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2024-10-07
Dai nonni ai nipotini, il pollo con patate mette d’accordo tutti
(iStock)
Si è tenuta il 2 ottobre scorso l’ottava edizione del Pollo Arrosto Day, giornata istituita da Unaitalia, l’Associazione nazionale produttori di carni bianche, per celebrare la tradizione italiana del pollo arrosto.
La carne di pollo è quella che gli italiani mangiano di più e il pollo arrosto con patate è per 7 italiani su 10 (dati AstraRicerche per Pollo Arrosto Day 2024) il piatto di famiglia. E per famiglia si intende anche la nonna. Il 2 ottobre infatti è anche la Festa dei Nonni e quest’anno la celebrazione è stata congiunta, anche in virtù dei risultati dell’indagine AstraRicerche: il 93,4% delle nonne cucina il pollo arrosto e più di 1 intervistato su 4 dichiara di usare la ricetta della nonna. Per gli italiani il pollo arrosto è legato all’infanzia, alla cucina della mamma (40%) e alla domenica a casa dei nonni (29,5%), fa parte di un’eredità culturale e familiare in quanto piatto della memoria tramandato di generazione in generazione, il secondo dopo le lasagne (45,1%). E prima di polpette (29,3%) e pasta all’uovo (16,7%). Non a caso 7 italiani su 10 lo cucinano almeno una volta al mese.
Spiega Antonio Forlini, presidente di Unaitalia: «Il Pollo Arrosto Day è un’occasione per scoprire trend e curiosità su una carne 100% made in Italy, la più consumata dagli italiani, che piace a tutti per sua versatilità e la trasversalità, per le sue proprietà nutrizionali, il gusto e la facilità di preparazione. Ma anche il suo forte legame con la cultura italiana, le ricette tradizionali e quindi la memoria collettiva gastronomica. A confermare il trend, la crescita dei consumi pro-capite (+2,9%) arrivati a 21,38 kg. Non si arresta la passione degli italiani per le carni bianche, che continuano ad essere le più amate con il 35% degli acquisti domestici».
Qualche domanda
Con queste domande togliamo qualche curiosità riguardante il pollo
Perché fa bene mangiare pollo?
Il pollo è ricco di proteine nobili, a loro volta contenenti tutti gli amminoacidi essenziali, di vitamine del gruppo B - ottime per la struttura muscolare e la crescita dei tessuti - e povero di grassi, che sono in prevalenza i cosiddetti grassi omega-6 e omega-3. Si tratta di una pietanza consigliata a tutti, compresi anziani e bambini.
Perché si mangia il pollo con le patate?
Il pollo presenta una carne molto magra e molto povera di carboidrati, dunque per farne un pasto completo va abbinato a una fonte di carboidrati, ecco che entrano in gioco le patate, solitamente usate come contorno delle carni. Con l’aggiunta poi di verdure, il pasto è perfettamente completo.
Cosa cambia tra pollo con pelle e pollo senza pelle?
Il pollo presenta una lieve differenza tra parti più magre e parti più grasse: la coscia del pollo, tipicamente più morbida e succosa rispetto al petto, presenta più lipidi e colesterolo e meno proteine. Il petto è la parte più magra del pollo. In 100 grammi di carne cruda di pollo intero troviamo mediamente 110 calorie, 76 g di acqua, 20 g di proteine, 3,6 g di lipidi e 75 mg di colesterolo. Il petto di pollo senza pelle è certamente la parte più dietetica del pollo perché contiene pochissimi grassi, soprattutto insaturi. Se ci lasciamo la pelle avremo più grassi, proteine e calorie. 170 g di petto di pollo al forno, alla griglia o al forno con la pelle forniscono 332 calorie, 12 grammi di grassi e 50 grammi di proteine. il petto di pollo con la pelle comporta un aumento dell’apporto lipidico (trigliceridi) di circa il 300%. Con la pelle, l’aumento di colesterolo totale nel petto di pollo è di circa il 30%. Nella carne di pollo senza pelle cruda abbiamo circa 3,6 g di lipidi ogni 100 g di carne, in media. La carne con pelle cruda presenta una media di 10,6 g ogni 100 g. Per quanto riguarda il colesterolo, il taglio senza pelle presenta in media 93 mg ogni 100 g di pollo, senza pelle circa 75 mg ogni 100 g. Naturalmente tenete anche in considerazione il fatto che il peso della pelle in un pezzo di pollo non è pari a quello della carne di quello stesso pezzo.
