True
2020-01-06
Codice azzurro per uomini maltrattati
Getty Images
In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l'uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell'ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l'uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l'efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l'orrore che proviamo.
C'è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L'uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l'argomento per l'ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto.
Una ricerca dell'Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un'indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve", non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L'8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche.
Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all'ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell'uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un'abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell'Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d'Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell'acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà».
Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell'Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un'azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c'è solo l'impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l'affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d'Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d'attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c'è un'età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l'affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L'associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica.
In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l'87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell'acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. Ci chiediamo, perché non vengono fatte altre indagini di questo tipo?
«Papà, lottate per i vostri diritti»
«Tutti ci consideravano una famiglia modello Mulino bianco. Per anni ho avuto vergogna di raccontare che cosa in realtà stava accadendo nella nostra vita». Paolo Ferrari, 53 anni, bolognese, maestro elementare, è uno dei pochissimi padri fortunati, usciti da una separazione tenendo con sé i figli e continuando a vivere nella casa coniugale.
Secondo l'Istat ogni anno circa 50.000 nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, perché si vergognava a dire che il suo matrimonio non funzionava più?
«Per me non era cambiato nulla, non volevo separarmi. Eravamo sposati da 16 anni quando mia moglie disse che non era più innamorata e voleva che uscissi di casa. Lasciandole appartamento e figli, mantenendola. Mi opposi, se voleva separarsi doveva andarsene lei. Fu l'inizio dei 10, peggiori anni della mia vita».
Che cosa successe?
«Ricordo che molti anni prima dell'inizio della nostra separazione avevo visto un film americano, nel quale una donna usava violenza psicologica e fisica nei confronti del marito che non reagiva, per non farle male e non passare dalla parte del torto. Mi colpì, quasi fosse un segnale premonitore».
Sua moglie le ha usato violenza?
«Fisica no, psicologica tanta. Mi fece sentire incapace, inadatto, mi provocava in continuazione. Non ha idea di quanti invece vengono pure malmenati dalle mogli. Non ne parlano, non denunciano, temono di non essere creduti dalle stesse forze dell'ordine. Si vergognano, temono quello che potrà capitare nei rapporti con i figli, se viene avviata una separazione con una moglie aggressiva e violenta. Subivo totalmente una scelta che non volevo e mi vergognavo a dirlo, anche agli amici più cari che ci continuavano a vedere come una coppia da manuale. Affrontavo da solo il macigno».
Lei rifiutò la consensuale.
«Sapevo che in quanto madre le sarebbero stati assegnati dal giudice i nostri due ragazzi, di allora 13 e 15 anni. Finisce quasi sempre così. E che non avrebbe dovuto abbandonare le nostre quattro mura, per questo non volli una separazione consensuale. Fu avviata quella giudiziale, che si fa in causa, con denunce spesso assurde di falsi abusi per essere sicuri che l'addebito della separazione finisca a carico dell'altro coniuge. Mia moglie mi denunciò come padre irresponsabile, del tutto disinteressato alla famiglia. Un'accusa che gridava vendetta. Fu un brutto colpo, ho avuto bisogno di supporto psicologico».
Come si è difeso?
«Ebbi la fortuna che il giudice donna richiedesse subito un'audizione dei nostri due figli. Forse fu illuminata, deve aver intuito che le accuse erano menzogne. Volle ascoltarli lei, assieme a una consulente tecnica del tribunale di Bologna, altra donna davvero in gamba. Di mio ero contrarissimo, non volevo mettere in mezzo i ragazzi, la mia avvocata disse di lasciar fare, “che non capivo niente". Aveva ragione, la relazione di quell'incontro mi ha confortato negli anni. Vi si leggeva che ero la figura genitoriale maggiormente idonea e protettiva, mentre quella della madre era quella più “conflittuale". I figli furono affidati a me, nella casa dove rimasi io in un regime di affidamento condiviso. Non ho mai voluto chiedere quello esclusivo. La mia ex moglie doveva anche corrispondere una cifra per il mantenimento dei ragazzi. Pochi soldi: fosse stato l'inverso, avrei dovuto versare molto di più, anche se guadagno meno della mia ex».
