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2025-01-15
I cristiani sempre più perseguitati: oltre 380 milioni in tutto il mondo
Oltre 380 milioni di cristiani perseguitati nel mondo, in pratica uno su sette: 15 milioni in più rispetto allo scorso anno e, soprattutto, mai così tanti nella storia. È la sconvolgente fotografia che emerge dalle 22 pagine della World watch list 2025, l’ultimo report della Ong Porte Aperte/Open Doors che, in 32 anni di ricerche su questi temi, mai si era trovata a dover fare i conti con uno scenario tanto allarmante, che include anche migliaia di cristiani uccisi: quasi 4.500 l’anno.
Questo nuovo documento, che sarà presentato oggi alla 11:30 alla Sala stampa della Camera dei Deputati - alla presenza, oltre che del direttore della Ong Cristian Nani, del vicedirettore della Verità Francesco Borgonovo, del giornalista Matteo Giusti e di Giangiacomo Calovini, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Affari Esteri - è l’esito di un lungo lavoro, che vede 100 Paesi del mondo monitorati in 70 dei quali è presente Open Doors stessa, per un totale di circa 4.000 tra persone coinvolte, ricercatori nazionali, esperti esterni e un team ad hoc di analisti.
Grazie alla mappatura della World watch list 2025, è possibile conoscere con precisione anche la suddivisione per aree degli attacchi cui sono soggetti i credenti in Gesù Cristo, con un cristiano su cinque perseguitato in Africa, due cristiani perseguitati ogni cinque in Asia ed uno ogni sedici in America Latina. La nazione dove le persecuzioni sono più feroci in assoluto, in realtà da ormai oltre 20 anni, risulta essere sempre la stessa: la Corea del Nord capeggiata dal leader supremo Kim Jong-un, dove si applica un regime di tolleranza zero che si stima abbia portato a rinchiudere nei campi di lavoro forzati fino a 70.000 cristiani, obbligando gli altri vivere la propria fede in clandestinità; e molti di quanti provano a fuggire sono spesso e volentieri rimpatriati a forza dalla Cina, altro Paese non esattamente faro di tolleranza, dato che i cristiani li destina al carcere, alla tortura e in alcuni casi alla morte.
Per quanto riguarda l’area dove gli aumenti di persecuzioni sono più tangibili, l’epicentro è quello dell’Africa Subsahariana, ma la situazione appare preoccupante anche a seguito delle guerre civili in Yemen e Myanmar. Colpisce inoltre l’inasprimento in atto in Asia Centrale, con in pratica tutti i Paesi considerati che - per effetto d’un crescente autoritarismo, il cui apice si tocca in Kirghizistan - vedono un aggravamento delle condizioni dei cristiani. Sarebbe tuttavia miope fermarsi ad una lettura meramente politica di questo fenomeno, che ha una origine religiosa in molti casi; di sicuro, quanto meno, in quelli più gravi. Tanto è vero che Open Doors, se da un lato giustamente elenca nel rapporto varie ragioni per cui i cristiani sono perseguitati nel mondo - dall’antagonismo etnico all’oppressione comunista e post-comunista -, dall’altro lato non ha dubbi nell’indicare quale sia la principale di queste ragioni, vale a dire l’«oppressione islamica, dovuta al fatto che si cerchi di riportare il mondo sotto la “Casa dell’islam”, con azioni violente o meno».
Coerentemente con questa considerazione, si può agevolmente osservare come ben quattro delle cinque nazioni dove i cristiani se la passano peggio siano «fortemente islamiche»: Somalia, Yemen, Libia e Sudan. Proprio in conseguenza delle violenze poste in essere da gruppi di terroristi islamici e altre ramificazioni religiose radicale, si stima - solo in Africa Subsahariana e senza contare le famiglie delle vittime di uccisioni, stupri, detenzioni - siano qualcosa come 16,2 milioni i cristiani sfollati. Un numero immenso e davanti al quale l’unico lieve miglioramento registrato da Open Doors rispetto alla rilevazione precedente - la diminuzione dei cristiani uccisi - appare ridimensionato; tanto più che questa diminuzione, che vede le vittime scese da 4.998 a 4.476, è tale principalmente per il calo in Nigeria che con 3.100 morti, tuttavia, rimane l’epicentro dei massacri, che peraltro aumentano nei Paesi vicini.