È vero che il pollo ruspante si riconosce dal colore giallo?
Il pollo potrebbe anche essere ruspante ma non giallo. Il colore giallo delle sue carni dipende dall’alimentazione. Il pollo alimentato con frumento avrà carni rosate, quello nutrito con mais le avrà giallognole. Ciò dipende dal fatto che il mais contiene più carotenoidi rispetto al frumento. Per pollo ruspante si intende un pollo allevato libero, all’aperto e nutrito con mangimi genuini, tipicamente mais, ecco perché il pollo ruspante è di solito più giallo di quello allevato in altro modo.
Cos’è il petto di pollo con le strisce bianche?
Il fenomeno si chiama white striping e si configura, appunto, nella presenza di strisce bianche in particolare sul petto. Secondo alcune associazioni animaliste, il white striping dipende dal veloce accrescimento del peso dei polli in batteria: il rapido sviluppo della muscolatura non consentirebbe l’afflusso di sangue a tutte le fibre, quelle rimaste senza si infiammerebbero e poi morirebbero per carenza di ossigeno, dopodiché sarebbero sostituite da tessuto connettivo. Secondo altri non ha niente a che vedere con questo. Il white striping non è solo una questione estetica, ma anche nutrizionale: il petto di pollo col white striping ha più grassi e meno proteine di un petto di pollo senza. Tuttavia, il petto di pollo ha veramente pochissimi grassi, 0,8 g per 100 g e poiché il white striping può aumentare il grasso di anche il 220%, avremo comunque poco più di 2 g di grasso in più per 100 g di pollo. In sostanza, il petto di pollo diviene «grasso» meno del pollo con la pelle.
Perché mangiare carne di pollo contrasta ansia e depressione?
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista internazionale Critical Reviews in Food Science and Nutrition, mangiare carne migliora il benessere mentale e scongiura il rischio di ansia e depressione, mentre nel libro del medico americano Georgia Ede, specializzazione in psichiatria nutrizionale e metabolica, Change Your Diet, Change Your Mind, si spiega perché la rinuncia alle carni possa minare il benessere mentale: «Siamo abituati a sentire che la carne è pericolosa per la nostra salute generale, compresa la salute del cervello, e che i vegetali sono il modo migliore per nutrire e proteggere il nostro cervello. In realtà, è vero esattamente l’opposto. I prodotti animali sono essenziali per la salute mentale. La carne è ricca di sostanze nutritive come zinco, vitamina B12 e colina, che sono collegate a una migliore salute mentale e sono più difficili da trovare negli alimenti vegani. Puoi soddisfare il tuo fabbisogno proteico attraverso una dieta vegana e vegetariana se la pianifichi attentamente, ma mangiare carne va ben oltre le sole proteine. Molti degli altri nutrienti essenziali sono più difficili, se non in alcuni casi impossibili, da ottenere dai vegetali. La carne è l’unico alimento che contiene tutti i nutrienti di cui abbiamo bisogno nella loro forma corretta ed è anche l’alimento più sicuro per i nostri livelli di zucchero nel sangue e di insulina». La revisione sistematica del 2021 condotta su 18 studi ha confrontato 160.257 partecipanti tra 11 e 96 anni (il 53% donne) provenienti da Europa, Asia, Nord America e Oceania, di cui 149.559 consumatori di carne e 8.584 non consumatori. In undici studi i risultati sono stati inequivocabili: i vegetariani presentavano una probabilità del 35,2% di sviluppare depressione maggiore, rispetto al 19,1% dei consumatori di carne. I vegetariani presentavano disturbi d’ansia per il 20,4%, del 31,5% e del 31,5%, rispettivamente per un mese, dodici mesi e per tutta la vita. Per i carnivori, invece, i valori risultanti erano 10,7%, 17% e 18,4%.
