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2022-05-26
Donbass accerchiato e Kiev attacca la Nato
Ansa
Ieri il presidente russo, Vladimir Putin , per la prima volta dall’inizio della guerra si è recato all’ospedale militare centrale Mandrika di Mosca per visitare alcuni dei soldati feriti nella guerra in Ucraina. Una chiara operazione di marketing politico che serve a mostrare il condottiero accanto ai suoi soldati.
Il novantunesimo giorno di guerra si è aperto con un massiccio bombardamento sulla città di Zaporizhia (Ucraina Sudorientale) dove alle prime luci dell’alba cinque missili hanno colpito obiettivi civili, un centro commerciale e un obiettivo definito come strategico. Il bilancio è di un morto, tre feriti e 52 case danneggiate. Sergiy Gaidai, il governatore della regione di Lugansk, ha detto che la città di Severodonetsk è sotto l’incessante attacco di missili, colpi di artiglieria e di mortaio: «L’esercito russo ha inviato migliaia di uomini, ed è ormai troppo tardi per far scappare i 15.000 civili rimasti intrappolati. La nostra situazione è molto difficile, e sta peggiorando. L’esercito russo ha deciso di cancellare la città dalla faccia della Terra». Ora se anche questa città finisse sotto il controllo russo si aprirebbero (almeno in linea teorica) le porte per il totale controllo del Donbass, quindi le regioni di Donetsk e Lugansk che oggi sono l’obiettivo più importante per il Cremlino.
Ma è davvero così? Secondo il generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni che ha una lunga esperienza di servizio in comandi Nato: «Le forze russe hanno probabilmente abbandonato l’idea di effettuare un singolo grande accerchiamento delle forze di Kiev nell’Ucraina orientale e stanno invece tentando di portare a termine accerchiamenti più piccoli, consentendo loro di ottenere progressi visibili e incrementali. Ricordiamoci che Mosca persegue l’obiettivo primario di raggiungere i confini amministrativi degli Oblast di Donetsk e Lugansk». È in quest’ottica che dobbiamo leggere le operazioni volte a isolare le forze ucraine nell’area di Severodonetsk (tra cui Rubizhne e Lysychansk), Bakhmut-Lysychansk, intorno a Zolote (appena a Nordest di Popasna) e intorno alle fortificazioni ucraine in Avdiivka? «Indubbiamente», continua il generale, «i russi stanno facendo maggiori progressi in quest’ultima settimana che nel precedente periodo di maggio, ma al momento è difficile prevedere sviluppi decisivi nella battaglia del Donbass. Come già abbiamo avuto modo di evidenziare nel corso di precedenti interviste i numeri, in termini di forze di manovra, non sono dalla parte di Mosca».
A proposito della zona dove oggi i russi stanno effettuando il maggiore sforzo bellico Boni ha le idee molto chiare: «I russi stanno impiegando forze che hanno dovuto in parte sottrarre da altri settori dell’amplissimo fronte di 480 chilometri sul quale sono impegnati. Quasi certamente dal settore di Izyum, dalle posizioni difensive intorno alla città di Kharkiv, dalla città di Donetsk e dall’area di Zaporizhia. Inoltre, le forze russe dovranno affrontare combattimenti urbani prolungati se circonderanno con successo Severodonetsk, così come in altre grandi città come Bakhmut. Nonostante i russi combattano combinando l’azione delle forze di manovra con il fuoco delle artiglierie e il supporto aereo in maniera più coordinata di quanto abbiano fatto nella prima fase del conflitto rimane il problema, anche questo più volte evidenziato, della mancata realizzazione di una “massa critica” offensiva tale da imprimere un corso decisivo agli eventi».
Nella serata di ieri Andrei Marochko, ufficiale della Milizia popolare della Repubblica di Donetsk, ha dichiarato alla Tass: «Abbiamo chiuso ermeticamente questo insediamento da tre lati. Il movimento da Severodonetsk viene effettuato solo attraverso un unico ponte, che è anche sotto il nostro controllo. Pertanto, al momento possiamo dire che la città di Severodonetsk è in un accerchiamento operativo». Il portavoce del ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, secondo quanto riferito dalla Bbc, durante un briefing ha affermato «che esistono rotte alternative per rifornire le unità ucraine a Severodonetsk, al momento circondata su tre lati dalle forze russe». Secondo il servizio stampa della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino «i russi dopo 91 giorni hanno il pieno controllo del Mar d’Azov, insieme allo Stretto di Kerch, e ora stanno bloccando i nostri porti sul Mar Nero».
