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2024-12-05
Corea del Sud, chiesto l’impeachment per il presidente Yoon: «Ci ha traditi»
Yoon Suk Yeol (Getty Images)
Svolta in Corea del Sud. Il presidente, Yoon Suk Yeol, ha revocato la legge marziale che lui stesso aveva inizialmente proclamato. Nella serata di martedì, il capo dello Stato sudcoreano aveva decretato la misura d’emergenza, accusando il Partito democratico di Corea di attività anti statali. Ne erano seguite proteste, con il presidente che era stato criticato non solo delle forze politiche avversarie ma anche del suo stesso schieramento, il Partito del potere popolare. Nel giro di poche ore, l’Assemblea nazionale aveva votato per bloccare la legge marziale, mentre l’esercito aveva replicato che la misura sarebbe rimasta in vigore fino a quando il capo dello Stato non l’avesse revocata. Lo stallo istituzionale si è alla fine rotto quando Yoon Suk Yeol ha deciso di fare marcia indietro.
Nel frattempo, il ministro della Difesa, Kim Yong-hyun - considerato il vero ispiratore del controverso provvedimento - si è dimesso, dichiarando: «Tutti i soldati che hanno svolto i loro compiti in relazione alla legge marziale d’emergenza erano sotto il ministro, tutte le responsabilità ricadono su di me». Anche lo staff presidenziale ha messo sul tavolo le dimissioni. Tutto questo, mentre i partiti d’opposizione hanno presentato ieri una mozione per avviare la procedura d’impeachment contro il presidente per «comportamento insurrezionale»: il voto per la messa in stato d’accusa dovrà svolgersi entro sabato.
Per mettere in moto il procedimento, è necessario un quorum di due terzi, vale a dire almeno 200 dei 300 parlamentari dell’Assemblea nazionale. A quel punto, si celebrerebbe il processo vero e proprio davanti alla Corte costituzionale, che può rimuovere il presidente, qualora votino a favore almeno sei dei nove giudici che la compongono. L’ultimo caso di destituzione risale al 2017, quando l’allora presidentessa sudcoreana, Park Geun-hye, fu silurata per traffico di influenze. Non è però detto che stavolta ci siano i numeri parlamentari per la messa in stato d’accusa: il partito di Yoon detiene 108 seggi all’Assemblea nazionale. Se votasse compattamente contro l’impeachment, farebbe mancare il quorum di 200 voti e la procedura naufragherebbe. Bisogna quindi capire in che modo si comporterà lo schieramento politico del presidente che, come detto, si era opposto alla legge marziale.
La principale organizzazione sindacale della Corea del Sud, la Confederazione coreana dei sindacati, ha frattanto annunciato uno sciopero a tempo indeterminato fino a che il capo dello Stato non rassegnerà le proprie dimissioni. A questo punto, non è escludibile che un passo indietro di Yoon Suk Yeol possa arrivare nelle prossime ore. In quel caso, si dovrebbero tenere elezioni entro una finestra temporale di 60 giorni.
Il presidente aveva invocato la legge marziale principalmente per problemi di politica interna. L’Assemblea nazionale è infatti controllata dal Partito democratico di Corea. E, nelle ultime settimane, si erano registrati vari attriti. Non era stato possibile approvare la legge di bilancio. Inoltre, le forze di opposizione chiedevano che la moglie di Yoon, Kim Keon-hee, fosse messa sotto inchiesta per aggiotaggio, oltre che per aver ricevuto regali compromettenti. È quindi probabile che il presidente volesse cercare di uscire dall’impasse, invocando un provvedimento di emergenza che non veniva proclamato nel Paese dal lontano 1980. Alla fine, Yoon ha ceduto. E probabilmente, nella sua marcia indietro, hanno pesato anche le pressioni di Washington, che - nella nottata di martedì - aveva espresso sorpresa e preoccupazione.
Non a caso, ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha detto che gli Usa hanno accolto positivamente la revoca della legge marziale. D’altronde, Washington teme che il caos esploso in Corea del Sud possa incoraggiare il regime di Pyongyang a condurre qualche blitz militare. Ricordiamo che la Corea del Nord ha significativamente rafforzato i propri legami con la Russia nel settore della Difesa: proprio ieri, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha accusato Mosca di supportare il programma nucleare di Pyongyang. Quella stessa Pyongyang le cui truppe sono state di recente schierate in Ucraina a sostegno delle forze di Mosca.
Tra l’altro, appena venerdì scorso, il ministro della Difesa russo, Andrei Belousov, si è recato in visita in Corea del Nord, per incontrarne l’establishment politico-militare. Inoltre, gli Stati Uniti si trovano, al momento, nel pieno della transizione presidenziale. Senza infine trascurare che l’inquilino della Casa Bianca uscente, Joe Biden, ha notevolmente azzoppato la capacità di deterrenza statunitense a seguito della sua pessima gestione del ritiro afgano.
