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2019-11-02
Dalla xenofobia alla lotta al contante. È la dittatura delle finte emergenze
Ansa
Gilbert Keith Chesterton era - anche - un grande giornalista. Quasi 100 anni fa, sul The illustrated London news, scriveva che il lettore medio di riviste (oggi potremmo dire il cittadino comune) usciva sconcertato dopo aver sfogliato il suo giornale, che gli presentava problemi per i quali non aveva la minima possibilità di elaborare una soluzione. Questo perché - ed ecco la sintesi geniale - «solo un principio risolve i problemi» (7 aprile 1923). Se ai giornali dei roaring twenties sostituiamo il dibattito politico dell'Italia del 2019, la profezia di Gkc è quasi perfetta. Da settimane assistiamo al proliferare di «problemi» (il cambiamento climatico, l'antisemitismo, l'evasione fiscale, l'odio online) che ovviamente esistono, ma che semplicemente non possono essere definitivamente «risolti», e di certo non nei modi manichei che vengono presentati all'opinione pubblica. Chesterton riassumeva questo iato sospetto con un esempio: «È come chiedere un parere su un divorzio senza sapere cosa sia un matrimonio». L'effetto inevitabile è, concludeva, che la democrazia diventa qualcosa che «goes by default», cioè procede con il pilota automatico, a colpi di ineluttabilità irreversibile. Il «caso Segre», con la distanza siderale tra un'etichetta moralmente impossibile da rigettare (combattere l'antisemitismo, ovviamente già sanzionato per legge) e un contenuto ben più articolato e meritevole di dibattito (affidare alla politica il compito di stabilire la liceità o meno di talune espressioni), merita di essere definito per quello che è: un falso problema astratto usato per imporre una soluzione sbagliata, usando una senatrice che merita soltanto onore e rispetto come strumento inconsapevole di un ricatto morale. Purtroppo è un metodo tipico: dichiarare uno scopo e perseguirne un altro è un tratto comune da Caino in giù, però la frequenza diventa preoccupante. Una volta sollevata l'urgenza indifferibile con annessa soluzione («Fate presto»), chi rifiuta nel merito la seconda viene automaticamente messo al di fuori dal novero della dignità. Ti astieni sul voto per la Commissione Segre? Sei nazista, o almeno antisemita. Dubiti della bontà del pacchetto «green» dopo che Greta ha «scosso le coscienza dei potenti»? Sei egoista, nemico dei giovani e del futuro. Nutri perplessità sulla proposta di consegnare dati personali ai colossi del Web onde farsi schedare prima di dire la tua sui social? Hai qualcosa da nascondere, vuoi l'odio protetto dall'anonimato. Ritieni discutibile la caccia al contante, peraltro forte di una schiera di precedenti piuttosto eloquenti in tal senso? Sei un evasore. Sospetti che la costruzione europea sia un insieme di regole sbagliate e applicate peggio? Distruggi i risparmi degli italiani perché inquieti i mercati. L'attuale maggioranza sta in effetti impostando buona parte della sua complicata azione lungo queste direttrici, dalla dubbia efficacia non tanto nel merito (ognuno ovviamente propone la propria agenda di priorità, in fondo i partiti e le coalizioni fanno questo), quanto nel metodo, perché esclude e squalifica altre posizioni, impedendo qualunque dissenso. È un po' frustrante doverlo ribadire, ma è evidente che il tema delle conseguenze dello sfruttamento delle risorse merita attenzione, così come tutti gli altri nodi citati. Ma la politica non consiste forse anzitutto nella definizione dei fini ultimi della società? Anche i recenti risultati elettorali paiono suggerire che una imposizione dei problemi dall'alto (che dunque ne trascura altri), con un pacchetto di soluzioni precostituite, non viene particolarmente apprezzato. Non soltanto, per di più, la genesi di queste proposte è spesso oscura o eterodiretta: è sempre più evidente che esse si trincerano dietro una riga oltre la quale non c'è un'altra idea, ma l'abisso morale. Anche questa è una modalità antica, ma sta diventando decisamente invasiva. Con due conseguenze. La prima è creare clamorosi imbarazzi: c'è l'area politica che mentre segnala la piaga dell'antisemitismo dedica una via a Arafat; gli esponenti che più di altri si sono distinti per aver imputato agli avversari di essere cialtroni incompetenti che distruggevano l'Italia oggi governano con i destinatari dei loro insulti chiedendo di limitare l'odio online; e si potrebbe andare avanti a lungo, in un elenco che non escluderebbe in fondo nessun partito. La seconda, più preoccupante, è che tale dinamica ha una vittima: la politica. Avere confinato dietro etichette degradanti qualunque tentativo di dubitare della perfezione neutra e inevitabile dell'assetto internazionale e dei nostri sistemi genera esattamente le offerte politiche che si vorrebbero evitare. Eppure, dalla Brexit e da Trump in poi, non sono mancate le occasioni per verificare che, di fronte al presunto bivio tra ordine e barbarie, la scelta della seconda soluzione si rivela non solo possibile, ma anche percorribile senza che smetta di sorgere il sole. Normalmente si definisce il famigerato populismo come un modo iperbanalizzato di semplificare la realtà, offrendo soluzioni apparentemente immediate ma irrealizzabili: se il populismo esistesse, questa maggioranza avrebbe tutti i crismi per esserne tra i più autorevoli rappresentanti.
