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2019-11-02
Dalla xenofobia alla lotta al contante. È la dittatura delle finte emergenze
Ansa
Gilbert Keith Chesterton era - anche - un grande giornalista. Quasi 100 anni fa, sul The illustrated London news, scriveva che il lettore medio di riviste (oggi potremmo dire il cittadino comune) usciva sconcertato dopo aver sfogliato il suo giornale, che gli presentava problemi per i quali non aveva la minima possibilità di elaborare una soluzione. Questo perché - ed ecco la sintesi geniale - «solo un principio risolve i problemi» (7 aprile 1923). Se ai giornali dei roaring twenties sostituiamo il dibattito politico dell'Italia del 2019, la profezia di Gkc è quasi perfetta. Da settimane assistiamo al proliferare di «problemi» (il cambiamento climatico, l'antisemitismo, l'evasione fiscale, l'odio online) che ovviamente esistono, ma che semplicemente non possono essere definitivamente «risolti», e di certo non nei modi manichei che vengono presentati all'opinione pubblica. Chesterton riassumeva questo iato sospetto con un esempio: «È come chiedere un parere su un divorzio senza sapere cosa sia un matrimonio». L'effetto inevitabile è, concludeva, che la democrazia diventa qualcosa che «goes by default», cioè procede con il pilota automatico, a colpi di ineluttabilità irreversibile. Il «caso Segre», con la distanza siderale tra un'etichetta moralmente impossibile da rigettare (combattere l'antisemitismo, ovviamente già sanzionato per legge) e un contenuto ben più articolato e meritevole di dibattito (affidare alla politica il compito di stabilire la liceità o meno di talune espressioni), merita di essere definito per quello che è: un falso problema astratto usato per imporre una soluzione sbagliata, usando una senatrice che merita soltanto onore e rispetto come strumento inconsapevole di un ricatto morale. Purtroppo è un metodo tipico: dichiarare uno scopo e perseguirne un altro è un tratto comune da Caino in giù, però la frequenza diventa preoccupante. Una volta sollevata l'urgenza indifferibile con annessa soluzione («Fate presto»), chi rifiuta nel merito la seconda viene automaticamente messo al di fuori dal novero della dignità. Ti astieni sul voto per la Commissione Segre? Sei nazista, o almeno antisemita. Dubiti della bontà del pacchetto «green» dopo che Greta ha «scosso le coscienza dei potenti»? Sei egoista, nemico dei giovani e del futuro. Nutri perplessità sulla proposta di consegnare dati personali ai colossi del Web onde farsi schedare prima di dire la tua sui social? Hai qualcosa da nascondere, vuoi l'odio protetto dall'anonimato. Ritieni discutibile la caccia al contante, peraltro forte di una schiera di precedenti piuttosto eloquenti in tal senso? Sei un evasore. Sospetti che la costruzione europea sia un insieme di regole sbagliate e applicate peggio? Distruggi i risparmi degli italiani perché inquieti i mercati. L'attuale maggioranza sta in effetti impostando buona parte della sua complicata azione lungo queste direttrici, dalla dubbia efficacia non tanto nel merito (ognuno ovviamente propone la propria agenda di priorità, in fondo i partiti e le coalizioni fanno questo), quanto nel metodo, perché esclude e squalifica altre posizioni, impedendo qualunque dissenso. È un po' frustrante doverlo ribadire, ma è evidente che il tema delle conseguenze dello sfruttamento delle risorse merita attenzione, così come tutti gli altri nodi citati. Ma la politica non consiste forse anzitutto nella definizione dei fini ultimi della società? Anche i recenti risultati elettorali paiono suggerire che una imposizione dei problemi dall'alto (che dunque ne trascura altri), con un pacchetto di soluzioni precostituite, non viene particolarmente apprezzato. Non soltanto, per di più, la genesi di queste proposte è spesso oscura o eterodiretta: è sempre più evidente che esse si trincerano dietro una riga oltre la quale non c'è un'altra idea, ma l'abisso morale. Anche questa è una modalità antica, ma sta diventando decisamente invasiva. Con due conseguenze. La prima è creare clamorosi imbarazzi: c'è l'area politica che mentre segnala la piaga dell'antisemitismo dedica una via a Arafat; gli esponenti che più di altri si sono distinti per aver imputato agli avversari di essere cialtroni incompetenti che distruggevano l'Italia oggi governano con i destinatari dei loro insulti chiedendo di limitare l'odio online; e si potrebbe andare avanti a lungo, in un elenco che non escluderebbe in fondo nessun partito. La seconda, più preoccupante, è che tale dinamica ha una vittima: la politica. Avere confinato dietro etichette degradanti qualunque tentativo di dubitare della perfezione neutra e inevitabile dell'assetto internazionale e dei nostri sistemi genera esattamente le offerte politiche che si vorrebbero evitare. Eppure, dalla Brexit e da Trump in poi, non sono mancate le occasioni per verificare che, di fronte al presunto bivio tra ordine e barbarie, la scelta della seconda soluzione si rivela non solo possibile, ma anche percorribile senza che smetta di sorgere il sole. Normalmente si definisce il famigerato populismo come un modo iperbanalizzato di semplificare la realtà, offrendo soluzioni apparentemente immediate ma irrealizzabili: se il populismo esistesse, questa maggioranza avrebbe tutti i crismi per esserne tra i più autorevoli rappresentanti.
