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2024-12-05
Corea del Sud, chiesto l’impeachment per il presidente Yoon: «Ci ha traditi»
Yoon Suk Yeol (Getty Images)
Svolta in Corea del Sud. Il presidente, Yoon Suk Yeol, ha revocato la legge marziale che lui stesso aveva inizialmente proclamato. Nella serata di martedì, il capo dello Stato sudcoreano aveva decretato la misura d’emergenza, accusando il Partito democratico di Corea di attività anti statali. Ne erano seguite proteste, con il presidente che era stato criticato non solo delle forze politiche avversarie ma anche del suo stesso schieramento, il Partito del potere popolare. Nel giro di poche ore, l’Assemblea nazionale aveva votato per bloccare la legge marziale, mentre l’esercito aveva replicato che la misura sarebbe rimasta in vigore fino a quando il capo dello Stato non l’avesse revocata. Lo stallo istituzionale si è alla fine rotto quando Yoon Suk Yeol ha deciso di fare marcia indietro.
Nel frattempo, il ministro della Difesa, Kim Yong-hyun - considerato il vero ispiratore del controverso provvedimento - si è dimesso, dichiarando: «Tutti i soldati che hanno svolto i loro compiti in relazione alla legge marziale d’emergenza erano sotto il ministro, tutte le responsabilità ricadono su di me». Anche lo staff presidenziale ha messo sul tavolo le dimissioni. Tutto questo, mentre i partiti d’opposizione hanno presentato ieri una mozione per avviare la procedura d’impeachment contro il presidente per «comportamento insurrezionale»: il voto per la messa in stato d’accusa dovrà svolgersi entro sabato.
Per mettere in moto il procedimento, è necessario un quorum di due terzi, vale a dire almeno 200 dei 300 parlamentari dell’Assemblea nazionale. A quel punto, si celebrerebbe il processo vero e proprio davanti alla Corte costituzionale, che può rimuovere il presidente, qualora votino a favore almeno sei dei nove giudici che la compongono. L’ultimo caso di destituzione risale al 2017, quando l’allora presidentessa sudcoreana, Park Geun-hye, fu silurata per traffico di influenze. Non è però detto che stavolta ci siano i numeri parlamentari per la messa in stato d’accusa: il partito di Yoon detiene 108 seggi all’Assemblea nazionale. Se votasse compattamente contro l’impeachment, farebbe mancare il quorum di 200 voti e la procedura naufragherebbe. Bisogna quindi capire in che modo si comporterà lo schieramento politico del presidente che, come detto, si era opposto alla legge marziale.
La principale organizzazione sindacale della Corea del Sud, la Confederazione coreana dei sindacati, ha frattanto annunciato uno sciopero a tempo indeterminato fino a che il capo dello Stato non rassegnerà le proprie dimissioni. A questo punto, non è escludibile che un passo indietro di Yoon Suk Yeol possa arrivare nelle prossime ore. In quel caso, si dovrebbero tenere elezioni entro una finestra temporale di 60 giorni.
Il presidente aveva invocato la legge marziale principalmente per problemi di politica interna. L’Assemblea nazionale è infatti controllata dal Partito democratico di Corea. E, nelle ultime settimane, si erano registrati vari attriti. Non era stato possibile approvare la legge di bilancio. Inoltre, le forze di opposizione chiedevano che la moglie di Yoon, Kim Keon-hee, fosse messa sotto inchiesta per aggiotaggio, oltre che per aver ricevuto regali compromettenti. È quindi probabile che il presidente volesse cercare di uscire dall’impasse, invocando un provvedimento di emergenza che non veniva proclamato nel Paese dal lontano 1980. Alla fine, Yoon ha ceduto. E probabilmente, nella sua marcia indietro, hanno pesato anche le pressioni di Washington, che - nella nottata di martedì - aveva espresso sorpresa e preoccupazione.
Non a caso, ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha detto che gli Usa hanno accolto positivamente la revoca della legge marziale. D’altronde, Washington teme che il caos esploso in Corea del Sud possa incoraggiare il regime di Pyongyang a condurre qualche blitz militare. Ricordiamo che la Corea del Nord ha significativamente rafforzato i propri legami con la Russia nel settore della Difesa: proprio ieri, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha accusato Mosca di supportare il programma nucleare di Pyongyang. Quella stessa Pyongyang le cui truppe sono state di recente schierate in Ucraina a sostegno delle forze di Mosca.
Tra l’altro, appena venerdì scorso, il ministro della Difesa russo, Andrei Belousov, si è recato in visita in Corea del Nord, per incontrarne l’establishment politico-militare. Inoltre, gli Stati Uniti si trovano, al momento, nel pieno della transizione presidenziale. Senza infine trascurare che l’inquilino della Casa Bianca uscente, Joe Biden, ha notevolmente azzoppato la capacità di deterrenza statunitense a seguito della sua pessima gestione del ritiro afgano.
