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2018-06-24
Dall’energia alle questioni militari, il continente è più disunito che mai
ANSA
L'Ue è finalmente arrivata a un bivio che la costringerà a ripensarsi. Un punto di non ritorno. Il vertice sulla crisi migratoria, più subìto che voluto da Angela Merkel, dimostrerà una volta per tutte le crepe politiche e istituzionali su cui poggia il progetto della Casa Comune, ovvero evidenzierà il fatto che nonostante il nome essa non è un'unione. Non lo è in senso prettamente tecnico dato che le competenze più importanti rimangono intergovernamentali e non lo è in senso politico in quanto nessuno Stato ha rinunciato al proprio interesse nazionale negli ultimi 60 anni di storia. La geografia e la storia sono ancora i fondamenti su cui le capitali formano le proprie politiche estere. A partire dalle guerre nella ex Jugoslavia fino ad arrivare alla Libia, passando dall'Ucraina, i Paesi membri hanno sempre dimostrato d'inseguire interessi particolari e di mancare completamente della capacità di gestione delle conseguenze dei propri atti dovendo affidarsi alla fine quasi sempre agli Usa. Nel campo energetico - politica ufficialmente comune - i Paesi mediterranei necessitano del dialogo con le capitali arabe mentre la Germania si affida a partnership con la Russia e Paesi centro europei, per non ritrovarsi stretti nella morsa tra due giganti storicamente ingombranti, chiamano in aiuto Washington per rifornirli di gas liquefatto. Nel bel mezzo della crisi migratoria scopriamo di non avere una politica d'asilo unica, di non riuscire a proteggere i confini e di mancare d'una struttura d'intelligence minima che invece funziona in ambito Nato. La tanto decantata tassa comune sui giganti del Web fallisce in quanto i piccoli Stati come il Lussemburgo, detentori di privilegi fiscali ad altri negati, si oppongono.
Gran parte dei Paesi europei ha accolto l'obbligatorietà delle istituzioni di Bruxelles solo in quanto apportatrici d'un compromesso necessario, accettabile finché utile, e in quanto la sicurezza veniva comunque garantita in ambito Nato da un membro esterno assai più forte, gli States. Nonostante l'innegabile interesse americano a costruire un sistema economico e sociale stabile sul confine con la zona comunista nel secondo dopoguerra, le comunità europee hanno avuto origine grazie alla spinta propulsiva di uomini quali De Gasperi, Adenauer e Schuman legati alla dottrina sociale cattolica e alle idee propugnate fin dal 1923 dal fondatore del movimento paneuropeo, l'aristocratico austriaco Richard Coudenhove-Kalergi. Per loro l'idea di un'Europa comune non era solo una necessità strategica abbisognante la benevolenza di Washington - che aveva ereditato da Londra il compito realpolitico d'evitare la formazione di qualunque forma d'egemonia sul Vecchio Continente - ma era anche un'idea utopica che poteva portare, grazie al principio di sussidiarietà tanto caro alla dottrina sociale, alla realizzazione di una società europea non conflittuale e consapevole della propria unicità storica. Il rifiuto francese alla Comunità di Difesa Comune nel 1954 menomò pesantemente le loro speranze, tolse la guida del progetto alla politica e passò la palla dell'integrazione alla classe dei burocrati. Questi nei successivi 50 anni hanno pressato i Paesi membri sulla via della rinuncia forzata a parte delle sovranità statali senza tuttavia pensare di compensare funzionalmente la perdita di tali prerogative.
