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2018-12-12
Parigi se ne frega dei limiti sul deficit. Tanto a Bruxelles bastonano solo noi
ANSA
Finale degli europei Italia-Francia: l'arbitro belga concede un rigore inesistente ai francesi, fa finta di niente sui falli da espulsione dei transalpini e alla fine della partita caccia via il nostro allenatore per proteste. È esattamente quello che sta succedendo a Bruxelles: il terreno di gioco sono i conti pubblici, l'arbitro è la Commissione europea. Parlare di due pesi e due misure è un eufemismo: ora che il presidente francese
Emmanuel Macron, per salvare la pelle (politicamente parlando) ha annunciato una serie di concessioni all'insegna del più puro populismo, con il risultato di far schizzare ben oltre il 3% il rapporto deficit/pil (Les Echos, il giornale economico parigino, stima una percentuale del 3,5% per il 2019) ci si aspetterebbe dai vari Jean Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombvrovskis un durissimo altolà con conseguente minaccia di aprire una procedura di infrazione. E invece, niente di niente: ieri, su quanto promesso da Macron e le conseguenti ricadute sulla finanza pubblica francese, dalla Commissione europea sono arrivati commenti laconici e imbarazzati, all'insegna del «poi ne parliamo». Un atteggiamento che, paragonato ai fulmini e scagliati verso Roma per una ipotesi di rapporto deficit/pil al 2,4%, rafforza il sospetto che il pugno di ferro utilizzato nei confronti del governo italiano sia solo e soltanto una «lezione» al nostro popolo, che ha votato per le forze politiche che si oppongono a questo regime del terrore finanziario che è diventata l'Unione europea.
Macron, per tentare di placare la piazza in rivolta, ha annunciato imminenti misure economiche, tra le quali un aumento di 100 euro del salario minimo senza oneri aggiuntivi per i datori di lavoro; la defiscalizzazione degli straordinari e dei bonus di fine anno da parte delle imprese; l'abrogazione dell'aumento dei contributi per i pensionati che guadagnano meno di 2.000 euro al mese.
Misure che, come dicevamo, secondo
Les Echos comporteranno mancati introiti per le finanze pubbliche di Parigi per circa 15 miliardi di euro e una impennata del rapporto deficit/pil al 3,5% (ma in realtà la stima è prudenziale: secondo diversi analisti e osservatori, il costo delle misure annunciate da Macron potrebbe portare il rapporto deficit/pil francese a sfiorare il 4%, anche perché la stessa banca di Francia ha ridotto le stime sulla crescita). Il debito pubblico francese è di gran lunga inferiore a quello italiano? Vero: peccato che tra le misure annunciate da Macron ce ne siano alcune, come ad esempio quelle sulle pensioni, che faranno aumentare proprio il debito. Ieri, i giornalisti di tutta Europa hanno chiesto ai burosauri di Bruxelles quali provvedimenti verranno presi nei confronti del governo parigino, anche in relazione al braccio di ferro in corso con l'Italia, e la risposta del portavoce capo della Commissione europea, Margaritis Schinas, è stata disarmante: «Abbiamo un procedimento ben strutturato», ha detto Schinas, «per monitorare e valutare la situazione economica e la politica di bilancio degli Stati membri. La nostra posizione sulla Francia è ben nota e l'opinione sul documento programmatico di bilancio francese è stata pubblicata di recente. L'impatto di bilancio della manovra che emergerà dall'iter parlamentare», ha aggiunto Schinas, «sarà valutato nella prossima primavera, quando pubblicheremo le nostre previsioni economiche».
Avete letto bene: se ne parla in primavera, e del resto è comprensibile, visto che una legnata sul capo di
Macron, sotto forma di procedura di infrazione, prima delle elezioni europee, sarebbe il colpo di grazia per il paladino dell'europeismo antipopulista, ridotto ormai alla caricatura di sé stesso, e messo talmente male da aver chiesto consigli su come affrontare la sommossa dei gilet gialli al suo predecessore Nicolas Sarkozy, invitato all'Eliseo venerdì scorso nell'ambito delle «consultazioni molto ampie» che hanno preceduto il suo discorso alla nazione.
Imbarazzo e silenzio: il solitamente assai ciarliero commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari, il francese
Pierre Moscovici, ai giornalisti che gli chiedevano di commentare gli annunci di Macron alla luce della procedura di infrazione minacciata nei confronti dell'Italia ha risposto: «Non risponderò a nulla su questo argomento». Sarà un caso, ma Moscovici poche settimane fa era stato a cena con Macron, che lo aveva «arruolato» nel fronte europeista che si prepara a perdere le prossime elezioni europee. Un filino più loquace il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombvrovskis, che ogni giorno spara a palle incatenate contro l'Italia, ma che sulle misure a tutta spesa annunciate dall'Eliseo si limita a dire «seguiremo con attenzione l'impatto degli annunci fatti dal presidente Macron sul deficit e le modalità di finanziamento».
