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2018-12-12
Parigi se ne frega dei limiti sul deficit. Tanto a Bruxelles bastonano solo noi
ANSA
Finale degli europei Italia-Francia: l'arbitro belga concede un rigore inesistente ai francesi, fa finta di niente sui falli da espulsione dei transalpini e alla fine della partita caccia via il nostro allenatore per proteste. È esattamente quello che sta succedendo a Bruxelles: il terreno di gioco sono i conti pubblici, l'arbitro è la Commissione europea. Parlare di due pesi e due misure è un eufemismo: ora che il presidente francese
Emmanuel Macron, per salvare la pelle (politicamente parlando) ha annunciato una serie di concessioni all'insegna del più puro populismo, con il risultato di far schizzare ben oltre il 3% il rapporto deficit/pil (Les Echos, il giornale economico parigino, stima una percentuale del 3,5% per il 2019) ci si aspetterebbe dai vari Jean Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombvrovskis un durissimo altolà con conseguente minaccia di aprire una procedura di infrazione. E invece, niente di niente: ieri, su quanto promesso da Macron e le conseguenti ricadute sulla finanza pubblica francese, dalla Commissione europea sono arrivati commenti laconici e imbarazzati, all'insegna del «poi ne parliamo». Un atteggiamento che, paragonato ai fulmini e scagliati verso Roma per una ipotesi di rapporto deficit/pil al 2,4%, rafforza il sospetto che il pugno di ferro utilizzato nei confronti del governo italiano sia solo e soltanto una «lezione» al nostro popolo, che ha votato per le forze politiche che si oppongono a questo regime del terrore finanziario che è diventata l'Unione europea.
Macron, per tentare di placare la piazza in rivolta, ha annunciato imminenti misure economiche, tra le quali un aumento di 100 euro del salario minimo senza oneri aggiuntivi per i datori di lavoro; la defiscalizzazione degli straordinari e dei bonus di fine anno da parte delle imprese; l'abrogazione dell'aumento dei contributi per i pensionati che guadagnano meno di 2.000 euro al mese.
Misure che, come dicevamo, secondo
Les Echos comporteranno mancati introiti per le finanze pubbliche di Parigi per circa 15 miliardi di euro e una impennata del rapporto deficit/pil al 3,5% (ma in realtà la stima è prudenziale: secondo diversi analisti e osservatori, il costo delle misure annunciate da Macron potrebbe portare il rapporto deficit/pil francese a sfiorare il 4%, anche perché la stessa banca di Francia ha ridotto le stime sulla crescita). Il debito pubblico francese è di gran lunga inferiore a quello italiano? Vero: peccato che tra le misure annunciate da Macron ce ne siano alcune, come ad esempio quelle sulle pensioni, che faranno aumentare proprio il debito. Ieri, i giornalisti di tutta Europa hanno chiesto ai burosauri di Bruxelles quali provvedimenti verranno presi nei confronti del governo parigino, anche in relazione al braccio di ferro in corso con l'Italia, e la risposta del portavoce capo della Commissione europea, Margaritis Schinas, è stata disarmante: «Abbiamo un procedimento ben strutturato», ha detto Schinas, «per monitorare e valutare la situazione economica e la politica di bilancio degli Stati membri. La nostra posizione sulla Francia è ben nota e l'opinione sul documento programmatico di bilancio francese è stata pubblicata di recente. L'impatto di bilancio della manovra che emergerà dall'iter parlamentare», ha aggiunto Schinas, «sarà valutato nella prossima primavera, quando pubblicheremo le nostre previsioni economiche».
Avete letto bene: se ne parla in primavera, e del resto è comprensibile, visto che una legnata sul capo di
Macron, sotto forma di procedura di infrazione, prima delle elezioni europee, sarebbe il colpo di grazia per il paladino dell'europeismo antipopulista, ridotto ormai alla caricatura di sé stesso, e messo talmente male da aver chiesto consigli su come affrontare la sommossa dei gilet gialli al suo predecessore Nicolas Sarkozy, invitato all'Eliseo venerdì scorso nell'ambito delle «consultazioni molto ampie» che hanno preceduto il suo discorso alla nazione.
