«Le nostre nazioni condividono molti valori, una vocazione verso la creatività e l’innovazione pur rimanendo ancorate alla loro tradizione, e dal mio punto di vista condividono un potenziale – nonostante i nostri rapporti bilaterali siano estremamente solidi – inespresso straordinario che siamo ovviamente qui per esplorare e portare avanti». Così Giorgia Meloni in apertura dell’incontro bilaterale con il presidente coreano Lee Jae-Myung. Nelle dichiarazioni congiunte nella Blue House di Seul al termine del bilaterale, il premier ha spiegato che «Rafforzare il nostro partenariato economico è una delle tre priorità» di cui si è discusso, insieme a quella di puntare su «catene del valore più forti e sicure» e a dare «maggiore sistematicità al coordinamento politico».
Si alzano ancora i toni tra Cina e Stati Uniti, dopo che Pechino ha riposto con dazi del 34% ai dazi «reciproci» imposti da Donald Trump il 2 aprile scorso. Il presidente americano ha minacciato di imporre ulteriori dazi del 50% a partire da oggi se la Cina non ritirerà i contro-dazi. La Cina ha risposto ieri attraverso il ministero del Commercio: «La minaccia degli Stati Uniti di aumentare i dazi sulla Cina è un errore su un altro errore, che espone ancora una volta la natura ricattatoria degli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti insistono a modo loro, la Cina combatterà fino alla fine». La nota cinese conclude che se Trump dovesse aumentare i dazi, «la Cina prenderà risolutamente delle contromisure per salvaguardare i propri diritti e interessi».
L’annuncio della Casa Bianca arriva nel pomeriggio di ieri: da oggi i dazi contro la Cina saliranno al 104%. Si tratta certamente di qualcosa di inaudito e rispetto a cui non ci sono precedenti. La decisione del presidente cinese, Xi Jinping, di reagire ai dazi americani e di non ritirare la reazione porta il mondo in una guerra commerciale aperta. Dalle parole ai fatti, la Cina non solo non ritira i suoi controdazi sulle merci Usa, ma sembra intenzionata ad andare fino in fondo davvero. Ieri, un primo segnale: la moneta cinese si è deprezzata in maniera sostanziale. Dopo un primo indebolimento dello yuan lunedì, nella seduta di martedì la Banca centrale della Repubblica popolare cinese deve aver mollato i freni, lasciando che il dollaro arrivasse ai massimi degli ultimi 15 anni a 7,3982. Inoltre, un gruppo di fondi statali è intervenuto sul mercato azionario per sostenere i listini in caduta libera nella giornata di lunedì, contribuendo ad alleggerire il calo. Diverse aziende cinesi quotate hanno approfittato del calo in Borsa per procedere a massicci acquisti di azioni proprie. Si sono registrati anche movimenti importanti sui mercati delle materie prime, dove diversi fondi cinesi hanno aumentato l’esposizione al rialzo su diverse materie prime come argento, rame, nichel e zinco. Mentre si segnala che nei primi due mesi di quest’anno la Banca popolare cinese ha acquistato altre 10 tonnellate di oro, arrivando a 2.290 tonnellate di oro a riserva, cifra che ne fa il quinto detentore al mondo dopo la Francia (l’Italia è la terza).
Il premier cinese Li Qiang ha affermato ieri, durante una telefonata con Ursula von der Leyen, che la Cina dispone di ampi strumenti politici per «compensare completamente» qualsiasi impatto esterno negativo. Un’affermazione sibillina, mentre il ministro del Commercio di Pechino parlava di resistenza a oltranza. Ieri, nella capitale, il capo dell’agenzia di pianificazione economica cinese ha incontrato i rappresentanti di alcune aziende private per raccogliere reazioni e problemi rispetto ai dazi americani.
Sono segnali di una battaglia lunga, nell’idea di Pechino. Trump e Xi si trovano nella situazione più delicata possibile, poiché a questo punto il primo che cede ha perso politicamente. Le dichiarazioni di Li Qiang fanno però pensare a un aggiramento dell’ostacolo, più che a uno scontro. L’espressione «compensare completamente» usata dal primo ministro cinese fa pensare che la Cina potrebbe riversare altrove il proprio export. Una reazione diretta ulteriore sarebbe ardua, anche perché le due economie sono comunque strettamente legate. La Banca centrale cinese ha riserve valutarie in dollari per 3.200 miliardi di dollari americani (dato di gennaio 2025). Una cifra enorme accumulatasi anche per i cospicui deficit commerciali che gli Usa hanno accatastato negli anni verso la Cina. Circa l’8,8% del totale del debito pubblico americano detenuto all’estero è nelle mani della Cina, pari a 760 su 8.634 miliardi di dollari (il maggior detentore estero di titoli Usa è il Giappone). Una cifra che è anche calata molto dai massimi di 1.300 miliardi raggiunti nel 2016. Alcuni analisti hanno ipotizzato ieri che una contromossa di Pechino potrebbe essere quella di disfarsi di questa montagna di debito americano per colpire la fiducia nel dollaro. Ma sarebbe una mossa suicida, perché costerebbe moltissimo anche alla Cina, mentre avrebbe un effetto stimato di un aumento dei tassi americani attorno ai 60 punti base, se la banca centrale americana non intervenisse.
