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2020-01-06
Codice azzurro per uomini maltrattati
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In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l'uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell'ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l'uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l'efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l'orrore che proviamo.
C'è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L'uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l'argomento per l'ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto.
Una ricerca dell'Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un'indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve", non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L'8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche.
Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all'ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell'uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un'abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell'Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d'Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell'acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà».
Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell'Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un'azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c'è solo l'impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l'affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d'Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d'attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c'è un'età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l'affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L'associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica.
In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l'87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell'acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. Ci chiediamo, perché non vengono fatte altre indagini di questo tipo?
«Papà, lottate per i vostri diritti»
«Tutti ci consideravano una famiglia modello Mulino bianco. Per anni ho avuto vergogna di raccontare che cosa in realtà stava accadendo nella nostra vita». Paolo Ferrari, 53 anni, bolognese, maestro elementare, è uno dei pochissimi padri fortunati, usciti da una separazione tenendo con sé i figli e continuando a vivere nella casa coniugale.
Secondo l'Istat ogni anno circa 50.000 nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, perché si vergognava a dire che il suo matrimonio non funzionava più?
«Per me non era cambiato nulla, non volevo separarmi. Eravamo sposati da 16 anni quando mia moglie disse che non era più innamorata e voleva che uscissi di casa. Lasciandole appartamento e figli, mantenendola. Mi opposi, se voleva separarsi doveva andarsene lei. Fu l'inizio dei 10, peggiori anni della mia vita».
Che cosa successe?
«Ricordo che molti anni prima dell'inizio della nostra separazione avevo visto un film americano, nel quale una donna usava violenza psicologica e fisica nei confronti del marito che non reagiva, per non farle male e non passare dalla parte del torto. Mi colpì, quasi fosse un segnale premonitore».
Sua moglie le ha usato violenza?
«Fisica no, psicologica tanta. Mi fece sentire incapace, inadatto, mi provocava in continuazione. Non ha idea di quanti invece vengono pure malmenati dalle mogli. Non ne parlano, non denunciano, temono di non essere creduti dalle stesse forze dell'ordine. Si vergognano, temono quello che potrà capitare nei rapporti con i figli, se viene avviata una separazione con una moglie aggressiva e violenta. Subivo totalmente una scelta che non volevo e mi vergognavo a dirlo, anche agli amici più cari che ci continuavano a vedere come una coppia da manuale. Affrontavo da solo il macigno».
Lei rifiutò la consensuale.
«Sapevo che in quanto madre le sarebbero stati assegnati dal giudice i nostri due ragazzi, di allora 13 e 15 anni. Finisce quasi sempre così. E che non avrebbe dovuto abbandonare le nostre quattro mura, per questo non volli una separazione consensuale. Fu avviata quella giudiziale, che si fa in causa, con denunce spesso assurde di falsi abusi per essere sicuri che l'addebito della separazione finisca a carico dell'altro coniuge. Mia moglie mi denunciò come padre irresponsabile, del tutto disinteressato alla famiglia. Un'accusa che gridava vendetta. Fu un brutto colpo, ho avuto bisogno di supporto psicologico».
Come si è difeso?
«Ebbi la fortuna che il giudice donna richiedesse subito un'audizione dei nostri due figli. Forse fu illuminata, deve aver intuito che le accuse erano menzogne. Volle ascoltarli lei, assieme a una consulente tecnica del tribunale di Bologna, altra donna davvero in gamba. Di mio ero contrarissimo, non volevo mettere in mezzo i ragazzi, la mia avvocata disse di lasciar fare, “che non capivo niente". Aveva ragione, la relazione di quell'incontro mi ha confortato negli anni. Vi si leggeva che ero la figura genitoriale maggiormente idonea e protettiva, mentre quella della madre era quella più “conflittuale". I figli furono affidati a me, nella casa dove rimasi io in un regime di affidamento condiviso. Non ho mai voluto chiedere quello esclusivo. La mia ex moglie doveva anche corrispondere una cifra per il mantenimento dei ragazzi. Pochi soldi: fosse stato l'inverso, avrei dovuto versare molto di più, anche se guadagno meno della mia ex».
