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2025-09-17
Cile, sinistra in crisi nella morsa di Trump e Pechino
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La presidenza di Gabriel Boric verrà ricordata in Cile come una delle più deludenti della storia repubblica. Il governo di questo giovane presidente, salito al potere nel 2022, ha spostato il paese sudamericano fortemente a sinistra seguendo i dettami di Apruebo Dignidad (AD), la coalizione che lo ha portato al palazzo della Moneda. Questa coalizione politica è formata principalmente dal Partito Comunista e da Convergencia Social, un movimento progressista ecologista e libertario. Il 19 novembre il Cile però tornerà ad elezioni e la vittoria sembra contesa fra due esponenti di destra. Il fronte progressista ha deciso addirittura di candidare Jeannette Jara, militante del Partito Comunista che ha trionfato alle primarie con il 60% dei voti, superando l’ex ministra dell’Interno Carolina Tohá, socialdemocratica più moderata che era inizialmente ritenuta la favorita, e Gonzalo Winter, il candidato del partito di Boric. Una svolta ancora più a sinistra che radicalizza il paese schiacciandolo verso una politica estera limitata e punitiva. È la prima volta che i comunisti riescono ad ottenere la candidatura e vista la loro posizione questo non appare così strano. ll Partito Comunista del Cile si definisce di ideologia marxista-leninista, continua a sostenere la lotta di classe e a mantenere rapporti con il Partito Comunista della Corea del Nord, un autentico paria internazionale. Jeannette Jara ha provato ad ammorbidire la posizione del suo partito prendendo molte posizioni personali differenti e arrivando a dichiarare Nicolas Maduro un dittatore, ma è sembrato soltanto un tentativo per non spaventare i moderati dell’ala progressista. La sinistra paga anche l’enorme delusione dell’inconcludente governo Boric che non ha rispettato praticamente nessuna delle tante promesse elettorali. Santiago aveva rafforzato i rapporti con il Brasile di Lula per una scelta politica del suo presidente, raffreddando fortemente le relazioni con l’Argentina di Milei. Il Cile aveva anche iniziato un forte avvicinamento ai Brics e Boric aveva anche entusiasticamente partecipato al vertice Cina-Celac (Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi), sposando anche il progetto della Via della Seta. Le relazioni con Pechino ed il Brasile erano state quelle più forti durante la presidente attuale, ma era stato soprattutto il netto allontanamento dagli Stati Uniti a caratterizzare la politica estera di Boric. Lo scontro fra il presidente cileno e Donald Trump è stato continuo e Boric ne ha fatto un caposaldo della sua proiezione internazionale. Ma la linea voluta dal presidente cileno in pochi anni ha messo in crisi la più florida economia del continente sudamericano. Il Cile è stato a lungo considerato il paese modello del capitalismo in salsa sudamericana con un crescita costante ed una disoccupazione in continua decrescita. Basti pensare che nell’Indice di Sviluppo Umano del 2022, il Cile si era classificato al primo posto tra tutti i paesi dell’America Latina, mentre nell’Indice di Libertà Economica della Heritage Foundation sempre del 2022, Santiago occupava il ventesimo posto a livello globale, davanti agli Stati Uniti e al Regno Unito. Nonostante i dati economici positivi nel 2019 c’erano state imponenti manifestazioni di piazza che avevano portato alla vittoria Gabriel Boric che aveva promesso la fine del neoliberismo. La retorica contro il capitalismo e le classi più abbienti da parte dei partiti di sinistra avevano fatto trionfare questo outsider che aveva promesso una specie di rivoluzione. Durante il suo governo il debito pubblico è passato dal 28% del PIL nel 2020 al 45,3% nel 2024, mentre la spesa pubblica è aumentata del 65% per una serie di opere, molte della quali lontane dalla loro reale realizzazione. Ma la vera forza economica restano le enormi riserve minerarie di litio, il cosiddetto “oro bianco”. Il Cile è infatti inserito nel cosiddetto «Triangolo del litio», un’area di circa 400.000 chilometri quadrati, divisa fra Argentina e Bolivia e che contiene oltre il 60% delle riserve globali di litio, con il Cile che ne ha circa il 70% del totale. Santiago è anche il principale produttore ed esportatore mondiale di rame, soprattutto in Asia ed Europa. Litio e rame sono due minerali che avranno un utilizzo crescente da qui al 2040, decuplicando il loro utilizzo nell’industria. La Cina è particolarmente interessata a queste risorse minerarie, soprattutto al litio, determinante per la transizione energetica ed ha già firmato una serie di accordi governativi che adesso potrebbero essere totalmente rimessi in discussione dal nuovo presidente.
