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2020-03-20
Conte insiste per infilarsi il cappio del Mes
Christine Lagarde (Ansa)
Il bazooka messo in campo dalla Bce alla mezzanotte del 18 marzo è una risposta definitiva ai fabbisogni di debito pubblico generati dalla crisi da Covid-19? Il Mes, così improvvidamente richiesto dal nostro governo nei giorni scorsi (nessuno ha smentito le richieste attribuite a Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri), è definitivamente accantonato? «In Italia non c'è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo», diceva Giuseppe Prezzolini.
Con il passare delle ore, la risposta a entrambe le domande pare essere negativa. Né Christine Lagarde ha risolto tutto, né il Mes è definitivamente fuori gioco. L'intervento del presidente della Bce è sembrato un tappo messo a una barca che sta facendo acqua, un modo per comprare tempo, nonostante il malcelato dissenso dei tedeschi e degli olandesi. I nodi da sciogliere sono ancora tutti là.
Il fatto che il Mes sia ancora sul tavolo, però, è confermato dal premier in persona, che ieri ha detto al Financial Times che il Mes «deve essere messo in moto per rispondere urgentemente» all'epidemia. Secondo Conte, «la linea da seguire è aprire le linee di credito del Mes a tutti gli Stati membri per aiutarli a combattere le conseguenze del coronavirus».
Ancora prima dell'Eurogruppo di lunedì 16, si erano levate voci per richiederne l'applicazione. Dapprima Giampaolo Galli e Lorenzo Codogno sul Sole 24 Ore del 12 marzo ne hanno invocato l'applicazione secondo il testo riformato ma non ancor approvato, invitando quindi a un rapido sì. Peccato che lo stesso Galli in audizione parlamentare aveva definito il riformando Mes «una pistola puntata alla tempia». Poi Enrico Letta che, ancora mercoledì sera, scriveva su Twitter: «Occorre agire; Mes è dotato di risorse, intervenga per fermare la crisi, purché si cambino le regole d'ingaggio, non sia un commissariamento come in Grecia e si elimini ogni condizionalità nell'utilizzo di quei fondi». Quanto invocato da Galli e Letta non è fattibile, perché fuori dalle regole attuali. Il Mes è un finanziatore, con un proprio statuto, un trattato istitutivo ed è separato dalla Ue. È stato istituito nel 2012 come fondo per erogare sostegno finanziario ai Paesi che avessero perso l'accesso ai mercati. Ed è questo il primo punto: a oggi, nessun Paese dell'Eurozona, men che meno l'Italia, è in questa condizione. Inoltre, sia nella attuale versione sia in quella riformanda, può erogare due linee di credito una precauzionale (Pccl) e l'altra rafforzata (Eccl), entrambe soggette a condizionalità, ancora più severe nel secondo caso. Si tratta di sottoscrivere un programma di aggiustamento, tagli e aumenti di imposte, che garantiscano al creditore il puntuale rimborso dei prestiti.
Ricevere un finanziamento a condizioni rafforzate (Eccl), per l'Italia significherebbe spalancare le porte alle Omt, gli acquisti illimitati di titoli pubblici da parte della Bce previsti proprio all'interno di un pacchetto di salvataggio finanziato dal Mes. Ed è questo l'obiettivo del blocco nord europeo capitanato dai tedeschi: tenderci la trappola del Mes per far sì che gli acquisti della Bce non siano incondizionati, come accade oggi con il Qe, ma disciplinati da regole a carico del Paese debitore. Probabilmente l'avrebbero già fatto, ma si sono fermati davanti alla prospettiva del panico che si scatenerebbe sui mercati se l'Italia entrasse in un simile meccanismo. In ogni caso, qualsiasi intervento del Mes fuori dai canoni previsti comporterebbe il vaglio da parte dei Parlamenti nazionali, ha ribadito da Angela Merkel.
Ecco quindi giustificata la titubanza del capo del Mes, Klaus Regling, di fronte alle richieste italiane. Il Mes è questo, prendere o lasciare. Se ne volete un altro, fatene un altro, ma ci vorrà tempo. Ma questo Mes serve proprio per riuscire là dove non è riuscita la Commissione: mettere definitivamente il guinzaglio all'Italia che dribbla ormai da cinque anni le regole del fiscal compact che le impongono di ridurre l'eccedenza di debito pubblico oltre il 60% di debito/Pil per 1/20 all'anno. Un bagno di sangue che continuiamo a rimandare e qui da noi qualcuno vuole facilitare, finendo sotto le forche caudine di un creditore privilegiato.