Imbarazzo e silenzio: il solitamente assai ciarliero commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari, il francese
Pierre Moscovici, ai giornalisti che gli chiedevano di commentare gli annunci di Macron alla luce della procedura di infrazione minacciata nei confronti dell'Italia ha risposto: «Non risponderò a nulla su questo argomento». Sarà un caso, ma Moscovici poche settimane fa era stato a cena con Macron, che lo aveva «arruolato» nel fronte europeista che si prepara a perdere le prossime elezioni europee. Un filino più loquace il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombvrovskis, che ogni giorno spara a palle incatenate contro l'Italia, ma che sulle misure a tutta spesa annunciate dall'Eliseo si limita a dire «seguiremo con attenzione l'impatto degli annunci fatti dal presidente Macron sul deficit e le modalità di finanziamento».
Le solite «fonti comunitarie», ovviamente anonime, hanno spiegato che «per l'Italia abbiamo un documento programmatico di bilancio; che cosa abbiamo dalla Francia? Solo un discorso del presidente
Macron. Non possiamo prendere posizione in base a un discorso». Sembra passato un secolo, da quando i soloni di Bruxelles bacchettavano i ministri italiani per le loro dichiarazioni pubbliche.
Carlo Tarallo
Deutsche Bank salvata dallo Stato? Se lo fa Berlino l'Ue non apre bocca
Le voci si sono rincorse per mesi, ma adesso sembra quasi fatta. Pare infatti che le due banche più importanti della Germania, Deutsche Bank e Commerzbank, stiano per unirsi in matrimonio.
Secondo le indiscrezioni, dietro alla fusione ci sarebbe la «manina» dello stesso ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz. La presenza del rappresentante dell'esecutivo guidato da Angela Merkel nella trattativa non deve stupire, dal momento che tra le soluzioni messe sul tavolo in queste ultime settimane ci sarebbe quella che prevede l'ingresso del governo federale in qualità di maggiore azionista di Deutsche Bank per un periodo propedeutico alla fusione che dovrebbe durare circa cinque anni. L'operazione, a quel punto, si configurerebbe come una vera e propria nazionalizzazione per l'istituto guidato da Christian Sewing.
Certo, si tratterebbe di uno scenario molto distante dalla linea di pensiero che ha animato la politica europea in ambito bancario degli ultimi anni. Pensiamo al bail in, la normativa di risoluzione degli istituti in difficoltà approvata nel 2014, introdotta proprio al fine di evitare i salvataggi di stato. Ma nel recente periodo abbiamo assistito al continuo moltiplicarsi di regole in ambito creditizio. Tutte novità che hanno reso difficile, se non quasi impossibile, la vita degli istituti di credito, in particolare quelli italiani. Una su tutte, l'ossessione morbosa della Vigilanza e del suo capo, Daniele Nouy, per i crediti deteriorati. Buon senso avrebbe voluto che proprio per quegli impieghi così difficili da riscuotere, il regolatore concedesse un arco temporale più ampio. E invece no. Messe con le spalle al muro, le nostre banche si sono trovate a doversi liberare in fretta e furia dei crediti non performanti (164 miliardi di euro nell'ultimo biennio), spesso svendendoli per pochi spiccioli e in larga parte a favore di investitori esteri. A poco e nulla sono valse le proteste di Banca d'Italia, che in più di un occasione ha sottolineato la mancata correlazione tra una maggiore quantità di Npl e mancata erogazione del credito. Il pranzo, ormai, era già servito.
Ci sono aspetti, tuttavia, sui quali la scure dell'autorità di Vigilanza si è abbattuta con una forza molto minore. Basti pensare, ad esempio, alla montagna di quasi 7.000 miliardi di euro di titoli «tossici» in pancia agli istituti francesi e tedeschi.
Una bomba pronta a esplodere, dal momento che una svalutazione pari ad appena il 5% di questi titoli produrrebbe impatti in termini di ricapitalizzazione sul capitale delle banche di questi Paesi pari a molti miliardi di euro. E che dire dei derivati, strumenti finanziari ad alto rischio, per la quale la stessa Deutsche Bank è esposta per un valore nominale di 48.000 miliardi di euro (circa venti volte il nostro debito pubblico e quasi trenta volte il nostro prodotto interno lordo)? Non ci stupiremmo, dunque, se al momento dello scambio degli anelli tra Commerzbank e Deutsche, ancora una volta il regolatore scegliesse la via del silenzio.