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Per sette connazionali su dieci è il pasto di famiglia, da mangiare almeno una volta al mese, cucinato perlopiù seguendo tradizioni tramandate da generazioni. E in generale le carni bianche continuano ad essere le più scelte.Si è tenuta il 2 ottobre scorso l’ottava edizione del Pollo Arrosto Day, giornata istituita da Unaitalia, l’Associazione nazionale produttori di carni bianche, per celebrare la tradizione italiana del pollo arrosto. La carne di pollo è quella che gli italiani mangiano di più e il pollo arrosto con patate è per 7 italiani su 10 (dati AstraRicerche per Pollo Arrosto Day 2024) il piatto di famiglia. E per famiglia si intende anche la nonna. Il 2 ottobre infatti è anche la Festa dei Nonni e quest’anno la celebrazione è stata congiunta, anche in virtù dei risultati dell’indagine AstraRicerche: il 93,4% delle nonne cucina il pollo arrosto e più di 1 intervistato su 4 dichiara di usare la ricetta della nonna. Per gli italiani il pollo arrosto è legato all’infanzia, alla cucina della mamma (40%) e alla domenica a casa dei nonni (29,5%), fa parte di un’eredità culturale e familiare in quanto piatto della memoria tramandato di generazione in generazione, il secondo dopo le lasagne (45,1%). E prima di polpette (29,3%) e pasta all’uovo (16,7%). Non a caso 7 italiani su 10 lo cucinano almeno una volta al mese. Spiega Antonio Forlini, presidente di Unaitalia: «Il Pollo Arrosto Day è un’occasione per scoprire trend e curiosità su una carne 100% made in Italy, la più consumata dagli italiani, che piace a tutti per sua versatilità e la trasversalità, per le sue proprietà nutrizionali, il gusto e la facilità di preparazione. Ma anche il suo forte legame con la cultura italiana, le ricette tradizionali e quindi la memoria collettiva gastronomica. A confermare il trend, la crescita dei consumi pro-capite (+2,9%) arrivati a 21,38 kg. Non si arresta la passione degli italiani per le carni bianche, che continuano ad essere le più amate con il 35% degli acquisti domestici».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dai-nonni-ai-nipotini-il-pollo-con-patate-mette-daccordo-tutti-2669333037.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="qualche-domanda" data-post-id="2669333037" data-published-at="1728242897" data-use-pagination="False"> Qualche domanda Con queste domande togliamo qualche curiosità riguardante il pollo Perché fa bene mangiare pollo? Il pollo è ricco di proteine nobili, a loro volta contenenti tutti gli amminoacidi essenziali, di vitamine del gruppo B - ottime per la struttura muscolare e la crescita dei tessuti - e povero di grassi, che sono in prevalenza i cosiddetti grassi omega-6 e omega-3. Si tratta di una pietanza consigliata a tutti, compresi anziani e bambini. Perché si mangia il pollo con le patate? Il pollo presenta una carne molto magra e molto povera di carboidrati, dunque per farne un pasto completo va abbinato a una fonte di carboidrati, ecco che entrano in gioco le patate, solitamente usate come contorno delle carni. Con l’aggiunta poi di verdure, il pasto è perfettamente completo. Cosa cambia tra pollo con pelle e pollo senza pelle? Il pollo presenta una lieve differenza tra parti più magre e parti più grasse: la coscia del pollo, tipicamente più morbida e succosa rispetto al petto, presenta più lipidi e colesterolo e meno proteine. Il petto è la parte più magra del pollo. In 100 grammi di carne cruda di pollo intero troviamo mediamente 110 calorie, 76 g di acqua, 20 g di proteine, 3,6 g di lipidi e 75 mg di colesterolo. Il petto di pollo senza pelle è certamente la parte più dietetica del pollo perché contiene pochissimi grassi, soprattutto insaturi. Se ci lasciamo la pelle avremo più grassi, proteine e calorie. 170 g di petto di pollo al forno, alla griglia o al forno con la pelle forniscono 332 calorie, 12 grammi di grassi e 50 grammi di proteine. il petto di pollo con la pelle comporta un aumento dell’apporto lipidico (trigliceridi) di circa il 300%. Con la pelle, l’aumento di colesterolo totale nel petto di pollo è di circa il 30%. Nella carne di pollo senza pelle cruda abbiamo circa 3,6 g di lipidi ogni 100 g di carne, in media. La carne con pelle cruda presenta una media di 10,6 g ogni 100 g. Per quanto riguarda il colesterolo, il taglio senza pelle presenta in media 93 mg ogni 100 g di pollo, senza pelle circa 75 mg ogni 100 g. Naturalmente tenete anche in considerazione il fatto che il peso della pelle in un pezzo di pollo non è pari a quello della carne