Finì bene, dunque.
«Mia moglie fece ricorso, perse anche in appello. Chiese la perizia psichiatrica per i nostri figli, così da poter dimostrare che li avevo plagiati. La giudice, sempre donna, rigettò tutte le accuse, non dispose alcuna perizia. La sentenza finale confermò che i figli dovevano abitare con me. Il collegio del tribunale di famiglia di Bologna, composto da tre giudici donna, ha condannato la mia ex al rimborso delle spese legali».
Non potrà più dire di essere stato trattato male da una donna.
«Dalla mia ex, sì. Tre giudici donna, per nulla prevenute nei confronti del coniuge “che non ha partorito", e la mia avvocata mi hanno salvato. Se posso dare un consiglio agli uomini che devono affrontare l'iter di un divorzio che quasi mai vogliono, perché un uomo difficilmente vuole separarsi, mi sento di dire: “Rifiutate la separazione consensuale". Quella giudiziale sarà anche più lunga, più costosa e psicologicamente devastante ma quello che il partner denuncia deve essere provato, le accuse devono essere dimostrate. Molte consensuali che si firmano invece sono false. Padri, uomini, lottate perché siano riconosciuti i vostri diritti».
Adesso che è divorziato, pensa a risposarsi?
«La mia ex ha voluto anche l'annullamento da parte della Sacra Rota. Dieci anni tra separazione, divorzio, annullamento. Non ci penso proprio a un nuovo matrimonio, nemmeno a stare con un'altra donna. Assistiamo a troppe separazioni per mancanza di educazione affettiva, dopo l'innamoramento che passa in fretta rimane l'egoismo, il poco amore per l'altro. Ho troppa paura di delusioni. Sto bene in casa con i miei figli».
Le ex mogli straniere si portano via i figli
Secondo il rapporto Crime survey 2018, su 2 milioni di abusi domestici commessi nel Regno Unito nei confronti di persone dai 16 ai 59 anni, circa 1,3 milioni delle vittime erano di sesso femminile, 695.000 di sesso maschile. L'abuso dei partner riguardava per il 6,3% donne, per il 2,7% uomini. Da noi si ignora quale sia la situazione reale. «In Italia, caso praticamente unico in Europa, i centri antiviolenza si rivolgono solo alle donne», sottolineava Patrizia Montalenti, presidente di Ankyra che a Milano si occupa di persone maltrattate.
Viene sottovalutata anche la violenza compiuta dalle tante straniere che scappano con il figlio, portandolo via al padre italiano. Bruno Poli, l'ex imprenditore deceduto la scorsa estate, fondatore nel 1997 del sito bambinirubati.org, alla Verità aveva raccontato: «Mi occupo del rimpatrio dei bambini, in 20 anni ne ho portati a casa 103. Di questi, 90 furono sottratti dalle madri». «L'aspetto più sconvolgente», proseguiva, «è che dopo le fughe, le sentenze di rimpatrio e di affidamento ai padri, solo 3 di quelle 90 madri tornano in Italia a incontrare i loro figli. Altro che amore materno, volevano solo i soldi del mantenimento».
La cronaca di violenze contro gli uomini è scarsa, si limita ai casi più efferati. Prima delle feste natalizie abbiamo letto dell'arresto a Torino di una ventottenne che era solita accanirsi sul marito con calci e schiaffi, nell'ultima aggressione gli aveva spruzzato sul volto uno spray al peperoncino. Pochi giorni dopo veniva condannata a 16 anni di carcere Antonella Cover, siciliana di 55, che un anno fa a Partinico aveva ucciso con una coltellata nel torace il marito, colpevole di volerla lasciare per rifarsi una vita in Svizzera con una nuova compagna. Dopo la sentenza di separazione che non accettava, ha chiuso i conti con il marito alla sua maniera anche Maria Ripalta Montinaro, una donna pugliese di 48 anni, servendosi di un coltello da cucina per recidere la giugulare dell'uomo. A novembre, l'ucraina che voleva lasciare Trieste ma aveva un compagno che si opponeva, ha preso la decisione di andarsene dopo averlo colpito con una bottiglia, finendolo con il coltello. Poi lo ha rinchiuso in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato per giorni sul balcone di casa.
