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2020-03-20
Conte insiste per infilarsi il cappio del Mes
Christine Lagarde (Ansa)
Il bazooka messo in campo dalla Bce alla mezzanotte del 18 marzo è una risposta definitiva ai fabbisogni di debito pubblico generati dalla crisi da Covid-19? Il Mes, così improvvidamente richiesto dal nostro governo nei giorni scorsi (nessuno ha smentito le richieste attribuite a Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri), è definitivamente accantonato? «In Italia non c'è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo», diceva Giuseppe Prezzolini.
Con il passare delle ore, la risposta a entrambe le domande pare essere negativa. Né Christine Lagarde ha risolto tutto, né il Mes è definitivamente fuori gioco. L'intervento del presidente della Bce è sembrato un tappo messo a una barca che sta facendo acqua, un modo per comprare tempo, nonostante il malcelato dissenso dei tedeschi e degli olandesi. I nodi da sciogliere sono ancora tutti là.
Il fatto che il Mes sia ancora sul tavolo, però, è confermato dal premier in persona, che ieri ha detto al Financial Times che il Mes «deve essere messo in moto per rispondere urgentemente» all'epidemia. Secondo Conte, «la linea da seguire è aprire le linee di credito del Mes a tutti gli Stati membri per aiutarli a combattere le conseguenze del coronavirus».
Ancora prima dell'Eurogruppo di lunedì 16, si erano levate voci per richiederne l'applicazione. Dapprima Giampaolo Galli e Lorenzo Codogno sul Sole 24 Ore del 12 marzo ne hanno invocato l'applicazione secondo il testo riformato ma non ancor approvato, invitando quindi a un rapido sì. Peccato che lo stesso Galli in audizione parlamentare aveva definito il riformando Mes «una pistola puntata alla tempia». Poi Enrico Letta che, ancora mercoledì sera, scriveva su Twitter: «Occorre agire; Mes è dotato di risorse, intervenga per fermare la crisi, purché si cambino le regole d'ingaggio, non sia un commissariamento come in Grecia e si elimini ogni condizionalità nell'utilizzo di quei fondi». Quanto invocato da Galli e Letta non è fattibile, perché fuori dalle regole attuali. Il Mes è un finanziatore, con un proprio statuto, un trattato istitutivo ed è separato dalla Ue. È stato istituito nel 2012 come fondo per erogare sostegno finanziario ai Paesi che avessero perso l'accesso ai mercati. Ed è questo il primo punto: a oggi, nessun Paese dell'Eurozona, men che meno l'Italia, è in questa condizione. Inoltre, sia nella attuale versione sia in quella riformanda, può erogare due linee di credito una precauzionale (Pccl) e l'altra rafforzata (Eccl), entrambe soggette a condizionalità, ancora più severe nel secondo caso. Si tratta di sottoscrivere un programma di aggiustamento, tagli e aumenti di imposte, che garantiscano al creditore il puntuale rimborso dei prestiti.
Ricevere un finanziamento a condizioni rafforzate (Eccl), per l'Italia significherebbe spalancare le porte alle Omt, gli acquisti illimitati di titoli pubblici da parte della Bce previsti proprio all'interno di un pacchetto di salvataggio finanziato dal Mes. Ed è questo l'obiettivo del blocco nord europeo capitanato dai tedeschi: tenderci la trappola del Mes per far sì che gli acquisti della Bce non siano incondizionati, come accade oggi con il Qe, ma disciplinati da regole a carico del Paese debitore. Probabilmente l'avrebbero già fatto, ma si sono fermati davanti alla prospettiva del panico che si scatenerebbe sui mercati se l'Italia entrasse in un simile meccanismo. In ogni caso, qualsiasi intervento del Mes fuori dai canoni previsti comporterebbe il vaglio da parte dei Parlamenti nazionali, ha ribadito da Angela Merkel.
