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2020-08-23
Continuano gli arrivi. I sindaci Pd-M5s non vogliono mollare sui divieti di sbarco
Ansa
Nonostante i trasferimenti disposti dalla Prefettura di Agrigento l'hotspot di Lampedusa resta una scatoletta per sardine: al suo interno ci sono ancora oltre 1.100 immigrati ammassati. Ma oltre ai rischi sanitari, con questi numeri è inevitabile qualche problema di ordine pubblico. Mettere una accanto all'altra etnie incompatibili è stata l'ennesima leggerezza di chi dovrebbe governare l'accoglienza. E ieri è scoppiata una violenta rissa, con tanto di sassaiola, tra libici e somali. I dissapori sono sorti perché, a quanto pare, entrambe le fazioni rivendicavano che i loro rispettivi spazi non fossero violati dagli immigrati di altre etnie. Inoltre sembra che i somali non gradissero che le loro donne fossero avvicinate dai libici. Per fortuna non ci sono stati feriti, perché il reparto mobile della polizia è intervenuto con tempestività riportando la calma. Ma l'episodio ha messo in luce tutti i limiti di un sistema d'accoglienza ormai collassato e abbandonato nelle sole mani delle forze dell'ordine. I mal di pancia, però, non si registrano solo all'interno dell'hotspot. L'altra notte un incendio, quasi certamente doloso, ha distrutto l'imbarcazione El Peskador, simbolo dell'accoglienza e della fraternità, installata nel belvedere del quartiere San Francesco, a Favara. Il barchino era stato eretto lì dai frati minori del convento di Sant'Antonio nel dicembre 2015, come emblema dell'accoglienza. È andato in fumo al pari del sistema d'accoglienza italiano, che non riesce a impedire gli approdi, non avvia i rimpatri (come aveva promesso il governo giallorosso) e non riesce a gestire i trasferimenti. La Prefettura di Agrigento continua ad annunciare soluzioni per alleggerire l'hotspot. Ieri, dopo l'ultimo sbarco notturno (l'undicesimo approdo negli ultimi due giorni) di 16 tunisini, 80 immigrati sono stati trasferiti con due motovedette a Porto Empedocle. Verranno poi dislocati nelle strutture d'accoglienza di Palermo e Catania. Altri due mezzi navali, uno della Guardia di finanza con 28 persone a bordo e l'altro della Guardia costiera con 38, hanno trasferito 66 immigrati a Pozzallo. Dal porto sono poi stati trasferiti in pullman a Caltanissetta per effettuare la quarantena. Altri 45 dovrebbero lasciare Lampedusa oggi per il centro d'accoglienza di Caltanissetta. I numeri, però, sono ancora molto esigui. Il sindaco dem di Trapani, Giacomo Tranchida, resta fermo sul suo no allo sbarco: «Bisogna che il governo eviti come avvenuto a Trapani la presenza di più navi. Io spero che nelle prossime ore con fermezza si vada a rimpatriare gran parte dei tunisini che non possono vantare titolo e diritto di tutela internazionale. E poi si deve dare garanzia all'opinione pubblica». Garanzie di questo tipo, però, non ne arrivano. Come dimostra il pasticcio di Augusta, dove alla fine, dopo una riunione del Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica a Siracusa, il sindaco pentastellato Cettina Di Pietro ha dato il via libera all'approdo della nave Aurelia, partita da Lampedusa con 250 immigrati a bordo. Ma solo perché ha ricevuto rassicurazioni che dalla nave sarebbero scesi solo i soggetti negativi al tampone (i 19 positivi rimarranno a bordo). In più la pentastellata ha ottenuto che una volta sbarcati saranno subito portati con degli autobus fuori dalla provincia siracusana. «Vi lavate la coscienza dicendo che con i pullman li mandate in altre province, lei ha il dovere di difendere il territorio da questa invasione incontrollata e costosa. Si occupi dei suoi concittadini bisognosi e si impegni a bloccare questi arrivi di clandestini», l'ha attaccata sulla sua pagina Facebook Gaetano Giuseppe Cavallaro, che sui social si presenta come un ex dipendente del ministero della Difesa. Ma è sulla «coerenza» che la Di Pietro si è beccata una valanga di commenti negativi. Ieri, contattata ripetutamente dalla Verità, ha preferito liquidare la questione rinviando al suo post in cui cantava vittoria per