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2019-02-22
«Non sapevo di firmare fatture false per i Renzi»
Ansa
Non ditegli che secondo la Procura di Firenze lui è un mero prestanome. Perché potrebbe offendersi. Sostiene di conoscere bene i giornalisti, avendo lavorato nel mondo della pubblicità televisiva e radiofonica. Poi come il domatore con il leone fa schioccare la frusta: «Ho visto cose che voi umani…». La citazione di Rutger Hauer in Blade Runner sarebbe un inizio promettente se non fosse per la pronuncia alla Erminio Macario. A parlare è Aldo Periale, settantaduenne di Giaveno, paesone ai piedi delle Alpi e a pochi chilometri da Torino. Il suo nome è finito in questi giorni su tutti i giornali per il ruolo di presidente della Marmodiv, la cooperativa fiorentina di distribuzione di volantini che secondo i magistrati toscani aveva come amministratori di fatto, almeno sino al marzo scorso, Tiziano Renzi e Laura Bovoli, da lunedì scorso agli arresti domiciliari con l'accusa di concorso in bancarotta e emissione e utilizzo di fatture false. In particolare Periale è indagato per aver firmato, tra il 20 marzo e il 18 giugno 2018, cinque note di pagamento destinate alla Eventi 6 dei genitori di Renzi, per un importo totale di circa 250.000 euro. Dietro a questi documenti contabili ci sarebbero copiose sovrafatturazioni (per un valore di circa 100.000 euro) che secondo l'accusa avrebbero consentito all'azienda di Rignano sull'Arno di abbattere le imposte sui redditi.
Eppure Periale con noi nega subito di essere complice di questo presunto reato, che vede indagato anche il nipote di Laura Bovoli, Paolo Terreni, oltre a lei stessa e al marito. «Io non sapevo assolutamente di queste cose. È ovvio che non fossi conscio di fare delle sovrafatturazioni per la Eventi 6», proclama quasi con il magone. Con la Marmodiv, purtroppo per lui, pensava di fare un affare. A portare in Toscana questo signore piemontese è stato un vicino di casa, Daniele Goglio, indagato insieme con lui anche per concorso in bancarotta (sempre della Marmodiv), il responsabile commerciale che ha avuto la sfortuna di conoscere il genovese Mariano Massone in una delle sue sgangherate iniziative imprenditoriali. Massone lo ha detto a Goglio e Goglio lo ha detto a Periale. Ed ecco a voi i cavalieri che fecero l'impresa o provarono a farla, quella di raddrizzare la Marmodiv in pieno dissesto. Si sono incontrati anche a Genova per un aperitivo per trovare una soluzione alla richiesta di fallimento da parte della Procura. Hanno coinvolto Massimiliano Di Palma, titolare della genovese Dmp, l'azienda con cui i Renzi quasi tre lustri fa distribuivano Il Secolo XIX. Lo stesso Di Palma, a dicembre, ci riferì che per parlare dell'affare aveva anche «mangiato una bistecchina intorno a Firenze con Tiziano Renzi».
Adesso Massone è ai domiciliari al pari del babbo e della moglie Laura, suoi storici soci, mentre Goglio e Periale sono indagati e sono stati sottoposti a perquisizione. A Di Palma, invece, è rimasto il cerino in mano, con la Procura che vuole capire perché abbia deciso di accollarsi i debiti della Marmodiv per salvarla dal dissesto.
Ieri il presidente della coop era a pezzi: «Io non c'entro nulla e non ho neanche voglia di parlare. Mi faccia la cortesia. Io complice di false fatture? Non so neanche di che sta parlando, so quello che leggo sui giornali. È tutta un'architettura (sic). Per mia fortuna non li conosco neanche la signora Lella o Lalla come la chiama Tiziano Renzi e non conosco neppure lui. Se li ho mai incontrati? Ma neanche per sogno». Periale, taglio d'occhi alla Sergio Cofferati e pizzetto brizzolato, ha proprio voglia di sfogarsi e sembra sincero: «Io non sapevo che cosa stesse succedendo, sebbene avessi intuito che qualcosa non andava perché nella coop tutti parlavano. Mi sono subito chiesto: “Ma dove cavolo mi sono infilato?". L'ho dichiarato pure ai finanzieri: quando mi sono reso conto del casino e del chiacchiericcio che c'era dietro mi sono detto: “Ma questi sono impazziti. Bon, io ne devo uscire". E sono anche stato costretto a uscirne subito perché ho avuto un problema con la centrale rischi delle banche e per questo non potevo operare con gli istituti di credito». Quasi un bene verrebbe da dire. Forse per questo ha firmato solo sino a inizio estate. «Già a giugno ho capito che conveniva alzare i tacchi e andarsene fuori dalle scatole, perché non era più possibile lavorare con tutto quello che accadeva e che si diceva. Ho capito che ero dentro a una cosa enorme, e non mi interessava più».