Ecco quindi giustificata la titubanza del capo del Mes, Klaus Regling, di fronte alle richieste italiane. Il Mes è questo, prendere o lasciare. Se ne volete un altro, fatene un altro, ma ci vorrà tempo. Ma questo Mes serve proprio per riuscire là dove non è riuscita la Commissione: mettere definitivamente il guinzaglio all'Italia che dribbla ormai da cinque anni le regole del fiscal compact che le impongono di ridurre l'eccedenza di debito pubblico oltre il 60% di debito/Pil per 1/20 all'anno. Un bagno di sangue che continuiamo a rimandare e qui da noi qualcuno vuole facilitare, finendo sotto le forche caudine di un creditore privilegiato.
La Lagarde si piega: la Bce farà la Bce. Spread giù del 29,5% a quota 200 punti
«Christine Lagarde sta imparando il tedesco», scrivevano i corrispondenti di Bloomberg lo scorso 30 dicembre. E a quanto pare deve averlo imparato bene, visto l'esito della conferenza stampa dello scorso 12 marzo. La Bce «non è qui per chiudere gli spread» - come dire che un cuoco non si occupa di cucina - ebbe a dire, mostrando di avere imparato alla perfezione il mantra della Bundesbank. Mantra ripetuto dal governatore della Banca centrale austriaca Robert Holzmann, secondo il quale l'Eurotower aveva «raggiunto i suoi limiti», e quindi lasciando intendere che non vi sarebbero stati acquisti sul mercati.
Ed è lì che, una volta raggiunto il massimo di 320 punti, lo spread fra Btp e Bund ha iniziato vistosamente a calare per arrivare ai 200 punti di ieri. Sono accadute due cose. Banca d'Italia ha creato denaro dal nulla (anzi con un click) e ha acquistato titoli di Stato italiani. Il prezzo è quindi aumentato. I rendimenti erano infatti esplosi verso l'alto anche e soprattutto per la sciagurata idea di Giuseppi e di Roberto Gualtieri di chiedere che l'Italia avesse accesso alle linee di credito del Mes dando quindi il segnale al mercato di difficoltà finanziarie del Paese peraltro inesistenti. E il governo ancora ieri si baloccava assieme a mezzo Pd (dall'ex premier Enrico Letta all'europarlamentare Irene Tinagli) su come fare a mettere il Paese nella trappola del Fondo salvastati. Poi da Francoforte arriva il comunicato che sotterra (ancora per un po', ma non per sempre) la bislacca di idea di trasformare il Mes nel pivot finanziario che presta i soldi ai Paesi fiaccati dal coronavirus. L'Eurotower vara uno speciale programma di acquisto per l'emergenza pandemia di 750 miliardi. Il tutto condito con un personalissimo tweet della Lagarde: «Momenti straordinari richiedono atti straordinari. Non ci sono limiti al nostro impegno nei confronti dell'euro. Siamo decisi a sfruttare a pieno il potenziale dei nostri strumenti nell'ambito del nostro mandato».
Non sfuggirà che al centro dei pensieri di Francoforte non vi sono né i morti né i disoccupati né le saracinesche abbassate a causa della chiusura forzata di tutte le attività economiche ormai imposta da quasi tutti i Paesi dell'Eurozona. No, c'è sempre e solo il totem dell'euro. Ma dall'iniziativa della Bce di ieri sono emerse altre due verità che ci auguriamo non vengano mai più dimenticate nel proseguo del triste dibattito sull'emergenza economica che si aprirà di qui ai prossimi giorni.
La prima è che il rendimento dei titoli di Stato (e quindi lo spread) è tutta farina del sacco delle Banche centrali, non fosse altro perché il loro mestiere è quello di indirizzare la struttura dei tassi di interesse. Non c'entrano nulla Ruby rubacuori o le conferenze stampa di Matteo Salvini. La Bce ha dichiarato che «non tollererà rischi che si ripercuotano sull'efficace trasmissione della sua politica monetaria». Acquisterà titoli di Stato in proporzione al capitale detenuto da ciascun Paese. E dei 750 miliardi previsti (eventualmente incrementabili) la Bce - attraverso la Banca d'Italia - acquisterà Btp per circa 105, pari al 14% circa del totale, cioè appunto la quota detenuta da via Nazionale dentro l'Eurotower. Queste percentuali di distribuzione dello shopping potranno però variare in quanto la Bce adotterà «modalità flessibili» in relazione alle necessità.