C’è inoltre da ricordare un aspetto fondamentale e quasi mai considerato, e cioè che le violenze contro i cristiani nel mondo, spesso, si manifestano anche in stupri e violenze sessuali; del tema si parla poco, va detto, anche perché purtroppo in non pochi Paesi le denunce sono rare, per ragioni culturali e sociali. Tuttavia, un dato minimo di partenza, secondo le stime incrociate con testimonianze raccolte da Open Doors, c’è e non appare affatto marginale, dato che parliamo di quasi 4.000 casi - 3.944 per l’esattezza -, anche qui un numero in aumento rispetto ai 3.231 dell’anno precedente. 821, poi, i casi di matrimoni forzati di giovani donne cristiane, in crescita rispetto ai 609 della World watch list 2024. «Pur migliorando la nostra ricerca», sottolinea dinnanzi a questi numeri la Ong autrice del report, «siamo qui a ripetere anno dopo anno che questi numeri sono la punta di un iceberg di violenze domestiche, silenziose, continue specie contro donne e bambini». Tutti orrori commessi, spesso, nell’indifferenza dell’Occidente.
I laburisti si svegliano sugli abusi
Il clamore suscitato dal caso delle grooming gangs nel Regno Unito si sta trasformando in un terreno sempre più scivoloso per il primo ministro laburista Keir Starmer. Se in un primo momento le pressioni per aprire un’indagine nazionale provenivano solo dai conservatori, ora il premier viene messo alle strette anche dai membri del suo stesso partito.
Si continua a cercare giustizia, infatti, per gli orrori a danni di giovani donne portati avanti per anni da bande di adescatori, prevalentemente di origine pakistana. Dopo che Elon Musk su X aveva acceso i riflettori sulla vicenda, Starmer era intervenuto spiegando di essere contrario all’apertura di un’inchiesta nazionale in quanto ritarderebbe l’applicazione delle raccomandazioni della professoressa Alexis Jay: colei che nel 2022 aveva concluso un’indagine sui bambini e minori vittime di abusi, fornendo diverse misure non ancora implementate. La motivazione del primo ministro non sembra attecchire nemmeno nel Partito laburista. La deputata Sarah Champion ha infatti chiesto che sia aperta un’inchiesta nazionale sulle bande di adescatori. Nella Camera dei comuni, Champion rappresenta proprio la circoscrizione di Rotherham, la cittadina nel South Yorkshire dove tra il 1997 e il 2003 si sono registrati 1.400 abusi su minori. La deputata ha sottolineato quanto sia necessaria quest’azione per affrontare il fallimento di chi deteneva l’autorità. Ma anche per ristabilire un rapporto di fiducia con la popolazione britannica, sprofondata in un clima di diffidenza verso le autorità, incapaci per anni di affrontare la questione delle grooming gangs. Una visione supportata dalle stesse conclusioni di Jay, secondo cui gli abusi sono stati spesso insabbiati dalle istituzioni che «hanno dato priorità alla loro reputazione, piuttosto che al benessere di coloro che avevano il dovere di proteggere».
Tornando alla deputata laburista, ha proposto un piano con cinque raccomandazioni: l’indagine nazionale per l’appunto, l’implementazione delle raccomandazioni di Jay, un accertamento nazionale sulla portata del problema e sulle motivazioni dei membri delle gang, una revisione delle leggi esistenti sulla protezione dei bambini. Champion ha infatti dichiarato: «Credo da tempo che dobbiamo comprendere appieno la natura di questo crimine e i fallimenti nella risposta degli enti pubblici se vogliamo davvero proteggere i bambini». Aggiungendo anche che «è chiaro che solo un’inchiesta nazionale sugli errori di coloro che detengono l’autorità» riguardo alle bande di adescatori «ripristinerà la speranza verso i nostri sistemi di salvaguardia».
Ma non è l’unica tra le fila del partito laburista a non condividere la linea del primo ministro britannico, anzi sono diversi coloro che ne hanno già preso le distanze: Paul Waugh, deputato laburista per Rochdale, altra cittadina in cui tra il 2004 e il 2024 sono state abusate centinaia di bambine e a cui è seguita la condanna di 42 uomini un anno fa, si è detto disponibile per l’apertura di una nuova inchiesta così come il sindaco di Greater Manchester, Andy Burnham. «Il governo deve usare tutti i mezzi a sua disposizione per garantire che sia fatta giustizia sulle bande di adescatori» ha sostenuto un altro deputato laburista, Dan Carden, sostenendo l’apertura dell’inchiesta nazionale. Annuncio che ha accolto il ringraziamento di Musk, che, anche in questo caso, ha condiviso subito la notizia su X.
