«Le nostre nazioni condividono molti valori, una vocazione verso la creatività e l’innovazione pur rimanendo ancorate alla loro tradizione, e dal mio punto di vista condividono un potenziale – nonostante i nostri rapporti bilaterali siano estremamente solidi – inespresso straordinario che siamo ovviamente qui per esplorare e portare avanti». Così Giorgia Meloni in apertura dell’incontro bilaterale con il presidente coreano Lee Jae-Myung. Nelle dichiarazioni congiunte nella Blue House di Seul al termine del bilaterale, il premier ha spiegato che «Rafforzare il nostro partenariato economico è una delle tre priorità» di cui si è discusso, insieme a quella di puntare su «catene del valore più forti e sicure» e a dare «maggiore sistematicità al coordinamento politico».
La città di Milano si prepara a trasformarsi in un modello globale di benessere urbano. La Wellness Foundation di Technogym ha presentato il primo report del progetto Milano Wellness City 2030, un’iniziativa nata per lasciare una legacy concreta dopo le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026.
Il report offre una fotografia aggiornata di popolazione, economia, salute, stili di vita, benessere mentale, territorio e infrastrutture. Riporta inoltre le principali politiche pubbliche integrate per la promozione della salute e le azioni già realizzate nell’ambito del progetto, raccogliendo i primi risultati raggiunti.
Tra i dati principali emergono luci e ombre sullo stato di salute dei milanesi. L’aspettativa di vita resta elevata: 82,7 anni per gli uomini e 86,7 per le donne, superiori alla media lombarda e nazionale. Tuttavia, il divario tra aspettativa di vita e aspettativa di vita in salute rimane significativo. Le malattie croniche non trasmissibili interessano 687.037 persone e assorbono la maggior parte della spesa sanitaria, mentre la prevenzione resta limitata. Il report evidenzia anche problemi legati alla salute mentale: tra i giovani, meno della metà dichiara un adeguato livello di benessere psicologico e tre su quattro riferiscono sintomi psicosomatici. La solitudine è diffusa, con il 50,4% che si sente solo e il 42,8% che fatica a fare nuove amicizie. Sul fronte fisico, un quarto dei lombardi è inattivo e tra bambini e adolescenti milanesi meno di uno su dieci pratica sufficiente attività sportiva. L’obesità riguarda l’11% della popolazione lombarda e il 33% è in sovrappeso; tra i più giovani, un bambino su cinque è in eccesso ponderale.
Sul piano ambientale, sebbene la qualità dell’aria resti inferiore a quella di altre città europee, il verde urbano per abitante è aumentato da 16,9 m² nel 2011 a 18,8 m² nel 2023, con piste ciclabili e aree pedonali in crescita. La città dispone inoltre di una rete sanitaria consolidata, con 744 medici di medicina generale, 114 pediatri e 423 farmacie attive nella promozione di stili di vita salutari.
L’incontro di presentazione, organizzato alla Palazzina Appiani – Arena Civica, ha visto la partecipazione di numerosi stakeholder pubblici e privati, tra cui istituzioni, università, fondazioni e grandi società sportive come Inter, AC Milan e Olimpia Milano. Il progetto conta su un gruppo multidisciplinare che comprende, tra gli altri, Fondazione Cariplo, Fondazione Milano Cortina 2026, Bocconi, Politecnico di Milano, Humanitas University e Ospedale San Raffaele. «Milano ha tutte le carte in regola per fare da apripista e diventare un riferimento mondiale del benessere – ha affermato Nerio Alessandri, fondatore di Technogym e presidente della Wellness Foundation –. Con Milano Wellness City 2030 vogliamo promuovere un cambiamento culturale: prendersi cura delle persone quando sono in salute, educare al benessere e creare le condizioni per scelte di vita sane».
Il progetto mira a lasciare una legacy concreta alle nuove generazioni, sviluppando un ecosistema urbano del benessere che integri salute, educazione, sport, nutrizione, ricerca e sviluppo urbano. I progressi saranno monitorati attraverso report annuali, con l’obiettivo di rendere Milano un modello replicabile anche in altre città italiane e straniere.
L’economia indiana continua a mostrare segnali di solidità, sostenuta soprattutto dalla domanda interna e dal dinamismo del settore dei servizi. Secondo le stime di Deloitte India, il Pil del Paese crescerà tra il 7,5 e il 7,8% nell’anno fiscale 2025-26. Un dato che conferma la capacità dell’India di mantenere ritmi di crescita elevati nonostante un contesto globale segnato da incertezze, tra interruzioni degli scambi commerciali, cambiamenti di policy nelle economie avanzate e volatilità dei flussi di capitale.