Nonostante il ministro Scholz abbia più volte ripetuto che la Germania ha bisogno di banche forti in grado di sostenere l'economia basata sull'export, difficile non scorgere nell'operazione in corso l'ultima spiaggia per due gruppi in estrema difficoltà ormai da diverso tempo. Quello che promette di nascere dalla fusione di questi due colossi rischia, infatti, di assomigliare a un kraken, uno di quei giganteschi mostri mitologici che popolano le storie di fantasia ambientate nell'oceano. Con un fatturato di 35 miliardi di euro e una forza lavoro di quasi 150.000 dipendenti, il nuovo soggetto sconterebbe sin da subito l'incapacità strutturale di Deutsche di produrre utili. Solo nel 2017, l'istituto di Francoforte ha chiuso con 500 milioni di perdite e il titolo è passato dai 16 euro di inizio anno ai 7 euro toccati in questi giorni. Secondo le ultime rilevazioni, Deutsche è la banca più rischiosa in Europa, con una probabilità di default a cinque anni pari al 17%, tre volte quella di Societe Generale e Bnp, e maggiore anche rispetto a Unicredit. Il timore che l'istituto diventi la «nuova Lehman» spinge il governo federale a mettere in campo ogni soluzione possibile per salvare la baracca, che in caso di fallimento rischia di provocare una crisi finanziaria paragonabile a quella causata un decennio fa dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense.
Non si può parlare di economia, tuttavia, senza menzionare la politica. Il mutamento degli equilibri europei al quale stiamo assistendo nelle ultime settimane finirà inevitabilmente per incidere anche sulla gestione delle future crisi bancarie. L'apparente naufragio dell'asse Parigi-Berlino, con Emmanuel Macron relegato in un cantuccio, rappresenta una possibilità per l'Italia di far sentire la propria voce anche in vicende di questo tipo. Non a caso lunedì Matteo Salvini ha parlato di un «nuovo asse Roma-Berlino». Un ritorno alle sane relazioni bilaterali, ma anche una mano tesa che potrebbe giovare ad entrambi i paesi.
Antonio Grizzuti
Continua a leggereRiduci
Come minimo, dopo la «retromarche», arriverà al 3,5% del Pil Ma la Commissione glissa: «Valuteremo i conti in primavera»Il governo tedesco starebbe pensando di nazionalizzare il gigante fragile per fonderlo con Commerzbank. Nascerebbe un «mostro» zeppo di derivati e Npl. Ma la Vigilanza europea, così attenta ai nostri istituti, tace. Lo speciale comprende due articoli. Finale degli europei Italia-Francia: l'arbitro belga concede un rigore inesistente ai francesi, fa finta di niente sui falli da espulsione dei transalpini e alla fine della partita caccia via il nostro allenatore per proteste. È esattamente quello che sta succedendo a Bruxelles: il terreno di gioco sono i conti pubblici, l'arbitro è la Commissione europea. Parlare di due pesi e due misure è un eufemismo: ora che il presidente francese Emmanuel Macron, per salvare la pelle (politicamente parlando) ha annunciato una serie di concessioni all'insegna del più puro populismo, con il risultato di far schizzare ben oltre il 3% il rapporto deficit/pil (Les Echos, il giornale economico parigino, stima una percentuale del 3,5% per il 2019) ci si aspetterebbe dai vari Jean Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombvrovskis un durissimo altolà con conseguente minaccia di aprire una procedura di infrazione. E invece, niente di niente: ieri, su quanto promesso da Macron e le conseguenti ricadute sulla finanza pubblica francese, dalla Commissione europea sono arrivati commenti laconici e imbarazzati, all'insegna del «poi ne parliamo». Un atteggiamento che, paragonato ai fulmini e scagliati verso Roma per una ipotesi di rapporto deficit/pil al 2,4%, rafforza il sospetto che il pugno di ferro utilizzato nei confronti del governo italiano sia solo e soltanto una «lezione» al nostro popolo, che ha votato per le forze politiche che si oppongono a questo regime del terrore finanziario che è diventata l'Unione europea. Macron, per tentare di placare la piazza in rivolta, ha annunciato imminenti misure economiche, tra le quali un aumento di 100 euro del salario minimo senza oneri aggiuntivi per i datori di lavoro; la defiscalizzazione degli straordinari e dei bonus di fine anno da parte delle imprese; l'abrogazione dell'aumento dei contributi per i pensionati che guadagnano meno di 2.000 euro al mese. Misure che, come dicevamo, secondo Les Echos comporteranno mancati introiti per le finanze