Insomma, tutta questa serie di fattori potrebbe spingere Kim Jong Un a osare. D’altronde, l’invasione con cui il regime di Pyongyang diede il via alla guerra di Corea nel 1950 fu un atto improvviso e senza formale dichiarazione di guerra. Va detto che la politica sudcoreana è storicamente turbolenta e che Yoon non è il primo presidente controverso del Paese. Quello che preoccupa è però il fatto che questa crisi politica sia esplosa in un contesto internazionale che offre una finestra di opportunità al regime di Pyongyang. Del resto, al di là di un’eventuale invasione più o meno limitata, Kim Jong Un potrebbe sfruttare il caos politico sudcoreano dal punto di vista propagandistico. Una simile situazione spiega la preoccupazione mostrata da Washington nelle ultime 48 ore. La Corea del Sud rappresenta d’altronde uno dei pilastri dell’influenza americana in Estremo Oriente.
La Gen-K è già tornata alla normalità
Nel 2013, Coup d’Etat di G-Dragon reinterpretava il concetto di colpo di Stato come rivoluzione personale e culturale, una presa di potere che non implicava l’esercito, ma una rivendicazione di dominio sulla scena globale attraverso l’arte. A distanza di più di un decennio, la parola «colpo di Stato» ha risuonato ancora, seppur in un contesto radicalmente diverso, con l’annuncio improvviso del presidente Yoon Suk Yeol, che martedì ha dichiarato la legge marziale in Corea del Sud.
Il Paese, che ormai da anni rappresenta una delle potenze culturali più influenti al mondo grazie alla Hallyu, l’«onda coreana» nella cultura di massa, ha visto un’interruzione brusca del suo pulsante settore dell’intrattenimento. La Corea del Sud, con il K-pop, i K-drama e il cinema che hanno varcato i confini internazionali, non è più solo una nazione con una forte economia, ma anche un simbolo di soft power. Le opere culturali coreane come Parasite, Squid game e i successi musicali dei Bts hanno avuto un impatto profondo, consolidando l’immagine positiva della Corea a livello globale.
La dichiarazione di emergenza di Yoon ha sconvolto il panorama culturale del Paese, con la cancellazione e il rinvio di eventi promozionali di film e concerti già programmati. La pellicola One win, ad esempio, ha annullato la sua promozione del giorno dopo a causa di «circostanze inevitabili», così come Firefighters ha rinviato la presentazione. La situazione ha creato incertezze anche nel settore musicale, con i concerti sospesi di artisti come Lee Seung-hwan.
Nonostante l’instabilità politica, durata solo poche ore, l’industria dell’intrattenimento ha dato segni di resilienza. La maggior parte degli eventi, come i concerti di Dua Lipa, Charlie Puth e Yoasobi sono ripresi senza ulteriori interruzioni, ripristinando la normalità in un Paese che ha la capacità di adattarsi rapidamente. Questa rapidità di reazione è tipica di una società famosa per il suo approccio «palli-palli» (veloce-veloce), che consente di superare crisi apparentemente devastanti. E il Paese del veloce-veloce, che ha visto solo un intoppo dei servizi di messaggistica come KakaoTalk, ha ora nel non riuscito «coup d’Etat» un nuovo stimolo creativo. Sono migliaia i meme che circolano sulle piattaforme sudcoreane e che prendono di mira Yoon Suk Yeol, ma anche la first lady. I più maliziosi parlano di «un presidente ubriaco», che ha reagito in modo esagerato all’ennesimo scandalo che avrebbe coinvolto la sua metà (rea di messaggi di dubbio contenuto con una controversa parte politica).
Nonostante l’impatto iniziale di questi eventi, la Gen-K, che ha visto crescere le proprie radici nella cultura popolare e nell’intrattenimento, non si è concentrata sulla politica. Il colpo di Stato di martedì notte è già acqua passata. Il dibattito è tornato rapidamente a temi più «leggeri», come la disputa sul marchio del gruppo K-pop The Boyz, dopo l’addio alla loro agenzia storica. Questo cambio rapido di focus evidenzia come la Generazione K non sia solo un prodotto di un fenomeno culturale, ma un movimento che guarda oltre i confini della politica nazionale, abbracciando il soft power che ha trasformato la Corea del Sud in un faro di influenza globale.