Alcuni social ricordano come non ci sia uguale sdegno per i maltrattamenti inflitti da una donna su un uomo. Hanno anche promosso una raccolta fondi per William Pezzullo, sfregiato dalla sua ex, Elena Perotti e da un complice di lei, il 19 settembre 2012, senza ricevere risarcimento. Nemmeno aveva ricevuto l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica da Giorgio Napolitano, assegnata invece a Lucia Annibali, l'avvocatessa sfregiata con l'acido dal suo ex nel 2013. L'aiuto dai social, 790 euro su 2.500 richiesti, non è risultato un granché, ma William ha comunque ringraziato tanto per il sostegno ricevuto. Nella pagina Facebook «No alla violenza sugli uomini», segnalano e commentano l'uccisione a novembre di un uomo di Rieti, cosparso di benzina e dato alle fiamme dalla moglie brasiliana, raccontano i 30 anni da incubo di un anziano bresciano di 83 anni, maltrattato dalla moglie, 81 anni, e dalla figlia di 51. Criticano la reazione allo scherzo nel programma Le Iene della vittima, Juliana Moreira, la showgirl brasiliana moglie di Edoardo Stoppa, inviato del programma Striscia la notizia, che fingeva di essere corteggiato da un'altra donna. «Avete notato la violenza verso il marito? Pensate se fosse stato lui a darle ripetutamente schiaffi, sberle, calci... Cosa sarebbe successo? Sarebbero insorti tutti, lo avrebbero arrestato, condannato, epurato, allontanato, discriminato. Invece lei può», si legge in un post.
La ex compagna gli impedisce di vedere la figlia di 5 anni e il padre di 26 anni si toglie la vita? Il coro degli utenti attivi sui social è unanime: «Ennesimo femminicidio. Ah no, scusate stravolta è un uomo. Ma se è un uomo non interessa a nessuno». Katia Bertuzzi scrive: «Mio figlio Marco Benzi è stato ucciso dalla sua compagna mentre dormiva il 25 novembre 2017, giornata contro il femminicidio. Dico no alla violenza di genere».
«Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini»
Avvocato, saggista, legale di molte celebrità, l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha difeso per anni soprattutto donne, che riteneva la parte debole di una coppia, mentre ormai da tempo la percentuale di suoi clienti uomini è decisamente la più alta.
Avvocato, davvero l'uomo è sempre più spesso vittima in una separazione?
«Certo, almeno da sei o sette anni. Perché viene spesso accusato ingiustamente di violenza nei confronti della moglie o della compagna, se non dei figli. Le donne, poi, che una volta avevano bisogno di essere protette e tutelate, oggi sono più sveglie, più intelligenti, più maliziose, riescono da sole a fare peggio di quello che gli uomini facevano nel passato».
In che senso?
«Vedo tante negatività in compagne e madri, che esercitano una violenza psicologica e fisica pazzesca, manipolano e direzionano i figli, urlano, minacciano. Molte donne allestiscono racconti, prove di presunte molestie sessuali da parte dei padri. Questo lo posso affermare per esperienza diretta, con i miei clienti e per quello che raccontano i colleghi».
Prima non emergeva o la donna è cambiata?
«È diventata più scaltra. Un tempo la mamma era intoccabile, dopo aver scritto il libro Mamma non m'ama. Quando le madri sono cattive, dove raccontavo storie non proprio esemplari di genitrici, le critiche sono state tante. Ho perso molte clienti, il mio studio che assisteva il 95% di donne ne ha avute sempre di meno. A conferma che ce ne sono molte di cattive! Adesso seguo per il 70% uomini».