non aver accolto gli immigrati. Da brava pentastellata ha cercato di ribaltare la frittata: «Per quanti in queste ore stanno strumentalizzando la vicenda, ricordo che nel nostro porto commerciale, una intera area, dal 2013 al 2018, è stata stabilmente utilizzata come punto di sbarco e primo soccorso, nonché hotspot di fatto. Nulla di paragonabile con le operazioni che si stanno svolgendo stamattina. Ho condotto una vera e propria battaglia per restituire il porto alla sua naturale funzione. Battaglia vinta. L'area del porto commerciale è stata interamente sgombrata e migranti qui non ne sono sbarcati più, dopo essere stati il primo porto in Europa per arrivi». Ma anche in questo caso si è presa i rimbrotti dei suoi elettori: «La terminologia usata per affrontare il fenomeno migratorio parla da sé», commenta Maria Grazia Patania, molto attiva sui temi dell'immigrazione: «Battaglia vinta. Sgombero. Migranti qui non ne sono sbarcati più. Complimenti vivissimi davvero. Ora sì che abbiamo risolto i problemi del territorio». Il territorio siciliano, però, sembra essere sfuggito di mano. Ieri un albergo abbandonato in contrada Boscopiano a Vittoria, nel Ragusano, è stato occupato abusivamente da un gruppo di immigrati. I residenti della zona hanno presentato un esposto alla Procura, denunciando degrado e problemi di ordine pubblico. «Decine di infetti, decine di fuggiti, vergognose minacce e pressioni ai sindaci di Trapani (Pd) e Augusta (M5s) per far sbarcare i clandestini dalla nave quarantena. Romanzo criminale o governo criminale?», denuncia il leader della Lega Matteo Salvini.
L’Italia è ridotta a campo profughi e dall’Ue non si sente manco un fiato
Una delle frasi classiche tratte dal lessico dei vecchi comunisti, ogni volta che dovevano giustificare un repentino cambio di comportamento e di atteggiamento politico, era: «È cambiato il contesto». Ecco, quello stesso escamotage lessicale tornerà forse utile anche agli eurolirici nostrani per giustificare la radicale conversione a U dell'Unione Europea in materia di immigrazione.
L'estate scorsa, ai tempi di Matteo Salvini ministro degli Interni, non passava giorno senza che le autorità Ue facessero sentire la loro voce e il loro sdegno, criticando la linea rigorista italiana. In effetti, dal loro punto di vista, proprio il giro di vite deciso dall'allora titolare del Viminale aveva deviato e allontanato dall'Italia i principali flussi di immigrazione incontrollata e clandestina.
E quando non parlavano direttamente gli uomini di Bruxelles, a sparare a palle incatenate contro l'Italia provvedevano i singoli governi nazionali. Si distinse la Francia, con il soave Emmanuel Macron («I sovranismi li vedete crescere come una lebbra un po' ovunque in Europa»), superato in volgarità solo dal portavoce del suo partito, tale Gabriel Attal, che arrivò a definire «vomitevole» la politica italiana in materia di barconi.
Questa estate, improvvisamente, da Bruxelles a Parigi a Berlino, devono aver perso la voce, o magari devono aver finito i giga sul telefonino. A meno che - questa è probabilmente l'ipotesi insieme più realistica e più umiliante per noi - i nostri partner non siano finalmente soddisfatti del fatto che un governo amico e gradito, qual è per loro il Conte due, abbia reso di nuovo l'Italia un campo profughi.
Eppure, ogni giorno le cronache offrono squarci letteralmente drammatici, che non dovrebbero lasciare insensibili cuori tanto delicati come quelli dei nostri amici europei. È di poco più di ventiquattr'ore fa l'ultima scena, dolorosa e quasi infernale, avvenuta nell'hotspot di Lampedusa, con uno scontro terminato con lanci di pietre tra libici e somali. È toccato alle forze dell'ordine riportare la calma in un autentico girone dantesco: 1.500 immigrati assiepati in una struttura concepita per contenerne 192, più il caldo rovente, più le tensioni tra etnie e gruppi nazionali. In questo caso, a quanto pare, i due gruppi non volevano invasioni dei loro piccoli spazi da parte di migranti di altra nazionalità, e per giunta i somali non gradivano alcuna vicinanza tra le loro donne e i libici.