di quello stesso pezzo. È vero che il pollo ruspante si riconosce dal colore giallo? Il pollo potrebbe anche essere ruspante ma non giallo. Il colore giallo delle sue carni dipende dall’alimentazione. Il pollo alimentato con frumento avrà carni rosate, quello nutrito con mais le avrà giallognole. Ciò dipende dal fatto che il mais contiene più carotenoidi rispetto al frumento. Per pollo ruspante si intende un pollo allevato libero, all’aperto e nutrito con mangimi genuini, tipicamente mais, ecco perché il pollo ruspante è di solito più giallo di quello allevato in altro modo. Cos’è il petto di pollo con le strisce bianche? Il fenomeno si chiama white striping e si configura, appunto, nella presenza di strisce bianche in particolare sul petto. Secondo alcune associazioni animaliste, il white striping dipende dal veloce accrescimento del peso dei polli in batteria: il rapido sviluppo della muscolatura non consentirebbe l’afflusso di sangue a tutte le fibre, quelle rimaste senza si infiammerebbero e poi morirebbero per carenza di ossigeno, dopodiché sarebbero sostituite da tessuto connettivo. Secondo altri non ha niente a che vedere con questo. Il white striping non è solo una questione estetica, ma anche nutrizionale: il petto di pollo col white striping ha più grassi e meno proteine di un petto di pollo senza. Tuttavia, il petto di pollo ha veramente pochissimi grassi, 0,8 g per 100 g e poiché il white striping può aumentare il grasso di anche il 220%, avremo comunque poco più di 2 g di grasso in più per 100 g di pollo. In sostanza, il petto di pollo diviene «grasso» meno del pollo con la pelle. Perché mangiare carne di pollo contrasta ansia e depressione? Secondo uno studio pubblicato sulla rivista internazionale Critical Reviews in Food Science and Nutrition, mangiare carne migliora il benessere mentale e scongiura il rischio di ansia e depressione, mentre nel libro del medico americano Georgia Ede, specializzazione in psichiatria nutrizionale e metabolica, Change Your Diet, Change Your Mind, si spiega perché la rinuncia alle carni possa minare il benessere mentale: «Siamo abituati a sentire che la carne è pericolosa per la nostra salute generale, compresa la salute del cervello, e che i vegetali sono il modo migliore per nutrire e proteggere il nostro cervello. In realtà, è vero esattamente l’opposto. I prodotti animali sono essenziali per la salute mentale. La carne è ricca di sostanze nutritive come zinco, vitamina B12 e colina, che sono collegate a una migliore salute mentale e sono più difficili da trovare negli alimenti vegani. Puoi soddisfare il tuo fabbisogno proteico attraverso una dieta vegana e vegetariana se la pianifichi attentamente, ma mangiare carne va ben oltre le sole proteine. Molti degli altri nutrienti essenziali sono più difficili, se non in alcuni casi impossibili, da ottenere dai vegetali. La carne è l’unico alimento che contiene tutti i nutrienti di cui abbiamo bisogno nella loro forma corretta ed è anche l’alimento più sicuro per i nostri livelli di zucchero nel sangue e di insulina». La revisione sistematica del 2021 condotta su 18 studi ha confrontato 160.257 partecipanti tra 11 e 96 anni (il 53% donne) provenienti da Europa, Asia, Nord America e Oceania, di cui 149.559 consumatori di carne e 8.584 non consumatori. In undici studi i risultati sono stati inequivocabili: i vegetariani presentavano una probabilità del 35,2% di sviluppare depressione maggiore, rispetto al 19,1% dei consumatori di carne. I vegetariani presentavano disturbi d’ansia per il 20,4%, del 31,5% e del 31,5%, rispettivamente per un mese, dodici mesi e per tutta la vita. Per i carnivori, invece, i valori risultanti erano 10,7%, 17% e 18,4%.
Beppe Sala e Elly Schlein (Ansa)
A Milano non si parla d’altro. E il sindaco, secondo quanto riferito da più interlocutori, avrebbe confidato agli amici più stretti l’idea di una candidatura al Parlamento il prossimo anno. Non sarebbe una semplice uscita di scena dopo due mandati, ma un passaggio politico con effetti immediati sia a Roma sia a Palazzo Marino. Per Sala c’è una spinta politica evidente: dopo dieci anni da sindaco, continua a considerarsi una figura spendibile anche in chiave nazionale, soprattutto in un’area riformista e civica che nel centrosinistra cerca ancora una rappresentanza. Sullo sfondo, però, restano anche i dossier giudiziari aperti, dall’urbanistica allo stadio di San Siro fino al capitolo Olimpiadi, che nella politica milanese accompagnano inevitabilmente ogni lettura sulla sua possibile corsa a Roma.