Nonostante la sussidiarietà, cioè l'idea che i problemi vadano gestiti e risolti sempre al livello più prossimo al cittadino, lasciando ai vertici solo le competenze inesorabilmente comuni, sia uno dei principi fondamentali dei trattati europei esso non è mai stato applicato. Probabilmente la sussidiarietà risulta eccessivamente cattolica per una classe di burocrati formatasi sul pensiero federalista di Spinelli e nel laicismo giacobino d'ispirazione francese. Tutto ciò ci ha portato al paradosso massimo della moneta comune, che però non ha portato consequenzialmente - come invece pretendevano i teorici - a un governo comune e men che meno, premessa di ogni tipo di stabilità, a una società europea fiduciosa nelle proprie istituzioni. La fluidità della geopolitica post guerra fredda, che in questi anni sta ridisegnando il bilanciamento dei poteri globali, unito alla mancanza di una classe dirigente capace, non ha fatto che palesare le problematicità con cui l'Unione europea convive. Rinchiusa nella sua torre d'avorio idealista, essa non riesce ad ammettere di non essere un giocatore globale, priva com'è di capacità militari o di politiche estere comuni, ma cosa assai peggiore essa non riesce ad ammettere d'essere inconsistente poiché ha abbandonato i principi dei padri fondatori. Vogliono convincerci che è colpa dei cosiddetti populismi per non spiegarci le cause del problema. Alle prime difficoltà internazionali l'Ue ha dimostrato la sua inconsistenza politica e le pretese egemoniche di alcune capitali stanno riportando i Paesi verso un rigurgito sovranista da cui sarà arduo svincolarsi nei prossimi decenni. L'Europa del futuro prossimo dovrà rivedere il proprio modello evolutivo e probabilmente favorire, se vuole sopravvivere in attesa di tempi migliori, la formazione di blocchi politici tali da dar adito a un palesato - e non più ipocritamente negato - sistema di bilanciamento dei poteri interno all'Unione. Paesi medio piccoli, di cui Visegrad ed il Benelux rappresentano alcuni esempi, in dialogo realpolitico con i grandi Stati. Un passo indietro per riprovare, un giorno, a farne due in avanti.
Laris Gaiser
Bilancio europeo: rivolta sul piano Macron-Merkel
Nuova spaccatura all'interno dell'Unione europea. E, stavolta, nell'occhio del ciclone finisce la questione del bilancio. L'Olanda si è infatti messa a capo di una nutrita serie di Paesi (Belgio, Lussemburgo, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Estonia, Malta), per respingere il tentativo di riformare la zona euro, attraverso l'introduzione di un bilancio separato.
La proposta era stata profondamente caldeggiata dal presidente francese, Emmanuel Macron, con il benestare della cancelliera tedesca, Angela Merkel. A formalizzare l'opposizione, è stato il presidente di turno del Consiglio dei 28 ministri finanziari dell'Ecofin a Lussemburgo, il bulgaro Vladislav Goranov, che ha evidenziato le «posizioni divergenti in diversi Stati membri», tenendo comunque a precisare di approvare (non è chiaro quanto sinceramente) gli sforzi condotti da Parigi e Berlino per cercare di riformare l'Eurozona. Stando a Goranov, i ministri contrari alla proposta chiederebbero di «discutere più approfonditamente qual è il fine principale di un bilancio diverso o separato per l'eurozona». In particolare, gli Stati riottosi hanno chiesto a Mario Centano, presidente dei 19 ministri finanziari dell'Eurogruppo, di informare i capi di Stato e di governo dell'Unione - in vista del loro summit a Bruxelles previsto a fine giugno - della mancanza di una intesa per quanto concerne il progetto di bilancio franco-tedesco. Insomma, si tratta di uno schiaffo politico non indifferente, inferto a Parigi e a Berlino. Uno schiaffo doloroso che, guarda caso, non è stato granché digerito. I ministri delle finanze di Germania e Francia, Olaf Scholz e Bruno Le Maire, hanno infatti difeso la proposta che avevano presentato. In particolare, Le Maire ha usato parole di una certa durezza. «Dobbiamo trarre una lezione dalla crisi greca», ha affermato, «L'eurozona non può restare così come è ora perché sarebbe irresponsabile». Le Maire ha inoltre aggiunto che «la nostra determinazione a convincere i partner sulla necessità di andare avanti è totale» dal momento che «non possiamo lasciare ai nostri figli un'eurozona così fragile come è oggi». Scholz, dal canto suo, si è espresso in modo più cauto, sostenendo che questo sarebbe solo «il punto di partenza» per discussioni che «richiedono tempo». Come che sia, sembrerebbe che l'asse franco-tedesco non abbia alcuna intenzione di indietreggiare, puntando a ripresentare la questione al summit di fine mese, cui parteciperanno anche Emmanuel Macron e Angela Merkel. In tutto questo, il ministro italiano dell'Economia, Giovanni Tria, ha mostrato un parziale ottimismo, affermando che «per la prima volta si affrontano apertamente temi come quello della costruzione di un bilancio europeo, la fiscal capacity, le assicurazioni sui depositi», pur riconoscendo che «abbiamo registrato disaccordo» su alcune parti. L'Italia, insomma, sembrerebbe puntare a una mediazione. Una strada non esattamente facile, visto che l'Olanda non pare intenzionata a fare alcun passo indietro. Il braccio di ferro è solo all'inizio.