È diventata il legale del cosiddetto sesso forte?
«Mi sento l'avvocato dei bambini. Rifiuto il mandato, anche a causa iniziata, se vedo che i genitori tentano di strumentalizzare i figli, mentendo all'avvocato senza differenza di genere. Purtroppo siamo nell'epoca dello zapping. Così come si può cambiare canale, si vuole cambiare sogno, partner, senza senso di responsabilità ma solo inseguendo il proprio piacere».
Un divorzio costa e può stravolgere le finanze di chi si lascia.
«Per quelli che hanno difficoltà economiche ho inventato la convenzione per i separati in casa, con la quale si dividono gli spazi, la cura dei bambini, le spese per accudirli. Gli ex non si incrociano, sebbene sotto lo stesso tetto, ma nemmeno spostano i figli come pacchi postali da una casa all'altra, per di più imponendo loro la figura nel nuovo partner. Funziona benissimo, non è questione di classe sociale. Ci vuole educazione per rispettare e voler davvero bene ai figli. Altro che famiglie allargate, con i bimbi che devono sopportare un miscuglio di uomini e donne accanto ai propri genitori».
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Quasi nessuna statistica si occupa di loro, eppure i maschi che subiscono aggressioni e persino abusi dal «gentil sesso» in Italia sono quasi 4 milioni. L'ultimo caso ieri a Milano: un ragazzo sfregiato con l'acido dalla sua ex fidanzata. E dopo i divorzi, in tanti perdono casa e agevolazioni fiscali. «Papà, lottate per i vostri diritti». La testimonianza di un maestro bolognese: «Avevo una famiglia da Mulino bianco, poi di colpo ho vissuto dieci anni d'inferno: mi salvarono tre giudici donne. Chi patisce angherie non si vergogni di denunciare». Le ex mogli straniere si portano via i figli. Delle 90 fuggite all'estero, sono ritornate in 3. E i centri antiviolenza accolgono solamente ospiti femminili. «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini». Il celebre avvocato Annamaria Bernardini de Pace, in passato, considerava compagne e mamme la parte più debole delle coppie: «Oggi hanno meno bisogno di tutele, sono diventate scaltre e smaliziate». Lo speciale comprende quattro articoli. In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l'uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell'ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l'uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l'efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l'orrore che proviamo. C'è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L'uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l'argomento per l'ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto. Una ricerca dell'Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un'indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve", non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L'8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche. Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all'ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell'uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un'abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell'Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d'Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell'acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà». Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell'Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un'azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c'è solo l'impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l'affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d'Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d'attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c'è un'età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l'affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L'associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica. In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l'87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell'acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. 