Ma in realtà non ha lasciato immediatamente la tolda di comando: «Non potevo uscire subito, ho fatto di tutto per riuscirci il prima possibile». Sospira, prende fiato. «Io vengo dal mondo della pubblicità su radio e tv e non avevo mai lavorato nel settore del volantinaggio. Tanti clienti mi raccontavano che i depliant funzionano più degli spot televisivi e allora, da venditore, mi sono incuriosito: “Cazzo voglio proprio vedere" mi sono detto. Ero quasi stufo di essere in pensione e di non fare nulla e quando mi si è presentata quest'opportunità ho accettato, anche perché con quello che prendo di assegno previdenziale una nuova attività ritenevo fosse un'ottima occasione». Ha subito cercato di rimettere in piedi il suo vecchio network di direttore della pubblicità della torinese Videogruppo, vicina al partito socialista di Giusi La Ganga. «A Firenze avevo un amico e collega, Fulvio Janovich. Pensai: “Facciamo una rimpatriata e poi gli chiedo come fare dei clienti nuovi"». Non ha avuto il tempo. A luglio Janovich è morto e la Guardia di finanza si è presentata per la seconda volta in pochi mesi nella sede della Marmodiv. «Avevo tutte le intenzioni di fare bene: ho partecipato alle assemblee, ho preso delle iniziative, ho motivato le persone, perché sono stato abituato a fare lavoro di gruppo. Ma poi hanno iniziato a emergere i problemi e se ti presentavi come Marmodiv, i clienti alzavano le antenne».
Ci viene il sospetto che, per sopportare tutto questo, Periale sia un renziano di ferro… «Macché. Io sono tendenzialmente di centrodestra e sono andato a fare un'attività con dei personaggi che non mi sono particolarmente simpatici. In più mi è arrivata una valanga addosso: l'attacco mediatico, i pm. E allora ti domandi: “Cavolo, ma chi me l'ha fatto fare?"».
In questi mesi abbiamo parlato con Periale diverse volte e in una delle prime occasioni avevamo provato a farlo confessare: «Lo ammetta, lei è una testa di legno…». La sua risposta fu ironica, ma forse anche profetica: «Al massimo sono una testa di qualcos'altro», ci concesse. E ammise: «Ho fatto una cazzata». Oggi pare difficile dargli torto.
Il giro delle coop di famiglia serviva per lucrare sui volantini al macero
Gli efemerotteri sono detentori di un triste record: sono gli insetti che vivono di meno al mondo. Battono le ali per poco più di un giorno. Anche i volantini dei grandi supermercati, affidati per la distribuzione alla galassia societaria renziana, non avevano un orizzonte di vita più lungo. Almeno la maggior parte, quella cioè che dopo la stampa finiva direttamente al macero per trasformarsi in moneta sonante. Un filone emerso in tutta la sua chiarezza nell'inchiesta che lunedì scorso ha portato all'arresto di Tiziano Renzi e di sua moglie Laura Bovoli, e dello storico collaboratore Mariano Massone. E che i lettori della Verità hanno avuto modo di conoscere in anteprima, nei mesi scorsi, nelle cronache da Cuneo. È infatti la Procura piemontese, indagando sul crac della Direkta di Mirko Provenzano, in cui è coinvolta anche mamma Renzi con una richiesta di rinvio a giudizio che si discuterà a fine mese, a imbattersi in questa storia. Nelle carte della coop, una delle tante di cui si serve la Eventi 6 per la diffusione del materiale pubblicitario, la guardia di finanza trova alcune piste che portano a una società di Gessate, nel Milanese: la Mps Maresca. Una Srl specializzata nel recupero e nel riciclo della carta a cui la Direkta, tra il febbraio del 2010 e il marzo del 2013, ha affidato, per mandarle al macero, circa 196 tonnellate al mese di carta. Che, per equivalenza, significa tra i 13 e i 19 milioni di volantini. Ma non solo: a Gessate hanno scaricato altre 10.000 tonnellate di carta anche altre tre aziende sempre riconducibili a Provenzano e a sua moglie, Erika Conterno. Per un incasso complessivo di oltre 700.000 euro. E questo malgrado la Direkta non sia iscritta all'albo nazionale dei gestori ambientali.
