corruzione la condizione imprescindibile per la competitività del Paese: norme più semplici, controlli più efficaci e un’amministrazione capace di meritarsi la fiducia di cittadini e aziende. Una prospettiva che si collega alla voce del presidente nazionale di Confartigianato Marco Granelli, che denuncia la crescente vulnerabilità digitale delle imprese italiane e l’urgenza di strumenti condivisi per contrastare truffe, attacchi informatici e forme sempre nuove di criminalità economica.
In questo contesto si introduce una puntuale analisi della riforma della giustizia ad opera del sottosegretario Andrea Ostellari, che illustra i contenuti e le ragioni del progetto di separazione delle carriere, con l’obiettivo di spiegare in modo chiaro ciò che spesso, nel dibattito pubblico, resta semplificato. Il suo intervento si intreccia con il punto di vista del presidente dell’Unione Camere Penali Italiane Francesco Petrelli, che sottolinea il valore delle garanzie e il ruolo dell’avvocatura in un sistema equilibrato; e con quello del penalista Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Sì Separa», che richiama l’esigenza di una magistratura indipendente da correnti e condizionamenti. Questa narrazione attenta si arricchisce con le riflessioni del penalista Raffaele Della Valle, che porta nel dibattito l’esperienza di una vita professionale segnata da casi simbolici, e con la voce dell’ex magistrato Antonio Di Pietro, che offre una prospettiva insolita e diretta sui rapporti interni alla magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario.
A chiudere l’approfondimento è il giornalista Fabio Amendolara, che indaga il caso Garlasco e il cosiddetto «sistema Pavia», mostrando come una vicenda giudiziaria complessa possa diventare uno specchio delle fragilità che la riforma tenta oggi di correggere. Una coralità sincera e documentata che invita a guardare l’Italia con più attenzione, con più consapevolezza, e con la certezza che il merito va riconosciuto e difeso, in quanto unica chiave concreta per rendere migliore il Paese. Comprenderlo oggi rappresenta un'opportunità in più per costruire il domani.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Merito-Dicembre-2025.pdf
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