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Secondo l'Istat ogni anno circa 50.000 nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, perché si vergognava a dire che il suo matrimonio non funzionava più? «Per me non era cambiato nulla, non volevo separarmi. Eravamo sposati da 16 anni quando mia moglie disse che non era più innamorata e voleva che uscissi di casa. Lasciandole appartamento e figli, mantenendola. Mi opposi, se voleva separarsi doveva andarsene lei. Fu l'inizio dei 10, peggiori anni della mia vita». Che cosa successe? «Ricordo che molti anni prima dell'inizio della nostra separazione avevo visto un film americano, nel quale una donna usava violenza psicologica e fisica nei confronti del marito che non reagiva, per non farle male e non passare dalla parte del torto. Mi colpì, quasi fosse un segnale premonitore». Sua moglie le ha usato violenza? «Fisica no, psicologica tanta. Mi fece sentire incapace, inadatto, mi provocava in continuazione. Non ha idea di quanti invece vengono pure malmenati dalle mogli. Non ne parlano, non denunciano, temono di non essere creduti dalle stesse forze dell'ordine. Si vergognano, temono quello che potrà capitare nei rapporti con i figli, se viene avviata una separazione con una moglie aggressiva e violenta. Subivo totalmente una scelta che non volevo e mi vergognavo a dirlo, anche agli amici più cari che ci continuavano a vedere come una coppia da manuale. Affrontavo da solo il macigno». Lei rifiutò la consensuale. «Sapevo che in quanto madre le sarebbero stati assegnati dal giudice i nostri due ragazzi, di allora 13 e 15 anni. Finisce quasi sempre così. E che non avrebbe dovuto abbandonare le nostre quattro mura, per questo non volli una separazione consensuale. Fu avviata quella giudiziale, che si fa in causa, con denunce spesso assurde di falsi abusi per essere sicuri che l'addebito della separazione finisca a carico dell'altro coniuge. Mia moglie mi denunciò come padre irresponsabile, del tutto disinteressato alla famiglia. Un'accusa che gridava vendetta. Fu un brutto colpo, ho avuto bisogno di supporto psicologico». Come si è difeso? «Ebbi la fortuna che il giudice donna richiedesse subito un'audizione dei nostri due figli. Forse fu illuminata, deve aver intuito che le accuse erano menzogne. Volle ascoltarli lei, assieme a una consulente tecnica del tribunale di Bologna, altra donna davvero in gamba. Di mio ero contrarissimo, non volevo mettere in mezzo i ragazzi, la mia avvocata disse di lasciar fare, “che non capivo niente". Aveva ragione, la relazione di quell'incontro mi ha confortato negli anni. Vi si leggeva che ero la figura genitoriale maggiormente idonea e protettiva, mentre quella della madre era quella più “conflittuale". I figli furono affidati a me, nella casa dove rimasi io in un regime di affidamento condiviso. Non ho mai voluto chiedere quello esclusivo. La mia ex moglie doveva anche corrispondere una cifra per il mantenimento dei ragazzi. Pochi soldi: fosse stato l'inverso, avrei dovuto versare molto di più, anche se guadagno meno della mia ex». Finì bene, dunque. «Mia moglie fece ricorso, perse anche in appello. Chiese la perizia psichiatrica per i nostri figli, così da poter dimostrare che li avevo plagiati. La giudice, sempre donna, rigettò tutte le accuse, non dispose alcuna perizia. La sentenza finale confermò che i figli dovevano abitare con me. Il collegio del tribunale di famiglia di Bologna, composto da tre giudici donna, ha condannato la mia ex al rimborso delle spese legali». Non potrà più dire di essere stato trattato male da una donna. «Dalla mia ex, sì. Tre giudici donna, per nulla prevenute nei confronti del coniuge “che non ha partorito", e la mia avvocata mi hanno salvato. Se posso dare un consiglio agli uomini che devono affrontare l'iter di un divorzio che quasi mai vogliono, perché un uomo difficilmente vuole separarsi, mi sento di dire: “Rifiutate la separazione consensuale". Quella giudiziale sarà anche più lunga, più costosa e psicologicamente devastante ma quello che il partner denuncia deve essere provato, le accuse devono essere dimostrate. Molte consensuali che si firmano invece sono false. Padri, uomini, lottate perché siano riconosciuti i vostri diritti». Adesso che è divorziato, pensa a risposarsi? «La mia ex ha voluto anche l'annullamento da parte della Sacra Rota. Dieci anni tra separazione, divorzio, annullamento. Non ci penso proprio