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2021-02-17
Calano i ricoveri ma vogliono rinchiuderci
Spinta dal timore per la diffusione delle varianti del coronavirus, prende sempre più quota nel nostro Paese l'ipotesi di un nuovo lockdown. A ribadire la necessità di una stretta per contenere l'avanzata dei contagi ci ha pensato ieri il professor Massimo Galli, infettivologo e primario dell'Ospedale Sacco di Milano. Intervenuto a Mattino 5, Galli prima si è lamentato di avere il «reparto invaso da nuove varianti», per poi lasciarsi sfuggire: «È chiaro che chi, compreso il sottoscritto, vi dice “attenzione bisogna chiudere di più" può correre il rischio di esagerare nel fare queste affermazioni, ma il rischio di esagerare, ahimè, è inferiore alla probabilità di avere purtroppo, per l'ennesima volta, ragione». Un giro di parole che in realtà suona come un endorsement a sostegno della posizione di Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, espressosi domenica a favore di un lockdown «breve e mirato» allo scopo di «limitare la circolazione del virus al di sotto dei 50 casi ogni 100.000 abitanti». Quello di Ricciardi, in realtà, non rappresenta un vero e proprio outing.
È dalla fine della «fase 1» che l'ex presidente dell'Istituto superiore di sanità agita con cadenza regolare lo spauracchio di una nuova serrata totale. Stavolta la proposta sembra raccogliere però più consensi del previsto. Favorevoli nei confronti di un possibile giro di vite anche i virologi Fabrizio Pregliasco e Andrea Crisanti, nonché il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartebellotta, oltre al ministro della Cultura Dario Franceschini e, allo stesso Speranza, notoriamente i «falchi» all'interno dell'esecutivo.
Certo, l'ascesa nelle quotazioni di un nuovo lockdown stride con i numeri snocciolati ieri dal direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Gebreyesus: «Il numero di casi segnalati a livello mondiale è diminuito per la quinta settimana consecutiva. La scorsa settimana è stato registrato il numero più basso da ottobre scorso». Buone notizie, dunque. «Finora il numero di contagi segnalati settimanalmente è diminuito di quasi la metà», ha aggiunto Gebreyesus, «passando da oltre 5 milioni nella settimana dal 4 gennaio a 2,6 milioni nella settimana che inizia l'8 febbraio». Per effetto di questo trend, cala anche il numero di casi attivi (vale a dire le persone attualmente positive), che secondo i dati forniti dal sito worldometers.info lunedì è sceso sotto quota 22,9 milioni, il valore più basso da metà gennaio a questa parte, quando però la tendenza era al rialzo. Punta verso il basso anche la curva dei casi più gravi, scesi lunedì sotto quota 100.000 unità a livello globale, come non accadeva da metà novembre.
Qualcuno potrà obiettare che l'intero globo terrestre rappresenta un campione un po' troppo ampio per trarre conclusioni. Ebbene, se si restringe il campo alla sola Europa, si scopre che l'attuale numero di casi settimanali è pari a 1,16 milioni, ovvero il 38% in meno rispetto a un mese fa, e il 44% in meno rispetto alla prima settimana di novembre. Praticamente, siamo tornati ai livelli di metà ottobre scorso.
Discorso ancora più marcato per l'Italia. Nel nostro Paese, infatti, i casi attivi sono in rapido calo dal 22 novembre 2020, giorno nel quale si è raggiunto il picco di 805.944 infetti. Dopo essersi avvicinata a fine dicembre alla fatidica cifra di mezzo milione, la curva si è stabilizzata per un paio di settimane, per poi riprendere la sua discesa a metà gennaio. Secondo l'ultimo bollettino diffuso ieri, i positivi in Italia sono poco meno di 400.000 (per la precisione 393.686 unità), valore che non si registrava dai primi di novembre, quando però il trend era in deciso aumento. Il dato che riguarda i casi attivi riveste una particolare importanza poiché, sebbene una quota importante di questi in realtà sia asintomatica o paucisintomatica, è da questo bacino che emergeranno i nuovi ricoveri e, purtroppo, i nuovi decessi. Tradotto, a parità di capacità di test, meno positivi ci sono in circolazione e meno morti e ingressi in ospedale ci dovremmo aspettare. Esattamente quello che sta avvenendo in queste settimane. Sono sempre numeri importanti, ma la media mobile a 7 giorni rivela un valore di 322 decessi, contro i circa 500 di metà gennaio e il picco di 730 dei primi di novembre.
