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2022-05-26
Donbass accerchiato e Kiev attacca la Nato
Ansa
Ieri il presidente russo, Vladimir Putin , per la prima volta dall’inizio della guerra si è recato all’ospedale militare centrale Mandrika di Mosca per visitare alcuni dei soldati feriti nella guerra in Ucraina. Una chiara operazione di marketing politico che serve a mostrare il condottiero accanto ai suoi soldati.
Il novantunesimo giorno di guerra si è aperto con un massiccio bombardamento sulla città di Zaporizhia (Ucraina Sudorientale) dove alle prime luci dell’alba cinque missili hanno colpito obiettivi civili, un centro commerciale e un obiettivo definito come strategico. Il bilancio è di un morto, tre feriti e 52 case danneggiate. Sergiy Gaidai, il governatore della regione di Lugansk, ha detto che la città di Severodonetsk è sotto l’incessante attacco di missili, colpi di artiglieria e di mortaio: «L’esercito russo ha inviato migliaia di uomini, ed è ormai troppo tardi per far scappare i 15.000 civili rimasti intrappolati. La nostra situazione è molto difficile, e sta peggiorando. L’esercito russo ha deciso di cancellare la città dalla faccia della Terra». Ora se anche questa città finisse sotto il controllo russo si aprirebbero (almeno in linea teorica) le porte per il totale controllo del Donbass, quindi le regioni di Donetsk e Lugansk che oggi sono l’obiettivo più importante per il Cremlino.
Ma è davvero così? Secondo il generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni che ha una lunga esperienza di servizio in comandi Nato: «Le forze russe hanno probabilmente abbandonato l’idea di effettuare un singolo grande accerchiamento delle forze di Kiev nell’Ucraina orientale e stanno invece tentando di portare a termine accerchiamenti più piccoli, consentendo loro di ottenere progressi visibili e incrementali. Ricordiamoci che Mosca persegue l’obiettivo primario di raggiungere i confini amministrativi degli Oblast di Donetsk e Lugansk». È in quest’ottica che dobbiamo leggere le operazioni volte a isolare le forze ucraine nell’area di Severodonetsk (tra cui Rubizhne e Lysychansk), Bakhmut-Lysychansk, intorno a Zolote (appena a Nordest di Popasna) e intorno alle fortificazioni ucraine in Avdiivka? «Indubbiamente», continua il generale, «i russi stanno facendo maggiori progressi in quest’ultima settimana che nel precedente periodo di maggio, ma al momento è difficile prevedere sviluppi decisivi nella battaglia del Donbass. Come già abbiamo avuto modo di evidenziare nel corso di precedenti interviste i numeri, in termini di forze di manovra, non sono dalla parte di Mosca».
A proposito della zona dove oggi i russi stanno effettuando il maggiore sforzo bellico Boni ha le idee molto chiare: «I russi stanno impiegando forze che hanno dovuto in parte sottrarre da altri settori dell’amplissimo fronte di 480 chilometri sul quale sono impegnati. Quasi certamente dal settore di Izyum, dalle posizioni difensive intorno alla città di Kharkiv, dalla città di Donetsk e dall’area di Zaporizhia. Inoltre, le forze russe dovranno affrontare combattimenti urbani prolungati se circonderanno con successo Severodonetsk, così come in altre grandi città come Bakhmut. Nonostante i russi combattano combinando l’azione delle forze di manovra con il fuoco delle artiglierie e il supporto aereo in maniera più coordinata di quanto abbiano fatto nella prima fase del conflitto rimane il problema, anche questo più volte evidenziato, della mancata realizzazione di una “massa critica” offensiva tale da imprimere un corso decisivo agli eventi».
Nella serata di ieri Andrei Marochko, ufficiale della Milizia popolare della Repubblica di Donetsk, ha dichiarato alla Tass: «Abbiamo chiuso ermeticamente questo insediamento da tre lati. Il movimento da Severodonetsk viene effettuato solo attraverso un unico ponte, che è anche sotto il nostro controllo. Pertanto, al momento possiamo dire che la città di Severodonetsk è in un accerchiamento operativo». Il portavoce del ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, secondo quanto riferito dalla Bbc, durante un briefing ha affermato «che esistono rotte alternative per rifornire le unità ucraine a Severodonetsk, al momento circondata su tre lati dalle forze russe». Secondo il servizio stampa della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino «i russi dopo 91 giorni hanno il pieno controllo del Mar d’Azov, insieme allo Stretto di Kerch, e ora stanno bloccando i nostri porti sul Mar Nero».
