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2022-05-26
Donbass accerchiato e Kiev attacca la Nato
Ansa
Ieri il presidente russo, Vladimir Putin , per la prima volta dall’inizio della guerra si è recato all’ospedale militare centrale Mandrika di Mosca per visitare alcuni dei soldati feriti nella guerra in Ucraina. Una chiara operazione di marketing politico che serve a mostrare il condottiero accanto ai suoi soldati.
Il novantunesimo giorno di guerra si è aperto con un massiccio bombardamento sulla città di Zaporizhia (Ucraina Sudorientale) dove alle prime luci dell’alba cinque missili hanno colpito obiettivi civili, un centro commerciale e un obiettivo definito come strategico. Il bilancio è di un morto, tre feriti e 52 case danneggiate. Sergiy Gaidai, il governatore della regione di Lugansk, ha detto che la città di Severodonetsk è sotto l’incessante attacco di missili, colpi di artiglieria e di mortaio: «L’esercito russo ha inviato migliaia di uomini, ed è ormai troppo tardi per far scappare i 15.000 civili rimasti intrappolati. La nostra situazione è molto difficile, e sta peggiorando. L’esercito russo ha deciso di cancellare la città dalla faccia della Terra». Ora se anche questa città finisse sotto il controllo russo si aprirebbero (almeno in linea teorica) le porte per il totale controllo del Donbass, quindi le regioni di Donetsk e Lugansk che oggi sono l’obiettivo più importante per il Cremlino.
Ma è davvero così? Secondo il generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni che ha una lunga esperienza di servizio in comandi Nato: «Le forze russe hanno probabilmente abbandonato l’idea di effettuare un singolo grande accerchiamento delle forze di Kiev nell’Ucraina orientale e stanno invece tentando di portare a termine accerchiamenti più piccoli, consentendo loro di ottenere progressi visibili e incrementali. Ricordiamoci che Mosca persegue l’obiettivo primario di raggiungere i confini amministrativi degli Oblast di Donetsk e Lugansk». È in quest’ottica che dobbiamo leggere le operazioni volte a isolare le forze ucraine nell’area di Severodonetsk (tra cui Rubizhne e Lysychansk), Bakhmut-Lysychansk, intorno a Zolote (appena a Nordest di Popasna) e intorno alle fortificazioni ucraine in Avdiivka? «Indubbiamente», continua il generale, «i russi stanno facendo maggiori progressi in quest’ultima settimana che nel precedente periodo di maggio, ma al momento è difficile prevedere sviluppi decisivi nella battaglia del Donbass. Come già abbiamo avuto modo di evidenziare nel corso di precedenti interviste i numeri, in termini di forze di manovra, non sono dalla parte di Mosca».
A proposito della zona dove oggi i russi stanno effettuando il maggiore sforzo bellico Boni ha le idee molto chiare: «I russi stanno impiegando forze che hanno dovuto in parte sottrarre da altri settori dell’amplissimo fronte di 480 chilometri sul quale sono impegnati. Quasi certamente dal settore di Izyum, dalle posizioni difensive intorno alla città di Kharkiv, dalla città di Donetsk e dall’area di Zaporizhia. Inoltre, le forze russe dovranno affrontare combattimenti urbani prolungati se circonderanno con successo Severodonetsk, così come in altre grandi città come Bakhmut. Nonostante i russi combattano combinando l’azione delle forze di manovra con il fuoco delle artiglierie e il supporto aereo in maniera più coordinata di quanto abbiano fatto nella prima fase del conflitto rimane il problema, anche questo più volte evidenziato, della mancata realizzazione di una “massa critica” offensiva tale da imprimere un corso decisivo agli eventi».