Gli Alessandri: storia di una famiglia italiana alla conquista della politica cilena
Napoleone Bonaparte era ancora vivo e l’Italia solamente un’espressione geografica, per dirla con Metternich, quando nel 1821 il giovane Pietro Alessandri Tarzi lasciò la penisola per il Sudamerica. Pisano, era nato in una famiglia agiata di Garbi, un piccolo centro alle porte della città, il 10 maggio del 1793, nell’anno dell’esplosione del giacobinismo nella Francia rivoluzionaria. Il vento si era propagato anche negli Stati italiani e Alessandri prese parte ai moti nel Granducato all’età di 27 anni. Dopo il fallimento della sollevazione, seguì il destino di molti altri esuli italiani e lasciò il litorale pisano per l’Argentina grazie all’aiuto di José Rondizzoni Canepa, ex ufficiale napoleonico parmense emigrato in Cile. Giovane e amante dell’arte, sbarcò inizialmente il lunario a Buenos Aires cercando di vendere le opere da lui realizzate. Fu la fortuna a fargli incontrare Bernardo O’Higgins, Comandante supremo dell’esercito del Cile e Dictador Supremo dal 1821 al 1823. Quest’ultimo lo portò con sé a Valparaiso, dove tentò di valorizzarne le doti artistiche e accademiche. Il tentativo fallì dopo l’esilio di O’Higgins e Alessandri tornerà in Argentina per i successivi tre anni. Nel 1826 fece ritorno a Valparaiso, questa volta determinato a trovare il successo, che arriverà stavolta non grazie alle opere d’arte ma al commercio marittimo, un settore dove gli emigranti italiane delle due ex Repubbliche marinare (Genova e Pisa) si erano distinti in Sudamerica. Grazie all’attività di 4 brigantini e al fiuto imprenditoriale (il commercio di perle dalla Polinesia all’Europa e di altre merci preziose) in pochi anni il pisano arrivato dall’Argentina divenne uno degli imprenditori più importanti del Cile (o Chili, come veniva allora chiamato), allargando la propria influenza anche alla cultura (la sua principale passione) con la costruzione del Teatro Vittoria nel 1844 andato poi perduto nel terribile terremoto che colpì il Cile nel 1906. Non si fermò al solo commercio marittimo, che in quegli anni aveva allargato ai tessuti pregiati importati dalla Francia: Pietro Alessandri (ormai Don Pedro per i cileni) si buttò anche nell’estrazione dei metalli preziosi e nel trasporto verso la California degli avventurieri della corsa all’oro. Ormai pienamente inserito nelle élites politiche cilene, Don Pedro fu naturalizzato cileno nel 1846 è riceverà nel 1851 la carica di Console Generale del Regno di Sardegna per volere diretto di Vittorio Emanuele II.
Pietro Alessandri non vedrà mai il sovrano che lo aveva insignito di una carica di grande prestigio diventare Re d’Italia. Il 13 marzo 1857 moriva a Valparaiso all’età di 64 anni, pianto dalla ormai nutrita comunità italiana.