Finì bene, dunque.
«Mia moglie fece ricorso, perse anche in appello. Chiese la perizia psichiatrica per i nostri figli, così da poter dimostrare che li avevo plagiati. La giudice, sempre donna, rigettò tutte le accuse, non dispose alcuna perizia. La sentenza finale confermò che i figli dovevano abitare con me. Il collegio del tribunale di famiglia di Bologna, composto da tre giudici donna, ha condannato la mia ex al rimborso delle spese legali».
Non potrà più dire di essere stato trattato male da una donna.
«Dalla mia ex, sì. Tre giudici donna, per nulla prevenute nei confronti del coniuge “che non ha partorito", e la mia avvocata mi hanno salvato. Se posso dare un consiglio agli uomini che devono affrontare l'iter di un divorzio che quasi mai vogliono, perché un uomo difficilmente vuole separarsi, mi sento di dire: “Rifiutate la separazione consensuale". Quella giudiziale sarà anche più lunga, più costosa e psicologicamente devastante ma quello che il partner denuncia deve essere provato, le accuse devono essere dimostrate. Molte consensuali che si firmano invece sono false. Padri, uomini, lottate perché siano riconosciuti i vostri diritti».
Adesso che è divorziato, pensa a risposarsi?
«La mia ex ha voluto anche l'annullamento da parte della Sacra Rota. Dieci anni tra separazione, divorzio, annullamento. Non ci penso proprio a un nuovo matrimonio, nemmeno a stare con un'altra donna. Assistiamo a troppe separazioni per mancanza di educazione affettiva, dopo l'innamoramento che passa in fretta rimane l'egoismo, il poco amore per l'altro. Ho troppa paura di delusioni. Sto bene in casa con i miei figli».
Le ex mogli straniere si portano via i figli
Secondo il rapporto Crime survey 2018, su 2 milioni di abusi domestici commessi nel Regno Unito nei confronti di persone dai 16 ai 59 anni, circa 1,3 milioni delle vittime erano di sesso femminile, 695.000 di sesso maschile. L'abuso dei partner riguardava per il 6,3% donne, per il 2,7% uomini. Da noi si ignora quale sia la situazione reale. «In Italia, caso praticamente unico in Europa, i centri antiviolenza si rivolgono solo alle donne», sottolineava Patrizia Montalenti, presidente di Ankyra che a Milano si occupa di persone maltrattate.
Viene sottovalutata anche la violenza compiuta dalle tante straniere che scappano con il figlio, portandolo via al padre italiano. Bruno Poli, l'ex imprenditore deceduto la scorsa estate, fondatore nel 1997 del sito bambinirubati.org, alla Verità aveva raccontato: «Mi occupo del rimpatrio dei bambini, in 20 anni ne ho portati a casa 103. Di questi, 90 furono sottratti dalle madri». «L'aspetto più sconvolgente», proseguiva, «è che dopo le fughe, le sentenze di rimpatrio e di affidamento ai padri, solo 3 di quelle 90 madri tornano in Italia a incontrare i loro figli. Altro che amore materno, volevano solo i soldi del mantenimento».
La cronaca di violenze contro gli uomini è scarsa, si limita ai casi più efferati. Prima delle feste natalizie abbiamo letto dell'arresto a Torino di una ventottenne che era solita accanirsi sul marito con calci e schiaffi, nell'ultima aggressione gli aveva spruzzato sul volto uno spray al peperoncino. Pochi giorni dopo veniva condannata a 16 anni di carcere Antonella Cover, siciliana di 55, che un anno fa a Partinico aveva ucciso con una coltellata nel torace il marito, colpevole di volerla lasciare per rifarsi una vita in Svizzera con una nuova compagna. Dopo la sentenza di separazione che non accettava, ha chiuso i conti con il marito alla sua maniera anche Maria Ripalta Montinaro, una donna pugliese di 48 anni, servendosi di un coltello da cucina per recidere la giugulare dell'uomo. A novembre, l'ucraina che voleva lasciare Trieste ma aveva un compagno che si opponeva, ha preso la decisione di andarsene dopo averlo colpito con una bottiglia, finendolo con il coltello. Poi lo ha rinchiuso in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato per giorni sul balcone di casa.