Il Segretario americano del Tesoro, Scott Bessent, ha detto ieri che il Giappone avrà la priorità nei negoziati commerciali perché è stato il primo Paese a farsi avanti. Bessent ha detto altresì che l’amministrazione Trump è aperta al negoziato, affermando che gli Stati Uniti potrebbero «finire con il fare alcuni buoni affari». La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha poi precisato che i dazi continueranno a restare in vigore durante i negoziati per gli accordi.
Poco dopo, Trump, con un post su Truth, ha scritto di aver parlato con il presidente ad interim della Corea del Sud, Han Duck-soo: «Abbiamo parlato del loro enorme e insostenibile surplus, delle tariffe, della costruzione navale, dell’acquisto su larga scala di Gnl statunitense, della loro joint venture in un oleodotto in Alaska e del pagamento per la grande protezione militare che forniamo alla Corea del Sud», ha affermato Trump. Aggiungendo poi che il governo coreano sta inviando una delegazione a Washington per negoziare un accordo. Trump appare ansioso di passare all’incasso politico sventolando il primo accordo, che sia con il Giappone o con la Corea. Ha pure colto l’occasioneper lanciare un messaggio a Pechino: «Anche la Cina vuole fare un accordo, con tutte le sue forze, ma non sa come farlo partire. Stiamo aspettando la loro chiamata».
Un'altra serie televisiva, una originale, più stralunata di quanto non fosse Squid Games. Newtopia, disponibile su Amazon Prime Video a partire da venerdì 7 febbraio, è la commistione di infiniti generi, la parodia, tra romanticismo e commedia, di cosa voglia dire vivere un futuro distopico.
Squid Games non ha fatto in tempo a esaurirsi, a perdere la propria carica propulsiva e, insieme, la capacità di sostanziare l'eterno dibattito: se fosse meglio la prima o la seconda stagione. Subito, la Corea si è fatta sotto. Un'altra serie televisiva, una originale, più stralunata di quanto non fosse Squid Games.
Newtopia, disponibile su Amazon Prime Video a partire da venerdì 7 febbraio, è la commistione di infiniti generi, la parodia, tra romanticismo e commedia, di cosa voglia dire vivere un futuro distopico. Seoul, così come la si vede nello show - sceneggiato dal premio Oscar per Parasite Han Jin-won - non è la città che la globalizzazione ci ha permesso di conoscere. È moderna, sì, ma tra le sue strade nasconde un abominio: un'apocalisse zombie, prodotta da un virus misterioso. I morti si risvegliano, chi viene morso cade vittima di un limbo infernale, non cadavere, non persona viva. L'epidemia si estende a macchia d'olio, i contagi aumentano, ma Seoul non è penetrata dai toni drammatici che hanno caratterizzato altre produzioni simili, The Walking Dead in testa. Né è insozzata dai toni demenziali di tanti b-movie hollywoodiani.
La Seoul di cui racconta Newtopiaè un crocevia di modernità e determinazioni, restituiti entrambi attraverso gli sguardi particolari di due residenti. Ragazzi asiatici, un tempo innamorati.Kang Young-joo, interpretata dalla stellina del k-pop Jisoo, è una donna che si affaccia alla complessità di un'esistenza adulta. Ha scelto un lavoro, una strada da percorrere. Ma quanti ostacoli la popolino e quanti compromessi le siano necessari non può presagirlo. Quel che sa è che i sogni nella sua testa sono stati rimpiazzati da una lieve forma d'ansia, un'angoscia per il futuro che la porta ad essere nervosa, inquieta. Con se stessa e, soprattutto, con gli altri, dove altro è anche Lee Jae-yooun. Lee Jae-yooun avrebbe dovuto essere il suo fidanzato, una cosa bella nelle piccole e grandi difficoltà del quotidiano. Ma l'irrequietezza del vivere quotidiano ha minato la serenità del rapporto ed è una discussione, all'apparenza futile, a far traboccare il vaso di Kang Young-joo, spingendola a troncare bruscamente la relazione con Jae-yooun. I due, dunque, si mollano. Lee Jae-yooun si imbarca nel servizio di leva obbligatorio e, ad un tratto, si trova nel mezzo del caos. L'apocalisse è arrivata, il virus ha preso piede, gli zombie sono ovunque. E lui, piccolo ragazzino acerbo, non ha altra scelta al di fuori di quella che lo porta a farsi leader di una squadra a tutela dell'umanità. In questo scenario funesto, dove lo sconquasso interiore è pari a quello esterno, Young-joo ha un ripensamento, un rimpianto. Tornare indietro e provare a spiegare quel che l'istinto ha soffocato: l'esistenza di un sentimento che niente, nemmeno l'Apocalisse zombie, dovrebbe mettere a tacere.