Ridotta anche la pressione sulle strutture ospedaliere: i ricoverati in terapia intensiva e nei reparti ordinari sono tornati ai livelli di tre mesi e mezzo fa. Positivo l'ultimo bollettino diffuso ieri: 10.386 casi (+3.035), ma con 95.000 tamponi in più, e un rapporto di positività in calo dal 4,1% al 3,8%. Contenuto l'aumento dei decessi, 336 ieri contro 258 di lunedì, per un totale di 94.171 vittime dall'inizio della pandemia. Segnali incoraggianti ieri anche dai ricoveri ordinari (-52) e dalle terapie intensive (-15). Finalmente, almeno stando ai dati delle ultime settimane, il «paziente Italia» sembra vedere la luce in fondo al tunnel di questa seconda ondata. Gran parte del merito va attribuito proprio agli italiani i quali, nonostante l'accusa di praticare l'«assembramento facile» nella quasi totalità dei casi hanno scelto di seguire pedissequamente le restrizioni imposte dal governo.
Chiediamoci dunque perché, alla luce del buon andamento dei dati e degli enormi sacrifici sostenuti dai nostri concittadini, i sedicenti esperti invochino ora un nuovo lockdown. Oggi la scusa sono le varianti, e domani? Forse la politica dovrebbe interrogarsi se per la paura del virus valga davvero la pena far smettere di vivere il Paese.
Ci terrorizzano con il ceppo inglese ma Londra frena: «Non è più grave»
Chiamatelo Variant of concern (Voc) 202012/01 o variante inglese, di certo il ceppo canaglia del coronavirus con 17 mutazioni nel lignaggio B117 è diventato l'ospite indesiderato che giustificherebbe un nuovo lockdown. Vogliono tornare a rinchiuderci, ma in un mondo interconnesso le varianti circolano e non possiamo rimanere segregati a vita. Una decina di giorni fa sono stati pubblicati i risultati di un'indagine coordinata dall'Istituto superiore della sanità (Iss) sulla diffusione in Italia del B117, comparso nel Regno Unito lo scorso settembre, identificato a metà novembre e che secondo Cov-lineages.org, il monitoraggio della diffusione internazionale delle varianti Sars Cov-2, è ormai presente in 82 Paesi nel mondo.
Sul nostro territorio, quella inglese è stata identificata nell'88% delle 16 regioni (su 20) che hanno partecipato alla rilevazione, con una prevalenza nazionale del 17,8%. Non ci sono dati relativi alle fasce di età dei soggetti in cui la variante è stata trovata e il metodo di campionamento potrebbe essere stato «disomogeneo» da regione a regione, avvertono dall'Iss. Però l'allarme è crescente e si continuano a citare parziali risultati di studi condotti sul B117. Gli scienziati stimano che questa variante del coronavirus si diffonda dal 30% al 70% più velocemente del ceppo originale e che possa essere più letale. Ma hanno aggiunto che hanno bisogno di più dati sui decessi, e di studi più approfonditi. «Le ragioni di un tasso di mortalità elevato non sono del tutto chiare», scriveva qualche giorno fa il New York Times. «Alcune prove suggeriscono che le persone infettate dalla variante possono avere cariche virali più elevate, una caratteristica che potrebbe non solo rendere il virus più contagioso, ma anche potenzialmente minare l'efficacia di alcuni trattamenti. Ma gli scienziati stanno anche cercando di capire quanto dell'aumento del rischio di morte possa derivare dalla propensione della variante a diffondersi molto facilmente in contesti come le case di cura, dove le persone sono già vulnerabili». Il quotidiano statunitense comunque chiariva: «La maggior parte dei casi di Covid-19, anche quelli causati dalla nuova variante, non sono fatali». Patrick Vallance, capo consigliere scientifico del governo britannico, al Financial Times ha dichiarato: «Per i bambini sani e i giovani adulti, che è estremamente improbabile che muoiano per Covid-19, la letalità aggiuntiva di B117 avrebbe un effetto minimo sul loro rischio assoluto. Al contrario, avrebbe un grande impatto sulle persone con più di 80 anni che erano già ad alto rischio». Solo nel mese di gennaio, gli over 80 inglesi deceduti per Covid confermato in laboratorio sono stati ben 18.931, quindi l'esposizione al virus di queste persone così fragili era già particolarmente drammatica. Luciana Borio, la scienziata chiamata dal presidente Joe Biden nella task force anti coronavirus, ha ipotizzato che siano altre le cause per le quali i britannici stanno morendo. «La qualità dell'assistenza medica si deteriora quando il sistema è sottoposto a uno stress tremendo come è adesso nel Regno Unito», ha osservato, sostenendo che «non abbiamo alcuna spiegazione biologica del motivo per cui la variante dovrebbe essere più letale» del Sars Cov-2. Anche la nuova variante inglese B1525, rilevata tramite sequenziamento del genoma e di cui, in Europa, sono stati individuati 32 casi nel Regno Unito, 35 in Danimarca, 5 in Francia, e un solo caso in Spagna, Belgio, Finlandia, presenta diverse mutazioni compresa quella della proteina Spike, che gioca un ruolo importante nell'aiutare il virus a entrare nelle cellule. Se alcuni scienziati, come Simon Clarke, professore associato di microbiologia cellulare presso l'Università di Reading, hanno ricordato che contiene pure la mutazione E484K della variante sudafricana e brasiliana che conferisce resistenza ad alcuni vaccini, più positivo è stato l'approccio al problema da parte della dottoressa Lucy van Dorp, del Genetics institute presso l'University college di Londra.