Sempre ieri, Petro Andriushchenko, consigliere del sindaco legittimo della città portuale ucraina, oggi sotto il controllo dei russi, citato dall’Ukrainska Pravda ha reso noto che ai cittadini di Mariupol è stata offerta la possibilità di ottenere il passaporto russo con una procedura accelerata, che non prevede più la registrazione intermedia presso le autorità dell’autoproclamata Repubblica separatista filorussa di Donetsk. Grazie a un decreto legge lo stesso principio vale per i residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhia, nel Sudest ucraino. L’Ucraina ha denunciato «la flagrante violazione della sua integrità territoriale» dopo la decisione di Mosca di concedere passaporti russi a cittadini ucraini delle zone occupate del Sud del Paese. Infine, vanno registrate le parole del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che intervenendo al Forum economico di Davos, ha accusato la Nato «di non fare letteralmente nulla per far fronte all’aggressione russa». Questa davvero se la poteva risparmiare.
Svezia-Finlandia, la visita al Sultano non strappa il sì all’entrata nel Patto
Sono iniziati ieri ad Ankara i colloqui tra delegazioni governative di Svezia e Finlandia e il governo turco per tentare di rimuovere il veto all’adesione dei due Paesi scandinavi alla Nato: il primo round si è concluso con un nulla di fatto, ma si registra qualche segnale di apertura.
Ai colloqui, che si svolgono presso il palazzo presidenziale, partecipano il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, e il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal. La delegazione svedese è guidata dal segretario di Stato, Oscar Stenstrom, quella finlandese dal segretario di Stato del ministero degli Esteri, Jukka Salovaara. Ricordiamo che la scorsa settimana, non appena iniziato l’iter di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki, la Turchia ha immediatamente bloccato ogni discussione.
Il primo giorno di colloqui si è concluso con una fumata nera, come ha spiegato ieri sera Ibrahim Kalin, in una conferenza stampa trasmessa dalla tv di Stato Trt alla fine delle consultazioni. Kalin ha aggiunto che il dialogo con i Paesi scandinavi continuerà e che la Turchia chiede loro di fermare il sostegno a gruppi considerati da Ankara terroristici per sostenere la candidatura nella Nato.
Durante i colloqui di ieri, riporta Nova, i delegati turchi hanno riscontrato «un’apertura scandinava sulla rimozione delle sanzioni». Secondo Kalin, «oltre a portare le prove dei crimini di guerra commessi dalle milizie curde in Siria e i loro legami con il Pkk, considerato da Turchia, Usa e Ue un’organizzazione terroristica, abbiamo discusso delle sanzioni che Stoccolma e Helsinki hanno applicato all’industria della difesa turca». Il portavoce di Erdogan ha aggiunto di aver riscontrato su questo argomento «dei segnali di apertura dai nostri interlocutori, il che rimane un primo passo verso serie trattative».
Per quel che riguarda invece la questione delle organizzazioni che Ankara considera terroristiche, la trattativa «non può progredire», ha sottolineato Kalin, «se le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza non vengono affrontate con misure concrete in un determinato lasso di tempo Pkk, Ypg e Pyd sono tutti lo stesso gruppo terroristico».