Alcuni social ricordano come non ci sia uguale sdegno per i maltrattamenti inflitti da una donna su un uomo. Hanno anche promosso una raccolta fondi per William Pezzullo, sfregiato dalla sua ex, Elena Perotti e da un complice di lei, il 19 settembre 2012, senza ricevere risarcimento. Nemmeno aveva ricevuto l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica da Giorgio Napolitano, assegnata invece a Lucia Annibali, l'avvocatessa sfregiata con l'acido dal suo ex nel 2013. L'aiuto dai social, 790 euro su 2.500 richiesti, non è risultato un granché, ma William ha comunque ringraziato tanto per il sostegno ricevuto. Nella pagina Facebook «No alla violenza sugli uomini», segnalano e commentano l'uccisione a novembre di un uomo di Rieti, cosparso di benzina e dato alle fiamme dalla moglie brasiliana, raccontano i 30 anni da incubo di un anziano bresciano di 83 anni, maltrattato dalla moglie, 81 anni, e dalla figlia di 51. Criticano la reazione allo scherzo nel programma Le Iene della vittima, Juliana Moreira, la showgirl brasiliana moglie di Edoardo Stoppa, inviato del programma Striscia la notizia, che fingeva di essere corteggiato da un'altra donna. «Avete notato la violenza verso il marito? Pensate se fosse stato lui a darle ripetutamente schiaffi, sberle, calci... Cosa sarebbe successo? Sarebbero insorti tutti, lo avrebbero arrestato, condannato, epurato, allontanato, discriminato. Invece lei può», si legge in un post.
La ex compagna gli impedisce di vedere la figlia di 5 anni e il padre di 26 anni si toglie la vita? Il coro degli utenti attivi sui social è unanime: «Ennesimo femminicidio. Ah no, scusate stravolta è un uomo. Ma se è un uomo non interessa a nessuno». Katia Bertuzzi scrive: «Mio figlio Marco Benzi è stato ucciso dalla sua compagna mentre dormiva il 25 novembre 2017, giornata contro il femminicidio. Dico no alla violenza di genere».
«Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini»
Avvocato, saggista, legale di molte celebrità, l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha difeso per anni soprattutto donne, che riteneva la parte debole di una coppia, mentre ormai da tempo la percentuale di suoi clienti uomini è decisamente la più alta.
Avvocato, davvero l'uomo è sempre più spesso vittima in una separazione?
«Certo, almeno da sei o sette anni. Perché viene spesso accusato ingiustamente di violenza nei confronti della moglie o della compagna, se non dei figli. Le donne, poi, che una volta avevano bisogno di essere protette e tutelate, oggi sono più sveglie, più intelligenti, più maliziose, riescono da sole a fare peggio di quello che gli uomini facevano nel passato».
In che senso?
«Vedo tante negatività in compagne e madri, che esercitano una violenza psicologica e fisica pazzesca, manipolano e direzionano i figli, urlano, minacciano. Molte donne allestiscono racconti, prove di presunte molestie sessuali da parte dei padri. Questo lo posso affermare per esperienza diretta, con i miei clienti e per quello che raccontano i colleghi».
Prima non emergeva o la donna è cambiata?
«È diventata più scaltra. Un tempo la mamma era intoccabile, dopo aver scritto il libro Mamma non m'ama. Quando le madri sono cattive, dove raccontavo storie non proprio esemplari di genitrici, le critiche sono state tante. Ho perso molte clienti, il mio studio che assisteva il 95% di donne ne ha avute sempre di meno. A conferma che ce ne sono molte di cattive! Adesso seguo per il 70% uomini».