Hanno sfruttato la Segre per far passare una proposta liberticida
«Duecento messaggi al giorno incitanti all'odio razziale. Tanti ne riceve, in media, Liliana Segre, memoria storica della Shoah». Tutto è iniziato così, circa una settimana fa. Con un articolo di Repubblica che riportava alcuni dati raccolti dall'Osservatorio antisemitismo tra cui quello del numero di «insulti social» che tutti i dì «arrivano alla senatrice a vita». La reazione è immediata, tutti i politici rilasciano dichiarazioni sdegnate. Tempo poche ore e anche il premier, Giuseppe Conte, si fa sentire: «Inviterò tutte le forze politiche che stanno in Parlamento a mettersi d'accordo per introdurre norme contro il linguaggio dell'odio. Via social e a tutti i livelli», dice. In effetti, l'immagine che si staglia davanti agli occhi leggendo l'articolo di Piero Colaprico su Repubblica (e poi tutti gli altri che lo hanno ripreso) è agghiacciante: una donna di 89 anni, testimone di una tragedia immane, che ogni giorno si vede recapitare via Web centinaia di insulti razzisti e antisemiti. Correre ai ripari è sacrosanto, e bisogna agire con urgenza in modo che la senatrice a vita non trascorra un giorno di più sotto il fuoco di fila degli odiatori. Dopo l'ondata iniziale di emozione, tuttavia, sorgono i primi interrogativi. Tutti gli articoli spiegano che Liliana Segre «riceve» 200 insulti al giorno. Il fatto, però, è che la Segre non è presente sui social network, non ha profili Facebook, Twitter o Instagram. Dunque come fa a «ricevere» insulti? Significa che le offese virtuali non sono direttamente rivolte a lei, ma compaiono sulla Rete. Ci sono, ma fortunatamente la Segre non si trova nell'orrenda situazione di doverle leggere ogni giorno.
Che il quadro sia esattamente questo lo ha confermato la diretta interessata giusto ieri, in una lunga intervista rilasciata alla Stampa. Paolo Colonnello le ha domandato: «Più di 200 messaggi di odio al giorno e non sentirli. Il segreto?». Risposta della Segre: «Pensi che nemmeno lo sapevo, l'ho appreso anche io dai giornali. Forse basta non frequentare la Rete: mi dispiace per gli odiatori che non hanno di meglio da fare». Che replica grandiosa, diretta, elegante. La senatrice a vita si è dimostrata, ancora una volta, immensamente più intelligente di tutti coloro che la sfruttano per i propri fini politici e la strumentalizzano.
È lei stessa a spiegare che di quegli insulti non sapeva nulla. Non li aveva mai letti, e del resto per evitarli basta non entrare in quella cloaca chiamata Internet. Più chiaro di così...
Sia chiaro: non stiamo dicendo che gli insulti antisemiti non esistano e che non siano gravi. Tutt'altro. Il punto è il carattere di urgenza, di impellenza che questa storia delle offese ha assunto. Se uno viene tempestato di ingiurie terribili significa che non si può attendere un minuto di più prima di interrompere il diluvio di odio. Quindi bisogna muoversi in fretta. E infatti, tempo pochi giorni, ecco approdare al Senato la mozione (a prima firma Liliana Segre) per l'istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza. In realtà, tale mozione è datata 5 giugno 2019. Ciò indica che non c'era nessuna emergenza. Del resto, la stessa Segre ha fatto sapere che lei, degli insulti, non sapeva nulla. Creare il caso, tuttavia, è servito a uno scopo ben preciso: sfruttare il nome e la storia personale della senatrice per portare avanti un progetto politico che va ben oltre l'antisemitismo e gli insulti. Sull'onda emotiva sollevata dai dati sulle offese antisemite, si è potuto trasportare cioè che era politico (una mozione al Senato) in una questione morale di fronte alla quale nessuno poteva obiettare. Lo ha spiegato la stessa senatrice ieri: «Mi sembrava che una mozione contro l'odio dovesse essere condivisa da tutti».
Il problema è che quella mozione non colpisce (solo) gli odiatori, ma tutti coloro che esercitano un diritto di critica più che legittimo rispetto alla visione ideologica del mondo portata avanti dai progressisti. Nel testo della mozione approvata si spiega infatti che vanno monitorati e puniti non solo coloro «che incitano, promuovono o giustificano l'odio razziale, la xenofobia, l'antisemitismo o più in generale l'intolleranza», ma pure quanti sostengono «nazionalismi ed etnocentrismi». Solo che nazionalismo ed etnocentrismo non hanno, in sé, nulla di negativo.
