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2019-02-22
«Non sapevo di firmare fatture false per i Renzi»
Ansa
Non ditegli che secondo la Procura di Firenze lui è un mero prestanome. Perché potrebbe offendersi. Sostiene di conoscere bene i giornalisti, avendo lavorato nel mondo della pubblicità televisiva e radiofonica. Poi come il domatore con il leone fa schioccare la frusta: «Ho visto cose che voi umani…». La citazione di Rutger Hauer in Blade Runner sarebbe un inizio promettente se non fosse per la pronuncia alla Erminio Macario. A parlare è Aldo Periale, settantaduenne di Giaveno, paesone ai piedi delle Alpi e a pochi chilometri da Torino. Il suo nome è finito in questi giorni su tutti i giornali per il ruolo di presidente della Marmodiv, la cooperativa fiorentina di distribuzione di volantini che secondo i magistrati toscani aveva come amministratori di fatto, almeno sino al marzo scorso, Tiziano Renzi e Laura Bovoli, da lunedì scorso agli arresti domiciliari con l'accusa di concorso in bancarotta e emissione e utilizzo di fatture false. In particolare Periale è indagato per aver firmato, tra il 20 marzo e il 18 giugno 2018, cinque note di pagamento destinate alla Eventi 6 dei genitori di Renzi, per un importo totale di circa 250.000 euro. Dietro a questi documenti contabili ci sarebbero copiose sovrafatturazioni (per un valore di circa 100.000 euro) che secondo l'accusa avrebbero consentito all'azienda di Rignano sull'Arno di abbattere le imposte sui redditi.
Eppure Periale con noi nega subito di essere complice di questo presunto reato, che vede indagato anche il nipote di Laura Bovoli, Paolo Terreni, oltre a lei stessa e al marito. «Io non sapevo assolutamente di queste cose. È ovvio che non fossi conscio di fare delle sovrafatturazioni per la Eventi 6», proclama quasi con il magone. Con la Marmodiv, purtroppo per lui, pensava di fare un affare. A portare in Toscana questo signore piemontese è stato un vicino di casa, Daniele Goglio, indagato insieme con lui anche per concorso in bancarotta (sempre della Marmodiv), il responsabile commerciale che ha avuto la sfortuna di conoscere il genovese Mariano Massone in una delle sue sgangherate iniziative imprenditoriali. Massone lo ha detto a Goglio e Goglio lo ha detto a Periale. Ed ecco a voi i cavalieri che fecero l'impresa o provarono a farla, quella di raddrizzare la Marmodiv in pieno dissesto. Si sono incontrati anche a Genova per un aperitivo per trovare una soluzione alla richiesta di fallimento da parte della Procura. Hanno coinvolto Massimiliano Di Palma, titolare della genovese Dmp, l'azienda con cui i Renzi quasi tre lustri fa distribuivano Il Secolo XIX. Lo stesso Di Palma, a dicembre, ci riferì che per parlare dell'affare aveva anche «mangiato una bistecchina intorno a Firenze con Tiziano Renzi».
Adesso Massone è ai domiciliari al pari del babbo e della moglie Laura, suoi storici soci, mentre Goglio e Periale sono indagati e sono stati sottoposti a perquisizione. A Di Palma, invece, è rimasto il cerino in mano, con la Procura che vuole capire perché abbia deciso di accollarsi i debiti della Marmodiv per salvarla dal dissesto.
Ieri il presidente della coop era a pezzi: «Io non c'entro nulla e non ho neanche voglia di parlare. Mi faccia la cortesia. Io complice di false fatture? Non so neanche di che sta parlando, so quello che leggo sui giornali. È tutta un'architettura (sic). Per mia fortuna non li conosco neanche la signora Lella o Lalla come la chiama Tiziano Renzi e non conosco neppure lui. Se li ho mai incontrati? Ma neanche per sogno». Periale, taglio d'occhi alla Sergio Cofferati e pizzetto brizzolato, ha proprio voglia di sfogarsi e sembra sincero: «Io non sapevo che cosa stesse succedendo, sebbene avessi intuito che qualcosa non andava perché nella coop tutti parlavano. Mi sono subito chiesto: “Ma dove cavolo mi sono infilato?". L'ho dichiarato pure ai finanzieri: quando mi sono reso conto del casino e del chiacchiericcio che c'era dietro mi sono detto: “Ma questi sono impazziti. Bon, io ne devo uscire". E sono anche stato costretto a uscirne subito perché ho avuto un problema con la centrale rischi delle banche e per questo non potevo operare con gli istituti di credito». Quasi un bene verrebbe da dire. Forse per questo ha firmato solo sino a inizio estate. «Già a giugno ho capito che conveniva alzare i tacchi e andarsene fuori dalle scatole, perché non era più possibile lavorare con tutto quello che accadeva e che si diceva. Ho capito che ero dentro a una cosa enorme, e non mi interessava più».