Le solite «fonti comunitarie», ovviamente anonime, hanno spiegato che «per l'Italia abbiamo un documento programmatico di bilancio; che cosa abbiamo dalla Francia? Solo un discorso del presidente
Macron. Non possiamo prendere posizione in base a un discorso». Sembra passato un secolo, da quando i soloni di Bruxelles bacchettavano i ministri italiani per le loro dichiarazioni pubbliche.
Carlo Tarallo
Deutsche Bank salvata dallo Stato? Se lo fa Berlino l'Ue non apre bocca
Le voci si sono rincorse per mesi, ma adesso sembra quasi fatta. Pare infatti che le due banche più importanti della Germania, Deutsche Bank e Commerzbank, stiano per unirsi in matrimonio.
Secondo le indiscrezioni, dietro alla fusione ci sarebbe la «manina» dello stesso ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz. La presenza del rappresentante dell'esecutivo guidato da Angela Merkel nella trattativa non deve stupire, dal momento che tra le soluzioni messe sul tavolo in queste ultime settimane ci sarebbe quella che prevede l'ingresso del governo federale in qualità di maggiore azionista di Deutsche Bank per un periodo propedeutico alla fusione che dovrebbe durare circa cinque anni. L'operazione, a quel punto, si configurerebbe come una vera e propria nazionalizzazione per l'istituto guidato da Christian Sewing.
Certo, si tratterebbe di uno scenario molto distante dalla linea di pensiero che ha animato la politica europea in ambito bancario degli ultimi anni. Pensiamo al bail in, la normativa di risoluzione degli istituti in difficoltà approvata nel 2014, introdotta proprio al fine di evitare i salvataggi di stato. Ma nel recente periodo abbiamo assistito al continuo moltiplicarsi di regole in ambito creditizio. Tutte novità che hanno reso difficile, se non quasi impossibile, la vita degli istituti di credito, in particolare quelli italiani. Una su tutte, l'ossessione morbosa della Vigilanza e del suo capo, Daniele Nouy, per i crediti deteriorati. Buon senso avrebbe voluto che proprio per quegli impieghi così difficili da riscuotere, il regolatore concedesse un arco temporale più ampio. E invece no. Messe con le spalle al muro, le nostre banche si sono trovate a doversi liberare in fretta e furia dei crediti non performanti (164 miliardi di euro nell'ultimo biennio), spesso svendendoli per pochi spiccioli e in larga parte a favore di investitori esteri. A poco e nulla sono valse le proteste di Banca d'Italia, che in più di un occasione ha sottolineato la mancata correlazione tra una maggiore quantità di Npl e mancata erogazione del credito. Il pranzo, ormai, era già servito.
Ci sono aspetti, tuttavia, sui quali la scure dell'autorità di Vigilanza si è abbattuta con una forza molto minore. Basti pensare, ad esempio, alla montagna di quasi 7.000 miliardi di euro di titoli «tossici» in pancia agli istituti francesi e tedeschi.
Una bomba pronta a esplodere, dal momento che una svalutazione pari ad appena il 5% di questi titoli produrrebbe impatti in termini di ricapitalizzazione sul capitale delle banche di questi Paesi pari a molti miliardi di euro. E che dire dei derivati, strumenti finanziari ad alto rischio, per la quale la stessa Deutsche Bank è esposta per un valore nominale di 48.000 miliardi di euro (circa venti volte il nostro debito pubblico e quasi trenta volte il nostro prodotto interno lordo)? Non ci stupiremmo, dunque, se al momento dello scambio degli anelli tra Commerzbank e Deutsche, ancora una volta il regolatore scegliesse la via del silenzio.
Nonostante il ministro Scholz abbia più volte ripetuto che la Germania ha bisogno di banche forti in grado di sostenere l'economia basata sull'export, difficile non scorgere nell'operazione in corso l'ultima spiaggia per due gruppi in estrema difficoltà ormai da diverso tempo. Quello che promette di nascere dalla fusione di questi due colossi rischia, infatti, di assomigliare a un kraken, uno di quei giganteschi mostri mitologici che popolano le storie di fantasia ambientate nell'oceano. Con un fatturato di 35 miliardi di euro e una forza lavoro di quasi 150.000 dipendenti, il nuovo soggetto sconterebbe sin da subito l'incapacità strutturale di Deutsche di produrre utili. Solo nel 2017, l'istituto di Francoforte ha chiuso con 500 milioni di perdite e il titolo è passato dai 16 euro di inizio anno ai 7 euro toccati in questi giorni. Secondo le ultime rilevazioni, Deutsche è la banca più rischiosa in Europa, con una probabilità di default a cinque anni pari al 17%, tre volte quella di Societe Generale e Bnp, e maggiore anche rispetto a Unicredit. Il timore che l'istituto diventi la «nuova Lehman» spinge il governo federale a mettere in campo ogni soluzione possibile per salvare la baracca, che in caso di fallimento rischia di provocare una crisi finanziaria paragonabile a quella causata un decennio fa dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense.