La studiosa ha infatti affermato che il rilevamento rapido di nuove varianti è fondamentale anche per modificare i vaccini. In ogni caso, la Public health england (Phe), l'agenzia nazionale di salute pubblica inglese ha dichiarato che attualmente non ci sono prove che suggeriscano che «questo insieme di mutazioni provoca malattie più gravi o una maggiore trasmissibilità». Nell'ultima indagine sull'infezione da Covid datata 12 febbraio e condotta dall'agenzia governativa britannica, risulta che in Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord «la percentuale di persone risultate positive a tutte le varianti del virus ha continuato a diminuire nella settimana terminata il 6 febbraio». Certo, nel Regno di Sua Maestà le dosi di vaccino somministrate sono 16 milioni, contro i 3 milioni in Italia. A noi serve un vero piano vaccinale, non la paralisi dell'intero Paese. «La tesi di un nuovo lockdown per arrivare ad «azzerare» la malattia Covid non tiene conto di come il virus, che la causa, non smetta di esistere, e neppure di mutare, se se ne circoscrive la circolazione», scrivono sul Foglio Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni e l'epistemologo Gilberto Corbellini. Aggiungono: «Che alla strategia dell'eradicazione - della malattia o del virus? - credano persone che non hanno che vaghi ricordi delle lezioni di biologia al liceo è comprensibile, ma che la difendano dei microbiologi, virologi, epidemiologi, eccetera, è preoccupante».
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I virologi spingono per un altro lockdown, eppure anche l'Oms ammette: «Casi dimezzati». In Europa calo del 38% in un mese.Mentre da noi si invocano le serrate, l'Agenzia della salute britannica chiarisce: «Nessuna prova su maggiore trasmissibilità e letalità». Il consigliere scientifico di Boris Johnson: «Alto impatto solo su pazienti già a rischio».Lo speciale contiene due articoli.Spinta dal timore per la diffusione delle varianti del coronavirus, prende sempre più quota nel nostro Paese l'ipotesi di un nuovo lockdown. A ribadire la necessità di una stretta per contenere l'avanzata dei contagi ci ha pensato ieri il professor Massimo Galli, infettivologo e primario dell'Ospedale Sacco di Milano. Intervenuto a Mattino 5, Galli prima si è lamentato di avere il «reparto invaso da nuove varianti», per poi lasciarsi sfuggire: «È chiaro che chi, compreso il sottoscritto, vi dice “attenzione bisogna chiudere di più" può correre il rischio di esagerare nel fare queste affermazioni, ma il rischio di esagerare, ahimè, è inferiore alla probabilità di avere purtroppo, per l'ennesima volta, ragione». Un giro di parole che in realtà suona come un endorsement a sostegno della posizione di Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, espressosi domenica a favore di un lockdown «breve e mirato» allo scopo di «limitare la circolazione del virus al di sotto dei 50 casi ogni 100.000 abitanti». Quello di Ricciardi, in realtà, non rappresenta un vero e proprio outing. È dalla fine della «fase 1» che l'ex presidente dell'Istituto superiore di sanità agita con cadenza regolare lo spauracchio di una nuova serrata totale. Stavolta la proposta sembra raccogliere però più consensi del previsto. Favorevoli nei confronti di un possibile giro di vite anche i virologi Fabrizio Pregliasco e Andrea Crisanti, nonché il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartebellotta, oltre al ministro della Cultura Dario Franceschini e, allo stesso Speranza, notoriamente i «falchi» all'interno dell'esecutivo.Certo, l'ascesa nelle quotazioni di un nuovo lockdown stride con i numeri snocciolati ieri dal direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Gebreyesus: «Il numero di casi segnalati a livello mondiale è diminuito per la quinta settimana consecutiva. La scorsa settimana è stato registrato il numero più basso da ottobre scorso». Buone notizie, dunque. «Finora il numero di contagi segnalati settimanalmente è diminuito di quasi la metà», ha aggiunto Gebreyesus, «passando da oltre 5 milioni nella settimana dal 4 gennaio a 2,6 milioni nella settimana che inizia l'8 febbraio». Per effetto di questo trend, cala anche il numero di casi attivi (vale a dire le