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2025-09-17
Cile, sinistra in crisi nella morsa di Trump e Pechino
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La presidenza di Gabriel Boric verrà ricordata in Cile come una delle più deludenti della storia repubblica. Il governo di questo giovane presidente, salito al potere nel 2022, ha spostato il paese sudamericano fortemente a sinistra seguendo i dettami di Apruebo Dignidad (AD), la coalizione che lo ha portato al palazzo della Moneda. Questa coalizione politica è formata principalmente dal Partito Comunista e da Convergencia Social, un movimento progressista ecologista e libertario. Il 19 novembre il Cile però tornerà ad elezioni e la vittoria sembra contesa fra due esponenti di destra. Il fronte progressista ha deciso addirittura di candidare Jeannette Jara, militante del Partito Comunista che ha trionfato alle primarie con il 60% dei voti, superando l’ex ministra dell’Interno Carolina Tohá, socialdemocratica più moderata che era inizialmente ritenuta la favorita, e Gonzalo Winter, il candidato del partito di Boric. Una svolta ancora più a sinistra che radicalizza il paese schiacciandolo verso una politica estera limitata e punitiva. È la prima volta che i comunisti riescono ad ottenere la candidatura e vista la loro posizione questo non appare così strano. ll Partito Comunista del Cile si definisce di ideologia marxista-leninista, continua a sostenere la lotta di classe e a mantenere rapporti con il Partito Comunista della Corea del Nord, un autentico paria internazionale. Jeannette Jara ha provato ad ammorbidire la posizione del suo partito prendendo molte posizioni personali differenti e arrivando a dichiarare Nicolas Maduro un dittatore, ma è sembrato soltanto un tentativo per non spaventare i moderati dell’ala progressista. La sinistra paga anche l’enorme delusione dell’inconcludente governo Boric che non ha rispettato praticamente nessuna delle tante promesse elettorali. Santiago aveva rafforzato i rapporti con il Brasile di Lula per una scelta politica del suo presidente, raffreddando fortemente le relazioni con l’Argentina di Milei. Il Cile aveva anche iniziato un forte avvicinamento ai Brics e Boric aveva anche entusiasticamente partecipato al vertice Cina-Celac (Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi), sposando anche il progetto della Via della Seta. Le relazioni con Pechino ed il Brasile erano state quelle più forti durante la presidente attuale, ma era stato soprattutto il netto allontanamento dagli Stati Uniti a caratterizzare la politica estera di Boric. Lo scontro fra il presidente cileno e Donald Trump è stato continuo e Boric ne ha fatto un caposaldo della sua proiezione internazionale. Ma la linea voluta dal presidente cileno in pochi anni ha messo in crisi la più florida economia del continente sudamericano. Il Cile è stato a lungo considerato il paese modello del capitalismo in salsa sudamericana con un crescita costante ed una disoccupazione in continua decrescita. Basti pensare che nell’Indice di Sviluppo Umano del 2022, il Cile si era classificato al primo posto tra tutti i paesi dell’America Latina, mentre nell’Indice di Libertà Economica della Heritage Foundation sempre del 2022, Santiago occupava il ventesimo posto a livello globale, davanti agli Stati Uniti e al Regno Unito. Nonostante i dati economici positivi nel 2019 c’erano state imponenti manifestazioni di piazza che avevano portato alla vittoria Gabriel Boric che aveva promesso la fine del neoliberismo. La retorica contro il capitalismo e le classi più abbienti da parte dei partiti di sinistra avevano fatto trionfare questo outsider che aveva promesso una specie di rivoluzione. Durante il suo governo il debito pubblico è passato dal 28% del PIL nel 2020 al 45,3% nel 2024, mentre la spesa pubblica è aumentata del 65% per una serie di opere, molte della quali lontane dalla loro reale realizzazione. Ma la vera forza economica restano le enormi riserve minerarie di litio, il cosiddetto “oro bianco”. Il Cile è infatti inserito nel cosiddetto «Triangolo del litio», un’area di circa 400.000 chilometri quadrati, divisa fra Argentina e Bolivia e che contiene oltre il 60% delle riserve globali di litio, con il Cile che ne ha circa il 70% del totale. Santiago è anche il principale produttore ed esportatore mondiale di rame, soprattutto in Asia ed Europa. Litio e rame sono due minerali che avranno un utilizzo crescente da qui al 2040, decuplicando il loro utilizzo nell’industria. La Cina è particolarmente interessata a queste risorse minerarie, soprattutto al litio, determinante per la transizione energetica ed ha già firmato una serie di accordi governativi che adesso potrebbero essere totalmente rimessi in discussione dal nuovo presidente.
