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2018-04-16
I Castro fanno finta di passare il testimone a El Lindo. Ma la polizia politica resta cosa loro
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Si avvicina la successione a Cuba. Il presidente in carica, Raùl Castro, ha annunciato infatti il ritiro dalla scena politica per il prossimo 19 aprile, giovedì. E - salvo imprevisti - il parlamento monocamerale dell'isola dovrebbe designare come successore del fratello di Fidel un volto (almeno teoricamente) nuovo: quello di Miguel Díaz-Canel, che su Cuba lo chiamano «El Lindo». Sorriso e folta chioma bianca, tanto che il Miami Herald lo paragona a Richard Gere. Vicepresidente della Repubblica cubana dal 2013 ed ex ministro dell'Istruzione, questo cinquantasettenne ha scalato silenziosamente i vertici del Partito comunista, guadagnandosi, forse anche grazie ai suoi silenzi assensi, la piena fiducia dello stesso Raùl, che - non a caso - avrebbe pensato da tempo a lui come proprio erede. Per Nora Gámez Torres, esperta di Cuba del Miami Herald, «per arrivare dov'è, Díaz-Canel ha dovuto rispettare le regole del regime. E lui è stato molto bravo in questo. Tuttavia, si sa molto poco di cosa pensa veramente e di che cosa sarà capace».
È considerato un uomo semplice, un buon ascoltatore. Grazie a queste caratteristiche è arrivato a un passo dalla successione al lìder. Nato il 20 aprile del 1960 a Placetas, provincia di Villa Clara, è sempre stato uomo del regime. Negli anni Ottanta faceva parte dell'Unione di giovani comunisti, e successivamente, dal 1994 al 2003, è stato segretario del Partito comunista a Villa Clara. Nel capoluogo, Santa Clara, fu uno dei fondatori del movimento rock nell'isola sostenendo El Mejunje, un centro culturale frequentato anche da omosessuali, ai tempi duramente combattuti dal regime così come era la stesa musica considerata frutto del demonio americana. Qui si è accattivato i favori dei giovani per poi conquistare anche gli anziani durante il Periodo speciale, la grave crisi economico seguito alla fine dell'Urss, mostrandosi uomo del popolo, abbandonando l'autovettura per spostarsi soltanto in bicicletta.
Il passaggio di consegne avrebbe ovviamente una portata storica non indifferente. Dai tempi della rivoluzione del 1959, per la prima volta la famiglia Castro lascerebbe infatti il controllo diretto della presidenza cubana. Ciononostante, tutto questo non implicherebbe, di per sé, eccessive novità sul fronte politico. Non solo perché, secondo molti, il vecchio Raùl è probabilmente deciso a mantenere una considerevole influenza sul governo dell'isola. Ma anche perché, come accennato, il papabile neopresidente è considerato particolarmente vicino all'ortodossia castrista del Partito. Se da una parte pare sia incline ad allentare un poco i controlli sulla stampa, dall'altra sostiene comunque la necessità di usare il pugno di ferro nei confronti dei dissidenti. Otto Reich, uomo di riferimento per gli Usa nel Sud America durante gli anni di George W. Bush, ha definito Díaz-Canel «la faccia civile della dittatura militare», sostenendo che nonostante il passaggio di consegne il Paese rimarrà nelle mani dei Castro, visto che Raùl rimarrà segretario generale del Partito comunista, mentre suo figlio, il colonnello Alejandro Castro Espín - che inizialmente sembrava il favorito alla successione -, resterà a capo dalla polizia politica e quindi principale custode dell'ordine, dell'ideologia e della lealtà verso la dinastia.