Ma in realtà non ha lasciato immediatamente la tolda di comando: «Non potevo uscire subito, ho fatto di tutto per riuscirci il prima possibile». Sospira, prende fiato. «Io vengo dal mondo della pubblicità su radio e tv e non avevo mai lavorato nel settore del volantinaggio. Tanti clienti mi raccontavano che i depliant funzionano più degli spot televisivi e allora, da venditore, mi sono incuriosito: “Cazzo voglio proprio vedere" mi sono detto. Ero quasi stufo di essere in pensione e di non fare nulla e quando mi si è presentata quest'opportunità ho accettato, anche perché con quello che prendo di assegno previdenziale una nuova attività ritenevo fosse un'ottima occasione». Ha subito cercato di rimettere in piedi il suo vecchio network di direttore della pubblicità della torinese Videogruppo, vicina al partito socialista di Giusi La Ganga. «A Firenze avevo un amico e collega, Fulvio Janovich. Pensai: “Facciamo una rimpatriata e poi gli chiedo come fare dei clienti nuovi"». Non ha avuto il tempo. A luglio Janovich è morto e la Guardia di finanza si è presentata per la seconda volta in pochi mesi nella sede della Marmodiv. «Avevo tutte le intenzioni di fare bene: ho partecipato alle assemblee, ho preso delle iniziative, ho motivato le persone, perché sono stato abituato a fare lavoro di gruppo. Ma poi hanno iniziato a emergere i problemi e se ti presentavi come Marmodiv, i clienti alzavano le antenne».
Ci viene il sospetto che, per sopportare tutto questo, Periale sia un renziano di ferro… «Macché. Io sono tendenzialmente di centrodestra e sono andato a fare un'attività con dei personaggi che non mi sono particolarmente simpatici. In più mi è arrivata una valanga addosso: l'attacco mediatico, i pm. E allora ti domandi: “Cavolo, ma chi me l'ha fatto fare?"».
In questi mesi abbiamo parlato con Periale diverse volte e in una delle prime occasioni avevamo provato a farlo confessare: «Lo ammetta, lei è una testa di legno…». La sua risposta fu ironica, ma forse anche profetica: «Al massimo sono una testa di qualcos'altro», ci concesse. E ammise: «Ho fatto una cazzata». Oggi pare difficile dargli torto.
Il giro delle coop di famiglia serviva per lucrare sui volantini al macero
Gli efemerotteri sono detentori di un triste record: sono gli insetti che vivono di meno al mondo. Battono le ali per poco più di un giorno. Anche i volantini dei grandi supermercati, affidati per la distribuzione alla galassia societaria renziana, non avevano un orizzonte di vita più lungo. Almeno la maggior parte, quella cioè che dopo la stampa finiva direttamente al macero per trasformarsi in moneta sonante. Un filone emerso in tutta la sua chiarezza nell'inchiesta che lunedì scorso ha portato all'arresto di Tiziano Renzi e di sua moglie Laura Bovoli, e dello storico collaboratore Mariano Massone. E che i lettori della Verità hanno avuto modo di conoscere in anteprima, nei mesi scorsi, nelle cronache da Cuneo. È infatti la Procura piemontese, indagando sul crac della Direkta di Mirko Provenzano, in cui è coinvolta anche mamma Renzi con una richiesta di rinvio a giudizio che si discuterà a fine mese, a imbattersi in questa storia. Nelle carte della coop, una delle tante di cui si serve la Eventi 6 per la diffusione del materiale pubblicitario, la guardia di finanza trova alcune piste che portano a una società di Gessate, nel Milanese: la Mps Maresca. Una Srl specializzata nel recupero e nel riciclo della carta a cui la Direkta, tra il febbraio del 2010 e il marzo del 2013, ha affidato, per mandarle al macero, circa 196 tonnellate al mese di carta. Che, per equivalenza, significa tra i 13 e i 19 milioni di volantini. Ma non solo: a Gessate hanno scaricato altre 10.000 tonnellate di carta anche altre tre aziende sempre riconducibili a Provenzano e a sua moglie, Erika Conterno. Per un incasso complessivo di oltre 700.000 euro. E questo malgrado la Direkta non sia iscritta all'albo nazionale dei gestori ambientali.