Hanno sfruttato la Segre per far passare una proposta liberticida
«Duecento messaggi al giorno incitanti all'odio razziale. Tanti ne riceve, in media, Liliana Segre, memoria storica della Shoah». Tutto è iniziato così, circa una settimana fa. Con un articolo di Repubblica che riportava alcuni dati raccolti dall'Osservatorio antisemitismo tra cui quello del numero di «insulti social» che tutti i dì «arrivano alla senatrice a vita». La reazione è immediata, tutti i politici rilasciano dichiarazioni sdegnate. Tempo poche ore e anche il premier, Giuseppe Conte, si fa sentire: «Inviterò tutte le forze politiche che stanno in Parlamento a mettersi d'accordo per introdurre norme contro il linguaggio dell'odio. Via social e a tutti i livelli», dice. In effetti, l'immagine che si staglia davanti agli occhi leggendo l'articolo di Piero Colaprico su Repubblica (e poi tutti gli altri che lo hanno ripreso) è agghiacciante: una donna di 89 anni, testimone di una tragedia immane, che ogni giorno si vede recapitare via Web centinaia di insulti razzisti e antisemiti. Correre ai ripari è sacrosanto, e bisogna agire con urgenza in modo che la senatrice a vita non trascorra un giorno di più sotto il fuoco di fila degli odiatori. Dopo l'ondata iniziale di emozione, tuttavia, sorgono i primi interrogativi. Tutti gli articoli spiegano che Liliana Segre «riceve» 200 insulti al giorno. Il fatto, però, è che la Segre non è presente sui social network, non ha profili Facebook, Twitter o Instagram. Dunque come fa a «ricevere» insulti? Significa che le offese virtuali non sono direttamente rivolte a lei, ma compaiono sulla Rete. Ci sono, ma fortunatamente la Segre non si trova nell'orrenda situazione di doverle leggere ogni giorno.
Che il quadro sia esattamente questo lo ha confermato la diretta interessata giusto ieri, in una lunga intervista rilasciata alla Stampa. Paolo Colonnello le ha domandato: «Più di 200 messaggi di odio al giorno e non sentirli. Il segreto?». Risposta della Segre: «Pensi che nemmeno lo sapevo, l'ho appreso anche io dai giornali. Forse basta non frequentare la Rete: mi dispiace per gli odiatori che non hanno di meglio da fare». Che replica grandiosa, diretta, elegante. La senatrice a vita si è dimostrata, ancora una volta, immensamente più intelligente di tutti coloro che la sfruttano per i propri fini politici e la strumentalizzano.
È lei stessa a spiegare che di quegli insulti non sapeva nulla. Non li aveva mai letti, e del resto per evitarli basta non entrare in quella cloaca chiamata Internet. Più chiaro di così...
Sia chiaro: non stiamo dicendo che gli insulti antisemiti non esistano e che non siano gravi. Tutt'altro. Il punto è il carattere di urgenza, di impellenza che questa storia delle offese ha assunto. Se uno viene tempestato di ingiurie terribili significa che non si può attendere un minuto di più prima di interrompere il diluvio di odio. Quindi bisogna muoversi in fretta. E infatti, tempo pochi giorni, ecco approdare al Senato la mozione (a prima firma Liliana Segre) per l'istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza. In realtà, tale mozione è datata 5 giugno 2019. Ciò indica che non c'era nessuna emergenza. Del resto, la stessa Segre ha fatto sapere che lei, degli insulti, non sapeva nulla. Creare il caso, tuttavia, è servito a uno scopo ben preciso: sfruttare il nome e la storia personale della senatrice per portare avanti un progetto politico che va ben oltre l'antisemitismo e gli insulti. Sull'onda emotiva sollevata dai dati sulle offese antisemite, si è potuto trasportare cioè che era politico (una mozione al Senato) in una questione morale di fronte alla quale nessuno poteva obiettare. Lo ha spiegato la stessa senatrice ieri: «Mi sembrava che una mozione contro l'odio dovesse essere condivisa da tutti».
Il problema è che quella mozione non colpisce (solo) gli odiatori, ma tutti coloro che esercitano un diritto di critica più che legittimo rispetto alla visione ideologica del mondo portata avanti dai progressisti. Nel testo della mozione approvata si spiega infatti che vanno monitorati e puniti non solo coloro «che incitano, promuovono o giustificano l'odio razziale, la xenofobia, l'antisemitismo o più in generale l'intolleranza», ma pure quanti sostengono «nazionalismi ed etnocentrismi». Solo che nazionalismo ed etnocentrismo non hanno, in sé, nulla di negativo.
Inoltre, la mozione spiega che bisogna colpire «i pregiudizi, gli stereotipi». Beh, di questi tempi sono considerate «stereotipi» anche le differenze fra i sessi. Si ritiene vittima di «pregiudizi» chi è contrario all'immigrazione di massa. Qui sta il punto. Se non ci fosse stata «l'emergenza», forse si sarebbe potuto riflettere con più calma sul contenuto della mozione. Se non ci fosse stato lo sdegno dovuto agli insulti, forse si sarebbe evitato di dare dei nazisti a tutti coloro che, nel merito, hanno contestato il provvedimento. Ma grazie a quegli insulti di cui la Segre non era nemmeno a conoscenza, si è scatenato il putiferio, e nel marasma hanno gettato nel calderone anche l'incolpevole professore Marco Gervasoni. Repubblica lo ha messo sullo stesso piano di un commentatore che invitava a bruciare la Segre. Motivo? Gervasoni ha pubblicato post critici verso le idee della Segre, e alcuni utenti del Web, nei commenti, hanno scritto bestialità. Ed ecco fatto: il critico è stato affiancato agli odiatori, ed è divenuto odiatore a sua volta. Nel trambusto, si è invocata la censura anche per lui, che con insulti e antisemitismo non aveva niente a che fare.
È per queste ragioni che la «commissione sull'odio» è pericolosa e liberticida. Perché non ferma l'odio, ma in compenso affida a un gruppo di politici il compito di sorvegliare i pensieri e le opinioni dei cittadini. Come si fa nei regimi.