Non si può parlare di economia, tuttavia, senza menzionare la politica. Il mutamento degli equilibri europei al quale stiamo assistendo nelle ultime settimane finirà inevitabilmente per incidere anche sulla gestione delle future crisi bancarie. L'apparente naufragio dell'asse Parigi-Berlino, con Emmanuel Macron relegato in un cantuccio, rappresenta una possibilità per l'Italia di far sentire la propria voce anche in vicende di questo tipo. Non a caso lunedì Matteo Salvini ha parlato di un «nuovo asse Roma-Berlino». Un ritorno alle sane relazioni bilaterali, ma anche una mano tesa che potrebbe giovare ad entrambi i paesi.
Antonio Grizzuti
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Come minimo, dopo la «retromarche», arriverà al 3,5% del Pil Ma la Commissione glissa: «Valuteremo i conti in primavera»Il governo tedesco starebbe pensando di nazionalizzare il gigante fragile per fonderlo con Commerzbank. Nascerebbe un «mostro» zeppo di derivati e Npl. Ma la Vigilanza europea, così attenta ai nostri istituti, tace. Lo speciale comprende due articoli. Finale degli europei Italia-Francia: l'arbitro belga concede un rigore inesistente ai francesi, fa finta di niente sui falli da espulsione dei transalpini e alla fine della partita caccia via il nostro allenatore per proteste. È esattamente quello che sta succedendo a Bruxelles: il terreno di gioco sono i conti pubblici, l'arbitro è la Commissione europea. Parlare di due pesi e due misure è un eufemismo: ora che il presidente francese Emmanuel Macron, per salvare la pelle (politicamente parlando) ha annunciato una serie di concessioni all'insegna del più puro populismo, con il risultato di far schizzare ben oltre il 3% il rapporto deficit/pil (Les Echos, il giornale economico parigino, stima una percentuale del 3,5% per il 2019) ci si aspetterebbe dai vari Jean Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombvrovskis un durissimo altolà con conseguente minaccia di aprire una procedura di infrazione. E invece, niente di niente: ieri, su quanto promesso da Macron e le conseguenti ricadute sulla finanza pubblica francese, dalla Commissione europea sono arrivati commenti laconici e imbarazzati, all'insegna del «poi ne parliamo». Un atteggiamento che, paragonato ai fulmini e scagliati verso Roma per una ipotesi di rapporto deficit/pil al 2,4%, rafforza il sospetto che il pugno di ferro utilizzato nei confronti del governo italiano sia solo e soltanto una «lezione» al nostro popolo, che ha votato per le forze politiche che si oppongono a questo regime del terrore finanziario che è diventata l'Unione europea. Macron, per tentare di placare la piazza in rivolta, ha annunciato imminenti misure economiche, tra le quali un aumento di 100 euro del salario minimo senza oneri aggiuntivi per i datori di lavoro; la defiscalizzazione degli straordinari e dei bonus di fine anno da parte delle imprese; l'abrogazione dell'aumento dei contributi per i pensionati che guadagnano meno di 2.000 euro al mese. Misure che, come dicevamo, secondo Les Echos comporteranno mancati introiti per le finanze pubbliche di Parigi per circa 15 miliardi di euro e una impennata del rapporto deficit/pil al 3,5% (ma in realtà la stima è prudenziale: secondo diversi analisti e osservatori, il costo delle misure annunciate da Macron potrebbe portare il rapporto deficit/pil francese a sfiorare il 4%, anche perché la stessa banca di Francia ha ridotto le stime sulla crescita). Il debito pubblico francese è di gran lunga inferiore a quello italiano? Vero: peccato che tra le misure annunciate da Macron ce ne siano alcune, come ad esempio quelle sulle pensioni, che faranno aumentare proprio il debito. Ieri, i giornalisti di tutta Europa hanno chiesto ai burosauri di Bruxelles quali provvedimenti verranno presi nei confronti del governo parigino, anche in relazione al braccio di ferro in corso con l'Italia, e la risposta del portavoce capo della Commissione europea, Margaritis Schinas, è stata disarmante: «Abbiamo un procedimento ben strutturato», ha detto Schinas, «per monitorare e valutare la situazione economica e la politica di bilancio degli Stati membri. La nostra posizione sulla Francia è ben nota e l'opinione sul documento programmatico di bilancio francese è stata pubblicata di recente. L'impatto di bilancio della manovra che emergerà dall'iter parlamentare», ha aggiunto Schinas, «sarà valutato nella prossima primavera, quando pubblicheremo le nostre previsioni economiche». Avete