Gli Alessandri: storia di una famiglia italiana alla conquista della politica cilena
Napoleone Bonaparte era ancora vivo e l’Italia solamente un’espressione geografica, per dirla con Metternich, quando nel 1821 il giovane Pietro Alessandri Tarzi lasciò la penisola per il Sudamerica. Pisano, era nato in una famiglia agiata di Garbi, un piccolo centro alle porte della città, il 10 maggio del 1793, nell’anno dell’esplosione del giacobinismo nella Francia rivoluzionaria. Il vento si era propagato anche negli Stati italiani e Alessandri prese parte ai moti nel Granducato all’età di 27 anni. Dopo il fallimento della sollevazione, seguì il destino di molti altri esuli italiani e lasciò il litorale pisano per l’Argentina grazie all’aiuto di José Rondizzoni Canepa, ex ufficiale napoleonico parmense emigrato in Cile. Giovane e amante dell’arte, sbarcò inizialmente il lunario a Buenos Aires cercando di vendere le opere da lui realizzate. Fu la fortuna a fargli incontrare Bernardo O’Higgins, Comandante supremo dell’esercito del Cile e Dictador Supremo dal 1821 al 1823. Quest’ultimo lo portò con sé a Valparaiso, dove tentò di valorizzarne le doti artistiche e accademiche. Il tentativo fallì dopo l’esilio di O’Higgins e Alessandri tornerà in Argentina per i successivi tre anni. Nel 1826 fece ritorno a Valparaiso, questa volta determinato a trovare il successo, che arriverà stavolta non grazie alle opere d’arte ma al commercio marittimo, un settore dove gli emigranti italiane delle due ex Repubbliche marinare (Genova e Pisa) si erano distinti in Sudamerica. Grazie all’attività di 4 brigantini e al fiuto imprenditoriale (il commercio di perle dalla Polinesia all’Europa e di altre merci preziose) in pochi anni il pisano arrivato dall’Argentina divenne uno degli imprenditori più importanti del Cile (o Chili, come veniva allora chiamato), allargando la propria influenza anche alla cultura (la sua principale passione) con la costruzione del Teatro Vittoria nel 1844 andato poi perduto nel terribile terremoto che colpì il Cile nel 1906. Non si fermò al solo commercio marittimo, che in quegli anni aveva allargato ai tessuti pregiati importati dalla Francia: Pietro Alessandri (ormai Don Pedro per i cileni) si buttò anche nell’estrazione dei metalli preziosi e nel trasporto verso la California degli avventurieri della corsa all’oro. Ormai pienamente inserito nelle élites politiche cilene, Don Pedro fu naturalizzato cileno nel 1846 è riceverà nel 1851 la carica di Console Generale del Regno di Sardegna per volere diretto di Vittorio Emanuele II.
Pietro Alessandri non vedrà mai il sovrano che lo aveva insignito di una carica di grande prestigio diventare Re d’Italia. Il 13 marzo 1857 moriva a Valparaiso all’età di 64 anni, pianto dalla ormai nutrita comunità italiana.
Pietro Alessandri ebbe dalla moglie tre figli. Uno di loro, Pedro Jr, proseguì l’attività commerciale del padre in campo marittimo con la fondazione della Compania Naviera Italiana. Nel 1868 ebbe un figlio dalla moglie Susana Palma, Arturo Fortunato Alessandri. Avviato agli studi di giurisprudenza, il giovane italo cileno fu presto avviato alla carriera politica nel partito liberale. Deputato dal 1897, Arturo fu anche giornalista. Nel 1915 fece notizia la sua vittoria combattuta alle elezioni provinciali di Tarapacà, che aprirono all’emergente italo-cileno le porte della candidatura alla presidenza del Cile. Nel 1920 Alessandri Palma vinse di misura le elezioni contro il rappresentante del vecchio potere oligarchico della Coaliciòn Luis Barros Borgono. Durante il suo primo mandato, Arturo Fortunato cercò di applicare il suo programma di riforme, spesso osteggiato se non paralizzato dall’atteggiamento ostile delle élites parlamentari, che difendevano lo status quo contro l’avanzata delle istanze della nuova borghesia delle imprese di cui l’italo-cileno era rappresentante. La sua azione di contrasto al sistema parlamentare fu all’origine del colpo di stato che lo estromise momentaneamente dalla carica. Nel mese di agosto del 1924 una sollevazione militare portò al potere per un breve periodo il generale José Altamirano. Costretto all’esilio, Alessandri passò alcuni mesi in Italia dove incontrò a Roma Benito Mussolini. La giunta cadde poco dopo per l’intervento di un altro alto ufficiale, Carlos Ibanez del Campo, già ministro della Difesa, che richiamò Alessandri alla guida del Cile nel marzo 1925. Durante la breve fase di ritorno alla presidenza, Alessandri riuscì a far diventare il Cile una repubblica presidenziale e a fondare la banca nazionale, Il Banco Central. Tuttavia Del Campo reagì alla volontà di Alessandri di allontanare tutti i ministri che avevano avuto ruolo nel golpe e la crescente tensione portò alle dimissioni del presidente italo-cileno nel 1926. Dopo una breve parentesi caratterizzata da un tentativo di creare una repubblica di orientamento socialista, Del Campo trionfò alle presidenziali del 1927 instaurando di fatto una dittatura che avrà breve vita a causa del crollo del 1929 che colpì con particolare durezza il Cile a causa della crisi finanziaria dovuta al ritiro dei capitali statunitensi. Nel 1932 Alessandri fu eletto per la seconda volta e cercò di lanciare un proprio new deal sul modello di Roosevelt, con lo sfruttamento delle materie prime, la riduzione del debito e le opere pubbliche. Politicamente dovette affrontare la crescita turbolenta dei movimenti di estrema destra, ispirati al partito nazionalsocialista di Hitler. Il suo mandato terminò regolarmente nel 1938 ma con una coda di violenza nota come il massacro del palazzo del Segundo Obrero, dove 59 membri del Movimiento Nacional Socialista furono uccisi dall’intervento dei Carabineros. Dal 1946 è stato presidente del Senato cileno.