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I dati sconvolgenti svelati dal report della Ong Porte Aperte/Open Doors, che sarà presentato oggi alla Camera. Quattro Paesi «fortemente islamici» tra i primi cinque dove il fenomeno è più allarmante. Sarah Champion, deputata del partito del premier Starmer, invoca l’aperturadi un’inchiesta e di un accertamento nazionale sulle gang di pakistani stupratori. Lo speciale contiene due articoli.Oltre 380 milioni di cristiani perseguitati nel mondo, in pratica uno su sette: 15 milioni in più rispetto allo scorso anno e, soprattutto, mai così tanti nella storia. È la sconvolgente fotografia che emerge dalle 22 pagine della World watch list 2025, l’ultimo report della Ong Porte Aperte/Open Doors che, in 32 anni di ricerche su questi temi, mai si era trovata a dover fare i conti con uno scenario tanto allarmante, che include anche migliaia di cristiani uccisi: quasi 4.500 l’anno. Questo nuovo documento, che sarà presentato oggi alla 11:30 alla Sala stampa della Camera dei Deputati - alla presenza, oltre che del direttore della Ong Cristian Nani, del vicedirettore della Verità Francesco Borgonovo, del giornalista Matteo Giusti e di Giangiacomo Calovini, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Affari Esteri - è l’esito di un lungo lavoro, che vede 100 Paesi del mondo monitorati in 70 dei quali è presente Open Doors stessa, per un totale di circa 4.000 tra persone coinvolte, ricercatori nazionali, esperti esterni e un team ad hoc di analisti.Grazie alla mappatura della World watch list 2025, è possibile conoscere con precisione anche la suddivisione per aree degli attacchi cui sono soggetti i credenti in Gesù Cristo, con un cristiano su cinque perseguitato in Africa, due cristiani perseguitati ogni cinque in Asia ed uno ogni sedici in America Latina. La nazione dove le persecuzioni sono più feroci in assoluto, in realtà da ormai oltre 20 anni, risulta essere sempre la stessa: la Corea del Nord capeggiata dal leader supremo Kim Jong-un, dove si applica un regime di tolleranza zero che si stima abbia portato a rinchiudere nei campi di lavoro forzati fino a 70.000 cristiani, obbligando gli altri vivere la propria fede in clandestinità; e molti di quanti provano a fuggire sono spesso e volentieri rimpatriati a forza dalla Cina, altro Paese non esattamente faro di tolleranza, dato che i cristiani li destina al carcere, alla tortura e in alcuni casi alla morte.Per quanto riguarda l’area dove gli aumenti di persecuzioni sono più tangibili, l’epicentro è quello dell’Africa Subsahariana, ma la situazione appare preoccupante anche a seguito delle guerre civili in Yemen e Myanmar. Colpisce inoltre l’inasprimento in atto in Asia Centrale, con in pratica tutti i Paesi considerati che - per effetto d’un crescente autoritarismo, il cui apice si tocca in Kirghizistan - vedono un aggravamento delle condizioni dei cristiani. Sarebbe tuttavia miope fermarsi ad una lettura meramente politica di questo fenomeno, che ha una origine religiosa in molti casi; di sicuro, quanto meno, in quelli più gravi. Tanto è vero che Open Doors, se da un lato giustamente elenca nel rapporto varie ragioni per cui i cristiani sono perseguitati nel mondo - dall’antagonismo etnico all’oppressione comunista e post-comunista -, dall’altro lato non ha dubbi nell’indicare quale sia la principale di queste ragioni, vale a dire l’«oppressione islamica, dovuta al fatto che si cerchi di riportare il mondo sotto la “Casa dell’islam”, con azioni violente o meno». Coerentemente con questa considerazione, si può agevolmente osservare come ben quattro delle cinque nazioni dove i cristiani se la passano peggio siano «fortemente islamiche»: Somalia, Yemen, Libia e Sudan. Proprio in conseguenza delle violenze poste in essere da gruppi di terroristi islamici e altre ramificazioni religiose radicale, si stima - solo in Africa Subsahariana e senza contare le famiglie delle vittime di uccisioni, stupri, detenzioni - siano qualcosa come 16,2 milioni i cristiani sfollati. Un numero immenso e davanti al quale l’unico lieve miglioramento registrato da Open Doors rispetto alla rilevazione precedente - la diminuzione dei cristiani uccisi - appare