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2018-04-16
I Castro fanno finta di passare il testimone a El Lindo. Ma la polizia politica resta cosa loro
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Si avvicina la successione a Cuba. Il presidente in carica, Raùl Castro, ha annunciato infatti il ritiro dalla scena politica per il prossimo 19 aprile, giovedì. E - salvo imprevisti - il parlamento monocamerale dell'isola dovrebbe designare come successore del fratello di Fidel un volto (almeno teoricamente) nuovo: quello di Miguel Díaz-Canel, che su Cuba lo chiamano «El Lindo». Sorriso e folta chioma bianca, tanto che il Miami Herald lo paragona a Richard Gere. Vicepresidente della Repubblica cubana dal 2013 ed ex ministro dell'Istruzione, questo cinquantasettenne ha scalato silenziosamente i vertici del Partito comunista, guadagnandosi, forse anche grazie ai suoi silenzi assensi, la piena fiducia dello stesso Raùl, che - non a caso - avrebbe pensato da tempo a lui come proprio erede. Per Nora Gámez Torres, esperta di Cuba del Miami Herald, «per arrivare dov'è, Díaz-Canel ha dovuto rispettare le regole del regime. E lui è stato molto bravo in questo. Tuttavia, si sa molto poco di cosa pensa veramente e di che cosa sarà capace».
È considerato un uomo semplice, un buon ascoltatore. Grazie a queste caratteristiche è arrivato a un passo dalla successione al lìder. Nato il 20 aprile del 1960 a Placetas, provincia di Villa Clara, è sempre stato uomo del regime. Negli anni Ottanta faceva parte dell'Unione di giovani comunisti, e successivamente, dal 1994 al 2003, è stato segretario del Partito comunista a Villa Clara. Nel capoluogo, Santa Clara, fu uno dei fondatori del movimento rock nell'isola sostenendo El Mejunje, un centro culturale frequentato anche da omosessuali, ai tempi duramente combattuti dal regime così come era la stesa musica considerata frutto del demonio americana. Qui si è accattivato i favori dei giovani per poi conquistare anche gli anziani durante il Periodo speciale, la grave crisi economico seguito alla fine dell'Urss, mostrandosi uomo del popolo, abbandonando l'autovettura per spostarsi soltanto in bicicletta.
Il passaggio di consegne avrebbe ovviamente una portata storica non indifferente. Dai tempi della rivoluzione del 1959, per la prima volta la famiglia Castro lascerebbe infatti il controllo diretto della presidenza cubana. Ciononostante, tutto questo non implicherebbe, di per sé, eccessive novità sul fronte politico. Non solo perché, secondo molti, il vecchio Raùl è probabilmente deciso a mantenere una considerevole influenza sul governo dell'isola. Ma anche perché, come accennato, il papabile neopresidente è considerato particolarmente vicino all'ortodossia castrista del Partito. Se da una parte pare sia incline ad allentare un poco i controlli sulla stampa, dall'altra sostiene comunque la necessità di usare il pugno di ferro nei confronti dei dissidenti. Otto Reich, uomo di riferimento per gli Usa nel Sud America durante gli anni di George W. Bush, ha definito Díaz-Canel «la faccia civile della dittatura militare», sostenendo che nonostante il passaggio di consegne il Paese rimarrà nelle mani dei Castro, visto che Raùl rimarrà segretario generale del Partito comunista, mentre suo figlio, il colonnello Alejandro Castro Espín - che inizialmente sembrava il favorito alla successione -, resterà a capo dalla polizia politica e quindi principale custode dell'ordine, dell'ideologia e della lealtà verso la dinastia.