Insomma, tutta questa serie di fattori potrebbe spingere Kim Jong Un a osare. D’altronde, l’invasione con cui il regime di Pyongyang diede il via alla guerra di Corea nel 1950 fu un atto improvviso e senza formale dichiarazione di guerra. Va detto che la politica sudcoreana è storicamente turbolenta e che Yoon non è il primo presidente controverso del Paese. Quello che preoccupa è però il fatto che questa crisi politica sia esplosa in un contesto internazionale che offre una finestra di opportunità al regime di Pyongyang. Del resto, al di là di un’eventuale invasione più o meno limitata, Kim Jong Un potrebbe sfruttare il caos politico sudcoreano dal punto di vista propagandistico. Una simile situazione spiega la preoccupazione mostrata da Washington nelle ultime 48 ore. La Corea del Sud rappresenta d’altronde uno dei pilastri dell’influenza americana in Estremo Oriente.
La Gen-K è già tornata alla normalità
Nel 2013, Coup d’Etat di G-Dragon reinterpretava il concetto di colpo di Stato come rivoluzione personale e culturale, una presa di potere che non implicava l’esercito, ma una rivendicazione di dominio sulla scena globale attraverso l’arte. A distanza di più di un decennio, la parola «colpo di Stato» ha risuonato ancora, seppur in un contesto radicalmente diverso, con l’annuncio improvviso del presidente Yoon Suk Yeol, che martedì ha dichiarato la legge marziale in Corea del Sud.
Il Paese, che ormai da anni rappresenta una delle potenze culturali più influenti al mondo grazie alla Hallyu, l’«onda coreana» nella cultura di massa, ha visto un’interruzione brusca del suo pulsante settore dell’intrattenimento. La Corea del Sud, con il K-pop, i K-drama e il cinema che hanno varcato i confini internazionali, non è più solo una nazione con una forte economia, ma anche un simbolo di soft power. Le opere culturali coreane come Parasite, Squid game e i successi musicali dei Bts hanno avuto un impatto profondo, consolidando l’immagine positiva della Corea a livello globale.
La dichiarazione di emergenza di Yoon ha sconvolto il panorama culturale del Paese, con la cancellazione e il rinvio di eventi promozionali di film e concerti già programmati. La pellicola One win, ad esempio, ha annullato la sua promozione del giorno dopo a causa di «circostanze inevitabili», così come Firefighters ha rinviato la presentazione. La situazione ha creato incertezze anche nel settore musicale, con i concerti sospesi di artisti come Lee Seung-hwan.
Nonostante l’instabilità politica, durata solo poche ore, l’industria dell’intrattenimento ha dato segni di resilienza. La maggior parte degli eventi, come i concerti di Dua Lipa, Charlie Puth e Yoasobi sono ripresi senza ulteriori interruzioni, ripristinando la normalità in un Paese che ha la capacità di adattarsi rapidamente. Questa rapidità di reazione è tipica di una società famosa per il suo approccio «palli-palli» (veloce-veloce), che consente di superare crisi apparentemente devastanti. E il Paese del veloce-veloce, che ha visto solo un intoppo dei servizi di messaggistica come KakaoTalk, ha ora nel non riuscito «coup d’Etat» un nuovo stimolo creativo. Sono migliaia i meme che circolano sulle piattaforme sudcoreane e che prendono di mira Yoon Suk Yeol, ma anche la first lady. I più maliziosi parlano di «un presidente ubriaco», che ha reagito in modo esagerato all’ennesimo scandalo che avrebbe coinvolto la sua metà (rea di messaggi di dubbio contenuto con una controversa parte politica).
Nonostante l’impatto iniziale di questi eventi, la Gen-K, che ha visto crescere le proprie radici nella cultura popolare e nell’intrattenimento, non si è concentrata sulla politica. Il colpo di Stato di martedì notte è già acqua passata. Il dibattito è tornato rapidamente a temi più «leggeri», come la disputa sul marchio del gruppo K-pop The Boyz, dopo l’addio alla loro agenzia storica. Questo cambio rapido di focus evidenzia come la Generazione K non sia solo un prodotto di un fenomeno culturale, ma un movimento che guarda oltre i confini della politica nazionale, abbracciando il soft power che ha trasformato la Corea del Sud in un faro di influenza globale.
