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2022-05-26
Donbass accerchiato e Kiev attacca la Nato
Ansa
Ieri il presidente russo, Vladimir Putin , per la prima volta dall’inizio della guerra si è recato all’ospedale militare centrale Mandrika di Mosca per visitare alcuni dei soldati feriti nella guerra in Ucraina. Una chiara operazione di marketing politico che serve a mostrare il condottiero accanto ai suoi soldati.
Il novantunesimo giorno di guerra si è aperto con un massiccio bombardamento sulla città di Zaporizhia (Ucraina Sudorientale) dove alle prime luci dell’alba cinque missili hanno colpito obiettivi civili, un centro commerciale e un obiettivo definito come strategico. Il bilancio è di un morto, tre feriti e 52 case danneggiate. Sergiy Gaidai, il governatore della regione di Lugansk, ha detto che la città di Severodonetsk è sotto l’incessante attacco di missili, colpi di artiglieria e di mortaio: «L’esercito russo ha inviato migliaia di uomini, ed è ormai troppo tardi per far scappare i 15.000 civili rimasti intrappolati. La nostra situazione è molto difficile, e sta peggiorando. L’esercito russo ha deciso di cancellare la città dalla faccia della Terra». Ora se anche questa città finisse sotto il controllo russo si aprirebbero (almeno in linea teorica) le porte per il totale controllo del Donbass, quindi le regioni di Donetsk e Lugansk che oggi sono l’obiettivo più importante per il Cremlino.
Ma è davvero così? Secondo il generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni che ha una lunga esperienza di servizio in comandi Nato: «Le forze russe hanno probabilmente abbandonato l’idea di effettuare un singolo grande accerchiamento delle forze di Kiev nell’Ucraina orientale e stanno invece tentando di portare a termine accerchiamenti più piccoli, consentendo loro di ottenere progressi visibili e incrementali. Ricordiamoci che Mosca persegue l’obiettivo primario di raggiungere i confini amministrativi degli Oblast di Donetsk e Lugansk». È in quest’ottica che dobbiamo leggere le operazioni volte a isolare le forze ucraine nell’area di Severodonetsk (tra cui Rubizhne e Lysychansk), Bakhmut-Lysychansk, intorno a Zolote (appena a Nordest di Popasna) e intorno alle fortificazioni ucraine in Avdiivka? «Indubbiamente», continua il generale, «i russi stanno facendo maggiori progressi in quest’ultima settimana che nel precedente periodo di maggio, ma al momento è difficile prevedere sviluppi decisivi nella battaglia del Donbass. Come già abbiamo avuto modo di evidenziare nel corso di precedenti interviste i numeri, in termini di forze di manovra, non sono dalla parte di Mosca».
A proposito della zona dove oggi i russi stanno effettuando il maggiore sforzo bellico Boni ha le idee molto chiare: «I russi stanno impiegando forze che hanno dovuto in parte sottrarre da altri settori dell’amplissimo fronte di 480 chilometri sul quale sono impegnati. Quasi certamente dal settore di Izyum, dalle posizioni difensive intorno alla città di Kharkiv, dalla città di Donetsk e dall’area di Zaporizhia. Inoltre, le forze russe dovranno affrontare combattimenti urbani prolungati se circonderanno con successo Severodonetsk, così come in altre grandi città come Bakhmut. Nonostante i russi combattano combinando l’azione delle forze di manovra con il fuoco delle artiglierie e il supporto aereo in maniera più coordinata di quanto abbiano fatto nella prima fase del conflitto rimane il problema, anche questo più volte evidenziato, della mancata realizzazione di una “massa critica” offensiva tale da imprimere un corso decisivo agli eventi».
Nella serata di ieri Andrei Marochko, ufficiale della Milizia popolare della Repubblica di Donetsk, ha dichiarato alla Tass: «Abbiamo chiuso ermeticamente questo insediamento da tre lati. Il movimento da Severodonetsk viene effettuato solo attraverso un unico ponte, che è anche sotto il nostro controllo. Pertanto, al momento possiamo dire che la città di Severodonetsk è in un accerchiamento operativo». Il portavoce del ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, secondo quanto riferito dalla Bbc, durante un briefing ha affermato «che esistono rotte alternative per rifornire le unità ucraine a Severodonetsk, al momento circondata su tre lati dalle forze russe». Secondo il servizio stampa della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino «i russi dopo 91 giorni hanno il pieno controllo del Mar d’Azov, insieme allo Stretto di Kerch, e ora stanno bloccando i nostri porti sul Mar Nero».
