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2019-02-22
«Non sapevo di firmare fatture false per i Renzi»
Ansa
Non ditegli che secondo la Procura di Firenze lui è un mero prestanome. Perché potrebbe offendersi. Sostiene di conoscere bene i giornalisti, avendo lavorato nel mondo della pubblicità televisiva e radiofonica. Poi come il domatore con il leone fa schioccare la frusta: «Ho visto cose che voi umani…». La citazione di Rutger Hauer in Blade Runner sarebbe un inizio promettente se non fosse per la pronuncia alla Erminio Macario. A parlare è Aldo Periale, settantaduenne di Giaveno, paesone ai piedi delle Alpi e a pochi chilometri da Torino. Il suo nome è finito in questi giorni su tutti i giornali per il ruolo di presidente della Marmodiv, la cooperativa fiorentina di distribuzione di volantini che secondo i magistrati toscani aveva come amministratori di fatto, almeno sino al marzo scorso, Tiziano Renzi e Laura Bovoli, da lunedì scorso agli arresti domiciliari con l'accusa di concorso in bancarotta e emissione e utilizzo di fatture false. In particolare Periale è indagato per aver firmato, tra il 20 marzo e il 18 giugno 2018, cinque note di pagamento destinate alla Eventi 6 dei genitori di Renzi, per un importo totale di circa 250.000 euro. Dietro a questi documenti contabili ci sarebbero copiose sovrafatturazioni (per un valore di circa 100.000 euro) che secondo l'accusa avrebbero consentito all'azienda di Rignano sull'Arno di abbattere le imposte sui redditi.
Eppure Periale con noi nega subito di essere complice di questo presunto reato, che vede indagato anche il nipote di Laura Bovoli, Paolo Terreni, oltre a lei stessa e al marito. «Io non sapevo assolutamente di queste cose. È ovvio che non fossi conscio di fare delle sovrafatturazioni per la Eventi 6», proclama quasi con il magone. Con la Marmodiv, purtroppo per lui, pensava di fare un affare. A portare in Toscana questo signore piemontese è stato un vicino di casa, Daniele Goglio, indagato insieme con lui anche per concorso in bancarotta (sempre della Marmodiv), il responsabile commerciale che ha avuto la sfortuna di conoscere il genovese Mariano Massone in una delle sue sgangherate iniziative imprenditoriali. Massone lo ha detto a Goglio e Goglio lo ha detto a Periale. Ed ecco a voi i cavalieri che fecero l'impresa o provarono a farla, quella di raddrizzare la Marmodiv in pieno dissesto. Si sono incontrati anche a Genova per un aperitivo per trovare una soluzione alla richiesta di fallimento da parte della Procura. Hanno coinvolto Massimiliano Di Palma, titolare della genovese Dmp, l'azienda con cui i Renzi quasi tre lustri fa distribuivano Il Secolo XIX. Lo stesso Di Palma, a dicembre, ci riferì che per parlare dell'affare aveva anche «mangiato una bistecchina intorno a Firenze con Tiziano Renzi».
Adesso Massone è ai domiciliari al pari del babbo e della moglie Laura, suoi storici soci, mentre Goglio e Periale sono indagati e sono stati sottoposti a perquisizione. A Di Palma, invece, è rimasto il cerino in mano, con la Procura che vuole capire perché abbia deciso di accollarsi i debiti della Marmodiv per salvarla dal dissesto.
Ieri il presidente della coop era a pezzi: «Io non c'entro nulla e non ho neanche voglia di parlare. Mi faccia la cortesia. Io complice di false fatture? Non so neanche di che sta parlando, so quello che leggo sui giornali. È tutta un'architettura (sic). Per mia fortuna non li conosco neanche la signora Lella o Lalla come la chiama Tiziano Renzi e non conosco neppure lui. Se li ho mai incontrati? Ma neanche per sogno». Periale, taglio d'occhi alla Sergio Cofferati e pizzetto brizzolato, ha proprio voglia di sfogarsi e sembra sincero: «Io non sapevo che cosa stesse succedendo, sebbene avessi intuito che qualcosa non andava perché nella coop tutti parlavano. Mi sono subito chiesto: “Ma dove cavolo mi sono infilato?". L'ho dichiarato pure ai finanzieri: quando mi sono reso conto del casino e del chiacchiericcio che c'era dietro mi sono detto: “Ma questi sono impazziti. Bon, io ne devo uscire". E sono anche stato costretto a uscirne subito perché ho avuto un problema con la centrale rischi delle banche e per questo non potevo operare con gli istituti di credito». Quasi un bene verrebbe da dire. Forse per questo ha firmato solo sino a inizio estate. «Già a giugno ho capito che conveniva alzare i tacchi e andarsene fuori dalle scatole, perché non era più possibile lavorare con tutto quello che accadeva e che si diceva. Ho capito che ero dentro a una cosa enorme, e non mi interessava più».