Arturo Fortunato Alessandri Palma aveva avuto da Rosa Rodriguez Velasco (nipote di quell’O’Higgins che aiutò il capostipite degli Alessandri ad emigrare in Cile) il figlio Jorge Alessandri Rodriguez, nato nel 1896. Approdò alla politica relativamente tardi occupandosi, dopo la laurea in ingegneria, di industria e finanza. Nel 1945 la prima candidatura come indipendente e in seguito la nomina a ministro delle Finanze durante la seconda presidenza di Carlos Ibanez del Campo tra il 1956 e il 1958. Liberal-conservatore, corse per la presidenza alle elezioni del 1958 vincendo di misura contro il candidato socialista Salvador Allende. Sulle orme del padre, Jorge Alessandri inaugurò una politica di rigore, cercando di stabilizzare la fragile economia nazionale e di industrializzare il paese con l’aiuto di capitali privati. Personaggio riluttante alla popolarità, rimase in carica fino al termine del mandato nel 1964 lasciando il timone al cristiano-democratico Eduardo Frei Montalva. Riprovò la candidatura nel 1970, ma fu sconfitto dal suo storico avversario Salvador Allende per poco più di 3.000 voti. Dopo il golpe del 1973, Jorge Alessandri si ritirò dalla vita politica e morì nel 1986 all’età di 90 anni.
La famiglia Alessandri è stata al centro della politica cilena anche nei decenni successivi. Dopo l’ultima presidenza di Jorge Alessandri, la presenza dei suoi membri è stata costante. Il nipote di Jorge, Arturo Alessandri Besa, fu candidato alle presidenziali del 1993 e sconfitto da Eduardo Frei Ruiz-Tagle (figlio del presidente Frei che sconfisse lo zio Jorge nel 1964). Silvia Alessandri (nipote di Arturo Fortunato) fu deputata tra il 1969 e il 1973. Gustavo Alessandri Valdés fu sindaco di Santiago durante la dittatura di Pinochet e infine deputato fino alla morte nel 2002 per il partito Renovaciòn Nacional. Dello stesso partito è membro il figlio di Gustavo, Felipe Alessandri (classe 1975). Come il padre è stato eletto sindaco di Santiago nelle file dello stesso partito, rimanendo in carica dal 2016 al 2021.
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Alla vigilia delle elezioni in Cile, la sinistra radicale del presidente Gabriel Boric è in crisi. Osteggiato da Trump, il governo di Santiago ha fatto impennare il debito pubblico negli ultimi anni dopo essere stato per anni la guida del capitalismo sudamericano. E Pechino ha forti mire sulle terre rare che abbondano nel Paese.La saga della famiglia Alessandri. Il capostipite Pietro emigrò dalla Toscana dopo i moti del 1820-21, fondando una dinastia che diede al Cile due presidenti e dominò per decenni la politica nazionale.Lo speciale contiene due articoli.La presidenza di Gabriel Boric verrà ricordata in Cile come una delle più deludenti della storia repubblica. Il governo di questo giovane presidente, salito al potere nel 2022, ha spostato il paese sudamericano fortemente a sinistra seguendo i dettami di Apruebo Dignidad (AD), la coalizione che lo ha portato al palazzo della Moneda. Questa coalizione politica è formata principalmente dal Partito Comunista e da Convergencia Social, un movimento progressista ecologista e libertario. Il 19 novembre il Cile però tornerà ad elezioni e la vittoria sembra contesa fra due esponenti di destra. Il fronte progressista ha deciso addirittura di candidare Jeannette Jara, militante del Partito Comunista che ha trionfato alle primarie con il 60% dei voti, superando l’ex ministra dell’Interno Carolina Tohá, socialdemocratica più moderata che era inizialmente ritenuta la favorita, e Gonzalo Winter, il candidato del partito di Boric. Una svolta ancora più a sinistra che radicalizza il paese schiacciandolo verso una politica estera limitata e punitiva. È la prima volta che i comunisti riescono ad ottenere la candidatura e vista la loro posizione questo non appare così strano. ll Partito Comunista del Cile si definisce di ideologia marxista-leninista, continua a sostenere la lotta di classe e a mantenere rapporti con il Partito Comunista della Corea del Nord, un autentico paria internazionale. Jeannette Jara ha provato ad ammorbidire la posizione del suo partito prendendo molte posizioni personali differenti e arrivando a dichiarare Nicolas Maduro un dittatore, ma è sembrato soltanto un tentativo per non spaventare i moderati dell’ala progressista. La sinistra paga anche l’enorme delusione dell’inconcludente governo Boric che non ha rispettato praticamente nessuna delle tante promesse elettorali. Santiago aveva rafforzato i rapporti con il Brasile di Lula per una scelta politica del suo presidente, raffreddando fortemente le relazioni con l’Argentina di Milei. Il Cile aveva anche iniziato un forte avvicinamento ai Brics e Boric aveva anche entusiasticamente partecipato al vertice Cina-Celac (Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi), sposando anche il progetto della