Insomma, sembrerebbe che dietro questo volto (parzialmente) nuovo, si celino in realtà ricette politiche vecchie. Un'incognita non da poco, viste le ingenti problematiche che il regime cubano sta affrontando in questo periodo storico. Le grane infatti sono molteplici. Innanzitutto i tradizionali legami con il Venezuela non sembrano più in grado di sostenere la debole economia cubana. Dai primi anni del 2000, Fidel Castro attuò un'azione di progressivo avvicinamento - dettato principalmente da ragioni di ordine ideologico - nei confronti del governo di Caracas, all'epoca guidato dal presidente Hugo Chávez. Entrambi i leader siglarono infatti una dichiarazione congiunta per condannare il neoliberismo, con l'obiettivo di attaccare le politiche economiche dello Zio Sam. In quest'ottica, i due Paesi iniziarono a collaborare nell'ambito di svariati settori: dal riso, all'elettricità, passando per il nichel. Senza poi dimenticare il petrolio. Eh sì, perché a partire dal 2000, Caracas ha inviato un numero non indifferente di barili di greggio all'Avana, ricevendone in cambio sostegno tecnico in comparti come educazione, sanità e scienza. Tuttavia questi legami commerciali si sono man mano impoveriti, soprattutto a seguito dello scoppio della crisi venezuelana nel 2012. Con ripercussioni ovviamente nefaste per la sempre più scricchiolante economia dell'isola. Si pensi soltanto che, tra il 2014 e il 2016, l'export cubano verso Caracas ha visto ridurre significativamente il proprio giro d'affari complessivo (passando da 2 miliardi a 642.000 dollari). Se a tutto questo si aggiunge l'isolamento internazionale cui risulta attualmente sottoposto il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, si comprende come Cuba stia perdendo un alleato politico, nonché un partner commerciale, di vitale importanza per la propria autonomia. Díaz-Canel potrebbe quindi ben presto trovarsi costretto a ripensare i rapporti internazionali dell'isola. Perché se lo storico amico venezuelano sta ormai implodendo sotto il peso della propria crisi economico-politica, l'atavico nemico yankee non sembra troppo ben disposto verso il governo dell'Avana.
Le relazioni tra Washington e Cuba non sono infatti esattamente idilliache. Negli ultimi mesi del suo mandato, l'ex presidente statunitense, Barack Obama, aveva concesso delle significative aperture nei confronti dell'isola, per cercare di arrivare a una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Su questo tentativo di disgelo si è ben presto tuttavia abbattuta la doccia fredda di Donald Trump. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha difatti iniziato a invertire la strategia obamiana, tornando a inasprire le relazioni nei confronti dell'Avana. In particolare, Trump ha optato per questa scelta seguendo criteri legati principalmente a questioni di politica interna. Non dimentichiamo infatti che, negli Stati Uniti, soprattutto la Florida sia un territorio particolarmente ricco di esuli cubani anti Castro. Un bacino elettorale spesso decisivo, che Trump non può permettersi di perdere: soprattutto in vista delle elezioni presidenziali che si terranno nel 2020. A tutto questo si aggiungano poi le pressioni che il presidente statunitense subisce anche dalle frange più tradizionali dello stesso Partito repubblicano: frange in cui i falchi anti-castristi risultano particolarmente numerosi. Tra costoro, spicca in particolare la figura del senatore della Florida, Marco Rubio: da sempre contrario a ogni distensione verso Cuba e sostenitore - tra l'altro - delle recenti sanzioni economiche statunitensi ai danni di Caracas. Senza poi trascurare come l'embargo di Washington continui a pesare duramente sull'economia cubana: sopratutto in termini di turismo.
In questa situazione complicata, Díaz-Canel dovrà scegliere quale strada intraprendere. La sua posizione appare infatti sin da subito delicata: una posizione fondamentalmente sospesa tra il lealismo al vecchio regime e la necessità - forse ineluttabile - di cambiamento e innovazione. Quello stesso cambiamento, intriso di apertura ai valori democratici, che era stato invocato appena un anno fa da Donald Trump. Díaz-Canel dovrà insomma decidere se mantenersi vicino al blocco sinorusso oppure se tendere una mano verso Washington. Ipotesi, quest'ultima, attualmente molto improbabile. Almeno fin quando il nuovo presidente non riuscirà a liberarsi della pesante tutela di Raùl Castro e della vecchia guardia del Partito. Che di disgeli, al momento, non vuole sentir parlare.