La Lagarde si piega: la Bce farà la Bce. Spread giù del 29,5% a quota 200 punti
«Christine Lagarde sta imparando il tedesco», scrivevano i corrispondenti di Bloomberg lo scorso 30 dicembre. E a quanto pare deve averlo imparato bene, visto l'esito della conferenza stampa dello scorso 12 marzo. La Bce «non è qui per chiudere gli spread» - come dire che un cuoco non si occupa di cucina - ebbe a dire, mostrando di avere imparato alla perfezione il mantra della Bundesbank. Mantra ripetuto dal governatore della Banca centrale austriaca Robert Holzmann, secondo il quale l'Eurotower aveva «raggiunto i suoi limiti», e quindi lasciando intendere che non vi sarebbero stati acquisti sul mercati.
Ed è lì che, una volta raggiunto il massimo di 320 punti, lo spread fra Btp e Bund ha iniziato vistosamente a calare per arrivare ai 200 punti di ieri. Sono accadute due cose. Banca d'Italia ha creato denaro dal nulla (anzi con un click) e ha acquistato titoli di Stato italiani. Il prezzo è quindi aumentato. I rendimenti erano infatti esplosi verso l'alto anche e soprattutto per la sciagurata idea di Giuseppi e di Roberto Gualtieri di chiedere che l'Italia avesse accesso alle linee di credito del Mes dando quindi il segnale al mercato di difficoltà finanziarie del Paese peraltro inesistenti. E il governo ancora ieri si baloccava assieme a mezzo Pd (dall'ex premier Enrico Letta all'europarlamentare Irene Tinagli) su come fare a mettere il Paese nella trappola del Fondo salvastati. Poi da Francoforte arriva il comunicato che sotterra (ancora per un po', ma non per sempre) la bislacca di idea di trasformare il Mes nel pivot finanziario che presta i soldi ai Paesi fiaccati dal coronavirus. L'Eurotower vara uno speciale programma di acquisto per l'emergenza pandemia di 750 miliardi. Il tutto condito con un personalissimo tweet della Lagarde: «Momenti straordinari richiedono atti straordinari. Non ci sono limiti al nostro impegno nei confronti dell'euro. Siamo decisi a sfruttare a pieno il potenziale dei nostri strumenti nell'ambito del nostro mandato».
Non sfuggirà che al centro dei pensieri di Francoforte non vi sono né i morti né i disoccupati né le saracinesche abbassate a causa della chiusura forzata di tutte le attività economiche ormai imposta da quasi tutti i Paesi dell'Eurozona. No, c'è sempre e solo il totem dell'euro. Ma dall'iniziativa della Bce di ieri sono emerse altre due verità che ci auguriamo non vengano mai più dimenticate nel proseguo del triste dibattito sull'emergenza economica che si aprirà di qui ai prossimi giorni.
La prima è che il rendimento dei titoli di Stato (e quindi lo spread) è tutta farina del sacco delle Banche centrali, non fosse altro perché il loro mestiere è quello di indirizzare la struttura dei tassi di interesse. Non c'entrano nulla Ruby rubacuori o le conferenze stampa di Matteo Salvini. La Bce ha dichiarato che «non tollererà rischi che si ripercuotano sull'efficace trasmissione della sua politica monetaria». Acquisterà titoli di Stato in proporzione al capitale detenuto da ciascun Paese. E dei 750 miliardi previsti (eventualmente incrementabili) la Bce - attraverso la Banca d'Italia - acquisterà Btp per circa 105, pari al 14% circa del totale, cioè appunto la quota detenuta da via Nazionale dentro l'Eurotower. Queste percentuali di distribuzione dello shopping potranno però variare in quanto la Bce adotterà «modalità flessibili» in relazione alle necessità.