Insomma, sembrerebbe che dietro questo volto (parzialmente) nuovo, si celino in realtà ricette politiche vecchie. Un'incognita non da poco, viste le ingenti problematiche che il regime cubano sta affrontando in questo periodo storico. Le grane infatti sono molteplici. Innanzitutto i tradizionali legami con il Venezuela non sembrano più in grado di sostenere la debole economia cubana. Dai primi anni del 2000, Fidel Castro attuò un'azione di progressivo avvicinamento - dettato principalmente da ragioni di ordine ideologico - nei confronti del governo di Caracas, all'epoca guidato dal presidente Hugo Chávez. Entrambi i leader siglarono infatti una dichiarazione congiunta per condannare il neoliberismo, con l'obiettivo di attaccare le politiche economiche dello Zio Sam. In quest'ottica, i due Paesi iniziarono a collaborare nell'ambito di svariati settori: dal riso, all'elettricità, passando per il nichel. Senza poi dimenticare il petrolio. Eh sì, perché a partire dal 2000, Caracas ha inviato un numero non indifferente di barili di greggio all'Avana, ricevendone in cambio sostegno tecnico in comparti come educazione, sanità e scienza. Tuttavia questi legami commerciali si sono man mano impoveriti, soprattutto a seguito dello scoppio della crisi venezuelana nel 2012. Con ripercussioni ovviamente nefaste per la sempre più scricchiolante economia dell'isola. Si pensi soltanto che, tra il 2014 e il 2016, l'export cubano verso Caracas ha visto ridurre significativamente il proprio giro d'affari complessivo (passando da 2 miliardi a 642.000 dollari). Se a tutto questo si aggiunge l'isolamento internazionale cui risulta attualmente sottoposto il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, si comprende come Cuba stia perdendo un alleato politico, nonché un partner commerciale, di vitale importanza per la propria autonomia. Díaz-Canel potrebbe quindi ben presto trovarsi costretto a ripensare i rapporti internazionali dell'isola. Perché se lo storico amico venezuelano sta ormai implodendo sotto il peso della propria crisi economico-politica, l'atavico nemico yankee non sembra troppo ben disposto verso il governo dell'Avana.
Le relazioni tra Washington e Cuba non sono infatti esattamente idilliache. Negli ultimi mesi del suo mandato, l'ex presidente statunitense, Barack Obama, aveva concesso delle significative aperture nei confronti dell'isola, per cercare di arrivare a una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Su questo tentativo di disgelo si è ben presto tuttavia abbattuta la doccia fredda di Donald Trump. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha difatti iniziato a invertire la strategia obamiana, tornando a inasprire le relazioni nei confronti dell'Avana. In particolare, Trump ha optato per questa scelta seguendo criteri legati principalmente a questioni di politica interna. Non dimentichiamo infatti che, negli Stati Uniti, soprattutto la Florida sia un territorio particolarmente ricco di esuli cubani anti Castro. Un bacino elettorale spesso decisivo, che Trump non può permettersi di perdere: soprattutto in vista delle elezioni presidenziali che si terranno nel 2020. A tutto questo si aggiungano poi le pressioni che il presidente statunitense subisce anche dalle frange più tradizionali dello stesso Partito repubblicano: frange in cui i falchi anti-castristi risultano particolarmente numerosi. Tra costoro, spicca in particolare la figura del senatore della Florida, Marco Rubio: da sempre contrario a ogni distensione verso Cuba e sostenitore - tra l'altro - delle recenti sanzioni economiche statunitensi ai danni di Caracas. Senza poi trascurare come l'embargo di Washington continui a pesare duramente sull'economia cubana: sopratutto in termini di turismo.
In questa situazione complicata, Díaz-Canel dovrà scegliere quale strada intraprendere. La sua posizione appare infatti sin da subito delicata: una posizione fondamentalmente sospesa tra il lealismo al vecchio regime e la necessità - forse ineluttabile - di cambiamento e innovazione. Quello stesso cambiamento, intriso di apertura ai valori democratici, che era stato invocato appena un anno fa da Donald Trump. Díaz-Canel dovrà insomma decidere se mantenersi vicino al blocco sinorusso oppure se tendere una mano verso Washington. Ipotesi, quest'ultima, attualmente molto improbabile. Almeno fin quando il nuovo presidente non riuscirà a liberarsi della pesante tutela di Raùl Castro e della vecchia guardia del Partito. Che di disgeli, al momento, non vuole sentir parlare.