È diventata il legale del cosiddetto sesso forte?
«Mi sento l'avvocato dei bambini. Rifiuto il mandato, anche a causa iniziata, se vedo che i genitori tentano di strumentalizzare i figli, mentendo all'avvocato senza differenza di genere. Purtroppo siamo nell'epoca dello zapping. Così come si può cambiare canale, si vuole cambiare sogno, partner, senza senso di responsabilità ma solo inseguendo il proprio piacere».
Un divorzio costa e può stravolgere le finanze di chi si lascia.
«Per quelli che hanno difficoltà economiche ho inventato la convenzione per i separati in casa, con la quale si dividono gli spazi, la cura dei bambini, le spese per accudirli. Gli ex non si incrociano, sebbene sotto lo stesso tetto, ma nemmeno spostano i figli come pacchi postali da una casa all'altra, per di più imponendo loro la figura nel nuovo partner. Funziona benissimo, non è questione di classe sociale. Ci vuole educazione per rispettare e voler davvero bene ai figli. Altro che famiglie allargate, con i bimbi che devono sopportare un miscuglio di uomini e donne accanto ai propri genitori».
Continua a leggereRiduci
Quasi nessuna statistica si occupa di loro, eppure i maschi che subiscono aggressioni e persino abusi dal «gentil sesso» in Italia sono quasi 4 milioni. L'ultimo caso ieri a Milano: un ragazzo sfregiato con l'acido dalla sua ex fidanzata. E dopo i divorzi, in tanti perdono casa e agevolazioni fiscali. «Papà, lottate per i vostri diritti». La testimonianza di un maestro bolognese: «Avevo una famiglia da Mulino bianco, poi di colpo ho vissuto dieci anni d'inferno: mi salvarono tre giudici donne. Chi patisce angherie non si vergogni di denunciare». Le ex mogli straniere si portano via i figli. Delle 90 fuggite all'estero, sono ritornate in 3. E i centri antiviolenza accolgono solamente ospiti femminili. «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini». Il celebre avvocato Annamaria Bernardini de Pace, in passato, considerava compagne e mamme la parte più debole delle coppie: «Oggi hanno meno bisogno di tutele, sono diventate scaltre e smaliziate». Lo speciale comprende quattro articoli. In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l'uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell'ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l'uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l'efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l'orrore che proviamo. C'è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L'uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l'argomento per l'ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto. Una ricerca dell'Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un'indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve", non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L'8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche. Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all'ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell'uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un'abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell'Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d'Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell'acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà». Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell'Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un'azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c'è solo l'impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l'affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d'Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d'attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c'è un'età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l'affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L'associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica. In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l'87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell'acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. Ci chiediamo, perché non vengono fatte altre indagini di questo tipo? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="papa-lottate-per-i-vostri-diritti" data-post-id="2644133305" data-published-at="1779305816" data-use-pagination="False"> «Papà, lottate per i vostri diritti» «Tutti ci consideravano una famiglia modello Mulino bianco. Per anni ho avuto vergogna di raccontare che cosa in realtà stava accadendo nella nostra vita». Paolo Ferrari, 53 anni, bolognese, maestro elementare, è uno dei pochissimi padri fortunati, usciti da una separazione tenendo con sé i figli e continuando a vivere nella casa coniugale. Secondo l'Istat ogni anno circa 50.000 nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, perché si vergognava a dire che il suo matrimonio non funzionava più? «Per me non era cambiato nulla, non volevo separarmi. Eravamo sposati da 16 anni quando mia moglie disse che non era più innamorata e voleva che uscissi di casa. Lasciandole appartamento e figli, mantenendola. Mi opposi, se voleva separarsi doveva andarsene lei. Fu l'inizio dei 10, peggiori anni della mia vita». Che cosa successe? «Ricordo che molti anni prima dell'inizio della nostra separazione avevo visto un film americano, nel quale una donna usava violenza psicologica e fisica nei confronti del marito che non reagiva, per non farle male e non passare dalla parte del torto. Mi colpì, quasi fosse un segnale premonitore». Sua moglie le ha usato violenza? «Fisica no, psicologica tanta. Mi fece sentire incapace, inadatto, mi provocava in continuazione. Non ha idea di quanti invece vengono pure malmenati dalle mogli. Non ne parlano, non denunciano, temono di non essere creduti dalle stesse forze dell'ordine. Si vergognano, temono quello che potrà capitare nei rapporti con i figli, se viene avviata una separazione con una moglie aggressiva e violenta. Subivo totalmente una scelta che non volevo e mi vergognavo a dirlo, anche agli amici più cari che ci continuavano a vedere come una coppia da manuale. Affrontavo da solo il macigno». Lei rifiutò la consensuale. «Sapevo che in quanto madre le sarebbero stati assegnati dal giudice i nostri due ragazzi, di allora 13 e 15 anni. Finisce quasi sempre così. E che non avrebbe dovuto abbandonare le nostre quattro mura, per questo non volli una separazione consensuale. Fu avviata quella giudiziale, che si fa in causa, con denunce spesso assurde di falsi abusi per essere sicuri che l'addebito della separazione finisca a carico dell'altro coniuge. Mia moglie mi denunciò come padre irresponsabile, del tutto disinteressato alla famiglia. Un'accusa che gridava vendetta. Fu un brutto colpo, ho avuto bisogno di supporto psicologico». Come si è difeso? «Ebbi la fortuna che il giudice donna richiedesse subito un'audizione dei nostri due figli. Forse fu illuminata, deve aver intuito che le accuse erano menzogne. Volle ascoltarli lei, assieme a una consulente tecnica del tribunale di Bologna, altra donna davvero in gamba. Di mio ero contrarissimo, non volevo mettere in mezzo i ragazzi, la mia avvocata disse di lasciar fare, “che non capivo niente". Aveva ragione, la relazione di quell'incontro mi ha confortato negli anni. Vi si leggeva che ero la figura genitoriale maggiormente idonea e protettiva, mentre quella della madre era quella più “conflittuale". I figli furono affidati a me, nella casa dove rimasi io in un regime di affidamento condiviso. Non ho mai voluto chiedere quello esclusivo. La mia ex moglie doveva anche corrispondere una cifra per il mantenimento dei ragazzi. Pochi soldi: fosse stato l'inverso, avrei dovuto versare molto di più, anche se guadagno meno della mia ex». Finì bene, dunque. «Mia moglie fece ricorso, perse anche in appello. Chiese la perizia psichiatrica per i nostri figli, così da poter dimostrare che li avevo plagiati. La giudice, sempre donna, rigettò tutte le accuse, non dispose alcuna perizia. La sentenza finale confermò che i figli dovevano abitare con me. Il collegio del tribunale di famiglia di Bologna, composto da tre giudici donna, ha condannato la mia ex al rimborso delle spese legali». Non potrà più dire di essere stato trattato male da una donna. «Dalla mia ex, sì. Tre giudici donna, per nulla prevenute nei confronti del coniuge “che non ha partorito", e la mia avvocata mi hanno salvato. Se posso dare un consiglio agli uomini che devono affrontare l'iter di un