Nella contabilità della Maresca c'è un indizio che conduce ai genitori dell'ex premier Matteo Renzi. Nelle bolle di viaggio, Rignano sull'Arno viene infatti indicata come unità locale della Direkta per almeno quattro volte tra il maggio 2012 e l'agosto 2013.
A questo punto, la Procura di Cuneo, non potendo proseguire oltre su questo versante, invia per competenza territoriale le informative delle fiamme gialle ai pm di Firenze. Che si ritrovano tra le mani anche un piccato scambio di mail tra mamma Renzi e la Conterno su un corrispettivo, per macero di volantini, da «mascherare» in fattura sotto diversa indicazione perché, scrive ancora Tiziano, «per la carta preferiamo non apparire». L'indagine si allarga ed è solo quando arriva alla Marmodiv, ennesima coop eterodiretta dai Renzi, che gli inquirenti trovano il bandolo della matassa. Ci riescono sovrapponendo le testimonianze di tre dipendenti della società. Il primo, di cui scrisse in perfetta solitudine il nostro giornale durante la fase iniziale dell'indagine, è Paolo Magherini. Un sessantenne appassionato di filosofia e seguace del neoparmenidismo che coordina le squadrette di distributori che operano nel Fiorentino. Agli inquirenti spiega che «ci sono camionisti conniventi che consegnano i volantini nuovi appena stampati al macero». All'operazione, «ricordo con certezza», avrebbe partecipato «lo stesso Tiziano Renzi» che veniva «coi mezzi di trasporto a prelevare i volantini in esubero». È lui a riferire di un deposito, «usato un po' da tutti», tra Calenzano e Campi Bisenzio, dove c'è un «certo Adriano» che «dovrebbe essere il responsabile».
Silvia Gabrielleschi dice invece che la «quantità dei volantini» che le committenti, tra cui Conad ed Esselunga, danno ad Eventi 6 e da questa finiscono alla Marmodiv «sono sempre in quantità superiore a quella effettivamente distribuita». La Gabrielleschi parla inoltre di un doppio prospetto, uno ufficiale e l'altro a uso interno, dove sono «indicati i quantitativi effettivamente consegnati ai gruppi», di cui è geloso custode Paolo Terreni, il nipote di mamma Laura. Circostanza, quest'ultima, confermata anche da un terzo dipendente, il magazziniere Emiliano Picchi. Nei verbali dell'indagine di Firenze si fa riferimento a Mantova e alla Slovenia come destinazioni finali del materiale al macero. Proprio le due località che la collega Francesca Ronchin aveva per prima indicato, sul nostro giornale, seguendo per Report uno dei tir carichi di materiale pubblicitario sospetto.
Gli investigatori, che hanno pedinato un camion dalla sede Marmodiv fino a San Giorgio di Mantova per verificare la fondatezza delle ricostruzioni, hanno fatto i conti: in appena 9 giorni di distribuzione, la Marmodiv realizza una sovrafatturazione di 25.000 euro di imponibile che finisce a Tiziano Renzi e Laura Bovoli come «utilizzatori finali delle fatture per operazioni in parte inesistenti». Il giochetto del macero, infatti, da un lato consente di alzare i costi e abbattere le tasse alla Eventi 6 e dall'altro di realizzare ingenti guadagni, in nero, dallo smaltimento della carta (la Marmodiv è in rapporti con la Eco Cart di San Giorgio di Mantova, ma non c'è traccia di documentazione contabile). Dalle carte dell'inchiesta toscana, il committente maggiormente danneggiato da questo sistema parrebbe la Esselunga che, in sede di ipotetico processo, potrebbe far valere le proprie ragioni e chiedere un risarcimento.
Una fonte giudiziaria, contattata dalla Verità, rende onore al nostro lavoro: «Sono tutti buoni a fare giornalismo investigativo a cose fatte e con le carte in mano, come sta succedendo in questi giorni».