La Hallyu wave, che è andata oltre il semplice intrattenimento per diventare una forma di diplomazia culturale, rimane al centro di questa rivoluzione culturale, che non si lascia intimidire dalle turbolenze politiche interne, è il vero motore della Corea del Sud, capace di resistere alle sfide senza rinunciare al suo posto di leadership sulla scena mondiale.
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Entro sabato la messa in stato d’accusa del capo dello Stato, che ha dovuto rimangiarsi la legge marziale d’emergenza. Già caduta la testa del ministro della Difesa. Ora il leader è appeso ai voti del suo partito.I giovani, a Seul e in tutto il Paese, hanno archiviato il blitz. E sui social il suo ideatore è il bersaglio perfetto. Gli show all’occidentale devono continuare, la politica non conta.Lo speciale contiene due articoli.Svolta in Corea del Sud. Il presidente, Yoon Suk Yeol, ha revocato la legge marziale che lui stesso aveva inizialmente proclamato. Nella serata di martedì, il capo dello Stato sudcoreano aveva decretato la misura d’emergenza, accusando il Partito democratico di Corea di attività anti statali. Ne erano seguite proteste, con il presidente che era stato criticato non solo delle forze politiche avversarie ma anche del suo stesso schieramento, il Partito del potere popolare. Nel giro di poche ore, l’Assemblea nazionale aveva votato per bloccare la legge marziale, mentre l’esercito aveva replicato che la misura sarebbe rimasta in vigore fino a quando il capo dello Stato non l’avesse revocata. Lo stallo istituzionale si è alla fine rotto quando Yoon Suk Yeol ha deciso di fare marcia indietro. Nel frattempo, il ministro della Difesa, Kim Yong-hyun - considerato il vero ispiratore del controverso provvedimento - si è dimesso, dichiarando: «Tutti i soldati che hanno svolto i loro compiti in relazione alla legge marziale d’emergenza erano sotto il ministro, tutte le responsabilità ricadono su di me». Anche lo staff presidenziale ha messo sul tavolo le dimissioni. Tutto questo, mentre i partiti d’opposizione hanno presentato ieri una mozione per avviare la procedura d’impeachment contro il presidente per «comportamento insurrezionale»: il voto per la messa in stato d’accusa dovrà svolgersi entro sabato. Per mettere in moto il procedimento, è necessario un quorum di due terzi, vale a dire almeno 200 dei 300 parlamentari dell’Assemblea nazionale. A quel punto, si celebrerebbe il processo vero e proprio davanti alla Corte costituzionale, che può rimuovere il presidente, qualora votino a favore almeno sei dei nove giudici che la compongono. L’ultimo caso di destituzione risale al 2017, quando l’allora presidentessa sudcoreana, Park Geun-hye, fu silurata per traffico di influenze. Non è però detto che stavolta ci siano i numeri parlamentari per la messa in stato d’accusa: il partito di Yoon detiene 108 seggi all’Assemblea nazionale. Se votasse compattamente contro l’impeachment, farebbe mancare il quorum di 200 voti e la procedura naufragherebbe. Bisogna quindi capire in che modo si comporterà lo schieramento politico del presidente che, come detto, si era opposto alla legge marziale. La principale organizzazione sindacale della Corea del Sud, la Confederazione coreana dei sindacati, ha frattanto annunciato uno sciopero a tempo indeterminato fino a che il capo dello Stato non rassegnerà le proprie dimissioni. A questo punto, non è escludibile che un passo indietro di Yoon Suk Yeol possa arrivare nelle prossime ore. In quel caso, si dovrebbero tenere elezioni entro una finestra temporale di 60 giorni. Il presidente aveva invocato la legge marziale principalmente per problemi di politica interna. L’Assemblea nazionale è infatti controllata dal Partito democratico di Corea. E, nelle ultime settimane, si erano registrati vari attriti. Non era stato possibile approvare la legge di bilancio. Inoltre, le forze di opposizione chiedevano che la moglie di Yoon, Kim Keon-hee, fosse messa sotto inchiesta per aggiotaggio, oltre che per aver ricevuto regali compromettenti. È quindi probabile che il presidente volesse cercare di uscire dall’impasse, invocando un provvedimento di emergenza che non veniva proclamato nel Paese dal lontano 1980. Alla fine, Yoon ha ceduto. E probabilmente, nella sua marcia indietro, hanno pesato anche le pressioni di Washington, che - nella nottata di martedì - aveva espresso sorpresa e preoccupazione.Non a caso, ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha detto che gli Usa hanno accolto positivamente la revoca della legge marziale. D’altronde, Washington teme che il caos esploso in Corea del Sud possa incoraggiare il regime di Pyongyang a condurre qualche blitz militare. Ricordiamo che la Corea del Nord ha significativamente rafforzato i propri legami con la