Stefano Graziosi - Gabriele Carrer
Un'isola felice soltanto agli occhi dei turisti chic
Cuba è una delle mete turistiche predilette nei nostri salotti radical chic: è un po' «'o sole, 'o mare, 'o core» del Centro America. «Hanno il socialismo e sono certo meno fortunati di noi, ma almeno loro sorridono sempre»: basta applicare tutti gli stereotipi immaginabili, a partire dal ritmo nel sangue, per mandare in brodo di giuggiole la sinistra occidentale. Come non giustificare allora l'apertura storica del 2016 voluta fortemente da papa Francesco e Barack Obama? L'allora presidente statunitense ha visitato l'isola nel marzo di due anni fa. «Un'opportunità storica», così aveva definito la sua tre giorni a Cuba l'ex inquilino della Casa Bianca, il primo presidente a stelle e strisce a rimettere piede sull'isola dopo 88 anni. L'ultimo, infatti, fu Calvin Coolidge nel 1928, che arrivò con una nave da guerra. Ci mise tre giorni, Obama soltanto tre ore d'aereo. Cambiano i tempi, doveva aver pensato il presidente dem. E deve cambiare anche il rapporto tra Stati Uniti e Cuba.
Peccato che alla sua apertura non sia coinciso un nuovo approccio da parte del regime castrista. Anzi. Proprio in quell'occasione - quasi a dimostrare a Obama che L'Avana era ed è disposta a fare affari con Washington ma non a cambiare atteggiamento verso i dissidenti - furono arrestate circa 50 Damas de blanco, le donne che vestite di bianco manifestano ogni domenica nelle vie della capitale contro la dittatura. Fra loro Berta Soler, leader del gruppo, che ha poi partecipato all'incontro tenuto da Obama con alcuni rappresentanti della società civile anticastrista come il direttore di Estado de Sats, Antonio Rodiles, il leader di Arco progresista, Manuel Cuesta Morúa, il direttore della rivista laica Convivencia, Dagoberto Valdés, la blogger Yoani Sánchez e l'attivista Guillermo Fariñas.
Berta Soler, citata anche dal presidente statunitense Donald Trump in suo discorso indirizzato agli esuli cubani negli Usa, e le altre Damas de blanco sono tra gli obiettivi preferiti dalla polizia del regime. Soltanto all'inizio di questo mese, la leader è stata arrestata. E la stessa sorte è capitata a una reporter che stava cercando di intervistarla. La repressione ha convinto anche alcune donne, come Caridad Ramírez Utria, leader del Partito libertario, a lasciare il gruppo di attiviste. Ramírez Utria decise l'addio nel 2016, dopo essere stata per dieci giorni in terapia intensiva in seguito alle violenze subito dalla polizia di Castro. Peggio andò a Yilennis Aguilera, che ha perso il figlio a causa delle botte prese dagli uomini dei Castro.
Secondo Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human rights watch, il presidente Obama era così «ansioso di celebrare i suoi successi» che «ha fatto poco per spingere il governo di Raúl Castro a mostrare risultati concreti». E neppure è riuscito a far pressioni sulla comunità internazionale affinché gli altri Stati chiedessero riforme all'Avana. I report di Human rights watch raccontano di continui abusi e arresti arbitrari ai danni di attivisti e giornalisti indipendenti. Ancora una volta la storia di Berta Soler aiuta a inquadrare la questione: in quella che è l'isola felice secondo la sinistra salottiera, i dissidenti non possono lasciare il Paese. Perché? Semplice. Per evitare che internazionalizzino l'emergenza dei diritti umani violati dal regime. Così, alla Soler fu impedito accettare l'invito di Trump durante l'evento citato dedicato agli esuli cubani citato in presenza.
I salottieri sempre pronti a indignarsi a ogni emergenza umanitaria che però su Cuba - «'o sole, 'o mare, 'o core» - chiudono un occhio potrebbero avere nuove ragioni per amare l'isola da sigaro e rum. Il primo presidente dell'era postcastrista dovrà risolvere la questione della doppia moneta. Un nuovo cambio potrebbe favorire i turisti ma a rimetterci rischiano di essere sempre i soliti: i cittadini cubani dimenticati da Obama.
Gabriele Carrer
La fine della doppia moneta sgonfierà la bolla economica
Sul Malecón, il lungomare dell'Avana, un giro di un'ora su una Cadillac Eldorado del 1959 - magari decapottabile - con tanto di pinne e cromature tirate a lucido costa circa 50 pesos convertibles o cuc, più o meno 50 dollari americani. Non male se si considera che un medico - uno degli impiegati statali più di alto rango - a Cuba ogni mese prende circa 20 cuc. O, meglio, prende 500 peso cubani (cup), la moneta utilizzata dalla popolazione che vale circa 25 volte meno di un peso convertibile. Di fatto, volendo ipotizzare che un medico in Italia possa prendere 3.000 euro netti al mese, è come se un giro con autista per il centro di Roma, a un turista costasse circa 7.500 euro.