Pietro Alessandri ebbe dalla moglie tre figli. Uno di loro, Pedro Jr, proseguì l’attività commerciale del padre in campo marittimo con la fondazione della Compania Naviera Italiana. Nel 1868 ebbe un figlio dalla moglie Susana Palma, Arturo Fortunato Alessandri. Avviato agli studi di giurisprudenza, il giovane italo cileno fu presto avviato alla carriera politica nel partito liberale. Deputato dal 1897, Arturo fu anche giornalista. Nel 1915 fece notizia la sua vittoria combattuta alle elezioni provinciali di Tarapacà, che aprirono all’emergente italo-cileno le porte della candidatura alla presidenza del Cile. Nel 1920 Alessandri Palma vinse di misura le elezioni contro il rappresentante del vecchio potere oligarchico della Coaliciòn Luis Barros Borgono. Durante il suo primo mandato, Arturo Fortunato cercò di applicare il suo programma di riforme, spesso osteggiato se non paralizzato dall’atteggiamento ostile delle élites parlamentari, che difendevano lo status quo contro l’avanzata delle istanze della nuova borghesia delle imprese di cui l’italo-cileno era rappresentante. La sua azione di contrasto al sistema parlamentare fu all’origine del colpo di stato che lo estromise momentaneamente dalla carica. Nel mese di agosto del 1924 una sollevazione militare portò al potere per un breve periodo il generale José Altamirano. Costretto all’esilio, Alessandri passò alcuni mesi in Italia dove incontrò a Roma Benito Mussolini. La giunta cadde poco dopo per l’intervento di un altro alto ufficiale, Carlos Ibanez del Campo, già ministro della Difesa, che richiamò Alessandri alla guida del Cile nel marzo 1925. Durante la breve fase di ritorno alla presidenza, Alessandri riuscì a far diventare il Cile una repubblica presidenziale e a fondare la banca nazionale, Il Banco Central. Tuttavia Del Campo reagì alla volontà di Alessandri di allontanare tutti i ministri che avevano avuto ruolo nel golpe e la crescente tensione portò alle dimissioni del presidente italo-cileno nel 1926. Dopo una breve parentesi caratterizzata da un tentativo di creare una repubblica di orientamento socialista, Del Campo trionfò alle presidenziali del 1927 instaurando di fatto una dittatura che avrà breve vita a causa del crollo del 1929 che colpì con particolare durezza il Cile a causa della crisi finanziaria dovuta al ritiro dei capitali statunitensi. Nel 1932 Alessandri fu eletto per la seconda volta e cercò di lanciare un proprio new deal sul modello di Roosevelt, con lo sfruttamento delle materie prime, la riduzione del debito e le opere pubbliche. Politicamente dovette affrontare la crescita turbolenta dei movimenti di estrema destra, ispirati al partito nazionalsocialista di Hitler. Il suo mandato terminò regolarmente nel 1938 ma con una coda di violenza nota come il massacro del palazzo del Segundo Obrero, dove 59 membri del Movimiento Nacional Socialista furono uccisi dall’intervento dei Carabineros. Dal 1946 è stato presidente del Senato cileno.
Arturo Fortunato Alessandri Palma aveva avuto da Rosa Rodriguez Velasco (nipote di quell’O’Higgins che aiutò il capostipite degli Alessandri ad emigrare in Cile) il figlio Jorge Alessandri Rodriguez, nato nel 1896. Approdò alla politica relativamente tardi occupandosi, dopo la laurea in ingegneria, di industria e finanza. Nel 1945 la prima candidatura come indipendente e in seguito la nomina a ministro delle Finanze durante la seconda presidenza di Carlos Ibanez del Campo tra il 1956 e il 1958. Liberal-conservatore, corse per la presidenza alle elezioni del 1958 vincendo di misura contro il candidato socialista Salvador Allende. Sulle orme del padre, Jorge Alessandri inaugurò una politica di rigore, cercando di stabilizzare la fragile economia nazionale e di industrializzare il paese con l’aiuto di capitali privati. Personaggio riluttante alla popolarità, rimase in carica fino al termine del mandato nel 1964 lasciando il timone al cristiano-democratico Eduardo Frei Montalva. Riprovò la candidatura nel 1970, ma fu sconfitto dal suo storico avversario Salvador Allende per poco più di 3.000 voti. Dopo il golpe del 1973, Jorge Alessandri si ritirò dalla vita politica e morì nel 1986 all’età di 90 anni.
La famiglia Alessandri è stata al centro della politica cilena anche nei decenni successivi. Dopo l’ultima presidenza di Jorge Alessandri, la presenza dei suoi membri è stata costante. Il nipote di Jorge, Arturo Alessandri Besa, fu candidato alle presidenziali del 1993 e sconfitto da Eduardo Frei Ruiz-Tagle (figlio del presidente Frei che sconfisse lo zio Jorge nel 1964). Silvia Alessandri (nipote di Arturo Fortunato) fu deputata tra il 1969 e il 1973. Gustavo Alessandri Valdés fu sindaco di Santiago durante la dittatura di Pinochet e infine deputato fino alla morte nel 2002 per il partito Renovaciòn Nacional. Dello stesso partito è membro il figlio di Gustavo, Felipe Alessandri (classe 1975). Come il padre è stato eletto sindaco di Santiago nelle file dello stesso partito, rimanendo in carica dal 2016 al 2021.