Erdogan chiede, in cambio dell’ok all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica, che i due Paesi del Nord Europa si impegnino a non fornire più aiuto e ospitalità ai militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, attivo nel Sudest della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, e nel Kurdistan iracheno, e all’Ypg l’Unità di protezione popolare, una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel Nord della Siria. La trattativa potrebbe includere la questione della richiesta di estradizione di protagonisti del Pkk e della organizzazione di Fethullah Gülen, nemico numero uno di Erdogan, residente negli Usa. Tra le richieste di Erdogan c’è anche lo stop all’embargo svedese sulla vendita di armi alla Turchia, imposto dopo un’operazione militare di Ankara contro forze curde nel nord della Siria nel 2019. «I nostri interlocutori», ha sottolineato ancora Kalin, «hanno preso appunti sul processo negoziale e li presenteranno ai loro leader. I nostri contatti continueranno. Continueremo a farlo dopo che avremo visto come risponderanno a queste richieste nei prossimi giorni». La sensazione, dunque, è che un accordo sia a portata di mano, mentre la certezza è che Erdogan cercherà di ottenere il massimo possibile in cambio del suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
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Mentre i russi stringono sotto assedio Severodonetsk, il ministro ucraino Dmytro Kuleba contesta l’Occidente: «Non fa nulla». Mosca intanto facilita la cittadinanza nelle zone occupate. L’Ucraina: «Violazione dell’integrità territoriale». Vladimir Putin visita i soldati feriti.Per l’adesione all’Alleanza atlantica di Svezia e Finlandia Recep Tayyip Erdogan chiede zero aiuti ai curdi e no embargo.Lo speciale contiene due articoli.Ieri il presidente russo, Vladimir Putin , per la prima volta dall’inizio della guerra si è recato all’ospedale militare centrale Mandrika di Mosca per visitare alcuni dei soldati feriti nella guerra in Ucraina. Una chiara operazione di marketing politico che serve a mostrare il condottiero accanto ai suoi soldati. Il novantunesimo giorno di guerra si è aperto con un massiccio bombardamento sulla città di Zaporizhia (Ucraina Sudorientale) dove alle prime luci dell’alba cinque missili hanno colpito obiettivi civili, un centro commerciale e un obiettivo definito come strategico. Il bilancio è di un morto, tre feriti e 52 case danneggiate. Sergiy Gaidai, il governatore della regione di Lugansk, ha detto che la città di Severodonetsk è sotto l’incessante attacco di missili, colpi di artiglieria e di mortaio: «L’esercito russo ha inviato migliaia di uomini, ed è ormai troppo tardi per far scappare i 15.000 civili rimasti intrappolati. La nostra situazione è molto difficile, e sta peggiorando. L’esercito russo ha deciso di cancellare la città dalla faccia della Terra». Ora se anche questa città finisse sotto il controllo russo si aprirebbero (almeno in linea teorica) le porte per il totale controllo del Donbass, quindi le regioni di Donetsk e Lugansk che oggi sono l’obiettivo più importante per il Cremlino. Ma è davvero così? Secondo il generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni che ha una lunga esperienza di servizio in comandi Nato: «Le forze russe hanno probabilmente abbandonato l’idea di effettuare un singolo grande accerchiamento delle forze di Kiev nell’Ucraina orientale e stanno invece tentando di portare a termine accerchiamenti più piccoli, consentendo loro di ottenere progressi visibili e incrementali. Ricordiamoci che Mosca persegue l’obiettivo primario di raggiungere i confini amministrativi degli Oblast di Donetsk e Lugansk». È in quest’ottica che dobbiamo leggere le operazioni volte a isolare le forze ucraine nell’area di Severodonetsk (tra cui Rubizhne e Lysychansk), Bakhmut-Lysychansk, intorno a Zolote (appena a Nordest di Popasna) e intorno alle fortificazioni ucraine in Avdiivka? «Indubbiamente», continua il generale, «i russi stanno facendo maggiori progressi in quest’ultima settimana che nel precedente periodo di maggio, ma al momento è difficile prevedere sviluppi decisivi nella battaglia del Donbass. Come già abbiamo avuto modo di evidenziare nel corso di precedenti interviste i numeri, in termini di forze di manovra, non sono dalla parte di Mosca». A proposito della zona dove oggi i russi stanno effettuando il maggiore sforzo bellico Boni ha le idee molto chiare: «I russi stanno impiegando forze che hanno dovuto in parte sottrarre da altri settori dell’amplissimo fronte di 480 chilometri sul quale sono impegnati. Quasi certamente dal settore di Izyum, dalle posizioni difensive intorno alla città di Kharkiv, dalla città di Donetsk e dall’area di Zaporizhia. Inoltre, le forze russe dovranno affrontare combattimenti urbani prolungati se circonderanno con successo Severodonetsk, così come in altre grandi città come