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Aldo Periale, presidente della coop che per i pm era diretta di fatto da babbo e mamma Renzi: «Ignoravo di firmare il falso, appena potuto sono scappato».Un filone dell'inchiesta sui genitori dell'ex premier punta sul destino dei depliant di big come Esselunga. Distrutti a milioni, invece che consegnati, per consentire di «sovrafatturare».Lo speciale contiene due articoliNon ditegli che secondo la Procura di Firenze lui è un mero prestanome. Perché potrebbe offendersi. Sostiene di conoscere bene i giornalisti, avendo lavorato nel mondo della pubblicità televisiva e radiofonica. Poi come il domatore con il leone fa schioccare la frusta: «Ho visto cose che voi umani…». La citazione di Rutger Hauer in Blade Runner sarebbe un inizio promettente se non fosse per la pronuncia alla Erminio Macario. A parlare è Aldo Periale, settantaduenne di Giaveno, paesone ai piedi delle Alpi e a pochi chilometri da Torino. Il suo nome è finito in questi giorni su tutti i giornali per il ruolo di presidente della Marmodiv, la cooperativa fiorentina di distribuzione di volantini che secondo i magistrati toscani aveva come amministratori di fatto, almeno sino al marzo scorso, Tiziano Renzi e Laura Bovoli, da lunedì scorso agli arresti domiciliari con l'accusa di concorso in bancarotta e emissione e utilizzo di fatture false. In particolare Periale è indagato per aver firmato, tra il 20 marzo e il 18 giugno 2018, cinque note di pagamento destinate alla Eventi 6 dei genitori di Renzi, per un importo totale di circa 250.000 euro. Dietro a questi documenti contabili ci sarebbero copiose sovrafatturazioni (per un valore di circa 100.000 euro) che secondo l'accusa avrebbero consentito all'azienda di Rignano sull'Arno di abbattere le imposte sui redditi.Eppure Periale con noi nega subito di essere complice di questo presunto reato, che vede indagato anche il nipote di Laura Bovoli, Paolo Terreni, oltre a lei stessa e al marito. «Io non sapevo assolutamente di queste cose. È ovvio che non fossi conscio di fare delle sovrafatturazioni per la Eventi 6», proclama quasi con il magone. Con la Marmodiv, purtroppo per lui, pensava di fare un affare. A portare in Toscana questo signore piemontese è stato un vicino di casa, Daniele Goglio, indagato insieme con lui anche per concorso in bancarotta (sempre della Marmodiv), il responsabile commerciale che ha avuto la sfortuna di conoscere il genovese Mariano Massone in una delle sue sgangherate iniziative imprenditoriali. Massone lo ha detto a Goglio e Goglio lo ha detto a Periale. Ed ecco a voi i cavalieri che fecero l'impresa o provarono a farla, quella di raddrizzare la Marmodiv in pieno dissesto. Si sono incontrati anche a Genova per un aperitivo per trovare una soluzione alla richiesta di fallimento da parte della Procura. Hanno coinvolto Massimiliano Di Palma, titolare della genovese Dmp, l'azienda con cui i Renzi quasi tre lustri fa distribuivano Il Secolo XIX. Lo stesso Di Palma, a dicembre, ci riferì che per parlare dell'affare aveva anche «mangiato una bistecchina intorno a Firenze con Tiziano Renzi».Adesso Massone è ai domiciliari al pari del babbo e della moglie Laura, suoi storici soci, mentre Goglio e Periale sono indagati e sono stati sottoposti a perquisizione. A Di Palma, invece, è rimasto il cerino in mano, con la Procura che vuole capire perché abbia deciso di accollarsi i debiti della Marmodiv per salvarla dal dissesto.Ieri il presidente della coop era a pezzi: «Io non c'entro nulla e non ho neanche voglia di parlare. Mi faccia la cortesia. Io complice di false fatture? Non so neanche di che sta parlando, so quello che leggo sui giornali. È tutta un'architettura (sic). Per mia fortuna non li conosco neanche la signora Lella o Lalla come la chiama Tiziano Renzi e non conosco neppure lui. Se li ho mai incontrati? Ma neanche per sogno». Periale, taglio d'occhi alla Sergio Cofferati e pizzetto brizzolato, ha proprio voglia di sfogarsi e sembra sincero: «Io non sapevo che cosa stesse succedendo, sebbene avessi intuito che qualcosa non andava perché nella coop tutti parlavano. Mi sono subito chiesto: “Ma dove cavolo mi sono infilato?". L'ho dichiarato pure ai finanzieri: quando mi sono reso conto del casino e del