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2020-01-06
Codice azzurro per uomini maltrattati
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In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l'uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell'ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l'uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l'efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l'orrore che proviamo.
C'è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L'uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l'argomento per l'ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto.
Una ricerca dell'Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un'indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve", non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L'8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche.
Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all'ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell'uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un'abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell'Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d'Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell'acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà».
Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell'Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un'azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c'è solo l'impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l'affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d'Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d'attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c'è un'età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l'affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L'associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica.
In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l'87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell'acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. Ci chiediamo, perché non vengono fatte altre indagini di questo tipo?
«Papà, lottate per i vostri diritti»
«Tutti ci consideravano una famiglia modello Mulino bianco. Per anni ho avuto vergogna di raccontare che cosa in realtà stava accadendo nella nostra vita». Paolo Ferrari, 53 anni, bolognese, maestro elementare, è uno dei pochissimi padri fortunati, usciti da una separazione tenendo con sé i figli e continuando a vivere nella casa coniugale.
Secondo l'Istat ogni anno circa 50.000 nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, perché si vergognava a dire che il suo matrimonio non funzionava più?
«Per me non era cambiato nulla, non volevo separarmi. Eravamo sposati da 16 anni quando mia moglie disse che non era più innamorata e voleva che uscissi di casa. Lasciandole appartamento e figli, mantenendola. Mi opposi, se voleva separarsi doveva andarsene lei. Fu l'inizio dei 10, peggiori anni della mia vita».
Che cosa successe?
«Ricordo che molti anni prima dell'inizio della nostra separazione avevo visto un film americano, nel quale una donna usava violenza psicologica e fisica nei confronti del marito che non reagiva, per non farle male e non passare dalla parte del torto. Mi colpì, quasi fosse un segnale premonitore».
Sua moglie le ha usato violenza?
«Fisica no, psicologica tanta. Mi fece sentire incapace, inadatto, mi provocava in continuazione. Non ha idea di quanti invece vengono pure malmenati dalle mogli. Non ne parlano, non denunciano, temono di non essere creduti dalle stesse forze dell'ordine. Si vergognano, temono quello che potrà capitare nei rapporti con i figli, se viene avviata una separazione con una moglie aggressiva e violenta. Subivo totalmente una scelta che non volevo e mi vergognavo a dirlo, anche agli amici più cari che ci continuavano a vedere come una coppia da manuale. Affrontavo da solo il macigno».
Lei rifiutò la consensuale.
«Sapevo che in quanto madre le sarebbero stati assegnati dal giudice i nostri due ragazzi, di allora 13 e 15 anni. Finisce quasi sempre così. E che non avrebbe dovuto abbandonare le nostre quattro mura, per questo non volli una separazione consensuale. Fu avviata quella giudiziale, che si fa in causa, con denunce spesso assurde di falsi abusi per essere sicuri che l'addebito della separazione finisca a carico dell'altro coniuge. Mia moglie mi denunciò come padre irresponsabile, del tutto disinteressato alla famiglia. Un'accusa che gridava vendetta. Fu un brutto colpo, ho avuto bisogno di supporto psicologico».
Come si è difeso?
«Ebbi la fortuna che il giudice donna richiedesse subito un'audizione dei nostri due figli. Forse fu illuminata, deve aver intuito che le accuse erano menzogne. Volle ascoltarli lei, assieme a una consulente tecnica del tribunale di Bologna, altra donna davvero in gamba. Di mio ero contrarissimo, non volevo mettere in mezzo i ragazzi, la mia avvocata disse di lasciar fare, “che non capivo niente". Aveva ragione, la relazione di quell'incontro mi ha confortato negli anni. Vi si leggeva che ero la figura genitoriale maggiormente idonea e protettiva, mentre quella della madre era quella più “conflittuale". I figli furono affidati a me, nella casa dove rimasi io in un regime di affidamento condiviso. Non ho mai voluto chiedere quello esclusivo. La mia ex moglie doveva anche corrispondere una cifra per il mantenimento dei ragazzi. Pochi soldi: fosse stato l'inverso, avrei dovuto versare molto di più, anche se guadagno meno della mia ex».
Finì bene, dunque.
«Mia moglie fece ricorso, perse anche in appello. Chiese la perizia psichiatrica per i nostri figli, così da poter dimostrare che li avevo plagiati. La giudice, sempre donna, rigettò tutte le accuse, non dispose alcuna perizia. La sentenza finale confermò che i figli dovevano abitare con me. Il collegio del tribunale di famiglia di Bologna, composto da tre giudici donna, ha condannato la mia ex al rimborso delle spese legali».