Inoltre, la mozione spiega che bisogna colpire «i pregiudizi, gli stereotipi». Beh, di questi tempi sono considerate «stereotipi» anche le differenze fra i sessi. Si ritiene vittima di «pregiudizi» chi è contrario all'immigrazione di massa. Qui sta il punto. Se non ci fosse stata «l'emergenza», forse si sarebbe potuto riflettere con più calma sul contenuto della mozione. Se non ci fosse stato lo sdegno dovuto agli insulti, forse si sarebbe evitato di dare dei nazisti a tutti coloro che, nel merito, hanno contestato il provvedimento. Ma grazie a quegli insulti di cui la Segre non era nemmeno a conoscenza, si è scatenato il putiferio, e nel marasma hanno gettato nel calderone anche l'incolpevole professore Marco Gervasoni. Repubblica lo ha messo sullo stesso piano di un commentatore che invitava a bruciare la Segre. Motivo? Gervasoni ha pubblicato post critici verso le idee della Segre, e alcuni utenti del Web, nei commenti, hanno scritto bestialità. Ed ecco fatto: il critico è stato affiancato agli odiatori, ed è divenuto odiatore a sua volta. Nel trambusto, si è invocata la censura anche per lui, che con insulti e antisemitismo non aveva niente a che fare.
È per queste ragioni che la «commissione sull'odio» è pericolosa e liberticida. Perché non ferma l'odio, ma in compenso affida a un gruppo di politici il compito di sorvegliare i pensieri e le opinioni dei cittadini. Come si fa nei regimi.
Il Pd fa la morale sull’antisemitismo e a Palermo dedica una via ad Arafat
L'apocalisse di San Giovanni è stata scritta in un posto che adesso si chiama Turchia, in una lingua che nessuno capisce, parla di una religione che nessuno professa più. A metà dell'800 i cristiani in Turchia erano il 30%, della popolazione turca, gli ebrei oltre l'1%: oggi i cristiani sono lo 0,6% e di ebrei c'è rimasto solo l'ambasciatore di Israele e anche lui ancora per poco. Lo sterminio di armeni ed ebrei è il primo sterminio su suolo europeo dove è stata utilizzata sistematicamente la fame per uccidere e la nudità per umiliare: le donne armene, siamo nel 1915, erano spesso costrette a stare e morire nude, dopo aver assistito alla castrazione di mariti, padri e figli. Senza lo sterminio degli armeni ed ebrei in questo immondo stato criminale che è la Turchia, non avremmo avuto lo sterminio degli ebrei da parte di Hitler. Ma il tramite tra i due è sempre lui, il Gran mufti di Gerusalemme,
Amin Al Husseini, la più alta autorità sunnita oltre che il capo spirituale dei mussulmani palestinesi. Il gentiluomo Yasser Arafat, cui dobbiamo due attentati a Fiumicino per un totale di 48 morti, l'assassinio del bimbo Stefano Tashè e il ferimento di altri bambini per l'attentato alla sinagoga di Roma, il sequestro dell'Achille Lauro e secondo Cossiga la strage di Bologna, era nipote di quest'altro gentiluomo. Amin Al Husseini, Gran mufti di Gerusalemme, aveva attivamente, entusiasticamente partecipato allo sterminio di ebrei e armeni in Turchia, non sappiamo quante persone abbia personalmente ucciso evirato e stuprato, ma sappiamo che ci si è tanto divertito.
Anche l'eroico popolo palestinese quando non può ammazzare ebrei, perché sono armati fino ai denti e hanno preso l'antipatica abitudine di aprire il fuoco su chiunque voglia ucciderli, devono sfogarsi sui cristiani, per esempio quando i miliziani dell'Olp arrivano in Libano massacrano 18.000, diciottomila, cristiani maroniti, che la comunità internazionale e i pacifisti si affrettano a buttare nel dimenticatoio e far sparire dalla memoria collettiva. I nazisti allo sterminio degli ebrei non ci erano arrivati: era troppo grossa persino per loro. Il genocidio non poteva esistere nella cultura europea, non esisteva nemmeno la parola, genocidio, è stato necessario crearla al processo di Norimberga, proprio perché la parola non esisteva. Amin Al Husseini, Gran mufti di Gerusalemme già sterminatore di armeni ed ebrei durante lo sterminio del 1915 in Turchia è, secondo alcuni storici, colui che portò l'idea, il grilletto, il detonatore.
Secondo questi storici, Hitler all'idea ci sterminare gli ebrei non ci era ancora arrivato. Esistevano campi di concentramento, non veri campi di sterminio fino alla fine del 1941, molti ebrei erano stati uccisi, ma senza sistematicità, e in genere i bambini non venivano toccati. A novembre del 1941 fu siglato il patto tra Hitler e il Gran mufti. Hitler dichiarò che il nazismo ha due anime, tedesca e islamica, e proclamò che islam e nazismo avevano la stessa anima, gli stessi valori e gli stessi nemici. Molti ipotizzano che in cambio di una fatwa che ha schierato a fianco di Hitler tutto l'islam sunnita, abbia concesso lo sterminio totale degli ebrei, progetto non ancora formulato.