Bakhmut. Nonostante i russi combattano combinando l’azione delle forze di manovra con il fuoco delle artiglierie e il supporto aereo in maniera più coordinata di quanto abbiano fatto nella prima fase del conflitto rimane il problema, anche questo più volte evidenziato, della mancata realizzazione di una “massa critica” offensiva tale da imprimere un corso decisivo agli eventi». Nella serata di ieri Andrei Marochko, ufficiale della Milizia popolare della Repubblica di Donetsk, ha dichiarato alla Tass: «Abbiamo chiuso ermeticamente questo insediamento da tre lati. Il movimento da Severodonetsk viene effettuato solo attraverso un unico ponte, che è anche sotto il nostro controllo. Pertanto, al momento possiamo dire che la città di Severodonetsk è in un accerchiamento operativo». Il portavoce del ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, secondo quanto riferito dalla Bbc, durante un briefing ha affermato «che esistono rotte alternative per rifornire le unità ucraine a Severodonetsk, al momento circondata su tre lati dalle forze russe». Secondo il servizio stampa della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino «i russi dopo 91 giorni hanno il pieno controllo del Mar d’Azov, insieme allo Stretto di Kerch, e ora stanno bloccando i nostri porti sul Mar Nero». Sempre ieri, Petro Andriushchenko, consigliere del sindaco legittimo della città portuale ucraina, oggi sotto il controllo dei russi, citato dall’Ukrainska Pravda ha reso noto che ai cittadini di Mariupol è stata offerta la possibilità di ottenere il passaporto russo con una procedura accelerata, che non prevede più la registrazione intermedia presso le autorità dell’autoproclamata Repubblica separatista filorussa di Donetsk. Grazie a un decreto legge lo stesso principio vale per i residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhia, nel Sudest ucraino. L’Ucraina ha denunciato «la flagrante violazione della sua integrità territoriale» dopo la decisione di Mosca di concedere passaporti russi a cittadini ucraini delle zone occupate del Sud del Paese. Infine, vanno registrate le parole del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che intervenendo al Forum economico di Davos, ha accusato la Nato «di non fare letteralmente nulla per far fronte all’aggressione russa». Questa davvero se la poteva risparmiare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/donbass-accerchiato-kiev-attacca-nato-2657390710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="svezia-finlandia-la-visita-al-sultano-non-strappa-il-si-allentrata-nel-patto" data-post-id="2657390710" data-published-at="1653506523" data-use-pagination="False"> Svezia-Finlandia, la visita al Sultano non strappa il sì all’entrata nel Patto Sono iniziati ieri ad Ankara i colloqui tra delegazioni governative di Svezia e Finlandia e il governo turco per tentare di rimuovere il veto all’adesione dei due Paesi scandinavi alla Nato: il primo round si è concluso con un nulla di fatto, ma si registra qualche segnale di apertura. Ai colloqui, che si svolgono presso il palazzo presidenziale, partecipano il portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, e il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal. La delegazione svedese è guidata dal segretario di Stato, Oscar Stenstrom, quella finlandese dal segretario di Stato del ministero degli Esteri, Jukka Salovaara. Ricordiamo che la scorsa settimana, non appena iniziato l’iter di adesione alla Nato di Stoccolma e Helsinki, la Turchia ha immediatamente bloccato ogni discussione. Il primo giorno di colloqui si è concluso con una fumata nera, come ha spiegato ieri sera Ibrahim Kalin, in una conferenza stampa trasmessa dalla tv di Stato Trt alla fine delle consultazioni. Kalin ha aggiunto che il dialogo con i Paesi scandinavi continuerà e che la Turchia chiede loro di fermare il sostegno a gruppi considerati da Ankara terroristici per sostenere la candidatura nella Nato. Durante i colloqui di ieri, riporta Nova, i delegati turchi hanno riscontrato «un’apertura scandinava sulla rimozione delle sanzioni». Secondo Kalin, «oltre a portare le prove dei crimini di guerra commessi dalle milizie curde in Siria e i loro legami con il Pkk, considerato da Turchia, Usa e Ue un’organizzazione terroristica, abbiamo discusso delle sanzioni che Stoccolma e Helsinki hanno applicato all’industria della difesa turca». Il portavoce di Erdogan ha aggiunto di aver riscontrato su questo argomento «dei segnali di apertura dai nostri interlocutori, il che rimane un primo passo verso serie trattative». Per quel che riguarda invece la questione delle organizzazioni che Ankara considera terroristiche, la trattativa «non può progredire», ha sottolineato Kalin, «se le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza non vengono affrontate con misure concrete in un determinato lasso di tempo Pkk, Ypg e Pyd sono tutti lo stesso gruppo terroristico». Erdogan chiede, in cambio