Tra i tanti paradossi che hanno contribuito al fascino - ma anche alla caduta - di Cuba c'è infatti la doppia moneta: unico caso al mondo di Stato con una valuta per i turisti e una, infinitamente più debole, per i cittadini. Una follia che, nel tempo, ha contribuito a devastare l'economia cubana e le tasche dei cubani che non possono permettersi di comprare nulla se non quei pochi beni venduti attraverso il circuito statale.
A riconoscere gli effetti di questa anomalia è proprio Raùl Castro, il presidente che ha preso il testimone dal fratello Fidel e che negli ultimi dieci anni ha avviato l'isola caraibica verso una timida ristrutturazione. Lo sanno bene i cittadini che dal 2008 possono comprare e utilizzare un cellulare oppure che dal 2015 possono navigare su internet (per 1,5 cuc l'ora) attraverso i punti wifi sparsi per il territorio.
Ma la vera eredità che il castrismo vuole lasciare è la fine della doppia moneta, un processo molto difficile e che probabilmente creerà non pochi problemi ai cubani. L'ottantaseienne fratello del lìder maximo ha definito la doppia valuta la causa della «piramide invertita» esistente nella società cubana «dove a maggiore responsabilità nel lavoro statale corrisponde una minore retribuzione» rispetto al lavoro privato e a quello dell'economia illegale. La presidenza di Miguel Dìaz-Canel inizierà dunque con una grande sfida: l'unificazione monetaria.
Il governo cubano non ha ancora fatto sapere quando inizierà il processo per unire peso cubano e convertibile. Ma, sopratutto, non ha fatto sapere come lo farà. Chi si sta occupando della faccenda è Marino Murillo, a capo della commissione che controlla la messa in pratica delle riforme. Secondo quanto ha reso noto il governo, al momento circa 200 esperti, anche stranieri, stanno cercando di capire come muoversi. Quello che è certo è che il processo sarà graduale e tanto necessario quanto doloroso per la popolazione.
Due le opzioni per il nuovo esecutivo: procedere a una progressiva svalutazione del peso convertibile in favore del peso cubano fino ad arrivare al rapporto di uno a uno, oppure creare una nuova valuta. La prima ipotesi, quella più probabile, potrebbe avere degli effetti molto pesanti. Di fatto il governo procederebbe a una svalutazione dell'economia legata al turismo impoverendo l'unica vera fonte di sostentamento dell'isola. Non serve una grande cultura finanziaria per capire come la prenderebbe un autista che prima prendeva circa 50 cuc (poco meno di 50 dollari) per un giro coi turisti sulla sua Caddy e che, a riforma effettuata, potrebbe mettersi in tasca 5 dollari (o forse meno). D'altro canto, se si procedesse alla creazione di una nuova moneta, succederebbe un po' quello che è successo ai tedeschi dell'Est quando è caduto il muro di Berlino. I prezzi subirebbero una impennata senza precedenti e uno spazzolino da denti finirebbe per costare quanto lo stipendio mensile di un impiegato statale.
La verità è che il sistema è stato concepito per proteggere l'economia dell'isola, ma, nel tempo, l'unico risultato è stato quello di tagliare l'economia cubana fuori da tutto. L'unificazione delle due monte servirà a favorire gli investimenti esteri e, nel lungo periodo, (forse) farà bene a Cuba. Ma, nel breve, sarà inevitabile che la popolazione non soffra.
