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2022-05-26
Donbass accerchiato e Kiev attacca la Nato
Ansa
Ieri il presidente russo, Vladimir Putin , per la prima volta dall’inizio della guerra si è recato all’ospedale militare centrale Mandrika di Mosca per visitare alcuni dei soldati feriti nella guerra in Ucraina. Una chiara operazione di marketing politico che serve a mostrare il condottiero accanto ai suoi soldati.
Il novantunesimo giorno di guerra si è aperto con un massiccio bombardamento sulla città di Zaporizhia (Ucraina Sudorientale) dove alle prime luci dell’alba cinque missili hanno colpito obiettivi civili, un centro commerciale e un obiettivo definito come strategico. Il bilancio è di un morto, tre feriti e 52 case danneggiate. Sergiy Gaidai, il governatore della regione di Lugansk, ha detto che la città di Severodonetsk è sotto l’incessante attacco di missili, colpi di artiglieria e di mortaio: «L’esercito russo ha inviato migliaia di uomini, ed è ormai troppo tardi per far scappare i 15.000 civili rimasti intrappolati. La nostra situazione è molto difficile, e sta peggiorando. L’esercito russo ha deciso di cancellare la città dalla faccia della Terra». Ora se anche questa città finisse sotto il controllo russo si aprirebbero (almeno in linea teorica) le porte per il totale controllo del Donbass, quindi le regioni di Donetsk e Lugansk che oggi sono l’obiettivo più importante per il Cremlino.
Ma è davvero così? Secondo il generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni che ha una lunga esperienza di servizio in comandi Nato: «Le forze russe hanno probabilmente abbandonato l’idea di effettuare un singolo grande accerchiamento delle forze di Kiev nell’Ucraina orientale e stanno invece tentando di portare a termine accerchiamenti più piccoli, consentendo loro di ottenere progressi visibili e incrementali. Ricordiamoci che Mosca persegue l’obiettivo primario di raggiungere i confini amministrativi degli Oblast di Donetsk e Lugansk». È in quest’ottica che dobbiamo leggere le operazioni volte a isolare le forze ucraine nell’area di Severodonetsk (tra cui Rubizhne e Lysychansk), Bakhmut-Lysychansk, intorno a Zolote (appena a Nordest di Popasna) e intorno alle fortificazioni ucraine in Avdiivka? «Indubbiamente», continua il generale, «i russi stanno facendo maggiori progressi in quest’ultima settimana che nel precedente periodo di maggio, ma al momento è difficile prevedere sviluppi decisivi nella battaglia del Donbass. Come già abbiamo avuto modo di evidenziare nel corso di precedenti interviste i numeri, in termini di forze di manovra, non sono dalla parte di Mosca».
A proposito della zona dove oggi i russi stanno effettuando il maggiore sforzo bellico Boni ha le idee molto chiare: «I russi stanno impiegando forze che hanno dovuto in parte sottrarre da altri settori dell’amplissimo fronte di 480 chilometri sul quale sono impegnati. Quasi certamente dal settore di Izyum, dalle posizioni difensive intorno alla città di Kharkiv, dalla città di Donetsk e dall’area di Zaporizhia. Inoltre, le forze russe dovranno affrontare combattimenti urbani prolungati se circonderanno con successo Severodonetsk, così come in altre grandi città come Bakhmut. Nonostante i russi combattano combinando l’azione delle forze di manovra con il fuoco delle artiglierie e il supporto aereo in maniera più coordinata di quanto abbiano fatto nella prima fase del conflitto rimane il problema, anche questo più volte evidenziato, della mancata realizzazione di una “massa critica” offensiva tale da imprimere un corso decisivo agli eventi».
Nella serata di ieri Andrei Marochko, ufficiale della Milizia popolare della Repubblica di Donetsk, ha dichiarato alla Tass: «Abbiamo chiuso ermeticamente questo insediamento da tre lati. Il movimento da Severodonetsk viene effettuato solo attraverso un unico ponte, che è anche sotto il nostro controllo. Pertanto, al momento possiamo dire che la città di Severodonetsk è in un accerchiamento operativo». Il portavoce del ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, secondo quanto riferito dalla Bbc, durante un briefing ha affermato «che esistono rotte alternative per rifornire le unità ucraine a Severodonetsk, al momento circondata su tre lati dalle forze russe». Secondo il servizio stampa della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino «i russi dopo 91 giorni hanno il pieno controllo del Mar d’Azov, insieme allo Stretto di Kerch, e ora stanno bloccando i nostri porti sul Mar Nero».