Stefano Graziosi - Gabriele Carrer
Un'isola felice soltanto agli occhi dei turisti chic
Cuba è una delle mete turistiche predilette nei nostri salotti radical chic: è un po' «'o sole, 'o mare, 'o core» del Centro America. «Hanno il socialismo e sono certo meno fortunati di noi, ma almeno loro sorridono sempre»: basta applicare tutti gli stereotipi immaginabili, a partire dal ritmo nel sangue, per mandare in brodo di giuggiole la sinistra occidentale. Come non giustificare allora l'apertura storica del 2016 voluta fortemente da papa Francesco e Barack Obama? L'allora presidente statunitense ha visitato l'isola nel marzo di due anni fa. «Un'opportunità storica», così aveva definito la sua tre giorni a Cuba l'ex inquilino della Casa Bianca, il primo presidente a stelle e strisce a rimettere piede sull'isola dopo 88 anni. L'ultimo, infatti, fu Calvin Coolidge nel 1928, che arrivò con una nave da guerra. Ci mise tre giorni, Obama soltanto tre ore d'aereo. Cambiano i tempi, doveva aver pensato il presidente dem. E deve cambiare anche il rapporto tra Stati Uniti e Cuba.
Peccato che alla sua apertura non sia coinciso un nuovo approccio da parte del regime castrista. Anzi. Proprio in quell'occasione - quasi a dimostrare a Obama che L'Avana era ed è disposta a fare affari con Washington ma non a cambiare atteggiamento verso i dissidenti - furono arrestate circa 50 Damas de blanco, le donne che vestite di bianco manifestano ogni domenica nelle vie della capitale contro la dittatura. Fra loro Berta Soler, leader del gruppo, che ha poi partecipato all'incontro tenuto da Obama con alcuni rappresentanti della società civile anticastrista come il direttore di Estado de Sats, Antonio Rodiles, il leader di Arco progresista, Manuel Cuesta Morúa, il direttore della rivista laica Convivencia, Dagoberto Valdés, la blogger Yoani Sánchez e l'attivista Guillermo Fariñas.
Berta Soler, citata anche dal presidente statunitense Donald Trump in suo discorso indirizzato agli esuli cubani negli Usa, e le altre Damas de blanco sono tra gli obiettivi preferiti dalla polizia del regime. Soltanto all'inizio di questo mese, la leader è stata arrestata. E la stessa sorte è capitata a una reporter che stava cercando di intervistarla. La repressione ha convinto anche alcune donne, come Caridad Ramírez Utria, leader del Partito libertario, a lasciare il gruppo di attiviste. Ramírez Utria decise l'addio nel 2016, dopo essere stata per dieci giorni in terapia intensiva in seguito alle violenze subito dalla polizia di Castro. Peggio andò a Yilennis Aguilera, che ha perso il figlio a causa delle botte prese dagli uomini dei Castro.
Secondo Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human rights watch, il presidente Obama era così «ansioso di celebrare i suoi successi» che «ha fatto poco per spingere il governo di Raúl Castro a mostrare risultati concreti». E neppure è riuscito a far pressioni sulla comunità internazionale affinché gli altri Stati chiedessero riforme all'Avana. I report di Human rights watch raccontano di continui abusi e arresti arbitrari ai danni di attivisti e giornalisti indipendenti. Ancora una volta la storia di Berta Soler aiuta a inquadrare la questione: in quella che è l'isola felice secondo la sinistra salottiera, i dissidenti non possono lasciare il Paese. Perché? Semplice. Per evitare che internazionalizzino l'emergenza dei diritti umani violati dal regime. Così, alla Soler fu impedito accettare l'invito di Trump durante l'evento citato dedicato agli esuli cubani citato in presenza.
I salottieri sempre pronti a indignarsi a ogni emergenza umanitaria che però su Cuba - «'o sole, 'o mare, 'o core» - chiudono un occhio potrebbero avere nuove ragioni per amare l'isola da sigaro e rum. Il primo presidente dell'era postcastrista dovrà risolvere la questione della doppia moneta. Un nuovo cambio potrebbe favorire i turisti ma a rimetterci rischiano di essere sempre i soliti: i cittadini cubani dimenticati da Obama.
Gabriele Carrer
La fine della doppia moneta sgonfierà la bolla economica
Sul Malecón, il lungomare dell'Avana, un giro di un'ora su una Cadillac Eldorado del 1959 - magari decapottabile - con tanto di pinne e cromature tirate a lucido costa circa 50 pesos convertibles o cuc, più o meno 50 dollari americani. Non male se si considera che un medico - uno degli impiegati statali più di alto rango - a Cuba ogni mese prende circa 20 cuc. O, meglio, prende 500 peso cubani (cup), la moneta utilizzata dalla popolazione che vale circa 25 volte meno di un peso convertibile. Di fatto, volendo ipotizzare che un medico in Italia possa prendere 3.000 euro netti al mese, è come se un giro con autista per il centro di Roma, a un turista costasse circa 7.500 euro.