Nella serata di ieri Andrei Marochko, ufficiale della Milizia popolare della Repubblica di Donetsk, ha dichiarato alla Tass: «Abbiamo chiuso ermeticamente questo insediamento da tre lati. Il movimento da Severodonetsk viene effettuato solo attraverso un unico ponte, che è anche sotto il nostro controllo. Pertanto, al momento possiamo dire che la città di Severodonetsk è in un accerchiamento operativo». Il portavoce del ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, secondo quanto riferito dalla Bbc, durante un briefing ha affermato «che esistono rotte alternative per rifornire le unità ucraine a Severodonetsk, al momento circondata su tre lati dalle forze russe». Secondo il servizio stampa della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino «i russi dopo 91 giorni hanno il pieno controllo del Mar d’Azov, insieme allo Stretto di Kerch, e ora stanno bloccando i nostri porti sul Mar Nero».
Sempre ieri, Petro Andriushchenko, consigliere del sindaco legittimo della città portuale ucraina, oggi sotto il controllo dei russi, citato dall’Ukrainska Pravda ha reso noto che ai cittadini di Mariupol è stata offerta la possibilità di ottenere il passaporto russo con una procedura accelerata, che non prevede più la registrazione intermedia presso le autorità dell’autoproclamata Repubblica separatista filorussa di Donetsk. Grazie a un decreto legge lo stesso principio vale per i residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhia, nel Sudest ucraino. L’Ucraina ha denunciato «la flagrante violazione della sua integrità territoriale» dopo la decisione di Mosca di concedere passaporti russi a cittadini ucraini delle zone occupate del Sud del Paese. Infine, vanno registrate le parole del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che intervenendo al Forum economico di Davos, ha accusato la Nato «di non fare letteralmente nulla per far fronte all’aggressione russa». Questa davvero se la poteva risparmiare.
Svezia-Finlandia, la visita al Sultano non strappa il sì all’entrata nel Patto
Sono iniziati ieri ad Ankara i colloqui tra delegazioni governative di Svezia e Finlandia e il governo turco per tentare di rimuovere il veto all’adesione dei due Paesi scandinavi alla Nato: il primo round si è concluso con un nulla di fatto, ma si registra qualche segnale di apertura.
Ai colloqui, che si svolgono presso il palazzo presidenziale, partecipano il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, e il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal. La delegazione svedese è guidata dal segretario di Stato, Oscar Stenstrom, quella finlandese dal segretario di Stato del ministero degli Esteri, Jukka Salovaara. Ricordiamo che la scorsa settimana, non appena iniziato l’iter di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki, la Turchia ha immediatamente bloccato ogni discussione.
Il primo giorno di colloqui si è concluso con una fumata nera, come ha spiegato ieri sera Ibrahim Kalin, in una conferenza stampa trasmessa dalla tv di Stato Trt alla fine delle consultazioni. Kalin ha aggiunto che il dialogo con i Paesi scandinavi continuerà e che la Turchia chiede loro di fermare il sostegno a gruppi considerati da Ankara terroristici per sostenere la candidatura nella Nato.
Durante i colloqui di ieri, riporta Nova, i delegati turchi hanno riscontrato «un’apertura scandinava sulla rimozione delle sanzioni». Secondo Kalin, «oltre a portare le prove dei crimini di guerra commessi dalle milizie curde in Siria e i loro legami con il Pkk, considerato da Turchia, Usa e Ue un’organizzazione terroristica, abbiamo discusso delle sanzioni che Stoccolma e Helsinki hanno applicato all’industria della difesa turca». Il portavoce di Erdogan ha aggiunto di aver riscontrato su questo argomento «dei segnali di apertura dai nostri interlocutori, il che rimane un primo passo verso serie trattative».
Per quel che riguarda invece la questione delle organizzazioni che Ankara considera terroristiche, la trattativa «non può progredire», ha sottolineato Kalin, «se le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza non vengono affrontate con misure concrete in un determinato lasso di tempo Pkk, Ypg e Pyd sono tutti lo stesso gruppo terroristico».