Sempre ieri, Petro Andriushchenko, consigliere del sindaco legittimo della città portuale ucraina, oggi sotto il controllo dei russi, citato dall’Ukrainska Pravda ha reso noto che ai cittadini di Mariupol è stata offerta la possibilità di ottenere il passaporto russo con una procedura accelerata, che non prevede più la registrazione intermedia presso le autorità dell’autoproclamata Repubblica separatista filorussa di Donetsk. Grazie a un decreto legge lo stesso principio vale per i residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhia, nel Sudest ucraino. L’Ucraina ha denunciato «la flagrante violazione della sua integrità territoriale» dopo la decisione di Mosca di concedere passaporti russi a cittadini ucraini delle zone occupate del Sud del Paese. Infine, vanno registrate le parole del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che intervenendo al Forum economico di Davos, ha accusato la Nato «di non fare letteralmente nulla per far fronte all’aggressione russa». Questa davvero se la poteva risparmiare.
Svezia-Finlandia, la visita al Sultano non strappa il sì all’entrata nel Patto
Sono iniziati ieri ad Ankara i colloqui tra delegazioni governative di Svezia e Finlandia e il governo turco per tentare di rimuovere il veto all’adesione dei due Paesi scandinavi alla Nato: il primo round si è concluso con un nulla di fatto, ma si registra qualche segnale di apertura.
Ai colloqui, che si svolgono presso il palazzo presidenziale, partecipano il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, e il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal. La delegazione svedese è guidata dal segretario di Stato, Oscar Stenstrom, quella finlandese dal segretario di Stato del ministero degli Esteri, Jukka Salovaara. Ricordiamo che la scorsa settimana, non appena iniziato l’iter di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki, la Turchia ha immediatamente bloccato ogni discussione.
Il primo giorno di colloqui si è concluso con una fumata nera, come ha spiegato ieri sera Ibrahim Kalin, in una conferenza stampa trasmessa dalla tv di Stato Trt alla fine delle consultazioni. Kalin ha aggiunto che il dialogo con i Paesi scandinavi continuerà e che la Turchia chiede loro di fermare il sostegno a gruppi considerati da Ankara terroristici per sostenere la candidatura nella Nato.
Durante i colloqui di ieri, riporta Nova, i delegati turchi hanno riscontrato «un’apertura scandinava sulla rimozione delle sanzioni». Secondo Kalin, «oltre a portare le prove dei crimini di guerra commessi dalle milizie curde in Siria e i loro legami con il Pkk, considerato da Turchia, Usa e Ue un’organizzazione terroristica, abbiamo discusso delle sanzioni che Stoccolma e Helsinki hanno applicato all’industria della difesa turca». Il portavoce di Erdogan ha aggiunto di aver riscontrato su questo argomento «dei segnali di apertura dai nostri interlocutori, il che rimane un primo passo verso serie trattative».
Per quel che riguarda invece la questione delle organizzazioni che Ankara considera terroristiche, la trattativa «non può progredire», ha sottolineato Kalin, «se le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza non vengono affrontate con misure concrete in un determinato lasso di tempo Pkk, Ypg e Pyd sono tutti lo stesso gruppo terroristico».
Erdogan chiede, in cambio dell’ok all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica, che i due Paesi del Nord Europa si impegnino a non fornire più aiuto e ospitalità ai militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, attivo nel Sudest della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, e nel Kurdistan iracheno, e all’Ypg l’Unità di protezione popolare, una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel Nord della Siria. La trattativa potrebbe includere la questione della richiesta di estradizione di protagonisti del Pkk e della organizzazione di Fethullah Gülen, nemico numero uno di Erdogan, residente negli Usa. Tra le richieste di Erdogan c’è anche lo stop all’embargo svedese sulla vendita di armi alla Turchia, imposto dopo un’operazione militare di Ankara contro forze curde nel nord della Siria nel 2019. «I nostri interlocutori», ha sottolineato ancora Kalin, «hanno preso appunti sul processo negoziale e li presenteranno ai loro leader. I nostri contatti continueranno. Continueremo a farlo dopo che avremo visto come risponderanno a queste richieste nei prossimi giorni». La sensazione, dunque, è che un accordo sia a portata di mano, mentre la certezza è che Erdogan cercherà di ottenere il massimo possibile in cambio del suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