Nella contabilità della Maresca c'è un indizio che conduce ai genitori dell'ex premier Matteo Renzi. Nelle bolle di viaggio, Rignano sull'Arno viene infatti indicata come unità locale della Direkta per almeno quattro volte tra il maggio 2012 e l'agosto 2013.
A questo punto, la Procura di Cuneo, non potendo proseguire oltre su questo versante, invia per competenza territoriale le informative delle fiamme gialle ai pm di Firenze. Che si ritrovano tra le mani anche un piccato scambio di mail tra mamma Renzi e la Conterno su un corrispettivo, per macero di volantini, da «mascherare» in fattura sotto diversa indicazione perché, scrive ancora Tiziano, «per la carta preferiamo non apparire». L'indagine si allarga ed è solo quando arriva alla Marmodiv, ennesima coop eterodiretta dai Renzi, che gli inquirenti trovano il bandolo della matassa. Ci riescono sovrapponendo le testimonianze di tre dipendenti della società. Il primo, di cui scrisse in perfetta solitudine il nostro giornale durante la fase iniziale dell'indagine, è Paolo Magherini. Un sessantenne appassionato di filosofia e seguace del neoparmenidismo che coordina le squadrette di distributori che operano nel Fiorentino. Agli inquirenti spiega che «ci sono camionisti conniventi che consegnano i volantini nuovi appena stampati al macero». All'operazione, «ricordo con certezza», avrebbe partecipato «lo stesso Tiziano Renzi» che veniva «coi mezzi di trasporto a prelevare i volantini in esubero». È lui a riferire di un deposito, «usato un po' da tutti», tra Calenzano e Campi Bisenzio, dove c'è un «certo Adriano» che «dovrebbe essere il responsabile».
Silvia Gabrielleschi dice invece che la «quantità dei volantini» che le committenti, tra cui Conad ed Esselunga, danno ad Eventi 6 e da questa finiscono alla Marmodiv «sono sempre in quantità superiore a quella effettivamente distribuita». La Gabrielleschi parla inoltre di un doppio prospetto, uno ufficiale e l'altro a uso interno, dove sono «indicati i quantitativi effettivamente consegnati ai gruppi», di cui è geloso custode Paolo Terreni, il nipote di mamma Laura. Circostanza, quest'ultima, confermata anche da un terzo dipendente, il magazziniere Emiliano Picchi. Nei verbali dell'indagine di Firenze si fa riferimento a Mantova e alla Slovenia come destinazioni finali del materiale al macero. Proprio le due località che la collega Francesca Ronchin aveva per prima indicato, sul nostro giornale, seguendo per Report uno dei tir carichi di materiale pubblicitario sospetto.
Gli investigatori, che hanno pedinato un camion dalla sede Marmodiv fino a San Giorgio di Mantova per verificare la fondatezza delle ricostruzioni, hanno fatto i conti: in appena 9 giorni di distribuzione, la Marmodiv realizza una sovrafatturazione di 25.000 euro di imponibile che finisce a Tiziano Renzi e Laura Bovoli come «utilizzatori finali delle fatture per operazioni in parte inesistenti». Il giochetto del macero, infatti, da un lato consente di alzare i costi e abbattere le tasse alla Eventi 6 e dall'altro di realizzare ingenti guadagni, in nero, dallo smaltimento della carta (la Marmodiv è in rapporti con la Eco Cart di San Giorgio di Mantova, ma non c'è traccia di documentazione contabile). Dalle carte dell'inchiesta toscana, il committente maggiormente danneggiato da questo sistema parrebbe la Esselunga che, in sede di ipotetico processo, potrebbe far valere le proprie ragioni e chiedere un risarcimento.
Una fonte giudiziaria, contattata dalla Verità, rende onore al nostro lavoro: «Sono tutti buoni a fare giornalismo investigativo a cose fatte e con le carte in mano, come sta succedendo in questi giorni».