letto bene: se ne parla in primavera, e del resto è comprensibile, visto che una legnata sul capo di Macron, sotto forma di procedura di infrazione, prima delle elezioni europee, sarebbe il colpo di grazia per il paladino dell'europeismo antipopulista, ridotto ormai alla caricatura di sé stesso, e messo talmente male da aver chiesto consigli su come affrontare la sommossa dei gilet gialli al suo predecessore Nicolas Sarkozy, invitato all'Eliseo venerdì scorso nell'ambito delle «consultazioni molto ampie» che hanno preceduto il suo discorso alla nazione. Imbarazzo e silenzio: il solitamente assai ciarliero commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari, il francese Pierre Moscovici, ai giornalisti che gli chiedevano di commentare gli annunci di Macron alla luce della procedura di infrazione minacciata nei confronti dell'Italia ha risposto: «Non risponderò a nulla su questo argomento». Sarà un caso, ma Moscovici poche settimane fa era stato a cena con Macron, che lo aveva «arruolato» nel fronte europeista che si prepara a perdere le prossime elezioni europee. Un filino più loquace il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombvrovskis, che ogni giorno spara a palle incatenate contro l'Italia, ma che sulle misure a tutta spesa annunciate dall'Eliseo si limita a dire «seguiremo con attenzione l'impatto degli annunci fatti dal presidente Macron sul deficit e le modalità di finanziamento». Le solite «fonti comunitarie», ovviamente anonime, hanno spiegato che «per l'Italia abbiamo un documento programmatico di bilancio; che cosa abbiamo dalla Francia? Solo un discorso del presidente Macron. Non possiamo prendere posizione in base a un discorso». Sembra passato un secolo, da quando i soloni di Bruxelles bacchettavano i ministri italiani per le loro dichiarazioni pubbliche. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deutsche-bank-salvata-dallo-stato-se-lo-fa-berlino-lue-non-apre-bocca-parigi-se-ne-frega-dei-limiti-sul-deficit-tanto-a-bruxelles-bastonano-solo-noi-2623115894.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="deutsche-bank-salvata-dallo-stato-se-lo-fa-berlino-l-ue-non-apre-bocca" data-post-id="2623115894" data-published-at="1782551645" data-use-pagination="False"> Deutsche Bank salvata dallo Stato? Se lo fa Berlino l'Ue non apre bocca Le voci si sono rincorse per mesi, ma adesso sembra quasi fatta. Pare infatti che le due banche più importanti della Germania, Deutsche Bank e Commerzbank, stiano per unirsi in matrimonio. Secondo le indiscrezioni, dietro alla fusione ci sarebbe la «manina» dello stesso ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz. La presenza del rappresentante dell'esecutivo guidato da Angela Merkel nella trattativa non deve stupire, dal momento che tra le soluzioni messe sul tavolo in queste ultime settimane ci sarebbe quella che prevede l'ingresso del governo federale in qualità di maggiore azionista di Deutsche Bank per un periodo propedeutico alla fusione che dovrebbe durare circa cinque anni. L'operazione, a quel punto, si configurerebbe come una vera e propria nazionalizzazione per l'istituto guidato da Christian Sewing. Certo, si tratterebbe di uno scenario molto distante dalla linea di pensiero che ha animato la politica europea in ambito bancario degli ultimi anni. Pensiamo al bail in, la normativa di risoluzione degli istituti in difficoltà approvata nel 2014, introdotta proprio al fine di evitare i salvataggi di stato. Ma nel recente periodo abbiamo assistito al continuo moltiplicarsi di regole in ambito creditizio. Tutte novità che hanno reso difficile, se non quasi impossibile, la vita degli istituti di credito, in particolare quelli italiani. Una su tutte, l'ossessione morbosa della Vigilanza e del suo capo, Daniele Nouy, per i crediti deteriorati. Buon senso avrebbe voluto che proprio per quegli impieghi così difficili da riscuotere, il regolatore concedesse un arco temporale più ampio. E invece no. Messe con le spalle al muro, le nostre banche si sono trovate a doversi liberare in fretta e furia dei crediti non performanti (164 miliardi di euro nell'ultimo biennio), spesso svendendoli per pochi spiccioli e in larga parte a favore di investitori esteri. A poco e nulla sono valse le proteste di Banca d'Italia, che in più di un occasione ha sottolineato la mancata correlazione tra una maggiore quantità di Npl e mancata erogazione del credito. Il pranzo, ormai, era già servito. Ci sono aspetti, tuttavia, sui