Sempre ieri, Petro Andriushchenko, consigliere del sindaco legittimo della città portuale ucraina, oggi sotto il controllo dei russi, citato dall’Ukrainska Pravda ha reso noto che ai cittadini di Mariupol è stata offerta la possibilità di ottenere il passaporto russo con una procedura accelerata, che non prevede più la registrazione intermedia presso le autorità dell’autoproclamata Repubblica separatista filorussa di Donetsk. Grazie a un decreto legge lo stesso principio vale per i residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhia, nel Sudest ucraino. L’Ucraina ha denunciato «la flagrante violazione della sua integrità territoriale» dopo la decisione di Mosca di concedere passaporti russi a cittadini ucraini delle zone occupate del Sud del Paese. Infine, vanno registrate le parole del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che intervenendo al Forum economico di Davos, ha accusato la Nato «di non fare letteralmente nulla per far fronte all’aggressione russa». Questa davvero se la poteva risparmiare.
Svezia-Finlandia, la visita al Sultano non strappa il sì all’entrata nel Patto
Sono iniziati ieri ad Ankara i colloqui tra delegazioni governative di Svezia e Finlandia e il governo turco per tentare di rimuovere il veto all’adesione dei due Paesi scandinavi alla Nato: il primo round si è concluso con un nulla di fatto, ma si registra qualche segnale di apertura.
Ai colloqui, che si svolgono presso il palazzo presidenziale, partecipano il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, e il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal. La delegazione svedese è guidata dal segretario di Stato, Oscar Stenstrom, quella finlandese dal segretario di Stato del ministero degli Esteri, Jukka Salovaara. Ricordiamo che la scorsa settimana, non appena iniziato l’iter di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki, la Turchia ha immediatamente bloccato ogni discussione.
Il primo giorno di colloqui si è concluso con una fumata nera, come ha spiegato ieri sera Ibrahim Kalin, in una conferenza stampa trasmessa dalla tv di Stato Trt alla fine delle consultazioni. Kalin ha aggiunto che il dialogo con i Paesi scandinavi continuerà e che la Turchia chiede loro di fermare il sostegno a gruppi considerati da Ankara terroristici per sostenere la candidatura nella Nato.
Durante i colloqui di ieri, riporta Nova, i delegati turchi hanno riscontrato «un’apertura scandinava sulla rimozione delle sanzioni». Secondo Kalin, «oltre a portare le prove dei crimini di guerra commessi dalle milizie curde in Siria e i loro legami con il Pkk, considerato da Turchia, Usa e Ue un’organizzazione terroristica, abbiamo discusso delle sanzioni che Stoccolma e Helsinki hanno applicato all’industria della difesa turca». Il portavoce di Erdogan ha aggiunto di aver riscontrato su questo argomento «dei segnali di apertura dai nostri interlocutori, il che rimane un primo passo verso serie trattative».
Per quel che riguarda invece la questione delle organizzazioni che Ankara considera terroristiche, la trattativa «non può progredire», ha sottolineato Kalin, «se le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza non vengono affrontate con misure concrete in un determinato lasso di tempo Pkk, Ypg e Pyd sono tutti lo stesso gruppo terroristico».