La seconda verità è che purtroppo la cassetta degli attrezzi della Bce ormai è vuota. Già il quantitative easing si era dimostrato inefficace nello stimolare l'erogazione del credito. Secondo le statistiche Abi, infatti, dal 2011 a oggi il credito a famiglie e imprese è crollato da quasi 1.700 miliardi a poco più di 1.400. E come non ci stancheremo mai di scrivere, alle banche per fare credito tutto serve meno che il denaro della Bce. È necessario il capitale degli azionisti che consenta di far fronte a perdite su crediti attese e inattese (oltre 170 miliardi in sei anni per le banche italiane). Serve una domanda di prestiti che può partire solo da famiglie e imprese, ma che in presenza di crisi non potrà che languire.
Serve la ragionevole aspettativa che il denaro prestato possa infine tornare indietro. Tutte cose - patrimonio, domanda e fiducia - che il Qe di qualsiasi Banca centrale non potrà mai e poi mai garantire. Ecco perché servirà a poco. Anzi a nulla. E se anche per puro caso il quantitative easing come presentato ieri avesse successo nello stimolare il credito, non è questo ciò che serve al Paese in questo momento. Gli alberghi, i ristoranti, i negozi che sono stati forzatamente chiusi a questo punto non hanno più bisogno di credito, ma di vedere reintegrato quel giro d'affari perso che le ha messe al tappeto. Chi mai potrebbe infatti desiderare di vedersi accreditare tutto il necessario per pagare i debiti nel frattempo gonfiatisi (affitti, stipendi, contributi, bollette, fornitori eccetera) con altro credito bancario che non sarebbe poi comunque in grado di rimborsare?
Tutte cose che a una Banca centrale non nostra importano meno di zero, dal momento che la condividiamo con altri 18 Paesi che non hanno le stesse nostre esigenze. Sono i devastanti effetti collaterali della perdita di sovranità monetaria. Virus purtroppo terribile tanto quanto il Covid-19, e capace di fare danni forse ancora più gravi.
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Mentre l'intervento del Meccanismo di stabilità sembra rimandato, il premier vuole aprire le linee di credito.Christine Lagarde si piega: la Bce farà la Bce. Spread giù del 29,5% a quota 200 punti. La risposta al maxi programma di aiuti prova che il differenziale dipende dalle Banche centrali, non dalla nostra politica interna.Lo speciale contiene due articoli. Il bazooka messo in campo dalla Bce alla mezzanotte del 18 marzo è una risposta definitiva ai fabbisogni di debito pubblico generati dalla crisi da Covid-19? Il Mes, così improvvidamente richiesto dal nostro governo nei giorni scorsi (nessuno ha smentito le richieste attribuite a Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri), è definitivamente accantonato? «In Italia non c'è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo», diceva Giuseppe Prezzolini.Con il passare delle ore, la risposta a entrambe le domande pare essere negativa. Né Christine Lagarde ha risolto tutto, né il Mes è definitivamente fuori gioco. L'intervento del presidente della Bce è sembrato un tappo messo a una barca che sta facendo acqua, un modo per comprare tempo, nonostante il malcelato dissenso dei tedeschi e degli olandesi. I nodi da sciogliere sono ancora tutti là.Il fatto che il Mes sia ancora sul tavolo, però, è confermato dal premier in persona, che ieri ha detto al Financial Times che il Mes «deve essere messo in moto per rispondere urgentemente» all'epidemia. Secondo Conte, «la linea da seguire è aprire le linee di credito del Mes a tutti gli Stati membri per aiutarli a combattere le conseguenze del coronavirus». Ancora prima dell'Eurogruppo di lunedì 16, si erano levate voci per richiederne l'applicazione. Dapprima Giampaolo Galli e Lorenzo Codogno sul Sole 24 Ore del 12 marzo ne hanno invocato l'applicazione secondo il testo riformato ma non ancor approvato, invitando quindi a un rapido sì. Peccato che lo stesso Galli in audizione parlamentare aveva definito il riformando Mes «una pistola puntata alla tempia». Poi Enrico Letta che, ancora mercoledì sera, scriveva su Twitter: «Occorre agire; Mes è dotato di risorse, intervenga per