quali la scure dell'autorità di Vigilanza si è abbattuta con una forza molto minore. Basti pensare, ad esempio, alla montagna di quasi 7.000 miliardi di euro di titoli «tossici» in pancia agli istituti francesi e tedeschi. Una bomba pronta a esplodere, dal momento che una svalutazione pari ad appena il 5% di questi titoli produrrebbe impatti in termini di ricapitalizzazione sul capitale delle banche di questi Paesi pari a molti miliardi di euro. E che dire dei derivati, strumenti finanziari ad alto rischio, per la quale la stessa Deutsche Bank è esposta per un valore nominale di 48.000 miliardi di euro (circa venti volte il nostro debito pubblico e quasi trenta volte il nostro prodotto interno lordo)? Non ci stupiremmo, dunque, se al momento dello scambio degli anelli tra Commerzbank e Deutsche, ancora una volta il regolatore scegliesse la via del silenzio. Nonostante il ministro Scholz abbia più volte ripetuto che la Germania ha bisogno di banche forti in grado di sostenere l'economia basata sull'export, difficile non scorgere nell'operazione in corso l'ultima spiaggia per due gruppi in estrema difficoltà ormai da diverso tempo. Quello che promette di nascere dalla fusione di questi due colossi rischia, infatti, di assomigliare a un kraken, uno di quei giganteschi mostri mitologici che popolano le storie di fantasia ambientate nell'oceano. Con un fatturato di 35 miliardi di euro e una forza lavoro di quasi 150.000 dipendenti, il nuovo soggetto sconterebbe sin da subito l'incapacità strutturale di Deutsche di produrre utili. Solo nel 2017, l'istituto di Francoforte ha chiuso con 500 milioni di perdite e il titolo è passato dai 16 euro di inizio anno ai 7 euro toccati in questi giorni. Secondo le ultime rilevazioni, Deutsche è la banca più rischiosa in Europa, con una probabilità di default a cinque anni pari al 17%, tre volte quella di Societe Generale e Bnp, e maggiore anche rispetto a Unicredit. Il timore che l'istituto diventi la «nuova Lehman» spinge il governo federale a mettere in campo ogni soluzione possibile per salvare la baracca, che in caso di fallimento rischia di provocare una crisi finanziaria paragonabile a quella causata un decennio fa dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense. Non si può parlare di economia, tuttavia, senza menzionare la politica. Il mutamento degli equilibri europei al quale stiamo assistendo nelle ultime settimane finirà inevitabilmente per incidere anche sulla gestione delle future crisi bancarie. L'apparente naufragio dell'asse Parigi-Berlino, con Emmanuel Macron relegato in un cantuccio, rappresenta una possibilità per l'Italia di far sentire la propria voce anche in vicende di questo tipo. Non a caso lunedì Matteo Salvini ha parlato di un «nuovo asse Roma-Berlino». Un ritorno alle sane relazioni bilaterali, ma anche una mano tesa che potrebbe giovare ad entrambi i paesi. Antonio Grizzuti
Ansa
Diverse associazioni protestano, chiedono al Parlamento «centralità dei diritti dei minorenni» e che «il loro superiore interesse prevalga e non sia sacrificato in nome del controllo dell’immigrazione». Curioso, che si chieda al nostro Paese di discostarsi da un Patto europeo entrato in vigore il 12 giugno e che finalmente riforma la gestione dei flussi e introduce procedure uniformi, vincolanti per tutti gli Stati membri. Ancora più singolare, che la richiesta avvenga dopo che le Ong riconoscono che l’Italia ha «una delle normative più avanzate d’Europa in materia di tutela dei diritti dei minori stranieri non accompagnati […] possiede già tutto ciò che serve a garantire il pieno rispetto dei diritti e la risposta ai bisogni di bambini, bambine e adolescenti soli».
Dunque, quale sarebbe la deriva? «La raccolta obbligatoria dei dati biometrici (impronte digitali e foto del volto) a partire dai 6 anni», dichiarano nel documento le varie organizzazioni firmatarie, da ActionAid Italia a Cir-Consiglio italiano per i rifugiati, che chiedono di promuovere e coordinare un’iniziativa politica in Europa «per una moratoria immediata sull’applicazione del rilievo biometrico sotto i 14 anni».
Dimenticano, queste Ong, che era stato Amber Alert Europe, il Centro europeo per i bambini scomparsi, fondazione paneuropea che riunisce 85 organizzazioni in 29 Paesi, a chiedere nell’aprile del 2018 alla Commissione europea di utilizzare l’identificazione tramite impronte digitali per i bambini a partire dai 6 anni e di includerli nel database biometrico Eurodac.