Erdogan chiede, in cambio dell’ok all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica, che i due Paesi del Nord Europa si impegnino a non fornire più aiuto e ospitalità ai militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, attivo nel Sudest della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, e nel Kurdistan iracheno, e all’Ypg l’Unità di protezione popolare, una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel Nord della Siria. La trattativa potrebbe includere la questione della richiesta di estradizione di protagonisti del Pkk e della organizzazione di Fethullah Gülen, nemico numero uno di Erdogan, residente negli Usa. Tra le richieste di Erdogan c’è anche lo stop all’embargo svedese sulla vendita di armi alla Turchia, imposto dopo un’operazione militare di Ankara contro forze curde nel nord della Siria nel 2019. «I nostri interlocutori», ha sottolineato ancora Kalin, «hanno preso appunti sul processo negoziale e li presenteranno ai loro leader. I nostri contatti continueranno. Continueremo a farlo dopo che avremo visto come risponderanno a queste richieste nei prossimi giorni». La sensazione, dunque, è che un accordo sia a portata di mano, mentre la certezza è che Erdogan cercherà di ottenere il massimo possibile in cambio del suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
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Mentre i russi stringono sotto assedio Severodonetsk, il ministro ucraino Dmytro Kuleba contesta l’Occidente: «Non fa nulla». Mosca intanto facilita la cittadinanza nelle zone occupate. L’Ucraina: «Violazione dell’integrità territoriale». Vladimir Putin visita i soldati feriti.Per l’adesione all’Alleanza atlantica di Svezia e Finlandia Recep Tayyip Erdogan chiede zero aiuti ai curdi e no embargo.Lo speciale contiene due articoli.Ieri il presidente russo, Vladimir Putin , per la prima volta dall’inizio della guerra si è recato all’ospedale militare centrale Mandrika di Mosca per visitare alcuni dei soldati feriti nella guerra in Ucraina. Una chiara operazione di marketing politico che serve a mostrare il condottiero accanto ai suoi soldati. Il novantunesimo giorno di guerra si è aperto con un massiccio bombardamento sulla città di Zaporizhia (Ucraina Sudorientale) dove alle prime luci dell’alba cinque missili hanno colpito obiettivi civili, un centro commerciale e un obiettivo definito come strategico. Il bilancio è di un morto, tre feriti e 52 case danneggiate. Sergiy Gaidai, il governatore della regione di Lugansk, ha detto che la città di Severodonetsk è sotto l’incessante attacco di missili, colpi di artiglieria e di mortaio: «L’esercito russo ha inviato migliaia di uomini, ed è ormai troppo tardi per far scappare i 15.000 civili rimasti intrappolati. La nostra situazione è molto difficile, e sta peggiorando. L’esercito russo ha deciso di cancellare la città dalla faccia della Terra». Ora se anche questa città finisse sotto il controllo russo si aprirebbero (almeno in linea teorica) le porte per il totale controllo del Donbass, quindi le regioni di Donetsk e Lugansk che oggi sono l’obiettivo più importante per il Cremlino. Ma è davvero così? Secondo il generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni che ha una lunga esperienza di servizio in comandi Nato: «Le forze russe hanno probabilmente abbandonato l’idea di effettuare un singolo grande accerchiamento delle forze di Kiev nell’Ucraina orientale e stanno invece tentando di portare a termine accerchiamenti più piccoli, consentendo loro di ottenere progressi visibili e incrementali. Ricordiamoci che Mosca persegue l’obiettivo primario di raggiungere i confini amministrativi degli Oblast di Donetsk e Lugansk». È in quest’ottica che dobbiamo leggere le operazioni volte a isolare le forze ucraine nell’area di Severodonetsk (tra cui Rubizhne e Lysychansk), Bakhmut-Lysychansk, intorno a Zolote (appena a Nordest di Popasna) e intorno alle fortificazioni ucraine in Avdiivka? «Indubbiamente», continua il generale, «i russi stanno facendo maggiori progressi in quest’ultima settimana che nel precedente periodo di maggio, ma al momento è difficile prevedere