La Hallyu wave, che è andata oltre il semplice intrattenimento per diventare una forma di diplomazia culturale, rimane al centro di questa rivoluzione culturale, che non si lascia intimidire dalle turbolenze politiche interne, è il vero motore della Corea del Sud, capace di resistere alle sfide senza rinunciare al suo posto di leadership sulla scena mondiale.
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Entro sabato la messa in stato d’accusa del capo dello Stato, che ha dovuto rimangiarsi la legge marziale d’emergenza. Già caduta la testa del ministro della Difesa. Ora il leader è appeso ai voti del suo partito.I giovani, a Seul e in tutto il Paese, hanno archiviato il blitz. E sui social il suo ideatore è il bersaglio perfetto. Gli show all’occidentale devono continuare, la politica non conta.Lo speciale contiene due articoli.Svolta in Corea del Sud. Il presidente, Yoon Suk Yeol, ha revocato la legge marziale che lui stesso aveva inizialmente proclamato. Nella serata di martedì, il capo dello Stato sudcoreano aveva decretato la misura d’emergenza, accusando il Partito democratico di Corea di attività anti statali. Ne erano seguite proteste, con il presidente che era stato criticato non solo delle forze politiche avversarie ma anche del suo stesso schieramento, il Partito del potere popolare. Nel giro di poche ore, l’Assemblea nazionale aveva votato per bloccare la legge marziale, mentre l’esercito aveva replicato che la misura sarebbe rimasta in vigore fino a quando il capo dello Stato non l’avesse revocata. Lo stallo istituzionale si è alla fine rotto quando Yoon Suk Yeol ha deciso di fare marcia indietro. Nel frattempo, il ministro della Difesa, Kim Yong-hyun - considerato il vero ispiratore del controverso provvedimento - si è dimesso, dichiarando: «Tutti i soldati che hanno svolto i loro compiti in relazione alla legge marziale d’emergenza erano sotto il ministro, tutte le responsabilità ricadono su di me». Anche lo staff presidenziale ha messo sul tavolo le dimissioni. Tutto questo, mentre i partiti d’opposizione hanno presentato ieri una mozione per avviare la procedura d’impeachment contro il presidente per «comportamento insurrezionale»: il voto per la messa in stato d’accusa dovrà svolgersi entro sabato. Per mettere in moto il procedimento, è necessario un quorum di due terzi, vale a dire almeno 200 dei 300 parlamentari dell’Assemblea nazionale. A quel punto, si celebrerebbe il processo vero e proprio davanti alla Corte costituzionale, che può rimuovere il presidente, qualora votino a favore almeno sei dei nove giudici che la compongono. L’ultimo caso di destituzione risale al 2017, quando l’allora presidentessa sudcoreana, Park Geun-hye, fu silurata per traffico di influenze. Non è però detto che stavolta ci siano i numeri parlamentari per la messa in stato d’accusa: il partito di Yoon detiene 108 seggi all’Assemblea nazionale. Se votasse compattamente contro l’impeachment, farebbe mancare il quorum di 200 voti e la procedura naufragherebbe. Bisogna quindi capire in che modo si comporterà lo schieramento politico del presidente che, come detto, si era opposto alla legge marziale. La principale organizzazione sindacale della Corea del Sud, la Confederazione coreana dei sindacati, ha frattanto annunciato uno sciopero a tempo indeterminato fino a che il capo dello Stato non rassegnerà le proprie dimissioni. A questo punto, non è escludibile che un passo indietro di Yoon Suk Yeol possa arrivare nelle prossime ore. In quel caso, si dovrebbero tenere elezioni entro una finestra temporale di 60 giorni. Il presidente aveva invocato la legge marziale principalmente per problemi di politica interna. L’Assemblea nazionale è infatti controllata dal Partito democratico di Corea. E, nelle ultime settimane, si erano registrati vari attriti. Non era stato possibile approvare la legge di bilancio. Inoltre, le forze di opposizione chiedevano che la moglie di Yoon, Kim Keon-hee, fosse messa sotto inchiesta per aggiotaggio, oltre che per aver ricevuto regali compromettenti. È quindi probabile che il presidente volesse cercare di uscire dall’impasse, invocando un provvedimento di emergenza che non veniva proclamato nel Paese dal lontano 1980. Alla fine, Yoon ha ceduto. E probabilmente, nella sua marcia indietro, hanno pesato anche le pressioni di Washington, che - nella nottata di martedì - aveva espresso sorpresa e preoccupazione.Non a caso, ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha detto che gli Usa hanno accolto positivamente la revoca della legge marziale. D’altronde, Washington teme che il caos esploso in Corea del Sud possa incoraggiare il regime di Pyongyang a condurre qualche blitz militare. Ricordiamo che la Corea del Nord ha significativamente rafforzato i propri legami con la