dell’ok all’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica, che i due Paesi del Nord Europa si impegnino a non fornire più aiuto e ospitalità ai militanti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, attivo nel Sudest della Turchia, zona popolata dall’etnia curda, e nel Kurdistan iracheno, e all’Ypg l’Unità di protezione popolare, una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel Nord della Siria. La trattativa potrebbe includere la questione della richiesta di estradizione di protagonisti del Pkk e della organizzazione di Fethullah Gülen, nemico numero uno di Erdogan, residente negli Usa. Tra le richieste di Erdogan c’è anche lo stop all’embargo svedese sulla vendita di armi alla Turchia, imposto dopo un’operazione militare di Ankara contro forze curde nel nord della Siria nel 2019. «I nostri interlocutori», ha sottolineato ancora Kalin, «hanno preso appunti sul processo negoziale e li presenteranno ai loro leader. I nostri contatti continueranno. Continueremo a farlo dopo che avremo visto come risponderanno a queste richieste nei prossimi giorni». La sensazione, dunque, è che un accordo sia a portata di mano, mentre la certezza è che Erdogan cercherà di ottenere il massimo possibile in cambio del suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
Christine Lagarde (Ansa)
Carney ha insistito sulla convinzione che il mondo stia vivendo una «frattura» nell’ordine globale, sollecitando le potenze di media dimensione ad agire in modo coordinato per non essere marginalizzate nelle dinamiche di grande potenza. Trump non ha gradito quelle critiche e il ritiro dell’invito è la naturale conseguenza dei rapporti già deteriorati tra Washington e Ottawa a seguito delle tensioni commerciali e geopolitiche. Il presidente Usa aveva già condannato il Canada per non aver mostrato sufficiente riconoscenza verso il ruolo statunitense nel sostegno storico alla nazione, ma Carney aveva ribattuto che il Canada ha raggiunto i suoi successi indipendentemente dagli Stati Uniti.
Contrasti che hanno provocato la reazione del presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, la quale, preoccupata dagli attriti all’interno dell’Unione europea con alleati storici (come gli Usa), ha affermato di essere «a un punto in cui dobbiamo guardare al “piano B” o ai “piani B”, ma anche con questi non sono certa che dobbiamo parlare di rottura, piuttosto di alternativa. Nutro una grande fiducia e un grande affetto per il popolo americano e so che, alla fine, i valori profondamente radicati prevarranno».
«Dobbiamo identificare molto meglio del passato le debolezze e le dipendenze», come garantire «l’autonomia, ma ovviamente dal punto di vista economico delle politiche dipendiamo gli uni dagli altri», ha continuato Lagarde, «penso che tutte le direzioni debbano essere esplorate, cercando di distinguere i segnali dal rumore di fondo e credo che questa settimana ci sia stato molto rumore».
Il riferimento a Trump è palese, che aveva parlato di una crescita Usa che «sta esplodendo» con una stima per il quarto trimestre del 5,4%. «Si tratta di dati nominali», ha specificato la numero uno della Bce.
I dissidi tra Lagarde e Trump si erano visti già qualche giorno prima, quando la signora di Francoforte aveva abbandonato una cena in disaccordo con le parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, il quale si era lanciato in una serie di osservazioni sprezzanti e provocatorie nei confronti dell’Europa. Lagarde, in un’intervista alla Cnn, aveva criticato l’atteggiamento dell’amministrazione Trump che «crea incertezza per le imprese e un fardello per la crescita economica». Aggiungendo «la chiamata a svegliarsi per l’Europa, a emanciparsi dagli Usa e a proteggersi dalle ingerenze con le riforme». Parole che non sono piaciute a Lutnick il quale, vendicandosi, aveva definito l’Europa un’economia in declino di competitività. E la Lagarde se n’era andata.
A Davos si è parlato anche di Intelligenza artificiale. Il direttore, del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha tracciato uno scenario sconfortante: «In futuro il 60% dei lavori saranno trasformati o eliminati dall’Intelligenza artificiale». E ha paragonato l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro a uno «tsunami» che metterà «l’innovazione sotto steroidi» e comporterà il rischio di «un ulteriore allargamento delle disparità». Lagarde ha aggiunto che «dobbiamo prestare molta attenzione alla distribuzione della ricchezza e alle disuguaglianze, che stanno diventando sempre più profonde e ampie. Se non ce ne occupiamo seriamente, ci avviamo verso problemi molto gravi». Per Lagarde «l’Intelligenza artificiale prospererà ma se non collaboriamo e definiamo le nuove regole del gioco, ci saranno meno capitale e meno dati da condividere. Bisogna evitare di ripetere gli errori già osservati con i social media, dove l’uso incontrollato ha avuto impatti negativi sui giovani».