Ora, qualunque essere umano, a prescindere dalle proprie opinioni in materia di politica sull'immigrazione, non può che provare pena profonda per una situazione simile, lontanissima da qualunque standard accettabile in materia di diritti umani. Eppure stavolta il silenzio regna sovrano: non una parola, non una sillaba, non un sospiro dall'Europa.
La realtà è che è stata clamorosamente smascherata la maxiballa della collaborazione Ue su questo fronte. Ricordate il mitico «accordo di Malta», quando ci si promise che non saremmo più stati soli? Che fine ha fatto? In quale cestino è finito?
Improvvisamente, qualche mese fa, perfino il ministro degli Interni Luciana Lamorgese, a lungo celebrata dai mainstream media proprio per quell'intesa, sembrò essersi accorta del clamoroso rischio di fregatura nascosto nell'accordo. Al termine di un Consiglio affari interni a Bruxelles a inizio marzo, la titolare del Viminale ammise mestamente: «Non possiamo pensare di avere il principio di solidarietà tra tutti gli stati per quanto riguarda la redistribuzione dei migranti». E ancora: «Lo sapete bene anche voi, non è sempre un principio sentito come un principio europeo: perché alla fine c'è una parte di paesi che non vuole mai sentir parlare di una ripartizione obbligatoria».
Ma guarda: si tratta esattamente di ciò che La Verità e gli osservatori più disincantati avevano sostenuto da molto tempo prima, sin dal momento del varo dello strombazzato accordo. Questo giornale spiegò da subito alcune cose: che l'accordo era temporaneo («temporary arrangement»); che era su base volontaria, e non c'era modo di forzare i paesi Ue ad aderirvi; che riguardava i migranti presi in carico dalle navi Ong (circa il 9% di quelli arrivati nell'ultimo anno in Italia: tutti gli altri sarebbero rimasti a carico nostro); che i migranti soccorsi da navi statali dovevano essere sempre sbarcati nello stato di bandiera (immaginate dove); che se avessero aderito anche paesi come la Spagna, ci saremmo pure dovuti far carico delle loro quote, esponenzialmente cresciute nelle ultime due estati; che la sperimentazione sarebbe durata sei mesi, ma se i numeri fossero cresciuti troppo («substantially rise»), ci sarebbero state consultazioni tra i paesi firmatari, e nel frattempo l'intero meccanismo sarebbe potuto essere sospeso. Era la ragione per cui - senza pietà verso l'Italia e i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) fin dal primo giorno aveva definito l'accordo «revocable».
Morale: a numeri bassi, com'è accaduto nei mesi invernali, anche gli altri paesi hanno avuto interesse a far bella figura a costo irrisorio. Ma con il prevedibile ritorno dei numeri elevati, l'Italia si è ritrovata con i problemi di sempre. Aggravati dagli inequivocabili segnali psicologici e politici sciaguratamente forniti dal governo: la sanatoria per un verso, e la disapplicazione dei decreti Salvini per altro verso.
Lo stesso Salvini che il 3 ottobre prossimo andrà a processo proprio per una di queste vicende. Il mondo alla rovescia: il ministro che ha difeso i confini del suo paese, peraltro applicando un punto del proprio programma, finisce alla sbarra; mentre il governo che «piace» in Ue, dopo le pacche sulle spalle dei mesi scorsi, incassa ora l'indifferenza e il menefreghismo dei partner Ue.
