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2020-01-06
Codice azzurro per uomini maltrattati
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In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l'uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell'ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l'uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l'efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l'orrore che proviamo.
C'è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L'uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l'argomento per l'ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto.
Una ricerca dell'Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un'indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve", non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L'8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche.
Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all'ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell'uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un'abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell'Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d'Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell'acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà».
Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell'Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un'azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c'è solo l'impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l'affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d'Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d'attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c'è un'età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l'affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L'associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica.
In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l'87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell'acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. Ci chiediamo, perché non vengono fatte altre indagini di questo tipo?
«Papà, lottate per i vostri diritti»
«Tutti ci consideravano una famiglia modello Mulino bianco. Per anni ho avuto vergogna di raccontare che cosa in realtà stava accadendo nella nostra vita». Paolo Ferrari, 53 anni, bolognese, maestro elementare, è uno dei pochissimi padri fortunati, usciti da una separazione tenendo con sé i figli e continuando a vivere nella casa coniugale.
Secondo l'Istat ogni anno circa 50.000 nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, perché si vergognava a dire che il suo matrimonio non funzionava più?
«Per me non era cambiato nulla, non volevo separarmi. Eravamo sposati da 16 anni quando mia moglie disse che non era più innamorata e voleva che uscissi di casa. Lasciandole appartamento e figli, mantenendola. Mi opposi, se voleva separarsi doveva andarsene lei. Fu l'inizio dei 10, peggiori anni della mia vita».
Che cosa successe?
«Ricordo che molti anni prima dell'inizio della nostra separazione avevo visto un film americano, nel quale una donna usava violenza psicologica e fisica nei confronti del marito che non reagiva, per non farle male e non passare dalla parte del torto. Mi colpì, quasi fosse un segnale premonitore».
Sua moglie le ha usato violenza?
«Fisica no, psicologica tanta. Mi fece sentire incapace, inadatto, mi provocava in continuazione. Non ha idea di quanti invece vengono pure malmenati dalle mogli. Non ne parlano, non denunciano, temono di non essere creduti dalle stesse forze dell'ordine. Si vergognano, temono quello che potrà capitare nei rapporti con i figli, se viene avviata una separazione con una moglie aggressiva e violenta. Subivo totalmente una scelta che non volevo e mi vergognavo a dirlo, anche agli amici più cari che ci continuavano a vedere come una coppia da manuale. Affrontavo da solo il macigno».
Lei rifiutò la consensuale.
«Sapevo che in quanto madre le sarebbero stati assegnati dal giudice i nostri due ragazzi, di allora 13 e 15 anni. Finisce quasi sempre così. E che non avrebbe dovuto abbandonare le nostre quattro mura, per questo non volli una separazione consensuale. Fu avviata quella giudiziale, che si fa in causa, con denunce spesso assurde di falsi abusi per essere sicuri che l'addebito della separazione finisca a carico dell'altro coniuge. Mia moglie mi denunciò come padre irresponsabile, del tutto disinteressato alla famiglia. Un'accusa che gridava vendetta. Fu un brutto colpo, ho avuto bisogno di supporto psicologico».
Come si è difeso?
«Ebbi la fortuna che il giudice donna richiedesse subito un'audizione dei nostri due figli. Forse fu illuminata, deve aver intuito che le accuse erano menzogne. Volle ascoltarli lei, assieme a una consulente tecnica del tribunale di Bologna, altra donna davvero in gamba. Di mio ero contrarissimo, non volevo mettere in mezzo i ragazzi, la mia avvocata disse di lasciar fare, “che non capivo niente". Aveva ragione, la relazione di quell'incontro mi ha confortato negli anni. Vi si leggeva che ero la figura genitoriale maggiormente idonea e protettiva, mentre quella della madre era quella più “conflittuale". I figli furono affidati a me, nella casa dove rimasi io in un regime di affidamento condiviso. Non ho mai voluto chiedere quello esclusivo. La mia ex moglie doveva anche corrispondere una cifra per il mantenimento dei ragazzi. Pochi soldi: fosse stato l'inverso, avrei dovuto versare molto di più, anche se guadagno meno della mia ex».
Finì bene, dunque.
«Mia moglie fece ricorso, perse anche in appello. Chiese la perizia psichiatrica per i nostri figli, così da poter dimostrare che li avevo plagiati. La giudice, sempre donna, rigettò tutte le accuse, non dispose alcuna perizia. La sentenza finale confermò che i figli dovevano abitare con me. Il collegio del tribunale di famiglia di Bologna, composto da tre giudici donna, ha condannato la mia ex al rimborso delle spese legali».