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Aldo Periale, presidente della coop che per i pm era diretta di fatto da babbo e mamma Renzi: «Ignoravo di firmare il falso, appena potuto sono scappato».Un filone dell'inchiesta sui genitori dell'ex premier punta sul destino dei depliant di big come Esselunga. Distrutti a milioni, invece che consegnati, per consentire di «sovrafatturare».Lo speciale contiene due articoliNon ditegli che secondo la Procura di Firenze lui è un mero prestanome. Perché potrebbe offendersi. Sostiene di conoscere bene i giornalisti, avendo lavorato nel mondo della pubblicità televisiva e radiofonica. Poi come il domatore con il leone fa schioccare la frusta: «Ho visto cose che voi umani…». La citazione di Rutger Hauer in Blade Runner sarebbe un inizio promettente se non fosse per la pronuncia alla Erminio Macario. A parlare è Aldo Periale, settantaduenne di Giaveno, paesone ai piedi delle Alpi e a pochi chilometri da Torino. Il suo nome è finito in questi giorni su tutti i giornali per il ruolo di presidente della Marmodiv, la cooperativa fiorentina di distribuzione di volantini che secondo i magistrati toscani aveva come amministratori di fatto, almeno sino al marzo scorso, Tiziano Renzi e Laura Bovoli, da lunedì scorso agli arresti domiciliari con l'accusa di concorso in bancarotta e emissione e utilizzo di fatture false. In particolare Periale è indagato per aver firmato, tra il 20 marzo e il 18 giugno 2018, cinque note di pagamento destinate alla Eventi 6 dei genitori di Renzi, per un importo totale di circa 250.000 euro. Dietro a questi documenti contabili ci sarebbero copiose sovrafatturazioni (per un valore di circa 100.000 euro) che secondo l'accusa avrebbero consentito all'azienda di Rignano sull'Arno di abbattere le imposte sui redditi.Eppure Periale con noi nega subito di essere complice di questo presunto reato, che vede indagato anche il nipote di Laura Bovoli, Paolo Terreni, oltre a lei stessa e al marito. «Io non sapevo assolutamente di queste cose. È ovvio che non fossi conscio di fare delle sovrafatturazioni per la Eventi 6», proclama quasi con il magone. Con la Marmodiv, purtroppo per lui, pensava di fare un affare. A portare in Toscana questo signore piemontese è stato un vicino di casa, Daniele Goglio, indagato insieme con lui anche per concorso in bancarotta (sempre della Marmodiv), il responsabile commerciale che ha avuto la sfortuna di conoscere il genovese Mariano Massone in una delle sue sgangherate iniziative imprenditoriali. Massone lo ha detto a Goglio e Goglio lo ha detto a Periale. Ed ecco a voi i cavalieri che fecero l'impresa o provarono a farla, quella di raddrizzare la Marmodiv in pieno dissesto. Si sono incontrati anche a Genova per un aperitivo per trovare una soluzione alla richiesta di fallimento da parte della Procura. Hanno coinvolto Massimiliano Di Palma, titolare della genovese Dmp, l'azienda con cui i Renzi quasi tre lustri fa distribuivano Il Secolo XIX. Lo stesso Di Palma, a dicembre, ci riferì che per parlare dell'affare aveva anche «mangiato una bistecchina intorno a Firenze con Tiziano Renzi».Adesso Massone è ai domiciliari al pari del babbo e della moglie Laura, suoi storici soci, mentre Goglio e Periale sono indagati e sono stati sottoposti a perquisizione. A Di Palma, invece, è rimasto il cerino in mano, con la Procura che vuole capire perché abbia deciso di accollarsi i debiti della Marmodiv per salvarla dal dissesto.Ieri il presidente della coop era a pezzi: «Io non c'entro nulla e non ho neanche voglia di parlare. Mi faccia la cortesia. Io complice di false fatture? Non so neanche di che sta parlando, so quello che leggo sui giornali. È tutta un'architettura (sic). Per mia fortuna non li conosco neanche la signora Lella o Lalla come la chiama Tiziano Renzi e non conosco neppure lui. Se li ho mai incontrati? Ma neanche per sogno». Periale, taglio d'occhi alla Sergio Cofferati e pizzetto brizzolato, ha proprio voglia di sfogarsi e sembra sincero: «Io non sapevo che cosa stesse succedendo, sebbene avessi intuito che qualcosa non andava perché nella coop tutti parlavano. Mi sono subito chiesto: “Ma dove cavolo mi sono infilato?". L'ho dichiarato pure ai finanzieri: quando mi sono reso conto del casino e del chiacchiericcio che c'era dietro mi