Il Pd fa la morale sull’antisemitismo e a Palermo dedica una via ad Arafat
L'apocalisse di San Giovanni è stata scritta in un posto che adesso si chiama Turchia, in una lingua che nessuno capisce, parla di una religione che nessuno professa più. A metà dell'800 i cristiani in Turchia erano il 30%, della popolazione turca, gli ebrei oltre l'1%: oggi i cristiani sono lo 0,6% e di ebrei c'è rimasto solo l'ambasciatore di Israele e anche lui ancora per poco. Lo sterminio di armeni ed ebrei è il primo sterminio su suolo europeo dove è stata utilizzata sistematicamente la fame per uccidere e la nudità per umiliare: le donne armene, siamo nel 1915, erano spesso costrette a stare e morire nude, dopo aver assistito alla castrazione di mariti, padri e figli. Senza lo sterminio degli armeni ed ebrei in questo immondo stato criminale che è la Turchia, non avremmo avuto lo sterminio degli ebrei da parte di Hitler. Ma il tramite tra i due è sempre lui, il Gran mufti di Gerusalemme,
Amin Al Husseini, la più alta autorità sunnita oltre che il capo spirituale dei mussulmani palestinesi. Il gentiluomo Yasser Arafat, cui dobbiamo due attentati a Fiumicino per un totale di 48 morti, l'assassinio del bimbo Stefano Tashè e il ferimento di altri bambini per l'attentato alla sinagoga di Roma, il sequestro dell'Achille Lauro e secondo Cossiga la strage di Bologna, era nipote di quest'altro gentiluomo. Amin Al Husseini, Gran mufti di Gerusalemme, aveva attivamente, entusiasticamente partecipato allo sterminio di ebrei e armeni in Turchia, non sappiamo quante persone abbia personalmente ucciso evirato e stuprato, ma sappiamo che ci si è tanto divertito.
Anche l'eroico popolo palestinese quando non può ammazzare ebrei, perché sono armati fino ai denti e hanno preso l'antipatica abitudine di aprire il fuoco su chiunque voglia ucciderli, devono sfogarsi sui cristiani, per esempio quando i miliziani dell'Olp arrivano in Libano massacrano 18.000, diciottomila, cristiani maroniti, che la comunità internazionale e i pacifisti si affrettano a buttare nel dimenticatoio e far sparire dalla memoria collettiva. I nazisti allo sterminio degli ebrei non ci erano arrivati: era troppo grossa persino per loro. Il genocidio non poteva esistere nella cultura europea, non esisteva nemmeno la parola, genocidio, è stato necessario crearla al processo di Norimberga, proprio perché la parola non esisteva. Amin Al Husseini, Gran mufti di Gerusalemme già sterminatore di armeni ed ebrei durante lo sterminio del 1915 in Turchia è, secondo alcuni storici, colui che portò l'idea, il grilletto, il detonatore.
Secondo questi storici, Hitler all'idea ci sterminare gli ebrei non ci era ancora arrivato. Esistevano campi di concentramento, non veri campi di sterminio fino alla fine del 1941, molti ebrei erano stati uccisi, ma senza sistematicità, e in genere i bambini non venivano toccati. A novembre del 1941 fu siglato il patto tra Hitler e il Gran mufti. Hitler dichiarò che il nazismo ha due anime, tedesca e islamica, e proclamò che islam e nazismo avevano la stessa anima, gli stessi valori e gli stessi nemici. Molti ipotizzano che in cambio di una fatwa che ha schierato a fianco di Hitler tutto l'islam sunnita, abbia concesso lo sterminio totale degli ebrei, progetto non ancora formulato.
La soluzione finale è del febbraio 1942. Lo sterminio degli armeni è turco. Lo sterminio degli ebrei su suolo europeo non è solo tedesco: è tedesco, turco, bosniaco e palestinese, ma come sempre noi consideriamo solo la responsabilità europea, per il terrore dell'accusa di razzismo. Noi non accusiamo mai Paesi poveri o del terzo mondo, cui neghiamo la responsabilità. Questo è il senso delle parole pauperista e terzomondista: due pesi, due misure. La causa? L'odio di sé, un odio per noi stessi ma soprattutto degli enormi, ricchissimi e fortissimi partiti comunisti e i loro nipotini. I palestinesi sono venuti sulla mia terra a sparare e uccidere mentre io ero in pace, quindi sono «il nemico». Poi che il nemico sia meglio non odiarlo, restare lucidi e anche compassionevoli è un discorso che dobbiamo fare, ma il nemico va riconosciuto e trattato da nemico, altrimenti non siamo buoni, ma aspiranti suicidi. Aspiranti suicidi che agli assassini della loro gente dedicano strade. Ad Arafat sarà dedicata una strada a Palermo grazie al sindaco Leoluca Orlando del Pd. In cosa Stefano Tashè è diverso dai bambini rastrellati nel Getto di Roma dalle Ss? Perché le 48 vittime di Fiumicino meritavano di morire? Perché un anziano turista ebreo sulla sedia a rotelle è stato ucciso sull'Achille Lauro? Era un civile innocente. Per i palestinesi tutti gli ebrei sono colpevoli a prescindere. Non esiste un terrorismo tibetano come non è esistito un terrorismo armeno. Il terrorismo non nasce dal dolore di un popolo: nasce dalla cultura di morte in cui quel popolo è immerso. Questa cultura di morte è stata fecondata e irrigata da Arafat.
Arafat, nipote di quel Gran mufti di Gerusalemme fondatore della XIII divisione Ss, è l'autore della frase «noi vi sgozzeremo tutti, sgozzeremo i figli nelle madri». (Algeri, 1985). Il sindaco di Palermo vuole intitolare una strada ad Arafat: è sicuro di quello che sta facendo? Queste parole sono prese dall'intervista che Oriana Fallaci fece ad Arafat.
Arafat: «La fine di Israele è lo scopo della nostra lotta, ed essa non ammette né compromessi né mediazioni...».
Fallaci: «Conclusione: voi non volete affatto la pace che tutti auspicano».
Arafat: «No! Non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra, la vittoria. La pace per noi significa distruzione di Israele e nient'altro. Ciò che voi chiamate pace, è pace per Israele e gli imperialisti. Per noi è ingiustizia e vergogna. Combatteremo fino alla vittoria. Decine di anni se necessario, generazioni».
Secondo la signora Fallaci, Ghedaffi era l'individuo più stupido e crudele che lei avesse mai incontrato in vita sua dopo Arafat. Arafat era the winner. Uno dei pochi punti in cui non condivido il parere di Oriana. Infinitamente crudele, certo, ma Arafat non era stupido: è riuscito a trasformare il suo popolo nell'incredibile gallina dalle uova d'oro che gli ha permesso di diventare Paperon de Paperoni.