La seconda verità è che purtroppo la cassetta degli attrezzi della Bce ormai è vuota. Già il quantitative easing si era dimostrato inefficace nello stimolare l'erogazione del credito. Secondo le statistiche Abi, infatti, dal 2011 a oggi il credito a famiglie e imprese è crollato da quasi 1.700 miliardi a poco più di 1.400. E come non ci stancheremo mai di scrivere, alle banche per fare credito tutto serve meno che il denaro della Bce. È necessario il capitale degli azionisti che consenta di far fronte a perdite su crediti attese e inattese (oltre 170 miliardi in sei anni per le banche italiane). Serve una domanda di prestiti che può partire solo da famiglie e imprese, ma che in presenza di crisi non potrà che languire.
Serve la ragionevole aspettativa che il denaro prestato possa infine tornare indietro. Tutte cose - patrimonio, domanda e fiducia - che il Qe di qualsiasi Banca centrale non potrà mai e poi mai garantire. Ecco perché servirà a poco. Anzi a nulla. E se anche per puro caso il quantitative easing come presentato ieri avesse successo nello stimolare il credito, non è questo ciò che serve al Paese in questo momento. Gli alberghi, i ristoranti, i negozi che sono stati forzatamente chiusi a questo punto non hanno più bisogno di credito, ma di vedere reintegrato quel giro d'affari perso che le ha messe al tappeto. Chi mai potrebbe infatti desiderare di vedersi accreditare tutto il necessario per pagare i debiti nel frattempo gonfiatisi (affitti, stipendi, contributi, bollette, fornitori eccetera) con altro credito bancario che non sarebbe poi comunque in grado di rimborsare?
Tutte cose che a una Banca centrale non nostra importano meno di zero, dal momento che la condividiamo con altri 18 Paesi che non hanno le stesse nostre esigenze. Sono i devastanti effetti collaterali della perdita di sovranità monetaria. Virus purtroppo terribile tanto quanto il Covid-19, e capace di fare danni forse ancora più gravi.
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Mentre l'intervento del Meccanismo di stabilità sembra rimandato, il premier vuole aprire le linee di credito.Christine Lagarde si piega: la Bce farà la Bce. Spread giù del 29,5% a quota 200 punti. La risposta al maxi programma di aiuti prova che il differenziale dipende dalle Banche centrali, non dalla nostra politica interna.Lo speciale contiene due articoli. Il bazooka messo in campo dalla Bce alla mezzanotte del 18 marzo è una risposta definitiva ai fabbisogni di debito pubblico generati dalla crisi da Covid-19? Il Mes, così improvvidamente richiesto dal nostro governo nei giorni scorsi (nessuno ha smentito le richieste attribuite a Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri), è definitivamente accantonato? «In Italia non c'è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo», diceva Giuseppe Prezzolini.Con il passare delle ore, la risposta a entrambe le domande pare essere negativa. Né Christine Lagarde ha risolto tutto, né il Mes è definitivamente fuori gioco. L'intervento del presidente della Bce è sembrato un tappo messo a una barca che sta facendo acqua, un modo per comprare tempo, nonostante il malcelato dissenso dei tedeschi e degli olandesi. I nodi da sciogliere sono ancora tutti là.Il fatto che il Mes sia ancora sul tavolo, però, è confermato dal premier in persona, che ieri ha detto al Financial Times che il Mes «deve essere messo in moto per rispondere urgentemente» all'epidemia. Secondo Conte, «la linea da seguire è aprire le linee di credito del Mes a tutti gli Stati membri per aiutarli a combattere le conseguenze del coronavirus». Ancora prima dell'Eurogruppo di lunedì 16, si erano levate voci per richiederne l'applicazione. Dapprima Giampaolo Galli e Lorenzo Codogno sul Sole 24 Ore del 12 marzo ne hanno invocato l'applicazione secondo il testo riformato ma non ancor approvato, invitando quindi a un rapido sì. Peccato che lo stesso Galli in audizione parlamentare aveva definito il riformando Mes «una pistola puntata alla tempia». Poi Enrico Letta che, ancora mercoledì sera, scriveva su Twitter: «Occorre agire; Mes