Il referendum di oggi può incidere proprio su questo. Non tanto per le ricadute sul governo, quanto per quelle nel Pd e nel centrosinistra. Se il No dovesse prevalere, Schlein ne uscirebbe rafforzata e il partito avrebbe più forza nel controllare linea politica e liste. Se invece il risultato aprisse una fase più incerta, tornerebbe più forte la discussione su chi possa parlare anche oltre il perimetro tradizionale dem. Ed è in questo spazio che Sala pensa di poter giocare la sua partita.
Il problema, per lui, è che la strada verso Roma passa da un Pd che non gli garantisce un appoggio compatto. I rapporti con il partito si sono raffreddati già nei mesi dell’inchiesta urbanistica e del confronto sul «Salva Milano».
Sala aveva chiesto ai dem di chiarire la loro posizione; il sostegno è arrivato, ma mai in forma piena e incondizionata. E anche il rapporto con Schlein è rimasto segnato da una distanza politica evidente: il sindaco non è mai stato davvero organico alla linea della segretaria, e la segretaria non ha mai investito fino in fondo su di lui.
Intanto, a Milano, il centrosinistra si sta già muovendo per il dopo Sala. Le parole di ieri della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha parlato di una «alterità» nel modo di guardare la città e di «incongruenze» rimaste fin qui dentro la discussione interna, non certificano una rottura, ma raccontano una presa di distanza politica dal primo cittadino che ormai è sempre più evidente. È il segnale di una maggioranza che non esplode, ma che comincia a scaricarlo.
Lo stesso vale per il fronte che si muove attorno a Pierfrancesco Majorino e Francesco Laforgia. L’operazione «Gente di Milano», iniziata ieri, viene presentata come un laboratorio di ascolto, non come l’avvio della campagna elettorale. Ma il messaggio politico è chiaro: il Pd milanese non aspetta le mosse di Sala e sta già costruendo il terreno della successione. Majorino rivendica le primarie entro la fine dell’anno, Laforgia parla della necessità di rilanciare l’esperienza di governo del centrosinistra.
Per questo, se davvero si arriverà alla partita delle liste, Sala entrerà in una trattativa difficile. Non come uomo di apparato, ma come figura forte e insieme scomoda: conosciuta quanto basta per essere utile, autonoma al punto da non essere facilmente controllabile, esposta al punto da dividere. Più Schlein uscirà forte dal referendum, più la selezione delle candidature sarà centralizzata. Più invece si aprirà una fase di ridefinizione interna, più un profilo come quello del sindaco di Milano potrà tentare di giocare la carta nazionale.
Poi c’è il nodo più concreto: il calendario. Sala è stato rieletto nell’ottobre 2021 e Milano deve votare, in via ordinaria, nella primavera 2027. Ma se il sindaco decidesse di candidarsi alle politiche (se la legislatura dovesse finire in anticipo) prima della fine del mandato, il problema non sarebbe solo politico. Per un sindaco di un Comune sopra i 20.000 abitanti la candidatura al Parlamento richiede le dimissioni. E per Milano c’è una data chiave: il 24 febbraio. Se la cessazione effettiva dalla carica maturasse entro quella soglia, il Comune voterebbe comunque nella primavera 2027. Se invece maturasse dopo, la città rischierebbe il commissariamento. Con in più il rischio politico di un commissario nominato dal governo di centrodestra, con accesso pieno alla gestione di Palazzo Marino durante la campagna elettorale: uno scenario che il Pd difficilmente potrebbe permettersi.
È questo l’incastro che rende la partita di Sala molto più delicata di un normale trasloco da Palazzo Marino a Roma. Perché la sua eventuale candidatura non inciderebbe solo sugli equilibri del Pd o sulla geografia del centrosinistra. Aprirebbe anche un problema immediato per Milano, proprio mentre nella maggioranza si moltiplicano i segnali di autonomia e il partito comincia a preparare il dopo.