Arafat è morto ricchissimo. Del denaro dato dalla comunità internazionale al suo popolo ha intascato percentuali da capogiro. Possedeva di tutto, inclusi i beni più inverosimili, dai villaggi vacanze alle Maldive alle fabbriche di cemento che hanno venduto il materiale alla costruzione della barriera difensiva israeliana. Il famoso muro. Sua moglie ha sempre vissuto, in pianta stabile, per decenni, in una suite dell'hotel Ritz di Parigi al costo di 16.000 dollari a notte.
Delle prodezze di Arafat ne ricorderò una sola. Era il 9 ottobre 1982, nella sinagoga di Roma c'era una festa, la benedizione dei bambini, secondo la tradizione.
I fedeli uscirono dal Tempio, le famiglie con i bambini per mano e furono accolti da una scarica di mitra e lanci di bombe a mano. Stefano Gay Taché, un bambino di 2 anni, morì crivellato dai colpi, i feriti furono 35 di cui ancora oggi molti con le schegge conficcate nel corpo. Stefano era nipote di uno dei pochi ebrei scampati alla deportazione del ghetto di Roma. Stefano aveva due anni, come Emilia, la bimba descritta da Primo Levi.
Il sindaco di Palermo ci spieghi: perché è stato etico uccidere Stefano Tachè?
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Il dibattito politico si basa sempre più su presunti temi ineludibili, di fronte a cui è vietato porre obiezioni. Ma è una logica totalitaria: chi non agisce subito e nel solo modo consentito passa per complice del male.Liliana Segre non si era neanche accorta di ricevere 200 insulti razzisti al giorno. Che restano vergognosi, ma sono stati utilizzati per giustificare la censura delle idee.Il sindaco dem Leoluca Orlando intitola il lungomare a Yasser Arafat, capo palestinese che fu colluso con azioni terroristiche ed era nipote del Gran muftì, l'uomo che diede ad Adolf Hitler l'idea dell'Olocausto.Lo speciale contiene tre articoli.Gilbert Keith Chesterton era - anche - un grande giornalista. Quasi 100 anni fa, sul The illustrated London news, scriveva che il lettore medio di riviste (oggi potremmo dire il cittadino comune) usciva sconcertato dopo aver sfogliato il suo giornale, che gli presentava problemi per i quali non aveva la minima possibilità di elaborare una soluzione. Questo perché - ed ecco la sintesi geniale - «solo un principio risolve i problemi» (7 aprile 1923). Se ai giornali dei roaring twenties sostituiamo il dibattito politico dell'Italia del 2019, la profezia di Gkc è quasi perfetta. Da settimane assistiamo al proliferare di «problemi» (il cambiamento climatico, l'antisemitismo, l'evasione fiscale, l'odio online) che ovviamente esistono, ma che semplicemente non possono essere definitivamente «risolti», e di certo non nei modi manichei che vengono presentati all'opinione pubblica. Chesterton riassumeva questo iato sospetto con un esempio: «È come chiedere un parere su un divorzio senza sapere cosa sia un matrimonio». L'effetto inevitabile è, concludeva, che la democrazia diventa qualcosa che «goes by default», cioè procede con il pilota automatico, a colpi di ineluttabilità irreversibile. Il «caso Segre», con la distanza siderale tra un'etichetta moralmente impossibile da rigettare (combattere l'antisemitismo, ovviamente già sanzionato per legge) e un contenuto ben più articolato e meritevole di dibattito (affidare alla politica il compito di stabilire la liceità o meno di talune espressioni), merita di essere definito per quello che è: un falso problema astratto usato per imporre una soluzione sbagliata, usando una senatrice che merita soltanto onore e rispetto come strumento inconsapevole di un ricatto morale. Purtroppo è un metodo tipico: dichiarare uno scopo e perseguirne un altro è un tratto comune da Caino in giù, però la frequenza diventa preoccupante. Una volta sollevata l'urgenza indifferibile con annessa soluzione («Fate presto»), chi rifiuta nel merito la seconda viene automaticamente messo al di fuori dal novero della dignità. Ti astieni sul voto per la Commissione Segre? Sei nazista, o almeno antisemita. Dubiti della bontà del pacchetto «green» dopo che Greta ha «scosso le coscienza dei potenti»? Sei egoista, nemico dei giovani e del futuro. Nutri perplessità sulla proposta di consegnare dati personali ai colossi del Web onde farsi schedare prima di dire la tua sui social? Hai qualcosa da nascondere, vuoi l'odio protetto dall'anonimato. Ritieni discutibile la caccia al contante, peraltro forte di una schiera di precedenti piuttosto eloquenti in tal senso? Sei un evasore. Sospetti che la costruzione europea sia un insieme di regole sbagliate e applicate peggio? Distruggi i risparmi degli italiani perché inquieti i mercati. L'attuale maggioranza sta in effetti impostando buona parte della sua complicata azione lungo queste direttrici, dalla dubbia efficacia non tanto nel merito (ognuno ovviamente propone la propria agenda di priorità, in fondo i partiti e le coalizioni fanno questo), quanto nel metodo, perché esclude e squalifica altre posizioni, impedendo qualunque dissenso. È un po' frustrante doverlo ribadire, ma è evidente che il tema delle conseguenze dello sfruttamento delle risorse merita attenzione, così come tutti gli altri nodi citati. Ma la politica non consiste forse anzitutto nella definizione dei fini ultimi della società? Anche i recenti risultati elettorali paiono suggerire che una imposizione dei problemi dall'alto (che dunque ne trascura altri), con un pacchetto di soluzioni precostituite, non viene particolarmente apprezzato. Non soltanto, per di più, la genesi di queste proposte è spesso oscura o eterodiretta: è sempre più evidente che esse si trincerano dietro una riga oltre la quale non c'è un'altra idea, ma l'abisso morale. Anche questa è una modalità antica, ma sta diventando decisamente invasiva. Con due conseguenze. La prima è creare clamorosi