Ma in realtà non ha lasciato immediatamente la tolda di comando: «Non potevo uscire subito, ho fatto di tutto per riuscirci il prima possibile». Sospira, prende fiato. «Io vengo dal mondo della pubblicità su radio e tv e non avevo mai lavorato nel settore del volantinaggio. Tanti clienti mi raccontavano che i depliant funzionano più degli spot televisivi e allora, da venditore, mi sono incuriosito: “Cazzo voglio proprio vedere" mi sono detto. Ero quasi stufo di essere in pensione e di non fare nulla e quando mi si è presentata quest'opportunità ho accettato, anche perché con quello che prendo di assegno previdenziale una nuova attività ritenevo fosse un'ottima occasione». Ha subito cercato di rimettere in piedi il suo vecchio network di direttore della pubblicità della torinese Videogruppo, vicina al partito socialista di Giusi La Ganga. «A Firenze avevo un amico e collega, Fulvio Janovich. Pensai: “Facciamo una rimpatriata e poi gli chiedo come fare dei clienti nuovi"». Non ha avuto il tempo. A luglio Janovich è morto e la Guardia di finanza si è presentata per la seconda volta in pochi mesi nella sede della Marmodiv. «Avevo tutte le intenzioni di fare bene: ho partecipato alle assemblee, ho preso delle iniziative, ho motivato le persone, perché sono stato abituato a fare lavoro di gruppo. Ma poi hanno iniziato a emergere i problemi e se ti presentavi come Marmodiv, i clienti alzavano le antenne».
Ci viene il sospetto che, per sopportare tutto questo, Periale sia un renziano di ferro… «Macché. Io sono tendenzialmente di centrodestra e sono andato a fare un'attività con dei personaggi che non mi sono particolarmente simpatici. In più mi è arrivata una valanga addosso: l'attacco mediatico, i pm. E allora ti domandi: “Cavolo, ma chi me l'ha fatto fare?"».
In questi mesi abbiamo parlato con Periale diverse volte e in una delle prime occasioni avevamo provato a farlo confessare: «Lo ammetta, lei è una testa di legno…». La sua risposta fu ironica, ma forse anche profetica: «Al massimo sono una testa di qualcos'altro», ci concesse. E ammise: «Ho fatto una cazzata». Oggi pare difficile dargli torto.
Il giro delle coop di famiglia serviva per lucrare sui volantini al macero
Gli efemerotteri sono detentori di un triste record: sono gli insetti che vivono di meno al mondo. Battono le ali per poco più di un giorno. Anche i volantini dei grandi supermercati, affidati per la distribuzione alla galassia societaria renziana, non avevano un orizzonte di vita più lungo. Almeno la maggior parte, quella cioè che dopo la stampa finiva direttamente al macero per trasformarsi in moneta sonante. Un filone emerso in tutta la sua chiarezza nell'inchiesta che lunedì scorso ha portato all'arresto di Tiziano Renzi e di sua moglie Laura Bovoli, e dello storico collaboratore Mariano Massone. E che i lettori della Verità hanno avuto modo di conoscere in anteprima, nei mesi scorsi, nelle cronache da Cuneo. È infatti la Procura piemontese, indagando sul crac della Direkta di Mirko Provenzano, in cui è coinvolta anche mamma Renzi con una richiesta di rinvio a giudizio che si discuterà a fine mese, a imbattersi in questa storia. Nelle carte della coop, una delle tante di cui si serve la Eventi 6 per la diffusione del materiale pubblicitario, la guardia di finanza trova alcune piste che portano a una società di Gessate, nel Milanese: la Mps Maresca. Una Srl specializzata nel recupero e nel riciclo della carta a cui la Direkta, tra il febbraio del 2010 e il marzo del 2013, ha affidato, per mandarle al macero, circa 196 tonnellate al mese di carta. Che, per equivalenza, significa tra i 13 e i 19 milioni di volantini. Ma non solo: a Gessate hanno scaricato altre 10.000 tonnellate di carta anche altre tre aziende sempre riconducibili a Provenzano e a sua moglie, Erika Conterno. Per un incasso complessivo di oltre 700.000 euro. E questo malgrado la Direkta non sia iscritta all'albo nazionale dei gestori ambientali.