Non potrà più dire di essere stato trattato male da una donna.
«Dalla mia ex, sì. Tre giudici donna, per nulla prevenute nei confronti del coniuge “che non ha partorito", e la mia avvocata mi hanno salvato. Se posso dare un consiglio agli uomini che devono affrontare l'iter di un divorzio che quasi mai vogliono, perché un uomo difficilmente vuole separarsi, mi sento di dire: “Rifiutate la separazione consensuale". Quella giudiziale sarà anche più lunga, più costosa e psicologicamente devastante ma quello che il partner denuncia deve essere provato, le accuse devono essere dimostrate. Molte consensuali che si firmano invece sono false. Padri, uomini, lottate perché siano riconosciuti i vostri diritti».
Adesso che è divorziato, pensa a risposarsi?
«La mia ex ha voluto anche l'annullamento da parte della Sacra Rota. Dieci anni tra separazione, divorzio, annullamento. Non ci penso proprio a un nuovo matrimonio, nemmeno a stare con un'altra donna. Assistiamo a troppe separazioni per mancanza di educazione affettiva, dopo l'innamoramento che passa in fretta rimane l'egoismo, il poco amore per l'altro. Ho troppa paura di delusioni. Sto bene in casa con i miei figli».
Le ex mogli straniere si portano via i figli
Secondo il rapporto Crime survey 2018, su 2 milioni di abusi domestici commessi nel Regno Unito nei confronti di persone dai 16 ai 59 anni, circa 1,3 milioni delle vittime erano di sesso femminile, 695.000 di sesso maschile. L'abuso dei partner riguardava per il 6,3% donne, per il 2,7% uomini. Da noi si ignora quale sia la situazione reale. «In Italia, caso praticamente unico in Europa, i centri antiviolenza si rivolgono solo alle donne», sottolineava Patrizia Montalenti, presidente di Ankyra che a Milano si occupa di persone maltrattate.
Viene sottovalutata anche la violenza compiuta dalle tante straniere che scappano con il figlio, portandolo via al padre italiano. Bruno Poli, l'ex imprenditore deceduto la scorsa estate, fondatore nel 1997 del sito bambinirubati.org, alla Verità aveva raccontato: «Mi occupo del rimpatrio dei bambini, in 20 anni ne ho portati a casa 103. Di questi, 90 furono sottratti dalle madri». «L'aspetto più sconvolgente», proseguiva, «è che dopo le fughe, le sentenze di rimpatrio e di affidamento ai padri, solo 3 di quelle 90 madri tornano in Italia a incontrare i loro figli. Altro che amore materno, volevano solo i soldi del mantenimento».
La cronaca di violenze contro gli uomini è scarsa, si limita ai casi più efferati. Prima delle feste natalizie abbiamo letto dell'arresto a Torino di una ventottenne che era solita accanirsi sul marito con calci e schiaffi, nell'ultima aggressione gli aveva spruzzato sul volto uno spray al peperoncino. Pochi giorni dopo veniva condannata a 16 anni di carcere Antonella Cover, siciliana di 55, che un anno fa a Partinico aveva ucciso con una coltellata nel torace il marito, colpevole di volerla lasciare per rifarsi una vita in Svizzera con una nuova compagna. Dopo la sentenza di separazione che non accettava, ha chiuso i conti con il marito alla sua maniera anche Maria Ripalta Montinaro, una donna pugliese di 48 anni, servendosi di un coltello da cucina per recidere la giugulare dell'uomo. A novembre, l'ucraina che voleva lasciare Trieste ma aveva un compagno che si opponeva, ha preso la decisione di andarsene dopo averlo colpito con una bottiglia, finendolo con il coltello. Poi lo ha rinchiuso in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato per giorni sul balcone di casa.