Gianluca Baldini
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Giovedì Raùl uscirà di scena lasciando la presidenza. Favorito alla successione è Miguel Díaz-Canel, definito negli Usa la faccia civile dalla dittatura militare. Fedelissimo della dinastia, promette il cambiamento, che però è soltanto di facciata. La situazione della libertà di opinione sull'isola, una delle mete turistiche preferite dalla sinistra chic, non cambierà. A nulla è servita neppure l'apertura di Barack Obama: proprio durante la sua storica visita, finirono in manette 50 dissidenti delle Damas de blanco.La sfida più importante per il nuovo leader sarà risolvere la questione della doppia moneta. Tuttavia, qualsiasi sia la soluzione a rimetterci saranno sempre gli stessi: i cittadini cubani. Lo speciale contiene tre articoli. 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Nel capoluogo, Santa Clara, fu uno dei fondatori del movimento rock nell'isola sostenendo El Mejunje, un centro culturale frequentato anche da omosessuali, ai tempi duramente combattuti dal regime così come era la stesa musica considerata frutto del demonio americana. Qui si è accattivato i favori dei giovani per poi conquistare anche gli anziani durante il Periodo speciale, la grave crisi economico seguito alla fine dell'Urss, mostrandosi uomo del popolo, abbandonando l'autovettura per spostarsi soltanto in bicicletta. Il passaggio di consegne avrebbe ovviamente una portata storica non indifferente. Dai tempi della rivoluzione del 1959, per la prima volta la famiglia Castro lascerebbe infatti il controllo diretto della presidenza cubana. Ciononostante, tutto questo non implicherebbe, di per sé, eccessive novità sul fronte politico. Non solo perché, secondo molti, il vecchio Raùl è probabilmente deciso a mantenere una considerevole influenza sul governo dell'isola. Ma anche perché, come accennato, il papabile neopresidente è considerato particolarmente vicino all'ortodossia castrista del Partito. Se da una parte pare sia incline ad allentare un poco i controlli sulla stampa, dall'altra sostiene comunque la necessità di usare il pugno di ferro nei confronti dei dissidenti. Otto Reich, uomo di riferimento per gli Usa nel Sud America durante gli anni di George W. Bush, ha definito Díaz-Canel «la faccia civile della dittatura militare», sostenendo che nonostante il passaggio di consegne il Paese rimarrà nelle mani dei Castro, visto che Raùl rimarrà segretario generale del Partito comunista, mentre suo figlio, il colonnello Alejandro Castro Espín - che inizialmente sembrava il favorito alla successione -, resterà a capo dalla polizia politica e quindi principale custode dell'ordine, dell'ideologia e della lealtà verso la dinastia. Insomma, sembrerebbe che dietro questo volto (parzialmente) nuovo, si celino in realtà ricette politiche vecchie. Un'incognita non da poco, viste le ingenti problematiche che il regime cubano sta affrontando in questo periodo storico. Le grane infatti sono molteplici. Innanzitutto i tradizionali legami con il Venezuela non sembrano più in grado di sostenere la debole economia cubana. Dai primi anni del 2000, Fidel Castro attuò un'azione di progressivo avvicinamento - dettato principalmente da ragioni di ordine ideologico - nei confronti del governo di Caracas, all'epoca guidato dal presidente Hugo Chávez. Entrambi i leader siglarono infatti una dichiarazione congiunta per condannare il neoliberismo, con l'obiettivo di attaccare le politiche economiche dello Zio Sam. In quest'ottica, i due Paesi iniziarono a collaborare nell'ambito di svariati settori: dal riso, all'elettricità, passando per il nichel. Senza poi dimenticare il petrolio. Eh sì, perché a partire dal 2000, Caracas ha inviato un numero non indifferente di barili di greggio all'Avana, ricevendone in cambio sostegno tecnico in comparti come educazione, sanità e scienza. Tuttavia questi legami commerciali si sono man mano impoveriti, soprattutto a seguito dello scoppio della crisi venezuelana nel 2012. Con ripercussioni ovviamente nefaste per la sempre più scricchiolante economia dell'isola. Si pensi soltanto che, tra il 2014 e il 2016, l'export cubano verso Caracas ha visto ridurre significativamente il proprio giro d'affari complessivo (passando da 2 miliardi a 642.000 dollari). Se a tutto questo si aggiunge l'isolamento internazionale cui risulta attualmente sottoposto il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, si comprende come Cuba stia perdendo un alleato politico, nonché un partner commerciale, di vitale importanza per la propria autonomia. Díaz-Canel potrebbe quindi ben presto trovarsi costretto a ripensare i rapporti internazionali dell'isola. Perché se lo storico amico venezuelano sta ormai implodendo sotto il peso della propria crisi economico-politica, l'atavico nemico yankee non sembra troppo ben disposto verso il governo dell'Avana. Le relazioni tra Washington e Cuba non sono infatti esattamente idilliache. Negli ultimi mesi del suo mandato, l'ex presidente statunitense, Barack Obama, aveva concesso delle significative aperture nei confronti dell'isola, per cercare di arrivare a una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Su questo tentativo di disgelo si è ben presto tuttavia abbattuta la doccia fredda di Donald Trump. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha difatti iniziato a invertire la strategia obamiana, tornando a inasprire le relazioni nei confronti dell'Avana. In particolare, Trump ha optato per questa scelta seguendo criteri legati principalmente a questioni di politica interna. Non dimentichiamo infatti che, negli Stati Uniti, soprattutto la Florida sia un territorio particolarmente ricco di esuli cubani anti Castro. Un bacino elettorale spesso decisivo, che Trump non può permettersi di perdere: soprattutto in vista delle elezioni presidenziali che si terranno nel 2020. A tutto questo si aggiungano poi le pressioni che il presidente statunitense subisce anche dalle frange più tradizionali dello stesso Partito repubblicano: frange in cui i falchi anti-castristi risultano particolarmente numerosi. Tra costoro, spicca in particolare la figura del senatore della Florida, Marco Rubio: da sempre contrario a ogni distensione verso Cuba e sostenitore - tra l'altro - delle recenti sanzioni economiche statunitensi ai danni di Caracas. Senza poi trascurare come l'embargo di Washington continui a pesare duramente sull'economia cubana: sopratutto in termini di turismo. In questa situazione complicata, Díaz-Canel dovrà scegliere quale strada intraprendere. La sua posizione appare infatti sin da subito delicata: una posizione fondamentalmente sospesa tra il lealismo al vecchio regime e la necessità - forse ineluttabile - di cambiamento e innovazione. Quello stesso cambiamento, intriso di apertura ai valori democratici, che era stato invocato appena un anno fa da Donald Trump. Díaz-Canel dovrà insomma decidere se mantenersi vicino al blocco sinorusso oppure se tendere una mano verso Washington. Ipotesi, quest'ultima, attualmente molto improbabile. Almeno fin quando il nuovo presidente non riuscirà a liberarsi della pesante tutela di Raùl Castro e della vecchia guardia del Partito. Che di disgeli, al momento, non vuole sentir parlare. 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Fra loro Berta Soler, leader del gruppo, che ha poi partecipato all'incontro tenuto da Obama con alcuni rappresentanti della società civile anticastrista come il direttore di Estado de Sats, Antonio Rodiles, il leader di Arco progresista, Manuel Cuesta Morúa, il direttore della rivista laica Convivencia, Dagoberto Valdés, la blogger Yoani Sánchez e l'attivista Guillermo Fariñas.Berta Soler, citata anche dal presidente statunitense Donald Trump in suo discorso indirizzato agli esuli cubani negli Usa, e le altre Damas de blanco sono tra gli obiettivi preferiti dalla polizia del regime. Soltanto all'inizio di questo mese, la leader è stata arrestata. E la stessa sorte è capitata a una reporter che stava cercando di intervistarla. La repressione ha convinto anche alcune donne, come Caridad Ramírez Utria, leader del Partito libertario, a lasciare il gruppo di attiviste. Ramírez Utria decise l'addio nel 2016, dopo essere stata per dieci giorni in terapia intensiva in seguito alle violenze subito dalla polizia di Castro. Peggio andò a Yilennis Aguilera, che ha perso il figlio a causa delle botte prese dagli uomini dei Castro.Secondo Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human rights watch, il presidente Obama era così «ansioso di celebrare i suoi successi» che «ha fatto poco per spingere il governo di Raúl Castro a mostrare risultati concreti». E neppure è riuscito a far pressioni sulla comunità internazionale affinché gli altri Stati chiedessero riforme all'Avana. I report di Human rights watch raccontano di continui abusi e arresti arbitrari ai danni di attivisti e giornalisti indipendenti. Ancora una volta la storia di Berta Soler aiuta a inquadrare la questione: in quella che è l'isola felice secondo la sinistra salottiera, i dissidenti non possono lasciare il Paese. Perché? Semplice. Per evitare che internazionalizzino l'emergenza dei diritti umani violati dal regime. Così, alla Soler fu impedito accettare l'invito di Trump durante l'evento citato dedicato agli esuli cubani citato in presenza.I salottieri sempre pronti a indignarsi a ogni emergenza umanitaria che però su Cuba - «'o sole, 'o mare, 'o core» - chiudono un occhio potrebbero avere nuove ragioni per amare l'isola da sigaro e rum. Il primo presidente dell'era postcastrista dovrà risolvere la questione della doppia moneta. Un nuovo cambio potrebbe favorire i turisti ma a rimetterci rischiano di essere sempre i soliti: i cittadini cubani dimenticati da Obama. 