Nella contabilità della Maresca c'è un indizio che conduce ai genitori dell'ex premier Matteo Renzi. Nelle bolle di viaggio, Rignano sull'Arno viene infatti indicata come unità locale della Direkta per almeno quattro volte tra il maggio 2012 e l'agosto 2013.
A questo punto, la Procura di Cuneo, non potendo proseguire oltre su questo versante, invia per competenza territoriale le informative delle fiamme gialle ai pm di Firenze. Che si ritrovano tra le mani anche un piccato scambio di mail tra mamma Renzi e la Conterno su un corrispettivo, per macero di volantini, da «mascherare» in fattura sotto diversa indicazione perché, scrive ancora Tiziano, «per la carta preferiamo non apparire». L'indagine si allarga ed è solo quando arriva alla Marmodiv, ennesima coop eterodiretta dai Renzi, che gli inquirenti trovano il bandolo della matassa. Ci riescono sovrapponendo le testimonianze di tre dipendenti della società. Il primo, di cui scrisse in perfetta solitudine il nostro giornale durante la fase iniziale dell'indagine, è Paolo Magherini. Un sessantenne appassionato di filosofia e seguace del neoparmenidismo che coordina le squadrette di distributori che operano nel Fiorentino. Agli inquirenti spiega che «ci sono camionisti conniventi che consegnano i volantini nuovi appena stampati al macero». All'operazione, «ricordo con certezza», avrebbe partecipato «lo stesso Tiziano Renzi» che veniva «coi mezzi di trasporto a prelevare i volantini in esubero». È lui a riferire di un deposito, «usato un po' da tutti», tra Calenzano e Campi Bisenzio, dove c'è un «certo Adriano» che «dovrebbe essere il responsabile».
Silvia Gabrielleschi dice invece che la «quantità dei volantini» che le committenti, tra cui Conad ed Esselunga, danno ad Eventi 6 e da questa finiscono alla Marmodiv «sono sempre in quantità superiore a quella effettivamente distribuita». La Gabrielleschi parla inoltre di un doppio prospetto, uno ufficiale e l'altro a uso interno, dove sono «indicati i quantitativi effettivamente consegnati ai gruppi», di cui è geloso custode Paolo Terreni, il nipote di mamma Laura. Circostanza, quest'ultima, confermata anche da un terzo dipendente, il magazziniere Emiliano Picchi. Nei verbali dell'indagine di Firenze si fa riferimento a Mantova e alla Slovenia come destinazioni finali del materiale al macero. Proprio le due località che la collega Francesca Ronchin aveva per prima indicato, sul nostro giornale, seguendo per Report uno dei tir carichi di materiale pubblicitario sospetto.
Gli investigatori, che hanno pedinato un camion dalla sede Marmodiv fino a San Giorgio di Mantova per verificare la fondatezza delle ricostruzioni, hanno fatto i conti: in appena 9 giorni di distribuzione, la Marmodiv realizza una sovrafatturazione di 25.000 euro di imponibile che finisce a Tiziano Renzi e Laura Bovoli come «utilizzatori finali delle fatture per operazioni in parte inesistenti». Il giochetto del macero, infatti, da un lato consente di alzare i costi e abbattere le tasse alla Eventi 6 e dall'altro di realizzare ingenti guadagni, in nero, dallo smaltimento della carta (la Marmodiv è in rapporti con la Eco Cart di San Giorgio di Mantova, ma non c'è traccia di documentazione contabile). Dalle carte dell'inchiesta toscana, il committente maggiormente danneggiato da questo sistema parrebbe la Esselunga che, in sede di ipotetico processo, potrebbe far valere le proprie ragioni e chiedere un risarcimento.
Una fonte giudiziaria, contattata dalla Verità, rende onore al nostro lavoro: «Sono tutti buoni a fare giornalismo investigativo a cose fatte e con le carte in mano, come sta succedendo in questi giorni».