persone attualmente positive), che secondo i dati forniti dal sito worldometers.info lunedì è sceso sotto quota 22,9 milioni, il valore più basso da metà gennaio a questa parte, quando però la tendenza era al rialzo. Punta verso il basso anche la curva dei casi più gravi, scesi lunedì sotto quota 100.000 unità a livello globale, come non accadeva da metà novembre.Qualcuno potrà obiettare che l'intero globo terrestre rappresenta un campione un po' troppo ampio per trarre conclusioni. Ebbene, se si restringe il campo alla sola Europa, si scopre che l'attuale numero di casi settimanali è pari a 1,16 milioni, ovvero il 38% in meno rispetto a un mese fa, e il 44% in meno rispetto alla prima settimana di novembre. Praticamente, siamo tornati ai livelli di metà ottobre scorso.Discorso ancora più marcato per l'Italia. Nel nostro Paese, infatti, i casi attivi sono in rapido calo dal 22 novembre 2020, giorno nel quale si è raggiunto il picco di 805.944 infetti. Dopo essersi avvicinata a fine dicembre alla fatidica cifra di mezzo milione, la curva si è stabilizzata per un paio di settimane, per poi riprendere la sua discesa a metà gennaio. Secondo l'ultimo bollettino diffuso ieri, i positivi in Italia sono poco meno di 400.000 (per la precisione 393.686 unità), valore che non si registrava dai primi di novembre, quando però il trend era in deciso aumento. Il dato che riguarda i casi attivi riveste una particolare importanza poiché, sebbene una quota importante di questi in realtà sia asintomatica o paucisintomatica, è da questo bacino che emergeranno i nuovi ricoveri e, purtroppo, i nuovi decessi. Tradotto, a parità di capacità di test, meno positivi ci sono in circolazione e meno morti e ingressi in ospedale ci dovremmo aspettare. Esattamente quello che sta avvenendo in queste settimane. Sono sempre numeri importanti, ma la media mobile a 7 giorni rivela un valore di 322 decessi, contro i circa 500 di metà gennaio e il picco di 730 dei primi di novembre. Ridotta anche la pressione sulle strutture ospedaliere: i ricoverati in terapia intensiva e nei reparti ordinari sono tornati ai livelli di tre mesi e mezzo fa. Positivo l'ultimo bollettino diffuso ieri: 10.386 casi (+3.035), ma con 95.000 tamponi in più, e un rapporto di positività in calo dal 4,1% al 3,8%. Contenuto l'aumento dei decessi, 336 ieri contro 258 di lunedì, per un totale di 94.171 vittime dall'inizio della pandemia. Segnali incoraggianti ieri anche dai ricoveri ordinari (-52) e dalle terapie intensive (-15). Finalmente, almeno stando ai dati delle ultime settimane, il «paziente Italia» sembra vedere la luce in fondo al tunnel di questa seconda ondata. Gran parte del merito va attribuito proprio agli italiani i quali, nonostante l'accusa di praticare l'«assembramento facile» nella quasi totalità dei casi hanno scelto di seguire pedissequamente le restrizioni imposte dal governo.Chiediamoci dunque perché, alla luce del buon andamento dei dati e degli enormi sacrifici sostenuti dai nostri concittadini, i sedicenti esperti invochino ora un nuovo lockdown. Oggi la scusa sono le varianti, e domani? 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Una decina di giorni fa sono stati pubblicati i risultati di un'indagine coordinata dall'Istituto superiore della sanità (Iss) sulla diffusione in Italia del B117, comparso nel Regno Unito lo scorso settembre, identificato a metà novembre e che secondo Cov-lineages.org, il monitoraggio della diffusione internazionale delle varianti Sars Cov-2, è ormai presente in 82 Paesi nel mondo. Sul nostro territorio, quella inglese è stata identificata nell'88% delle 16 regioni (su 20) che hanno partecipato alla rilevazione, con una prevalenza nazionale del 17,8%. Non ci sono dati relativi alle fasce di età dei soggetti in cui la variante è stata trovata e il metodo di campionamento potrebbe essere stato «disomogeneo» da regione a regione, avvertono dall'Iss. Però l'allarme è crescente e si continuano a citare parziali risultati di studi condotti sul B117. Gli scienziati stimano che questa variante del coronavirus si diffonda dal 30% al 70% più velocemente del ceppo originale e che possa essere più letale. Ma hanno aggiunto che hanno bisogno di più dati