«Prendere le impronte digitali di un bambino può contribuire notevolmente alla sua protezione», affermò Frank Hoen, fondatore di Amber Alert Europe. «Quando i bambini che arrivano nell’Unione europea vengono correttamente identificati e registrati alla frontiera, le autorità competenti sono in grado di tenerli lontani dai trafficanti e persino di aiutarli a ricongiungersi con i familiari. In questo modo possono ricevere la protezione e le cure di cui hanno bisogno». Adesso la raccolta e la digitalizzazione delle impronte digitali dei minori stranieri sono diventate un atto lesivo. Sotto accusa è finito anche l’articolo 5 del disegno di legge in discussione, quello che contiene «Disposizioni in materia di minori stranieri non accompagnati e di ingresso e soggiorno». Non piacciono gli interventi proposti in tema di «prosieguo amministrativo», ovvero la misura che consente il prosieguo del percorso di accoglienza e integrazione a beneficio del minore anche dopo il compimento della maggiore età. Forse infastidisce che siano precisate le regole procedurali per la presentazione della domanda, che deve avvenire «su richiesta documentata presentata anche dai servizi sociali del Comune» e «a pena di inammissibilità, entro il compimento del diciottesimo anno d’età».
Ma ben vengano disposizioni certe e chiare. Così pure è stata fonte di contrarietà la previsione di un nuovo comma 2-bis, in base al quale «il Tribunale per i minorenni può disporre, in ogni tempo, la cessazione della misura quando risulti da una relazione dei servizi sociali che il neo maggiorenne abbia tenuto una condotta incompatibile con la prosecuzione del percorso di inserimento sociale». Solo perché è migrante, se si comporta male dovrebbe beneficiare di trattamenti di favore rispetto a un ragazzo italiano con lo stesso bisogno di accompagnamento e di percorso educativo? Non dimentichiamo che per la legge 47/2017, conosciuta come legge Zampa, tanto citata dalle Ong come modello riconosciuto a livello europeo, presupposti per la richiesta del proseguo amministrativo sono che il destinatario della misura abbia intrapreso «un percorso di inserimento sociale»; che necessiti «di un supporto prolungato volto al buon esito di tale percorso finalizzato all’autonomia»; che abbia l’obiettivo di realizzare il diritto all’integrazione sociale. Servono volontà e impegno.
Soprattutto, le barricate sono state alzate contro la proposta di riduzione della durata del prosieguo, da 21 a 19 anni. Forse il legislatore deve meglio definire, se la riduzione verrà valutata a seconda dei risultati già ottenuti a livello individuale, o se sarà una regola per ogni percorso del minore straniero e allora capiremo la logica che ha dettato questo accorciamento dei tempi.
Di sicuro, suona strano che per l’autonomia del migrante 19 anni siano pochi, quando diverse forze politiche di centrosinistra chiedono da tempo di estendere il diritto di voto ai sedicenni, per le elezioni amministrative, europee, politiche. L’ultima, quella lanciata a gennaio da +Europa: «In Italia a 16 anni lavori, paghi le tasse e rispondi penalmente delle tue azioni. Ma non puoi scegliere chi ti rappresenta».
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Nel riquadro Francesco Imprezzabile, l'agente morto durante un inseguimento. Sullo sfondo la polizia locale di Peschiera Borromeo e di Milano sul luogo dell'incidente dove è deceduto l'agente (Ansa)
Si potrebbe fare il glorioso quiz de La Settimana enigmistica: trova la differenza, solo che la soluzione è troppo facile e salta agli occhi. Se sei extracomunitario ti viene sempre e comunque applicata una sorta di «scriminante a prescindere». Una dimostrazione clamorosa è di queste ore. Genti Berisha, uno che ha una fedina penale come un lenzuolo, sfuggito all’alt della polizia locale con conseguente caduta mortale dell’agente Francesco Imprezzabile che lo inseguiva, non fa un giorno di galera e va agli arresti domiciliari perché il gip Giulia Masci gli riqualifica il reato da omicidio stradale a morte in conseguenza di altro reato.
Invece il carabiniere Antonio Lenoci, che guidava la Gazzella all’inseguimento di Ramy, il ragazzo morto il 24 novembre 2024 mentre fuggiva in scooter da un posto di blocco, andrà a giudizio con l’accusa di omicidio stradale con l’aggravante dell’eccesso colposo nell’adempimento del dovere. Va detto che in Appello a Fares Bouzidi, immigrato che guidava lo scooter di Ramy, la pena è stata dimezzata: se l’è cavata con un anno e sei mesi e il riconoscimento pieno delle attenuanti generiche. Trova la differenza, appunto. Siamo a Milano, sono tutti e due inseguimenti. Il carabiniere viene accusato di omicidio stradale, l’albanese che provoca la morte di un vigile urbano gode dello sconto immediato: gli riqualificano il reato riducendone la gravità. Che invece, stando al racconto dei fatti, c’è tutta.