Via della Seta. Le relazioni con Pechino ed il Brasile erano state quelle più forti durante la presidente attuale, ma era stato soprattutto il netto allontanamento dagli Stati Uniti a caratterizzare la politica estera di Boric. Lo scontro fra il presidente cileno e Donald Trump è stato continuo e Boric ne ha fatto un caposaldo della sua proiezione internazionale. Ma la linea voluta dal presidente cileno in pochi anni ha messo in crisi la più florida economia del continente sudamericano. Il Cile è stato a lungo considerato il paese modello del capitalismo in salsa sudamericana con un crescita costante ed una disoccupazione in continua decrescita. Basti pensare che nell’Indice di Sviluppo Umano del 2022, il Cile si era classificato al primo posto tra tutti i paesi dell’America Latina, mentre nell’Indice di Libertà Economica della Heritage Foundation sempre del 2022, Santiago occupava il ventesimo posto a livello globale, davanti agli Stati Uniti e al Regno Unito. Nonostante i dati economici positivi nel 2019 c’erano state imponenti manifestazioni di piazza che avevano portato alla vittoria Gabriel Boric che aveva promesso la fine del neoliberismo. La retorica contro il capitalismo e le classi più abbienti da parte dei partiti di sinistra avevano fatto trionfare questo outsider che aveva promesso una specie di rivoluzione. Durante il suo governo il debito pubblico è passato dal 28% del PIL nel 2020 al 45,3% nel 2024, mentre la spesa pubblica è aumentata del 65% per una serie di opere, molte della quali lontane dalla loro reale realizzazione. Ma la vera forza economica restano le enormi riserve minerarie di litio, il cosiddetto “oro bianco”. Il Cile è infatti inserito nel cosiddetto «Triangolo del litio», un’area di circa 400.000 chilometri quadrati, divisa fra Argentina e Bolivia e che contiene oltre il 60% delle riserve globali di litio, con il Cile che ne ha circa il 70% del totale. Santiago è anche il principale produttore ed esportatore mondiale di rame, soprattutto in Asia ed Europa. Litio e rame sono due minerali che avranno un utilizzo crescente da qui al 2040, decuplicando il loro utilizzo nell’industria. 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Pisano, era nato in una famiglia agiata di Garbi, un piccolo centro alle porte della città, il 10 maggio del 1793, nell’anno dell’esplosione del giacobinismo nella Francia rivoluzionaria. Il vento si era propagato anche negli Stati italiani e Alessandri prese parte ai moti nel Granducato all’età di 27 anni. Dopo il fallimento della sollevazione, seguì il destino di molti altri esuli italiani e lasciò il litorale pisano per l’Argentina grazie all’aiuto di José Rondizzoni Canepa, ex ufficiale napoleonico parmense emigrato in Cile. Giovane e amante dell’arte, sbarcò inizialmente il lunario a Buenos Aires cercando di vendere le opere da lui realizzate. Fu la fortuna a fargli incontrare Bernardo O’Higgins, Comandante supremo dell’esercito del Cile e Dictador Supremo dal 1821 al 1823. Quest’ultimo lo portò con sé a Valparaiso, dove tentò di valorizzarne le doti artistiche e accademiche. Il tentativo fallì dopo l’esilio di O’Higgins e Alessandri tornerà in Argentina per i successivi tre anni. Nel 1826 fece ritorno a Valparaiso, questa volta determinato a trovare il successo, che arriverà stavolta non grazie alle opere d’arte ma al commercio marittimo, un settore dove gli emigranti italiane delle due ex Repubbliche marinare (Genova e Pisa) si erano distinti in Sudamerica. Grazie all’attività di 4 brigantini e al fiuto imprenditoriale (il commercio di perle dalla Polinesia all’Europa e di altre merci preziose) in pochi anni il pisano arrivato dall’Argentina divenne uno degli imprenditori più importanti del Cile (o Chili, come veniva allora chiamato), allargando la propria influenza anche alla cultura (la sua principale passione) con la costruzione del Teatro Vittoria nel 1844 andato poi perduto nel terribile terremoto che colpì il Cile nel 1906. Non si fermò al solo commercio marittimo, che in quegli anni aveva allargato ai tessuti pregiati importati dalla Francia: Pietro Alessandri (ormai Don Pedro per i cileni) si buttò anche nell’estrazione dei metalli preziosi e nel trasporto verso la California degli avventurieri della corsa all’oro. Ormai pienamente inserito nelle élites politiche cilene, Don Pedro fu naturalizzato cileno nel 1846 è riceverà nel 1851 la carica di Console Generale del Regno di Sardegna per volere diretto di Vittorio Emanuele II.Pietro Alessandri non vedrà mai il sovrano che lo aveva insignito di una carica di grande prestigio diventare Re d’Italia. Il 13 marzo 1857 moriva a Valparaiso all’età di 64 anni, pianto dalla ormai nutrita comunità italiana.Pietro Alessandri ebbe dalla moglie tre figli. Uno di loro, Pedro Jr, proseguì l’attività commerciale del padre in campo marittimo con la fondazione