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Alla vigilia delle elezioni in Cile, la sinistra radicale del presidente Gabriel Boric è in crisi. Osteggiato da Trump, il governo di Santiago ha fatto impennare il debito pubblico negli ultimi anni dopo essere stato per anni la guida del capitalismo sudamericano. E Pechino ha forti mire sulle terre rare che abbondano nel Paese.La saga della famiglia Alessandri. Il capostipite Pietro emigrò dalla Toscana dopo i moti del 1820-21, fondando una dinastia che diede al Cile due presidenti e dominò per decenni la politica nazionale.Lo speciale contiene due articoli.La presidenza di Gabriel Boric verrà ricordata in Cile come una delle più deludenti della storia repubblica. Il governo di questo giovane presidente, salito al potere nel 2022, ha spostato il paese sudamericano fortemente a sinistra seguendo i dettami di Apruebo Dignidad (AD), la coalizione che lo ha portato al palazzo della Moneda. Questa coalizione politica è formata principalmente dal Partito Comunista e da Convergencia Social, un movimento progressista ecologista e libertario. Il 19 novembre il Cile però tornerà ad elezioni e la vittoria sembra contesa fra due esponenti di destra. Il fronte progressista ha deciso addirittura di candidare Jeannette Jara, militante del Partito Comunista che ha trionfato alle primarie con il 60% dei voti, superando l’ex ministra dell’Interno Carolina Tohá, socialdemocratica più moderata che era inizialmente ritenuta la favorita, e Gonzalo Winter, il candidato del partito di Boric. Una svolta ancora più a sinistra che radicalizza il paese schiacciandolo verso una politica estera limitata e punitiva. È la prima volta che i comunisti riescono ad ottenere la candidatura e vista la loro posizione questo non appare così strano. ll Partito Comunista del Cile si definisce di ideologia marxista-leninista, continua a sostenere la lotta di classe e a mantenere rapporti con il Partito Comunista della Corea del Nord, un autentico paria internazionale. Jeannette Jara ha provato ad ammorbidire la posizione del suo partito prendendo molte posizioni personali differenti e arrivando a dichiarare Nicolas Maduro un dittatore, ma è sembrato soltanto un tentativo per non spaventare i moderati dell’ala progressista. La sinistra paga anche l’enorme delusione dell’inconcludente governo Boric che non ha rispettato praticamente nessuna delle tante promesse elettorali. Santiago aveva rafforzato i rapporti con il Brasile di Lula per una scelta politica del suo presidente, raffreddando fortemente le relazioni con l’Argentina di Milei. Il Cile aveva anche iniziato un forte avvicinamento ai Brics e Boric aveva anche entusiasticamente partecipato al vertice Cina-Celac (Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi), sposando anche il progetto della Via della Seta. Le relazioni con Pechino ed il Brasile erano state quelle più forti durante la presidente attuale, ma era stato soprattutto il netto allontanamento dagli Stati Uniti a caratterizzare la politica estera di Boric. Lo scontro fra il presidente cileno e Donald Trump è stato continuo e Boric ne ha fatto un caposaldo della sua proiezione internazionale. Ma la linea voluta dal presidente cileno in pochi anni ha messo in crisi la più florida economia del continente sudamericano. Il Cile è stato a lungo considerato il paese modello del capitalismo in salsa sudamericana con un crescita costante ed una disoccupazione in continua decrescita. Basti pensare che nell’Indice di Sviluppo Umano del 2022, il Cile si era classificato al primo posto tra tutti i paesi dell’America Latina, mentre nell’Indice di Libertà Economica della Heritage Foundation sempre del 2022, Santiago occupava il ventesimo posto a livello globale, davanti agli Stati Uniti e al Regno Unito. Nonostante i dati economici positivi nel 2019 c’erano state imponenti manifestazioni di piazza che avevano portato alla vittoria Gabriel Boric che aveva promesso la fine del neoliberismo. La retorica contro il capitalismo e le classi più abbienti da parte dei partiti di sinistra avevano fatto trionfare questo outsider che aveva promesso una specie di rivoluzione. Durante il suo governo il debito pubblico è passato dal 28% del PIL nel 2020 al 45,3% nel 