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Aldo Periale, presidente della coop che per i pm era diretta di fatto da babbo e mamma Renzi: «Ignoravo di firmare il falso, appena potuto sono scappato».Un filone dell'inchiesta sui genitori dell'ex premier punta sul destino dei depliant di big come Esselunga. Distrutti a milioni, invece che consegnati, per consentire di «sovrafatturare».Lo speciale contiene due articoliNon ditegli che secondo la Procura di Firenze lui è un mero prestanome. Perché potrebbe offendersi. Sostiene di conoscere bene i giornalisti, avendo lavorato nel mondo della pubblicità televisiva e radiofonica. Poi come il domatore con il leone fa schioccare la frusta: «Ho visto cose che voi umani…». La citazione di Rutger Hauer in Blade Runner sarebbe un inizio promettente se non fosse per la pronuncia alla Erminio Macario. A parlare è Aldo Periale, settantaduenne di Giaveno, paesone ai piedi delle Alpi e a pochi chilometri da Torino. Il suo nome è finito in questi giorni su tutti i giornali per il ruolo di presidente della Marmodiv, la cooperativa fiorentina di distribuzione di volantini che secondo i magistrati toscani aveva come amministratori di fatto, almeno sino al marzo scorso, Tiziano Renzi e Laura Bovoli, da lunedì scorso agli arresti domiciliari con l'accusa di concorso in bancarotta e emissione e utilizzo di fatture false. In particolare Periale è indagato per aver firmato, tra il 20 marzo e il 18 giugno 2018, cinque note di pagamento destinate alla Eventi 6 dei genitori di Renzi, per un importo totale di circa 250.000 euro. Dietro a questi documenti contabili ci sarebbero copiose sovrafatturazioni (per un valore di circa 100.000 euro) che secondo l'accusa avrebbero consentito all'azienda di Rignano sull'Arno di abbattere le imposte sui redditi.Eppure Periale con noi nega subito di essere complice di questo presunto reato, che vede indagato anche il nipote di Laura Bovoli, Paolo Terreni, oltre a lei stessa e al marito. «Io non sapevo assolutamente di queste cose. È ovvio che non fossi conscio di fare delle sovrafatturazioni per la Eventi 6», proclama quasi con il magone. Con la Marmodiv, purtroppo per lui, pensava di fare un affare. A portare in Toscana questo signore piemontese è stato un vicino di casa, Daniele Goglio, indagato insieme con lui anche per concorso in bancarotta (sempre della Marmodiv), il responsabile commerciale che ha avuto la sfortuna di conoscere il genovese Mariano Massone in una delle sue sgangherate iniziative imprenditoriali. Massone lo ha detto a Goglio e Goglio lo ha detto a Periale. Ed ecco a voi i cavalieri che fecero l'impresa o provarono a farla, quella di raddrizzare la Marmodiv in pieno dissesto. Si sono incontrati anche a Genova per un aperitivo per trovare una soluzione alla richiesta di fallimento da parte della Procura. Hanno coinvolto Massimiliano Di Palma, titolare della genovese Dmp, l'azienda con cui i Renzi quasi tre lustri fa distribuivano Il Secolo XIX. Lo stesso Di Palma, a dicembre, ci riferì che per parlare dell'affare aveva anche «mangiato una bistecchina intorno a Firenze con Tiziano Renzi».Adesso Massone è ai domiciliari al pari del babbo e della moglie Laura, suoi storici soci, mentre Goglio e Periale sono indagati e sono stati sottoposti a perquisizione. A Di Palma, invece, è rimasto il cerino in mano, con la Procura che vuole capire perché abbia deciso di accollarsi i debiti della Marmodiv per salvarla dal dissesto.Ieri il presidente della coop era a pezzi: «Io non c'entro nulla e non ho neanche voglia di parlare. Mi faccia la cortesia. Io complice di false fatture? Non so neanche di che sta parlando, so quello che leggo sui giornali. È tutta un'architettura (sic). Per mia fortuna non li conosco neanche la signora Lella o Lalla come la chiama Tiziano Renzi e non conosco neppure lui. Se li ho mai incontrati? Ma neanche per sogno». Periale, taglio d'occhi alla Sergio Cofferati e pizzetto brizzolato, ha proprio voglia di sfogarsi e sembra sincero: «Io non sapevo che cosa stesse succedendo, sebbene avessi intuito che qualcosa non andava perché nella coop tutti parlavano. Mi sono subito chiesto: “Ma dove cavolo mi sono infilato?". L'ho dichiarato pure ai finanzieri: quando mi sono reso conto del casino e del