Il termometro di Davos segna febbre alta per quanto riguarda i rapporti fra Europa e Usa. Trump è stato il vero protagonista di questo Forum e, a causa delle sue sortite choc, si è preso tutta la scena. Anche il direttore del World trade organization, Ngozi Okonjo-Iweala, fa riferimento a lui dicendo che «il sistema del commercio globale è stato minato, ma si è mostrato forte davanti allo choc della politica di dazi dell’amministrazione Trump».
Lo slogan del Forum di quest’anno era «Spirito del dialogo». Come ha detto Elon Musk, «è meglio essere ottimisti e sbagliarsi che pessimisti e avere ragione».
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Il vertice ad Abu Dhabi (Ansa)
Alla riunione hanno partecipato, per la delegazione statunitense, anche il consigliere senior della Casa Bianca Josh Greenbaum, mentre per la parte russa erano presenti il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, rappresentante speciale per la cooperazione economica e gli investimenti internazionali.
Al termine dell’incontro, Ushakov ha definito il confronto «positivo sotto ogni profilo», precisando che il presidente russo ha ribadito alla delegazione americana come, in assenza di una soluzione sulla questione territoriale, non vi siano margini concreti per porre fine alla guerra contro l’Ucraina. Mosca, ha spiegato il consigliere del Cremlino, continua a dichiararsi favorevole a un esito politico e diplomatico del conflitto, ma fino a quando tale prospettiva non si materializzerà, la Russia proseguirà nel perseguimento degli obiettivi militari sul campo. Secondo Ushakov, Putin ha inoltre riaffermato «l’impossibilità di raggiungere un accordo che non si basi sulla cosiddetta «formula di Anchorage», emersa durante il vertice Putin-Trump dell’agosto 2025. In vista di quell’incontro, il Cremlino aveva chiesto a Kiev il ritiro delle proprie forze dalle aree degli oblast di Donetsk e Luhansk non interamente sotto controllo russo. Concetto ribadito da Dmitry Peskov: «Per porre fine al conflitto, le forze armate ucraine dovrebbero ritirarsi dal Donbass». La dichiarazione del portavoce del Cremlino è stata riportata dai media russi.
Il tema del controllo territoriale nell’Ucraina orientale resta oggi il principale nodo negoziale. Proprio su questo fronte, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’inizio ufficiale dei negoziati formali ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. A confermarlo è stato Abdullah bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro e capo della diplomazia emiratina, secondo cui i colloqui sono iniziati ieri e proseguiranno per due giorni, nell’ambito degli sforzi volti a promuovere il dialogo e a individuare una soluzione politica alla crisi. L’annuncio è stato ripreso dai principali media internazionali. Ai colloqui partecipano delegazioni di alto livello.
Per gli Stati Uniti, oltre a Witkoff e Kushner, sono presenti anche il segretario dell’esercito Dan Driscoll e lo stesso Greenbaum. La delegazione ucraina include il ministro della Difesa Rustem Umerov, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov, il consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia e il capo di stato maggiore Andrii Hnatov. Per Mosca, accanto a Dmitriev, è presente anche l’ammiraglio Igor Kostyukov.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che il controllo del Donbass rappresenta il fulcro dei colloqui in corso. In un briefing online, Zelensky ha spiegato di aver consultato l’intero team negoziale prima dell’avvio delle discussioni formali, sottolineando che la delegazione dispone di piena autonomia nella scelta dei formati più adatti in un contesto definito senza precedenti. Poi il presidente ucraino ha scritto su Telegram che «è ancora prematuro trarre conclusioni sul contenuto dei negoziati di oggi negli Emirati Arabi. Vedremo come si svilupperanno i colloqui di domani e quali risultati produrranno».