Newtopia si trasforma così, di puntata in puntata, mutando tono e genere per essere tutto e il contrario di tutto: una distopia, comica e parodistica, una commedia romantica e, a tratti, una riflessione semiseria sulle profondità degli abissi umani.
La nuova mozione di impeachment contro il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol ha avuto successo. E l’opposizione ha prontamente chiesto alla Corte costituzionale di procedere “rapidamente” per arrivare alla sua destituzione. Ricordiamo che tutto ha avuto origine dopo che Yoon aveva proclamato la legge marziale per poi fare marcia indietro nel giro di poche ore. A questo punto, una domanda importante da farsi è: quali saranno le implicazioni geopolitiche di questa crisi?
Il primo elemento da sottolineare è il rischio di un aumento della tensione nella penisola coreana. Il regime di Pyongyang è sempre più attivo. Ha recentemente rafforzato i suoi legami con Mosca, inviando anche proprie truppe in sostegno delle forze russe impegnate in Ucraina. Non solo. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha anche affermato che Mosca starebbe assistendo il regime di Kim Jong-un sul fronte della tecnologia nucleare.
Il punto da considerare è che, quando la Corea del Nord invase quella del Sud nel 1950, lo fece in modo improvviso e senza una formale dichiarazione di guerra, sperando di approfittare del fatto che gli Stati Uniti non sarebbe intervenuti, visto che il segretario di Stato americano di allora, Dean Acheson, aveva posto la penisola coreana al di fuori del perimetro di difesa di Washington. Questo vuol dire che Pyongyang è avvezza ai blitz, quando ritiene che la situazione internazionale le possa essere favorevole. D’altronde, al di là della crisi politico-istituzionale della Corea del Sud, ricordiamo che, negli Stati Uniti, è ancora in pieno svolgimento la transizione presidenziale.
Ma non è tutto. Anche qualora Pyongyang non dovesse optare per un blitz militare, il suo regime sta già sfruttando la situazione dal punto di vista propagandistico. L’agenzia di stampa statale nordcoreana Kcna ha infatti bollato la crisi di Seul come un “pandemonio”, definendo inoltre il governo sudcoreano come una “dittatura fascista” (un riferimento alla legge marziale decretata da Yoon). È chiaro che, con questa tattica, Kim Jong-un punta a indebolire il soft power di Seul (e quindi di Washington) in Estremo Oriente: un elemento, questo, a cui, con ogni probabilità, Mosca e Pechino guardano con soddisfazione.
Ma il nodo rischia di andare ben oltre la penisola coreana. Come detto, Pyongyang sta assistendo militarmente Mosca in Ucraina. Inoltre, lo scorso aprile, la Corea del Nord ha inviato una propria delegazione in Iran. Questo significa che il regime di Kim Jong-un è più o meno pesantemente coinvolto nelle crisi di Ucraina e Medio Oriente. In tal senso, le fibrillazioni interne alla Corea del Sud potrebbero avere delle ripercussioni ancora più profonde. Ecco perché la situazione complessiva dovrebbe essere monitorata attentamente.
- Entro sabato la messa in stato d’accusa del capo dello Stato, che ha dovuto rimangiarsi la legge marziale d’emergenza. Già caduta la testa del ministro della Difesa. Ora il leader è appeso ai voti del suo partito.
- I giovani, a Seul e in tutto il Paese, hanno archiviato il blitz. E sui social il suo ideatore è il bersaglio perfetto. Gli show all’occidentale devono continuare, la politica non conta.
Lo speciale contiene due articoli.