Stefano Graziosi
E la Bulgaria ha affossato la Web tax di Bruxelles
La tassa digitale europea deve essere rivista. Questo quanto emerge da un documento, non ancora reso pubblico, elaborato dalla Bulgaria, stato che attualmente detiene la presidenza dell'Ue. Stando al testo, l'Unione europea dovrebbe dunque prendere in considerazione l'abbassamento della soglia che colpisce le società digitali da 750 a 50 milioni di euro l'anno. Questo limite, inoltre, dovrebbe essere applicato solo alle società che operano all'interno dell'Ue. Inserire come parametro i 50 milioni di euro di fatturato annuo significa anche aumentare il bacino di società da raggiungere. Secondo Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici e monetari, la tassa digitale così come proposta dalla Commissione potrebbe «interessare 150 società».
Nella proposta originale era stato infatti stabilito di imporre una tassa del 3% a tutte quelle multinazionali digitali con un ricavato pari a 750 milioni di euro. Nel documento bulgaro la somma però è messa fra parentesi. Simbolo che si usa quando si vuole eliminare un determinato dettaglio dal testo. Il documento chiede infatti agli Stati membri di rivedere, tra le altre cose, le somme in questione. Secondo Jegerov Dmitrijegerov, sottosegretario alla Tassazione dell'Estonia - e considerato uno dei massimi esperti in materia di tassazione digitale - l'eliminare la soglia dei 750 milioni di euro è una modifica cruciale per garantire la neutralità della misura: «Si potrebbe avere un'azienda», dichiara il sottosegretario, «con un fatturato annuale di 740 milioni di euro che non paga le tasse, mentre una società da 760 milioni di euro, con un reddito imponibile di 60 milioni, che invece sarà tassata». Questo rappresenta un serio problema di neutralità fiscale. «Proprio per questo», conclude Dmitrijgerov, «accogliamo con favore la proposta di rimuovere la soglia dei 750 milioni di euro». Il documento bulgaro propone anche di «restringere l'ambito» della proposta «abbandonando» la trasmissione di dati raccolti sugli utenti e generati dalle attività su interfacce digitali «dall'elenco di servizi che possono essere tassati».
I diplomatici dell'Unione europea hanno però anche precisato come un'altra questione importante su cui si sta lavorando, è il campo di applicazione. Si vuole dunque capire se sia corretto «limitarsi ad una sola categoria di attività» oppure scegliere un insieme di elementi, ancora non meglio individuati.
Le modifiche sono necessarie anche per arrivare ad una soluzione temporanea in attesa che l'Ocse fornisca quella definiva. La soglia del 3%, era stato infatti precisato dal commissario Moscovici, doveva essere vista come uno strumento temporaneo. Rivedere la tassa digitale della Commissione è necessario anche perché senza l'accordo di tutti e 28 i paesi dell'Unione l'iniziativa fiscale non si potrà mai concretizzare. Fino ad ora paesi come Malta, Irlanda e Lussemburgo si sono opposti perché il regime proposto non andrebbe a loro favore. Queste nazioni hanno infatti adottato negli anni strategie fiscali che hanno permesso loro d'attrarre le maggiori multinazionali, facendo pagare tasse inferiori al 3%. Se si dovesse dunque uniformare il sistema fiscale, in tema di tassazione digitale, questi Paesi perderebbero il loro vantaggio competitivo a favore degli altri Stati Ue, come l'Italia. «Il supporto dei governi per la proposta di imposta sul fatturato digitale sembra diminuire man mano che si rendono conto di come questo danneggerebbe l'innovazione digitale, gli investimenti e le piccole imprese che utilizzano le piattaforme online per vendere a livello globale». Così Christian Borggreen, vicepresidente della Computer and Communications Industry Association, ha dichiarato a Bloomberg Tax.