della Compania Naviera Italiana. Nel 1868 ebbe un figlio dalla moglie Susana Palma, Arturo Fortunato Alessandri. Avviato agli studi di giurisprudenza, il giovane italo cileno fu presto avviato alla carriera politica nel partito liberale. Deputato dal 1897, Arturo fu anche giornalista. Nel 1915 fece notizia la sua vittoria combattuta alle elezioni provinciali di Tarapacà, che aprirono all’emergente italo-cileno le porte della candidatura alla presidenza del Cile. Nel 1920 Alessandri Palma vinse di misura le elezioni contro il rappresentante del vecchio potere oligarchico della Coaliciòn Luis Barros Borgono. Durante il suo primo mandato, Arturo Fortunato cercò di applicare il suo programma di riforme, spesso osteggiato se non paralizzato dall’atteggiamento ostile delle élites parlamentari, che difendevano lo status quo contro l’avanzata delle istanze della nuova borghesia delle imprese di cui l’italo-cileno era rappresentante. La sua azione di contrasto al sistema parlamentare fu all’origine del colpo di stato che lo estromise momentaneamente dalla carica. Nel mese di agosto del 1924 una sollevazione militare portò al potere per un breve periodo il generale José Altamirano. Costretto all’esilio, Alessandri passò alcuni mesi in Italia dove incontrò a Roma Benito Mussolini. La giunta cadde poco dopo per l’intervento di un altro alto ufficiale, Carlos Ibanez del Campo, già ministro della Difesa, che richiamò Alessandri alla guida del Cile nel marzo 1925. Durante la breve fase di ritorno alla presidenza, Alessandri riuscì a far diventare il Cile una repubblica presidenziale e a fondare la banca nazionale, Il Banco Central. Tuttavia Del Campo reagì alla volontà di Alessandri di allontanare tutti i ministri che avevano avuto ruolo nel golpe e la crescente tensione portò alle dimissioni del presidente italo-cileno nel 1926. Dopo una breve parentesi caratterizzata da un tentativo di creare una repubblica di orientamento socialista, Del Campo trionfò alle presidenziali del 1927 instaurando di fatto una dittatura che avrà breve vita a causa del crollo del 1929 che colpì con particolare durezza il Cile a causa della crisi finanziaria dovuta al ritiro dei capitali statunitensi. Nel 1932 Alessandri fu eletto per la seconda volta e cercò di lanciare un proprio new deal sul modello di Roosevelt, con lo sfruttamento delle materie prime, la riduzione del debito e le opere pubbliche. Politicamente dovette affrontare la crescita turbolenta dei movimenti di estrema destra, ispirati al partito nazionalsocialista di Hitler. Il suo mandato terminò regolarmente nel 1938 ma con una coda di violenza nota come il massacro del palazzo del Segundo Obrero, dove 59 membri del Movimiento Nacional Socialista furono uccisi dall’intervento dei Carabineros. Dal 1946 è stato presidente del Senato cileno.Arturo Fortunato Alessandri Palma aveva avuto da Rosa Rodriguez Velasco (nipote di quell’O’Higgins che aiutò il capostipite degli Alessandri ad emigrare in Cile) il figlio Jorge Alessandri Rodriguez, nato nel 1896. Approdò alla politica relativamente tardi occupandosi, dopo la laurea in ingegneria, di industria e finanza. Nel 1945 la prima candidatura come indipendente e in seguito la nomina a ministro delle Finanze durante la seconda presidenza di Carlos Ibanez del Campo tra il 1956 e il 1958. Liberal-conservatore, corse per la presidenza alle elezioni del 1958 vincendo di misura contro il candidato socialista Salvador Allende. Sulle orme del padre, Jorge Alessandri inaugurò una politica di rigore, cercando di stabilizzare la fragile economia nazionale e di industrializzare il paese con l’aiuto di capitali privati. Personaggio riluttante alla popolarità, rimase in carica fino al termine del mandato nel 1964 lasciando il timone al cristiano-democratico Eduardo Frei Montalva. Riprovò la candidatura nel 1970, ma fu sconfitto dal suo storico avversario Salvador Allende per poco più di 3.000 voti. Dopo il golpe del 1973, Jorge Alessandri si ritirò dalla vita politica e morì nel 1986 all’età di 90 anni.La famiglia Alessandri è stata al centro della politica cilena anche nei decenni successivi. Dopo l’ultima presidenza di Jorge Alessandri, la presenza dei suoi membri è stata costante. Il nipote di Jorge, Arturo Alessandri Besa, fu candidato alle presidenziali del 1993 e sconfitto da Eduardo Frei Ruiz-Tagle (figlio del presidente Frei che sconfisse lo zio Jorge nel 1964). Silvia Alessandri (nipote di Arturo Fortunato) fu deputata tra il 1969 e il 1973. Gustavo Alessandri Valdés fu sindaco di Santiago durante la dittatura di Pinochet e infine deputato fino alla morte nel 2002 per il partito Renovaciòn Nacional. Dello stesso partito è membro il figlio di Gustavo, Felipe Alessandri (classe 1975). Come il padre è stato eletto sindaco di Santiago nelle file dello stesso partito, rimanendo in carica dal 2016 al 2021.