Non potrà più dire di essere stato trattato male da una donna.
«Dalla mia ex, sì. Tre giudici donna, per nulla prevenute nei confronti del coniuge “che non ha partorito", e la mia avvocata mi hanno salvato. Se posso dare un consiglio agli uomini che devono affrontare l'iter di un divorzio che quasi mai vogliono, perché un uomo difficilmente vuole separarsi, mi sento di dire: “Rifiutate la separazione consensuale". Quella giudiziale sarà anche più lunga, più costosa e psicologicamente devastante ma quello che il partner denuncia deve essere provato, le accuse devono essere dimostrate. Molte consensuali che si firmano invece sono false. Padri, uomini, lottate perché siano riconosciuti i vostri diritti».
Adesso che è divorziato, pensa a risposarsi?
«La mia ex ha voluto anche l'annullamento da parte della Sacra Rota. Dieci anni tra separazione, divorzio, annullamento. Non ci penso proprio a un nuovo matrimonio, nemmeno a stare con un'altra donna. Assistiamo a troppe separazioni per mancanza di educazione affettiva, dopo l'innamoramento che passa in fretta rimane l'egoismo, il poco amore per l'altro. Ho troppa paura di delusioni. Sto bene in casa con i miei figli».
Le ex mogli straniere si portano via i figli
Secondo il rapporto Crime survey 2018, su 2 milioni di abusi domestici commessi nel Regno Unito nei confronti di persone dai 16 ai 59 anni, circa 1,3 milioni delle vittime erano di sesso femminile, 695.000 di sesso maschile. L'abuso dei partner riguardava per il 6,3% donne, per il 2,7% uomini. Da noi si ignora quale sia la situazione reale. «In Italia, caso praticamente unico in Europa, i centri antiviolenza si rivolgono solo alle donne», sottolineava Patrizia Montalenti, presidente di Ankyra che a Milano si occupa di persone maltrattate.
Viene sottovalutata anche la violenza compiuta dalle tante straniere che scappano con il figlio, portandolo via al padre italiano. Bruno Poli, l'ex imprenditore deceduto la scorsa estate, fondatore nel 1997 del sito bambinirubati.org, alla Verità aveva raccontato: «Mi occupo del rimpatrio dei bambini, in 20 anni ne ho portati a casa 103. Di questi, 90 furono sottratti dalle madri». «L'aspetto più sconvolgente», proseguiva, «è che dopo le fughe, le sentenze di rimpatrio e di affidamento ai padri, solo 3 di quelle 90 madri tornano in Italia a incontrare i loro figli. Altro che amore materno, volevano solo i soldi del mantenimento».
La cronaca di violenze contro gli uomini è scarsa, si limita ai casi più efferati. Prima delle feste natalizie abbiamo letto dell'arresto a Torino di una ventottenne che era solita accanirsi sul marito con calci e schiaffi, nell'ultima aggressione gli aveva spruzzato sul volto uno spray al peperoncino. Pochi giorni dopo veniva condannata a 16 anni di carcere Antonella Cover, siciliana di 55, che un anno fa a Partinico aveva ucciso con una coltellata nel torace il marito, colpevole di volerla lasciare per rifarsi una vita in Svizzera con una nuova compagna. Dopo la sentenza di separazione che non accettava, ha chiuso i conti con il marito alla sua maniera anche Maria Ripalta Montinaro, una donna pugliese di 48 anni, servendosi di un coltello da cucina per recidere la giugulare dell'uomo. A novembre, l'ucraina che voleva lasciare Trieste ma aveva un compagno che si opponeva, ha preso la decisione di andarsene dopo averlo colpito con una bottiglia, finendolo con il coltello. Poi lo ha rinchiuso in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato per giorni sul balcone di casa.