Svolta in Corea del Sud. Il presidente, Yoon Suk Yeol, ha revocato la legge marziale che lui stesso aveva inizialmente proclamato. Nella serata di martedì, il capo dello Stato sudcoreano aveva decretato la misura d’emergenza, accusando il Partito democratico di Corea di attività anti statali. Ne erano seguite proteste, con il presidente che era stato criticato non solo delle forze politiche avversarie ma anche del suo stesso schieramento, il Partito del potere popolare. Nel giro di poche ore, l’Assemblea nazionale aveva votato per bloccare la legge marziale, mentre l’esercito aveva replicato che la misura sarebbe rimasta in vigore fino a quando il capo dello Stato non l’avesse revocata. Lo stallo istituzionale si è alla fine rotto quando Yoon Suk Yeol ha deciso di fare marcia indietro.
Nel frattempo, il ministro della Difesa, Kim Yong-hyun - considerato il vero ispiratore del controverso provvedimento - si è dimesso, dichiarando: «Tutti i soldati che hanno svolto i loro compiti in relazione alla legge marziale d’emergenza erano sotto il ministro, tutte le responsabilità ricadono su di me». Anche lo staff presidenziale ha messo sul tavolo le dimissioni. Tutto questo, mentre i partiti d’opposizione hanno presentato ieri una mozione per avviare la procedura d’impeachment contro il presidente per «comportamento insurrezionale»: il voto per la messa in stato d’accusa dovrà svolgersi entro sabato.
Per mettere in moto il procedimento, è necessario un quorum di due terzi, vale a dire almeno 200 dei 300 parlamentari dell’Assemblea nazionale. A quel punto, si celebrerebbe il processo vero e proprio davanti alla Corte costituzionale, che può rimuovere il presidente, qualora votino a favore almeno sei dei nove giudici che la compongono. L’ultimo caso di destituzione risale al 2017, quando l’allora presidentessa sudcoreana, Park Geun-hye, fu silurata per traffico di influenze. Non è però detto che stavolta ci siano i numeri parlamentari per la messa in stato d’accusa: il partito di Yoon detiene 108 seggi all’Assemblea nazionale. Se votasse compattamente contro l’impeachment, farebbe mancare il quorum di 200 voti e la procedura naufragherebbe. Bisogna quindi capire in che modo si comporterà lo schieramento politico del presidente che, come detto, si era opposto alla legge marziale.
La principale organizzazione sindacale della Corea del Sud, la Confederazione coreana dei sindacati, ha frattanto annunciato uno sciopero a tempo indeterminato fino a che il capo dello Stato non rassegnerà le proprie dimissioni. A questo punto, non è escludibile che un passo indietro di Yoon Suk Yeol possa arrivare nelle prossime ore. In quel caso, si dovrebbero tenere elezioni entro una finestra temporale di 60 giorni.
Il presidente aveva invocato la legge marziale principalmente per problemi di politica interna. L’Assemblea nazionale è infatti controllata dal Partito democratico di Corea. E, nelle ultime settimane, si erano registrati vari attriti. Non era stato possibile approvare la legge di bilancio. Inoltre, le forze di opposizione chiedevano che la moglie di Yoon, Kim Keon-hee, fosse messa sotto inchiesta per aggiotaggio, oltre che per aver ricevuto regali compromettenti. È quindi probabile che il presidente volesse cercare di uscire dall’impasse, invocando un provvedimento di emergenza che non veniva proclamato nel Paese dal lontano 1980. Alla fine, Yoon ha ceduto. E probabilmente, nella sua marcia indietro, hanno pesato anche le pressioni di Washington, che - nella nottata di martedì - aveva espresso sorpresa e preoccupazione.
Non a caso, ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha detto che gli Usa hanno accolto positivamente la revoca della legge marziale. D’altronde, Washington teme che il caos esploso in Corea del Sud possa incoraggiare il regime di Pyongyang a condurre qualche blitz militare. Ricordiamo che la Corea del Nord ha significativamente rafforzato i propri legami con la Russia nel settore della Difesa: proprio ieri, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha accusato Mosca di supportare il programma nucleare di Pyongyang. Quella stessa Pyongyang le cui truppe sono state di recente schierate in Ucraina a sostegno delle forze di Mosca.
Tra l’altro, appena venerdì scorso, il ministro della Difesa russo, Andrei Belousov, si è recato in visita in Corea del Nord, per incontrarne l’establishment politico-militare. Inoltre, gli Stati Uniti si trovano, al momento, nel pieno della transizione presidenziale. Senza infine trascurare che l’inquilino della Casa Bianca uscente, Joe Biden, ha notevolmente azzoppato la capacità di deterrenza statunitense a seguito della sua pessima gestione del ritiro afgano.