imbarazzi: c'è l'area politica che mentre segnala la piaga dell'antisemitismo dedica una via a Arafat; gli esponenti che più di altri si sono distinti per aver imputato agli avversari di essere cialtroni incompetenti che distruggevano l'Italia oggi governano con i destinatari dei loro insulti chiedendo di limitare l'odio online; e si potrebbe andare avanti a lungo, in un elenco che non escluderebbe in fondo nessun partito. La seconda, più preoccupante, è che tale dinamica ha una vittima: la politica. Avere confinato dietro etichette degradanti qualunque tentativo di dubitare della perfezione neutra e inevitabile dell'assetto internazionale e dei nostri sistemi genera esattamente le offerte politiche che si vorrebbero evitare. Eppure, dalla Brexit e da Trump in poi, non sono mancate le occasioni per verificare che, di fronte al presunto bivio tra ordine e barbarie, la scelta della seconda soluzione si rivela non solo possibile, ma anche percorribile senza che smetta di sorgere il sole. Normalmente si definisce il famigerato populismo come un modo iperbanalizzato di semplificare la realtà, offrendo soluzioni apparentemente immediate ma irrealizzabili: se il populismo esistesse, questa maggioranza avrebbe tutti i crismi per esserne tra i più autorevoli rappresentanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-xenofobia-alla-lotta-al-contante-e-la-dittatura-delle-finte-emergenze-2641188641.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hanno-sfruttato-la-segre-per-far-passare-una-proposta-liberticida" data-post-id="2641188641" data-published-at="1781031493" data-use-pagination="False"> Hanno sfruttato la Segre per far passare una proposta liberticida «Duecento messaggi al giorno incitanti all'odio razziale. Tanti ne riceve, in media, Liliana Segre, memoria storica della Shoah». Tutto è iniziato così, circa una settimana fa. Con un articolo di Repubblica che riportava alcuni dati raccolti dall'Osservatorio antisemitismo tra cui quello del numero di «insulti social» che tutti i dì «arrivano alla senatrice a vita». La reazione è immediata, tutti i politici rilasciano dichiarazioni sdegnate. Tempo poche ore e anche il premier, Giuseppe Conte, si fa sentire: «Inviterò tutte le forze politiche che stanno in Parlamento a mettersi d'accordo per introdurre norme contro il linguaggio dell'odio. Via social e a tutti i livelli», dice. In effetti, l'immagine che si staglia davanti agli occhi leggendo l'articolo di Piero Colaprico su Repubblica (e poi tutti gli altri che lo hanno ripreso) è agghiacciante: una donna di 89 anni, testimone di una tragedia immane, che ogni giorno si vede recapitare via Web centinaia di insulti razzisti e antisemiti. Correre ai ripari è sacrosanto, e bisogna agire con urgenza in modo che la senatrice a vita non trascorra un giorno di più sotto il fuoco di fila degli odiatori. Dopo l'ondata iniziale di emozione, tuttavia, sorgono i primi interrogativi. Tutti gli articoli spiegano che Liliana Segre «riceve» 200 insulti al giorno. Il fatto, però, è che la Segre non è presente sui social network, non ha profili Facebook, Twitter o Instagram. Dunque come fa a «ricevere» insulti? Significa che le offese virtuali non sono direttamente rivolte a lei, ma compaiono sulla Rete. Ci sono, ma fortunatamente la Segre non si trova nell'orrenda situazione di doverle leggere ogni giorno. Che il quadro sia esattamente questo lo ha confermato la diretta interessata giusto ieri, in una lunga intervista rilasciata alla Stampa. Paolo Colonnello le ha domandato: «Più di 200 messaggi di odio al giorno e non sentirli. Il segreto?». Risposta della Segre: «Pensi che nemmeno lo sapevo, l'ho appreso anche io dai giornali. Forse basta non frequentare la Rete: mi dispiace per gli odiatori che non hanno di meglio da fare». Che replica grandiosa, diretta, elegante. La senatrice a vita si è dimostrata, ancora una volta, immensamente più intelligente di tutti coloro che la sfruttano per i propri fini politici e la strumentalizzano. È lei stessa a spiegare che di quegli insulti non sapeva nulla. Non li aveva mai letti, e del resto per evitarli basta non entrare in quella cloaca chiamata Internet. Più chiaro di così... Sia chiaro: non stiamo dicendo che gli insulti antisemiti non esistano e che non siano gravi. Tutt'altro. Il punto è il carattere di urgenza, di impellenza che questa storia delle offese ha assunto. Se uno viene tempestato di ingiurie terribili significa che non si può attendere un minuto di più prima di interrompere il diluvio di odio. Quindi bisogna muoversi in fretta. E infatti, tempo pochi giorni, ecco approdare al Senato la mozione (a prima firma Liliana Segre) per l'istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza. In realtà, tale mozione è datata 5 giugno 2019. Ciò indica che non c'era nessuna emergenza. Del resto, la stessa Segre ha fatto sapere che lei, degli insulti, non sapeva nulla. Creare il caso, tuttavia, è servito a uno scopo ben preciso: sfruttare il nome e la storia personale della senatrice per portare avanti un progetto politico che va ben oltre l'antisemitismo e gli insulti. Sull'onda emotiva sollevata dai dati sulle offese antisemite, si è potuto trasportare cioè che era politico (una mozione al Senato) in una questione morale di fronte alla quale nessuno poteva obiettare. Lo ha spiegato la stessa senatrice ieri: «Mi sembrava che una mozione contro l'odio dovesse essere condivisa da tutti». Il problema è che quella mozione non colpisce (solo) gli odiatori, ma tutti coloro che esercitano un diritto di critica più che legittimo rispetto alla visione ideologica del mondo portata avanti dai progressisti. Nel testo della mozione approvata si spiega infatti che vanno monitorati e puniti non solo coloro «che incitano, promuovono o giustificano l'odio razziale, la