Tra i tanti paradossi che hanno contribuito al fascino - ma anche alla caduta - di Cuba c'è infatti la doppia moneta: unico caso al mondo di Stato con una valuta per i turisti e una, infinitamente più debole, per i cittadini. Una follia che, nel tempo, ha contribuito a devastare l'economia cubana e le tasche dei cubani che non possono permettersi di comprare nulla se non quei pochi beni venduti attraverso il circuito statale.
A riconoscere gli effetti di questa anomalia è proprio Raùl Castro, il presidente che ha preso il testimone dal fratello Fidel e che negli ultimi dieci anni ha avviato l'isola caraibica verso una timida ristrutturazione. Lo sanno bene i cittadini che dal 2008 possono comprare e utilizzare un cellulare oppure che dal 2015 possono navigare su internet (per 1,5 cuc l'ora) attraverso i punti wifi sparsi per il territorio.
Ma la vera eredità che il castrismo vuole lasciare è la fine della doppia moneta, un processo molto difficile e che probabilmente creerà non pochi problemi ai cubani. L'ottantaseienne fratello del lìder maximo ha definito la doppia valuta la causa della «piramide invertita» esistente nella società cubana «dove a maggiore responsabilità nel lavoro statale corrisponde una minore retribuzione» rispetto al lavoro privato e a quello dell'economia illegale. La presidenza di Miguel Dìaz-Canel inizierà dunque con una grande sfida: l'unificazione monetaria.
Il governo cubano non ha ancora fatto sapere quando inizierà il processo per unire peso cubano e convertibile. Ma, sopratutto, non ha fatto sapere come lo farà. Chi si sta occupando della faccenda è Marino Murillo, a capo della commissione che controlla la messa in pratica delle riforme. Secondo quanto ha reso noto il governo, al momento circa 200 esperti, anche stranieri, stanno cercando di capire come muoversi. Quello che è certo è che il processo sarà graduale e tanto necessario quanto doloroso per la popolazione.
Due le opzioni per il nuovo esecutivo: procedere a una progressiva svalutazione del peso convertibile in favore del peso cubano fino ad arrivare al rapporto di uno a uno, oppure creare una nuova valuta. La prima ipotesi, quella più probabile, potrebbe avere degli effetti molto pesanti. Di fatto il governo procederebbe a una svalutazione dell'economia legata al turismo impoverendo l'unica vera fonte di sostentamento dell'isola. Non serve una grande cultura finanziaria per capire come la prenderebbe un autista che prima prendeva circa 50 cuc (poco meno di 50 dollari) per un giro coi turisti sulla sua Caddy e che, a riforma effettuata, potrebbe mettersi in tasca 5 dollari (o forse meno). D'altro canto, se si procedesse alla creazione di una nuova moneta, succederebbe un po' quello che è successo ai tedeschi dell'Est quando è caduto il muro di Berlino. I prezzi subirebbero una impennata senza precedenti e uno spazzolino da denti finirebbe per costare quanto lo stipendio mensile di un impiegato statale.
La verità è che il sistema è stato concepito per proteggere l'economia dell'isola, ma, nel tempo, l'unico risultato è stato quello di tagliare l'economia cubana fuori da tutto. L'unificazione delle due monte servirà a favorire gli investimenti esteri e, nel lungo periodo, (forse) farà bene a Cuba. Ma, nel breve, sarà inevitabile che la popolazione non soffra.