è dotato di risorse, intervenga per fermare la crisi, purché si cambino le regole d'ingaggio, non sia un commissariamento come in Grecia e si elimini ogni condizionalità nell'utilizzo di quei fondi». Quanto invocato da Galli e Letta non è fattibile, perché fuori dalle regole attuali. Il Mes è un finanziatore, con un proprio statuto, un trattato istitutivo ed è separato dalla Ue. È stato istituito nel 2012 come fondo per erogare sostegno finanziario ai Paesi che avessero perso l'accesso ai mercati. Ed è questo il primo punto: a oggi, nessun Paese dell'Eurozona, men che meno l'Italia, è in questa condizione. Inoltre, sia nella attuale versione sia in quella riformanda, può erogare due linee di credito una precauzionale (Pccl) e l'altra rafforzata (Eccl), entrambe soggette a condizionalità, ancora più severe nel secondo caso. Si tratta di sottoscrivere un programma di aggiustamento, tagli e aumenti di imposte, che garantiscano al creditore il puntuale rimborso dei prestiti. Ricevere un finanziamento a condizioni rafforzate (Eccl), per l'Italia significherebbe spalancare le porte alle Omt, gli acquisti illimitati di titoli pubblici da parte della Bce previsti proprio all'interno di un pacchetto di salvataggio finanziato dal Mes. Ed è questo l'obiettivo del blocco nord europeo capitanato dai tedeschi: tenderci la trappola del Mes per far sì che gli acquisti della Bce non siano incondizionati, come accade oggi con il Qe, ma disciplinati da regole a carico del Paese debitore. Probabilmente l'avrebbero già fatto, ma si sono fermati davanti alla prospettiva del panico che si scatenerebbe sui mercati se l'Italia entrasse in un simile meccanismo. In ogni caso, qualsiasi intervento del Mes fuori dai canoni previsti comporterebbe il vaglio da parte dei Parlamenti nazionali, ha ribadito da Angela Merkel.Ecco quindi giustificata la titubanza del capo del Mes, Klaus Regling, di fronte alle richieste italiane. Il Mes è questo, prendere o lasciare. Se ne volete un altro, fatene un altro, ma ci vorrà tempo. Ma questo Mes serve proprio per riuscire là dove non è riuscita la Commissione: mettere definitivamente il guinzaglio all'Italia che dribbla ormai da cinque anni le regole del fiscal compact che le impongono di ridurre l'eccedenza di debito pubblico oltre il 60% di debito/Pil per 1/20 all'anno. Un bagno di sangue che continuiamo a rimandare e qui da noi qualcuno vuole facilitare, finendo sotto le forche caudine di un creditore privilegiato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-insiste-per-infilarsi-il-cappio-del-mes-2645539336.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lagarde-si-piega-la-bce-fara-la-bce-spread-giu-del-295-a-quota-200-punti" data-post-id="2645539336" data-published-at="1769342106" data-use-pagination="False"> La Lagarde si piega: la Bce farà la Bce. Spread giù del 29,5% a quota 200 punti «Christine Lagarde sta imparando il tedesco», scrivevano i corrispondenti di Bloomberg lo scorso 30 dicembre. E a quanto pare deve averlo imparato bene, visto l'esito della conferenza stampa dello scorso 12 marzo. La Bce «non è qui per chiudere gli spread» - come dire che un cuoco non si occupa di cucina - ebbe a dire, mostrando di avere imparato alla perfezione il mantra della Bundesbank. Mantra ripetuto dal governatore della Banca centrale austriaca Robert Holzmann, secondo il quale l'Eurotower aveva «raggiunto i suoi limiti», e quindi lasciando intendere che non vi sarebbero stati acquisti sul mercati. Ed è lì che, una volta raggiunto il massimo di 320 punti, lo spread fra Btp e Bund ha iniziato vistosamente a calare per arrivare ai 200 punti di ieri. Sono accadute due cose. Banca d'Italia ha creato denaro dal nulla (anzi con un click) e ha acquistato titoli di Stato italiani. Il prezzo è quindi aumentato. I rendimenti erano infatti esplosi verso l'alto anche e soprattutto per la sciagurata idea di Giuseppi e di Roberto Gualtieri di chiedere che l'Italia avesse accesso alle linee di credito del Mes dando quindi il segnale al mercato di difficoltà finanziarie del Paese peraltro inesistenti. E il