Russia nel settore della Difesa: proprio ieri, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha accusato Mosca di supportare il programma nucleare di Pyongyang. Quella stessa Pyongyang le cui truppe sono state di recente schierate in Ucraina a sostegno delle forze di Mosca. Tra l’altro, appena venerdì scorso, il ministro della Difesa russo, Andrei Belousov, si è recato in visita in Corea del Nord, per incontrarne l’establishment politico-militare. Inoltre, gli Stati Uniti si trovano, al momento, nel pieno della transizione presidenziale. Senza infine trascurare che l’inquilino della Casa Bianca uscente, Joe Biden, ha notevolmente azzoppato la capacità di deterrenza statunitense a seguito della sua pessima gestione del ritiro afgano. Insomma, tutta questa serie di fattori potrebbe spingere Kim Jong Un a osare. D’altronde, l’invasione con cui il regime di Pyongyang diede il via alla guerra di Corea nel 1950 fu un atto improvviso e senza formale dichiarazione di guerra. Va detto che la politica sudcoreana è storicamente turbolenta e che Yoon non è il primo presidente controverso del Paese. Quello che preoccupa è però il fatto che questa crisi politica sia esplosa in un contesto internazionale che offre una finestra di opportunità al regime di Pyongyang. Del resto, al di là di un’eventuale invasione più o meno limitata, Kim Jong Un potrebbe sfruttare il caos politico sudcoreano dal punto di vista propagandistico. Una simile situazione spiega la preoccupazione mostrata da Washington nelle ultime 48 ore. 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Il Paese, che ormai da anni rappresenta una delle potenze culturali più influenti al mondo grazie alla Hallyu, l’«onda coreana» nella cultura di massa, ha visto un’interruzione brusca del suo pulsante settore dell’intrattenimento. La Corea del Sud, con il K-pop, i K-drama e il cinema che hanno varcato i confini internazionali, non è più solo una nazione con una forte economia, ma anche un simbolo di soft power. Le opere culturali coreane come Parasite, Squid game e i successi musicali dei Bts hanno avuto un impatto profondo, consolidando l’immagine positiva della Corea a livello globale. La dichiarazione di emergenza di Yoon ha sconvolto il panorama culturale del Paese, con la cancellazione e il rinvio di eventi promozionali di film e concerti già programmati. La pellicola One win, ad esempio, ha annullato la sua promozione del giorno dopo a causa di «circostanze inevitabili», così come Firefighters ha rinviato la presentazione. La situazione ha creato incertezze anche nel settore musicale, con i concerti sospesi di artisti come Lee Seung-hwan. Nonostante l’instabilità politica, durata solo poche ore, l’industria dell’intrattenimento ha dato segni di resilienza. La maggior parte degli eventi, come i concerti di Dua Lipa, Charlie Puth e Yoasobi sono ripresi senza ulteriori interruzioni, ripristinando la normalità in un Paese che ha la capacità di adattarsi rapidamente. Questa rapidità di reazione è tipica di una società famosa per il suo approccio «palli-palli» (veloce-veloce), che consente di superare crisi apparentemente devastanti. E il Paese del veloce-veloce, che ha visto solo un intoppo dei servizi di messaggistica come KakaoTalk, ha ora nel non riuscito «coup d’Etat» un nuovo stimolo creativo. Sono migliaia i meme che circolano sulle piattaforme sudcoreane e che prendono di mira Yoon Suk Yeol, ma anche la first lady. I più maliziosi parlano di «un presidente ubriaco», che ha reagito in modo esagerato all’ennesimo scandalo che avrebbe coinvolto la sua metà (rea di messaggi di dubbio contenuto con una controversa parte politica). Nonostante l’impatto iniziale di questi eventi, la Gen-K, che ha visto crescere le proprie radici nella cultura popolare e nell’intrattenimento, non si è concentrata sulla politica. Il colpo di Stato di martedì notte è già acqua passata. Il dibattito è tornato rapidamente a temi più «leggeri», come la disputa sul marchio del gruppo K-pop The Boyz, dopo l’addio alla loro agenzia storica. Questo cambio rapido di focus evidenzia come la Generazione K non sia solo un prodotto di un fenomeno culturale, ma un movimento che guarda oltre i confini della politica nazionale, abbracciando il soft power che ha trasformato la Corea del Sud in un faro di influenza globale. La Hallyu wave, che è andata oltre il semplice intrattenimento per diventare una forma di diplomazia culturale, rimane al centro di questa rivoluzione culturale, che non si lascia intimidire dalle turbolenze politiche interne, è il vero motore della Corea del Sud, capace di resistere alle sfide senza rinunciare al suo posto di leadership sulla scena mondiale.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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