Erdogan chiede, in cambio dell’ok all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica, che i due Paesi del Nord Europa si impegnino a non fornire più aiuto e ospitalità ai militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, attivo nel Sudest della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, e nel Kurdistan iracheno, e all’Ypg l’Unità di protezione popolare, una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel Nord della Siria. La trattativa potrebbe includere la questione della richiesta di estradizione di protagonisti del Pkk e della organizzazione di Fethullah Gülen, nemico numero uno di Erdogan, residente negli Usa. Tra le richieste di Erdogan c’è anche lo stop all’embargo svedese sulla vendita di armi alla Turchia, imposto dopo un’operazione militare di Ankara contro forze curde nel nord della Siria nel 2019. «I nostri interlocutori», ha sottolineato ancora Kalin, «hanno preso appunti sul processo negoziale e li presenteranno ai loro leader. I nostri contatti continueranno. Continueremo a farlo dopo che avremo visto come risponderanno a queste richieste nei prossimi giorni». La sensazione, dunque, è che un accordo sia a portata di mano, mentre la certezza è che Erdogan cercherà di ottenere il massimo possibile in cambio del suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
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Mentre i russi stringono sotto assedio Severodonetsk, il ministro ucraino Dmytro Kuleba contesta l’Occidente: «Non fa nulla». Mosca intanto facilita la cittadinanza nelle zone occupate. L’Ucraina: «Violazione dell’integrità territoriale». Vladimir Putin visita i soldati feriti.Per l’adesione all’Alleanza atlantica di Svezia e Finlandia Recep Tayyip Erdogan chiede zero aiuti ai curdi e no embargo.Lo speciale contiene due articoli.Ieri il presidente russo, Vladimir Putin , per la prima volta dall’inizio della guerra si è recato all’ospedale militare centrale Mandrika di Mosca per visitare alcuni dei soldati feriti nella guerra in Ucraina. Una chiara operazione di marketing politico che serve a mostrare il condottiero accanto ai suoi soldati. Il novantunesimo giorno di guerra si è aperto con un massiccio bombardamento sulla città di Zaporizhia (Ucraina Sudorientale) dove alle prime luci dell’alba cinque missili hanno colpito obiettivi civili, un centro commerciale e un obiettivo definito come strategico. Il bilancio è di un morto, tre feriti e 52 case danneggiate. Sergiy Gaidai, il governatore della regione di Lugansk, ha detto che la città di Severodonetsk è sotto l’incessante attacco di missili, colpi di artiglieria e di mortaio: «L’esercito russo ha inviato migliaia di uomini, ed è ormai troppo tardi per far scappare i 15.000 civili rimasti intrappolati. La nostra situazione è molto difficile, e sta peggiorando. L’esercito russo ha deciso di cancellare la città dalla faccia della Terra». Ora se anche questa città finisse sotto il controllo russo si aprirebbero (almeno in linea teorica) le porte per il totale controllo del Donbass, quindi le regioni di Donetsk e Lugansk che oggi sono l’obiettivo più importante per il Cremlino. Ma è davvero così? Secondo il generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni che ha una lunga esperienza di servizio in comandi Nato: «Le forze russe hanno probabilmente abbandonato l’idea di effettuare un singolo grande accerchiamento delle forze di Kiev nell’Ucraina orientale e stanno invece tentando di portare a termine accerchiamenti più piccoli, consentendo loro di ottenere progressi visibili e incrementali. Ricordiamoci che Mosca persegue l’obiettivo primario di raggiungere i confini amministrativi degli Oblast di Donetsk e Lugansk». È in quest’ottica che dobbiamo leggere le operazioni volte a isolare le forze ucraine nell’area di Severodonetsk (tra cui Rubizhne e Lysychansk), Bakhmut-Lysychansk, intorno a Zolote (appena a Nordest di Popasna) e intorno alle fortificazioni ucraine in Avdiivka? «Indubbiamente», continua il generale, «i russi stanno facendo maggiori progressi in quest’ultima settimana che nel precedente periodo di maggio, ma al momento è difficile prevedere sviluppi decisivi nella battaglia del Donbass. Come già abbiamo avuto modo di evidenziare nel corso di precedenti interviste i numeri, in termini di forze di manovra, non sono dalla parte di Mosca». A proposito della zona dove oggi i russi stanno effettuando il