Christine Lagarde (Ansa)
Non è la prima volta che i vertici delle istituzioni europee si esprimono in questi termini e ogni volta che lo fanno, un brivido dovrebbe correre lungo la schiena non solo dei risparmiatori ma anche di tutti gli operatori del settore finanziario.
Perché questa dichiarazione – con gli obiettivi che si prefigge di raggiungere e gli strumenti che pensa di utilizzare – ha due immediate conseguenze: la prima è che i risparmiatori – quasi tutti, tranne quelli che tengono i contanti sotto il materasso – potrebbero essere presto interessati da un sistema di incentivi (o disincentivi) nelle scelte di allocazione dei loro risparmi, perché altrimenti continuerebbero a tenerli «bloccati»; la seconda è che, implicitamente, oggi il settore finanziario non sta facendo bene il suo mestiere, che è proprio quello di consentire al risparmio di fluire verso gli investimenti di qualsiasi natura (reale o finanziaria). Significa ammettere che il mercato mobiliare europeo non funziona, cioè non riesce a prezzare adeguatamente il rischio e a investire in iniziative ad alta redditività.
Ma, soprattutto quest’ultima, è una conclusione che fa a pugni con la realtà. Perché è sotto gli occhi di tutti la profondità dei mercati mobiliari europei, la relativa liquidità e numerosità degli strumenti ivi quotati. Certamente, non siamo nell’ordine di grandezza del mercato Usa, ma ognuno ha le Borse che si merita, nel senso che sono le imprese che fanno i mercati finanziari, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Se, ormai da 25 anni, la Ue è il luogo in cui politiche di bilancio restrittive hanno demolito il pilastro della crescita costituito dagli investimenti pubblici, quale volete che sia il risultato in termini di crescita, occupazione, produttività e dimensioni dei mercati finanziari? Oppure qualcuno a Bruxelles crede davvero che sia sufficiente inventarsi uno strumento finanziario che incentivi o (ma non vorremmo dare idee pericolose) addirittura costringa la famosa casalinga di Voghera a investire nelle azioni della start-up appena sorta all’angolo dietro casa, abbandonando il suo Bot o un deposito bancario?
A questo proposito, in Italia è passato sotto silenzio ciò che sta accadendo in Spagna, dove a dicembre il ministero dell’Economia ha avviato una consultazione pubblica per creare un conto di risparmio e investimento destinato ai privati, con l’obiettivo di spostare oltre 1,2 miliardi di euro dai depositi a bassa remunerazione verso strumenti come azioni, obbligazioni e fondi di investimento. L’iniziativa segue l’input della Commissione e del rapporto Draghi e mira a semplificare regole, costi e fiscalità per i piccoli investitori, favorendo il finanziamento dell’economia. Una consultazione che ha visto però le grandi banche opporsi decisamente alla proposta del ministro Carlos Cuerpo, nel fondato timore di perdere commissioni significative.
Perché se gli intermediari finanziari hanno un senso – e lo hanno – è quello di gestire professionalmente il rischio, ponderandolo e frazionandolo adeguatamente. Se manca la «materia prima» (imprese profittevoli e appetibili per il mercato) non è certo colpa degli intermediari e la soluzione non è quella di introdurre nuovi strumenti.
E la «materia prima» manca – facendo un’analisi in prospettiva – anche e soprattutto perché l’economia della Ue e, ancor più, dell’Eurozona, si è fondata sulla compressione della domanda interna e dei salari, come più volte è stato costretto ad ammettere anche Mario Draghi. In un mercato in cui languono i consumi e gli investimenti, quali prospettive di reddito possono offrire le imprese e quindi, quali flussi di investimento possono attrarre, quando altrove nel mondo si corre a velocità ben superiore? In questo modo, mentre negli ultimi 25 anni in Cina e Usa è partito un salto tecnologico di proporzioni epocali – con investimenti pubblici e privati nell’ordine di migliaia di miliardi – nella Ue abbiamo piombato le ali sia dei primi che dei secondi. Per detenere solo un triste primato: quello della decarbonizzazione.