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Il primo cittadino dem di Trapani: «I tunisini vanno rimpatriati». Ad Augusta a terra solo i negativi. A Lampedusa stipati in mille.L'Italia è ridotta a campo profughi e dall'Ue non si sente manco un fiato. Con Matteo Salvini al Viminale, le forze europeiste avevano gli sbarchi sulle nostre coste in cima alla loro agenda Giuseppi ha spalancato i porti trasformando alcune zone del Paese in terzo mondo, ma ora Bruxelles tace.Lo speciale comprende due articoli. Nonostante i trasferimenti disposti dalla Prefettura di Agrigento l'hotspot di Lampedusa resta una scatoletta per sardine: al suo interno ci sono ancora oltre 1.100 immigrati ammassati. Ma oltre ai rischi sanitari, con questi numeri è inevitabile qualche problema di ordine pubblico. Mettere una accanto all'altra etnie incompatibili è stata l'ennesima leggerezza di chi dovrebbe governare l'accoglienza. E ieri è scoppiata una violenta rissa, con tanto di sassaiola, tra libici e somali. I dissapori sono sorti perché, a quanto pare, entrambe le fazioni rivendicavano che i loro rispettivi spazi non fossero violati dagli immigrati di altre etnie. Inoltre sembra che i somali non gradissero che le loro donne fossero avvicinate dai libici. Per fortuna non ci sono stati feriti, perché il reparto mobile della polizia è intervenuto con tempestività riportando la calma. Ma l'episodio ha messo in luce tutti i limiti di un sistema d'accoglienza ormai collassato e abbandonato nelle sole mani delle forze dell'ordine. I mal di pancia, però, non si registrano solo all'interno dell'hotspot. L'altra notte un incendio, quasi certamente doloso, ha distrutto l'imbarcazione El Peskador, simbolo dell'accoglienza e della fraternità, installata nel belvedere del quartiere San Francesco, a Favara. Il barchino era stato eretto lì dai frati minori del convento di Sant'Antonio nel dicembre 2015, come emblema dell'accoglienza. È andato in fumo al pari del sistema d'accoglienza italiano, che non riesce a impedire gli approdi, non avvia i rimpatri (come aveva promesso il governo giallorosso) e non riesce a gestire i trasferimenti. La Prefettura di Agrigento continua ad annunciare soluzioni per alleggerire l'hotspot. Ieri, dopo l'ultimo sbarco notturno (l'undicesimo approdo negli ultimi due giorni) di 16 tunisini, 80 immigrati sono stati trasferiti con due motovedette a Porto Empedocle. Verranno poi dislocati nelle strutture d'accoglienza di Palermo e Catania. Altri due mezzi navali, uno della Guardia di finanza con 28 persone a bordo e l'altro della Guardia costiera con 38, hanno trasferito 66 immigrati a Pozzallo. Dal porto sono poi stati trasferiti in pullman a Caltanissetta per effettuare la quarantena. Altri 45 dovrebbero lasciare Lampedusa oggi per il centro d'accoglienza di Caltanissetta. I numeri, però, sono ancora molto esigui. Il sindaco dem di Trapani, Giacomo Tranchida, resta fermo sul suo no allo sbarco: «Bisogna che il governo eviti come avvenuto a Trapani la presenza di più navi. Io spero che nelle prossime ore con fermezza si vada a rimpatriare gran parte dei tunisini che non possono vantare titolo e diritto di tutela internazionale. E poi si deve dare garanzia all'opinione pubblica». Garanzie di questo tipo, però, non ne arrivano. Come dimostra il pasticcio di Augusta, dove alla fine, dopo una riunione del Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica a Siracusa, il sindaco pentastellato Cettina Di Pietro ha dato il via libera all'approdo della nave Aurelia, partita da Lampedusa con 250 immigrati a bordo. Ma solo perché ha ricevuto rassicurazioni che dalla nave sarebbero scesi solo i soggetti negativi al tampone (i 19 positivi rimarranno a bordo). In più la pentastellata ha ottenuto che una volta sbarcati saranno subito portati con degli autobus fuori dalla provincia siracusana. «Vi lavate la coscienza dicendo che con i pullman li mandate in altre province, lei ha il dovere di difendere il territorio da questa invasione incontrollata e costosa. Si occupi dei suoi concittadini bisognosi e si impegni a bloccare questi arrivi di clandestini», l'ha