xenofobia, l'antisemitismo o più in generale l'intolleranza», ma pure quanti sostengono «nazionalismi ed etnocentrismi». Solo che nazionalismo ed etnocentrismo non hanno, in sé, nulla di negativo. Inoltre, la mozione spiega che bisogna colpire «i pregiudizi, gli stereotipi». Beh, di questi tempi sono considerate «stereotipi» anche le differenze fra i sessi. Si ritiene vittima di «pregiudizi» chi è contrario all'immigrazione di massa. Qui sta il punto. Se non ci fosse stata «l'emergenza», forse si sarebbe potuto riflettere con più calma sul contenuto della mozione. Se non ci fosse stato lo sdegno dovuto agli insulti, forse si sarebbe evitato di dare dei nazisti a tutti coloro che, nel merito, hanno contestato il provvedimento. Ma grazie a quegli insulti di cui la Segre non era nemmeno a conoscenza, si è scatenato il putiferio, e nel marasma hanno gettato nel calderone anche l'incolpevole professore Marco Gervasoni. Repubblica lo ha messo sullo stesso piano di un commentatore che invitava a bruciare la Segre. Motivo? Gervasoni ha pubblicato post critici verso le idee della Segre, e alcuni utenti del Web, nei commenti, hanno scritto bestialità. Ed ecco fatto: il critico è stato affiancato agli odiatori, ed è divenuto odiatore a sua volta. Nel trambusto, si è invocata la censura anche per lui, che con insulti e antisemitismo non aveva niente a che fare. È per queste ragioni che la «commissione sull'odio» è pericolosa e liberticida. Perché non ferma l'odio, ma in compenso affida a un gruppo di politici il compito di sorvegliare i pensieri e le opinioni dei cittadini. Come si fa nei regimi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-xenofobia-alla-lotta-al-contante-e-la-dittatura-delle-finte-emergenze-2641188641.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pd-fa-la-morale-sullantisemitismo-e-a-palermo-dedica-una-via-ad-arafat" data-post-id="2641188641" data-published-at="1781031493" data-use-pagination="False"> Il Pd fa la morale sull’antisemitismo e a Palermo dedica una via ad Arafat L'apocalisse di San Giovanni è stata scritta in un posto che adesso si chiama Turchia, in una lingua che nessuno capisce, parla di una religione che nessuno professa più. A metà dell'800 i cristiani in Turchia erano il 30%, della popolazione turca, gli ebrei oltre l'1%: oggi i cristiani sono lo 0,6% e di ebrei c'è rimasto solo l'ambasciatore di Israele e anche lui ancora per poco. Lo sterminio di armeni ed ebrei è il primo sterminio su suolo europeo dove è stata utilizzata sistematicamente la fame per uccidere e la nudità per umiliare: le donne armene, siamo nel 1915, erano spesso costrette a stare e morire nude, dopo aver assistito alla castrazione di mariti, padri e figli. Senza lo sterminio degli armeni ed ebrei in questo immondo stato criminale che è la Turchia, non avremmo avuto lo sterminio degli ebrei da parte di Hitler. Ma il tramite tra i due è sempre lui, il Gran mufti di Gerusalemme, Amin Al Husseini, la più alta autorità sunnita oltre che il capo spirituale dei mussulmani palestinesi. Il gentiluomo Yasser Arafat, cui dobbiamo due attentati a Fiumicino per un totale di 48 morti, l'assassinio del bimbo Stefano Tashè e il ferimento di altri bambini per l'attentato alla sinagoga di Roma, il sequestro dell'Achille Lauro e secondo Cossiga la strage di Bologna, era nipote di quest'altro gentiluomo. Amin Al Husseini, Gran mufti di Gerusalemme, aveva attivamente, entusiasticamente partecipato allo sterminio di ebrei e armeni in Turchia, non sappiamo quante persone abbia personalmente ucciso evirato e stuprato, ma sappiamo che ci si è tanto divertito. Anche l'eroico popolo palestinese quando non può ammazzare ebrei, perché sono armati fino ai denti e hanno preso l'antipatica abitudine di aprire il fuoco su chiunque voglia ucciderli, devono sfogarsi sui cristiani, per esempio quando i miliziani dell'Olp arrivano in Libano massacrano 18.000, diciottomila, cristiani maroniti, che la comunità internazionale e i pacifisti si affrettano a buttare nel dimenticatoio e far sparire dalla memoria collettiva. I nazisti allo sterminio degli ebrei non ci erano arrivati: era troppo grossa persino per loro. Il genocidio non poteva esistere nella cultura europea, non esisteva nemmeno la parola, genocidio, è stato necessario crearla al processo di Norimberga, proprio perché la parola non esisteva. Amin Al Husseini, Gran mufti di Gerusalemme già sterminatore di armeni ed ebrei durante lo sterminio del 1915 in Turchia è, secondo alcuni storici, colui che portò l'idea, il grilletto, il detonatore. Secondo questi storici, Hitler all'idea ci sterminare gli ebrei non ci era ancora arrivato. Esistevano campi di concentramento, non veri campi di sterminio fino alla fine del 1941, molti ebrei erano stati uccisi, ma senza sistematicità, e in genere i bambini non venivano toccati. A novembre del 1941 fu siglato il patto tra Hitler e il Gran mufti. Hitler dichiarò che il nazismo ha due anime, tedesca e islamica, e proclamò che islam e nazismo avevano la stessa anima, gli stessi valori e gli stessi nemici. Molti ipotizzano che in cambio di una fatwa che ha schierato a fianco di Hitler tutto l'islam sunnita, abbia concesso lo sterminio totale degli ebrei, progetto non ancora formulato. La soluzione finale è del febbraio 1942. Lo sterminio degli armeni è turco. Lo sterminio degli ebrei su suolo europeo non è solo tedesco: è tedesco, turco, bosniaco e palestinese, ma come sempre noi consideriamo solo la responsabilità europea, per il terrore dell'accusa di razzismo. Noi non accusiamo mai Paesi poveri o del terzo mondo, cui neghiamo la responsabilità. Questo è il senso delle parole pauperista e terzomondista: due pesi, due misure. La causa? L'odio di sé, un odio per noi stessi ma soprattutto degli enormi, ricchissimi e fortissimi