divorzio che quasi mai vogliono, perché un uomo difficilmente vuole separarsi, mi sento di dire: “Rifiutate la separazione consensuale". Quella giudiziale sarà anche più lunga, più costosa e psicologicamente devastante ma quello che il partner denuncia deve essere provato, le accuse devono essere dimostrate. Molte consensuali che si firmano invece sono false. Padri, uomini, lottate perché siano riconosciuti i vostri diritti». Adesso che è divorziato, pensa a risposarsi? «La mia ex ha voluto anche l'annullamento da parte della Sacra Rota. Dieci anni tra separazione, divorzio, annullamento. Non ci penso proprio a un nuovo matrimonio, nemmeno a stare con un'altra donna. Assistiamo a troppe separazioni per mancanza di educazione affettiva, dopo l'innamoramento che passa in fretta rimane l'egoismo, il poco amore per l'altro. Ho troppa paura di delusioni. Sto bene in casa con i miei figli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-ex-mogli-straniere-si-portano-via-i-figli" data-post-id="2644133305" data-published-at="1779305816" data-use-pagination="False"> Le ex mogli straniere si portano via i figli Secondo il rapporto Crime survey 2018, su 2 milioni di abusi domestici commessi nel Regno Unito nei confronti di persone dai 16 ai 59 anni, circa 1,3 milioni delle vittime erano di sesso femminile, 695.000 di sesso maschile. L'abuso dei partner riguardava per il 6,3% donne, per il 2,7% uomini. Da noi si ignora quale sia la situazione reale. «In Italia, caso praticamente unico in Europa, i centri antiviolenza si rivolgono solo alle donne», sottolineava Patrizia Montalenti, presidente di Ankyra che a Milano si occupa di persone maltrattate. Viene sottovalutata anche la violenza compiuta dalle tante straniere che scappano con il figlio, portandolo via al padre italiano. Bruno Poli, l'ex imprenditore deceduto la scorsa estate, fondatore nel 1997 del sito bambinirubati.org, alla Verità aveva raccontato: «Mi occupo del rimpatrio dei bambini, in 20 anni ne ho portati a casa 103. Di questi, 90 furono sottratti dalle madri». «L'aspetto più sconvolgente», proseguiva, «è che dopo le fughe, le sentenze di rimpatrio e di affidamento ai padri, solo 3 di quelle 90 madri tornano in Italia a incontrare i loro figli. Altro che amore materno, volevano solo i soldi del mantenimento». La cronaca di violenze contro gli uomini è scarsa, si limita ai casi più efferati. Prima delle feste natalizie abbiamo letto dell'arresto a Torino di una ventottenne che era solita accanirsi sul marito con calci e schiaffi, nell'ultima aggressione gli aveva spruzzato sul volto uno spray al peperoncino. Pochi giorni dopo veniva condannata a 16 anni di carcere Antonella Cover, siciliana di 55, che un anno fa a Partinico aveva ucciso con una coltellata nel torace il marito, colpevole di volerla lasciare per rifarsi una vita in Svizzera con una nuova compagna. Dopo la sentenza di separazione che non accettava, ha chiuso i conti con il marito alla sua maniera anche Maria Ripalta Montinaro, una donna pugliese di 48 anni, servendosi di un coltello da cucina per recidere la giugulare dell'uomo. A novembre, l'ucraina che voleva lasciare Trieste ma aveva un compagno che si opponeva, ha preso la decisione di andarsene dopo averlo colpito con una bottiglia, finendolo con il coltello. Poi lo ha rinchiuso in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato per giorni sul balcone di casa. Alcuni social ricordano come non ci sia uguale sdegno per i maltrattamenti inflitti da una donna su un uomo. Hanno anche promosso una raccolta fondi per William Pezzullo, sfregiato dalla sua ex, Elena Perotti e da un complice di lei, il 19 settembre 2012, senza ricevere risarcimento. Nemmeno aveva ricevuto l'onorificenza dell'Ordine al merito della Repubblica da Giorgio Napolitano, assegnata invece a Lucia Annibali, l'avvocatessa sfregiata con l'acido dal suo ex nel 2013. L'aiuto dai social, 790 euro su 2.500 richiesti, non è risultato un granché, ma William ha comunque ringraziato tanto per il sostegno ricevuto. Nella pagina Facebook «No alla violenza sugli uomini», segnalano e commentano l'uccisione a novembre di un uomo di Rieti, cosparso di benzina e dato alle fiamme dalla moglie