fermare la crisi, purché si cambino le regole d'ingaggio, non sia un commissariamento come in Grecia e si elimini ogni condizionalità nell'utilizzo di quei fondi». Quanto invocato da Galli e Letta non è fattibile, perché fuori dalle regole attuali. Il Mes è un finanziatore, con un proprio statuto, un trattato istitutivo ed è separato dalla Ue. È stato istituito nel 2012 come fondo per erogare sostegno finanziario ai Paesi che avessero perso l'accesso ai mercati. Ed è questo il primo punto: a oggi, nessun Paese dell'Eurozona, men che meno l'Italia, è in questa condizione. Inoltre, sia nella attuale versione sia in quella riformanda, può erogare due linee di credito una precauzionale (Pccl) e l'altra rafforzata (Eccl), entrambe soggette a condizionalità, ancora più severe nel secondo caso. Si tratta di sottoscrivere un programma di aggiustamento, tagli e aumenti di imposte, che garantiscano al creditore il puntuale rimborso dei prestiti. Ricevere un finanziamento a condizioni rafforzate (Eccl), per l'Italia significherebbe spalancare le porte alle Omt, gli acquisti illimitati di titoli pubblici da parte della Bce previsti proprio all'interno di un pacchetto di salvataggio finanziato dal Mes. Ed è questo l'obiettivo del blocco nord europeo capitanato dai tedeschi: tenderci la trappola del Mes per far sì che gli acquisti della Bce non siano incondizionati, come accade oggi con il Qe, ma disciplinati da regole a carico del Paese debitore. Probabilmente l'avrebbero già fatto, ma si sono fermati davanti alla prospettiva del panico che si scatenerebbe sui mercati se l'Italia entrasse in un simile meccanismo. In ogni caso, qualsiasi intervento del Mes fuori dai canoni previsti comporterebbe il vaglio da parte dei Parlamenti nazionali, ha ribadito da Angela Merkel.Ecco quindi giustificata la titubanza del capo del Mes, Klaus Regling, di fronte alle richieste italiane. Il Mes è questo, prendere o lasciare. Se ne volete un altro, fatene un altro, ma ci vorrà tempo. Ma questo Mes serve proprio per riuscire là dove non è riuscita la Commissione: mettere definitivamente il guinzaglio all'Italia che dribbla ormai da cinque anni le regole del fiscal compact che le impongono di ridurre l'eccedenza di debito pubblico oltre il 60% di debito/Pil per 1/20 all'anno. Un bagno di sangue che continuiamo a rimandare e qui da noi qualcuno vuole facilitare, finendo sotto le forche caudine di un creditore privilegiato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-insiste-per-infilarsi-il-cappio-del-mes-2645539336.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lagarde-si-piega-la-bce-fara-la-bce-spread-giu-del-295-a-quota-200-punti" data-post-id="2645539336" data-published-at="1778171174" data-use-pagination="False"> La Lagarde si piega: la Bce farà la Bce. Spread giù del 29,5% a quota 200 punti «Christine Lagarde sta imparando il tedesco», scrivevano i corrispondenti di Bloomberg lo scorso 30 dicembre. E a quanto pare deve averlo imparato bene, visto l'esito della conferenza stampa dello scorso 12 marzo. La Bce «non è qui per chiudere gli spread» - come dire che un cuoco non si occupa di cucina - ebbe a dire, mostrando di avere imparato alla perfezione il mantra della Bundesbank. Mantra ripetuto dal governatore della Banca centrale austriaca Robert Holzmann, secondo il quale l'Eurotower aveva «raggiunto i suoi limiti», e quindi lasciando intendere che non vi sarebbero stati acquisti sul mercati. Ed è lì che, una volta raggiunto il massimo di 320 punti, lo spread fra Btp e Bund ha iniziato vistosamente a calare per arrivare ai 200 punti di ieri. Sono accadute due cose. Banca d'Italia ha creato denaro dal nulla (anzi con un click) e ha acquistato titoli di Stato italiani. Il prezzo è quindi aumentato. I rendimenti erano infatti esplosi verso l'alto anche e soprattutto per la sciagurata idea di Giuseppi e di Roberto Gualtieri di chiedere che l'Italia avesse accesso alle linee di credito del Mes dando quindi il segnale al mercato di difficoltà finanziarie del Paese peraltro inesistenti. E il governo ancora ieri si baloccava assieme a mezzo Pd (dall'ex premier Enrico