Sempre ieri, Petro Andriushchenko, consigliere del sindaco legittimo della città portuale ucraina, oggi sotto il controllo dei russi, citato dall’Ukrainska Pravda ha reso noto che ai cittadini di Mariupol è stata offerta la possibilità di ottenere il passaporto russo con una procedura accelerata, che non prevede più la registrazione intermedia presso le autorità dell’autoproclamata Repubblica separatista filorussa di Donetsk. Grazie a un decreto legge lo stesso principio vale per i residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhia, nel Sudest ucraino. L’Ucraina ha denunciato «la flagrante violazione della sua integrità territoriale» dopo la decisione di Mosca di concedere passaporti russi a cittadini ucraini delle zone occupate del Sud del Paese. Infine, vanno registrate le parole del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che intervenendo al Forum economico di Davos, ha accusato la Nato «di non fare letteralmente nulla per far fronte all’aggressione russa». Questa davvero se la poteva risparmiare.
Svezia-Finlandia, la visita al Sultano non strappa il sì all’entrata nel Patto
Sono iniziati ieri ad Ankara i colloqui tra delegazioni governative di Svezia e Finlandia e il governo turco per tentare di rimuovere il veto all’adesione dei due Paesi scandinavi alla Nato: il primo round si è concluso con un nulla di fatto, ma si registra qualche segnale di apertura.
Ai colloqui, che si svolgono presso il palazzo presidenziale, partecipano il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, e il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal. La delegazione svedese è guidata dal segretario di Stato, Oscar Stenstrom, quella finlandese dal segretario di Stato del ministero degli Esteri, Jukka Salovaara. Ricordiamo che la scorsa settimana, non appena iniziato l’iter di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki, la Turchia ha immediatamente bloccato ogni discussione.
Il primo giorno di colloqui si è concluso con una fumata nera, come ha spiegato ieri sera Ibrahim Kalin, in una conferenza stampa trasmessa dalla tv di Stato Trt alla fine delle consultazioni. Kalin ha aggiunto che il dialogo con i Paesi scandinavi continuerà e che la Turchia chiede loro di fermare il sostegno a gruppi considerati da Ankara terroristici per sostenere la candidatura nella Nato.
Durante i colloqui di ieri, riporta Nova, i delegati turchi hanno riscontrato «un’apertura scandinava sulla rimozione delle sanzioni». Secondo Kalin, «oltre a portare le prove dei crimini di guerra commessi dalle milizie curde in Siria e i loro legami con il Pkk, considerato da Turchia, Usa e Ue un’organizzazione terroristica, abbiamo discusso delle sanzioni che Stoccolma e Helsinki hanno applicato all’industria della difesa turca». Il portavoce di Erdogan ha aggiunto di aver riscontrato su questo argomento «dei segnali di apertura dai nostri interlocutori, il che rimane un primo passo verso serie trattative».
Per quel che riguarda invece la questione delle organizzazioni che Ankara considera terroristiche, la trattativa «non può progredire», ha sottolineato Kalin, «se le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza non vengono affrontate con misure concrete in un determinato lasso di tempo Pkk, Ypg e Pyd sono tutti lo stesso gruppo terroristico».