Giorgia Pacione Di Bello
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L'Ue non riesce a gestire le conseguenze delle proprie scelte belliche, come nella ex Jugoslavia, e le nazioni leader dipendono per il gas da russi o arabi. Non c'è coesione, quindi l'Unione va ripensata.L'Olanda guida un gruppo di nazioni che dissente sulla riforma dell'eurozona.E la Bulgaria ha affossato la Web tax di Bruxelles. Durante il suo semestre di presidenza, Sofia chiede di abbassare da 750 a 50 milioni la soglia di fatturato tassabile: «Per neutralità».Lo speciale contiene tre articoliL'Ue è finalmente arrivata a un bivio che la costringerà a ripensarsi. Un punto di non ritorno. Il vertice sulla crisi migratoria, più subìto che voluto da Angela Merkel, dimostrerà una volta per tutte le crepe politiche e istituzionali su cui poggia il progetto della Casa Comune, ovvero evidenzierà il fatto che nonostante il nome essa non è un'unione. Non lo è in senso prettamente tecnico dato che le competenze più importanti rimangono intergovernamentali e non lo è in senso politico in quanto nessuno Stato ha rinunciato al proprio interesse nazionale negli ultimi 60 anni di storia. La geografia e la storia sono ancora i fondamenti su cui le capitali formano le proprie politiche estere. A partire dalle guerre nella ex Jugoslavia fino ad arrivare alla Libia, passando dall'Ucraina, i Paesi membri hanno sempre dimostrato d'inseguire interessi particolari e di mancare completamente della capacità di gestione delle conseguenze dei propri atti dovendo affidarsi alla fine quasi sempre agli Usa. Nel campo energetico - politica ufficialmente comune - i Paesi mediterranei necessitano del dialogo con le capitali arabe mentre la Germania si affida a partnership con la Russia e Paesi centro europei, per non ritrovarsi stretti nella morsa tra due giganti storicamente ingombranti, chiamano in aiuto Washington per rifornirli di gas liquefatto. Nel bel mezzo della crisi migratoria scopriamo di non avere una politica d'asilo unica, di non riuscire a proteggere i confini e di mancare d'una struttura d'intelligence minima che invece funziona in ambito Nato. La tanto decantata tassa comune sui giganti del Web fallisce in quanto i piccoli Stati come il Lussemburgo, detentori di privilegi fiscali ad altri negati, si oppongono.Gran parte dei Paesi europei ha accolto l'obbligatorietà delle istituzioni di Bruxelles solo in quanto apportatrici d'un compromesso necessario, accettabile finché utile, e in quanto la sicurezza veniva comunque garantita in ambito Nato da un membro esterno assai più forte, gli States. Nonostante l'innegabile interesse americano a costruire un sistema economico e sociale stabile sul confine con la zona comunista nel secondo dopoguerra, le comunità europee hanno avuto origine grazie alla spinta propulsiva di uomini quali De Gasperi, Adenauer e Schuman legati alla dottrina sociale cattolica e alle idee propugnate fin dal 1923 dal fondatore del movimento paneuropeo, l'aristocratico austriaco Richard Coudenhove-Kalergi. Per loro l'idea di un'Europa comune non era solo una necessità strategica abbisognante la benevolenza di Washington - che aveva ereditato da Londra il compito realpolitico d'evitare la formazione di qualunque forma d'egemonia sul Vecchio Continente - ma era anche un'idea utopica che poteva portare, grazie al principio di sussidiarietà tanto caro alla dottrina sociale, alla realizzazione di una società europea non conflittuale e consapevole della propria unicità storica. Il rifiuto francese alla Comunità di Difesa Comune nel 1954 menomò pesantemente le loro speranze, tolse la guida del progetto alla politica e passò la palla dell'integrazione alla classe dei burocrati. Questi nei successivi 50 anni hanno pressato i Paesi membri sulla via della rinuncia forzata a parte delle sovranità statali senza tuttavia pensare di compensare funzionalmente la perdita di tali prerogative. Nonostante la sussidiarietà, cioè l'idea che i problemi vadano gestiti e risolti sempre al livello più prossimo al cittadino, lasciando ai vertici solo le competenze inesorabilmente comuni, sia uno dei principi fondamentali dei trattati europei esso non è mai stato applicato. Probabilmente la sussidiarietà risulta eccessivamente cattolica per una classe di burocrati formatasi sul pensiero federalista di Spinelli e nel laicismo giacobino d'ispirazione francese. Tutto ciò ci ha portato al paradosso massimo della moneta comune, che però non ha portato consequenzialmente - come invece pretendevano i teorici - a un governo comune e men che meno, premessa