La soluzione finale è del febbraio 1942. Lo sterminio degli armeni è turco. Lo sterminio degli ebrei su suolo europeo non è solo tedesco: è tedesco, turco, bosniaco e palestinese, ma come sempre noi consideriamo solo la responsabilità europea, per il terrore dell'accusa di razzismo. Noi non accusiamo mai Paesi poveri o del terzo mondo, cui neghiamo la responsabilità. Questo è il senso delle parole pauperista e terzomondista: due pesi, due misure. La causa? L'odio di sé, un odio per noi stessi ma soprattutto degli enormi, ricchissimi e fortissimi partiti comunisti e i loro nipotini. I palestinesi sono venuti sulla mia terra a sparare e uccidere mentre io ero in pace, quindi sono «il nemico». Poi che il nemico sia meglio non odiarlo, restare lucidi e anche compassionevoli è un discorso che dobbiamo fare, ma il nemico va riconosciuto e trattato da nemico, altrimenti non siamo buoni, ma aspiranti suicidi. Aspiranti suicidi che agli assassini della loro gente dedicano strade. Ad Arafat sarà dedicata una strada a Palermo grazie al sindaco Leoluca Orlando del Pd. In cosa Stefano Tashè è diverso dai bambini rastrellati nel Getto di Roma dalle Ss? Perché le 48 vittime di Fiumicino meritavano di morire? Perché un anziano turista ebreo sulla sedia a rotelle è stato ucciso sull'Achille Lauro? Era un civile innocente. Per i palestinesi tutti gli ebrei sono colpevoli a prescindere. Non esiste un terrorismo tibetano come non è esistito un terrorismo armeno. Il terrorismo non nasce dal dolore di un popolo: nasce dalla cultura di morte in cui quel popolo è immerso. Questa cultura di morte è stata fecondata e irrigata da Arafat.
Arafat, nipote di quel Gran mufti di Gerusalemme fondatore della XIII divisione Ss, è l'autore della frase «noi vi sgozzeremo tutti, sgozzeremo i figli nelle madri». (Algeri, 1985). Il sindaco di Palermo vuole intitolare una strada ad Arafat: è sicuro di quello che sta facendo? Queste parole sono prese dall'intervista che Oriana Fallaci fece ad Arafat.
Arafat: «La fine di Israele è lo scopo della nostra lotta, ed essa non ammette né compromessi né mediazioni...».
Fallaci: «Conclusione: voi non volete affatto la pace che tutti auspicano».
Arafat: «No! Non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra, la vittoria. La pace per noi significa distruzione di Israele e nient'altro. Ciò che voi chiamate pace, è pace per Israele e gli imperialisti. Per noi è ingiustizia e vergogna. Combatteremo fino alla vittoria. Decine di anni se necessario, generazioni».
Secondo la signora Fallaci, Ghedaffi era l'individuo più stupido e crudele che lei avesse mai incontrato in vita sua dopo Arafat. Arafat era the winner. Uno dei pochi punti in cui non condivido il parere di Oriana. Infinitamente crudele, certo, ma Arafat non era stupido: è riuscito a trasformare il suo popolo nell'incredibile gallina dalle uova d'oro che gli ha permesso di diventare Paperon de Paperoni.
Arafat è morto ricchissimo. Del denaro dato dalla comunità internazionale al suo popolo ha intascato percentuali da capogiro. Possedeva di tutto, inclusi i beni più inverosimili, dai villaggi vacanze alle Maldive alle fabbriche di cemento che hanno venduto il materiale alla costruzione della barriera difensiva israeliana. Il famoso muro. Sua moglie ha sempre vissuto, in pianta stabile, per decenni, in una suite dell'hotel Ritz di Parigi al costo di 16.000 dollari a notte.
Delle prodezze di Arafat ne ricorderò una sola. Era il 9 ottobre 1982, nella sinagoga di Roma c'era una festa, la benedizione dei bambini, secondo la tradizione.
I fedeli uscirono dal Tempio, le famiglie con i bambini per mano e furono accolti da una scarica di mitra e lanci di bombe a mano. Stefano Gay Taché, un bambino di 2 anni, morì crivellato dai colpi, i feriti furono 35 di cui ancora oggi molti con le schegge conficcate nel corpo. Stefano era nipote di uno dei pochi ebrei scampati alla deportazione del ghetto di Roma. Stefano aveva due anni, come Emilia, la bimba descritta da Primo Levi.
Il sindaco di Palermo ci spieghi: perché è stato etico uccidere Stefano Tachè?