chiacchiericcio che c'era dietro mi sono detto: “Ma questi sono impazziti. Bon, io ne devo uscire". E sono anche stato costretto a uscirne subito perché ho avuto un problema con la centrale rischi delle banche e per questo non potevo operare con gli istituti di credito». Quasi un bene verrebbe da dire. Forse per questo ha firmato solo sino a inizio estate. «Già a giugno ho capito che conveniva alzare i tacchi e andarsene fuori dalle scatole, perché non era più possibile lavorare con tutto quello che accadeva e che si diceva. Ho capito che ero dentro a una cosa enorme, e non mi interessava più». Ma in realtà non ha lasciato immediatamente la tolda di comando: «Non potevo uscire subito, ho fatto di tutto per riuscirci il prima possibile». Sospira, prende fiato. «Io vengo dal mondo della pubblicità su radio e tv e non avevo mai lavorato nel settore del volantinaggio. Tanti clienti mi raccontavano che i depliant funzionano più degli spot televisivi e allora, da venditore, mi sono incuriosito: “Cazzo voglio proprio vedere" mi sono detto. Ero quasi stufo di essere in pensione e di non fare nulla e quando mi si è presentata quest'opportunità ho accettato, anche perché con quello che prendo di assegno previdenziale una nuova attività ritenevo fosse un'ottima occasione». Ha subito cercato di rimettere in piedi il suo vecchio network di direttore della pubblicità della torinese Videogruppo, vicina al partito socialista di Giusi La Ganga. «A Firenze avevo un amico e collega, Fulvio Janovich. Pensai: “Facciamo una rimpatriata e poi gli chiedo come fare dei clienti nuovi"». Non ha avuto il tempo. A luglio Janovich è morto e la Guardia di finanza si è presentata per la seconda volta in pochi mesi nella sede della Marmodiv. «Avevo tutte le intenzioni di fare bene: ho partecipato alle assemblee, ho preso delle iniziative, ho motivato le persone, perché sono stato abituato a fare lavoro di gruppo. Ma poi hanno iniziato a emergere i problemi e se ti presentavi come Marmodiv, i clienti alzavano le antenne». Ci viene il sospetto che, per sopportare tutto questo, Periale sia un renziano di ferro… «Macché. Io sono tendenzialmente di centrodestra e sono andato a fare un'attività con dei personaggi che non mi sono particolarmente simpatici. In più mi è arrivata una valanga addosso: l'attacco mediatico, i pm. E allora ti domandi: “Cavolo, ma chi me l'ha fatto fare?"».In questi mesi abbiamo parlato con Periale diverse volte e in una delle prime occasioni avevamo provato a farlo confessare: «Lo ammetta, lei è una testa di legno…». La sua risposta fu ironica, ma forse anche profetica: «Al massimo sono una testa di qualcos'altro», ci concesse. E ammise: «Ho fatto una cazzata». Oggi pare difficile dargli torto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-la-marmodiv-pensavo-di-fare-un-bellaffare-invece-e-stato-un-casino-2629639457.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giro-delle-coop-di-famiglia-serviva-per-lucrare-sui-volantini-al-macero" data-post-id="2629639457" data-published-at="1782450577" data-use-pagination="False"> Il giro delle coop di famiglia serviva per lucrare sui volantini al macero Gli efemerotteri sono detentori di un triste record: sono gli insetti che vivono di meno al mondo. Battono le ali per poco più di un giorno. Anche i volantini dei grandi supermercati, affidati per la distribuzione alla galassia societaria renziana, non avevano un orizzonte di vita più lungo. Almeno la maggior parte, quella cioè che dopo la stampa finiva direttamente al macero per trasformarsi in moneta sonante. Un filone emerso in tutta la sua chiarezza nell'inchiesta che lunedì scorso ha portato all'arresto di Tiziano Renzi e di sua moglie Laura Bovoli, e dello storico collaboratore Mariano Massone. E che i lettori della Verità hanno avuto modo di conoscere in anteprima, nei mesi scorsi, nelle cronache da Cuneo. È infatti la Procura piemontese, indagando sul crac della Direkta di Mirko Provenzano, in cui è coinvolta anche mamma Renzi con una richiesta di rinvio a giudizio che si discuterà a fine mese, a imbattersi in questa storia. Nelle carte della coop, una delle tante di cui si serve la Eventi 6 per la diffusione del materiale pubblicitario, la guardia di finanza trova alcune piste che portano a