Russia nel settore della Difesa: proprio ieri, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha accusato Mosca di supportare il programma nucleare di Pyongyang. Quella stessa Pyongyang le cui truppe sono state di recente schierate in Ucraina a sostegno delle forze di Mosca. Tra l’altro, appena venerdì scorso, il ministro della Difesa russo, Andrei Belousov, si è recato in visita in Corea del Nord, per incontrarne l’establishment politico-militare. Inoltre, gli Stati Uniti si trovano, al momento, nel pieno della transizione presidenziale. Senza infine trascurare che l’inquilino della Casa Bianca uscente, Joe Biden, ha notevolmente azzoppato la capacità di deterrenza statunitense a seguito della sua pessima gestione del ritiro afgano. Insomma, tutta questa serie di fattori potrebbe spingere Kim Jong Un a osare. D’altronde, l’invasione con cui il regime di Pyongyang diede il via alla guerra di Corea nel 1950 fu un atto improvviso e senza formale dichiarazione di guerra. Va detto che la politica sudcoreana è storicamente turbolenta e che Yoon non è il primo presidente controverso del Paese. Quello che preoccupa è però il fatto che questa crisi politica sia esplosa in un contesto internazionale che offre una finestra di opportunità al regime di Pyongyang. Del resto, al di là di un’eventuale invasione più o meno limitata, Kim Jong Un potrebbe sfruttare il caos politico sudcoreano dal punto di vista propagandistico. Una simile situazione spiega la preoccupazione mostrata da Washington nelle ultime 48 ore. 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Il Paese, che ormai da anni rappresenta una delle potenze culturali più influenti al mondo grazie alla Hallyu, l’«onda coreana» nella cultura di massa, ha visto un’interruzione brusca del suo pulsante settore dell’intrattenimento. La Corea del Sud, con il K-pop, i K-drama e il cinema che hanno varcato i confini internazionali, non è più solo una nazione con una forte economia, ma anche un simbolo di soft power. Le opere culturali coreane come Parasite, Squid game e i successi musicali dei Bts hanno avuto un impatto profondo, consolidando l’immagine positiva della Corea a livello globale. La dichiarazione di emergenza di Yoon ha sconvolto il panorama culturale del Paese, con la cancellazione e il rinvio di eventi promozionali di film e concerti già programmati. La pellicola One win, ad esempio, ha annullato la sua promozione del giorno dopo a causa di «circostanze inevitabili», così come Firefighters ha rinviato la presentazione. La situazione ha creato incertezze anche nel settore musicale, con i concerti sospesi di artisti come Lee Seung-hwan. Nonostante l’instabilità politica, durata solo poche ore, l’industria dell’intrattenimento ha dato segni di resilienza. La maggior parte degli eventi, come i concerti di Dua Lipa, Charlie Puth e Yoasobi sono ripresi senza ulteriori interruzioni, ripristinando la normalità in un Paese che ha la capacità di adattarsi rapidamente. Questa rapidità di reazione è tipica di una società famosa per il suo approccio «palli-palli» (veloce-veloce), che consente di superare crisi apparentemente devastanti. E il Paese del veloce-veloce, che ha visto solo un intoppo dei servizi di messaggistica come KakaoTalk, ha ora nel non riuscito «coup d’Etat» un nuovo stimolo creativo. Sono migliaia i meme che circolano sulle piattaforme sudcoreane e che prendono di mira Yoon Suk Yeol, ma anche la first lady. I più maliziosi parlano di «un presidente ubriaco», che ha reagito in modo esagerato all’ennesimo scandalo che avrebbe coinvolto la sua metà (rea di messaggi di dubbio contenuto con una controversa parte politica). Nonostante l’impatto iniziale di questi eventi, la Gen-K, che ha visto crescere le proprie radici nella cultura popolare e nell’intrattenimento, non si è concentrata sulla politica. Il colpo di Stato di martedì notte è già acqua passata. Il dibattito è tornato rapidamente a temi più «leggeri», come la disputa sul marchio del gruppo K-pop The Boyz, dopo l’addio alla loro agenzia storica. Questo cambio rapido di focus evidenzia come la Generazione K non sia solo un prodotto di un fenomeno culturale, ma un movimento che guarda oltre i confini della politica nazionale, abbracciando il soft power che ha trasformato la Corea del Sud in un faro di influenza globale. La Hallyu wave, che è andata oltre il semplice intrattenimento per diventare una forma di diplomazia culturale, rimane al centro di questa rivoluzione culturale, che non si lascia intimidire dalle turbolenze politiche interne, è il vero motore della Corea del Sud, capace di resistere alle sfide senza rinunciare al suo posto di leadership sulla scena mondiale.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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