di ogni tipo di stabilità, a una società europea fiduciosa nelle proprie istituzioni. La fluidità della geopolitica post guerra fredda, che in questi anni sta ridisegnando il bilanciamento dei poteri globali, unito alla mancanza di una classe dirigente capace, non ha fatto che palesare le problematicità con cui l'Unione europea convive. Rinchiusa nella sua torre d'avorio idealista, essa non riesce ad ammettere di non essere un giocatore globale, priva com'è di capacità militari o di politiche estere comuni, ma cosa assai peggiore essa non riesce ad ammettere d'essere inconsistente poiché ha abbandonato i principi dei padri fondatori. Vogliono convincerci che è colpa dei cosiddetti populismi per non spiegarci le cause del problema. Alle prime difficoltà internazionali l'Ue ha dimostrato la sua inconsistenza politica e le pretese egemoniche di alcune capitali stanno riportando i Paesi verso un rigurgito sovranista da cui sarà arduo svincolarsi nei prossimi decenni. L'Europa del futuro prossimo dovrà rivedere il proprio modello evolutivo e probabilmente favorire, se vuole sopravvivere in attesa di tempi migliori, la formazione di blocchi politici tali da dar adito a un palesato - e non più ipocritamente negato - sistema di bilanciamento dei poteri interno all'Unione. Paesi medio piccoli, di cui Visegrad ed il Benelux rappresentano alcuni esempi, in dialogo realpolitico con i grandi Stati. Un passo indietro per riprovare, un giorno, a farne due in avanti.Laris Gaiser<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dallenergia-alle-questioni-militari-il-continente-e-piu-disunito-che-mai-2580646408.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="bilancio-europeo-rivolta-sul-piano-macron-merkel" data-post-id="2580646408" data-published-at="1779620893" data-use-pagination="False"> Bilancio europeo: rivolta sul piano Macron-Merkel Nuova spaccatura all'interno dell'Unione europea. E, stavolta, nell'occhio del ciclone finisce la questione del bilancio. L'Olanda si è infatti messa a capo di una nutrita serie di Paesi (Belgio, Lussemburgo, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Estonia, Malta), per respingere il tentativo di riformare la zona euro, attraverso l'introduzione di un bilancio separato. La proposta era stata profondamente caldeggiata dal presidente francese, Emmanuel Macron, con il benestare della cancelliera tedesca, Angela Merkel. A formalizzare l'opposizione, è stato il presidente di turno del Consiglio dei 28 ministri finanziari dell'Ecofin a Lussemburgo, il bulgaro Vladislav Goranov, che ha evidenziato le «posizioni divergenti in diversi Stati membri», tenendo comunque a precisare di approvare (non è chiaro quanto sinceramente) gli sforzi condotti da Parigi e Berlino per cercare di riformare l'Eurozona. Stando a Goranov, i ministri contrari alla proposta chiederebbero di «discutere più approfonditamente qual è il fine principale di un bilancio diverso o separato per l'eurozona». In particolare, gli Stati riottosi hanno chiesto a Mario Centano, presidente dei 19 ministri finanziari dell'Eurogruppo, di informare i capi di Stato e di governo dell'Unione - in vista del loro summit a Bruxelles previsto a fine giugno - della mancanza di una intesa per quanto concerne il progetto di bilancio franco-tedesco. Insomma, si tratta di uno schiaffo politico non indifferente, inferto a Parigi e a Berlino. Uno schiaffo doloroso che, guarda caso, non è stato granché digerito. I ministri delle finanze di Germania e Francia, Olaf Scholz e Bruno Le Maire, hanno infatti difeso la proposta che avevano presentato. In particolare, Le Maire ha usato parole di una certa durezza. «Dobbiamo trarre una lezione dalla crisi greca», ha affermato, «L'eurozona non può restare così come è ora perché sarebbe irresponsabile». Le Maire ha inoltre aggiunto che «la nostra determinazione a convincere i partner sulla necessità di andare avanti è totale» dal momento che «non possiamo lasciare ai nostri figli un'eurozona così fragile come è oggi». Scholz, dal canto suo, si è espresso in modo più cauto, sostenendo che questo sarebbe solo «il punto di partenza» per discussioni che «richiedono tempo». Come che sia, sembrerebbe che l'asse franco-tedesco non abbia alcuna intenzione di indietreggiare, puntando a ripresentare la questione al summit di fine mese, cui parteciperanno anche Emmanuel Macron e Angela Merkel. In tutto questo, il ministro italiano dell'Economia, Giovanni Tria, ha mostrato un parziale ottimismo, affermando che «per la prima volta si affrontano apertamente temi come quello della costruzione di un bilancio europeo, la fiscal capacity, le assicurazioni sui depositi», pur riconoscendo che «abbiamo registrato disaccordo» su alcune parti. L'Italia, insomma, sembrerebbe puntare a una mediazione. Una strada non esattamente facile, visto che l'Olanda non pare intenzionata a fare alcun passo indietro. Il braccio di ferro è solo all'inizio. Stefano Graziosi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dallenergia-alle-questioni-militari-il-continente-e-piu-disunito-che-mai-2580646408.