Alcuni social ricordano come non ci sia uguale sdegno per i maltrattamenti inflitti da una donna su un uomo. Hanno anche promosso una raccolta fondi per William Pezzullo, sfregiato dalla sua ex, Elena Perotti e da un complice di lei, il 19 settembre 2012, senza ricevere risarcimento. Nemmeno aveva ricevuto l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica da Giorgio Napolitano, assegnata invece a Lucia Annibali, l'avvocatessa sfregiata con l'acido dal suo ex nel 2013. L'aiuto dai social, 790 euro su 2.500 richiesti, non è risultato un granché, ma William ha comunque ringraziato tanto per il sostegno ricevuto. Nella pagina Facebook «No alla violenza sugli uomini», segnalano e commentano l'uccisione a novembre di un uomo di Rieti, cosparso di benzina e dato alle fiamme dalla moglie brasiliana, raccontano i 30 anni da incubo di un anziano bresciano di 83 anni, maltrattato dalla moglie, 81 anni, e dalla figlia di 51. Criticano la reazione allo scherzo nel programma Le Iene della vittima, Juliana Moreira, la showgirl brasiliana moglie di Edoardo Stoppa, inviato del programma Striscia la notizia, che fingeva di essere corteggiato da un'altra donna. «Avete notato la violenza verso il marito? Pensate se fosse stato lui a darle ripetutamente schiaffi, sberle, calci... Cosa sarebbe successo? Sarebbero insorti tutti, lo avrebbero arrestato, condannato, epurato, allontanato, discriminato. Invece lei può», si legge in un post.
La ex compagna gli impedisce di vedere la figlia di 5 anni e il padre di 26 anni si toglie la vita? Il coro degli utenti attivi sui social è unanime: «Ennesimo femminicidio. Ah no, scusate stravolta è un uomo. Ma se è un uomo non interessa a nessuno». Katia Bertuzzi scrive: «Mio figlio Marco Benzi è stato ucciso dalla sua compagna mentre dormiva il 25 novembre 2017, giornata contro il femminicidio. Dico no alla violenza di genere».
«Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini»
Avvocato, saggista, legale di molte celebrità, l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha difeso per anni soprattutto donne, che riteneva la parte debole di una coppia, mentre ormai da tempo la percentuale di suoi clienti uomini è decisamente la più alta.
Avvocato, davvero l'uomo è sempre più spesso vittima in una separazione?
«Certo, almeno da sei o sette anni. Perché viene spesso accusato ingiustamente di violenza nei confronti della moglie o della compagna, se non dei figli. Le donne, poi, che una volta avevano bisogno di essere protette e tutelate, oggi sono più sveglie, più intelligenti, più maliziose, riescono da sole a fare peggio di quello che gli uomini facevano nel passato».
In che senso?
«Vedo tante negatività in compagne e madri, che esercitano una violenza psicologica e fisica pazzesca, manipolano e direzionano i figli, urlano, minacciano. Molte donne allestiscono racconti, prove di presunte molestie sessuali da parte dei padri. Questo lo posso affermare per esperienza diretta, con i miei clienti e per quello che raccontano i colleghi».
Prima non emergeva o la donna è cambiata?
«È diventata più scaltra. Un tempo la mamma era intoccabile, dopo aver scritto il libro Mamma non m'ama. Quando le madri sono cattive, dove raccontavo storie non proprio esemplari di genitrici, le critiche sono state tante. Ho perso molte clienti, il mio studio che assisteva il 95% di donne ne ha avute sempre di meno. A conferma che ce ne sono molte di cattive! Adesso seguo per il 70% uomini».
È diventata il legale del cosiddetto sesso forte?
«Mi sento l'avvocato dei bambini. Rifiuto il mandato, anche a causa iniziata, se vedo che i genitori tentano di strumentalizzare i figli, mentendo all'avvocato senza differenza di genere. Purtroppo siamo nell'epoca dello zapping. Così come si può cambiare canale, si vuole cambiare sogno, partner, senza senso di responsabilità ma solo inseguendo il proprio piacere».
Un divorzio costa e può stravolgere le finanze di chi si lascia.
«Per quelli che hanno difficoltà economiche ho inventato la convenzione per i separati in casa, con la quale si dividono gli spazi, la cura dei bambini, le spese per accudirli. Gli ex non si incrociano, sebbene sotto lo stesso tetto, ma nemmeno spostano i figli come pacchi postali da una casa all'altra, per di più imponendo loro la figura nel nuovo partner. Funziona benissimo, non è questione di classe sociale. Ci vuole educazione per rispettare e voler davvero bene ai figli. Altro che famiglie allargate, con i bimbi che devono sopportare un miscuglio di uomini e donne accanto ai propri genitori».