brasiliana, raccontano i 30 anni da incubo di un anziano bresciano di 83 anni, maltrattato dalla moglie, 81 anni, e dalla figlia di 51. Criticano la reazione allo scherzo nel programma Le Iene della vittima, Juliana Moreira, la showgirl brasiliana moglie di Edoardo Stoppa, inviato del programma Striscia la notizia, che fingeva di essere corteggiato da un'altra donna. «Avete notato la violenza verso il marito? Pensate se fosse stato lui a darle ripetutamente schiaffi, sberle, calci... Cosa sarebbe successo? Sarebbero insorti tutti, lo avrebbero arrestato, condannato, epurato, allontanato, discriminato. Invece lei può», si legge in un post. La ex compagna gli impedisce di vedere la figlia di 5 anni e il padre di 26 anni si toglie la vita? Il coro degli utenti attivi sui social è unanime: «Ennesimo femminicidio. Ah no, scusate stravolta è un uomo. Ma se è un uomo non interessa a nessuno». Katia Bertuzzi scrive: «Mio figlio Marco Benzi è stato ucciso dalla sua compagna mentre dormiva il 25 novembre 2017, giornata contro il femminicidio. Dico no alla violenza di genere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/codice-azzurro-per-uomini-maltrattati-2644133305.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mariti-calunniati-con-false-accuse-e-le-madri-manipolano-i-bambini" data-post-id="2644133305" data-published-at="1779305816" data-use-pagination="False"> «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini» Avvocato, saggista, legale di molte celebrità, l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace ha difeso per anni soprattutto donne, che riteneva la parte debole di una coppia, mentre ormai da tempo la percentuale di suoi clienti uomini è decisamente la più alta. Avvocato, davvero l'uomo è sempre più spesso vittima in una separazione? «Certo, almeno da sei o sette anni. Perché viene spesso accusato ingiustamente di violenza nei confronti della moglie o della compagna, se non dei figli. Le donne, poi, che una volta avevano bisogno di essere protette e tutelate, oggi sono più sveglie, più intelligenti, più maliziose, riescono da sole a fare peggio di quello che gli uomini facevano nel passato». In che senso? «Vedo tante negatività in compagne e madri, che esercitano una violenza psicologica e fisica pazzesca, manipolano e direzionano i figli, urlano, minacciano. Molte donne allestiscono racconti, prove di presunte molestie sessuali da parte dei padri. Questo lo posso affermare per esperienza diretta, con i miei clienti e per quello che raccontano i colleghi». Prima non emergeva o la donna è cambiata? «È diventata più scaltra. Un tempo la mamma era intoccabile, dopo aver scritto il libro Mamma non m'ama. Quando le madri sono cattive, dove raccontavo storie non proprio esemplari di genitrici, le critiche sono state tante. Ho perso molte clienti, il mio studio che assisteva il 95% di donne ne ha avute sempre di meno. A conferma che ce ne sono molte di cattive! Adesso seguo per il 70% uomini». È diventata il legale del cosiddetto sesso forte? «Mi sento l'avvocato dei bambini. Rifiuto il mandato, anche a causa iniziata, se vedo che i genitori tentano di strumentalizzare i figli, mentendo all'avvocato senza differenza di genere. Purtroppo siamo nell'epoca dello zapping. Così come si può cambiare canale, si vuole cambiare sogno, partner, senza senso di responsabilità ma solo inseguendo il proprio piacere». Un divorzio costa e può stravolgere le finanze di chi si lascia. «Per quelli che hanno difficoltà economiche ho inventato la convenzione per i separati in casa, con la quale si dividono gli spazi, la cura dei bambini, le spese per accudirli. Gli ex non si incrociano, sebbene sotto lo stesso tetto, ma nemmeno spostano i figli come pacchi postali da una casa all'altra, per di più imponendo loro la figura nel nuovo partner. Funziona benissimo, non è questione di classe sociale. Ci vuole educazione per rispettare e voler davvero bene ai figli. Altro che famiglie allargate, con i bimbi che devono sopportare un miscuglio di uomini e donne accanto ai propri genitori».
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
Continua a leggereRiduci
Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
Continua a leggereRiduci