a un nuovo matrimonio, nemmeno a stare con un'altra donna. Assistiamo a troppe separazioni per mancanza di educazione affettiva, dopo l'innamoramento che passa in fretta rimane l'egoismo, il poco amore per l'altro. Ho troppa paura di delusioni. Sto bene in casa con i miei figli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-ex-mogli-straniere-si-portano-via-i-figli" data-post-id="2644133305" data-published-at="1777718276" data-use-pagination="False"> Le ex mogli straniere si portano via i figli Secondo il rapporto Crime survey 2018, su 2 milioni di abusi domestici commessi nel Regno Unito nei confronti di persone dai 16 ai 59 anni, circa 1,3 milioni delle vittime erano di sesso femminile, 695.000 di sesso maschile. L'abuso dei partner riguardava per il 6,3% donne, per il 2,7% uomini. Da noi si ignora quale sia la situazione reale. «In Italia, caso praticamente unico in Europa, i centri antiviolenza si rivolgono solo alle donne», sottolineava Patrizia Montalenti, presidente di Ankyra che a Milano si occupa di persone maltrattate. Viene sottovalutata anche la violenza compiuta dalle tante straniere che scappano con il figlio, portandolo via al padre italiano. Bruno Poli, l'ex imprenditore deceduto la scorsa estate, fondatore nel 1997 del sito bambinirubati.org, alla Verità aveva raccontato: «Mi occupo del rimpatrio dei bambini, in 20 anni ne ho portati a casa 103. Di questi, 90 furono sottratti dalle madri». «L'aspetto più sconvolgente», proseguiva, «è che dopo le fughe, le sentenze di rimpatrio e di affidamento ai padri, solo 3 di quelle 90 madri tornano in Italia a incontrare i loro figli. Altro che amore materno, volevano solo i soldi del mantenimento». La cronaca di violenze contro gli uomini è scarsa, si limita ai casi più efferati. Prima delle feste natalizie abbiamo letto dell'arresto a Torino di una ventottenne che era solita accanirsi sul marito con calci e schiaffi, nell'ultima aggressione gli aveva spruzzato sul volto uno spray al peperoncino. Pochi giorni dopo veniva condannata a 16 anni di carcere Antonella Cover, siciliana di 55, che un anno fa a Partinico aveva ucciso con una coltellata nel torace il marito, colpevole di volerla lasciare per rifarsi una vita in Svizzera con una nuova compagna. Dopo la sentenza di separazione che non accettava, ha chiuso i conti con il marito alla sua maniera anche Maria Ripalta Montinaro, una donna pugliese di 48 anni, servendosi di un coltello da cucina per recidere la giugulare dell'uomo. A novembre, l'ucraina che voleva lasciare Trieste ma aveva un compagno che si opponeva, ha preso la decisione di andarsene dopo averlo colpito con una bottiglia, finendolo con il coltello. Poi lo ha rinchiuso in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato per giorni sul balcone di casa. Alcuni social ricordano come non ci sia uguale sdegno per i maltrattamenti inflitti da una donna su un uomo. Hanno anche promosso una raccolta fondi per William Pezzullo, sfregiato dalla sua ex, Elena Perotti e da un complice di lei, il 19 settembre 2012, senza ricevere risarcimento. Nemmeno aveva ricevuto l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica da Giorgio Napolitano, assegnata invece a Lucia Annibali, l'avvocatessa sfregiata con l'acido dal suo ex nel 2013. L'aiuto dai social, 790 euro su 2.500 richiesti, non è risultato un granché, ma William ha comunque ringraziato tanto per il sostegno ricevuto. Nella pagina Facebook «No alla violenza sugli uomini», segnalano e commentano l'uccisione a novembre di un uomo di Rieti, cosparso di benzina e dato alle fiamme dalla moglie brasiliana, raccontano i 30 anni da incubo di un anziano bresciano di 83 anni, maltrattato dalla moglie, 81 anni, e dalla figlia di 51. Criticano la reazione allo scherzo nel programma Le Iene della vittima, Juliana Moreira, la showgirl brasiliana moglie di Edoardo Stoppa, inviato del programma Striscia la notizia, che fingeva di essere corteggiato da un'altra donna. «Avete notato la violenza verso il marito? Pensate se fosse stato lui a darle ripetutamente schiaffi, sberle, calci... Cosa sarebbe successo? Sarebbero insorti tutti, lo avrebbero arrestato, condannato, epurato, allontanato, discriminato. Invece lei può», si legge in un post. La ex