2024, mentre la spesa pubblica è aumentata del 65% per una serie di opere, molte della quali lontane dalla loro reale realizzazione. Ma la vera forza economica restano le enormi riserve minerarie di litio, il cosiddetto “oro bianco”. Il Cile è infatti inserito nel cosiddetto «Triangolo del litio», un’area di circa 400.000 chilometri quadrati, divisa fra Argentina e Bolivia e che contiene oltre il 60% delle riserve globali di litio, con il Cile che ne ha circa il 70% del totale. Santiago è anche il principale produttore ed esportatore mondiale di rame, soprattutto in Asia ed Europa. Litio e rame sono due minerali che avranno un utilizzo crescente da qui al 2040, decuplicando il loro utilizzo nell’industria. 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Pisano, era nato in una famiglia agiata di Garbi, un piccolo centro alle porte della città, il 10 maggio del 1793, nell’anno dell’esplosione del giacobinismo nella Francia rivoluzionaria. Il vento si era propagato anche negli Stati italiani e Alessandri prese parte ai moti nel Granducato all’età di 27 anni. Dopo il fallimento della sollevazione, seguì il destino di molti altri esuli italiani e lasciò il litorale pisano per l’Argentina grazie all’aiuto di José Rondizzoni Canepa, ex ufficiale napoleonico parmense emigrato in Cile. Giovane e amante dell’arte, sbarcò inizialmente il lunario a Buenos Aires cercando di vendere le opere da lui realizzate. Fu la fortuna a fargli incontrare Bernardo O’Higgins, Comandante supremo dell’esercito del Cile e Dictador Supremo dal 1821 al 1823. Quest’ultimo lo portò con sé a Valparaiso, dove tentò di valorizzarne le doti artistiche e accademiche. Il tentativo fallì dopo l’esilio di O’Higgins e Alessandri tornerà in Argentina per i successivi tre anni. Nel 1826 fece ritorno a Valparaiso, questa volta determinato a trovare il successo, che arriverà stavolta non grazie alle opere d’arte ma al commercio marittimo, un settore dove gli emigranti italiane delle due ex Repubbliche marinare (Genova e Pisa) si erano distinti in Sudamerica. Grazie all’attività di 4 brigantini e al fiuto imprenditoriale (il commercio di perle dalla Polinesia all’Europa e di altre merci preziose) in pochi anni il pisano arrivato dall’Argentina divenne uno degli imprenditori più importanti del Cile (o Chili, come veniva allora chiamato), allargando la propria influenza anche alla cultura (la sua principale passione) con la costruzione del Teatro Vittoria nel 1844 andato poi perduto nel terribile terremoto che colpì il Cile nel 1906. Non si fermò al solo commercio marittimo, che in quegli anni aveva allargato ai tessuti pregiati importati dalla Francia: Pietro Alessandri (ormai Don Pedro per i cileni) si buttò anche nell’estrazione dei metalli preziosi e nel trasporto verso la California degli avventurieri della corsa all’oro. Ormai pienamente inserito nelle élites politiche cilene, Don Pedro fu naturalizzato cileno nel 1846 è riceverà nel 1851 la carica di Console Generale del Regno di Sardegna per volere diretto di Vittorio Emanuele II.Pietro Alessandri non vedrà mai il sovrano che lo aveva insignito di una carica di grande prestigio diventare Re d’Italia. Il 13 marzo 1857 moriva a Valparaiso all’età di 64 anni, pianto dalla ormai nutrita comunità italiana.Pietro Alessandri ebbe dalla moglie tre figli. Uno di loro, Pedro Jr, proseguì l’attività commerciale del padre in campo marittimo con la fondazione della Compania Naviera Italiana. Nel 1868 ebbe un figlio dalla moglie Susana Palma, Arturo Fortunato Alessandri. Avviato agli studi di giurisprudenza, il giovane italo cileno fu presto avviato alla carriera politica nel partito liberale. Deputato dal 1897, Arturo fu anche giornalista. Nel 1915 fece notizia la sua vittoria combattuta alle elezioni provinciali di Tarapacà, che aprirono all’emergente italo-cileno le porte della candidatura alla presidenza del Cile. Nel 1920 Alessandri Palma vinse di misura le elezioni contro il rappresentante del vecchio potere oligarchico della Coaliciòn Luis Barros Borgono. Durante il suo primo mandato, Arturo Fortunato cercò di applicare il suo programma di riforme, spesso osteggiato se non paralizzato dall’atteggiamento ostile delle élites parlamentari, che difendevano lo status