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-la-bulgaria-ha-affossato-la-web-tax-di-bruxelles" data-post-id="2580646408" data-published-at="1779620893" data-use-pagination="False"> E la Bulgaria ha affossato la Web tax di Bruxelles La tassa digitale europea deve essere rivista. Questo quanto emerge da un documento, non ancora reso pubblico, elaborato dalla Bulgaria, stato che attualmente detiene la presidenza dell'Ue. Stando al testo, l'Unione europea dovrebbe dunque prendere in considerazione l'abbassamento della soglia che colpisce le società digitali da 750 a 50 milioni di euro l'anno. Questo limite, inoltre, dovrebbe essere applicato solo alle società che operano all'interno dell'Ue. Inserire come parametro i 50 milioni di euro di fatturato annuo significa anche aumentare il bacino di società da raggiungere. Secondo Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici e monetari, la tassa digitale così come proposta dalla Commissione potrebbe «interessare 150 società». Nella proposta originale era stato infatti stabilito di imporre una tassa del 3% a tutte quelle multinazionali digitali con un ricavato pari a 750 milioni di euro. Nel documento bulgaro la somma però è messa fra parentesi. Simbolo che si usa quando si vuole eliminare un determinato dettaglio dal testo. Il documento chiede infatti agli Stati membri di rivedere, tra le altre cose, le somme in questione. Secondo Jegerov Dmitrijegerov, sottosegretario alla Tassazione dell'Estonia - e considerato uno dei massimi esperti in materia di tassazione digitale - l'eliminare la soglia dei 750 milioni di euro è una modifica cruciale per garantire la neutralità della misura: «Si potrebbe avere un'azienda», dichiara il sottosegretario, «con un fatturato annuale di 740 milioni di euro che non paga le tasse, mentre una società da 760 milioni di euro, con un reddito imponibile di 60 milioni, che invece sarà tassata». Questo rappresenta un serio problema di neutralità fiscale. «Proprio per questo», conclude Dmitrijgerov, «accogliamo con favore la proposta di rimuovere la soglia dei 750 milioni di euro». Il documento bulgaro propone anche di «restringere l'ambito» della proposta «abbandonando» la trasmissione di dati raccolti sugli utenti e generati dalle attività su interfacce digitali «dall'elenco di servizi che possono essere tassati». I diplomatici dell'Unione europea hanno però anche precisato come un'altra questione importante su cui si sta lavorando, è il campo di applicazione. Si vuole dunque capire se sia corretto «limitarsi ad una sola categoria di attività» oppure scegliere un insieme di elementi, ancora non meglio individuati. Le modifiche sono necessarie anche per arrivare ad una soluzione temporanea in attesa che l'Ocse fornisca quella definiva. La soglia del 3%, era stato infatti precisato dal commissario Moscovici, doveva essere vista come uno strumento temporaneo. Rivedere la tassa digitale della Commissione è necessario anche perché senza l'accordo di tutti e 28 i paesi dell'Unione l'iniziativa fiscale non si potrà mai concretizzare. Fino ad ora paesi come Malta, Irlanda e Lussemburgo si sono opposti perché il regime proposto non andrebbe a loro favore. Queste nazioni hanno infatti adottato negli anni strategie fiscali che hanno permesso loro d'attrarre le maggiori multinazionali, facendo pagare tasse inferiori al 3%. Se si dovesse dunque uniformare il sistema fiscale, in tema di tassazione digitale, questi Paesi perderebbero il loro vantaggio competitivo a favore degli altri Stati Ue, come l'Italia. «Il supporto dei governi per la proposta di imposta sul fatturato digitale sembra diminuire man mano che si rendono conto di come questo danneggerebbe l'innovazione digitale, gli investimenti e le piccole imprese che utilizzano le piattaforme online per vendere a livello globale». Così Christian Borggreen, vicepresidente della Computer and Communications Industry Association, ha dichiarato a Bloomberg Tax. Giorgia Pacione Di Bello
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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