una società di Gessate, nel Milanese: la Mps Maresca. Una Srl specializzata nel recupero e nel riciclo della carta a cui la Direkta, tra il febbraio del 2010 e il marzo del 2013, ha affidato, per mandarle al macero, circa 196 tonnellate al mese di carta. Che, per equivalenza, significa tra i 13 e i 19 milioni di volantini. Ma non solo: a Gessate hanno scaricato altre 10.000 tonnellate di carta anche altre tre aziende sempre riconducibili a Provenzano e a sua moglie, Erika Conterno. Per un incasso complessivo di oltre 700.000 euro. E questo malgrado la Direkta non sia iscritta all'albo nazionale dei gestori ambientali. Nella contabilità della Maresca c'è un indizio che conduce ai genitori dell'ex premier Matteo Renzi. Nelle bolle di viaggio, Rignano sull'Arno viene infatti indicata come unità locale della Direkta per almeno quattro volte tra il maggio 2012 e l'agosto 2013. A questo punto, la Procura di Cuneo, non potendo proseguire oltre su questo versante, invia per competenza territoriale le informative delle fiamme gialle ai pm di Firenze. Che si ritrovano tra le mani anche un piccato scambio di mail tra mamma Renzi e la Conterno su un corrispettivo, per macero di volantini, da «mascherare» in fattura sotto diversa indicazione perché, scrive ancora Tiziano, «per la carta preferiamo non apparire». L'indagine si allarga ed è solo quando arriva alla Marmodiv, ennesima coop eterodiretta dai Renzi, che gli inquirenti trovano il bandolo della matassa. Ci riescono sovrapponendo le testimonianze di tre dipendenti della società. Il primo, di cui scrisse in perfetta solitudine il nostro giornale durante la fase iniziale dell'indagine, è Paolo Magherini. Un sessantenne appassionato di filosofia e seguace del neoparmenidismo che coordina le squadrette di distributori che operano nel Fiorentino. Agli inquirenti spiega che «ci sono camionisti conniventi che consegnano i volantini nuovi appena stampati al macero». All'operazione, «ricordo con certezza», avrebbe partecipato «lo stesso Tiziano Renzi» che veniva «coi mezzi di trasporto a prelevare i volantini in esubero». È lui a riferire di un deposito, «usato un po' da tutti», tra Calenzano e Campi Bisenzio, dove c'è un «certo Adriano» che «dovrebbe essere il responsabile». Silvia Gabrielleschi dice invece che la «quantità dei volantini» che le committenti, tra cui Conad ed Esselunga, danno ad Eventi 6 e da questa finiscono alla Marmodiv «sono sempre in quantità superiore a quella effettivamente distribuita». La Gabrielleschi parla inoltre di un doppio prospetto, uno ufficiale e l'altro a uso interno, dove sono «indicati i quantitativi effettivamente consegnati ai gruppi», di cui è geloso custode Paolo Terreni, il nipote di mamma Laura. Circostanza, quest'ultima, confermata anche da un terzo dipendente, il magazziniere Emiliano Picchi. Nei verbali dell'indagine di Firenze si fa riferimento a Mantova e alla Slovenia come destinazioni finali del materiale al macero. Proprio le due località che la collega Francesca Ronchin aveva per prima indicato, sul nostro giornale, seguendo per Report uno dei tir carichi di materiale pubblicitario sospetto. Gli investigatori, che hanno pedinato un camion dalla sede Marmodiv fino a San Giorgio di Mantova per verificare la fondatezza delle ricostruzioni, hanno fatto i conti: in appena 9 giorni di distribuzione, la Marmodiv realizza una sovrafatturazione di 25.000 euro di imponibile che finisce a Tiziano Renzi e Laura Bovoli come «utilizzatori finali delle fatture per operazioni in parte inesistenti». Il giochetto del macero, infatti, da un lato consente di alzare i costi e abbattere le tasse alla Eventi 6 e dall'altro di realizzare ingenti guadagni, in nero, dallo smaltimento della carta (la Marmodiv è in rapporti con la Eco Cart di San Giorgio di Mantova, ma non c'è traccia di documentazione contabile). Dalle carte dell'inchiesta toscana, il committente maggiormente danneggiato da questo sistema parrebbe la Esselunga che, in sede di ipotetico processo, potrebbe far valere le proprie ragioni e chiedere un risarcimento. Una fonte giudiziaria, contattata dalla Verità, rende onore al nostro lavoro: «Sono tutti buoni a fare giornalismo investigativo a cose fatte e con le carte in mano, come sta succedendo in questi giorni».