Il rapporto evidenzia come il Pil reale sia aumentato dell’8% nella prima metà dell’anno fiscale 2025-26, grazie in particolare alla tenuta dei consumi interni e alla forte attività nei servizi. Per l’anno fiscale successivo, il 2026-27, Deloitte prevede tuttavia un possibile rallentamento, con una crescita stimata tra il 6,6 e il 6,9%, anche per effetto di una base di confronto più elevata e del permanere delle tensioni internazionali.
È in questo quadro macroeconomico che si inserisce anche il rafforzamento delle relazioni commerciali tra India ed Europa. A Nuova Delhi si è infatti conclusa l’edizione 2026 del Vinitaly India Roadshow, organizzato da Veronafiere, appuntamento che ha riunito produttori italiani di vino e operatori indiani del settore – importatori, distributori, retailer, professionisti dell’hotellerie e della ristorazione. L’evento si è svolto in una fase considerata significativa, mentre Unione europea e India si avvicinano alla finalizzazione di un accordo di libero scambio destinato a incidere su diversi comparti, compresi vino e alcolici. Il mercato indiano del vino, pur restando limitato nei consumi pro capite, registra una crescita costante, trainata dall’urbanizzazione, dall’aumento dei redditi disponibili e dallo sviluppo del settore dell’ospitalità. Le stime di settore indicano un tasso di crescita annuo composto tra l’8 e il 10 per cento, con i vini importati che occupano una posizione rilevante nelle fasce premium e super-premium. In questo contesto, l’Italia figura stabilmente tra i principali Paesi esportatori, insieme a Francia e Australia.
Nel corso del roadshow, che ha visto la partecipazione anche dell’ambasciatore d’Italia in India, Antonio Bartoli, sono stati organizzati incontri B2B e degustazioni mirate, con l’obiettivo di favorire il dialogo tra operatori e approfondire la conoscenza del mercato. Dopo la tappa di Nuova Delhi, il Vinitaly India Roadshow proseguirà a Panaji, nello Stato di Goa, confermando l’attenzione verso un Paese che, anche grazie alla sua crescita economica, viene considerato sempre più rilevante negli scambi commerciali con l’Europa.
Dicono tutti la stessa cosa, ripetono a pappagallo le stesse banalità. Silvia Salis, sindaco di Genova, sostiene che per farla finita con la violenza dei maranza accoltellatori si debba ascoltare il disagio dei ragazzi e «potenziare l’educazione sessuo-affettiva». Patrizia Imperato, procuratore minorile a Napoli, afferma che si devono versare «più fondi al sociale». Walter Veltroni sul Corriere della Sera chiama in causa «il male di vivere adolescenziale» e spiega che il disagio sociale «non si risolve soltanto inasprendo le pene». Dario Ianes, psicologo dell’educazione, ribadisce che «punire non serve» e che per una scuola sicura è necessaria l’inclusione. Maurizio Ambrosini, su Avvenire, ha la soluzione a ogni problema: «Integrare». E dettaglia: «Il problema non si risolverà con la mera repressione del crimine, e nemmeno con un’impossibile (e deleteria) remigrazione. Servono interventi su almeno tre piani: politiche dell’edilizia sociale e per il risanamento delle periferie; misure per il sostegno del successo educativo e la prevenzione del disagio minorile; interventi a favore dell’aggregazione, dello sport e del tempo libero. Più giovani saranno socialmente integrati e messi in condizione di aspirare a un futuro migliore, più sicure diventeranno le nostre città».
Siamo quasi commossi nel notare che a nessuno di questi autorevoli esperti e politici sia ancora venuta a noia la ripetizione dei medesimi slogan con cui da anni si riempiono la bocca. Siamo altresì certi che se a sventolare il coltello fossero militanti di destra tutti costoro invocherebbero arresti, perquisizioni, retate e pene esemplari. Se fossero tutti maschi bianchi, si chiederebbero restrizioni sulla libertà di espressione, rieducazioni forzate, codici rossi e rossissimi.