Gianluca Baldini
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Giovedì Raùl uscirà di scena lasciando la presidenza. Favorito alla successione è Miguel Díaz-Canel, definito negli Usa la faccia civile dalla dittatura militare. Fedelissimo della dinastia, promette il cambiamento, che però è soltanto di facciata. La situazione della libertà di opinione sull'isola, una delle mete turistiche preferite dalla sinistra chic, non cambierà. A nulla è servita neppure l'apertura di Barack Obama: proprio durante la sua storica visita, finirono in manette 50 dissidenti delle Damas de blanco.La sfida più importante per il nuovo leader sarà risolvere la questione della doppia moneta. Tuttavia, qualsiasi sia la soluzione a rimetterci saranno sempre gli stessi: i cittadini cubani. Lo speciale contiene tre articoli. 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Nel capoluogo, Santa Clara, fu uno dei fondatori del movimento rock nell'isola sostenendo El Mejunje, un centro culturale frequentato anche da omosessuali, ai tempi duramente combattuti dal regime così come era la stesa musica considerata frutto del demonio americana. Qui si è accattivato i favori dei giovani per poi conquistare anche gli anziani durante il Periodo speciale, la grave crisi economico seguito alla fine dell'Urss, mostrandosi uomo del popolo, abbandonando l'autovettura per spostarsi soltanto in bicicletta. Il passaggio di consegne avrebbe ovviamente una portata storica non indifferente. Dai tempi della rivoluzione del 1959, per la prima volta la famiglia Castro lascerebbe infatti il controllo diretto della presidenza cubana. Ciononostante, tutto questo non implicherebbe, di per sé, eccessive novità sul fronte politico. Non solo perché, secondo molti, il vecchio Raùl è probabilmente deciso a mantenere una considerevole influenza sul governo dell'isola. Ma anche perché, come accennato, il papabile neopresidente è considerato particolarmente vicino all'ortodossia castrista del Partito. Se da una parte pare sia incline ad allentare un poco i controlli sulla stampa, dall'altra sostiene comunque la necessità di usare il pugno di ferro nei confronti dei dissidenti. Otto Reich, uomo di riferimento per gli Usa nel Sud America durante gli anni di George W. Bush, ha definito Díaz-Canel «la faccia civile della dittatura militare», sostenendo che nonostante il passaggio di consegne il Paese rimarrà nelle mani dei Castro, visto che Raùl rimarrà segretario generale del Partito comunista, mentre suo figlio, il colonnello Alejandro Castro Espín - che inizialmente sembrava il favorito alla successione -, resterà a capo dalla polizia politica e quindi principale custode dell'ordine, dell'ideologia e della lealtà verso la dinastia. Insomma, sembrerebbe che dietro questo volto (parzialmente) nuovo, si celino in realtà ricette politiche vecchie. Un'incognita non da poco, viste le ingenti problematiche che il regime cubano sta affrontando in questo periodo storico. Le grane infatti sono molteplici. Innanzitutto i tradizionali legami con il Venezuela non sembrano più in grado di sostenere la debole economia cubana. Dai primi anni del 2000, Fidel Castro attuò un'azione di progressivo avvicinamento - dettato principalmente da ragioni di ordine ideologico - nei confronti del governo di Caracas, all'epoca guidato dal presidente Hugo Chávez. Entrambi i leader siglarono infatti una dichiarazione congiunta per condannare il neoliberismo, con l'obiettivo di attaccare le politiche economiche dello Zio Sam. In quest'ottica, i due Paesi iniziarono a collaborare nell'ambito di svariati settori: dal riso, all'elettricità, passando per il nichel. Senza poi dimenticare il petrolio. Eh sì, perché a partire dal 2000, Caracas ha inviato un numero non indifferente di barili di greggio all'Avana, ricevendone in cambio sostegno tecnico in comparti come educazione, sanità e scienza. Tuttavia questi legami commerciali si sono man mano impoveriti, soprattutto a seguito dello scoppio della crisi venezuelana nel 2012. Con ripercussioni ovviamente nefaste per la sempre più scricchiolante economia dell'isola. Si pensi soltanto che, tra il 2014 e il 2016, l'export cubano verso Caracas ha visto ridurre significativamente il proprio giro d'affari complessivo (passando da 2 miliardi a 642.000 dollari). Se a tutto questo si aggiunge l'isolamento internazionale cui risulta attualmente sottoposto il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, si comprende come Cuba stia perdendo