attaccata sulla sua pagina Facebook Gaetano Giuseppe Cavallaro, che sui social si presenta come un ex dipendente del ministero della Difesa. Ma è sulla «coerenza» che la Di Pietro si è beccata una valanga di commenti negativi. Ieri, contattata ripetutamente dalla Verità, ha preferito liquidare la questione rinviando al suo post in cui cantava vittoria per non aver accolto gli immigrati. Da brava pentastellata ha cercato di ribaltare la frittata: «Per quanti in queste ore stanno strumentalizzando la vicenda, ricordo che nel nostro porto commerciale, una intera area, dal 2013 al 2018, è stata stabilmente utilizzata come punto di sbarco e primo soccorso, nonché hotspot di fatto. Nulla di paragonabile con le operazioni che si stanno svolgendo stamattina. Ho condotto una vera e propria battaglia per restituire il porto alla sua naturale funzione. Battaglia vinta. L'area del porto commerciale è stata interamente sgombrata e migranti qui non ne sono sbarcati più, dopo essere stati il primo porto in Europa per arrivi». Ma anche in questo caso si è presa i rimbrotti dei suoi elettori: «La terminologia usata per affrontare il fenomeno migratorio parla da sé», commenta Maria Grazia Patania, molto attiva sui temi dell'immigrazione: «Battaglia vinta. Sgombero. Migranti qui non ne sono sbarcati più. Complimenti vivissimi davvero. Ora sì che abbiamo risolto i problemi del territorio». Il territorio siciliano, però, sembra essere sfuggito di mano. Ieri un albergo abbandonato in contrada Boscopiano a Vittoria, nel Ragusano, è stato occupato abusivamente da un gruppo di immigrati. I residenti della zona hanno presentato un esposto alla Procura, denunciando degrado e problemi di ordine pubblico. «Decine di infetti, decine di fuggiti, vergognose minacce e pressioni ai sindaci di Trapani (Pd) e Augusta (M5s) per far sbarcare i clandestini dalla nave quarantena. Romanzo criminale o governo criminale?», denuncia il leader della Lega Matteo Salvini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/continuano-gli-arrivi-i-sindaci-pd-m5s-non-vogliono-mollare-sui-divieti-di-sbarco-2647061371.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-e-ridotta-a-campo-profughi-e-dallue-non-si-sente-manco-un-fiato" data-post-id="2647061371" data-published-at="1598128101" data-use-pagination="False"> L’Italia è ridotta a campo profughi e dall’Ue non si sente manco un fiato Una delle frasi classiche tratte dal lessico dei vecchi comunisti, ogni volta che dovevano giustificare un repentino cambio di comportamento e di atteggiamento politico, era: «È cambiato il contesto». Ecco, quello stesso escamotage lessicale tornerà forse utile anche agli eurolirici nostrani per giustificare la radicale conversione a U dell'Unione Europea in materia di immigrazione. L'estate scorsa, ai tempi di Matteo Salvini ministro degli Interni, non passava giorno senza che le autorità Ue facessero sentire la loro voce e il loro sdegno, criticando la linea rigorista italiana. In effetti, dal loro punto di vista, proprio il giro di vite deciso dall'allora titolare del Viminale aveva deviato e allontanato dall'Italia i principali flussi di immigrazione incontrollata e clandestina. E quando non parlavano direttamente gli uomini di Bruxelles, a sparare a palle incatenate contro l'Italia provvedevano i singoli governi nazionali. Si distinse la Francia, con il soave Emmanuel Macron («I sovranismi li vedete crescere come una lebbra un po' ovunque in Europa»), superato in volgarità solo dal portavoce del suo partito, tale Gabriel Attal, che arrivò a definire «vomitevole» la politica italiana in materia di barconi. Questa estate, improvvisamente, da Bruxelles a Parigi a Berlino, devono aver perso la voce, o magari devono aver finito i giga sul telefonino. A meno che - questa è probabilmente l'ipotesi insieme più realistica e più umiliante per noi - i nostri partner non siano finalmente soddisfatti del fatto che un governo amico e gradito, qual è per loro il Conte due, abbia reso di nuovo l'Italia un campo profughi. Eppure, ogni giorno le cronache offrono squarci letteralmente drammatici, che non dovrebbero lasciare insensibili cuori tanto delicati come quelli dei nostri amici europei. È di poco più di ventiquattr'ore fa l'ultima scena, dolorosa e quasi infernale, avvenuta nell'hotspot di Lampedusa, con uno scontro terminato con lanci di pietre tra libici e somali. È toccato alle forze dell'ordine riportare la calma in un autentico girone dantesco: 1.500 immigrati assiepati in una struttura concepita per contenerne 192, più il caldo rovente, più le tensioni tra etnie e gruppi nazionali. In questo caso, a quanto pare, i due gruppi non volevano invasioni dei loro piccoli spazi da parte di migranti di altra nazionalità, e per giunta i somali non gradivano alcuna vicinanza tra le loro donne e i libici. Ora, qualunque essere umano, a prescindere dalle proprie opinioni in materia di politica sull'immigrazione, non può che provare pena profonda per una situazione simile, lontanissima da qualunque standard accettabile in materia di diritti umani. Eppure stavolta il silenzio regna sovrano: non una parola, non una sillaba, non un sospiro dall'Europa. La realtà è che è stata clamorosamente smascherata la maxiballa della collaborazione Ue su questo fronte. Ricordate il mitico «accordo di Malta», quando ci si promise che non saremmo più stati soli? Che fine ha fatto? In quale cestino è finito? Improvvisamente, qualche mese fa, perfino il ministro degli Interni Luciana Lamorgese, a lungo celebrata dai mainstream media proprio per quell'intesa, sembrò essersi accorta del clamoroso rischio di fregatura nascosto nell'accordo. Al termine di un Consiglio affari interni a Bruxelles a inizio marzo, la titolare del Viminale ammise mestamente: «Non possiamo pensare di avere il principio di solidarietà tra tutti gli stati per quanto riguarda la redistribuzione dei migranti». E ancora: «Lo sapete bene anche voi, non è sempre un principio sentito come un principio europeo: perché alla fine c'è una parte di paesi che non vuole mai sentir parlare di una ripartizione obbligatoria». Ma guarda: si tratta esattamente di ciò che La Verità e gli osservatori più disincantati avevano sostenuto da molto tempo prima, sin dal momento del varo dello strombazzato accordo. Questo giornale spiegò da subito alcune cose: che l'accordo era temporaneo («temporary arrangement»); che era su base volontaria, e non c'era modo di forzare i paesi Ue ad aderirvi; che riguardava i migranti presi in carico dalle navi Ong (circa il 9% di quelli arrivati nell'ultimo anno in Italia: tutti gli altri sarebbero rimasti a carico nostro); che i migranti soccorsi da navi statali dovevano essere sempre sbarcati nello stato di bandiera (immaginate dove); che se avessero aderito anche paesi come la Spagna, ci saremmo pure dovuti far carico delle loro quote, esponenzialmente cresciute nelle ultime due estati; che la sperimentazione sarebbe durata sei mesi, ma se i numeri fossero cresciuti troppo («substantially rise»), ci sarebbero state consultazioni tra i paesi firmatari, e nel frattempo l'intero meccanismo sarebbe potuto essere sospeso. Era la ragione per cui - senza pietà verso l'Italia e i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) fin dal primo giorno aveva definito l'accordo «revocable». Morale: a numeri bassi, com'è accaduto nei mesi invernali, anche gli altri paesi hanno avuto interesse a far bella figura a costo irrisorio. Ma con il prevedibile ritorno dei numeri elevati, l'Italia si è ritrovata con i problemi di sempre. Aggravati dagli inequivocabili segnali psicologici e politici sciaguratamente forniti dal governo: la sanatoria per un verso, e la disapplicazione dei decreti Salvini per altro verso. Lo stesso Salvini che il 3 ottobre prossimo andrà a processo proprio per una di queste vicende. Il mondo alla rovescia: il ministro che ha difeso i confini del suo paese, peraltro applicando un punto del proprio programma, finisce alla sbarra; mentre il governo che «piace» in Ue, dopo le pacche sulle spalle dei mesi scorsi, incassa ora l'indifferenza e il menefreghismo dei partner Ue.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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