sui decessi, e di studi più approfonditi. «Le ragioni di un tasso di mortalità elevato non sono del tutto chiare», scriveva qualche giorno fa il New York Times. «Alcune prove suggeriscono che le persone infettate dalla variante possono avere cariche virali più elevate, una caratteristica che potrebbe non solo rendere il virus più contagioso, ma anche potenzialmente minare l'efficacia di alcuni trattamenti. Ma gli scienziati stanno anche cercando di capire quanto dell'aumento del rischio di morte possa derivare dalla propensione della variante a diffondersi molto facilmente in contesti come le case di cura, dove le persone sono già vulnerabili». Il quotidiano statunitense comunque chiariva: «La maggior parte dei casi di Covid-19, anche quelli causati dalla nuova variante, non sono fatali». Patrick Vallance, capo consigliere scientifico del governo britannico, al Financial Times ha dichiarato: «Per i bambini sani e i giovani adulti, che è estremamente improbabile che muoiano per Covid-19, la letalità aggiuntiva di B117 avrebbe un effetto minimo sul loro rischio assoluto. Al contrario, avrebbe un grande impatto sulle persone con più di 80 anni che erano già ad alto rischio». Solo nel mese di gennaio, gli over 80 inglesi deceduti per Covid confermato in laboratorio sono stati ben 18.931, quindi l'esposizione al virus di queste persone così fragili era già particolarmente drammatica. Luciana Borio, la scienziata chiamata dal presidente Joe Biden nella task force anti coronavirus, ha ipotizzato che siano altre le cause per le quali i britannici stanno morendo. «La qualità dell'assistenza medica si deteriora quando il sistema è sottoposto a uno stress tremendo come è adesso nel Regno Unito», ha osservato, sostenendo che «non abbiamo alcuna spiegazione biologica del motivo per cui la variante dovrebbe essere più letale» del Sars Cov-2. Anche la nuova variante inglese B1525, rilevata tramite sequenziamento del genoma e di cui, in Europa, sono stati individuati 32 casi nel Regno Unito, 35 in Danimarca, 5 in Francia, e un solo caso in Spagna, Belgio, Finlandia, presenta diverse mutazioni compresa quella della proteina Spike, che gioca un ruolo importante nell'aiutare il virus a entrare nelle cellule. Se alcuni scienziati, come Simon Clarke, professore associato di microbiologia cellulare presso l'Università di Reading, hanno ricordato che contiene pure la mutazione E484K della variante sudafricana e brasiliana che conferisce resistenza ad alcuni vaccini, più positivo è stato l'approccio al problema da parte della dottoressa Lucy van Dorp, del Genetics institute presso l'University college di Londra. La studiosa ha infatti affermato che il rilevamento rapido di nuove varianti è fondamentale anche per modificare i vaccini. In ogni caso, la Public health england (Phe), l'agenzia nazionale di salute pubblica inglese ha dichiarato che attualmente non ci sono prove che suggeriscano che «questo insieme di mutazioni provoca malattie più gravi o una maggiore trasmissibilità». Nell'ultima indagine sull'infezione da Covid datata 12 febbraio e condotta dall'agenzia governativa britannica, risulta che in Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord «la percentuale di persone risultate positive a tutte le varianti del virus ha continuato a diminuire nella settimana terminata il 6 febbraio». Certo, nel Regno di Sua Maestà le dosi di vaccino somministrate sono 16 milioni, contro i 3 milioni in Italia. A noi serve un vero piano vaccinale, non la paralisi dell'intero Paese. «La tesi di un nuovo lockdown per arrivare ad «azzerare» la malattia Covid non tiene conto di come il virus, che la causa, non smetta di esistere, e neppure di mutare, se se ne circoscrive la circolazione», scrivono sul Foglio Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni e l'epistemologo Gilberto Corbellini. Aggiungono: «Che alla strategia dell'eradicazione - della malattia o del virus? - credano persone che non hanno che vaghi ricordi delle lezioni di biologia al liceo è comprensibile, ma che la difendano dei microbiologi, virologi, epidemiologi, eccetera, è preoccupante».
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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