ridimensionato; tanto più che questa diminuzione, che vede le vittime scese da 4.998 a 4.476, è tale principalmente per il calo in Nigeria che con 3.100 morti, tuttavia, rimane l’epicentro dei massacri, che peraltro aumentano nei Paesi vicini. C’è inoltre da ricordare un aspetto fondamentale e quasi mai considerato, e cioè che le violenze contro i cristiani nel mondo, spesso, si manifestano anche in stupri e violenze sessuali; del tema si parla poco, va detto, anche perché purtroppo in non pochi Paesi le denunce sono rare, per ragioni culturali e sociali. Tuttavia, un dato minimo di partenza, secondo le stime incrociate con testimonianze raccolte da Open Doors, c’è e non appare affatto marginale, dato che parliamo di quasi 4.000 casi - 3.944 per l’esattezza -, anche qui un numero in aumento rispetto ai 3.231 dell’anno precedente. 821, poi, i casi di matrimoni forzati di giovani donne cristiane, in crescita rispetto ai 609 della World watch list 2024. «Pur migliorando la nostra ricerca», sottolinea dinnanzi a questi numeri la Ong autrice del report, «siamo qui a ripetere anno dopo anno che questi numeri sono la punta di un iceberg di violenze domestiche, silenziose, continue specie contro donne e bambini». 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Dopo che Elon Musk su X aveva acceso i riflettori sulla vicenda, Starmer era intervenuto spiegando di essere contrario all’apertura di un’inchiesta nazionale in quanto ritarderebbe l’applicazione delle raccomandazioni della professoressa Alexis Jay: colei che nel 2022 aveva concluso un’indagine sui bambini e minori vittime di abusi, fornendo diverse misure non ancora implementate. La motivazione del primo ministro non sembra attecchire nemmeno nel Partito laburista. La deputata Sarah Champion ha infatti chiesto che sia aperta un’inchiesta nazionale sulle bande di adescatori. Nella Camera dei comuni, Champion rappresenta proprio la circoscrizione di Rotherham, la cittadina nel South Yorkshire dove tra il 1997 e il 2003 si sono registrati 1.400 abusi su minori. La deputata ha sottolineato quanto sia necessaria quest’azione per affrontare il fallimento di chi deteneva l’autorità. Ma anche per ristabilire un rapporto di fiducia con la popolazione britannica, sprofondata in un clima di diffidenza verso le autorità, incapaci per anni di affrontare la questione delle grooming gangs. Una visione supportata dalle stesse conclusioni di Jay, secondo cui gli abusi sono stati spesso insabbiati dalle istituzioni che «hanno dato priorità alla loro reputazione, piuttosto che al benessere di coloro che avevano il dovere di proteggere».Tornando alla deputata laburista, ha proposto un piano con cinque raccomandazioni: l’indagine nazionale per l’appunto, l’implementazione delle raccomandazioni di Jay, un accertamento nazionale sulla portata del problema e sulle motivazioni dei membri delle gang, una revisione delle leggi esistenti sulla protezione dei bambini. Champion ha infatti dichiarato: «Credo da tempo che dobbiamo comprendere appieno la natura di questo crimine e i fallimenti nella risposta degli enti pubblici se vogliamo davvero proteggere i bambini». Aggiungendo anche che «è chiaro che solo un’inchiesta nazionale sugli errori di coloro che detengono l’autorità» riguardo alle bande di adescatori «ripristinerà la speranza verso i nostri sistemi di salvaguardia».Ma non è l’unica tra le fila del partito laburista a non condividere la linea del primo ministro britannico, anzi sono diversi coloro che ne hanno già preso le distanze: Paul Waugh, deputato laburista per Rochdale, altra cittadina in cui tra il 2004 e il 2024 sono state abusate centinaia di bambine e a cui è seguita la condanna di 42 uomini un anno fa, si è detto disponibile per l’apertura di una nuova inchiesta così come il sindaco di Greater Manchester, Andy Burnham. «Il governo deve usare tutti i mezzi a sua disposizione per garantire che sia fatta giustizia sulle bande di adescatori» ha sostenuto un altro deputato laburista, Dan Carden, sostenendo l’apertura dell’inchiesta nazionale. Annuncio che ha accolto il ringraziamento di Musk, che, anche in questo caso, ha condiviso subito la notizia su X.
L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».