Erdogan chiede, in cambio dell’ok all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica, che i due Paesi del Nord Europa si impegnino a non fornire più aiuto e ospitalità ai militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, attivo nel Sudest della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, e nel Kurdistan iracheno, e all’Ypg l’Unità di protezione popolare, una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel Nord della Siria. La trattativa potrebbe includere la questione della richiesta di estradizione di protagonisti del Pkk e della organizzazione di Fethullah Gülen, nemico numero uno di Erdogan, residente negli Usa. Tra le richieste di Erdogan c’è anche lo stop all’embargo svedese sulla vendita di armi alla Turchia, imposto dopo un’operazione militare di Ankara contro forze curde nel nord della Siria nel 2019. «I nostri interlocutori», ha sottolineato ancora Kalin, «hanno preso appunti sul processo negoziale e li presenteranno ai loro leader. I nostri contatti continueranno. Continueremo a farlo dopo che avremo visto come risponderanno a queste richieste nei prossimi giorni». La sensazione, dunque, è che un accordo sia a portata di mano, mentre la certezza è che Erdogan cercherà di ottenere il massimo possibile in cambio del suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
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Mentre i russi stringono sotto assedio Severodonetsk, il ministro ucraino Dmytro Kuleba contesta l’Occidente: «Non fa nulla». Mosca intanto facilita la cittadinanza nelle zone occupate. L’Ucraina: «Violazione dell’integrità territoriale». Vladimir Putin visita i soldati feriti.Per l’adesione all’Alleanza atlantica di Svezia e Finlandia Recep Tayyip Erdogan chiede zero aiuti ai curdi e no embargo.Lo speciale contiene due articoli.Ieri il presidente russo, Vladimir Putin , per la prima volta dall’inizio della guerra si è recato all’ospedale militare centrale Mandrika di Mosca per visitare alcuni dei soldati feriti nella guerra in Ucraina. Una chiara operazione di marketing politico che serve a mostrare il condottiero accanto ai suoi soldati. Il novantunesimo giorno di guerra si è aperto con un massiccio bombardamento sulla città di Zaporizhia (Ucraina Sudorientale) dove alle prime luci dell’alba cinque missili hanno colpito obiettivi civili, un centro commerciale e un obiettivo definito come strategico. Il bilancio è di un morto, tre feriti e 52 case danneggiate. Sergiy Gaidai, il governatore della regione di Lugansk, ha detto che la città di Severodonetsk è sotto l’incessante attacco di missili, colpi di artiglieria e di mortaio: «L’esercito russo ha inviato migliaia di uomini, ed è ormai troppo tardi per far scappare i 15.000 civili rimasti intrappolati. La nostra situazione è molto difficile, e sta peggiorando. L’esercito russo ha deciso di cancellare la città dalla faccia della Terra». Ora se anche questa città finisse sotto il controllo russo si aprirebbero (almeno in linea teorica) le porte per il totale controllo del Donbass, quindi le regioni di Donetsk e Lugansk che oggi sono l’obiettivo più importante per il Cremlino. Ma è davvero così? Secondo il generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni che ha una lunga esperienza di servizio in comandi Nato: «Le forze russe hanno probabilmente abbandonato l’idea di effettuare un singolo grande accerchiamento delle forze di Kiev nell’Ucraina orientale e stanno invece tentando di portare a termine accerchiamenti più piccoli, consentendo loro di ottenere progressi visibili e incrementali. Ricordiamoci che Mosca persegue l’obiettivo primario di raggiungere i confini amministrativi degli Oblast di Donetsk e Lugansk». È in quest’ottica che dobbiamo leggere le operazioni volte a isolare le forze ucraine nell’area di Severodonetsk (tra cui Rubizhne e Lysychansk), Bakhmut-Lysychansk, intorno a Zolote (appena a Nordest di Popasna) e intorno alle fortificazioni ucraine in Avdiivka? «Indubbiamente», continua il generale, «i russi stanno facendo maggiori progressi in quest’ultima settimana che nel precedente periodo di maggio, ma al momento è difficile prevedere sviluppi decisivi nella battaglia del Donbass. Come già abbiamo avuto modo di evidenziare nel corso di precedenti interviste i numeri, in termini di forze di manovra, non sono dalla parte di Mosca». A proposito della zona dove oggi i russi stanno effettuando il maggiore sforzo bellico Boni ha le idee molto chiare: «I russi stanno impiegando forze che hanno dovuto in parte sottrarre da altri settori dell’amplissimo fronte di 480 chilometri sul quale sono impegnati. Quasi certamente dal settore di Izyum, dalle posizioni difensive intorno alla città di Kharkiv, dalla città di Donetsk e dall’area di Zaporizhia. Inoltre, le forze russe dovranno affrontare combattimenti urbani prolungati se circonderanno con successo Severodonetsk, così come in altre grandi città come Bakhmut. Nonostante i russi combattano combinando l’azione delle forze di manovra con il fuoco delle artiglierie e il supporto aereo in maniera più coordinata di quanto abbiano fatto nella prima fase del conflitto rimane il problema, anche questo più volte