chiacchiericcio che c'era dietro mi sono detto: “Ma questi sono impazziti. Bon, io ne devo uscire". E sono anche stato costretto a uscirne subito perché ho avuto un problema con la centrale rischi delle banche e per questo non potevo operare con gli istituti di credito». Quasi un bene verrebbe da dire. Forse per questo ha firmato solo sino a inizio estate. «Già a giugno ho capito che conveniva alzare i tacchi e andarsene fuori dalle scatole, perché non era più possibile lavorare con tutto quello che accadeva e che si diceva. Ho capito che ero dentro a una cosa enorme, e non mi interessava più». Ma in realtà non ha lasciato immediatamente la tolda di comando: «Non potevo uscire subito, ho fatto di tutto per riuscirci il prima possibile». Sospira, prende fiato. «Io vengo dal mondo della pubblicità su radio e tv e non avevo mai lavorato nel settore del volantinaggio. Tanti clienti mi raccontavano che i depliant funzionano più degli spot televisivi e allora, da venditore, mi sono incuriosito: “Cazzo voglio proprio vedere" mi sono detto. Ero quasi stufo di essere in pensione e di non fare nulla e quando mi si è presentata quest'opportunità ho accettato, anche perché con quello che prendo di assegno previdenziale una nuova attività ritenevo fosse un'ottima occasione». Ha subito cercato di rimettere in piedi il suo vecchio network di direttore della pubblicità della torinese Videogruppo, vicina al partito socialista di Giusi La Ganga. «A Firenze avevo un amico e collega, Fulvio Janovich. Pensai: “Facciamo una rimpatriata e poi gli chiedo come fare dei clienti nuovi"». Non ha avuto il tempo. A luglio Janovich è morto e la Guardia di finanza si è presentata per la seconda volta in pochi mesi nella sede della Marmodiv. «Avevo tutte le intenzioni di fare bene: ho partecipato alle assemblee, ho preso delle iniziative, ho motivato le persone, perché sono stato abituato a fare lavoro di gruppo. Ma poi hanno iniziato a emergere i problemi e se ti presentavi come Marmodiv, i clienti alzavano le antenne». Ci viene il sospetto che, per sopportare tutto questo, Periale sia un renziano di ferro… «Macché. Io sono tendenzialmente di centrodestra e sono andato a fare un'attività con dei personaggi che non mi sono particolarmente simpatici. In più mi è arrivata una valanga addosso: l'attacco mediatico, i pm. E allora ti domandi: “Cavolo, ma chi me l'ha fatto fare?"».In questi mesi abbiamo parlato con Periale diverse volte e in una delle prime occasioni avevamo provato a farlo confessare: «Lo ammetta, lei è una testa di legno…». La sua risposta fu ironica, ma forse anche profetica: «Al massimo sono una testa di qualcos'altro», ci concesse. E ammise: «Ho fatto una cazzata». Oggi pare difficile dargli torto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-la-marmodiv-pensavo-di-fare-un-bellaffare-invece-e-stato-un-casino-2629639457.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giro-delle-coop-di-famiglia-serviva-per-lucrare-sui-volantini-al-macero" data-post-id="2629639457" data-published-at="1779950291" data-use-pagination="False"> Il giro delle coop di famiglia serviva per lucrare sui volantini al macero Gli efemerotteri sono detentori di un triste record: sono gli insetti che vivono di meno al mondo. Battono le ali per poco più di un giorno. Anche i volantini dei grandi supermercati, affidati per la distribuzione alla galassia societaria renziana, non avevano un orizzonte di vita più lungo. Almeno la maggior parte, quella cioè che dopo la stampa finiva direttamente al macero per trasformarsi in moneta sonante. Un filone emerso in tutta la sua chiarezza nell'inchiesta che lunedì scorso ha portato all'arresto di Tiziano Renzi e di sua moglie Laura Bovoli, e dello storico collaboratore Mariano Massone. E che i lettori della Verità hanno avuto modo di conoscere in anteprima, nei mesi scorsi, nelle cronache da Cuneo. È infatti la Procura piemontese, indagando sul crac della Direkta di Mirko Provenzano, in cui è coinvolta anche mamma Renzi con una richiesta di rinvio a giudizio che si discuterà a fine mese, a imbattersi in questa storia. Nelle carte della coop, una delle tante di cui si serve la Eventi 6 per la diffusione del materiale pubblicitario, la guardia di finanza trova alcune piste che portano a