Alcuni social ricordano come non ci sia uguale sdegno per i maltrattamenti inflitti da una donna su un uomo. Hanno anche promosso una raccolta fondi per William Pezzullo, sfregiato dalla sua ex, Elena Perotti e da un complice di lei, il 19 settembre 2012, senza ricevere risarcimento. Nemmeno aveva ricevuto l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica da Giorgio Napolitano, assegnata invece a Lucia Annibali, l'avvocatessa sfregiata con l'acido dal suo ex nel 2013. L'aiuto dai social, 790 euro su 2.500 richiesti, non è risultato un granché, ma William ha comunque ringraziato tanto per il sostegno ricevuto. Nella pagina Facebook «No alla violenza sugli uomini», segnalano e commentano l'uccisione a novembre di un uomo di Rieti, cosparso di benzina e dato alle fiamme dalla moglie brasiliana, raccontano i 30 anni da incubo di un anziano bresciano di 83 anni, maltrattato dalla moglie, 81 anni, e dalla figlia di 51. Criticano la reazione allo scherzo nel programma Le Iene della vittima, Juliana Moreira, la showgirl brasiliana moglie di Edoardo Stoppa, inviato del programma Striscia la notizia, che fingeva di essere corteggiato da un'altra donna. «Avete notato la violenza verso il marito? Pensate se fosse stato lui a darle ripetutamente schiaffi, sberle, calci... Cosa sarebbe successo? Sarebbero insorti tutti, lo avrebbero arrestato, condannato, epurato, allontanato, discriminato. Invece lei può», si legge in un post.
La ex compagna gli impedisce di vedere la figlia di 5 anni e il padre di 26 anni si toglie la vita? Il coro degli utenti attivi sui social è unanime: «Ennesimo femminicidio. Ah no, scusate stravolta è un uomo. Ma se è un uomo non interessa a nessuno». Katia Bertuzzi scrive: «Mio figlio Marco Benzi è stato ucciso dalla sua compagna mentre dormiva il 25 novembre 2017, giornata contro il femminicidio. Dico no alla violenza di genere».
«Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini»
Avvocato, saggista, legale di molte celebrità, l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha difeso per anni soprattutto donne, che riteneva la parte debole di una coppia, mentre ormai da tempo la percentuale di suoi clienti uomini è decisamente la più alta.
Avvocato, davvero l'uomo è sempre più spesso vittima in una separazione?
«Certo, almeno da sei o sette anni. Perché viene spesso accusato ingiustamente di violenza nei confronti della moglie o della compagna, se non dei figli. Le donne, poi, che una volta avevano bisogno di essere protette e tutelate, oggi sono più sveglie, più intelligenti, più maliziose, riescono da sole a fare peggio di quello che gli uomini facevano nel passato».
In che senso?
«Vedo tante negatività in compagne e madri, che esercitano una violenza psicologica e fisica pazzesca, manipolano e direzionano i figli, urlano, minacciano. Molte donne allestiscono racconti, prove di presunte molestie sessuali da parte dei padri. Questo lo posso affermare per esperienza diretta, con i miei clienti e per quello che raccontano i colleghi».
Prima non emergeva o la donna è cambiata?
«È diventata più scaltra. Un tempo la mamma era intoccabile, dopo aver scritto il libro Mamma non m'ama. Quando le madri sono cattive, dove raccontavo storie non proprio esemplari di genitrici, le critiche sono state tante. Ho perso molte clienti, il mio studio che assisteva il 95% di donne ne ha avute sempre di meno. A conferma che ce ne sono molte di cattive! Adesso seguo per il 70% uomini».
È diventata il legale del cosiddetto sesso forte?
«Mi sento l'avvocato dei bambini. Rifiuto il mandato, anche a causa iniziata, se vedo che i genitori tentano di strumentalizzare i figli, mentendo all'avvocato senza differenza di genere. Purtroppo siamo nell'epoca dello zapping. Così come si può cambiare canale, si vuole cambiare sogno, partner, senza senso di responsabilità ma solo inseguendo il proprio piacere».
Un divorzio costa e può stravolgere le finanze di chi si lascia.
«Per quelli che hanno difficoltà economiche ho inventato la convenzione per i separati in casa, con la quale si dividono gli spazi, la cura dei bambini, le spese per accudirli. Gli ex non si incrociano, sebbene sotto lo stesso tetto, ma nemmeno spostano i figli come pacchi postali da una casa all'altra, per di più imponendo loro la figura nel nuovo partner. Funziona benissimo, non è questione di classe sociale. Ci vuole educazione per rispettare e voler davvero bene ai figli. Altro che famiglie allargate, con i bimbi che devono sopportare un miscuglio di uomini e donne accanto ai propri genitori».
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Quasi nessuna statistica si occupa di loro, eppure i maschi che subiscono aggressioni e persino abusi dal «gentil sesso» in Italia sono quasi 4 milioni. L'ultimo caso ieri a Milano: un ragazzo sfregiato con l'acido dalla sua ex fidanzata. E dopo i divorzi, in tanti perdono casa e agevolazioni fiscali. «Papà, lottate per i vostri diritti». La testimonianza di un maestro bolognese: «Avevo una famiglia da Mulino bianco, poi di colpo ho vissuto dieci anni d'inferno: mi salvarono tre giudici donne. Chi patisce angherie non si vergogni di denunciare». Le ex mogli straniere si portano via i figli. Delle 90 fuggite all'estero, sono ritornate in 3. E i centri antiviolenza accolgono solamente ospiti femminili. «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini». Il celebre avvocato Annamaria Bernardini de Pace, in passato, considerava compagne e mamme la parte più debole delle coppie: «Oggi hanno meno bisogno di tutele, sono diventate scaltre e smaliziate». Lo speciale comprende quattro articoli. In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l'uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell'ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l'uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l'efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l'orrore che proviamo. C'è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L'uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l'argomento per l'ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto. Una ricerca dell'Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un'indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve", non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L'8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche. Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all'ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell'uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un'abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell'Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d'Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell'acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà». Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell'Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un'azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c'è solo l'impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l'affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d'Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d'attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c'è un'età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l'affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L'associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica. In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l'87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell'acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. 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Secondo l'Istat ogni anno circa 50.000 nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, perché si vergognava a dire che il suo matrimonio non funzionava più? «Per me non era cambiato nulla, non volevo separarmi. Eravamo sposati da 16 anni quando mia moglie disse che non era più innamorata e voleva che uscissi di casa. Lasciandole appartamento e figli, mantenendola. Mi opposi, se voleva separarsi doveva andarsene lei. Fu l'inizio dei 10, peggiori anni della mia vita». Che cosa successe? «Ricordo che molti anni prima dell'inizio della nostra separazione avevo visto un film americano, nel quale una donna usava violenza psicologica e fisica nei confronti del marito che non reagiva, per non farle male e non passare dalla parte del torto. Mi colpì, quasi fosse un segnale premonitore». Sua moglie le ha usato violenza? «Fisica no, psicologica tanta. Mi fece sentire incapace, inadatto, mi provocava in continuazione. Non ha idea di quanti invece vengono pure malmenati dalle mogli. Non ne parlano, non denunciano, temono di non essere creduti dalle stesse forze dell'ordine. Si vergognano, temono quello che potrà capitare nei rapporti con i figli, se viene avviata una separazione con una moglie aggressiva e violenta. Subivo totalmente una scelta che non volevo e mi vergognavo a dirlo, anche agli amici più cari che ci continuavano a vedere come una coppia da manuale. Affrontavo da solo il macigno». Lei rifiutò la consensuale. «Sapevo che in quanto madre le sarebbero stati assegnati dal giudice i nostri due ragazzi, di allora 13 e 15 anni. Finisce quasi sempre così. E che non avrebbe dovuto abbandonare le nostre quattro mura, per questo non volli una separazione consensuale. Fu avviata quella giudiziale, che si fa in causa, con denunce spesso assurde di falsi abusi per essere sicuri che l'addebito della separazione finisca a carico dell'altro coniuge. Mia moglie mi denunciò come padre irresponsabile, del tutto disinteressato alla famiglia. Un'accusa che gridava vendetta. Fu un brutto colpo, ho avuto bisogno di supporto psicologico». Come si è difeso? «Ebbi la fortuna che il giudice donna richiedesse subito un'audizione dei nostri due figli. Forse fu illuminata, deve aver intuito che le accuse erano menzogne. Volle ascoltarli lei, assieme a una consulente tecnica del tribunale di Bologna, altra donna davvero in gamba. Di mio ero contrarissimo, non volevo mettere in mezzo i ragazzi, la mia avvocata disse di lasciar fare, “che non capivo niente". Aveva ragione, la relazione di quell'incontro mi ha confortato negli anni. Vi si leggeva che ero la figura genitoriale maggiormente idonea e protettiva, mentre quella della madre era quella più “conflittuale". I figli furono affidati a me, nella casa dove rimasi io in un regime di affidamento condiviso. Non ho mai voluto chiedere quello esclusivo. La mia ex moglie doveva anche corrispondere una cifra per il mantenimento dei ragazzi. Pochi soldi: fosse stato l'inverso, avrei dovuto versare molto di più, anche se guadagno meno della mia ex». Finì bene, dunque. «Mia moglie fece ricorso, perse anche in appello. Chiese la perizia psichiatrica per i nostri figli, così da poter dimostrare che li avevo plagiati. La giudice, sempre donna, rigettò tutte le accuse, non dispose alcuna perizia. La sentenza finale confermò che i figli dovevano abitare con me. Il collegio del tribunale di famiglia di Bologna, composto da tre giudici donna, ha condannato la mia ex al rimborso delle spese legali». Non potrà più dire di essere stato trattato male da una donna. «Dalla mia ex, sì. Tre giudici donna, per nulla prevenute nei confronti del coniuge “che non ha partorito", e la mia avvocata mi hanno salvato. Se posso dare un consiglio agli uomini che devono affrontare l'iter di un divorzio che quasi mai vogliono, perché un uomo difficilmente vuole separarsi, mi sento di dire: “Rifiutate la separazione consensuale". Quella giudiziale sarà anche più lunga, più costosa e psicologicamente devastante ma quello che il partner denuncia deve essere provato, le accuse devono essere dimostrate. Molte consensuali che si firmano invece sono false. Padri, uomini, lottate perché siano riconosciuti i vostri diritti». Adesso che è divorziato, pensa a risposarsi? «La mia ex ha voluto anche l'annullamento da parte della Sacra Rota. Dieci anni tra separazione, divorzio, annullamento. Non ci penso proprio a un nuovo matrimonio, nemmeno a stare con un'altra donna. Assistiamo a troppe separazioni per mancanza di educazione affettiva, dopo l'innamoramento che passa in fretta rimane l'egoismo, il poco amore per l'altro. Ho troppa paura di delusioni. Sto bene in casa con i miei figli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-ex-mogli-straniere-si-portano-via-i-figli" data-post-id="2644133305" data-published-at="1782076501" data-use-pagination="False"> Le ex mogli straniere si portano via i figli Secondo il rapporto Crime survey 2018, su 2 milioni di abusi domestici commessi nel Regno Unito nei confronti di persone dai 16 ai 59 anni, circa 1,3 milioni delle vittime erano di sesso femminile, 695.000 di sesso maschile. L'abuso dei partner riguardava per il 6,3% donne, per il 2,7% uomini. Da noi si ignora quale sia la situazione reale. «In Italia, caso praticamente unico in Europa, i centri antiviolenza si rivolgono solo alle donne», sottolineava Patrizia Montalenti, presidente di Ankyra che a Milano si occupa di persone maltrattate. Viene sottovalutata anche la violenza compiuta dalle tante straniere che scappano con il figlio, portandolo via al padre italiano. Bruno Poli, l'ex imprenditore deceduto la scorsa estate, fondatore nel 1997 del sito bambinirubati.org, alla Verità aveva raccontato: «Mi occupo del rimpatrio dei bambini, in 20 anni ne ho portati a casa 103. Di questi, 90 furono sottratti dalle madri». «L'aspetto più sconvolgente», proseguiva, «è che dopo le fughe, le sentenze di rimpatrio e di affidamento ai padri, solo 3 di quelle 90 madri tornano in Italia a incontrare i loro figli. Altro che amore materno, volevano solo i soldi del mantenimento». La cronaca di violenze contro gli uomini è scarsa, si limita ai casi più efferati. Prima delle feste natalizie abbiamo letto dell'arresto a Torino di una ventottenne che era solita accanirsi sul marito con calci e schiaffi, nell'ultima aggressione gli aveva spruzzato sul volto uno spray al peperoncino. Pochi giorni dopo veniva condannata a 16 anni di carcere Antonella Cover, siciliana di 55, che un anno fa a Partinico aveva ucciso con una coltellata nel torace il marito, colpevole di volerla lasciare per rifarsi una vita in Svizzera con una nuova compagna. Dopo la sentenza di separazione che non accettava, ha chiuso i conti con il marito alla sua maniera anche Maria Ripalta Montinaro, una donna pugliese di 48 anni, servendosi di un coltello da cucina per recidere la giugulare dell'uomo. A novembre, l'ucraina che voleva lasciare Trieste ma aveva un compagno che si opponeva, ha preso la decisione di andarsene dopo averlo colpito con una bottiglia, finendolo con il coltello. Poi lo ha rinchiuso in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato per giorni sul balcone di casa. Alcuni social ricordano come non ci sia uguale sdegno per i maltrattamenti inflitti da una donna su un uomo. Hanno anche promosso una raccolta fondi per William Pezzullo, sfregiato dalla sua ex, Elena Perotti e da un complice di lei, il 19 settembre 2012, senza ricevere risarcimento. Nemmeno aveva ricevuto l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica da Giorgio Napolitano, assegnata invece a Lucia Annibali, l'avvocatessa sfregiata con l'acido dal suo ex nel 2013. L'aiuto dai social, 790 euro su 2.500 richiesti, non è risultato un granché, ma William ha comunque ringraziato tanto per il sostegno ricevuto. Nella pagina Facebook «No alla violenza sugli uomini», segnalano e commentano l'uccisione a novembre di un uomo di Rieti, cosparso di benzina e dato alle fiamme dalla moglie brasiliana, raccontano i 30 anni da incubo di un anziano bresciano di 83 anni, maltrattato dalla moglie, 81 anni, e dalla figlia di 51. Criticano la reazione allo scherzo nel programma Le Iene della vittima, Juliana Moreira, la showgirl brasiliana moglie di Edoardo Stoppa, inviato del programma Striscia la notizia, che fingeva di essere corteggiato da un'altra donna. «Avete notato la violenza verso il marito? Pensate se fosse stato lui a darle ripetutamente schiaffi, sberle, calci... Cosa sarebbe successo? Sarebbero insorti tutti, lo avrebbero arrestato, condannato, epurato, allontanato, discriminato. Invece lei può», si legge in un post. La ex compagna gli impedisce di vedere la figlia di 5 anni e il padre di 26 anni si toglie la vita? Il coro degli utenti attivi sui social è unanime: «Ennesimo femminicidio. Ah no, scusate stravolta è un uomo. Ma se è un uomo non interessa a nessuno». Katia Bertuzzi scrive: «Mio figlio Marco Benzi è stato ucciso dalla sua compagna mentre dormiva il 25 novembre 2017, giornata contro il femminicidio. Dico no alla violenza di genere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mariti-calunniati-con-false-accuse-e-le-madri-manipolano-i-bambini" data-post-id="2644133305" data-published-at="1782076501" data-use-pagination="False"> «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini» Avvocato, saggista, legale di molte celebrità, l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha difeso per anni soprattutto donne, che riteneva la parte debole di una coppia, mentre ormai da tempo la percentuale di suoi clienti uomini è decisamente la più alta. Avvocato, davvero l'uomo è sempre più spesso vittima in una separazione? «Certo, almeno da sei o sette anni. Perché viene spesso accusato ingiustamente di violenza nei confronti della moglie o della compagna, se non dei figli. Le donne, poi, che una volta avevano bisogno di essere protette e tutelate, oggi sono più sveglie, più intelligenti, più maliziose, riescono da sole a fare peggio di quello che gli uomini facevano nel passato». In che senso? «Vedo tante negatività in compagne e madri, che esercitano una violenza psicologica e fisica pazzesca, manipolano e direzionano i figli, urlano, minacciano. Molte donne allestiscono racconti, prove di presunte molestie sessuali da parte dei padri. Questo lo posso affermare per esperienza diretta, con i miei clienti e per quello che raccontano i colleghi». Prima non emergeva o la donna è cambiata? «È diventata più scaltra. Un tempo la mamma era intoccabile, dopo aver scritto il libro Mamma non m'ama. Quando le madri sono cattive, dove raccontavo storie non proprio esemplari di genitrici, le critiche sono state tante. Ho perso molte clienti, il mio studio che assisteva il 95% di donne ne ha avute sempre di meno. A conferma che ce ne sono molte di cattive! Adesso seguo per il 70% uomini». È diventata il legale del cosiddetto sesso forte? «Mi sento l'avvocato dei bambini. Rifiuto il mandato, anche a causa iniziata, se vedo che i genitori tentano di strumentalizzare i figli, mentendo all'avvocato senza differenza di genere. Purtroppo siamo nell'epoca dello zapping. Così come si può cambiare canale, si vuole cambiare sogno, partner, senza senso di responsabilità ma solo inseguendo il proprio piacere». Un divorzio costa e può stravolgere le finanze di chi si lascia. «Per quelli che hanno difficoltà economiche ho inventato la convenzione per i separati in casa, con la quale si dividono gli spazi, la cura dei bambini, le spese per accudirli. Gli ex non si incrociano, sebbene sotto lo stesso tetto, ma nemmeno spostano i figli come pacchi postali da una casa all'altra, per di più imponendo loro la figura nel nuovo partner. Funziona benissimo, non è questione di classe sociale. Ci vuole educazione per rispettare e voler davvero bene ai figli. Altro che famiglie allargate, con i bimbi che devono sopportare un miscuglio di uomini e donne accanto ai propri genitori».
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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