Lunedì 22 giugno Genti Berisha a bordo di un’Audi a noleggio percorre la strada nel quartiere Ponte Lambro. Lì c’è di pattuglia Imprezzabile che lo vede sfrecciare a forte velocità: gli intima l’alt. L’albanese accelera, ne nasce un inseguimento e Imprezzabile con la moto arriva a oltre 180 chilometri all’ora per cercare di fermare l’Audi: cade e muore. Berisha, arrestato, si difende dicendo di non aver speronato la moto dell’agente e spiega: «Non mi sono fermato al posto di blocco perché avevo un po’ di droga con me». Detta così, sembra quasi una disgraziata fatalità, ma lui è accusato di essere un trafficante internazionale. Era però libero di girare in Italia perché un giudice l’aveva scarcerato.
Berisha era stato beccato in Albania, estradato in Italia un anno fa perché la Procura di Brescia sospetta che sia uno degli uomini di fiducia del clan Cela, che gestisce un traffico di cocaina dal Sudamerica all’Italia via Albania. Ma scaduti i termini lo hanno messo fuori con obbligo di firma. E quella sera, vicino a Linate, era lì per i suoi affari. Incontrandolo, Imprezzabile ha perso la vita, ma per il gip di Milano, che lo ha messo agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico, l’albanese non ha ucciso; ha solo provocato una morte. Appunto: trova la differenza. Il ministro di giustizia Carlo Nordio ha detto che siccome il Codice Rocco è fascista andrebbe riformato, ma ci pensano già i magistrati italiani a introdurre delle nuove scriminanti tra le norme penali. Perché se l’accusa di razzismo è un’aggravante per un italiano, essere di un’altra etnia se si commette un reato è un’attenuante.
La cronaca lo propone tutti i giorni. A Pegli, giovedì, vicino al bagno Mediterraneé, un gambiano si è calato gli slip e ha cominciato, in pieno giorno, a masturbarsi davanti ai bambini, alle famigliole. Lo hanno ripreso e il video ha fatto 40 milioni di visualizzazioni in dodici ore su TikTok. Sono arrivati gli agenti della municipale, lo hanno fatto allontanare. Ora ha una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, ma non gli succederà nulla anche perché nessuno sa più dove sia. Anche se i bagnanti di Pegli hanno raccontato: «Non ne possiamo più, bivaccano dappertutto, fanno i loro bisogni, i loro comodi senza che nessuno faccia nulla». L’avvocato difensore di uno egiziano di 21 anni che l’8 giugno ha stuprato una ragazza di 16 anni ad Avezzano ha detto: «Non è una storia d’immigrazione, i due si conoscono, avevano solo bevuto troppo». Risultato l’egiziano (filmato mentre abusava della ragazza) è finito in carcere l’8 giugno, ma dopo l’interrogatorio di garanzia lo hanno rimesso in libertà». A Ferrara, un mese fa, un maliano di 29 anni ha cercato di violentare una ragazza di 20 anni in pieno centro. I carabinieri lo hanno arrestato, ma il giudice lo ha rimesso in libertà solo con l’obbligo di firma. Resta clamorosa la sentenza del gup di Brescia, Valeria Rey, che ha riqualificato il reato a carico di un bengalese di 29 anni che in un campo profughi nel Collio aveva stuprato e messo incinta una bambina di dieci anni. Per la giudice non ci sono gli estremi dello stupro, perché i rapporti si sono ripetuti, per cui per il bengalese, tenendo conto anche della sua cultura (così si è detto in tribunale), basta una condanna a cinque anni per «atti sessuali con minorenni». Sono solo gli ultimi casi. Giusto per memoria, a Firenze una professoressa trentenne che dava lezioni private d’inglese, ma anche di sesso a un ragazzino di 13 anni, è rimasta incinta. L’hanno condannata a sei anni e mezzo. Lei è fiorentina. Dunque: trova la differenza!
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Papa Leoen XIV (Ansa)
Il pontefice ha anche ricordato che «l'unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico». Dopo questo monito, ieri mattina 178 cardinali hanno preso parte al Concistoro, appunto, aperto da un altro significativo intervento del Papa, preceduto da un saluto del cardinale Giovanni Battista Re.