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Di fatto, volendo ipotizzare che un medico in Italia possa prendere 3.000 euro netti al mese, è come se un giro con autista per il centro di Roma, a un turista costasse circa 7.500 euro.Tra i tanti paradossi che hanno contribuito al fascino - ma anche alla caduta - di Cuba c'è infatti la doppia moneta: unico caso al mondo di Stato con una valuta per i turisti e una, infinitamente più debole, per i cittadini. Una follia che, nel tempo, ha contribuito a devastare l'economia cubana e le tasche dei cubani che non possono permettersi di comprare nulla se non quei pochi beni venduti attraverso il circuito statale.A riconoscere gli effetti di questa anomalia è proprio Raùl Castro, il presidente che ha preso il testimone dal fratello Fidel e che negli ultimi dieci anni ha avviato l'isola caraibica verso una timida ristrutturazione. Lo sanno bene i cittadini che dal 2008 possono comprare e utilizzare un cellulare oppure che dal 2015 possono navigare su internet (per 1,5 cuc l'ora) attraverso i punti wifi sparsi per il territorio. Ma la vera eredità che il castrismo vuole lasciare è la fine della doppia moneta, un processo molto difficile e che probabilmente creerà non pochi problemi ai cubani. L'ottantaseienne fratello del lìder maximo ha definito la doppia valuta la causa della «piramide invertita» esistente nella società cubana «dove a maggiore responsabilità nel lavoro statale corrisponde una minore retribuzione» rispetto al lavoro privato e a quello dell'economia illegale. La presidenza di Miguel Dìaz-Canel inizierà dunque con una grande sfida: l'unificazione monetaria.Il governo cubano non ha ancora fatto sapere quando inizierà il processo per unire peso cubano e convertibile. Ma, sopratutto, non ha fatto sapere come lo farà. Chi si sta occupando della faccenda è Marino Murillo, a capo della commissione che controlla la messa in pratica delle riforme. Secondo quanto ha reso noto il governo, al momento circa 200 esperti, anche stranieri, stanno cercando di capire come muoversi. Quello che è certo è che il processo sarà graduale e tanto necessario quanto doloroso per la popolazione.Due le opzioni per il nuovo esecutivo: procedere a una progressiva svalutazione del peso convertibile in favore del peso cubano fino ad arrivare al rapporto di uno a uno, oppure creare una nuova valuta. La prima ipotesi, quella più probabile, potrebbe avere degli effetti molto pesanti. Di fatto il governo procederebbe a una svalutazione dell'economia legata al turismo impoverendo l'unica vera fonte di sostentamento dell'isola. Non serve una grande cultura finanziaria per capire come la prenderebbe un autista che prima prendeva circa 50 cuc (poco meno di 50 dollari) per un giro coi turisti sulla sua Caddy e che, a riforma effettuata, potrebbe mettersi in tasca 5 dollari (o forse meno). D'altro canto, se si procedesse alla creazione di una nuova moneta, succederebbe un po' quello che è successo ai tedeschi dell'Est quando è caduto il muro di Berlino. I prezzi subirebbero una impennata senza precedenti e uno spazzolino da denti finirebbe per costare quanto lo stipendio mensile di un impiegato statale. La verità è che il sistema è stato concepito per proteggere l'economia dell'isola, ma, nel tempo, l'unico risultato è stato quello di tagliare l'economia cubana fuori da tutto. L'unificazione delle due monte servirà a favorire gli investimenti esteri e, nel lungo periodo, (forse) farà bene a Cuba. Ma, nel breve, sarà inevitabile che la popolazione non soffra.Gianluca Baldini
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
La raccolta firme per il no, promossa da un gruppo di 15 cittadini e appoggiata dalle opposizioni, ha quasi raggiunto le 200.000 sottoscrizioni in soli 12 giorni. Ne servono 500.000 per completarla. Il governo, per evitare polemiche, ha valutato di lasciare il tempo che la raccolta si concluda. La scadenza è fissata al 30 gennaio. Se le 500.000 firme dell’obiettivo non arriveranno, tutto come prima. Se saranno raggiunte, si vedrà cosa può cambiare.