Il referendum non decide da solo il destino di Sala, ma ne condiziona il contesto: il punto, ormai, è se troverà davvero lo spazio per andare a Roma e a quale prezzo politico per sé e per Milano.
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Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra (Getty Images)
Li ha raccolti Domenico Giordano - political data analyst di Arcadiacom.it e consigliere nazionale di AssoComPol, l’Associazione italiana di comunicazione politica -, il quale spiega alla Verità: «Il contatore complessivo delle interazioni, da lunedì 16 a sabato 21, fa segnare al momento 9.3 milioni di reaction. A questo dato, occorre sommare poi le visualizzazioni della puntata e quelle ottenute dai reel di sezionamento del contenuto originario pubblicati sia dall’account ufficiale del format che da Giorgia Meloni».
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tenere mente a che i video postati sugli account Instagram e Youtube di Pulp podcast segnano attualmente 13.2 milioni, mentre quelli incassati dagli account ufficiali della premier (che passano da Instagram a Linkedin) sono 18.4 milioni in totale, di cui 9.3 milioni arrivano dall’account Instagram e 6.1 da TikTok.
«Molto spesso ci si domanda quanto l’audience digitale, solo all’apparenza volatile e liquida, converta in termini attenzione e di potenziale consenso rispetto al contenuto», afferma Giordano, che prosegue: «Per dare una risposta a questo interrogativo per nulla marginale, in particolare a ridosso di una polarizzazione elettorale, possiamo utilizzare come metro di misura non tanto i like, il mi piace al video o al carosello, quanto, invece, la crescita delle fanbase. Nel momento in cui scelgo di iniziare a seguire un account e i contenuti che vengono pubblicati, manifesto una comunanza di interessi e di valori». Ancora una volta sono i numeri a parlare e li snocciola Giordano: «L’account Instagram di Meloni ha aumentato negli ultimi 5 giorni i follower di ben 17.000 nuovi iscritti, la pagina Facebook è cresciuta di 8.100 nuovi follower, l’account X di altri 7.900 e Youtube di 2.000. In totale, senza contare gli incrementi registrati Linkedin, Telegram, Whatsapp e TikTok, i nuovi follower di Meloni sono 35.000».
Anche gli account social di Pulp hanno goduto di questo beneficio: «Il canale Instagram ha registrato una crescita di 15.000 nuovi follower. Insisto su Instagram e TikTok, più che su Youtube, perché poi, se andiamo a censire da un punto di vista socio-grafico l’utente che si è ingaggiato in Rete sulla questione, possiamo notare due aspetti molto interessati: è ampia la quota percentuale di utenti donna, in media del 43,72%, che si sono ingaggiate nelle conversazioni online».
A essere ingaggiati, secondo i numeri raccolti da Arcadia, soprattutto i giovani. Il 28% di chi ha usufruito di questi contenuti ha, infatti, meno di 24 anni.
Questi i numeri, nudi e crudi. Giordano nota, poi, come siano «anacronistiche tutte le polemiche che in questi giorni. La piattaformizzazione della nostra quotidianità impone regole, tempi e formati che non puoi fermare con una legge, una norma, come quella ad esempio, del tutto medioevale, del silenzio elettorale». Una piccola (ma nemmeno troppo) rivoluzione nella comunicazione politica: «La partecipazione al podcast è stata in termini di comunicazione molto efficace, in particolare rispetto ad altri media. Con la formula podcast i due driver della polarizzazione social, l’autenticità e l’intimità, sono stati ampiamente valorizzati. Poi, se vogliamo fare una seconda analisi di metacomunicazione, è chiaro che la commistione Fedez+Mr. Marra, che è ontologicamente disruptive, la fai convivere con la percezione istituzionale della politica e la cali nel contesto social no filter, allora è chiaro che hai trovato la formula perfetta dell’audience», conclude Giordano.
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(IStock)
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.
