
Ieri mattina, in Piazza San Pietro, il Papa ha parlato in udienza generale di fronte a fedeli provenienti da tutto il mondo. E ha pronunciato parole che raramente, negli ultimi anni, abbiamo sentito uscire così chiare. «Rinnovo il mio profondo dolore per il brutale attacco terroristico avvenuto nella notte tra il 26 e il 27 luglio scorso a Komanda, nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo, dove oltre quaranta cristiani sono stati uccisi in chiesa durante una veglia di preghiera e nelle proprie case», ha detto Leone XIV. «Mentre affido le vittime all’amorevole misericordia di Dio, prego per i feriti e per i cristiani che nel mondo continuano a soffrire violenze e persecuzione, esortando quanti hanno responsabilità a livello locale e internazionale a collaborare per prevenire simili tragedie».
È raro, dicevamo, che si sentano frasi simili, persino dalla bocca degli uomini di Chiesa. Nel 2024, secondo il rapporto World Watch List della ong Open Door «sono stati 4.476 i cristiani uccisi per cause legate alla fede». In totale parliamo di 380 milioni di persone a livello globale perseguitate; 7.679 chiese o proprietà cristiane attaccate, chiuse o confiscate; 4.744 cristiani detenuti o condannati per ragioni legate alla loro fede. Sono numeri spaventosi che in Asia e Africa si trasformano in persecuzione costante e feroce, come dimostra il recentissimo caso della Repubblica democratica del Congo, il quale va a sommarsi agli orrori che si vedono in Nigeria, Somalia, Yemen eccetera.
Eppure fateci caso: quasi nessuno parla mai dei cristiani perseguitati o addirittura martirizzati. Il massacro avvenuto in Congo ha preso giusto lo spazio di una notizia in breve sui grandi quotidiani nazionali, mentre telegiornali e trasmissioni televisive hanno sostanzialmente ignorato l’evento. Fedeli continuano a essere uccisi in ogni dove e con un ritmo impressionante, ma ai più sembra non interessare.
Quasi ogni giorno parliamo delle mattanze che avvengono a Gaza, per quei morti si indignano - anche giustamente - intellettuali e politici, alti prelati e scrittori, cantanti e celebrità. Leader europei come Emmanuel Macron e in ultimo Keir Starmer riconoscono lo Stato di Palestina a reti unificate e si guadagnano le prime pagine di tutti i giornali del pianeta approfittando della sofferenza della popolazione della Striscia. Ma per i cristiani non c’è alto papavero che versi una lacrima, persino una lacrima di coccodrillo.
Sia chiaro: lontanissima da noi la tentazione di tenere la contabilità dei morti e di sminuire questa o quella tragedia. Non vogliamo fare a gara né vogliamo normalizzare una carneficina facendo notare che ne esiste anche un’altra. Se a Gaza come altrove anche un solo bambino è morto o può morire di fame siamo già ben oltre la soglia del tollerabile, e non da oggi.
Il punto, però, è che ci si dovrebbe commuovere e mobilitare per più di una causa, per più di una nazione, per più di una cultura. Bisognerebbe che ogni tanto qualcuno ascoltasse gli appelli (pur rari) come quello lanciato ieri da papa Leone XIV.
Ma questo non succede, anzi sembra che ai più non importi minimamente se migliaia e migliaia di cristiani vengono macellati ogni anno. Non importa alle popolazioni musulmane e orientali, ovvio, ma sembra proprio che importi pochissimo pure agli europei. Gaza è utile perché si può sfruttare la sofferenza degli abitanti a fini politici: i capi di Stato non fanno nulla per fare tacere le armi, ma sono attivissimi sul piano dell’immagine, si posizionano da una parte o dall'altra a seconda della convenienza momentanea.
I martiri cristiani però non portano consensi, non aiutano a condurre le campagne stampa e di certo non spostano gli equilibri geopolitici. Anzi spesso risultano imbarazzanti, se non altro perché nell’Occidente politicamente corretto non siamo abituati a parlare delle malefatte altrui: preferiamo valorizzare le nostre, cosa che gratifica il nostro narcisismo perverso. A parlare di cristiani morti, d’altra parte, si rischia di offendere le altre fedi e gruppi di credenti decisamente più suscettibili. Si rischia di compromettere rapporti politici e interessi economici. Significa anche fare la figura dei bigotti lamentosi: alcune vittime, a quanto risulta, sono più chic di altre.
Milioni di cristiani vengono perseguitati, migliaia muoiono ogni anno. Meritano una breve in cronaca e mezza lacrima, se proprio ci scappa.