compagna gli impedisce di vedere la figlia di 5 anni e il padre di 26 anni si toglie la vita? Il coro degli utenti attivi sui social è unanime: «Ennesimo femminicidio. Ah no, scusate stravolta è un uomo. Ma se è un uomo non interessa a nessuno». Katia Bertuzzi scrive: «Mio figlio Marco Benzi è stato ucciso dalla sua compagna mentre dormiva il 25 novembre 2017, giornata contro il femminicidio. Dico no alla violenza di genere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mariti-calunniati-con-false-accuse-e-le-madri-manipolano-i-bambini" data-post-id="2644133305" data-published-at="1777718276" data-use-pagination="False"> «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini» Avvocato, saggista, legale di molte celebrità, l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha difeso per anni soprattutto donne, che riteneva la parte debole di una coppia, mentre ormai da tempo la percentuale di suoi clienti uomini è decisamente la più alta. Avvocato, davvero l'uomo è sempre più spesso vittima in una separazione? «Certo, almeno da sei o sette anni. Perché viene spesso accusato ingiustamente di violenza nei confronti della moglie o della compagna, se non dei figli. Le donne, poi, che una volta avevano bisogno di essere protette e tutelate, oggi sono più sveglie, più intelligenti, più maliziose, riescono da sole a fare peggio di quello che gli uomini facevano nel passato». In che senso? «Vedo tante negatività in compagne e madri, che esercitano una violenza psicologica e fisica pazzesca, manipolano e direzionano i figli, urlano, minacciano. Molte donne allestiscono racconti, prove di presunte molestie sessuali da parte dei padri. Questo lo posso affermare per esperienza diretta, con i miei clienti e per quello che raccontano i colleghi». Prima non emergeva o la donna è cambiata? «È diventata più scaltra. Un tempo la mamma era intoccabile, dopo aver scritto il libro Mamma non m'ama. Quando le madri sono cattive, dove raccontavo storie non proprio esemplari di genitrici, le critiche sono state tante. Ho perso molte clienti, il mio studio che assisteva il 95% di donne ne ha avute sempre di meno. A conferma che ce ne sono molte di cattive! Adesso seguo per il 70% uomini». È diventata il legale del cosiddetto sesso forte? «Mi sento l'avvocato dei bambini. Rifiuto il mandato, anche a causa iniziata, se vedo che i genitori tentano di strumentalizzare i figli, mentendo all'avvocato senza differenza di genere. Purtroppo siamo nell'epoca dello zapping. Così come si può cambiare canale, si vuole cambiare sogno, partner, senza senso di responsabilità ma solo inseguendo il proprio piacere». Un divorzio costa e può stravolgere le finanze di chi si lascia. «Per quelli che hanno difficoltà economiche ho inventato la convenzione per i separati in casa, con la quale si dividono gli spazi, la cura dei bambini, le spese per accudirli. Gli ex non si incrociano, sebbene sotto lo stesso tetto, ma nemmeno spostano i figli come pacchi postali da una casa all'altra, per di più imponendo loro la figura nel nuovo partner. Funziona benissimo, non è questione di classe sociale. Ci vuole educazione per rispettare e voler davvero bene ai figli. Altro che famiglie allargate, con i bimbi che devono sopportare un miscuglio di uomini e donne accanto ai propri genitori».
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Dalla «serendipità» agli scroll infiniti, i social non sono neutrali: sono progettati per trattenere l’utente. Studi e ricerche mostrano come gli algoritmi replichino i meccanismi del gioco d’azzardo, con effetti su attenzione, sonno e controllo degli impulsi.
Il 25 marzo scorso, in quella che è già stata definita una sentenza «storica», il tribunale di Los Angeles ha condannato Google e Meta giudicandole colpevoli di aver progettato piattaforme in grado di indurre dipendenza nei giovani utenti. La condanna, arrivata in risposta alla denuncia effettuata da una ventenne che lamentava la sua totale dipendenza dalle applicazioni dei giganti tech, riporta prepotentemente sotto i riflettori il tema relativo al funzionamento degli algoritmi dei social network. Applicazioni che ciascuno di noi utilizza ormai quotidianamente, talvolta in maniera ossessiva, specialmente i più giovani.