governo ancora ieri si baloccava assieme a mezzo Pd (dall'ex premier Enrico Letta all'europarlamentare Irene Tinagli) su come fare a mettere il Paese nella trappola del Fondo salvastati. Poi da Francoforte arriva il comunicato che sotterra (ancora per un po', ma non per sempre) la bislacca di idea di trasformare il Mes nel pivot finanziario che presta i soldi ai Paesi fiaccati dal coronavirus. L'Eurotower vara uno speciale programma di acquisto per l'emergenza pandemia di 750 miliardi. Il tutto condito con un personalissimo tweet della Lagarde: «Momenti straordinari richiedono atti straordinari. Non ci sono limiti al nostro impegno nei confronti dell'euro. Siamo decisi a sfruttare a pieno il potenziale dei nostri strumenti nell'ambito del nostro mandato». Non sfuggirà che al centro dei pensieri di Francoforte non vi sono né i morti né i disoccupati né le saracinesche abbassate a causa della chiusura forzata di tutte le attività economiche ormai imposta da quasi tutti i Paesi dell'Eurozona. No, c'è sempre e solo il totem dell'euro. Ma dall'iniziativa della Bce di ieri sono emerse altre due verità che ci auguriamo non vengano mai più dimenticate nel proseguo del triste dibattito sull'emergenza economica che si aprirà di qui ai prossimi giorni. La prima è che il rendimento dei titoli di Stato (e quindi lo spread) è tutta farina del sacco delle Banche centrali, non fosse altro perché il loro mestiere è quello di indirizzare la struttura dei tassi di interesse. Non c'entrano nulla Ruby rubacuori o le conferenze stampa di Matteo Salvini. La Bce ha dichiarato che «non tollererà rischi che si ripercuotano sull'efficace trasmissione della sua politica monetaria». Acquisterà titoli di Stato in proporzione al capitale detenuto da ciascun Paese. E dei 750 miliardi previsti (eventualmente incrementabili) la Bce - attraverso la Banca d'Italia - acquisterà Btp per circa 105, pari al 14% circa del totale, cioè appunto la quota detenuta da via Nazionale dentro l'Eurotower. Queste percentuali di distribuzione dello shopping potranno però variare in quanto la Bce adotterà «modalità flessibili» in relazione alle necessità. La seconda verità è che purtroppo la cassetta degli attrezzi della Bce ormai è vuota. Già il quantitative easing si era dimostrato inefficace nello stimolare l'erogazione del credito. Secondo le statistiche Abi, infatti, dal 2011 a oggi il credito a famiglie e imprese è crollato da quasi 1.700 miliardi a poco più di 1.400. E come non ci stancheremo mai di scrivere, alle banche per fare credito tutto serve meno che il denaro della Bce. È necessario il capitale degli azionisti che consenta di far fronte a perdite su crediti attese e inattese (oltre 170 miliardi in sei anni per le banche italiane). Serve una domanda di prestiti che può partire solo da famiglie e imprese, ma che in presenza di crisi non potrà che languire. Serve la ragionevole aspettativa che il denaro prestato possa infine tornare indietro. Tutte cose - patrimonio, domanda e fiducia - che il Qe di qualsiasi Banca centrale non potrà mai e poi mai garantire. Ecco perché servirà a poco. Anzi a nulla. E se anche per puro caso il quantitative easing come presentato ieri avesse successo nello stimolare il credito, non è questo ciò che serve al Paese in questo momento. Gli alberghi, i ristoranti, i negozi che sono stati forzatamente chiusi a questo punto non hanno più bisogno di credito, ma di vedere reintegrato quel giro d'affari perso che le ha messe al tappeto. Chi mai potrebbe infatti desiderare di vedersi accreditare tutto il necessario per pagare i debiti nel frattempo gonfiatisi (affitti, stipendi, contributi, bollette, fornitori eccetera) con altro credito bancario che non sarebbe poi comunque in grado di rimborsare? Tutte cose che a una Banca centrale non nostra importano meno di zero, dal momento che la condividiamo con altri 18 Paesi che non hanno le stesse nostre esigenze. Sono i devastanti effetti collaterali della perdita di sovranità monetaria. Virus purtroppo terribile tanto quanto il Covid-19, e capace di fare danni forse ancora più gravi.