un alleato politico, nonché un partner commerciale, di vitale importanza per la propria autonomia. Díaz-Canel potrebbe quindi ben presto trovarsi costretto a ripensare i rapporti internazionali dell'isola. Perché se lo storico amico venezuelano sta ormai implodendo sotto il peso della propria crisi economico-politica, l'atavico nemico yankee non sembra troppo ben disposto verso il governo dell'Avana. Le relazioni tra Washington e Cuba non sono infatti esattamente idilliache. Negli ultimi mesi del suo mandato, l'ex presidente statunitense, Barack Obama, aveva concesso delle significative aperture nei confronti dell'isola, per cercare di arrivare a una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Su questo tentativo di disgelo si è ben presto tuttavia abbattuta la doccia fredda di Donald Trump. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha difatti iniziato a invertire la strategia obamiana, tornando a inasprire le relazioni nei confronti dell'Avana. In particolare, Trump ha optato per questa scelta seguendo criteri legati principalmente a questioni di politica interna. Non dimentichiamo infatti che, negli Stati Uniti, soprattutto la Florida sia un territorio particolarmente ricco di esuli cubani anti Castro. Un bacino elettorale spesso decisivo, che Trump non può permettersi di perdere: soprattutto in vista delle elezioni presidenziali che si terranno nel 2020. A tutto questo si aggiungano poi le pressioni che il presidente statunitense subisce anche dalle frange più tradizionali dello stesso Partito repubblicano: frange in cui i falchi anti-castristi risultano particolarmente numerosi. Tra costoro, spicca in particolare la figura del senatore della Florida, Marco Rubio: da sempre contrario a ogni distensione verso Cuba e sostenitore - tra l'altro - delle recenti sanzioni economiche statunitensi ai danni di Caracas. Senza poi trascurare come l'embargo di Washington continui a pesare duramente sull'economia cubana: sopratutto in termini di turismo. In questa situazione complicata, Díaz-Canel dovrà scegliere quale strada intraprendere. La sua posizione appare infatti sin da subito delicata: una posizione fondamentalmente sospesa tra il lealismo al vecchio regime e la necessità - forse ineluttabile - di cambiamento e innovazione. Quello stesso cambiamento, intriso di apertura ai valori democratici, che era stato invocato appena un anno fa da Donald Trump. Díaz-Canel dovrà insomma decidere se mantenersi vicino al blocco sinorusso oppure se tendere una mano verso Washington. Ipotesi, quest'ultima, attualmente molto improbabile. Almeno fin quando il nuovo presidente non riuscirà a liberarsi della pesante tutela di Raùl Castro e della vecchia guardia del Partito. Che di disgeli, al momento, non vuole sentir parlare. 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Fra loro Berta Soler, leader del gruppo, che ha poi partecipato all'incontro tenuto da Obama con alcuni rappresentanti della società civile anticastrista come il direttore di Estado de Sats, Antonio Rodiles, il leader di Arco progresista, Manuel Cuesta Morúa, il direttore della rivista laica Convivencia, Dagoberto Valdés, la blogger Yoani Sánchez e l'attivista Guillermo Fariñas.Berta Soler, citata anche dal presidente statunitense Donald Trump in suo discorso indirizzato agli esuli cubani negli Usa, e le altre Damas de blanco sono tra gli obiettivi preferiti dalla polizia del regime. Soltanto all'inizio di questo mese, la leader è stata arrestata. E la stessa sorte è capitata a una reporter che stava cercando di intervistarla. La repressione ha convinto anche alcune donne, come Caridad Ramírez Utria, leader del Partito libertario, a lasciare il gruppo di attiviste. Ramírez Utria decise l'addio nel 2016, dopo essere stata per dieci giorni in terapia intensiva in seguito alle violenze subito dalla polizia di Castro. Peggio andò a Yilennis Aguilera, che ha perso il figlio a causa delle botte prese dagli uomini dei Castro.Secondo Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human rights watch, il presidente Obama era così «ansioso di celebrare i suoi successi» che «ha fatto poco per spingere il governo di Raúl Castro a mostrare risultati concreti». E neppure è riuscito a far pressioni sulla comunità internazionale affinché gli altri Stati chiedessero riforme all'Avana. I report di Human rights watch raccontano di continui abusi e arresti arbitrari ai danni di attivisti e giornalisti indipendenti. Ancora una volta la storia di