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Da quando è esploso il conflitto con l’Iran, i titoli di Stato italiani hanno ripreso a muoversi come ai vecchi tempi. Nervosi, suscettibili, pronti a diventare, ancora una volta, l’anello debole dell’eurozona. I rendimenti sono saliti di scatto superando la soglia del 3,9%. Se il picco si consolida il Tesoro dovrà pagare 3,5 miliardi di interessi in più. In un mese, da quando è cominciata la guerra, c’è stata una impennata dei rendimenti del 20,9%. Un indice di paura che non ha eguali fra le grandi economie avanzate, come dimostra la tabella accanto. Lo spread è tornato a farsi notare: 92 punti base. Nulla di drammatico ancora. Ma abbastanza per far drizzare le antenne a chi, negli ultimi anni, si era abituato a considerarlo un rifugio sicuro e ben remunerato. Il punto, però, è che questa volta non è colpa dell’Italia. O almeno non direttamente. Non ci sono manovre sballate, né conti pubblici fuori controllo. Il problema è più sottile e proprio per questo più insidioso: si chiama «carry trade». Un nome elegante per una strategia molto semplice e diffusa.
Funziona così: si prende in prestito denaro a tassi contenuti, e lo si investe in titoli che rendono di più. Come i Btp. Il guadagno è nello spread, nella differenza di rendimento. Finché il mare è calmo, è una macchina da soldi perfetta. Ma appena arriva la tempesta, tutti corrono al salvagente. Esattamente quello che sta succedendo adesso. Spiegano gli strateghi di Natixis che «l’allargamento sembra essere dovuto principalmente alla continua liquidazione delle posizioni di carry trade e all’elevata volatilità, piuttosto che a un deterioramento dei fondamentali». In altre parole, non è l’Italia che va male, sono gli investitori che stanno smontando in fretta e furia le loro scommesse.
Laura Cooper di Nuveen mette il dito nella piaga vera: l’Italia paga la sua maggiore dipendenza energetica. «Il mercato sembra sempre più attento ai rischi derivanti da un’eccessiva concentrazione di posizioni lunghe in Italia, aggravati dalla forte dipendenza del Paese dal petrolio e dal gas». Se il conflitto dovesse durare, il rischio è che crescita e conti pubblici tornino sotto pressione. A quel punto, la narrativa rassicurante degli ultimi anni potrebbe incrinarsi. Intendiamoci: siamo ancora lontani dalle zone rosse. Quattro anni fa lo spread viaggiava sopra i 250 punti. Oggi siamo sotto i 100. Ma i mercati non ragionano per livelli assoluti, bensì per direzione e velocità. E la direzione, in questo momento, non è delle migliori. Anche perché sullo sfondo si muove un altro gigante, molto meno disciplinato dell’Italia e molto meno osservato con sospetto: gli Stati Uniti. Qui i numeri non sono nervosi, sono semplicemente fuori scala. Il debito federale ha superato i 39.000 miliardi di dollari. In otto mesi è aumentato di 2.000 miliardi. Dal 2018 è quasi raddoppiato. E secondo le stime, continuerà a crescere di oltre 2.400 miliardi l’anno, fino a sfondare quota 64.000 miliardi nel 2036.
Il rapporto debito/Pil è al 124%. Un livello che, se appartenesse a un Paese europeo, scatenerebbe editoriali indignati, riunioni straordinarie e probabilmente qualche crisi di governo. Ma siccome si tratta di Washington, tutto scorre. O quasi. Perché ieri il presidente della Fed, Jerome Powell, non ha mancato, ancora una volta, di mettere sotto accusa le scelte di Trump. Lo ha fatto in maniera indiretta citando Paul Volker, mitico capo della Fed negli anni Ottanta che non ebbe paura di sfidare un inquilino della Casa Bianca del calibro di Ronald Reagan stringendo i tassi fino al soffocamento pur di fermare l’inflazione. Allora come oggi a innescarla era stato il petrolio. Perché la verità è che il mercato globale dei titoli di Stato è sempre più interconnesso. E quando il debito americano accelera in modo così vistoso, inevitabilmente influenza anche il resto del mondo. I rendimenti salgono, il costo del denaro cambia, e le strategie diventano improvvisamente molto più rischiose. In questo quadro, l’Italia si ritrova esposta due volte: per la sua struttura economica e per il suo ruolo nei portafogli degli investitori. È un asset che rende di più, e proprio per questo viene comprato e venduto più velocemente. È il solito gioco. Finché funziona, sembra semplice. Quando si inceppa, si scopre quanto fosse fragile. La sensazione, oggi, è che i titoli di Stato siano tornati in guerra. Non solo per effetto delle bombe in Medio Oriente, ma per le tensioni accumulate negli anni. L’Italia, ancora una volta, si ritrova nel posto meno comodo: quello dove i movimenti si vedono prima e si sentono di più.
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