Jacques Moretti (Ansa)
A restituire la libertà al titolare del locale e a far cadere le braccia al mondo è bastata una cauzione di 200.000 franchi, 215.000 euro, grazie alla quale è tornato a casa il principale accusato per omicidio plurimo, lesioni e incendio colposo. Secondo i giudici svizzeri, l’obbligo di firma sarebbe sufficiente a evitare il pericolo di fuga. Soldi (pure pochi) che ancora una volta contano più dei sentimenti nella scala gerarchica dei valori; un affronto alle 40 vittime, 6 italiane più 11 feriti, arrivato come uno schiaffo fino a palazzo Chigi e alla Farnesina.
Per questo ieri il premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno preso una decisione di sensibilità: richiamare l’ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Corrado, per «rappresentare alla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, la viva indignazione del governo e dell’Italia di fronte alla decisione del Tribunale delle misure coercitive di Sion di scarcerare Moretti nonostante l’estrema gravità del reato di cui è sospettato, le pesanti responsabilità che incombono su di lui, il persistente pericolo di fuga e l’evidente rischio di ulteriore inquinamento delle prove a suo carico».
L’iniziativa italiana ha un valore diplomatico di prim’ordine e costituisce un precedente, anche se non ha effetti concreti sui rapporti istituzionali fra i due Paesi. Arriva al culmine di un’escalation emotiva contro lungaggini e tecnicismi che inducono a scambiare il garantismo per sottovalutazione d’una strage. «L’Italia tutta chiede a gran voce verità e giustizia», prosegue la nota. «E chiede che a ridosso di questa sciagura vengano adottati provvedimenti rispettosi che tengano pienamente conto delle sofferenze e delle aspettative delle famiglie. La decisione di scarcerare Jacques Moretti rappresenta una grave offesa e un’ulteriore ferita inferta alle famiglie delle vittime della tragedia di Crans-Montana e di coloro che sono tuttora ricoverati in ospedale». Il ministro Tajani ha aggiunto: «Siamo molto indignati, come rappresentanti delle istituzioni e come genitori. Per 200.000 franchi si è venduta la giustizia del Canton Vallese. Vogliamo sapere chi ha pagato la cauzione e se ci sono complicità in quanto avvenuto la notte di Capodanno a Le Constellation. È inaccettabile quello che è accaduto ed è inaccettabile la lentezza». Allude al misterioso amico dei coniugi Moretti e ai buchi riguardanti autopsie superficiali, responsabilità comunali, documentazione carente e modalità nebulose nei controlli relativi all’agibilità e alle misure di sicurezza del locale.
Per la cronaca, la moglie del proprietario, Jessica Maric, non è stata incarcerata anche se deve firmare ogni giorno in gendarmeria. Moretti libero è un nuovo colpo alla credibilità - nella prevenzione, nell’organizzazione, nella tradizione di rigore procedurale - della Confederazione, da sempre punto di riferimento per chi vive a Sud delle Alpi e viene deriso, spesso con ragione, per lassismo e maneggi del sistema. Ora, è pur vero che alle nostre latitudini e con il ponte Morandi sulle spalle non possiamo impancarci a dare lezioni di efficienza agli svizzeri, ma l’intera gestione della vicenda (a meno di un mese dallo choc determinato dal rogo maledetto) appare rivedibile soprattutto nella declinazione delle parole «umanità» e «opportunità».