sviluppi decisivi nella battaglia del Donbass. Come già abbiamo avuto modo di evidenziare nel corso di precedenti interviste i numeri, in termini di forze di manovra, non sono dalla parte di Mosca». A proposito della zona dove oggi i russi stanno effettuando il maggiore sforzo bellico Boni ha le idee molto chiare: «I russi stanno impiegando forze che hanno dovuto in parte sottrarre da altri settori dell’amplissimo fronte di 480 chilometri sul quale sono impegnati. Quasi certamente dal settore di Izyum, dalle posizioni difensive intorno alla città di Kharkiv, dalla città di Donetsk e dall’area di Zaporizhia. Inoltre, le forze russe dovranno affrontare combattimenti urbani prolungati se circonderanno con successo Severodonetsk, così come in altre grandi città come Bakhmut. Nonostante i russi combattano combinando l’azione delle forze di manovra con il fuoco delle artiglierie e il supporto aereo in maniera più coordinata di quanto abbiano fatto nella prima fase del conflitto rimane il problema, anche questo più volte evidenziato, della mancata realizzazione di una “massa critica” offensiva tale da imprimere un corso decisivo agli eventi». Nella serata di ieri Andrei Marochko, ufficiale della Milizia popolare della Repubblica di Donetsk, ha dichiarato alla Tass: «Abbiamo chiuso ermeticamente questo insediamento da tre lati. Il movimento da Severodonetsk viene effettuato solo attraverso un unico ponte, che è anche sotto il nostro controllo. Pertanto, al momento possiamo dire che la città di Severodonetsk è in un accerchiamento operativo». Il portavoce del ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, secondo quanto riferito dalla Bbc, durante un briefing ha affermato «che esistono rotte alternative per rifornire le unità ucraine a Severodonetsk, al momento circondata su tre lati dalle forze russe». Secondo il servizio stampa della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino «i russi dopo 91 giorni hanno il pieno controllo del Mar d’Azov, insieme allo Stretto di Kerch, e ora stanno bloccando i nostri porti sul Mar Nero». Sempre ieri, Petro Andriushchenko, consigliere del sindaco legittimo della città portuale ucraina, oggi sotto il controllo dei russi, citato dall’Ukrainska Pravda ha reso noto che ai cittadini di Mariupol è stata offerta la possibilità di ottenere il passaporto russo con una procedura accelerata, che non prevede più la registrazione intermedia presso le autorità dell’autoproclamata Repubblica separatista filorussa di Donetsk. Grazie a un decreto legge lo stesso principio vale per i residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhia, nel Sudest ucraino. L’Ucraina ha denunciato «la flagrante violazione della sua integrità territoriale» dopo la decisione di Mosca di concedere passaporti russi a cittadini ucraini delle zone occupate del Sud del Paese. Infine, vanno registrate le parole del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che intervenendo al Forum economico di Davos, ha accusato la Nato «di non fare letteralmente nulla per far fronte all’aggressione russa». Questa davvero se la poteva risparmiare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/donbass-accerchiato-kiev-attacca-nato-2657390710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svezia-finlandia-la-visita-al-sultano-non-strappa-il-si-allentrata-nel-patto" data-post-id="2657390710" data-published-at="1653506523" data-use-pagination="False"> Svezia-Finlandia, la visita al Sultano non strappa il sì all’entrata nel Patto Sono iniziati ieri ad Ankara i colloqui tra delegazioni governative di Svezia e Finlandia e il governo turco per tentare di rimuovere il veto all’adesione dei due Paesi scandinavi alla Nato: il primo round si è concluso con un nulla di fatto, ma si registra qualche segnale di apertura. Ai colloqui, che si svolgono presso il palazzo presidenziale, partecipano il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, e il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal. La delegazione svedese è guidata dal segretario di Stato, Oscar Stenstrom, quella finlandese dal segretario di Stato del ministero degli Esteri, Jukka Salovaara. Ricordiamo