una società di Gessate, nel Milanese: la Mps Maresca. Una Srl specializzata nel recupero e nel riciclo della carta a cui la Direkta, tra il febbraio del 2010 e il marzo del 2013, ha affidato, per mandarle al macero, circa 196 tonnellate al mese di carta. Che, per equivalenza, significa tra i 13 e i 19 milioni di volantini. Ma non solo: a Gessate hanno scaricato altre 10.000 tonnellate di carta anche altre tre aziende sempre riconducibili a Provenzano e a sua moglie, Erika Conterno. Per un incasso complessivo di oltre 700.000 euro. E questo malgrado la Direkta non sia iscritta all'albo nazionale dei gestori ambientali. Nella contabilità della Maresca c'è un indizio che conduce ai genitori dell'ex premier Matteo Renzi. Nelle bolle di viaggio, Rignano sull'Arno viene infatti indicata come unità locale della Direkta per almeno quattro volte tra il maggio 2012 e l'agosto 2013. A questo punto, la Procura di Cuneo, non potendo proseguire oltre su questo versante, invia per competenza territoriale le informative delle fiamme gialle ai pm di Firenze. Che si ritrovano tra le mani anche un piccato scambio di mail tra mamma Renzi e la Conterno su un corrispettivo, per macero di volantini, da «mascherare» in fattura sotto diversa indicazione perché, scrive ancora Tiziano, «per la carta preferiamo non apparire». L'indagine si allarga ed è solo quando arriva alla Marmodiv, ennesima coop eterodiretta dai Renzi, che gli inquirenti trovano il bandolo della matassa. Ci riescono sovrapponendo le testimonianze di tre dipendenti della società. Il primo, di cui scrisse in perfetta solitudine il nostro giornale durante la fase iniziale dell'indagine, è Paolo Magherini. Un sessantenne appassionato di filosofia e seguace del neoparmenidismo che coordina le squadrette di distributori che operano nel Fiorentino. Agli inquirenti spiega che «ci sono camionisti conniventi che consegnano i volantini nuovi appena stampati al macero». All'operazione, «ricordo con certezza», avrebbe partecipato «lo stesso Tiziano Renzi» che veniva «coi mezzi di trasporto a prelevare i volantini in esubero». È lui a riferire di un deposito, «usato un po' da tutti», tra Calenzano e Campi Bisenzio, dove c'è un «certo Adriano» che «dovrebbe essere il responsabile». Silvia Gabrielleschi dice invece che la «quantità dei volantini» che le committenti, tra cui Conad ed Esselunga, danno ad Eventi 6 e da questa finiscono alla Marmodiv «sono sempre in quantità superiore a quella effettivamente distribuita». La Gabrielleschi parla inoltre di un doppio prospetto, uno ufficiale e l'altro a uso interno, dove sono «indicati i quantitativi effettivamente consegnati ai gruppi», di cui è geloso custode Paolo Terreni, il nipote di mamma Laura. Circostanza, quest'ultima, confermata anche da un terzo dipendente, il magazziniere Emiliano Picchi. Nei verbali dell'indagine di Firenze si fa riferimento a Mantova e alla Slovenia come destinazioni finali del materiale al macero. Proprio le due località che la collega Francesca Ronchin aveva per prima indicato, sul nostro giornale, seguendo per Report uno dei tir carichi di materiale pubblicitario sospetto. Gli investigatori, che hanno pedinato un camion dalla sede Marmodiv fino a San Giorgio di Mantova per verificare la fondatezza delle ricostruzioni, hanno fatto i conti: in appena 9 giorni di distribuzione, la Marmodiv realizza una sovrafatturazione di 25.000 euro di imponibile che finisce a Tiziano Renzi e Laura Bovoli come «utilizzatori finali delle fatture per operazioni in parte inesistenti». Il giochetto del macero, infatti, da un lato consente di alzare i costi e abbattere le tasse alla Eventi 6 e dall'altro di realizzare ingenti guadagni, in nero, dallo smaltimento della carta (la Marmodiv è in rapporti con la Eco Cart di San Giorgio di Mantova, ma non c'è traccia di documentazione contabile). Dalle carte dell'inchiesta toscana, il committente maggiormente danneggiato da questo sistema parrebbe la Esselunga che, in sede di ipotetico processo, potrebbe far valere le proprie ragioni e chiedere un risarcimento. Una fonte giudiziaria, contattata dalla Verità, rende onore al nostro lavoro: «Sono tutti buoni a fare giornalismo investigativo a cose fatte e con le carte in mano, come sta succedendo in questi giorni».