partiti comunisti e i loro nipotini. I palestinesi sono venuti sulla mia terra a sparare e uccidere mentre io ero in pace, quindi sono «il nemico». Poi che il nemico sia meglio non odiarlo, restare lucidi e anche compassionevoli è un discorso che dobbiamo fare, ma il nemico va riconosciuto e trattato da nemico, altrimenti non siamo buoni, ma aspiranti suicidi. Aspiranti suicidi che agli assassini della loro gente dedicano strade. Ad Arafat sarà dedicata una strada a Palermo grazie al sindaco Leoluca Orlando del Pd. In cosa Stefano Tashè è diverso dai bambini rastrellati nel Getto di Roma dalle Ss? Perché le 48 vittime di Fiumicino meritavano di morire? Perché un anziano turista ebreo sulla sedia a rotelle è stato ucciso sull'Achille Lauro? Era un civile innocente. Per i palestinesi tutti gli ebrei sono colpevoli a prescindere. Non esiste un terrorismo tibetano come non è esistito un terrorismo armeno. Il terrorismo non nasce dal dolore di un popolo: nasce dalla cultura di morte in cui quel popolo è immerso. Questa cultura di morte è stata fecondata e irrigata da Arafat. Arafat, nipote di quel Gran mufti di Gerusalemme fondatore della XIII divisione Ss, è l'autore della frase «noi vi sgozzeremo tutti, sgozzeremo i figli nelle madri». (Algeri, 1985). Il sindaco di Palermo vuole intitolare una strada ad Arafat: è sicuro di quello che sta facendo? Queste parole sono prese dall'intervista che Oriana Fallaci fece ad Arafat. Arafat: «La fine di Israele è lo scopo della nostra lotta, ed essa non ammette né compromessi né mediazioni...». Fallaci: «Conclusione: voi non volete affatto la pace che tutti auspicano». Arafat: «No! Non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra, la vittoria. La pace per noi significa distruzione di Israele e nient'altro. Ciò che voi chiamate pace, è pace per Israele e gli imperialisti. Per noi è ingiustizia e vergogna. Combatteremo fino alla vittoria. Decine di anni se necessario, generazioni». Secondo la signora Fallaci, Ghedaffi era l'individuo più stupido e crudele che lei avesse mai incontrato in vita sua dopo Arafat. Arafat era the winner. Uno dei pochi punti in cui non condivido il parere di Oriana. Infinitamente crudele, certo, ma Arafat non era stupido: è riuscito a trasformare il suo popolo nell'incredibile gallina dalle uova d'oro che gli ha permesso di diventare Paperon de Paperoni. Arafat è morto ricchissimo. Del denaro dato dalla comunità internazionale al suo popolo ha intascato percentuali da capogiro. Possedeva di tutto, inclusi i beni più inverosimili, dai villaggi vacanze alle Maldive alle fabbriche di cemento che hanno venduto il materiale alla costruzione della barriera difensiva israeliana. Il famoso muro. Sua moglie ha sempre vissuto, in pianta stabile, per decenni, in una suite dell'hotel Ritz di Parigi al costo di 16.000 dollari a notte. Delle prodezze di Arafat ne ricorderò una sola. Era il 9 ottobre 1982, nella sinagoga di Roma c'era una festa, la benedizione dei bambini, secondo la tradizione. I fedeli uscirono dal Tempio, le famiglie con i bambini per mano e furono accolti da una scarica di mitra e lanci di bombe a mano. Stefano Gay Taché, un bambino di 2 anni, morì crivellato dai colpi, i feriti furono 35 di cui ancora oggi molti con le schegge conficcate nel corpo. Stefano era nipote di uno dei pochi ebrei scampati alla deportazione del ghetto di Roma. Stefano aveva due anni, come Emilia, la bimba descritta da Primo Levi. Il sindaco di Palermo ci spieghi: perché è stato etico uccidere Stefano Tachè?
Niente algoritmi, niente satelliti, niente highlights furbetti. Era l’istinto a dominare, quello che servirebbe per capire quali saranno i giocatori-sorpresa dei Mondiali trumpiani al via in Usa, Messico e Canada. Con 48 squadre (un luna park) vuoi non trovare un terzino di buon livello che costi meno dei 55 milioni non di un Camavinga ma di un Marco Palestra?
Ecco i calciatori da tenere d’occhio per le squadre italiane con le pezze al sedere, che fra settlement agreement Uefa (Juventus e Roma), debiti pregressi (Inter) e braccino delle proprietà straniere in confusione (Milan) non riescono più a ingaggiare campioni di prima fila. Un paniere di portieri, esterni a tutta fascia, mezze ali e punte più o meno spuntate che potrebbero fare al caso nostro. Con un avviso ai naviganti: sarebbero da opzionare al volo, prima che facciano passerella globale. Perché se uno sconosciuto segna un gol di gluteo o fa un assist di sponda ai Mondiali, il prezzo passa in automatico da due datteri a 20 milioni.
A custodire la porta svizzera c’è un tipaccio che può fare la differenza. Dopo gli exploit di Yann Sommer (ora bollito) ai mondiali di Russia e Qatar, tocca a Gregor Kobel. Armadio di Zurigo tutt’altro che ignoto, anche se non conosciutissimo dal tifoso canottierato da divano. È il numero uno del Borussia Dortmund e piace parecchio al Newcastle che potrebbe pure spendere 40 milioni per portarlo a casa. Sicuro fra i pali, felino in uscita e buono nel lavoro con i piedi, pur avendo 28 anni è un emotivo e talvolta entra in corto circuito con se stesso favorendo la papera. Per informazioni sulla sindrome, chiedere a Gigio Donnarumma.
Un altro portiere da tenere d’occhio è Yahia Fofana, francese naturalizzato ivoriano, estremo difensore della Costa D’Avorio. Ha 25 anni e ottimi riflessi, è esplosivo e nelle parate d’istinto somiglia ad André Onana. Come per il collega, i problemi cominciano quando deve pensare. Nonostante l’altezza (1.96) non è sicurissimo nelle uscite, nel senso che tende a sfarfallare. Per questo verrebbe via dal Caykur Rizespor (Turchia) a poco: meno di 10 milioni. Il terzo da segnalare è un turco vero e proprio, Ugurcan Cakir, estremo difensore del Galatasaray, 30 anni, esperto, pure pararigori. Servono 18 milioni come minimo.