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Il dibattito politico si basa sempre più su presunti temi ineludibili, di fronte a cui è vietato porre obiezioni. Ma è una logica totalitaria: chi non agisce subito e nel solo modo consentito passa per complice del male.Liliana Segre non si era neanche accorta di ricevere 200 insulti razzisti al giorno. Che restano vergognosi, ma sono stati utilizzati per giustificare la censura delle idee.Il sindaco dem Leoluca Orlando intitola il lungomare a Yasser Arafat, capo palestinese che fu colluso con azioni terroristiche ed era nipote del Gran muftì, l'uomo che diede ad Adolf Hitler l'idea dell'Olocausto.Lo speciale contiene tre articoli.Gilbert Keith Chesterton era - anche - un grande giornalista. Quasi 100 anni fa, sul The illustrated London news, scriveva che il lettore medio di riviste (oggi potremmo dire il cittadino comune) usciva sconcertato dopo aver sfogliato il suo giornale, che gli presentava problemi per i quali non aveva la minima possibilità di elaborare una soluzione. Questo perché - ed ecco la sintesi geniale - «solo un principio risolve i problemi» (7 aprile 1923). Se ai giornali dei roaring twenties sostituiamo il dibattito politico dell'Italia del 2019, la profezia di Gkc è quasi perfetta. Da settimane assistiamo al proliferare di «problemi» (il cambiamento climatico, l'antisemitismo, l'evasione fiscale, l'odio online) che ovviamente esistono, ma che semplicemente non possono essere definitivamente «risolti», e di certo non nei modi manichei che vengono presentati all'opinione pubblica. Chesterton riassumeva questo iato sospetto con un esempio: «È come chiedere un parere su un divorzio senza sapere cosa sia un matrimonio». L'effetto inevitabile è, concludeva, che la democrazia diventa qualcosa che «goes by default», cioè procede con il pilota automatico, a colpi di ineluttabilità irreversibile. Il «caso Segre», con la distanza siderale tra un'etichetta moralmente impossibile da rigettare (combattere l'antisemitismo, ovviamente già sanzionato per legge) e un contenuto ben più articolato e meritevole di dibattito (affidare alla politica il compito di stabilire la liceità o meno di talune espressioni), merita di essere definito per quello che è: un falso problema astratto usato per imporre una soluzione sbagliata, usando una senatrice che merita soltanto onore e rispetto come strumento inconsapevole di un ricatto morale. Purtroppo è un metodo tipico: dichiarare uno scopo e perseguirne un altro è un tratto comune da Caino in giù, però la frequenza diventa preoccupante. Una volta sollevata l'urgenza indifferibile con annessa soluzione («Fate presto»), chi rifiuta nel merito la seconda viene automaticamente messo al di fuori dal novero della dignità. Ti astieni sul voto per la Commissione Segre? Sei nazista, o almeno antisemita. Dubiti della bontà del pacchetto «green» dopo che Greta ha «scosso le coscienza dei potenti»? Sei egoista, nemico dei giovani e del futuro. Nutri perplessità sulla proposta di consegnare dati personali ai colossi del Web onde farsi schedare prima di dire la tua sui social? Hai qualcosa da nascondere, vuoi l'odio protetto dall'anonimato. Ritieni discutibile la caccia al contante, peraltro forte di una schiera di precedenti piuttosto eloquenti in tal senso? Sei un evasore. Sospetti che la costruzione europea sia un insieme di regole sbagliate e applicate peggio? Distruggi i risparmi degli italiani perché inquieti i mercati. L'attuale maggioranza sta in effetti impostando buona parte della sua complicata azione lungo queste direttrici, dalla dubbia efficacia non tanto nel merito (ognuno ovviamente propone la propria agenda di priorità, in fondo i partiti e le coalizioni fanno questo), quanto nel metodo, perché esclude e squalifica altre posizioni, impedendo qualunque dissenso. È un po' frustrante doverlo ribadire, ma è evidente che il tema delle conseguenze dello sfruttamento delle risorse merita attenzione, così come tutti gli altri nodi citati. Ma la politica non consiste forse anzitutto nella definizione dei fini ultimi della società? Anche i recenti risultati elettorali paiono suggerire che una imposizione dei problemi dall'alto (che dunque ne trascura altri), con un pacchetto di soluzioni precostituite, non viene particolarmente apprezzato. Non soltanto, per di più, la genesi di queste proposte è spesso oscura o eterodiretta: è sempre più evidente che esse si trincerano dietro una riga oltre la quale non c'è un'altra idea, ma l'abisso morale. Anche questa è una modalità antica, ma sta diventando decisamente invasiva. Con due conseguenze. La prima è creare clamorosi imbarazzi: c'è l'area politica che mentre segnala la piaga dell'antisemitismo dedica una via a Arafat; gli esponenti che più di altri si sono distinti per aver imputato agli avversari di essere cialtroni incompetenti che distruggevano l'Italia oggi governano con i destinatari dei loro insulti chiedendo di limitare l'odio online; e