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Mentre i russi stringono sotto assedio Severodonetsk, il ministro ucraino Dmytro Kuleba contesta l’Occidente: «Non fa nulla». Mosca intanto facilita la cittadinanza nelle zone occupate. L’Ucraina: «Violazione dell’integrità territoriale». Vladimir Putin visita i soldati feriti.Per l’adesione all’Alleanza atlantica di Svezia e Finlandia Recep Tayyip Erdogan chiede zero aiuti ai curdi e no embargo.Lo speciale contiene due articoli.Ieri il presidente russo, Vladimir Putin , per la prima volta dall’inizio della guerra si è recato all’ospedale militare centrale Mandrika di Mosca per visitare alcuni dei soldati feriti nella guerra in Ucraina. Una chiara operazione di marketing politico che serve a mostrare il condottiero accanto ai suoi soldati. Il novantunesimo giorno di guerra si è aperto con un massiccio bombardamento sulla città di Zaporizhia (Ucraina Sudorientale) dove alle prime luci dell’alba cinque missili hanno colpito obiettivi civili, un centro commerciale e un obiettivo definito come strategico. Il bilancio è di un morto, tre feriti e 52 case danneggiate. Sergiy Gaidai, il governatore della regione di Lugansk, ha detto che la città di Severodonetsk è sotto l’incessante attacco di missili, colpi di artiglieria e di mortaio: «L’esercito russo ha inviato migliaia di uomini, ed è ormai troppo tardi per far scappare i 15.000 civili rimasti intrappolati. La nostra situazione è molto difficile, e sta peggiorando. L’esercito russo ha deciso di cancellare la città dalla faccia della Terra». Ora se anche questa città finisse sotto il controllo russo si aprirebbero (almeno in linea teorica) le porte per il totale controllo del Donbass, quindi le regioni di Donetsk e Lugansk che oggi sono l’obiettivo più importante per il Cremlino. Ma è davvero così? Secondo il generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni che ha una lunga esperienza di servizio in comandi Nato: «Le forze russe hanno probabilmente abbandonato l’idea di effettuare un singolo grande accerchiamento delle forze di Kiev nell’Ucraina orientale e stanno invece tentando di portare a termine accerchiamenti più piccoli, consentendo loro di ottenere progressi visibili e incrementali. Ricordiamoci che Mosca persegue l’obiettivo primario di raggiungere i confini amministrativi degli Oblast di Donetsk e Lugansk». È in quest’ottica che dobbiamo leggere le operazioni volte a isolare le forze ucraine nell’area di Severodonetsk (tra cui Rubizhne e Lysychansk), Bakhmut-Lysychansk, intorno a Zolote (appena a Nordest di Popasna) e intorno alle fortificazioni ucraine in Avdiivka? «Indubbiamente», continua il generale, «i russi stanno facendo maggiori progressi in quest’ultima settimana che nel precedente periodo di maggio, ma al momento è difficile prevedere sviluppi decisivi nella battaglia del Donbass. Come già abbiamo avuto modo di evidenziare nel corso di precedenti interviste i numeri, in termini di forze di manovra, non sono dalla parte di Mosca». A proposito della zona dove oggi i russi stanno effettuando il maggiore sforzo bellico Boni ha le idee molto chiare: «I russi stanno impiegando forze che hanno dovuto in parte sottrarre da altri settori dell’amplissimo fronte di 480 chilometri sul quale sono impegnati. Quasi certamente dal settore di Izyum, dalle posizioni difensive intorno alla città di Kharkiv, dalla città di Donetsk e dall’area di Zaporizhia. Inoltre, le forze russe dovranno affrontare combattimenti urbani prolungati se circonderanno con successo Severodonetsk, così come in altre grandi città come Bakhmut. Nonostante i russi combattano combinando l’azione delle forze di manovra con il fuoco delle artiglierie e il supporto aereo in maniera più coordinata di quanto abbiano fatto nella prima fase del conflitto rimane il problema, anche questo più volte evidenziato, della mancata realizzazione di una “massa critica” offensiva tale da imprimere un corso decisivo agli eventi». Nella serata di ieri Andrei Marochko, ufficiale della Milizia popolare della Repubblica di Donetsk, ha dichiarato alla Tass: «Abbiamo chiuso ermeticamente questo insediamento da tre lati. Il movimento da Severodonetsk viene effettuato solo attraverso un unico ponte, che è anche sotto il nostro controllo. Pertanto, al momento possiamo dire che la città di Severodonetsk è in un accerchiamento operativo». Il portavoce del ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, secondo quanto riferito dalla Bbc, durante un briefing ha affermato «che esistono rotte alternative per rifornire le unità ucraine a Severodonetsk, al momento circondata su tre lati dalle forze russe». Secondo il servizio stampa della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino «i russi dopo 91 giorni hanno il pieno controllo del Mar d’Azov, insieme allo Stretto di Kerch, e ora stanno bloccando i nostri porti sul Mar Nero». Sempre ieri, Petro Andriushchenko, consigliere del sindaco legittimo della città portuale ucraina, oggi sotto il controllo dei russi, citato dall’Ukrainska Pravda