Insomma, tutta questa serie di fattori potrebbe spingere Kim Jong Un a osare. D’altronde, l’invasione con cui il regime di Pyongyang diede il via alla guerra di Corea nel 1950 fu un atto improvviso e senza formale dichiarazione di guerra. Va detto che la politica sudcoreana è storicamente turbolenta e che Yoon non è il primo presidente controverso del Paese. Quello che preoccupa è però il fatto che questa crisi politica sia esplosa in un contesto internazionale che offre una finestra di opportunità al regime di Pyongyang. Del resto, al di là di un’eventuale invasione più o meno limitata, Kim Jong Un potrebbe sfruttare il caos politico sudcoreano dal punto di vista propagandistico. Una simile situazione spiega la preoccupazione mostrata da Washington nelle ultime 48 ore. La Corea del Sud rappresenta d’altronde uno dei pilastri dell’influenza americana in Estremo Oriente.
La Gen-K è già tornata alla normalità
Nel 2013, Coup d’Etat di G-Dragon reinterpretava il concetto di colpo di Stato come rivoluzione personale e culturale, una presa di potere che non implicava l’esercito, ma una rivendicazione di dominio sulla scena globale attraverso l’arte. A distanza di più di un decennio, la parola «colpo di Stato» ha risuonato ancora, seppur in un contesto radicalmente diverso, con l’annuncio improvviso del presidente Yoon Suk Yeol, che martedì ha dichiarato la legge marziale in Corea del Sud.
Il Paese, che ormai da anni rappresenta una delle potenze culturali più influenti al mondo grazie alla Hallyu, l’«onda coreana» nella cultura di massa, ha visto un’interruzione brusca del suo pulsante settore dell’intrattenimento. La Corea del Sud, con il K-pop, i K-drama e il cinema che hanno varcato i confini internazionali, non è più solo una nazione con una forte economia, ma anche un simbolo di soft power. Le opere culturali coreane come Parasite, Squid game e i successi musicali dei Bts hanno avuto un impatto profondo, consolidando l’immagine positiva della Corea a livello globale.
La dichiarazione di emergenza di Yoon ha sconvolto il panorama culturale del Paese, con la cancellazione e il rinvio di eventi promozionali di film e concerti già programmati. La pellicola One win, ad esempio, ha annullato la sua promozione del giorno dopo a causa di «circostanze inevitabili», così come Firefighters ha rinviato la presentazione. La situazione ha creato incertezze anche nel settore musicale, con i concerti sospesi di artisti come Lee Seung-hwan.
Nonostante l’instabilità politica, durata solo poche ore, l’industria dell’intrattenimento ha dato segni di resilienza. La maggior parte degli eventi, come i concerti di Dua Lipa, Charlie Puth e Yoasobi sono ripresi senza ulteriori interruzioni, ripristinando la normalità in un Paese che ha la capacità di adattarsi rapidamente. Questa rapidità di reazione è tipica di una società famosa per il suo approccio «palli-palli» (veloce-veloce), che consente di superare crisi apparentemente devastanti. E il Paese del veloce-veloce, che ha visto solo un intoppo dei servizi di messaggistica come KakaoTalk, ha ora nel non riuscito «coup d’Etat» un nuovo stimolo creativo. Sono migliaia i meme che circolano sulle piattaforme sudcoreane e che prendono di mira Yoon Suk Yeol, ma anche la first lady. I più maliziosi parlano di «un presidente ubriaco», che ha reagito in modo esagerato all’ennesimo scandalo che avrebbe coinvolto la sua metà (rea di messaggi di dubbio contenuto con una controversa parte politica).
Nonostante l’impatto iniziale di questi eventi, la Gen-K, che ha visto crescere le proprie radici nella cultura popolare e nell’intrattenimento, non si è concentrata sulla politica. Il colpo di Stato di martedì notte è già acqua passata. Il dibattito è tornato rapidamente a temi più «leggeri», come la disputa sul marchio del gruppo K-pop The Boyz, dopo l’addio alla loro agenzia storica. Questo cambio rapido di focus evidenzia come la Generazione K non sia solo un prodotto di un fenomeno culturale, ma un movimento che guarda oltre i confini della politica nazionale, abbracciando il soft power che ha trasformato la Corea del Sud in un faro di influenza globale.
La Hallyu wave, che è andata oltre il semplice intrattenimento per diventare una forma di diplomazia culturale, rimane al centro di questa rivoluzione culturale, che non si lascia intimidire dalle turbolenze politiche interne, è il vero motore della Corea del Sud, capace di resistere alle sfide senza rinunciare al suo posto di leadership sulla scena mondiale.