Pedro Sánchez (Ansa)
Lo testimoniano gli esempi di questi giorni, a partire da quello di José Luis Zapatero, l’icona socialista a cui la sinistra nostrana ha guardato per anni. L’ex premier rappresentava la quarta via, dopo quella di Bill Clinton e pure quella di Tony Blair. Con gli occhioni da Bambi aveva incantato tutti, introducendo nella cattolicissima Spagna le unioni Lgbt e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. Dal franchismo all’attivismo gay: in effetti, il salto in avanti o nel buio era stato forte e in Italia i compagni in crisi di identità, dopo le sconfitte elettorali, erano caduti in deliquio di fronte a tanto coraggio.
Una volta lasciato il governo Zapatero, come altri leader della sinistra, ha però trovato i soldi. Tanti, a giudicare da tutto quello che c’era nella cassaforte del suo ufficio. Orologi, gioielli, contanti: una prima stima parla di tre milioni. Ma a quanto pare si tratta dell’antipasto, perché da una società sull’orlo del crac, che però grazie al governo di Pedro Sánchez, altro socialista, aveva ricevuto contributi pubblici, sono arrivati consistenti bonifici, all’ex premier e pure alla società delle figlie. In totale, si parlerebbe di un vorticoso giro di denaro, con annessa una serie di reati. Avuto sentore dell’inchiesta, Zapatero pare volesse levare l’ancora e fuggire a Caracas, dove anche senza Maduro resistono un po’ di compagni. In sovrappiù, mentre crolla il mito del Bambi duro e puro, la magistratura ha spedito la Guardia civil a perquisire la sede del Psoe, il Partito socialista operaio spagnolo.
Così, tra un rinvio a giudizio della moglie dell’attuale premier, l’arresto dei principali collaboratori e ombre di corruzione che lambiscono il governo, anche l’immagine di Pedro Sánchez, icona della sinistra di casa nostra subentrata a Zapatero, rischia di fare la fine evocata da Nenni: epurato.
Ma i socialisti a cui si ispirano Schlein e compagni non portano solo guai giudiziari e sospetti di corruzione. Per i miti della sinistra c’è anche altro. Ieri il sindaco di New York, il democratico Zohran Mamdani ha annunciato un piano casa per fronteggiare l’emergenza abitativa della Grande mela. Il programma, denominato Block by Block, promette 200.000 nuovi alloggi, ma tra le misure ne spunta una perlomeno discutibile. Mamdani, infatti, annuncia di avere intenzione di espropriare i proprietari di casa che non migliorino le condizioni degli edifici e di trasferirne la proprietà agli inquilini. «Quando necessario, intraprenderemo azioni legali energiche per allontanare i proprietari e i gestori immobiliari negligenti», ha annunciato tra gli applausi. L’appropriazione di un patrimonio privato confligge con il V emendamento della Costituzione americana? Non è cosa che paia preoccuparlo.
Ma il vizio di mettere le mani in tasca al contribuente (come non ricordare Giuliano Amato che di notte prelevò i soldi dai conti correnti degli italiani e Romano Prodi che introdusse l’euro-tassa?) non è solo americano. In Francia, la nuova presidente della Corte dei Conti, Amélie de Montchalin, già ministro dell’Ecologia con la premier socialista Élisabeth Borne, ha avuto un’ideona per ripianare il deficit della sanità transalpina. La proposta prevede che lo Stato prelevi direttamente i soldi dai conti correnti degli assistiti, riscuotendo dunque forzosamente le franchigie per medicinali ed esami che restano a carico dei pazienti. Ovviamente, il prelievo riguarderebbe solo i francesi, per i clandestini e pure per i residenti nei dipartimenti d’Oltremare tipo La Mayotte le cure invece rimarrebbero gratis. O meglio, con i socialisti e Macron, a pagare sarebbe come sempre Pantalone.