che la scorsa settimana, non appena iniziato l’iter di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki, la Turchia ha immediatamente bloccato ogni discussione. Il primo giorno di colloqui si è concluso con una fumata nera, come ha spiegato ieri sera Ibrahim Kalin, in una conferenza stampa trasmessa dalla tv di Stato Trt alla fine delle consultazioni. Kalin ha aggiunto che il dialogo con i Paesi scandinavi continuerà e che la Turchia chiede loro di fermare il sostegno a gruppi considerati da Ankara terroristici per sostenere la candidatura nella Nato. Durante i colloqui di ieri, riporta Nova, i delegati turchi hanno riscontrato «un’apertura scandinava sulla rimozione delle sanzioni». Secondo Kalin, «oltre a portare le prove dei crimini di guerra commessi dalle milizie curde in Siria e i loro legami con il Pkk, considerato da Turchia, Usa e Ue un’organizzazione terroristica, abbiamo discusso delle sanzioni che Stoccolma e Helsinki hanno applicato all’industria della difesa turca». Il portavoce di Erdogan ha aggiunto di aver riscontrato su questo argomento «dei segnali di apertura dai nostri interlocutori, il che rimane un primo passo verso serie trattative». Per quel che riguarda invece la questione delle organizzazioni che Ankara considera terroristiche, la trattativa «non può progredire», ha sottolineato Kalin, «se le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza non vengono affrontate con misure concrete in un determinato lasso di tempo Pkk, Ypg e Pyd sono tutti lo stesso gruppo terroristico». Erdogan chiede, in cambio dell’ok all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica, che i due Paesi del Nord Europa si impegnino a non fornire più aiuto e ospitalità ai militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, attivo nel Sudest della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, e nel Kurdistan iracheno, e all’Ypg l’Unità di protezione popolare, una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel Nord della Siria. La trattativa potrebbe includere la questione della richiesta di estradizione di protagonisti del Pkk e della organizzazione di Fethullah Gülen, nemico numero uno di Erdogan, residente negli Usa. Tra le richieste di Erdogan c’è anche lo stop all’embargo svedese sulla vendita di armi alla Turchia, imposto dopo un’operazione militare di Ankara contro forze curde nel nord della Siria nel 2019. «I nostri interlocutori», ha sottolineato ancora Kalin, «hanno preso appunti sul processo negoziale e li presenteranno ai loro leader. I nostri contatti continueranno. Continueremo a farlo dopo che avremo visto come risponderanno a queste richieste nei prossimi giorni». La sensazione, dunque, è che un accordo sia a portata di mano, mentre la certezza è che Erdogan cercherà di ottenere il massimo possibile in cambio del suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
Attimi di panico nei pressi della Casa Bianca: un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service prima di essere ucciso. Ferita gravemente una persona presente nella zona. Giornalisti costretti a interrompere le dirette e a mettersi al riparo.
Momenti di tensione a Washington, nei pressi della Casa Bianca, dove un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service a uno dei checkpoint dell’area di sicurezza. L’aggressore è stato colpito durante lo scontro a fuoco ed è morto poco dopo in ospedale.
Secondo le prime informazioni diffuse dalle autorità, nella sparatoria è rimasta ferita gravemente anche una persona che si trovava casualmente nei dintorni. L’uomo armato, identificato come il 21enne Nasir Best, era già noto agli agenti per precedenti episodi. L’allarme è scattato intorno alle 18.10 locali, mentre alcuni giornalisti stavano effettuando collegamenti in diretta dai giardini della Casa Bianca. Nei video si sentono chiaramente numerosi colpi di arma da fuoco, con i cronisti costretti a interrompere le trasmissioni e a cercare immediatamente riparo all’interno della briefing room.
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Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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