maggiore sforzo bellico Boni ha le idee molto chiare: «I russi stanno impiegando forze che hanno dovuto in parte sottrarre da altri settori dell’amplissimo fronte di 480 chilometri sul quale sono impegnati. Quasi certamente dal settore di Izyum, dalle posizioni difensive intorno alla città di Kharkiv, dalla città di Donetsk e dall’area di Zaporizhia. Inoltre, le forze russe dovranno affrontare combattimenti urbani prolungati se circonderanno con successo Severodonetsk, così come in altre grandi città come Bakhmut. Nonostante i russi combattano combinando l’azione delle forze di manovra con il fuoco delle artiglierie e il supporto aereo in maniera più coordinata di quanto abbiano fatto nella prima fase del conflitto rimane il problema, anche questo più volte evidenziato, della mancata realizzazione di una “massa critica” offensiva tale da imprimere un corso decisivo agli eventi». Nella serata di ieri Andrei Marochko, ufficiale della Milizia popolare della Repubblica di Donetsk, ha dichiarato alla Tass: «Abbiamo chiuso ermeticamente questo insediamento da tre lati. Il movimento da Severodonetsk viene effettuato solo attraverso un unico ponte, che è anche sotto il nostro controllo. Pertanto, al momento possiamo dire che la città di Severodonetsk è in un accerchiamento operativo». Il portavoce del ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, secondo quanto riferito dalla Bbc, durante un briefing ha affermato «che esistono rotte alternative per rifornire le unità ucraine a Severodonetsk, al momento circondata su tre lati dalle forze russe». Secondo il servizio stampa della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino «i russi dopo 91 giorni hanno il pieno controllo del Mar d’Azov, insieme allo Stretto di Kerch, e ora stanno bloccando i nostri porti sul Mar Nero». Sempre ieri, Petro Andriushchenko, consigliere del sindaco legittimo della città portuale ucraina, oggi sotto il controllo dei russi, citato dall’Ukrainska Pravda ha reso noto che ai cittadini di Mariupol è stata offerta la possibilità di ottenere il passaporto russo con una procedura accelerata, che non prevede più la registrazione intermedia presso le autorità dell’autoproclamata Repubblica separatista filorussa di Donetsk. Grazie a un decreto legge lo stesso principio vale per i residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhia, nel Sudest ucraino. L’Ucraina ha denunciato «la flagrante violazione della sua integrità territoriale» dopo la decisione di Mosca di concedere passaporti russi a cittadini ucraini delle zone occupate del Sud del Paese. Infine, vanno registrate le parole del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che intervenendo al Forum economico di Davos, ha accusato la Nato «di non fare letteralmente nulla per far fronte all’aggressione russa». Questa davvero se la poteva risparmiare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/donbass-accerchiato-kiev-attacca-nato-2657390710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svezia-finlandia-la-visita-al-sultano-non-strappa-il-si-allentrata-nel-patto" data-post-id="2657390710" data-published-at="1653506523" data-use-pagination="False"> Svezia-Finlandia, la visita al Sultano non strappa il sì all’entrata nel Patto Sono iniziati ieri ad Ankara i colloqui tra delegazioni governative di Svezia e Finlandia e il governo turco per tentare di rimuovere il veto all’adesione dei due Paesi scandinavi alla Nato: il primo round si è concluso con un nulla di fatto, ma si registra qualche segnale di apertura. Ai colloqui, che si svolgono presso il palazzo presidenziale, partecipano il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, e il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal. La delegazione svedese è guidata dal segretario di Stato, Oscar Stenstrom, quella finlandese dal segretario di Stato del ministero degli Esteri, Jukka Salovaara. Ricordiamo che la scorsa settimana, non appena iniziato l’iter di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki, la Turchia ha immediatamente bloccato ogni discussione. Il primo giorno di colloqui si è concluso con una fumata nera, come ha spiegato ieri sera Ibrahim Kalin, in una conferenza stampa trasmessa dalla tv di Stato Trt alla fine delle consultazioni. Kalin ha aggiunto che il dialogo con i Paesi scandinavi continuerà e che la Turchia chiede loro di fermare il sostegno a gruppi considerati da Ankara terroristici