Soprattutto, però, ci dispiace che non si rendano conto di quanto siano offensivi i loro interventi per tutti coloro che fino ad oggi hanno lavorato nella scuola e nei servizi educativi di ogni ordine e grado. Forse coloro che invocano inclusione e ascolto pensano che gli insegnanti, in tutti questi anni, non abbiano mai ascoltato nessuno. Forse non sanno o fingono di non sapere che la scuola italiana è inclusiva eccome, che esistono decine di lodevoli e persino utili iniziative di formazione fuori e dentro le classi, che ci sono miriadi di occasioni in ogni Comune per socializzare, ottenere ascolto e conforto psicologico, per leggere, sviluppare eventuali talenti artistici o praticare sport. Quanti adesso chiedono più attenzione al disagio dei giovani parlano come se fino a ieri in Italia ci fosse il deserto educativo, e non un plotone di docenti, formatori, tutor, assistenti sociali, bibliotecari, cooperatori di ogni tipo pronti a rispondere a ogni tipo di esigenza. La scuola italiana non è classista, non lascia indietro le persone, non nega possibilità a nessuno. Ma nonostante ciò i maranza accoltellano lo stesso, e talvolta lo fa pure qualche italiano di antica stirpe.
Il fatto è che l’educazione può funzionare fino a un certo punto, mentre la rieducazione - come ha mostrato una volta per tutte il romanzo Un’arancia a orologeria - non funziona quasi mai. Anzi, la verità è che gli unici rieducati qui sono gli italiani, i quali si stanno abituando a subire, ad avere paura in strada e a guardarsi le spalle quando escono di casa.
Quanto all’integrazione, la storia insegna che è possibile solo se i soggetti da integrare sono estremamente motivati, se l’ambiente in cui integrarsi è sano e esprime qualche forma di autorità oltre che di attrazione, e se esistono adeguate possibilità economiche. Tutti fattori che oggi difettano. Ergo resta una sola soluzione, cioè esattamente quella che tutti deprecano: la remigrazione. Chi delinque va spedito altrove, e rapidamente. La remigrazione, questa sì, è estremamente educativa, perché mostra che chi rispetta il prossimo viene premiato, chi non lo fa non ottiene benefici. Non è vero che non si possa fare, semplicemente non si vuole mettere in pratica, proprio perché si ha timore di ristabilire l’autorità, e si preferisce fingere di non vedere la realtà.
Se proprio bisogna educare qualcuno, qui, non è il maranza: è l’italiano. A cui andrebbe insegnato a difendersi e ad avere un po’ di stima per sé stesso.
La sua personalissima ricetta per prevenire casi come quello dell’omicidio di Youssef Abanoub nella scuola della Spezia, ucciso con una coltellata da un compagno di classe, la sindaca di Genova Silvia Salis l’ha comunicata attraverso le pagine della Repubblica: «Potenziare l’educazione sessuo-affettiva». In modo da fornire ai maranza «strumenti per la gestione delle proprie emozioni». Poi ha tentato di scaricare su «ministri, consiglieri e deputati di destra» che, dal suo punto di vista, «con post grotteschi», accuserebbero «le grandi città di essere insicure perché sono amministrate al centrosinistra» la colpa dell’emergenza. Infatti, a suo giudizio, la sicurezza è materia di competenza esclusivamente governativa. Ma mentre la prima cittadina tenta il classico scaricabarile, Genova fa i conti con una situazione che assomiglia a un’emergenza e non solo nelle periferie già trasformate da anni in barrios sudamericani o slum africani.
Il bollettino è quotidiano: aggressioni, rapine, coltelli, bande di maranza che imperversano anche in pieno centro cittadino. Intanto la Polizia locale è tornata a occuparsi quasi solo di fare le multe, mentre la precedente amministrazione di centrodestra la impiegava anche nel presidio dell’ordine pubblico, soprattutto nel centro storico. Proprio dove, nei giorni delle festività natalizie, anche la presenza di carabinieri e polizia era molto ridotta. E così i maranza hanno potuto imperversare. Turisti e residenti, soprattutto giovanissimi, sono stati avvicinati e molestati. A dicembre le rapine violente, tentate o consumate, solo nel centro sono state (almeno) 17. Quasi la metà nei caruggi, in piazza Caricamento, via Prè, via Balbi, via Bixio. Alcuni episodi si sono registrati anche nelle vie di massimo richiamo turistico: piazza De Ferrari, Salita Pollaiuoli (davanti a Palazzo Ducale), via XX Settembre (la via dello struscio con i suoi portici), l’adiacente via Vernazza, via di Brera, a due passi dalla stazione Brignole. Le modalità sempre le stesse: aggressioni improvvise, spesso messe a segno da gruppetti. Le prede sono persone sole o vulnerabili (giovani o anziani). Bottino minimo: qualche banconota, telefoni cellulari, monili. Le vittime vengono seguite, avvicinate con un pretesto e colpite rapidamente. Eppure, dicono gli investigatori, non c’è un reale controllo del territorio da parte di bande strutturate. Le risse esplodono da un sabato all’altro nello stesso luogo, nella stessa via, ma hanno come protagoniste etnie diverse. La capacità di risposta, secondo la Questura, è comunque considerata elevata. Quasi la totalità dei casi avrebbe portato all’individuazione degli autori, che spesso provengono dai centri d’accoglienza per minori stranieri non accompagnati.