sono detto: “Ma questi sono impazziti. Bon, io ne devo uscire". E sono anche stato costretto a uscirne subito perché ho avuto un problema con la centrale rischi delle banche e per questo non potevo operare con gli istituti di credito». Quasi un bene verrebbe da dire. Forse per questo ha firmato solo sino a inizio estate. «Già a giugno ho capito che conveniva alzare i tacchi e andarsene fuori dalle scatole, perché non era più possibile lavorare con tutto quello che accadeva e che si diceva. Ho capito che ero dentro a una cosa enorme, e non mi interessava più». Ma in realtà non ha lasciato immediatamente la tolda di comando: «Non potevo uscire subito, ho fatto di tutto per riuscirci il prima possibile». Sospira, prende fiato. «Io vengo dal mondo della pubblicità su radio e tv e non avevo mai lavorato nel settore del volantinaggio. Tanti clienti mi raccontavano che i depliant funzionano più degli spot televisivi e allora, da venditore, mi sono incuriosito: “Cazzo voglio proprio vedere" mi sono detto. Ero quasi stufo di essere in pensione e di non fare nulla e quando mi si è presentata quest'opportunità ho accettato, anche perché con quello che prendo di assegno previdenziale una nuova attività ritenevo fosse un'ottima occasione». Ha subito cercato di rimettere in piedi il suo vecchio network di direttore della pubblicità della torinese Videogruppo, vicina al partito socialista di Giusi La Ganga. «A Firenze avevo un amico e collega, Fulvio Janovich. Pensai: “Facciamo una rimpatriata e poi gli chiedo come fare dei clienti nuovi"». Non ha avuto il tempo. A luglio Janovich è morto e la Guardia di finanza si è presentata per la seconda volta in pochi mesi nella sede della Marmodiv. «Avevo tutte le intenzioni di fare bene: ho partecipato alle assemblee, ho preso delle iniziative, ho motivato le persone, perché sono stato abituato a fare lavoro di gruppo. Ma poi hanno iniziato a emergere i problemi e se ti presentavi come Marmodiv, i clienti alzavano le antenne». Ci viene il sospetto che, per sopportare tutto questo, Periale sia un renziano di ferro… «Macché. Io sono tendenzialmente di centrodestra e sono andato a fare un'attività con dei personaggi che non mi sono particolarmente simpatici. In più mi è arrivata una valanga addosso: l'attacco mediatico, i pm. E allora ti domandi: “Cavolo, ma chi me l'ha fatto fare?"».In questi mesi abbiamo parlato con Periale diverse volte e in una delle prime occasioni avevamo provato a farlo confessare: «Lo ammetta, lei è una testa di legno…». La sua risposta fu ironica, ma forse anche profetica: «Al massimo sono una testa di qualcos'altro», ci concesse. E ammise: «Ho fatto una cazzata». Oggi pare difficile dargli torto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-la-marmodiv-pensavo-di-fare-un-bellaffare-invece-e-stato-un-casino-2629639457.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giro-delle-coop-di-famiglia-serviva-per-lucrare-sui-volantini-al-macero" data-post-id="2629639457" data-published-at="1777424899" data-use-pagination="False"> Il giro delle coop di famiglia serviva per lucrare sui volantini al macero Gli efemerotteri sono detentori di un triste record: sono gli insetti che vivono di meno al mondo. Battono le ali per poco più di un giorno. Anche i volantini dei grandi supermercati, affidati per la distribuzione alla galassia societaria renziana, non avevano un orizzonte di vita più lungo. Almeno la maggior parte, quella cioè che dopo la stampa finiva direttamente al macero per trasformarsi in moneta sonante. Un filone emerso in tutta la sua chiarezza nell'inchiesta che lunedì scorso ha portato all'arresto di Tiziano Renzi e di sua moglie Laura Bovoli, e dello storico collaboratore Mariano Massone. E che i lettori della Verità hanno avuto modo di conoscere in anteprima, nei mesi scorsi, nelle cronache da Cuneo. È infatti la Procura piemontese, indagando sul crac della Direkta di Mirko Provenzano, in cui è coinvolta anche mamma Renzi con una richiesta di rinvio a giudizio che si discuterà a fine mese, a imbattersi in questa storia. Nelle carte della coop, una delle tante di cui si serve la Eventi 6 per la diffusione del materiale pubblicitario, la guardia di finanza trova alcune piste che portano a una società di Gessate, nel Milanese: la Mps Maresca. Una Srl specializzata