per sostenere la candidatura nella Nato. Durante i colloqui di ieri, riporta Nova, i delegati turchi hanno riscontrato «un’apertura scandinava sulla rimozione delle sanzioni». Secondo Kalin, «oltre a portare le prove dei crimini di guerra commessi dalle milizie curde in Siria e i loro legami con il Pkk, considerato da Turchia, Usa e Ue un’organizzazione terroristica, abbiamo discusso delle sanzioni che Stoccolma e Helsinki hanno applicato all’industria della difesa turca». Il portavoce di Erdogan ha aggiunto di aver riscontrato su questo argomento «dei segnali di apertura dai nostri interlocutori, il che rimane un primo passo verso serie trattative». Per quel che riguarda invece la questione delle organizzazioni che Ankara considera terroristiche, la trattativa «non può progredire», ha sottolineato Kalin, «se le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza non vengono affrontate con misure concrete in un determinato lasso di tempo Pkk, Ypg e Pyd sono tutti lo stesso gruppo terroristico». Erdogan chiede, in cambio dell’ok all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica, che i due Paesi del Nord Europa si impegnino a non fornire più aiuto e ospitalità ai militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, attivo nel Sudest della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, e nel Kurdistan iracheno, e all’Ypg l’Unità di protezione popolare, una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel Nord della Siria. La trattativa potrebbe includere la questione della richiesta di estradizione di protagonisti del Pkk e della organizzazione di Fethullah Gülen, nemico numero uno di Erdogan, residente negli Usa. Tra le richieste di Erdogan c’è anche lo stop all’embargo svedese sulla vendita di armi alla Turchia, imposto dopo un’operazione militare di Ankara contro forze curde nel nord della Siria nel 2019. «I nostri interlocutori», ha sottolineato ancora Kalin, «hanno preso appunti sul processo negoziale e li presenteranno ai loro leader. I nostri contatti continueranno. Continueremo a farlo dopo che avremo visto come risponderanno a queste richieste nei prossimi giorni». La sensazione, dunque, è che un accordo sia a portata di mano, mentre la certezza è che Erdogan cercherà di ottenere il massimo possibile in cambio del suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia (Ansa)
Nella stessa intervista, Trump ha anche attaccato esplicitamente gli alleati europei, accusati di non essere in grado di garantire la propria sicurezza senza il sostegno americano: «Russia e Cina non sono affatto preoccupate della Nato senza di noi».
Le esternazioni del presidente statunitense hanno provocato una netta reazione da parte del governo della Groenlandia, arrivata ieri con un comunicato ufficiale. L’esecutivo di Nuuk ha respinto recisamente l’ipotesi che gli Stati Uniti possano prendere il controllo del territorio artico, sottolineando che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e che, in quanto tale, è membro della Nato. «Gli Stati Uniti hanno ribadito ancora una volta il loro desiderio di prendere possesso della Groenlandia», si legge nella nota, «e questo non può essere accettato in alcun modo». La replica groenlandese insiste sul fatto che la difesa dell’isola debba avvenire esclusivamente nel quadro dell’Alleanza atlantica e, pertanto, ha annunciato l’intenzione di intensificare gli sforzi affinché la sicurezza del territorio sia garantita sotto l’egida Nato. Insomma: una cooperazione multilaterale è bene accetta, ma senza alcuna pretesa unilaterale sulla sovranità dell’isola.
Sul caso è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha ridimensionato l’idea di una crisi dell’Alleanza legata alle parole di Trump. Rutte ha sostenuto che il presidente americano «sta facendo la cosa giusta per la Nato», sollecitando gli alleati a spendere di più per la difesa, e ha ricordato che al recente vertice dell’Aia è stato fissato l’obiettivo di portare le spese militari al 5% del Pil. «Sono convinto che senza Trump non saremmo mai arrivati a questo risultato», ha detto, rivendicando un rafforzamento complessivo dell’Alleanza. Il segretario ha poi richiamato l’attenzione sull’Artico, sottolineando che i Paesi dell’area stanno aumentando la cooperazione e che la Danimarca ha già aumentato gli investimenti militari, dagli F-35 ai droni a lungo raggio, anche per garantire la sicurezza della Groenlandia.