Letta all'europarlamentare Irene Tinagli) su come fare a mettere il Paese nella trappola del Fondo salvastati. Poi da Francoforte arriva il comunicato che sotterra (ancora per un po', ma non per sempre) la bislacca di idea di trasformare il Mes nel pivot finanziario che presta i soldi ai Paesi fiaccati dal coronavirus. L'Eurotower vara uno speciale programma di acquisto per l'emergenza pandemia di 750 miliardi. Il tutto condito con un personalissimo tweet della Lagarde: «Momenti straordinari richiedono atti straordinari. Non ci sono limiti al nostro impegno nei confronti dell'euro. Siamo decisi a sfruttare a pieno il potenziale dei nostri strumenti nell'ambito del nostro mandato». Non sfuggirà che al centro dei pensieri di Francoforte non vi sono né i morti né i disoccupati né le saracinesche abbassate a causa della chiusura forzata di tutte le attività economiche ormai imposta da quasi tutti i Paesi dell'Eurozona. No, c'è sempre e solo il totem dell'euro. Ma dall'iniziativa della Bce di ieri sono emerse altre due verità che ci auguriamo non vengano mai più dimenticate nel proseguo del triste dibattito sull'emergenza economica che si aprirà di qui ai prossimi giorni. La prima è che il rendimento dei titoli di Stato (e quindi lo spread) è tutta farina del sacco delle Banche centrali, non fosse altro perché il loro mestiere è quello di indirizzare la struttura dei tassi di interesse. Non c'entrano nulla Ruby rubacuori o le conferenze stampa di Matteo Salvini. La Bce ha dichiarato che «non tollererà rischi che si ripercuotano sull'efficace trasmissione della sua politica monetaria». Acquisterà titoli di Stato in proporzione al capitale detenuto da ciascun Paese. E dei 750 miliardi previsti (eventualmente incrementabili) la Bce - attraverso la Banca d'Italia - acquisterà Btp per circa 105, pari al 14% circa del totale, cioè appunto la quota detenuta da via Nazionale dentro l'Eurotower. Queste percentuali di distribuzione dello shopping potranno però variare in quanto la Bce adotterà «modalità flessibili» in relazione alle necessità. La seconda verità è che purtroppo la cassetta degli attrezzi della Bce ormai è vuota. Già il quantitative easing si era dimostrato inefficace nello stimolare l'erogazione del credito. Secondo le statistiche Abi, infatti, dal 2011 a oggi il credito a famiglie e imprese è crollato da quasi 1.700 miliardi a poco più di 1.400. E come non ci stancheremo mai di scrivere, alle banche per fare credito tutto serve meno che il denaro della Bce. È necessario il capitale degli azionisti che consenta di far fronte a perdite su crediti attese e inattese (oltre 170 miliardi in sei anni per le banche italiane). Serve una domanda di prestiti che può partire solo da famiglie e imprese, ma che in presenza di crisi non potrà che languire. Serve la ragionevole aspettativa che il denaro prestato possa infine tornare indietro. Tutte cose - patrimonio, domanda e fiducia - che il Qe di qualsiasi Banca centrale non potrà mai e poi mai garantire. Ecco perché servirà a poco. Anzi a nulla. E se anche per puro caso il quantitative easing come presentato ieri avesse successo nello stimolare il credito, non è questo ciò che serve al Paese in questo momento. Gli alberghi, i ristoranti, i negozi che sono stati forzatamente chiusi a questo punto non hanno più bisogno di credito, ma di vedere reintegrato quel giro d'affari perso che le ha messe al tappeto. Chi mai potrebbe infatti desiderare di vedersi accreditare tutto il necessario per pagare i debiti nel frattempo gonfiatisi (affitti, stipendi, contributi, bollette, fornitori eccetera) con altro credito bancario che non sarebbe poi comunque in grado di rimborsare? Tutte cose che a una Banca centrale non nostra importano meno di zero, dal momento che la condividiamo con altri 18 Paesi che non hanno le stesse nostre esigenze. Sono i devastanti effetti collaterali della perdita di sovranità monetaria. Virus purtroppo terribile tanto quanto il Covid-19, e capace di fare danni forse ancora più gravi.
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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