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Quasi nessuna statistica si occupa di loro, eppure i maschi che subiscono aggressioni e persino abusi dal «gentil sesso» in Italia sono quasi 4 milioni. L'ultimo caso ieri a Milano: un ragazzo sfregiato con l'acido dalla sua ex fidanzata. E dopo i divorzi, in tanti perdono casa e agevolazioni fiscali. «Papà, lottate per i vostri diritti». La testimonianza di un maestro bolognese: «Avevo una famiglia da Mulino bianco, poi di colpo ho vissuto dieci anni d'inferno: mi salvarono tre giudici donne. Chi patisce angherie non si vergogni di denunciare». Le ex mogli straniere si portano via i figli. Delle 90 fuggite all'estero, sono ritornate in 3. E i centri antiviolenza accolgono solamente ospiti femminili. «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini». Il celebre avvocato Annamaria Bernardini de Pace, in passato, considerava compagne e mamme la parte più debole delle coppie: «Oggi hanno meno bisogno di tutele, sono diventate scaltre e smaliziate». Lo speciale comprende quattro articoli. In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l'uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell'ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l'uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l'efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l'orrore che proviamo. C'è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L'uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l'argomento per l'ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto. Una ricerca dell'Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un'indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve", non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L'8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche. Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all'ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell'uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un'abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell'Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d'Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell'acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà». Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell'Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un'azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c'è solo l'impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l'affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d'Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d'attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c'è un'età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l'affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L'associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica. In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l'87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell'acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. 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Secondo l'Istat ogni anno circa 50.000 nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, perché si vergognava a dire che il suo matrimonio non funzionava più? «Per me non era cambiato nulla, non volevo separarmi. Eravamo sposati da 16 anni quando mia moglie disse che non era più innamorata e voleva che uscissi di casa. Lasciandole appartamento e figli, mantenendola. Mi opposi, se voleva separarsi doveva andarsene lei. Fu l'inizio dei 10, peggiori anni della mia vita». Che cosa successe? «Ricordo che molti anni prima dell'inizio della nostra separazione avevo visto un film americano, nel quale una donna usava violenza psicologica e fisica nei confronti del marito che non reagiva, per non farle male e non passare dalla parte del torto. Mi colpì, quasi fosse un segnale premonitore». Sua moglie le ha usato violenza? «Fisica no, psicologica tanta. Mi fece sentire incapace, inadatto, mi provocava in continuazione. Non ha idea di quanti invece vengono pure malmenati dalle mogli. Non ne parlano, non denunciano, temono di non essere creduti dalle stesse forze dell'ordine. Si vergognano, temono quello che potrà capitare nei rapporti con i figli, se viene avviata una separazione con una moglie aggressiva e violenta. Subivo totalmente una scelta che non volevo e mi vergognavo a dirlo, anche agli amici più cari che ci continuavano a vedere come una coppia da manuale. Affrontavo da solo il macigno». Lei rifiutò la consensuale. «Sapevo che in quanto madre le sarebbero stati assegnati dal giudice i nostri due ragazzi, di allora 13 e 15 anni. Finisce quasi sempre così. E che non avrebbe dovuto abbandonare le nostre quattro mura, per questo non volli una separazione consensuale. Fu avviata quella giudiziale, che si fa in causa, con denunce spesso assurde di falsi abusi per essere sicuri che l'addebito della separazione finisca a carico dell'altro coniuge. Mia moglie mi denunciò come padre irresponsabile, del tutto disinteressato alla famiglia. Un'accusa