Non sono, però, i soli a colpire. Ci sono anche gli immigrati di seconda generazione. Il caso più recente è del 10 gennaio 2026. Due tunisini di 19 anni vengono rintracciati e fermati dai Carabinieri per una rapina con aggressione e per una tentata rapina al Winter Park di Ponte Parodi, avvenute il 6 dicembre, ovvero il giorno dell’inaugurazione del luna park. Avrebbero colpito un giovane al volto per rubargli 50 euro, procurandogli lesioni, e poco dopo avrebbero tentato un secondo colpo. Decisive le telecamere. I due, già noti alle forze dell’ordine, vengono bloccati nel centro storico e portati nel carcere di Marassi. Pochi giorni prima, il 7 gennaio, la Polizia denuncia un ventenne e un sedicenne, entrambi stranieri, per rapina aggravata in concorso. In via Gramsci, a pochi passi dall’Acquario e dal Porto antico, agiscono in quattro a volto coperto, coltello e pistola, verosimilmente un’arma giocattolo senza tappo rosso. L’obiettivo sono denaro e cellulare. Il telefono viene ritrovato nella vicina via Prè dagli agenti della Polizia locale. I sospetti scappano, due vengono bloccati in piazza della Commenda. Il maggiorenne è risultato irregolare sul territorio nazionale, il sedicenne viene collocato in una comunità. Gli altri due restano dei ricercati. Lo stesso giorno uno studente diciottenne viene rapinato, preso a bottigliate e sfregiato nel salotto cittadino, la centralissima piazza De Ferrari. È una gang di almeno sei persone. «Mi hanno bloccato per strada», ha raccontato la vittima. Il 4 gennaio è segnato da un doppio colpo. Alle 3.15, in via dei Giustiniani, un diciottenne genovese viene spinto a terra da due stranieri che gli rubano smartphone e portafoglio. Taglio profondo al labbro. Un’ora dopo, all’incrocio con via San Lorenzo, un trentatreenne di origini marocchine viene aggredito da due nordafricani che cercano di rubargli il cellulare. Nel tentativo di difendersi riporta una ferita alla mano. All’alba del 3 gennaio una coppia di turisti italiani viene rapinata mentre rientra in hotel dopo una serata in discoteca. L’aggressione avviene in via XXV Aprile, la via dello shopping esclusivo. I due malcapitati erano stati seguiti dal Porto antico. Spintoni, borsa scippata alla ragazza. Escoriazioni. La sera del 2 gennaio, linea 1 dell’autobus, quartiere di Sestri Ponente. Tre giovani si avvicinano a una passeggera per frugare nello zaino. Ma la donna se ne accorge. Scoppia il caos. Una ragazza colpisce la vittima al volto con uno smartphone. I tre fuggono. Vengono rintracciati vicino alla stazione di Cornigliano: due algerini di 19 e 25 anni e una tunisina di 24. La ragazza ha un coltellino di dieci centimetri, quattro di lama. Il diciannovenne ha l’obbligo di presentazione quotidiana alla Polizia per precedenti contro il patrimonio e denunce per tentato furto aggravato, lesioni aggravate e possesso di oggetti atti a offendere. L’1 dicembre un giovane marocchino ha aggredito un’anziana nell’androne di casa nel quartiere Di Negro. Le ha strappato la borsa ed è scappato. Pochi giorni dopo, grazie alle telecamere, l’hanno individuato e arrestato.
E a provare che i maranza ormai abbiano messo le radici in città c’è un passaggio dell’ultima relazione del procuratore generale Roberto Aniello all’inaugurazione dell’anno giudiziario: «Il lavoro della Procura per minorenni di Genova ha subito in tutti i settori di sua competenza un notevole aumento motivato, nel penale, da un incremento di fenomeni di devianza minorile anche gravi». E aggiunge un numero che fa rumore: «Sono anche aumentate le richieste di misure cautelari del 55% rispetto al precedente anno giudiziario». E in molti casi si tratta di stranieri. Ma per la sindaca Salis la colpa è sempre degli altri.