Anziché prendere atto di questa (mortifera) dinamica, i vertici delle istituzioni europee continuano a propalare slogan privi di senso. Perché anche i tanto decantati Eurobond sono una foglia di fico che va spazzata via, non solo per motivi giuridici ma soprattutto finanziari. Infatti - ammesso e non concesso che il problema sia solo quello del finanziamento degli investimenti – la sostenibilità di un debito si basa sulla capacità dell’emittente di ripagare interessi e capitale. E se la Ue non ha una rilevante capacità fiscale propria e quindi sono gli Stati membri a garantire le emissioni di Eurobond con la loro capacità fiscale, che differenza c’è tra un’emissione di Bruxelles ed una di Roma, visto che pro-quota garantisce sempre il contribuente italiano? Nessuna. La differenza c’è soltanto quando quei titoli vengono acquistati dalla Bce. Tutto qua.
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La banca del Vaticano offre due Etf che puntano sulle Borse, uno per l’Europa e uno per Wall Street. Tra i titoli preferiti c’è Nvidia, ma pure Deutsche Telecom, un colosso del lusso, ma un solo titolo di Piazza Affari. Ecco su chi punta la finanza cattolica.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Con una decisione di esecuzione firmata da Ursula von der Leyen e comparsa nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 9 febbraio scorso, la Commissione ha abolito i dazi del 20,7% sulle auto Cupra Tavascan prodotte nello stabilimento cinese di Anhui e importate in Ue. Il modello sarà soggetto a prezzo minimo di importazione e a quote di volumi annuali limitate.
Il Suv elettrico del marchio Cupra (appartenente alla casa automobilistica spagnola Seat, a sua volta parte della galassia Volkswagen) è prodotto in Cina e come tale avrebbe dovuto pagare un dazio all’ingresso in Unione europea. Ma qualche giorno fa la Commissione aveva pubblicato un documento che apriva la porta agli esportatori cinesi: proporre un accordo per tenere il prezzo più alto rispetto al listino, così da non spiazzare i produttori europei.
Un portavoce della Commissione aveva affermato che si trattava di una proposta ipotetica, ma nel giro di pochi giorni l’accordo con Volkswagen, che in questo caso figura come un esportatore cinese, ha reso reale la cosa.
La Camera di commercio cinese in Europa ha fatto sapere che gli altri produttori cinesi di veicoli elettrici stanno valutando se presentare le proprie proposte di impegno sui prezzi, che per i cinesi presentano l’indubbio vantaggio di lasciare nelle loro tasche margini di profitto che non avrebbero se pagassero i dazi.
Pechino ieri ha risposto fissando i dazi sulle importazioni di prodotti lattiero-caseari europei all’11,7%, dopo una indagine anti sovvenzioni avviata nel 2024. Una indagine aperta dopo la decisione della Commissione di imporre dazi sulle auto elettriche cinesi fino al 45%. Lo scorso dicembre il governo cinese aveva annunciato dazi cautelativi del 43% su formaggi freschi e fusi e su alcuni tipi di panna provenienti dall’Europa, riscossi tramite depositi. Ora la decisione di stabilire l’aliquota definitiva dell’11,7% può essere motivata come risposta di distensione da parte di Pechino dopo le concessioni a Cupra.
L’intreccio di questa vicenda mostra ancora una volta il fallimento dell’Unione europea. Mentre Ursula von der Leyen davanti al Parlamento due giorni fa ha parlato di «preferenza europea» per salvare il mercato unico dalle esportazioni cinesi e i 27 si sono riuniti ieri in Belgio per un ritiro al capezzale dell’industria europea, la Commissione apre le porte alla Cina.
Soprattutto, le follie regolatorie dell’Unione sono diventate ingestibili. La storia di questi ultimi anni è costellata di norme disastrose che vengono poi riviste, corrette, rallentate, ritrattate. Bruxelles partorisce la direttiva sulla responsabilità sociale e poi si rende conto che è inapplicabile, così come la legge sulla deforestazione. Mette in pista il sistema Ets 2 per poi frenarne l’applicazione quando ci si rende conto degli oneri che comporterà. Lancia il bando delle auto con motore a combustione interna al 2035 e poi lo ammorbidisce generando una confusione peggiore. Introduce il Cbam per tassare il carbonio poi lo elimina per l’80% degli obbligati. Lo stesso Cbam non tiene conto dei semilavorati e così genera un danno per i produttori europei. L’Ue ora sta considerando l’idea di limitare il sistema Ets 1, dopo che questo per anni ha appesantito di costi il sistema industriale, minandone la celeberrima competitività. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Ciò che sembra impossibile a Bruxelles è generare una regolazione ben fatta, che non causi danni e non costringa a continue marce indietro. La malagestione europea di questi anni è una grave concausa della crisi industriale in cui l’Europa è precipitata e qualsiasi vertice tra leader dovrebbe cominciare da questo semplice punto di partenza.