nel recupero e nel riciclo della carta a cui la Direkta, tra il febbraio del 2010 e il marzo del 2013, ha affidato, per mandarle al macero, circa 196 tonnellate al mese di carta. Che, per equivalenza, significa tra i 13 e i 19 milioni di volantini. Ma non solo: a Gessate hanno scaricato altre 10.000 tonnellate di carta anche altre tre aziende sempre riconducibili a Provenzano e a sua moglie, Erika Conterno. Per un incasso complessivo di oltre 700.000 euro. E questo malgrado la Direkta non sia iscritta all'albo nazionale dei gestori ambientali. Nella contabilità della Maresca c'è un indizio che conduce ai genitori dell'ex premier Matteo Renzi. Nelle bolle di viaggio, Rignano sull'Arno viene infatti indicata come unità locale della Direkta per almeno quattro volte tra il maggio 2012 e l'agosto 2013. A questo punto, la Procura di Cuneo, non potendo proseguire oltre su questo versante, invia per competenza territoriale le informative delle fiamme gialle ai pm di Firenze. Che si ritrovano tra le mani anche un piccato scambio di mail tra mamma Renzi e la Conterno su un corrispettivo, per macero di volantini, da «mascherare» in fattura sotto diversa indicazione perché, scrive ancora Tiziano, «per la carta preferiamo non apparire». L'indagine si allarga ed è solo quando arriva alla Marmodiv, ennesima coop eterodiretta dai Renzi, che gli inquirenti trovano il bandolo della matassa. Ci riescono sovrapponendo le testimonianze di tre dipendenti della società. Il primo, di cui scrisse in perfetta solitudine il nostro giornale durante la fase iniziale dell'indagine, è Paolo Magherini. Un sessantenne appassionato di filosofia e seguace del neoparmenidismo che coordina le squadrette di distributori che operano nel Fiorentino. Agli inquirenti spiega che «ci sono camionisti conniventi che consegnano i volantini nuovi appena stampati al macero». All'operazione, «ricordo con certezza», avrebbe partecipato «lo stesso Tiziano Renzi» che veniva «coi mezzi di trasporto a prelevare i volantini in esubero». È lui a riferire di un deposito, «usato un po' da tutti», tra Calenzano e Campi Bisenzio, dove c'è un «certo Adriano» che «dovrebbe essere il responsabile». Silvia Gabrielleschi dice invece che la «quantità dei volantini» che le committenti, tra cui Conad ed Esselunga, danno ad Eventi 6 e da questa finiscono alla Marmodiv «sono sempre in quantità superiore a quella effettivamente distribuita». La Gabrielleschi parla inoltre di un doppio prospetto, uno ufficiale e l'altro a uso interno, dove sono «indicati i quantitativi effettivamente consegnati ai gruppi», di cui è geloso custode Paolo Terreni, il nipote di mamma Laura. Circostanza, quest'ultima, confermata anche da un terzo dipendente, il magazziniere Emiliano Picchi. Nei verbali dell'indagine di Firenze si fa riferimento a Mantova e alla Slovenia come destinazioni finali del materiale al macero. Proprio le due località che la collega Francesca Ronchin aveva per prima indicato, sul nostro giornale, seguendo per Report uno dei tir carichi di materiale pubblicitario sospetto. Gli investigatori, che hanno pedinato un camion dalla sede Marmodiv fino a San Giorgio di Mantova per verificare la fondatezza delle ricostruzioni, hanno fatto i conti: in appena 9 giorni di distribuzione, la Marmodiv realizza una sovrafatturazione di 25.000 euro di imponibile che finisce a Tiziano Renzi e Laura Bovoli come «utilizzatori finali delle fatture per operazioni in parte inesistenti». Il giochetto del macero, infatti, da un lato consente di alzare i costi e abbattere le tasse alla Eventi 6 e dall'altro di realizzare ingenti guadagni, in nero, dallo smaltimento della carta (la Marmodiv è in rapporti con la Eco Cart di San Giorgio di Mantova, ma non c'è traccia di documentazione contabile). Dalle carte dell'inchiesta toscana, il committente maggiormente danneggiato da questo sistema parrebbe la Esselunga che, in sede di ipotetico processo, potrebbe far valere le proprie ragioni e chiedere un risarcimento. Una fonte giudiziaria, contattata dalla Verità, rende onore al nostro lavoro: «Sono tutti buoni a fare giornalismo investigativo a cose fatte e con le carte in mano, come sta succedendo in questi giorni».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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