pubbliche di Parigi per circa 15 miliardi di euro e una impennata del rapporto deficit/pil al 3,5% (ma in realtà la stima è prudenziale: secondo diversi analisti e osservatori, il costo delle misure annunciate da Macron potrebbe portare il rapporto deficit/pil francese a sfiorare il 4%, anche perché la stessa banca di Francia ha ridotto le stime sulla crescita). Il debito pubblico francese è di gran lunga inferiore a quello italiano? Vero: peccato che tra le misure annunciate da Macron ce ne siano alcune, come ad esempio quelle sulle pensioni, che faranno aumentare proprio il debito. Ieri, i giornalisti di tutta Europa hanno chiesto ai burosauri di Bruxelles quali provvedimenti verranno presi nei confronti del governo parigino, anche in relazione al braccio di ferro in corso con l'Italia, e la risposta del portavoce capo della Commissione europea, Margaritis Schinas, è stata disarmante: «Abbiamo un procedimento ben strutturato», ha detto Schinas, «per monitorare e valutare la situazione economica e la politica di bilancio degli Stati membri. La nostra posizione sulla Francia è ben nota e l'opinione sul documento programmatico di bilancio francese è stata pubblicata di recente. L'impatto di bilancio della manovra che emergerà dall'iter parlamentare», ha aggiunto Schinas, «sarà valutato nella prossima primavera, quando pubblicheremo le nostre previsioni economiche». Avete letto bene: se ne parla in primavera, e del resto è comprensibile, visto che una legnata sul capo di Macron, sotto forma di procedura di infrazione, prima delle elezioni europee, sarebbe il colpo di grazia per il paladino dell'europeismo antipopulista, ridotto ormai alla caricatura di sé stesso, e messo talmente male da aver chiesto consigli su come affrontare la sommossa dei gilet gialli al suo predecessore Nicolas Sarkozy, invitato all'Eliseo venerdì scorso nell'ambito delle «consultazioni molto ampie» che hanno preceduto il suo discorso alla nazione. Imbarazzo e silenzio: il solitamente assai ciarliero commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari, il francese Pierre Moscovici, ai giornalisti che gli chiedevano di commentare gli annunci di Macron alla luce della procedura di infrazione minacciata nei confronti dell'Italia ha risposto: «Non risponderò a nulla su questo argomento». Sarà un caso, ma Moscovici poche settimane fa era stato a cena con Macron, che lo aveva «arruolato» nel fronte europeista che si prepara a perdere le prossime elezioni europee. Un filino più loquace il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombvrovskis, che ogni giorno spara a palle incatenate contro l'Italia, ma che sulle misure a tutta spesa annunciate dall'Eliseo si limita a dire «seguiremo con attenzione l'impatto degli annunci fatti dal presidente Macron sul deficit e le modalità di finanziamento». Le solite «fonti comunitarie», ovviamente anonime, hanno spiegato che «per l'Italia abbiamo un documento programmatico di bilancio; che cosa abbiamo dalla Francia? Solo un discorso del presidente Macron. Non possiamo prendere posizione in base a un discorso». Sembra passato un secolo, da quando i soloni di Bruxelles bacchettavano i ministri italiani per le loro dichiarazioni pubbliche. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deutsche-bank-salvata-dallo-stato-se-lo-fa-berlino-lue-non-apre-bocca-parigi-se-ne-frega-dei-limiti-sul-deficit-tanto-a-bruxelles-bastonano-solo-noi-2623115894.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="deutsche-bank-salvata-dallo-stato-se-lo-fa-berlino-l-ue-non-apre-bocca" data-post-id="2623115894" data-published-at="1771020747" data-use-pagination="False"> Deutsche Bank salvata dallo Stato? Se lo fa Berlino l'Ue non apre bocca Le voci si sono rincorse per mesi, ma adesso sembra quasi fatta. Pare infatti che le due banche più importanti della Germania, Deutsche Bank e Commerzbank, stiano per unirsi in matrimonio. Secondo le indiscrezioni, dietro alla fusione ci sarebbe la «manina» dello stesso ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz. La presenza del rappresentante dell'esecutivo guidato da Angela Merkel nella trattativa non deve stupire, dal momento che tra le soluzioni messe sul tavolo in queste ultime settimane ci sarebbe quella che prevede l'ingresso del governo federale in qualità di maggiore azionista di Deutsche Bank per un periodo propedeutico alla fusione che dovrebbe durare circa cinque anni. L'operazione, a