ha reso noto che ai cittadini di Mariupol è stata offerta la possibilità di ottenere il passaporto russo con una procedura accelerata, che non prevede più la registrazione intermedia presso le autorità dell’autoproclamata Repubblica separatista filorussa di Donetsk. Grazie a un decreto legge lo stesso principio vale per i residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhia, nel Sudest ucraino. L’Ucraina ha denunciato «la flagrante violazione della sua integrità territoriale» dopo la decisione di Mosca di concedere passaporti russi a cittadini ucraini delle zone occupate del Sud del Paese. Infine, vanno registrate le parole del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che intervenendo al Forum economico di Davos, ha accusato la Nato «di non fare letteralmente nulla per far fronte all’aggressione russa». Questa davvero se la poteva risparmiare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/donbass-accerchiato-kiev-attacca-nato-2657390710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svezia-finlandia-la-visita-al-sultano-non-strappa-il-si-allentrata-nel-patto" data-post-id="2657390710" data-published-at="1653506523" data-use-pagination="False"> Svezia-Finlandia, la visita al Sultano non strappa il sì all’entrata nel Patto Sono iniziati ieri ad Ankara i colloqui tra delegazioni governative di Svezia e Finlandia e il governo turco per tentare di rimuovere il veto all’adesione dei due Paesi scandinavi alla Nato: il primo round si è concluso con un nulla di fatto, ma si registra qualche segnale di apertura. Ai colloqui, che si svolgono presso il palazzo presidenziale, partecipano il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, e il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal. La delegazione svedese è guidata dal segretario di Stato, Oscar Stenstrom, quella finlandese dal segretario di Stato del ministero degli Esteri, Jukka Salovaara. Ricordiamo che la scorsa settimana, non appena iniziato l’iter di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki, la Turchia ha immediatamente bloccato ogni discussione. Il primo giorno di colloqui si è concluso con una fumata nera, come ha spiegato ieri sera Ibrahim Kalin, in una conferenza stampa trasmessa dalla tv di Stato Trt alla fine delle consultazioni. Kalin ha aggiunto che il dialogo con i Paesi scandinavi continuerà e che la Turchia chiede loro di fermare il sostegno a gruppi considerati da Ankara terroristici per sostenere la candidatura nella Nato. Durante i colloqui di ieri, riporta Nova, i delegati turchi hanno riscontrato «un’apertura scandinava sulla rimozione delle sanzioni». Secondo Kalin, «oltre a portare le prove dei crimini di guerra commessi dalle milizie curde in Siria e i loro legami con il Pkk, considerato da Turchia, Usa e Ue un’organizzazione terroristica, abbiamo discusso delle sanzioni che Stoccolma e Helsinki hanno applicato all’industria della difesa turca». Il portavoce di Erdogan ha aggiunto di aver riscontrato su questo argomento «dei segnali di apertura dai nostri interlocutori, il che rimane un primo passo verso serie trattative». Per quel che riguarda invece la questione delle organizzazioni che Ankara considera terroristiche, la trattativa «non può progredire», ha sottolineato Kalin, «se le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza non vengono affrontate con misure concrete in un determinato lasso di tempo Pkk, Ypg e Pyd sono tutti lo stesso gruppo terroristico». Erdogan chiede, in cambio dell’ok all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica, che i due Paesi del Nord Europa si impegnino a non fornire più aiuto e ospitalità ai militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, attivo nel Sudest della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, e nel Kurdistan iracheno, e all’Ypg l’Unità di protezione popolare, una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel Nord della Siria. La trattativa potrebbe includere la questione della richiesta di estradizione di protagonisti del Pkk e della organizzazione di Fethullah Gülen, nemico numero uno di Erdogan, residente negli Usa. Tra le richieste di Erdogan c’è anche lo stop all’embargo svedese sulla vendita di armi alla Turchia, imposto dopo un’operazione militare di Ankara contro forze curde nel nord della Siria nel 2019. «I nostri interlocutori», ha sottolineato ancora Kalin, «hanno preso appunti sul processo negoziale e li presenteranno ai loro leader. I nostri contatti continueranno. Continueremo a farlo dopo che avremo visto come risponderanno a queste richieste nei prossimi giorni». La sensazione, dunque, è che un accordo sia a portata di mano, mentre la certezza è che Erdogan cercherà di ottenere il massimo possibile in cambio del suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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