che gridava vendetta. Fu un brutto colpo, ho avuto bisogno di supporto psicologico». Come si è difeso? «Ebbi la fortuna che il giudice donna richiedesse subito un'audizione dei nostri due figli. Forse fu illuminata, deve aver intuito che le accuse erano menzogne. Volle ascoltarli lei, assieme a una consulente tecnica del tribunale di Bologna, altra donna davvero in gamba. Di mio ero contrarissimo, non volevo mettere in mezzo i ragazzi, la mia avvocata disse di lasciar fare, “che non capivo niente". Aveva ragione, la relazione di quell'incontro mi ha confortato negli anni. Vi si leggeva che ero la figura genitoriale maggiormente idonea e protettiva, mentre quella della madre era quella più “conflittuale". I figli furono affidati a me, nella casa dove rimasi io in un regime di affidamento condiviso. Non ho mai voluto chiedere quello esclusivo. La mia ex moglie doveva anche corrispondere una cifra per il mantenimento dei ragazzi. Pochi soldi: fosse stato l'inverso, avrei dovuto versare molto di più, anche se guadagno meno della mia ex». Finì bene, dunque. «Mia moglie fece ricorso, perse anche in appello. Chiese la perizia psichiatrica per i nostri figli, così da poter dimostrare che li avevo plagiati. La giudice, sempre donna, rigettò tutte le accuse, non dispose alcuna perizia. La sentenza finale confermò che i figli dovevano abitare con me. Il collegio del tribunale di famiglia di Bologna, composto da tre giudici donna, ha condannato la mia ex al rimborso delle spese legali». Non potrà più dire di essere stato trattato male da una donna. «Dalla mia ex, sì. Tre giudici donna, per nulla prevenute nei confronti del coniuge “che non ha partorito", e la mia avvocata mi hanno salvato. Se posso dare un consiglio agli uomini che devono affrontare l'iter di un divorzio che quasi mai vogliono, perché un uomo difficilmente vuole separarsi, mi sento di dire: “Rifiutate la separazione consensuale". Quella giudiziale sarà anche più lunga, più costosa e psicologicamente devastante ma quello che il partner denuncia deve essere provato, le accuse devono essere dimostrate. Molte consensuali che si firmano invece sono false. Padri, uomini, lottate perché siano riconosciuti i vostri diritti». Adesso che è divorziato, pensa a risposarsi? «La mia ex ha voluto anche l'annullamento da parte della Sacra Rota. Dieci anni tra separazione, divorzio, annullamento. Non ci penso proprio a un nuovo matrimonio, nemmeno a stare con un'altra donna. Assistiamo a troppe separazioni per mancanza di educazione affettiva, dopo l'innamoramento che passa in fretta rimane l'egoismo, il poco amore per l'altro. Ho troppa paura di delusioni. Sto bene in casa con i miei figli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-ex-mogli-straniere-si-portano-via-i-figli" data-post-id="2644133305" data-published-at="1778114661" data-use-pagination="False"> Le ex mogli straniere si portano via i figli Secondo il rapporto Crime survey 2018, su 2 milioni di abusi domestici commessi nel Regno Unito nei confronti di persone dai 16 ai 59 anni, circa 1,3 milioni delle vittime erano di sesso femminile, 695.000 di sesso maschile. L'abuso dei partner riguardava per il 6,3% donne, per il 2,7% uomini. Da noi si ignora quale sia la situazione reale. «In Italia, caso praticamente unico in Europa, i centri antiviolenza si rivolgono solo alle donne», sottolineava Patrizia Montalenti, presidente di Ankyra che a Milano si occupa di persone maltrattate. Viene sottovalutata anche la violenza compiuta dalle tante straniere che scappano con il figlio, portandolo via al padre italiano. Bruno Poli, l'ex imprenditore deceduto la scorsa estate, fondatore nel 1997 del sito bambinirubati.org, alla Verità aveva raccontato: «Mi occupo del rimpatrio dei bambini, in 20 anni ne ho portati a casa 103. Di questi, 90 furono sottratti dalle madri». «L'aspetto più sconvolgente», proseguiva, «è che dopo le fughe, le sentenze di rimpatrio e di affidamento ai padri, solo 3 di quelle 90 madri tornano in Italia a incontrare i loro figli. Altro che amore materno, volevano solo i soldi del mantenimento». La cronaca di violenze contro gli uomini è scarsa, si limita ai casi più efferati. Prima delle feste natalizie abbiamo letto dell'arresto a Torino di una ventottenne che era solita accanirsi sul marito con calci e schiaffi, nell'ultima aggressione gli aveva spruzzato sul volto uno spray al peperoncino. Pochi giorni dopo veniva condannata a 16 anni di carcere Antonella Cover, siciliana di 55, che un anno fa a Partinico aveva ucciso con una coltellata nel torace il marito, colpevole di volerla lasciare per rifarsi una vita in Svizzera con una nuova compagna. Dopo la sentenza di separazione che non accettava, ha chiuso i conti con il marito alla sua maniera anche Maria Ripalta Montinaro, una donna pugliese di 48 anni, servendosi di un coltello da cucina per recidere la giugulare dell'uomo. A novembre, l'ucraina che voleva lasciare Trieste ma aveva un compagno che si opponeva, ha preso la decisione