evidenziato, della mancata realizzazione di una “massa critica” offensiva tale da imprimere un corso decisivo agli eventi». Nella serata di ieri Andrei Marochko, ufficiale della Milizia popolare della Repubblica di Donetsk, ha dichiarato alla Tass: «Abbiamo chiuso ermeticamente questo insediamento da tre lati. Il movimento da Severodonetsk viene effettuato solo attraverso un unico ponte, che è anche sotto il nostro controllo. Pertanto, al momento possiamo dire che la città di Severodonetsk è in un accerchiamento operativo». Il portavoce del ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, secondo quanto riferito dalla Bbc, durante un briefing ha affermato «che esistono rotte alternative per rifornire le unità ucraine a Severodonetsk, al momento circondata su tre lati dalle forze russe». Secondo il servizio stampa della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino «i russi dopo 91 giorni hanno il pieno controllo del Mar d’Azov, insieme allo Stretto di Kerch, e ora stanno bloccando i nostri porti sul Mar Nero». Sempre ieri, Petro Andriushchenko, consigliere del sindaco legittimo della città portuale ucraina, oggi sotto il controllo dei russi, citato dall’Ukrainska Pravda ha reso noto che ai cittadini di Mariupol è stata offerta la possibilità di ottenere il passaporto russo con una procedura accelerata, che non prevede più la registrazione intermedia presso le autorità dell’autoproclamata Repubblica separatista filorussa di Donetsk. Grazie a un decreto legge lo stesso principio vale per i residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhia, nel Sudest ucraino. L’Ucraina ha denunciato «la flagrante violazione della sua integrità territoriale» dopo la decisione di Mosca di concedere passaporti russi a cittadini ucraini delle zone occupate del Sud del Paese. Infine, vanno registrate le parole del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che intervenendo al Forum economico di Davos, ha accusato la Nato «di non fare letteralmente nulla per far fronte all’aggressione russa». 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La delegazione svedese è guidata dal segretario di Stato, Oscar Stenstrom, quella finlandese dal segretario di Stato del ministero degli Esteri, Jukka Salovaara. Ricordiamo che la scorsa settimana, non appena iniziato l’iter di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki, la Turchia ha immediatamente bloccato ogni discussione. Il primo giorno di colloqui si è concluso con una fumata nera, come ha spiegato ieri sera Ibrahim Kalin, in una conferenza stampa trasmessa dalla tv di Stato Trt alla fine delle consultazioni. Kalin ha aggiunto che il dialogo con i Paesi scandinavi continuerà e che la Turchia chiede loro di fermare il sostegno a gruppi considerati da Ankara terroristici per sostenere la candidatura nella Nato. Durante i colloqui di ieri, riporta Nova, i delegati turchi hanno riscontrato «un’apertura scandinava sulla rimozione delle sanzioni». Secondo Kalin, «oltre a portare le prove dei crimini di guerra commessi dalle milizie curde in Siria e i loro legami con il Pkk, considerato da Turchia, Usa e Ue un’organizzazione terroristica, abbiamo discusso delle sanzioni che Stoccolma e Helsinki hanno applicato all’industria della difesa turca». Il portavoce di Erdogan ha aggiunto di aver riscontrato su questo argomento «dei segnali di apertura dai nostri interlocutori, il che rimane un primo passo verso serie trattative». Per quel che riguarda invece la questione delle organizzazioni che Ankara considera terroristiche, la trattativa «non può progredire», ha sottolineato Kalin, «se le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza non vengono affrontate con misure concrete in un determinato lasso di tempo Pkk, Ypg e Pyd sono tutti lo stesso gruppo terroristico». Erdogan chiede, in cambio dell’ok all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica, che i due Paesi del Nord Europa si impegnino a non fornire più aiuto e ospitalità ai militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, attivo nel Sudest della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, e nel Kurdistan iracheno, e all’Ypg l’Unità di protezione popolare, una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel Nord della Siria. La trattativa potrebbe includere la questione della richiesta di estradizione di protagonisti del Pkk e della organizzazione di Fethullah Gülen, nemico numero uno di Erdogan, residente negli Usa. Tra le richieste di Erdogan c’è anche lo stop all’embargo svedese sulla vendita di armi alla Turchia, imposto dopo un’operazione militare di Ankara contro forze curde nel nord della Siria nel 2019. «I nostri interlocutori», ha sottolineato ancora Kalin, «hanno preso appunti sul processo negoziale e li presenteranno ai loro leader. I nostri contatti continueranno. Continueremo a farlo dopo che avremo visto come risponderanno a queste richieste nei prossimi giorni». La sensazione, dunque, è che un accordo sia a portata di mano, mentre la certezza è che Erdogan cercherà di ottenere il massimo possibile in cambio del suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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