Maurizio Landini (Ansa)
Succeduto a Frans Timmermans, altro gran campione delle suicide politiche green, Hoekstra credo debba farsi perdonare di aver in passato lavorato per la Shell e dunque per questo non perda occasione di dimostrarsi un ambientalista convinto, anche quando il buon senso suggerirebbe di prendersi una pausa. Per il commissario, le temperature elevate vanno guardate con occhio positivo. Che cosa spinga il commissario a essere ottimista quando il termometro supera i 40 gradi è presto detto. «La buona notizia» ha spiegato «consiste nel fatto che questo caldo ha chiarito a tutti la necessità di portare avanti il sistema Ets, mentre la ottima è che proprio quest’anno siamo riusciti a concordare un obiettivo climatico ambizioso per il 2040». Non so quale sia l’obiettivo di Hoekstra, ma so che se si spengono i condizionatori al 2040 rischiano di arrivarci in pochi. Infatti, se nelle fabbriche e negli uffici non ci fosse l’aria condizionata in molte aziende sarebbe impossibile lavorare. E non parlo di operai che sudano in acciaieria, ma anche di semplici impiegati che senza un raffrescamento passerebbero la giornata in una specie di forno.
Ma che cosa vuole Hoekstra? In poche parole, invece di tirare il freno sulle politiche green, per consentire di far fronte all’ondata di calore, il commissario Ue ha spiegato che «il surriscaldamento delle città ci deve indirizzare verso una maggiore ambizione piuttosto che verso una minore». Peccato che nell’immediato, per tenere a bada temperature che hanno fatto impennare la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, non ci siano molte soluzioni se non accendere l’aria condizionata. E siccome gli impianti di raffrescamento funzionano con l’energia elettrica e questa è ancora in gran parte prodotta con le fonti fossili, gli obiettivi di decarbonizzazione non soltanto appaiono poco credibili, ma addirittura rischiano di essere d’ostacolo.
È vero che quattro anni fa, l’allora premier Mario Draghi, rispondendo a una domanda sulle sanzioni alla Russia e lo stop alle importazioni di gas, disse che si trattava di scegliere tra aria condizionata e libertà. Ma in questo caso non siamo di fronte a un bivio tra sostenere un dittatore e abbassare di qualche grado la temperatura. Oggi non c’è nessun tiranno da contrastare, semmai c’è da sopravvivere al brusco innalzamento del termometro e per raggiungere rapidamente l’obiettivo urge mettere da parte le mete ambiziose e accendere l’aria condizionata, senza troppi indugi ideologici.
Però Hoekstra non è il solo ad avere brillanti idee come dare un giro di vite alla transizione green. Anche Greenpeace e la Cgil si sono spremuti le meningi di fronte al gran caldo e hanno trovato la soluzione al problema in una tassa sulle imprese che guadagnano dai combustibili fossili. Siccome, a sentir loro, se si boccheggia la colpa è delle aziende del petrolio e del gas, tocca a queste mettere mano al portafogli e risarcire i lavoratori. «Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone mentre le aziende energetiche continuano ad accumulare profitti miliardari» dicono gli adepti del sindacato guidato da Maurizio Landini. «Chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare» fa eco l’associazione ambientalista cara alla sinistra.
In pratica, mentre il mondo va a fuoco, l’Ue e i compagni cavalcano la crisi climatica. La prima per dare un’accelerazione al suicidio industriale dell’Europa, magari con lo spegnimento dei condizionatori allo scopo di rispettare la natura. I secondi inventando nuove tasse che puntano a far chiudere le imprese energetiche. Risultato, con Bruxelles e la sinistra rischiamo di avere inverni senza riscaldamento (per rispettare l’ambiente) ed estati roventi (sempre per rispettare l’ambiente). Insomma, con costoro alla guida facciamo prima a tirare le cuoia.
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Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
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Marco Tronchetti Provera (Ansa)
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.
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