si potrebbe andare avanti a lungo, in un elenco che non escluderebbe in fondo nessun partito. La seconda, più preoccupante, è che tale dinamica ha una vittima: la politica. Avere confinato dietro etichette degradanti qualunque tentativo di dubitare della perfezione neutra e inevitabile dell'assetto internazionale e dei nostri sistemi genera esattamente le offerte politiche che si vorrebbero evitare. Eppure, dalla Brexit e da Trump in poi, non sono mancate le occasioni per verificare che, di fronte al presunto bivio tra ordine e barbarie, la scelta della seconda soluzione si rivela non solo possibile, ma anche percorribile senza che smetta di sorgere il sole. Normalmente si definisce il famigerato populismo come un modo iperbanalizzato di semplificare la realtà, offrendo soluzioni apparentemente immediate ma irrealizzabili: se il populismo esistesse, questa maggioranza avrebbe tutti i crismi per esserne tra i più autorevoli rappresentanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-xenofobia-alla-lotta-al-contante-e-la-dittatura-delle-finte-emergenze-2641188641.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hanno-sfruttato-la-segre-per-far-passare-una-proposta-liberticida" data-post-id="2641188641" data-published-at="1778077177" data-use-pagination="False"> Hanno sfruttato la Segre per far passare una proposta liberticida «Duecento messaggi al giorno incitanti all'odio razziale. Tanti ne riceve, in media, Liliana Segre, memoria storica della Shoah». Tutto è iniziato così, circa una settimana fa. Con un articolo di Repubblica che riportava alcuni dati raccolti dall'Osservatorio antisemitismo tra cui quello del numero di «insulti social» che tutti i dì «arrivano alla senatrice a vita». La reazione è immediata, tutti i politici rilasciano dichiarazioni sdegnate. Tempo poche ore e anche il premier, Giuseppe Conte, si fa sentire: «Inviterò tutte le forze politiche che stanno in Parlamento a mettersi d'accordo per introdurre norme contro il linguaggio dell'odio. Via social e a tutti i livelli», dice. In effetti, l'immagine che si staglia davanti agli occhi leggendo l'articolo di Piero Colaprico su Repubblica (e poi tutti gli altri che lo hanno ripreso) è agghiacciante: una donna di 89 anni, testimone di una tragedia immane, che ogni giorno si vede recapitare via Web centinaia di insulti razzisti e antisemiti. Correre ai ripari è sacrosanto, e bisogna agire con urgenza in modo che la senatrice a vita non trascorra un giorno di più sotto il fuoco di fila degli odiatori. Dopo l'ondata iniziale di emozione, tuttavia, sorgono i primi interrogativi. Tutti gli articoli spiegano che Liliana Segre «riceve» 200 insulti al giorno. Il fatto, però, è che la Segre non è presente sui social network, non ha profili Facebook, Twitter o Instagram. Dunque come fa a «ricevere» insulti? Significa che le offese virtuali non sono direttamente rivolte a lei, ma compaiono sulla Rete. Ci sono, ma fortunatamente la Segre non si trova nell'orrenda situazione di doverle leggere ogni giorno. Che il quadro sia esattamente questo lo ha confermato la diretta interessata giusto ieri, in una lunga intervista rilasciata alla Stampa. Paolo Colonnello le ha domandato: «Più di 200 messaggi di odio al giorno e non sentirli. Il segreto?». Risposta della Segre: «Pensi che nemmeno lo sapevo, l'ho appreso anche io dai giornali. Forse basta non frequentare la Rete: mi dispiace per gli odiatori che non hanno di meglio da fare». Che replica grandiosa, diretta, elegante. La senatrice a vita si è dimostrata, ancora una volta, immensamente più intelligente di tutti coloro che la sfruttano per i propri fini politici e la strumentalizzano. È lei stessa a spiegare che di quegli insulti non sapeva nulla. Non li aveva mai letti, e del resto per evitarli basta non entrare in quella cloaca chiamata Internet. Più chiaro di così... Sia chiaro: non stiamo dicendo che gli insulti antisemiti non esistano e che non siano gravi. Tutt'altro. Il punto è il carattere di urgenza, di impellenza che questa storia delle offese ha assunto. Se uno viene tempestato di ingiurie terribili significa che non si può attendere un minuto di più prima di interrompere il diluvio di odio. Quindi bisogna muoversi in fretta. E infatti, tempo pochi giorni, ecco approdare al Senato la mozione (a prima firma Liliana Segre) per l'istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza. In realtà, tale mozione è datata 5 giugno 2019. Ciò indica che non c'era nessuna emergenza. Del resto, la stessa Segre ha fatto sapere che lei, degli insulti, non sapeva nulla. Creare il caso, tuttavia, è servito a uno scopo ben preciso: sfruttare il nome e la storia personale della senatrice per portare avanti un progetto politico che va ben oltre l'antisemitismo e gli insulti. Sull'onda emotiva sollevata dai dati sulle offese antisemite, si è potuto trasportare cioè che era politico (una mozione al Senato) in una questione morale di fronte alla quale nessuno poteva