Dal canto suo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlando a bordo dell’Air Force One durante il rientro dal vertice di Davos, ha dichiarato: «Sarebbe bello mettere fine alla guerra che, comunque, non ci costa nulla. Ma non è per i soldi, è per i soldati che vengono uccisi». A chi gli ha chiesto quali concessioni dovesse fare Putin, Trump ha risposto: «A questo punto, farà delle concessioni. Tutti faranno delle concessioni per far sì che ci sia un accordo. L’Europa sarà coinvolta. Lo faccio più per l’Europa che per me: noi abbiamo un oceano che ci separa ma io ho la capacità di trovare intese, vedremo se riesco». Oggi (forse), ne sapremo di più.
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Friedrich Merz e Giorgia Meloni a Roma (Ansa)
Dopo il vertice, Meloni ha risposto a chi le domandava se potesse diventare il primo partner del cancelliere tedesco sostituendo Emmanuel Macron: «Al di là degli scherzi, non leggo mai la politica in questo modo. L’Italia in Europa rappresenta una nazione fondamentale, sta dimostrando sullo scacchiere internazionale e in Europa la sua stabilità, forza e concretezza. Con coraggio pone questioni per il futuro del continente anche quando porle può sembrare scomodo, e così stiamo guadagnando maggiore rispetto dagli interlocutori e cerco di fare la mia parte. Non mi interessa sostituire nessuno, ma che le grandi nazioni d’Europa riescano a dialogare». Poi ha precisato: «Noi non siamo in un’epoca storica in cui possiamo permetterci infantilismi nella lettura della politica estera. La fase è delicata, complessa, per certi versi grave, ha bisogno di risposte adeguate. Per farlo bisogna occuparsi di questioni serie e profonde, non di semplificazioni». Per la premier è giunto il momento che l’Europa «scelga se restare padrona del proprio destino o se subirlo».
In questo quadro Merz ha fatto sapere di aver invitato gli ex presidenti del Consiglio Mario Draghi ed Enrico Letta al vertice Ue del 12 febbraio sulla competitività. «Li abbiamo invitati per riflettere ulteriormente sulle loro proposte, che non devono rimanere negli armadi della Commissione europea. Abbiamo bisogno di una verifica sistematica di tutte le normative europee per vedere se si possono semplificare». Meloni poi è stata interrogata su Donald Trump, sulla sua affidabilità e sulla possibilità che possa rappresentare una minaccia per la sicurezza mondiale. «Non mi pare un modo serio per affrontare la politica internazionale. Trump è il presidente eletto degli Stati Uniti, gli stessi discorsi li ho sentiti su Biden e addirittura su di me quando mi sono dovuta assentare cinque giorni perché non stavo bene. Bisogna fare i conti con la democrazia», ha spiegato aggiungendo: «Spero che un giorno potremo dargli il Nobel per la pace», nel caso in cui dovesse trovare soluzioni durature per Ucraina e Gaza («per noi ci sono oggettivamente dei problemi di carattere costituzionale, occorre andare incontro alle necessità non solo dell'Italia ma anche di altri Paesi europee»).
Merz sorridendo ha sottolineato: «Non avrei potuto rispondere meglio di quanto ha fatto Giorgia Meloni». Il cancelliere, rispondendo a una domanda sui controdazi, ha chiarito: «Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili. I Paesi di tutto il mondo sappiano che noi siamo pronti a difenderci. Dobbiamo essere uniti e reagire in tempo reale. Meloni e io siamo due premier fermamente convinti di fare tutto il possibile per l’Unione europea». Mentre Merz ha detto: «Non bisogna solo fare di più per difenderci, dobbiamo innanzitutto semplificare i nostri sistemi, sono troppi e paralleli. Noi costruiamo in maniera troppo complessa e abbiamo troppi sistemi che sono stati sviluppati parallelamente uno all’altro; di conseguenza abbiamo bisogno oggi più che mai di supporto reciproco». L’obiettivo deve essere una «industria della difesa efficace e efficiente, grazie a contributi comuni». E poi, rispondendo ad una domanda sui rapporti tra europei e Stati Uniti, ha detto: «Le minacce vengono dall’esterno della Nato e non dall’interno».