Berta Soler aiuta a inquadrare la questione: in quella che è l'isola felice secondo la sinistra salottiera, i dissidenti non possono lasciare il Paese. Perché? Semplice. Per evitare che internazionalizzino l'emergenza dei diritti umani violati dal regime. Così, alla Soler fu impedito accettare l'invito di Trump durante l'evento citato dedicato agli esuli cubani citato in presenza.I salottieri sempre pronti a indignarsi a ogni emergenza umanitaria che però su Cuba - «'o sole, 'o mare, 'o core» - chiudono un occhio potrebbero avere nuove ragioni per amare l'isola da sigaro e rum. Il primo presidente dell'era postcastrista dovrà risolvere la questione della doppia moneta. Un nuovo cambio potrebbe favorire i turisti ma a rimetterci rischiano di essere sempre i soliti: i cittadini cubani dimenticati da Obama. 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Di fatto, volendo ipotizzare che un medico in Italia possa prendere 3.000 euro netti al mese, è come se un giro con autista per il centro di Roma, a un turista costasse circa 7.500 euro.Tra i tanti paradossi che hanno contribuito al fascino - ma anche alla caduta - di Cuba c'è infatti la doppia moneta: unico caso al mondo di Stato con una valuta per i turisti e una, infinitamente più debole, per i cittadini. Una follia che, nel tempo, ha contribuito a devastare l'economia cubana e le tasche dei cubani che non possono permettersi di comprare nulla se non quei pochi beni venduti attraverso il circuito statale.A riconoscere gli effetti di questa anomalia è proprio Raùl Castro, il presidente che ha preso il testimone dal fratello Fidel e che negli ultimi dieci anni ha avviato l'isola caraibica verso una timida ristrutturazione. Lo sanno bene i cittadini che dal 2008 possono comprare e utilizzare un cellulare oppure che dal 2015 possono navigare su internet (per 1,5 cuc l'ora) attraverso i punti wifi sparsi per il territorio. Ma la vera eredità che il castrismo vuole lasciare è la fine della doppia moneta, un processo molto difficile e che probabilmente creerà non pochi problemi ai cubani. L'ottantaseienne fratello del lìder maximo ha definito la doppia valuta la causa della «piramide invertita» esistente nella società cubana «dove a maggiore responsabilità nel lavoro statale corrisponde una minore retribuzione» rispetto al lavoro privato e a quello dell'economia illegale. La presidenza di Miguel Dìaz-Canel inizierà dunque con una grande sfida: l'unificazione monetaria.Il governo cubano non ha ancora fatto sapere quando inizierà il processo per unire peso cubano e convertibile. Ma, sopratutto, non ha fatto sapere come lo farà. Chi si sta occupando della faccenda è Marino Murillo, a capo della commissione che controlla la messa in pratica delle riforme. Secondo quanto ha reso noto il governo, al momento circa 200 esperti, anche stranieri, stanno cercando di capire come muoversi. Quello che è certo è che il processo sarà graduale e tanto necessario quanto doloroso per la popolazione.Due le opzioni per il nuovo esecutivo: procedere a una progressiva svalutazione del peso convertibile in favore del peso cubano fino ad arrivare al rapporto di uno a uno, oppure creare una nuova valuta. La prima ipotesi, quella più probabile, potrebbe avere degli effetti molto pesanti. Di fatto il governo procederebbe a una svalutazione dell'economia legata al turismo impoverendo l'unica vera fonte di sostentamento dell'isola. Non serve una grande cultura finanziaria per capire come la prenderebbe un autista che prima prendeva circa 50 cuc (poco meno di 50 dollari) per un giro coi turisti sulla sua Caddy e che, a riforma effettuata, potrebbe mettersi in tasca 5 dollari (o forse meno). D'altro canto, se si procedesse alla creazione di una nuova moneta, succederebbe un po' quello che è successo ai tedeschi dell'Est quando è caduto il muro di Berlino. I prezzi subirebbero una impennata senza precedenti e uno spazzolino da denti finirebbe per costare quanto lo stipendio mensile di un impiegato statale. La verità è che il sistema è stato concepito per proteggere l'economia dell'isola, ma, nel tempo, l'unico risultato è stato quello di tagliare l'economia cubana fuori da tutto. L'unificazione delle due monte servirà a favorire gli investimenti esteri e, nel lungo periodo, (forse) farà bene a Cuba. Ma, nel breve, sarà inevitabile che la popolazione non soffra.Gianluca Baldini
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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