obiettare. Lo ha spiegato la stessa senatrice ieri: «Mi sembrava che una mozione contro l'odio dovesse essere condivisa da tutti». Il problema è che quella mozione non colpisce (solo) gli odiatori, ma tutti coloro che esercitano un diritto di critica più che legittimo rispetto alla visione ideologica del mondo portata avanti dai progressisti. Nel testo della mozione approvata si spiega infatti che vanno monitorati e puniti non solo coloro «che incitano, promuovono o giustificano l'odio razziale, la xenofobia, l'antisemitismo o più in generale l'intolleranza», ma pure quanti sostengono «nazionalismi ed etnocentrismi». Solo che nazionalismo ed etnocentrismo non hanno, in sé, nulla di negativo. Inoltre, la mozione spiega che bisogna colpire «i pregiudizi, gli stereotipi». Beh, di questi tempi sono considerate «stereotipi» anche le differenze fra i sessi. Si ritiene vittima di «pregiudizi» chi è contrario all'immigrazione di massa. Qui sta il punto. Se non ci fosse stata «l'emergenza», forse si sarebbe potuto riflettere con più calma sul contenuto della mozione. Se non ci fosse stato lo sdegno dovuto agli insulti, forse si sarebbe evitato di dare dei nazisti a tutti coloro che, nel merito, hanno contestato il provvedimento. Ma grazie a quegli insulti di cui la Segre non era nemmeno a conoscenza, si è scatenato il putiferio, e nel marasma hanno gettato nel calderone anche l'incolpevole professore Marco Gervasoni. Repubblica lo ha messo sullo stesso piano di un commentatore che invitava a bruciare la Segre. Motivo? Gervasoni ha pubblicato post critici verso le idee della Segre, e alcuni utenti del Web, nei commenti, hanno scritto bestialità. Ed ecco fatto: il critico è stato affiancato agli odiatori, ed è divenuto odiatore a sua volta. Nel trambusto, si è invocata la censura anche per lui, che con insulti e antisemitismo non aveva niente a che fare. È per queste ragioni che la «commissione sull'odio» è pericolosa e liberticida. Perché non ferma l'odio, ma in compenso affida a un gruppo di politici il compito di sorvegliare i pensieri e le opinioni dei cittadini. Come si fa nei regimi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dalla-xenofobia-alla-lotta-al-contante-e-la-dittatura-delle-finte-emergenze-2641188641.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pd-fa-la-morale-sullantisemitismo-e-a-palermo-dedica-una-via-ad-arafat" data-post-id="2641188641" data-published-at="1778077177" data-use-pagination="False"> Il Pd fa la morale sull’antisemitismo e a Palermo dedica una via ad Arafat L'apocalisse di San Giovanni è stata scritta in un posto che adesso si chiama Turchia, in una lingua che nessuno capisce, parla di una religione che nessuno professa più. A metà dell'800 i cristiani in Turchia erano il 30%, della popolazione turca, gli ebrei oltre l'1%: oggi i cristiani sono lo 0,6% e di ebrei c'è rimasto solo l'ambasciatore di Israele e anche lui ancora per poco. Lo sterminio di armeni ed ebrei è il primo sterminio su suolo europeo dove è stata utilizzata sistematicamente la fame per uccidere e la nudità per umiliare: le donne armene, siamo nel 1915, erano spesso costrette a stare e morire nude, dopo aver assistito alla castrazione di mariti, padri e figli. Senza lo sterminio degli armeni ed ebrei in questo immondo stato criminale che è la Turchia, non avremmo avuto lo sterminio degli ebrei da parte di Hitler. Ma il tramite tra i due è sempre lui, il Gran mufti di Gerusalemme, Amin Al Husseini, la più alta autorità sunnita oltre che il capo spirituale dei mussulmani palestinesi. Il gentiluomo Yasser Arafat, cui dobbiamo due attentati a Fiumicino per un totale di 48 morti, l'assassinio del bimbo Stefano Tashè e il ferimento di altri bambini per l'attentato alla sinagoga di Roma, il sequestro dell'Achille Lauro e secondo Cossiga la strage di Bologna, era nipote di quest'altro gentiluomo. Amin Al Husseini, Gran mufti di Gerusalemme, aveva attivamente, entusiasticamente partecipato allo sterminio di ebrei e armeni in Turchia, non sappiamo quante persone abbia personalmente ucciso evirato e stuprato, ma sappiamo che ci si è tanto divertito. Anche l'eroico popolo palestinese quando non può ammazzare ebrei, perché sono armati fino ai denti e hanno preso l'antipatica abitudine di aprire il fuoco su chiunque voglia ucciderli, devono sfogarsi sui cristiani, per esempio quando i miliziani dell'Olp arrivano in Libano massacrano 18.000, diciottomila, cristiani maroniti, che la comunità internazionale e i pacifisti si affrettano a buttare nel dimenticatoio e far sparire dalla memoria collettiva. I nazisti allo sterminio degli ebrei non ci erano arrivati: era troppo grossa persino per loro. Il genocidio non poteva esistere nella cultura europea, non esisteva nemmeno la parola, genocidio, è stato necessario crearla al processo di Norimberga, proprio perché la parola non esisteva. Amin Al Husseini, Gran mufti di Gerusalemme già sterminatore di armeni ed ebrei durante lo sterminio del 