Nelle scorse settimane si era ipotizzata un’accelerazione del governo Meloni sulle date. Nordio ha smentito che il governo volesse accorciare i tempi per ridurre la campagna referendaria: «Semmai è il contrario», ha commentato, dicendo che «più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, con risultati positivi». Il messaggio da far passare, dice Nordio, è che «la riforma non stravolge la Costituzione» né tanto meno «è punitiva». Al contrario, chi sostiene il no è convinto che proprio chiarendo ai cittadini i contenuti della riforma, li si possa spingere a votare per bocciarla.
L’appuntamento con il voto, che in ogni caso sarà su due giorni, includendo anche il lunedì, avrebbe potuto essere già fissato con il consiglio dei ministri che si è svolto a fine anno, ma una decisione definitiva non è arrivata. Il Cdm del 17 gennaio sarà quello decisivo.
Ed è muro contro muro. Il governo sceglie di procedere nell’interpretazione «stretta» della norma, secondo cui la data va fissata entro sessanta giorni dall’ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari (il 18 novembre scorso). «Ci muoviamo nei limiti previsti dalla legge», sottolineano fonti di governo. Di tutt’altro avviso i 15 cittadini che hanno avviato la raccolta firme. «Qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa sulla raccolta firme», spiega il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, «sarebbe un atto in violazione della Costituzione. E come tale lo impugneremo in ogni sede». Il «Comitato dei 15» è pronto a presentare ricorso al Tar e alla Consulta.
Si va allo scontro. La battaglia legale è pronta e si basa su una prassi costituzionalmente orientata secondo la quale, la data del referendum può essere fissata solo al termine dei 90 giorni dati ai cittadini per raccogliere le firme dopo la pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In questo caso, il 30 gennaio.
A questo punto entra in gioco anche il Colle. Nessuna opposizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla firma del decreto di indizione, solo dubbi sulla tempistica e possibili impugnazioni. Dopo la decisione presa nell’ultimo consiglio dei ministri di non forzare sulla data del primo marzo, è lo stesso Nordio a tornare sulla scelta. «Il Quirinale», spiega il guardasigilli, «è sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell’iniziativa di raccolta delle firme». Iniziativa - sottolinea il ministro - «superflua», perché, «il quesito non si può cambiare: è un sì o un no alla riforma, senza possibilità di modifiche. E poiché era stato chiesto proprio da noi, e la Cassazione l’aveva dichiarato ammissibile, non se ne vedeva la ragione».
Ciò fa montare la protesta delle opposizioni. I partiti di Matteo Renzi e Carlo Calenda, Iv e Azione, spaccano lo schieramento e sono favorevoli alla separazione delle carriere, mentre il leader M5s, Giuseppe Conte, nel video di fine anno raccomanda di «dire assolutamente no a questo scempio» e rivolgendosi a Nordio aggiunge: «Nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è “superflua” o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi». Condanna per le parole di Nordio anche dalla responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani: «L’esercizio democratico della raccolta delle firme è per il ministro poco più che un fastidio e la fissazione della data del referendum sembra ormai un fatto più personale che politico e tale da giustificare anche il mancato rispetto delle regole». E come loro abitudine pensano già a una bella piazzata il 10 gennaio.
Il sì è talmente avvantaggiato, per i sondaggi, da consigliare al centrodestra di accorciare i tempi. Per l’opposizione, invece, più tempo vuol dire più possibilità di recupero, forse anche per far eleggere il Csm con il vecchio sistema correntizio che il sorteggio vorrebbe stroncare.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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