L’Italia, dal canto suo, si sta distinguendo per la una posizione improntata alla cautela. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito ieri che a Roma non è mai arrivata una richiesta per l’invio di truppe italiane in Groenlandia nell’ambito Nato. «È un’ipotesi di Keir Starmer, (Regno Unito e Germania stanno discutendo di piani per rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia, ndr) ma non se n’è mai parlato», ha precisato il titolare della Farnesina, ribadendo che sulla questione «si deve lasciare alla Groenlandia e alla Danimarca la libertà di decidere del loro destino». Tajani ha inoltre annunciato che nei prossimi giorni verrà presentato il piano dell’Italia per l’Artico, che comprenderà anche la Groenlandia, confermando la linea di Roma a favore di una gestione multilaterale e coordinata delle nuove tensioni geopolitiche che attraversano la regione.
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Ansa
Eppure, le comunicazioni tra Washington e Teheran non sono del tutto interrotte. «Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei. «La Repubblica islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata ad essa», ha affermato, dal canto suo, Araghchi, che, oltre ad aprire alla possibilità di un incontro con Witkoff, ha poi aggiunto: «Siamo anche pronti per i negoziati, ma questi negoziati devono essere equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco». Axios ha inoltre riferito che, nel fine settimana, lo stesso Araghchi avrebbe avuto una telefonata con Witkoff: l’obiettivo del ministro iraniano sarebbe stato, in particolare, quello di allentare la tensione con Washington e di guadagnare tempo prima di un eventuale attacco statunitense. Segno, questo, del fatto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata e delle contromanifestazioni che ha organizzato ieri, il regime guidato da Ali Khamenei sia sempre più scricchiolante.
Dall’altra parte, domenica, pur minacciando di colpire duramente l’Iran, Trump ha aperto a un negoziato. «Penso che siano stanchi di essere malmenati dagli Usa. L’Iran vuole negoziare», ha detto. «L’incontro è in fase di organizzazione, ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro. Ma un incontro è in fase di organizzazione. L’Iran ha chiamato. Vogliono negoziare». Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta ricorrendo alla sua consueta strategia volta ad alternare pressione e dialogo: pur aprendo alla possibilità di un incontro diplomatico, non esclude lo scenario di un attacco militare. Questo significa però che Trump non consideri quella del regime change l’unica eventualità sul tavolo. Il presidente americano potrebbe in alternativa puntare ad addomesticare il regime khomeinista (o un pezzo di esso) sulla falsariga di quanto avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Più propenso a un cambio di regime a Teheran è invece Benjamin Netanyahu. «Il popolo israeliano e il mondo intero osservano con stupore lo straordinario coraggio dei cittadini iraniani», ha detto, domenica sera, augurandosi che «la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia». La parziale differenza di posizione tra Israele e Stati Uniti si nota anche nel loro atteggiamento nei confronti del principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si è più volte offerto di guidare la transizione di potere a Teheran. Se lo Stato ebraico si è mostrato particolarmente supportivo verso di lui, Trump, giovedì, ha detto di non essere ancora pronto a riceverlo. Il presidente americano è del resto storicamente scettico nei confronti dei processi di nation building: ragion per cui preferisce usare la pressione per costringere governi avversari a chinare il capo, ricorrendo alla loro decapitazione solo in casi estremi. Netanyahu, dal canto suo, vede lo smantellamento totale del regime khomeinista come una condizione essenziale per la futura sicurezza dello Stato ebraico.
E così, mentre secondo Iran Human Rights sarebbero finora 648 le vittime delle proteste in corso nella Repubblica islamica, cresce la tensione tra l’Ue e Teheran. Il Parlamento europeo ha infatti vietato l’accesso dei diplomatici iraniani nei propri edifici. Dall’altra parte, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha convocato gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, a causa del sostegno che questi Paesi hanno dato alle manifestazioni contro il regime khomeinista. Quanto sta accadendo segna il fallimento della politica estera che la Commissione europea ha portato avanti dal 2015 al 2025, contribuendo a negoziare e sostenendo il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare iraniano firmato ormai undici anni fa. Frattanto, dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024, Mosca teme il crollo dell’altro storico alleato mediorientale. Ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha sentito l’omologo iraniano, criticando quelle che ha definito delle interferenze straniere in seno alla Repubblica islamica.
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