1915 in Turchia è, secondo alcuni storici, colui che portò l'idea, il grilletto, il detonatore. Secondo questi storici, Hitler all'idea ci sterminare gli ebrei non ci era ancora arrivato. Esistevano campi di concentramento, non veri campi di sterminio fino alla fine del 1941, molti ebrei erano stati uccisi, ma senza sistematicità, e in genere i bambini non venivano toccati. A novembre del 1941 fu siglato il patto tra Hitler e il Gran mufti. Hitler dichiarò che il nazismo ha due anime, tedesca e islamica, e proclamò che islam e nazismo avevano la stessa anima, gli stessi valori e gli stessi nemici. Molti ipotizzano che in cambio di una fatwa che ha schierato a fianco di Hitler tutto l'islam sunnita, abbia concesso lo sterminio totale degli ebrei, progetto non ancora formulato. La soluzione finale è del febbraio 1942. Lo sterminio degli armeni è turco. Lo sterminio degli ebrei su suolo europeo non è solo tedesco: è tedesco, turco, bosniaco e palestinese, ma come sempre noi consideriamo solo la responsabilità europea, per il terrore dell'accusa di razzismo. Noi non accusiamo mai Paesi poveri o del terzo mondo, cui neghiamo la responsabilità. Questo è il senso delle parole pauperista e terzomondista: due pesi, due misure. La causa? L'odio di sé, un odio per noi stessi ma soprattutto degli enormi, ricchissimi e fortissimi partiti comunisti e i loro nipotini. I palestinesi sono venuti sulla mia terra a sparare e uccidere mentre io ero in pace, quindi sono «il nemico». Poi che il nemico sia meglio non odiarlo, restare lucidi e anche compassionevoli è un discorso che dobbiamo fare, ma il nemico va riconosciuto e trattato da nemico, altrimenti non siamo buoni, ma aspiranti suicidi. Aspiranti suicidi che agli assassini della loro gente dedicano strade. Ad Arafat sarà dedicata una strada a Palermo grazie al sindaco Leoluca Orlando del Pd. In cosa Stefano Tashè è diverso dai bambini rastrellati nel Getto di Roma dalle Ss? Perché le 48 vittime di Fiumicino meritavano di morire? Perché un anziano turista ebreo sulla sedia a rotelle è stato ucciso sull'Achille Lauro? Era un civile innocente. Per i palestinesi tutti gli ebrei sono colpevoli a prescindere. Non esiste un terrorismo tibetano come non è esistito un terrorismo armeno. Il terrorismo non nasce dal dolore di un popolo: nasce dalla cultura di morte in cui quel popolo è immerso. Questa cultura di morte è stata fecondata e irrigata da Arafat. Arafat, nipote di quel Gran mufti di Gerusalemme fondatore della XIII divisione Ss, è l'autore della frase «noi vi sgozzeremo tutti, sgozzeremo i figli nelle madri». (Algeri, 1985). Il sindaco di Palermo vuole intitolare una strada ad Arafat: è sicuro di quello che sta facendo? Queste parole sono prese dall'intervista che Oriana Fallaci fece ad Arafat. Arafat: «La fine di Israele è lo scopo della nostra lotta, ed essa non ammette né compromessi né mediazioni...». Fallaci: «Conclusione: voi non volete affatto la pace che tutti auspicano». Arafat: «No! Non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra, la vittoria. La pace per noi significa distruzione di Israele e nient'altro. Ciò che voi chiamate pace, è pace per Israele e gli imperialisti. Per noi è ingiustizia e vergogna. Combatteremo fino alla vittoria. Decine di anni se necessario, generazioni». Secondo la signora Fallaci, Ghedaffi era l'individuo più stupido e crudele che lei avesse mai incontrato in vita sua dopo Arafat. Arafat era the winner. Uno dei pochi punti in cui non condivido il parere di Oriana. Infinitamente crudele, certo, ma Arafat non era stupido: è riuscito a trasformare il suo popolo nell'incredibile gallina dalle uova d'oro che gli ha permesso di diventare Paperon de Paperoni. Arafat è morto ricchissimo. Del denaro dato dalla comunità internazionale al suo popolo ha intascato percentuali da capogiro. Possedeva di tutto, inclusi i beni più inverosimili, dai villaggi vacanze alle Maldive alle fabbriche di cemento che hanno venduto il materiale alla costruzione della barriera difensiva israeliana. Il famoso muro. Sua moglie ha sempre vissuto, in pianta stabile, per decenni, in una suite dell'hotel Ritz di Parigi al costo di 16.000 dollari a notte. Delle prodezze di Arafat ne ricorderò una sola. Era il 9 ottobre 1982, nella sinagoga di Roma c'era una festa, la benedizione dei bambini, secondo la tradizione. I fedeli uscirono dal Tempio, le famiglie con i bambini per mano e furono accolti da una scarica di mitra e lanci di bombe a mano. Stefano Gay Taché, un bambino di 2 anni, morì crivellato dai colpi, i feriti furono 35 di cui ancora oggi molti con le schegge conficcate nel corpo. Stefano era nipote di uno dei pochi ebrei scampati alla deportazione del ghetto di Roma. Stefano aveva due anni, come Emilia, la bimba descritta da Primo Levi. Il sindaco di Palermo ci spieghi: perché è stato etico uccidere Stefano Tachè?
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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