quo contro l’avanzata delle istanze della nuova borghesia delle imprese di cui l’italo-cileno era rappresentante. La sua azione di contrasto al sistema parlamentare fu all’origine del colpo di stato che lo estromise momentaneamente dalla carica. Nel mese di agosto del 1924 una sollevazione militare portò al potere per un breve periodo il generale José Altamirano. Costretto all’esilio, Alessandri passò alcuni mesi in Italia dove incontrò a Roma Benito Mussolini. La giunta cadde poco dopo per l’intervento di un altro alto ufficiale, Carlos Ibanez del Campo, già ministro della Difesa, che richiamò Alessandri alla guida del Cile nel marzo 1925. Durante la breve fase di ritorno alla presidenza, Alessandri riuscì a far diventare il Cile una repubblica presidenziale e a fondare la banca nazionale, Il Banco Central. Tuttavia Del Campo reagì alla volontà di Alessandri di allontanare tutti i ministri che avevano avuto ruolo nel golpe e la crescente tensione portò alle dimissioni del presidente italo-cileno nel 1926. Dopo una breve parentesi caratterizzata da un tentativo di creare una repubblica di orientamento socialista, Del Campo trionfò alle presidenziali del 1927 instaurando di fatto una dittatura che avrà breve vita a causa del crollo del 1929 che colpì con particolare durezza il Cile a causa della crisi finanziaria dovuta al ritiro dei capitali statunitensi. Nel 1932 Alessandri fu eletto per la seconda volta e cercò di lanciare un proprio new deal sul modello di Roosevelt, con lo sfruttamento delle materie prime, la riduzione del debito e le opere pubbliche. Politicamente dovette affrontare la crescita turbolenta dei movimenti di estrema destra, ispirati al partito nazionalsocialista di Hitler. Il suo mandato terminò regolarmente nel 1938 ma con una coda di violenza nota come il massacro del palazzo del Segundo Obrero, dove 59 membri del Movimiento Nacional Socialista furono uccisi dall’intervento dei Carabineros. Dal 1946 è stato presidente del Senato cileno.Arturo Fortunato Alessandri Palma aveva avuto da Rosa Rodriguez Velasco (nipote di quell’O’Higgins che aiutò il capostipite degli Alessandri ad emigrare in Cile) il figlio Jorge Alessandri Rodriguez, nato nel 1896. Approdò alla politica relativamente tardi occupandosi, dopo la laurea in ingegneria, di industria e finanza. Nel 1945 la prima candidatura come indipendente e in seguito la nomina a ministro delle Finanze durante la seconda presidenza di Carlos Ibanez del Campo tra il 1956 e il 1958. Liberal-conservatore, corse per la presidenza alle elezioni del 1958 vincendo di misura contro il candidato socialista Salvador Allende. Sulle orme del padre, Jorge Alessandri inaugurò una politica di rigore, cercando di stabilizzare la fragile economia nazionale e di industrializzare il paese con l’aiuto di capitali privati. Personaggio riluttante alla popolarità, rimase in carica fino al termine del mandato nel 1964 lasciando il timone al cristiano-democratico Eduardo Frei Montalva. Riprovò la candidatura nel 1970, ma fu sconfitto dal suo storico avversario Salvador Allende per poco più di 3.000 voti. Dopo il golpe del 1973, Jorge Alessandri si ritirò dalla vita politica e morì nel 1986 all’età di 90 anni.La famiglia Alessandri è stata al centro della politica cilena anche nei decenni successivi. Dopo l’ultima presidenza di Jorge Alessandri, la presenza dei suoi membri è stata costante. Il nipote di Jorge, Arturo Alessandri Besa, fu candidato alle presidenziali del 1993 e sconfitto da Eduardo Frei Ruiz-Tagle (figlio del presidente Frei che sconfisse lo zio Jorge nel 1964). Silvia Alessandri (nipote di Arturo Fortunato) fu deputata tra il 1969 e il 1973. Gustavo Alessandri Valdés fu sindaco di Santiago durante la dittatura di Pinochet e infine deputato fino alla morte nel 2002 per il partito Renovaciòn Nacional. Dello stesso partito è membro il figlio di Gustavo, Felipe Alessandri (classe 1975). Come il padre è stato eletto sindaco di Santiago nelle file dello stesso partito, rimanendo in carica dal 2016 al 2021.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
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Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
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