Italia e Germania nella dichiarazione congiunta di fine vertice «riconfermano l’importanza fondamentale di un forte legame transatlantico tra Europa e Stati Uniti, basato su valori comuni e interessi condivisi e si impegnano a rispettare il diritto internazionale, compresi i principi di integrità territoriale e sovranità», si legge nel documento siglato dalla premier italiana e dal cancelliere tedesco al vertice intergovernativo Italia-Germania. I due governi, inoltre, condividono «la responsabilità, in quanto Stati fondatori dell’Unione europea, di adoperarsi per promuovere l’integrazione europea, consentendo all’Ue di agire efficacemente per proteggere i valori e gli interessi europei». Oltre alle sette intese settoriali, sono stati firmati anche diversi accordi. Meloni e Merz hanno siglato una dichiarazione sull’Accordo di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza, difesa e resilienza e un Protocollo sul Piano d’azione per la cooperazione strategica bilaterale e dell’Ue. Il Piano sulla difesa mira a intensificare il coordinamento su sicurezza euro-atlantica, industria della difesa, gestione delle crisi, spazio, minacce ibride, cybersecurity e sostegno all’Ucraina. Il testo prevede, tra l’altro, un rafforzamento del dialogo «2+2» tra Esteri e Difesa, una maggiore integrazione industriale anche attraverso progetti comuni e acquisti congiunti e una cooperazione strutturata su domini emergenti come spazio, cyber e sistemi senza equipaggio. Il Protocollo è un documento quadro che fissa obiettivi e strumenti per coordinare le posizioni italiane e tedesche sui grandi dossier europei: competitività e politica industriale, semplificazione normativa, energia e clima, digitale e intelligenza artificiale, trasporti, agricoltura, migrazioni, partenariati con l’Africa e politica estera e di sicurezza comune. Il Piano, definito «documento vivo», sarà periodicamente aggiornato e monitorato attraverso vertici governativi regolari e consultazioni tra le amministrazioni competenti.
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La manifestazione della Cisl per la libertà in Iran (Ansa)
Una «luce» delle fiaccole in memoria delle vittime dei Pasdaran e che va oltre una semplice dichiarazione di principio ma diventa una chiara richiesta alle istituzioni di presa di coscienza e di maggiore decisione per fermare le esecuzioni e le detenzioni arbitrarie. No al silenzio complice, come ha spiegato la segretaria generale, Daniela Fumarola: «L’appello che il nostro sindacato rivolge alle istituzioni nazionali e a quelle europee è di sostenere la lotta di chi, a costo della vita, invoca la svolta democratica. Donne, uomini, tantissimi studenti, a cui il mondo libero e il sindacato internazionale devono rispondere mobilitandosi. Bisogna esercitare ogni pressione perché finisca il massacro di questi giorni e venga superata una volta per tutte la sanguinaria teocrazia degli ayatollah, con una transizione non violenta e il coinvolgimento della comunità internazionale. Tutte le persone che vivono in regimi, dittature sanguinarie, non devono sentirsi abbandonate al loro destino».
Non è la prima volta che la Cisl si schiera apertamente per la difesa dei diritti umani e la democrazia nei Paesi in cui la guerra sembra non trovare fine: da subito a favore dell’Ucraina e contro l’aggressione russa, la condanna per il massacro di migliaia di giovani israeliani del festival musicale del 7 ottobre 2023, la «maratona» per la pace dello scorso anno e il sostegno concreto alla popolazione palestinese attraverso una grande raccolta fondi (500.000 euro) devoluta a dicembre alla Croce rossa. Chiara anche la presa di distanza della Fumarola dalla Cgil e dalle scelte del segretario, Maurizio Landini, che è prontamente sceso in piazza per difendere il regime di Nicolás Maduro e criticare il blitz americano per l’arresto del dittatore.
«Dobbiamo avere il coraggio di non stare zitti», diceva Landini durante la manifestazione di Roma, contestato da alcuni venezuelani come era accaduto a Genova, dove un gruppo di profughi che avevano detto ai manifestanti di avere un atteggiamento ideologico senza sapere qual è la vera situazione del paese, avevano ricevuto insulti, aggressioni e minacce di violenza fisica da parte di un comunista cigiellino sedicente esperto della nazione sudamericana. Senza dimenticare la soddisfazione del segretario Cgil per la liberazione dell’imam di Torino, Shahin, definita «una vittoria dello stato di diritto». Fumarola è stata chiara anche sul Venezuela: «Continueremo a stare nel merito delle questioni, a stare dalla parte delle popolazioni che soffrono».
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