di andarsene dopo averlo colpito con una bottiglia, finendolo con il coltello. Poi lo ha rinchiuso in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato per giorni sul balcone di casa. Alcuni social ricordano come non ci sia uguale sdegno per i maltrattamenti inflitti da una donna su un uomo. Hanno anche promosso una raccolta fondi per William Pezzullo, sfregiato dalla sua ex, Elena Perotti e da un complice di lei, il 19 settembre 2012, senza ricevere risarcimento. Nemmeno aveva ricevuto l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica da Giorgio Napolitano, assegnata invece a Lucia Annibali, l'avvocatessa sfregiata con l'acido dal suo ex nel 2013. L'aiuto dai social, 790 euro su 2.500 richiesti, non è risultato un granché, ma William ha comunque ringraziato tanto per il sostegno ricevuto. Nella pagina Facebook «No alla violenza sugli uomini», segnalano e commentano l'uccisione a novembre di un uomo di Rieti, cosparso di benzina e dato alle fiamme dalla moglie brasiliana, raccontano i 30 anni da incubo di un anziano bresciano di 83 anni, maltrattato dalla moglie, 81 anni, e dalla figlia di 51. Criticano la reazione allo scherzo nel programma Le Iene della vittima, Juliana Moreira, la showgirl brasiliana moglie di Edoardo Stoppa, inviato del programma Striscia la notizia, che fingeva di essere corteggiato da un'altra donna. «Avete notato la violenza verso il marito? Pensate se fosse stato lui a darle ripetutamente schiaffi, sberle, calci... Cosa sarebbe successo? Sarebbero insorti tutti, lo avrebbero arrestato, condannato, epurato, allontanato, discriminato. Invece lei può», si legge in un post. La ex compagna gli impedisce di vedere la figlia di 5 anni e il padre di 26 anni si toglie la vita? Il coro degli utenti attivi sui social è unanime: «Ennesimo femminicidio. Ah no, scusate stravolta è un uomo. Ma se è un uomo non interessa a nessuno». Katia Bertuzzi scrive: «Mio figlio Marco Benzi è stato ucciso dalla sua compagna mentre dormiva il 25 novembre 2017, giornata contro il femminicidio. Dico no alla violenza di genere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mariti-calunniati-con-false-accuse-e-le-madri-manipolano-i-bambini" data-post-id="2644133305" data-published-at="1778114661" data-use-pagination="False"> «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini» Avvocato, saggista, legale di molte celebrità, l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha difeso per anni soprattutto donne, che riteneva la parte debole di una coppia, mentre ormai da tempo la percentuale di suoi clienti uomini è decisamente la più alta. Avvocato, davvero l'uomo è sempre più spesso vittima in una separazione? «Certo, almeno da sei o sette anni. Perché viene spesso accusato ingiustamente di violenza nei confronti della moglie o della compagna, se non dei figli. Le donne, poi, che una volta avevano bisogno di essere protette e tutelate, oggi sono più sveglie, più intelligenti, più maliziose, riescono da sole a fare peggio di quello che gli uomini facevano nel passato». In che senso? «Vedo tante negatività in compagne e madri, che esercitano una violenza psicologica e fisica pazzesca, manipolano e direzionano i figli, urlano, minacciano. Molte donne allestiscono racconti, prove di presunte molestie sessuali da parte dei padri. Questo lo posso affermare per esperienza diretta, con i miei clienti e per quello che raccontano i colleghi». Prima non emergeva o la donna è cambiata? «È diventata più scaltra. Un tempo la mamma era intoccabile, dopo aver scritto il libro Mamma non m'ama. Quando le madri sono cattive, dove raccontavo storie non proprio esemplari di genitrici, le critiche sono state tante. Ho perso molte clienti, il mio studio che assisteva il 95% di donne ne ha avute sempre di meno. A conferma che ce ne sono molte di cattive! Adesso seguo per il 70% uomini». È diventata il legale del cosiddetto sesso forte? «Mi sento l'avvocato dei bambini. Rifiuto il mandato, anche a causa iniziata, se vedo che i genitori tentano di strumentalizzare i figli, mentendo all'avvocato senza differenza di genere. Purtroppo siamo nell'epoca dello zapping. Così come si può cambiare canale, si vuole cambiare sogno, partner, senza senso di responsabilità ma solo inseguendo il proprio piacere». Un divorzio costa e può stravolgere le finanze di chi si lascia. «Per quelli che hanno difficoltà economiche ho inventato la convenzione per i separati in casa, con la quale si dividono gli spazi, la cura dei bambini, le spese per accudirli. Gli ex non si incrociano, sebbene sotto lo stesso tetto, ma nemmeno spostano i figli come pacchi postali da una casa all'altra, per di più imponendo loro la figura nel nuovo partner. Funziona benissimo, non è questione di classe sociale. Ci vuole educazione per rispettare e voler davvero bene ai figli. Altro che famiglie allargate, con i bimbi che devono sopportare un miscuglio di uomini e donne accanto ai propri genitori».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara