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2020-01-06
Codice azzurro per uomini maltrattati
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In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l'uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell'ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l'uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l'efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l'orrore che proviamo.
C'è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L'uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l'argomento per l'ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto.
Una ricerca dell'Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un'indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve", non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L'8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche.
Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all'ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell'uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un'abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell'Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d'Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell'acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà».
Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell'Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un'azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c'è solo l'impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l'affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d'Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d'attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c'è un'età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l'affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L'associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica.
In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l'87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell'acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. Ci chiediamo, perché non vengono fatte altre indagini di questo tipo?
«Papà, lottate per i vostri diritti»
«Tutti ci consideravano una famiglia modello Mulino bianco. Per anni ho avuto vergogna di raccontare che cosa in realtà stava accadendo nella nostra vita». Paolo Ferrari, 53 anni, bolognese, maestro elementare, è uno dei pochissimi padri fortunati, usciti da una separazione tenendo con sé i figli e continuando a vivere nella casa coniugale.
Secondo l'Istat ogni anno circa 50.000 nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, perché si vergognava a dire che il suo matrimonio non funzionava più?
«Per me non era cambiato nulla, non volevo separarmi. Eravamo sposati da 16 anni quando mia moglie disse che non era più innamorata e voleva che uscissi di casa. Lasciandole appartamento e figli, mantenendola. Mi opposi, se voleva separarsi doveva andarsene lei. Fu l'inizio dei 10, peggiori anni della mia vita».
Che cosa successe?
«Ricordo che molti anni prima dell'inizio della nostra separazione avevo visto un film americano, nel quale una donna usava violenza psicologica e fisica nei confronti del marito che non reagiva, per non farle male e non passare dalla parte del torto. Mi colpì, quasi fosse un segnale premonitore».
Sua moglie le ha usato violenza?
«Fisica no, psicologica tanta. Mi fece sentire incapace, inadatto, mi provocava in continuazione. Non ha idea di quanti invece vengono pure malmenati dalle mogli. Non ne parlano, non denunciano, temono di non essere creduti dalle stesse forze dell'ordine. Si vergognano, temono quello che potrà capitare nei rapporti con i figli, se viene avviata una separazione con una moglie aggressiva e violenta. Subivo totalmente una scelta che non volevo e mi vergognavo a dirlo, anche agli amici più cari che ci continuavano a vedere come una coppia da manuale. Affrontavo da solo il macigno».
Lei rifiutò la consensuale.
«Sapevo che in quanto madre le sarebbero stati assegnati dal giudice i nostri due ragazzi, di allora 13 e 15 anni. Finisce quasi sempre così. E che non avrebbe dovuto abbandonare le nostre quattro mura, per questo non volli una separazione consensuale. Fu avviata quella giudiziale, che si fa in causa, con denunce spesso assurde di falsi abusi per essere sicuri che l'addebito della separazione finisca a carico dell'altro coniuge. Mia moglie mi denunciò come padre irresponsabile, del tutto disinteressato alla famiglia. Un'accusa che gridava vendetta. Fu un brutto colpo, ho avuto bisogno di supporto psicologico».
Come si è difeso?
«Ebbi la fortuna che il giudice donna richiedesse subito un'audizione dei nostri due figli. Forse fu illuminata, deve aver intuito che le accuse erano menzogne. Volle ascoltarli lei, assieme a una consulente tecnica del tribunale di Bologna, altra donna davvero in gamba. Di mio ero contrarissimo, non volevo mettere in mezzo i ragazzi, la mia avvocata disse di lasciar fare, “che non capivo niente". Aveva ragione, la relazione di quell'incontro mi ha confortato negli anni. Vi si leggeva che ero la figura genitoriale maggiormente idonea e protettiva, mentre quella della madre era quella più “conflittuale". I figli furono affidati a me, nella casa dove rimasi io in un regime di affidamento condiviso. Non ho mai voluto chiedere quello esclusivo. La mia ex moglie doveva anche corrispondere una cifra per il mantenimento dei ragazzi. Pochi soldi: fosse stato l'inverso, avrei dovuto versare molto di più, anche se guadagno meno della mia ex».
Finì bene, dunque.
«Mia moglie fece ricorso, perse anche in appello. Chiese la perizia psichiatrica per i nostri figli, così da poter dimostrare che li avevo plagiati. La giudice, sempre donna, rigettò tutte le accuse, non dispose alcuna perizia. La sentenza finale confermò che i figli dovevano abitare con me. Il collegio del tribunale di famiglia di Bologna, composto da tre giudici donna, ha condannato la mia ex al rimborso delle spese legali».
Non potrà più dire di essere stato trattato male da una donna.
«Dalla mia ex, sì. Tre giudici donna, per nulla prevenute nei confronti del coniuge “che non ha partorito", e la mia avvocata mi hanno salvato. Se posso dare un consiglio agli uomini che devono affrontare l'iter di un divorzio che quasi mai vogliono, perché un uomo difficilmente vuole separarsi, mi sento di dire: “Rifiutate la separazione consensuale". Quella giudiziale sarà anche più lunga, più costosa e psicologicamente devastante ma quello che il partner denuncia deve essere provato, le accuse devono essere dimostrate. Molte consensuali che si firmano invece sono false. Padri, uomini, lottate perché siano riconosciuti i vostri diritti».
Adesso che è divorziato, pensa a risposarsi?
«La mia ex ha voluto anche l'annullamento da parte della Sacra Rota. Dieci anni tra separazione, divorzio, annullamento. Non ci penso proprio a un nuovo matrimonio, nemmeno a stare con un'altra donna. Assistiamo a troppe separazioni per mancanza di educazione affettiva, dopo l'innamoramento che passa in fretta rimane l'egoismo, il poco amore per l'altro. Ho troppa paura di delusioni. Sto bene in casa con i miei figli».
Le ex mogli straniere si portano via i figli
Secondo il rapporto Crime survey 2018, su 2 milioni di abusi domestici commessi nel Regno Unito nei confronti di persone dai 16 ai 59 anni, circa 1,3 milioni delle vittime erano di sesso femminile, 695.000 di sesso maschile. L'abuso dei partner riguardava per il 6,3% donne, per il 2,7% uomini. Da noi si ignora quale sia la situazione reale. «In Italia, caso praticamente unico in Europa, i centri antiviolenza si rivolgono solo alle donne», sottolineava Patrizia Montalenti, presidente di Ankyra che a Milano si occupa di persone maltrattate.
Viene sottovalutata anche la violenza compiuta dalle tante straniere che scappano con il figlio, portandolo via al padre italiano. Bruno Poli, l'ex imprenditore deceduto la scorsa estate, fondatore nel 1997 del sito bambinirubati.org, alla Verità aveva raccontato: «Mi occupo del rimpatrio dei bambini, in 20 anni ne ho portati a casa 103. Di questi, 90 furono sottratti dalle madri». «L'aspetto più sconvolgente», proseguiva, «è che dopo le fughe, le sentenze di rimpatrio e di affidamento ai padri, solo 3 di quelle 90 madri tornano in Italia a incontrare i loro figli. Altro che amore materno, volevano solo i soldi del mantenimento».
La cronaca di violenze contro gli uomini è scarsa, si limita ai casi più efferati. Prima delle feste natalizie abbiamo letto dell'arresto a Torino di una ventottenne che era solita accanirsi sul marito con calci e schiaffi, nell'ultima aggressione gli aveva spruzzato sul volto uno spray al peperoncino. Pochi giorni dopo veniva condannata a 16 anni di carcere Antonella Cover, siciliana di 55, che un anno fa a Partinico aveva ucciso con una coltellata nel torace il marito, colpevole di volerla lasciare per rifarsi una vita in Svizzera con una nuova compagna. Dopo la sentenza di separazione che non accettava, ha chiuso i conti con il marito alla sua maniera anche Maria Ripalta Montinaro, una donna pugliese di 48 anni, servendosi di un coltello da cucina per recidere la giugulare dell'uomo. A novembre, l'ucraina che voleva lasciare Trieste ma aveva un compagno che si opponeva, ha preso la decisione di andarsene dopo averlo colpito con una bottiglia, finendolo con il coltello. Poi lo ha rinchiuso in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato per giorni sul balcone di casa.
Alcuni social ricordano come non ci sia uguale sdegno per i maltrattamenti inflitti da una donna su un uomo. Hanno anche promosso una raccolta fondi per William Pezzullo, sfregiato dalla sua ex, Elena Perotti e da un complice di lei, il 19 settembre 2012, senza ricevere risarcimento. Nemmeno aveva ricevuto l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica da Giorgio Napolitano, assegnata invece a Lucia Annibali, l'avvocatessa sfregiata con l'acido dal suo ex nel 2013. L'aiuto dai social, 790 euro su 2.500 richiesti, non è risultato un granché, ma William ha comunque ringraziato tanto per il sostegno ricevuto. Nella pagina Facebook «No alla violenza sugli uomini», segnalano e commentano l'uccisione a novembre di un uomo di Rieti, cosparso di benzina e dato alle fiamme dalla moglie brasiliana, raccontano i 30 anni da incubo di un anziano bresciano di 83 anni, maltrattato dalla moglie, 81 anni, e dalla figlia di 51. Criticano la reazione allo scherzo nel programma Le Iene della vittima, Juliana Moreira, la showgirl brasiliana moglie di Edoardo Stoppa, inviato del programma Striscia la notizia, che fingeva di essere corteggiato da un'altra donna. «Avete notato la violenza verso il marito? Pensate se fosse stato lui a darle ripetutamente schiaffi, sberle, calci... Cosa sarebbe successo? Sarebbero insorti tutti, lo avrebbero arrestato, condannato, epurato, allontanato, discriminato. Invece lei può», si legge in un post.
La ex compagna gli impedisce di vedere la figlia di 5 anni e il padre di 26 anni si toglie la vita? Il coro degli utenti attivi sui social è unanime: «Ennesimo femminicidio. Ah no, scusate stravolta è un uomo. Ma se è un uomo non interessa a nessuno». Katia Bertuzzi scrive: «Mio figlio Marco Benzi è stato ucciso dalla sua compagna mentre dormiva il 25 novembre 2017, giornata contro il femminicidio. Dico no alla violenza di genere».
«Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini»
Avvocato, saggista, legale di molte celebrità, l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha difeso per anni soprattutto donne, che riteneva la parte debole di una coppia, mentre ormai da tempo la percentuale di suoi clienti uomini è decisamente la più alta.
Avvocato, davvero l'uomo è sempre più spesso vittima in una separazione?
«Certo, almeno da sei o sette anni. Perché viene spesso accusato ingiustamente di violenza nei confronti della moglie o della compagna, se non dei figli. Le donne, poi, che una volta avevano bisogno di essere protette e tutelate, oggi sono più sveglie, più intelligenti, più maliziose, riescono da sole a fare peggio di quello che gli uomini facevano nel passato».
In che senso?
«Vedo tante negatività in compagne e madri, che esercitano una violenza psicologica e fisica pazzesca, manipolano e direzionano i figli, urlano, minacciano. Molte donne allestiscono racconti, prove di presunte molestie sessuali da parte dei padri. Questo lo posso affermare per esperienza diretta, con i miei clienti e per quello che raccontano i colleghi».
Prima non emergeva o la donna è cambiata?
«È diventata più scaltra. Un tempo la mamma era intoccabile, dopo aver scritto il libro Mamma non m'ama. Quando le madri sono cattive, dove raccontavo storie non proprio esemplari di genitrici, le critiche sono state tante. Ho perso molte clienti, il mio studio che assisteva il 95% di donne ne ha avute sempre di meno. A conferma che ce ne sono molte di cattive! Adesso seguo per il 70% uomini».
È diventata il legale del cosiddetto sesso forte?
«Mi sento l'avvocato dei bambini. Rifiuto il mandato, anche a causa iniziata, se vedo che i genitori tentano di strumentalizzare i figli, mentendo all'avvocato senza differenza di genere. Purtroppo siamo nell'epoca dello zapping. Così come si può cambiare canale, si vuole cambiare sogno, partner, senza senso di responsabilità ma solo inseguendo il proprio piacere».
Un divorzio costa e può stravolgere le finanze di chi si lascia.
«Per quelli che hanno difficoltà economiche ho inventato la convenzione per i separati in casa, con la quale si dividono gli spazi, la cura dei bambini, le spese per accudirli. Gli ex non si incrociano, sebbene sotto lo stesso tetto, ma nemmeno spostano i figli come pacchi postali da una casa all'altra, per di più imponendo loro la figura nel nuovo partner. Funziona benissimo, non è questione di classe sociale. Ci vuole educazione per rispettare e voler davvero bene ai figli. Altro che famiglie allargate, con i bimbi che devono sopportare un miscuglio di uomini e donne accanto ai propri genitori».
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Quasi nessuna statistica si occupa di loro, eppure i maschi che subiscono aggressioni e persino abusi dal «gentil sesso» in Italia sono quasi 4 milioni. L'ultimo caso ieri a Milano: un ragazzo sfregiato con l'acido dalla sua ex fidanzata. E dopo i divorzi, in tanti perdono casa e agevolazioni fiscali. «Papà, lottate per i vostri diritti». La testimonianza di un maestro bolognese: «Avevo una famiglia da Mulino bianco, poi di colpo ho vissuto dieci anni d'inferno: mi salvarono tre giudici donne. Chi patisce angherie non si vergogni di denunciare». Le ex mogli straniere si portano via i figli. Delle 90 fuggite all'estero, sono ritornate in 3. E i centri antiviolenza accolgono solamente ospiti femminili. «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini». Il celebre avvocato Annamaria Bernardini de Pace, in passato, considerava compagne e mamme la parte più debole delle coppie: «Oggi hanno meno bisogno di tutele, sono diventate scaltre e smaliziate». Lo speciale comprende quattro articoli. In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l'uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell'ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l'uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l'efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l'orrore che proviamo. C'è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L'uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l'argomento per l'ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto. Una ricerca dell'Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un'indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve", non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L'8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche. Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all'ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell'uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un'abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell'Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d'Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell'acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà». Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell'Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un'azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c'è solo l'impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l'affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d'Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d'attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c'è un'età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l'affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L'associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica. In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l'87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell'acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. 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Secondo l'Istat ogni anno circa 50.000 nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, perché si vergognava a dire che il suo matrimonio non funzionava più? «Per me non era cambiato nulla, non volevo separarmi. Eravamo sposati da 16 anni quando mia moglie disse che non era più innamorata e voleva che uscissi di casa. Lasciandole appartamento e figli, mantenendola. Mi opposi, se voleva separarsi doveva andarsene lei. Fu l'inizio dei 10, peggiori anni della mia vita». Che cosa successe? «Ricordo che molti anni prima dell'inizio della nostra separazione avevo visto un film americano, nel quale una donna usava violenza psicologica e fisica nei confronti del marito che non reagiva, per non farle male e non passare dalla parte del torto. Mi colpì, quasi fosse un segnale premonitore». Sua moglie le ha usato violenza? «Fisica no, psicologica tanta. Mi fece sentire incapace, inadatto, mi provocava in continuazione. Non ha idea di quanti invece vengono pure malmenati dalle mogli. Non ne parlano, non denunciano, temono di non essere creduti dalle stesse forze dell'ordine. Si vergognano, temono quello che potrà capitare nei rapporti con i figli, se viene avviata una separazione con una moglie aggressiva e violenta. Subivo totalmente una scelta che non volevo e mi vergognavo a dirlo, anche agli amici più cari che ci continuavano a vedere come una coppia da manuale. Affrontavo da solo il macigno». Lei rifiutò la consensuale. «Sapevo che in quanto madre le sarebbero stati assegnati dal giudice i nostri due ragazzi, di allora 13 e 15 anni. Finisce quasi sempre così. E che non avrebbe dovuto abbandonare le nostre quattro mura, per questo non volli una separazione consensuale. Fu avviata quella giudiziale, che si fa in causa, con denunce spesso assurde di falsi abusi per essere sicuri che l'addebito della separazione finisca a carico dell'altro coniuge. Mia moglie mi denunciò come padre irresponsabile, del tutto disinteressato alla famiglia. Un'accusa che gridava vendetta. Fu un brutto colpo, ho avuto bisogno di supporto psicologico». Come si è difeso? «Ebbi la fortuna che il giudice donna richiedesse subito un'audizione dei nostri due figli. Forse fu illuminata, deve aver intuito che le accuse erano menzogne. Volle ascoltarli lei, assieme a una consulente tecnica del tribunale di Bologna, altra donna davvero in gamba. Di mio ero contrarissimo, non volevo mettere in mezzo i ragazzi, la mia avvocata disse di lasciar fare, “che non capivo niente". Aveva ragione, la relazione di quell'incontro mi ha confortato negli anni. Vi si leggeva che ero la figura genitoriale maggiormente idonea e protettiva, mentre quella della madre era quella più “conflittuale". I figli furono affidati a me, nella casa dove rimasi io in un regime di affidamento condiviso. Non ho mai voluto chiedere quello esclusivo. La mia ex moglie doveva anche corrispondere una cifra per il mantenimento dei ragazzi. Pochi soldi: fosse stato l'inverso, avrei dovuto versare molto di più, anche se guadagno meno della mia ex». Finì bene, dunque. «Mia moglie fece ricorso, perse anche in appello. Chiese la perizia psichiatrica per i nostri figli, così da poter dimostrare che li avevo plagiati. La giudice, sempre donna, rigettò tutte le accuse, non dispose alcuna perizia. La sentenza finale confermò che i figli dovevano abitare con me. Il collegio del tribunale di famiglia di Bologna, composto da tre giudici donna, ha condannato la mia ex al rimborso delle spese legali». Non potrà più dire di essere stato trattato male da una donna. «Dalla mia ex, sì. Tre giudici donna, per nulla prevenute nei confronti del coniuge “che non ha partorito", e la mia avvocata mi hanno salvato. Se posso dare un consiglio agli uomini che devono affrontare l'iter di un divorzio che quasi mai vogliono, perché un uomo difficilmente vuole separarsi, mi sento di dire: “Rifiutate la separazione consensuale". Quella giudiziale sarà anche più lunga, più costosa e psicologicamente devastante ma quello che il partner denuncia deve essere provato, le accuse devono essere dimostrate. Molte consensuali che si firmano invece sono false. Padri, uomini, lottate perché siano riconosciuti i vostri diritti». Adesso che è divorziato, pensa a risposarsi? «La mia ex ha voluto anche l'annullamento da parte della Sacra Rota. Dieci anni tra separazione, divorzio, annullamento. Non ci penso proprio a un nuovo matrimonio, nemmeno a stare con un'altra donna. Assistiamo a troppe separazioni per mancanza di educazione affettiva, dopo l'innamoramento che passa in fretta rimane l'egoismo, il poco amore per l'altro. Ho troppa paura di delusioni. Sto bene in casa con i miei figli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-ex-mogli-straniere-si-portano-via-i-figli" data-post-id="2644133305" data-published-at="1779747790" data-use-pagination="False"> Le ex mogli straniere si portano via i figli Secondo il rapporto Crime survey 2018, su 2 milioni di abusi domestici commessi nel Regno Unito nei confronti di persone dai 16 ai 59 anni, circa 1,3 milioni delle vittime erano di sesso femminile, 695.000 di sesso maschile. L'abuso dei partner riguardava per il 6,3% donne, per il 2,7% uomini. Da noi si ignora quale sia la situazione reale. «In Italia, caso praticamente unico in Europa, i centri antiviolenza si rivolgono solo alle donne», sottolineava Patrizia Montalenti, presidente di Ankyra che a Milano si occupa di persone maltrattate. Viene sottovalutata anche la violenza compiuta dalle tante straniere che scappano con il figlio, portandolo via al padre italiano. Bruno Poli, l'ex imprenditore deceduto la scorsa estate, fondatore nel 1997 del sito bambinirubati.org, alla Verità aveva raccontato: «Mi occupo del rimpatrio dei bambini, in 20 anni ne ho portati a casa 103. Di questi, 90 furono sottratti dalle madri». «L'aspetto più sconvolgente», proseguiva, «è che dopo le fughe, le sentenze di rimpatrio e di affidamento ai padri, solo 3 di quelle 90 madri tornano in Italia a incontrare i loro figli. Altro che amore materno, volevano solo i soldi del mantenimento». La cronaca di violenze contro gli uomini è scarsa, si limita ai casi più efferati. Prima delle feste natalizie abbiamo letto dell'arresto a Torino di una ventottenne che era solita accanirsi sul marito con calci e schiaffi, nell'ultima aggressione gli aveva spruzzato sul volto uno spray al peperoncino. Pochi giorni dopo veniva condannata a 16 anni di carcere Antonella Cover, siciliana di 55, che un anno fa a Partinico aveva ucciso con una coltellata nel torace il marito, colpevole di volerla lasciare per rifarsi una vita in Svizzera con una nuova compagna. Dopo la sentenza di separazione che non accettava, ha chiuso i conti con il marito alla sua maniera anche Maria Ripalta Montinaro, una donna pugliese di 48 anni, servendosi di un coltello da cucina per recidere la giugulare dell'uomo. A novembre, l'ucraina che voleva lasciare Trieste ma aveva un compagno che si opponeva, ha preso la decisione di andarsene dopo averlo colpito con una bottiglia, finendolo con il coltello. Poi lo ha rinchiuso in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato per giorni sul balcone di casa. Alcuni social ricordano come non ci sia uguale sdegno per i maltrattamenti inflitti da una donna su un uomo. Hanno anche promosso una raccolta fondi per William Pezzullo, sfregiato dalla sua ex, Elena Perotti e da un complice di lei, il 19 settembre 2012, senza ricevere risarcimento. Nemmeno aveva ricevuto l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica da Giorgio Napolitano, assegnata invece a Lucia Annibali, l'avvocatessa sfregiata con l'acido dal suo ex nel 2013. L'aiuto dai social, 790 euro su 2.500 richiesti, non è risultato un granché, ma William ha comunque ringraziato tanto per il sostegno ricevuto. Nella pagina Facebook «No alla violenza sugli uomini», segnalano e commentano l'uccisione a novembre di un uomo di Rieti, cosparso di benzina e dato alle fiamme dalla moglie brasiliana, raccontano i 30 anni da incubo di un anziano bresciano di 83 anni, maltrattato dalla moglie, 81 anni, e dalla figlia di 51. Criticano la reazione allo scherzo nel programma Le Iene della vittima, Juliana Moreira, la showgirl brasiliana moglie di Edoardo Stoppa, inviato del programma Striscia la notizia, che fingeva di essere corteggiato da un'altra donna. «Avete notato la violenza verso il marito? Pensate se fosse stato lui a darle ripetutamente schiaffi, sberle, calci... Cosa sarebbe successo? Sarebbero insorti tutti, lo avrebbero arrestato, condannato, epurato, allontanato, discriminato. Invece lei può», si legge in un post. La ex compagna gli impedisce di vedere la figlia di 5 anni e il padre di 26 anni si toglie la vita? Il coro degli utenti attivi sui social è unanime: «Ennesimo femminicidio. Ah no, scusate stravolta è un uomo. Ma se è un uomo non interessa a nessuno». Katia Bertuzzi scrive: «Mio figlio Marco Benzi è stato ucciso dalla sua compagna mentre dormiva il 25 novembre 2017, giornata contro il femminicidio. Dico no alla violenza di genere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mariti-calunniati-con-false-accuse-e-le-madri-manipolano-i-bambini" data-post-id="2644133305" data-published-at="1779747790" data-use-pagination="False"> «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini» Avvocato, saggista, legale di molte celebrità, l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha difeso per anni soprattutto donne, che riteneva la parte debole di una coppia, mentre ormai da tempo la percentuale di suoi clienti uomini è decisamente la più alta. Avvocato, davvero l'uomo è sempre più spesso vittima in una separazione? «Certo, almeno da sei o sette anni. Perché viene spesso accusato ingiustamente di violenza nei confronti della moglie o della compagna, se non dei figli. Le donne, poi, che una volta avevano bisogno di essere protette e tutelate, oggi sono più sveglie, più intelligenti, più maliziose, riescono da sole a fare peggio di quello che gli uomini facevano nel passato». In che senso? «Vedo tante negatività in compagne e madri, che esercitano una violenza psicologica e fisica pazzesca, manipolano e direzionano i figli, urlano, minacciano. Molte donne allestiscono racconti, prove di presunte molestie sessuali da parte dei padri. Questo lo posso affermare per esperienza diretta, con i miei clienti e per quello che raccontano i colleghi». Prima non emergeva o la donna è cambiata? «È diventata più scaltra. Un tempo la mamma era intoccabile, dopo aver scritto il libro Mamma non m'ama. Quando le madri sono cattive, dove raccontavo storie non proprio esemplari di genitrici, le critiche sono state tante. Ho perso molte clienti, il mio studio che assisteva il 95% di donne ne ha avute sempre di meno. A conferma che ce ne sono molte di cattive! Adesso seguo per il 70% uomini». È diventata il legale del cosiddetto sesso forte? «Mi sento l'avvocato dei bambini. Rifiuto il mandato, anche a causa iniziata, se vedo che i genitori tentano di strumentalizzare i figli, mentendo all'avvocato senza differenza di genere. Purtroppo siamo nell'epoca dello zapping. Così come si può cambiare canale, si vuole cambiare sogno, partner, senza senso di responsabilità ma solo inseguendo il proprio piacere». Un divorzio costa e può stravolgere le finanze di chi si lascia. «Per quelli che hanno difficoltà economiche ho inventato la convenzione per i separati in casa, con la quale si dividono gli spazi, la cura dei bambini, le spese per accudirli. Gli ex non si incrociano, sebbene sotto lo stesso tetto, ma nemmeno spostano i figli come pacchi postali da una casa all'altra, per di più imponendo loro la figura nel nuovo partner. Funziona benissimo, non è questione di classe sociale. Ci vuole educazione per rispettare e voler davvero bene ai figli. Altro che famiglie allargate, con i bimbi che devono sopportare un miscuglio di uomini e donne accanto ai propri genitori».
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.