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Andrea Delmastro (Ansa)
La richiesta arriva nell’ambito dell’indagine sul riciclaggio del clan Senese. Il centrodestra non pare intenzionato a dare il via libera, anche se Forza Italia ha posto condizioni, il che lascia intendere che potrebbe decidere di votare diversamente. «Prima abbiamo necessità di leggere le carte» si apprende fa fonti parlamentari.
Naturalmente le opposizioni insorgono. «Se così fosse il messaggio politico sarebbe devastante. Parliamo di atti richiesti dall’autorità giudiziaria in un’inchiesta che chiede chiarezza. Giorgia Meloni ha due strade davanti a sé: coprire Delmastro e i suoi rapporti con personaggi in orbita mafiosa, oppure ordinare ai suoi dare l’ok alla richiesta, provare a fare luce e sgomberare il campo dall’idea che lei il suo partito abbiano qualcosa da nascondere», le parole del capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini. E Angelo Bonelli (Avs) rincara: «È un fatto molto grave: invece di aiutare i magistrati a fare chiarezza e arrivare alla verità, la maggioranza alza un muro politico».
«Apprendiamo che il centrodestra sarebbe orientato a respingere la richiesta della Procura di Roma», dice Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, «Meloni non aveva detto che non avrebbe coperto più nessuno? E allora che problema c’è ad acquisire le chat dell’ex sottosegretario e anche quelle del caso Mps?». Infatti quelle di Delmastro non sono le uniche chat che si chiede di acquisire. Anche la Procura di Milano ha fatto una richiesta poco tempo fa: ha chiesto di visionare le chat dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala. Il caso è quello della scalata di Mps a Mediobanca, i pm hanno chiesto al Parlamento di autorizzare la visione delle chat di Sala in quanto, secondo quel che riporta lo stesso ex dirigente ministeriale (non indagato), nelle conversazioni sarebbero citati anche nove parlamentari, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.
La chiave è qui. L’intenzione sembra quella di voler usare due inchieste per sfruttare la possibilità di andare a cercare all’interno delle chat di maggioranza ed esecutivo per vedere di trovare qualcosa da utilizzare contro il governo. Sul caso di Delmastro, ad esempio, perché, avendo le chat di Caroccia, si chiede di visionare quelle dell’ex sottosegretario? Cosa può aver scambiato con queste persone che non si possa leggere dalle chat già acquisite? È chiaro che si cerchi dell’altro. «In base agli elementi a mia conoscenza, in quelle chat sono presenti discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata», ha detto Fabrizio Gallo, difensore di Mauro Caroccia, commentando la richiesta avanzata dalla Procura. Certo è che le richieste delle Procure hanno fornito un grande assist alla sinistra che in questo modo evita di parlare dei guai giudiziari spagnoli gravati sui loro idoli: Pedro Sánchez e José Zapatero.
Il fratello minore di Sánchez dovrà comparire in tribunale dove è chiamato a rispondere delle accuse di traffico di influenze, abuso d’ufficio e malversazione. Guai familiari grossi per Sánchez perché anche la moglie del premier spagnolo, Begoña Gómez, dovrà comparire in tribunale il 9 giugno accusata di aver usato la sua influenza, come consorte del primo ministro, per ottenere sponsor per un corso di laurea da lei diretto. Secondo l’accusa, inoltre, avrebbe utilizzato fondi statali per pagare la sua assistente per l’aiuto in questioni personali. La sinistra italiana non ne parla e ignora anche il fatto che nel fine settimana a Madrid sono scese in piazza 40.000 persone per manifestare «contro il governo corrotto di Sánchez». Scandali che si allargano anche agli altri socialisti. Anche l’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero sta mettendo in difficoltà il governo (di cui è un forte alleato) perché è stato accusato di traffico di influenze illecite e altri reati di corruzione.
Uno scandalo enorme in Spagna, mentre in Italia, a sinistra, invece di prendere distante, si pensa alle chat di governo nella speranza di trovare qualcosa a cui appendersi per fare opposizione.
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