L’idea che queste app siano progettate per creare dipendenza comincia ad assumere i contorni di realtà incontrovertibile. D’altra parte, seppure il consenso scientifico non sia ancora unanime, gli studi accademici a supporto di questa teoria sono ormai innumerevoli. Al centro di questo sistema c'è il funzionamento degli algoritmi. Piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube non si limitano infatti a mostrarci contenuti, ma li selezionano con precisione chirurgica, analizzando in tempo reale ogni nostro comportamento.
Quanto guardiamo un video, se lo salviamo, se lo commentiamo o semplicemente se ci fermiamo qualche secondo prima di scorrere oltre: ogni segnale viene registrato e utilizzato per affinare il profilo dell'utente e tenerlo incollato allo schermo il più a lungo possibile. L'obiettivo dichiarato è massimizzare l'engagement e il tempo di permanenza sulla piattaforma, gli algoritmi sono ottimizzati proprio in questa direzione, indipendentemente dagli effetti che ciò produce sulla salute degli utenti.
Un recente studio della Baylor University ha confrontato TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts su un campione di 555 studenti universitari, analizzando tre caratteristiche chiave: la facilità d'uso, l'accuratezza dei contenuti raccomandati e la capacità di sorprendere l'utente con contenuti inaspettati. TikTok ha ottenuto punteggi più alti su tutte e tre le dimensioni. In particolare, quella che viene definita «serendipità» (ovvero l'iniezione di contenuti inattesi generato dall’algoritmo) risulta essere uno dei meccanismi più efficaci per impedire che l'utente si annoi e smetta di scorrere. In altre parole, si tratta di ingegneria comportamentale applicata su scala miliardaria.
Questi sistemi rientrano in ciò che la ricerca accademica definisce «design persuasivo», ovverosia interfacce e algoritmi progettati intenzionalmente per modificare i comportamenti degli utenti. Uno studio pubblicato dall'Università di Brown ha evidenziato come le app di social media siano strutturate per funzionare in maniera simile alle slot machine. Il gesto dello «swipe down» per aggiornare la pagina principale riproduce fedelmente il gesto di tirare la leva di una slot machine, mentre la sequenza irregolare di contenuti soddisfacenti replica il meccanismo della ricompensa variabile che rende il gioco d'azzardo. L'utente scorre nella speranza che il prossimo video sia «quello giusto», esattamente come il giocatore tira la leva convinto che la prossima giocata possa essere quella vincente.
Il nostro cervello parrebbe risentirne. L'uso prolungato dei social media altera i circuiti dopaminergici del cervello (per inciso, gli stessi coinvolti nelle dipendenze da sostanze) generando un loop di desiderio, anticipazione e gratificazione che diventa progressivamente più difficile da interrompere, questo almeno il risultato di uno studio pubblicato sulla National Library of Medicine, condotto da ricercatori del Vanderbilt University Medical Center. Le modifiche strutturali osservate riguardano la corteccia prefrontale, l'amigdala e i gangli della base, aree cruciali per il controllo degli impulsi, la regolazione emotiva e il processo decisionale.
Tra le conseguenze più documentate dell'uso intensivo vi è la perdita della percezione del tempo. Negli studi sopracitati gli utenti TikTok intervistati riferiscono di perdere frequentemente il senso del tempo durante la navigazione, continuando a scorrere ben oltre le proprie intenzioni iniziali. A questo si aggiungono gli impatti sulla qualità del sonno, sulla capacità attentiva e sul benessere generale, con effetti che variano significativamente da individuo a individuo in base a fattori come l'età, la predisposizione psicologica e la quantità di tempo trascorso sulle piattaforme.
Ciò che accomuna quasi tutti gli studi, tuttavia, è la conclusione che questi effetti non siano accidentali, bensì il prodotto prevedibile e calcolato di sistemi progettati per massimizzare il coinvolgimento, a prescindere dal costo umano.
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Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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