Colto di sorpresa dall’iniziativa di Meloni e Tajani, il governo di Berna ha inteso replicare ai massimi livelli con una dichiarazione del presidente Guy Parmelin in un video pubblicato da Blick, con la quale di fatto giustifica la liberazione del principale presunto responsabile della strage. «Possiamo comprendere l’indignazione ma in Svizzera abbiamo procedure diverse da quelle italiane e i due sistemi giuridici non vanno sovrapposti. Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri e la politica non deve interferire. La giustizia deve svolgere le indagini in modo trasparente e pagare eventuali errori. La stessa cosa sul piano politico».
Una posizione legittima ma fredda come un ghiacciaio, peraltro non condivisa da una parte della società civile di quel Paese. Lo dimostra la decisione di tagliare un buon numero degli eventi organizzati per le Olimpiadi di Milano-Cortina. Alexandre Edelmann, capo di Presenza Svizzera, nei giorni scorsi ha spiegato che «il contesto che si è creato, l’ampiezza mediatica e la dimensione politica ci hanno spinti a ridimensionare tutto», soprattutto a Milano. Concretezza e profilo basso sono indispensabili in questa delicata fase di elaborazione del lutto. Una sensibilità che non si può chiedere al magistrato che ha accettato la cauzione. «Ci sono state omissioni gravi, pecche scandalose», scuote il capo Andrea Costanzo, papà di Chiara, davanti alla foto della figlia. «Sono trascorse tre settimane e lassù c’è chi continua a fare la bella vita».
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E’ cominciato il periodo più “dolce” dell’anno: Carnevale! Le ricette di dolcetti sono infinite, ma la caratteristica gastronomica del “carnem levare” è sicuramente il fritto. Noi allora ci siamo rivolti a una preparazione che accontenta tutti, che risolve una cena o un pranzo, che è una base per un ottimo aperitivo e fa felici i bambini. La mozzarella in carrozza! Non è difficile da fare però dovete avere l’ accortezza di sigillare bene le fette di pane. Per questo potete anche pensare di usare il pane morbido da tramezzini che si sigilla meglio, ma non sarà mai un problema insormontabile. Dunque in carrozza.
Ingredienti – 400 gr di pane in cassetta (o da tramezzini) 400 gr di mozzarella fiordilatte (abbiate cura di scolarla bene) 150 gr di prosciutto cotto, 8 filetti di acciughe sott’olio, 5 uova grandi o 6 medie, farina, pangrattato, sale q.b., 1 litro di olio per friggere (noi usiamo il girasole alto oleico italiano). Se serve un mezzo bicchiere di latte.
Preparazione – Tagliate sottilmente la mozzarella, adagiatene un po’ su una fetta di pancarrè a cui avrete eliminato la crosta (tenete però i ritagli da parte: potete farci dell’ottimo pangrattato), aggiungete o un po’ di prosciutto cotto o un’acciuga, e ricoprite con un’altra fretta di pane. Per far aderire bene potete bagnare con un po’ di latte il perimetro delle fette di pane. Una volta esaurite le fette di pane, sbattete ben bene le uova con un po’ di sale e nel frattempo mettete a scaldare in una padella di generoso diametro l’olio di semi. Ora passate le fette di mozzarella in carrozza prima nella farina, poi nell’uovo e nel pangrattato e di nuovo nell’uovo e nel pangrattato facendo attenzione che il “portafoglio” non vi si apra. Controllate la temperatura dell’olio e friggete un po’ alla volta le mozzarelle in carrozza (ci vorranno circa due minuti per lato).
Come fa divertire i bambini – Date a loro il compito di sistemare gli ingredienti sulle fette di pane.
Abbinamento – Abbiamo scelto una Passerina spumante metodo Charmat, ottima scelta Prosecco, Cartizze o Lugana, volendo andare su una bollicina metodo classico va benissimo il Lessini Durello.
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