Ma prima di soffermarsi su tale intervento, vale la pena ricordare il significato ecclesiale di questo Concistoro, che è già il secondo convocato da Prevost: a poco più di un anno dalla sua elezione, di certo cosa non marginale. Tanto più se si pensa che, durante il pontificato di Papa Francesco, i porporati trascorsero diversi anni senza incontrarsi a Roma. Venendo più nello specifico della due giorni iniziata ieri, i cardinali sono stati divisi in due insiemi: uno di 9 gruppi di cardinali elettori ordinari - inclusi nunzi e porporati elettori che hanno concluso il servizio come ordinari - e l’altro di 11 gruppi di cardinali elettori della Curia romana e cardinali non elettori; ogni gruppo con un presidente e un segretario.
Come anticipato in una lettera dal cardinale decano Giovanni Battista Re, l’agenda dei lavori ha quattro focus tematici: la situazione internazionale, la pace e il superamento della teoria della «guerra giusta», l’enciclica Magnifica humanitas e l’attuazione del Sinodo. Per affrontare tali temi, ieri mattina i porporati - nella prima sessione, intitolata «In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?» - hanno riflettuto su due interrogativi. Il primo si chiedeva «quali sofferenze, tensioni e interrogativi» attraversino «oggi con maggiore forza i popoli e le comunità ecclesiali affidate alla Sua cura»; il secondo verteva su «quali segni di speranza, di fedeltà al Vangelo e di possibile riconciliazione è importante portare all’ascolto comune».
Sviluppando tali interrogativi, i cardinali hanno fatto emergere «la necessità di misurarsi in maniera cristiana sul fenomeno migratorio» e sul «bisogno di reali politiche di integrazione». Dinnanzi a ciò, e anche ai contesti di sfiducia e di degrado, è altresì affiorato «come sia necessario che la Chiesa si mostri madre, luogo accogliente, anche ristrutturando le parrocchie». Nel pomeriggio, invece, i cardinali - nella seconda sessione, intitolata «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore» - hanno riflettuto sul modo in cui «le tensioni, le divisioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese e dei nostri popoli» e su «quali linguaggi, atteggiamenti e pratiche possono aiutare a costruire riconciliazione, convivenza e pace». Tutti questi lavori sono però stati anticipati da un intervento di Papa Leone XIV molto significativo, e non solo per il concistoro.
Infatti, dopo il canto del Veni Creator Spiritus e il saluto del cardinale Re - dettosi «lieto» di partecipare al Concistoro in un «momento difficile per l’umanità» -, Prevost ha preso la parola per un intervento introduttivo dei lavori, nel quale ci sono stati diversi passaggi significativi. I più rilevanti sono stati due. Anzitutto il Papa ha chiesto ai cardinali un sostegno «forte, esplicito, pubblico». Tre aggettivi - specie l’ultimo - difficili da ricondurre ad una prassi; dunque parlare di semplice richiesta di aiuto (per quanto, in effetti, lo stesso Prevost lo abbia detto: «Desidero chiedervi un aiuto particolare»), rischia di essere fuorviante o, quanto meno, parziale. Anche perché viene da chiedersi perché mai Leone XIV - un leader religioso indiscusso nonché un monarca - abbia bisogno di un appoggio «pubblico». La sensazione è che dietro quest’ultimo termine vi sia, nel Papa, la consapevolezza che per la Chiesa si profilano giorni complessi. Le partite sul tavolo sono almeno due. Da un lato, a giorni verranno effettuate dalla Fraternità San Pio X le annunciate nomine di vescovi senza mandato e accordo con Roma - cosa che può concretizzare un rischio di scisma -, dall’altro mal di pancia non più lievi si levano continuamente dalla Germania, dove l’establishment del Cammino sinodale (Synodaler Weg) da tempo esige più «aperture» su diversi temi. In secondo luogo, nel suo intervento di ieri, Leone XIV ha anche fatto una seconda esortazione significativa: «Non siamo qui principalmente per riflettere sulla vita interna della Chiesa». Parole che riflettono l’interpretazione che il pontefice dà non solo all’assemblea in corso ma anche alla Chiesa, che - dal suo punto di vista, e non solo dal suo c’è da sperare - ha una missione principale: annunciare Cristo al mondo. «La missione non è uno dei tanti compiti della Chiesa. È la sua stessa ragion d’essere», ha insistito Prevost. Che, non senza qualche difficoltà, sta lavorando non solo per preservare l’unità della Chiesa a fronte delle spinte, poc’anzi accennate, che la scuotono, ma anche per riportarla alla sua «missione» originale. Una sfida accanto alla quale il Papa non perde di vista, come si diceva in apertura, un tema da oggi cui dipende il futuro di tutta la famiglia umana: la pace.
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Il presidente libanese Joseph Aoun (Getty Images)
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
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