Nel calcio woke tutto impostazione e gente multitasking i difensori rocciosi ormai sono pochi e chi li ha se li tiene. Tre comprimari di livello vanno però segnalati. Il primo è Julian Ryerson, vikingo di 31 anni del Borussia attorno al quale ruota la retroguardia della Norvegia. Le sue sono partite da mal di testa, visto che lo squadrone del grande Nord punta tutto su attaccanti del livello di Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa (quelli che hanno schiantato l’Italia), quindi spesso si sbilancia lasciando praterie per gli avversari. Costa 25 milioni, 12 in più del suo collega Leo Ostigard, che gioca nel Genoa e potrebbe diventare un fattore. Se la Norvegia si conferma, quest’ultimo potrebbe vedere il valore salire e diventare un uomo mercato. Occhio anche ad Armando Obispo, mastino del Psv Eindhoven, 26 anni, pilastro della cenerentola Curaçao. Secondo Transfertmarkt non costa più di 4 milioni, un affarone già prima del fischio d’inizio.
Oggi le partite si decidono sulle fasce, e allora via con la squadra dei velocisti da cento polmoni. Douglas Santos, brasiliano dello Zenit di San Pietroburgo, ha la sua bella età (32) ma garantisce corsa ed esperienza. Soprattutto è in saldo: 7,5 milioni. Per Europa League o Conference basta e avanza. Ben diverso lo scenario per un piccolo fenomeno come Valentín Barco, argentino dello Strasburgo, 21 anni, destinato alle platee più nobili. Vale 40 milioni e il Chelsea gli ha messo le mani sopra. Poiché gli inglesi hanno a bilancio una quarantina di calciatori, potrebbe essere un prestito vincente. Stessa squadra, destino simile per Guela Douè, (23) ai Mondiali con la maglia della Costa d’Avorio. Qualche giorno fa ha dato un dispiacere alla Francia in amichevole. È uno dei rookies più attesi: per puntarlo servono 20 milioni a salire, astenersi perditempo. Un nome di ritorno è Tajon Buchanan, canadese di 27 anni, che dopo il fallimento all’Inter ha vissuto una resurrezione divina al Villarreal come ala destra: 7 gol, quasi sempre titolare. Prezzo di partenza 12 milioni ma se la sua nazionale va avanti il valore lievita.
A centrocampo brillano tre stelline vecchie e nuove. Tomas Soucek (31) è un pilastro della Repubblica Ceca, mediano o regista senza problemi, specialista nei calci piazzati. È retrocesso con il West Ham, quindi è sul mercato per ripianare i debiti e costa poco: 10 milioni, un affare per chi lo prende. Ben altro profilo è quello di una baby star del Marocco, che arriva ai Mondiali con l’obiettivo di raggiungere almeno i quarti: Ayyoub Bouaddi ha 18 anni, un’enorme personalità, sembra Adrien Rabiot, gioca (per ora) nel Lille ed è sul taccuino di mezza Europa. Bayern, Arsenal, Manchester United. Base d’asta 40 milioni. Chi non può permetterselo dovrà consolarsi con Richard Rios, colombiano del Benfica, 26 anni, medianone dal dribbling letale. Si parte da 25 milioni.
I rifinitori alla Paulo Dybala sono merce rarissima. Accendiamo il lanternino per scoprire chi c’è oltre i grandi 10 da sogno, quindi fuori budget. Un profilo interessante sarebbe Lennart Karl, tedesco di 19 anni, che salterà i Mondiali per infortunio ma che il Bayern potrebbe mandare a farsi le ossa in una squadra italiana come ha fatto il Real Madrid con Nico Paz. Il ct Julian Nagelsmann ha convocato al suo posto Assane Ouedraogo (20 anni) del Lipsia; se ha spazio è un fattore sicuro. Per 30 milioni può fare felice qualunque tifoseria. Come Kerim Alajbegovic, il bosniaco che ci ha eliminato nello spareggio della vergogna: 18 anni e un grande futuro davanti a sé. Il Salisburgo lo valuta 22 milioni, avanti chi ha coraggio.
Poiché alcune signore hanno il diritto di guardarsi le partite in senso estetico, due consigli sexy: il portiere tedesco Kevin Trapp e il difensore olandese del Tottenham Mickey Vandeven sono tipacci da pubblicità della schiuma da barba. Dopo il siparietto, riflettori sulle punte, quelli che fanno gol e vedono lievitare il valore a ogni centro. Il più atteso è un bambino che arriva dall’Ecuador, Kendry Páez (19), con lampi da fenomeno e al River Plate utilizzato come fantasista. Il cartellino dice 8 milioni ma suona falso perché è già del solito Chelsea, la kinderheim d’Europa, che difficilmente se ne priverà. Un altro caratterino è Gianluca Prestianni (20), argentino del Benfica, protagonista della famosa rissa razzista con Vinicius junior, difeso a spada tratta da Josè Mourinho. Costa 20 milioni ma sembra avere bisogno di un tutor.
Si va sul sicuro con Folarin Balogun (24) centravanti del Monaco e degli Stati Uniti. Sarà l’idolo di casa, costo 40 milioni sempre che la sua gigantografia non finisca a Times Square. Un sogno impossibile per quasi tutti è Yan Diomandé (22) che indossa la maglia della Costa d’Avorio; nel Lipsia ha segnato 13 gol più 9 assist. Il club ha fatto il prezzo: 100 milioni. Per stizza verrebbe voglia di ripiegare sul più abbordabile Raul Jiménez, nonno messicano delle aree di rigore, puntero del Fulham, destinato a fare coppia con Santi Gimenez del Milan. E a consolarlo. Raul ha il record del saldo: 3 milioni. Anche perché ha 35 anni suonati.
Per chi ama il tutto gratis c’è un’occasione imperdibile. È un monumento panamense, idolo locale per aver segnato il gol che ha mandato la sua nazionale al Mondiale. Ha 37 anni e si chiama Cecilio Waterman. Andrebbe ingaggiato solo per il nome.
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@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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