quel punto, si configurerebbe come una vera e propria nazionalizzazione per l'istituto guidato da Christian Sewing. Certo, si tratterebbe di uno scenario molto distante dalla linea di pensiero che ha animato la politica europea in ambito bancario degli ultimi anni. Pensiamo al bail in, la normativa di risoluzione degli istituti in difficoltà approvata nel 2014, introdotta proprio al fine di evitare i salvataggi di stato. Ma nel recente periodo abbiamo assistito al continuo moltiplicarsi di regole in ambito creditizio. Tutte novità che hanno reso difficile, se non quasi impossibile, la vita degli istituti di credito, in particolare quelli italiani. Una su tutte, l'ossessione morbosa della Vigilanza e del suo capo, Daniele Nouy, per i crediti deteriorati. Buon senso avrebbe voluto che proprio per quegli impieghi così difficili da riscuotere, il regolatore concedesse un arco temporale più ampio. E invece no. Messe con le spalle al muro, le nostre banche si sono trovate a doversi liberare in fretta e furia dei crediti non performanti (164 miliardi di euro nell'ultimo biennio), spesso svendendoli per pochi spiccioli e in larga parte a favore di investitori esteri. A poco e nulla sono valse le proteste di Banca d'Italia, che in più di un occasione ha sottolineato la mancata correlazione tra una maggiore quantità di Npl e mancata erogazione del credito. Il pranzo, ormai, era già servito. Ci sono aspetti, tuttavia, sui quali la scure dell'autorità di Vigilanza si è abbattuta con una forza molto minore. Basti pensare, ad esempio, alla montagna di quasi 7.000 miliardi di euro di titoli «tossici» in pancia agli istituti francesi e tedeschi. Una bomba pronta a esplodere, dal momento che una svalutazione pari ad appena il 5% di questi titoli produrrebbe impatti in termini di ricapitalizzazione sul capitale delle banche di questi Paesi pari a molti miliardi di euro. E che dire dei derivati, strumenti finanziari ad alto rischio, per la quale la stessa Deutsche Bank è esposta per un valore nominale di 48.000 miliardi di euro (circa venti volte il nostro debito pubblico e quasi trenta volte il nostro prodotto interno lordo)? Non ci stupiremmo, dunque, se al momento dello scambio degli anelli tra Commerzbank e Deutsche, ancora una volta il regolatore scegliesse la via del silenzio. Nonostante il ministro Scholz abbia più volte ripetuto che la Germania ha bisogno di banche forti in grado di sostenere l'economia basata sull'export, difficile non scorgere nell'operazione in corso l'ultima spiaggia per due gruppi in estrema difficoltà ormai da diverso tempo. Quello che promette di nascere dalla fusione di questi due colossi rischia, infatti, di assomigliare a un kraken, uno di quei giganteschi mostri mitologici che popolano le storie di fantasia ambientate nell'oceano. Con un fatturato di 35 miliardi di euro e una forza lavoro di quasi 150.000 dipendenti, il nuovo soggetto sconterebbe sin da subito l'incapacità strutturale di Deutsche di produrre utili. Solo nel 2017, l'istituto di Francoforte ha chiuso con 500 milioni di perdite e il titolo è passato dai 16 euro di inizio anno ai 7 euro toccati in questi giorni. Secondo le ultime rilevazioni, Deutsche è la banca più rischiosa in Europa, con una probabilità di default a cinque anni pari al 17%, tre volte quella di Societe Generale e Bnp, e maggiore anche rispetto a Unicredit. Il timore che l'istituto diventi la «nuova Lehman» spinge il governo federale a mettere in campo ogni soluzione possibile per salvare la baracca, che in caso di fallimento rischia di provocare una crisi finanziaria paragonabile a quella causata un decennio fa dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense. Non si può parlare di economia, tuttavia, senza menzionare la politica. Il mutamento degli equilibri europei al quale stiamo assistendo nelle ultime settimane finirà inevitabilmente per incidere anche sulla gestione delle future crisi bancarie. L'apparente naufragio dell'asse Parigi-Berlino, con Emmanuel Macron relegato in un cantuccio, rappresenta una possibilità per l'Italia di far sentire la propria voce anche in vicende di questo tipo. Non a caso lunedì Matteo Salvini ha parlato di un «nuovo asse Roma-Berlino». Un ritorno alle sane relazioni bilaterali, ma anche una mano tesa che potrebbe giovare ad entrambi i paesi. Antonio Grizzuti
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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