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La leggenda di San Valentino nasce agli albori quasi del cristianesimo. La alimenta Papa Gelasio che alla fine del quinto secolo volle porre fine all’ultimo rito pagano di massa rimasto a Roma: i Lupercalia. Erano i tre giorni – tra il 13 e il 15 febbraio - dedicati al dio Fauno in richiesta di protezione dai lupi e di fertilità delle greggi e delle donne che imponevano sacrifici animali, corse rituali e promesse d’amore per facilitare le gravidanze. Il Papa pensò che il martirio di Valentino da Terni, che si era prodigato per l’unione di una giovane a cui aveva fatto la dote e aveva guarito con l’amore il figlio epilettico del filosofo Cratone, si prestasse a interpretare questo afflato d’amore e di fertilità che i Lupercalia interpretavano. E pure il giorno era giusto, così il Santo le cui spoglie riposano dal 14 febbraio 273 a Terni è divenuto il protettore degli innamorati quanto degli epilettici (le chiavi di San Valentino in ricordo di quando il religioso si chiuse nella stanza per guarire il figlio di Cratone venivano donati come protezione ai neonati).
Ma la cosa singolare è che questo culto si è sviluppato più nei paesi nordici e nelle chiese riformate che non nel cattolicesimo. Saranno operazioni di marketing – come quella inventata da Federico Seneca che infila nei cioccolatini messaggi d’amore in ricordo di quelli che Luisa Spagnoli si scambiava con Giovanni Buitoni – che partono con i bigliettini profumati di Valentina Heter a sancire a cavallo tra Ottocento e Novecento la festa di San Valentino come ode all’amore. E l’idea dei bigliettini è ripresa alla grande visto che oggi alla cattedrale di Terni arrivano migliaia di lettere con le promesse d’amore: particolare curioso è che quasi un terzo di questa «corrispondenza del cuore» arriva dal Giappone dove la ricorrenza di San Valentino è sentitissima.
I regali? Non siate invadenti. Meglio i cioccolatini accompagnati però da un biglietto scritto con sentimento o i fiori. Non siate banali con le solite rose rosse. Ci sono altre essenze che indicano la passione: i tulipani di colore rosso, la ginestra indica intimità, ma se la passione è già scoppiata. Volete fare una proposta osè? Allora affidatevi alle orchidee. Desiderate invece comunicare che siete un po’ gelosi? Andate sul giallo, se invece il rapporto è solo all’inizio e volete dimostrare ammirazione: rose blu o rose bianche o anche dei lisiantus che comunicano determinazione, ma con dolcezza. Se invece l’intimità è forte un dono per San Valentino che funziona è scegliere il profumo preferito dall’amata o dal partner. Allora proviamo a fare un viaggio sentimentale in cucina e in cantina alla ricerca del regalino giusto. Partiamo.
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I piati dell’amore – Da sempre si è cercata la pozione magica, il filtro d’amore, ma anche il corroborante alimentare dei sentimenti. Allora proviamo a metter insieme un po’ d’ingredienti che fanno bene all’amore, avvertendo che tutte le cosiddette pietanze afrodisiache non hanno alcun effetto fisiologico, ma possono influenzare la psiche che è fondamentale per esprimere i sentimenti. Partiamo dalla Valnerina che «sfocia» a Terni e qui non si può non parlare di tartufi. In antico si pensava che avessero virtù eccitanti al punto che la Chiesa li proibiva a conversi e suore. Un pizzico di verità c’è perché il tartufo emana feromoni che anno a che fare con i richiami sessuali: dunque farrotto (il farro era il cereale della fertilità e del matrimonio in antico) al tartufo, tagliatele col nero pregiato e un succulento filetto ricoperto di scaglie di tartufo fanno al caso nostro. Nelle acque del Nera guizzano le trote e i trovano i gamberi di fiume, dunque sotto col pesce e segnatamente i crostacei che sono considerati egualmente molto coadiuvanti n’l'amore. Per esempio dei gamberoni flambè fanno tanta scena e molta atmosfera.
Tra i cibi afrodisiaci per eccellenza vanno messi i frutti di mare e le ostriche in particolare. Si usa accompagnarle con lo Champagne o anche con un ottimo Metodo classico italiano, ma è gastronomicamente un errore. Le ostriche vogliono vini «salati» dunque uno dei nostri grandi bianchi fermi va assai meglio. Tra i cibi afrodisiaci ci sono le fragole: stupite il/la vostra commensale con un risotto alle fragole (sono una primizia adesso e anche questo fa sorpresa) questo sì tirato con un vino che spuma. Un piatto afrodisiaco per eccellenza sono gli asparagi, fatti in involtino con pancetta al forno sono perfetti. Anche i carciofi hanno un forte potere afrodisiaco: si possono fare fritti, ma anche in insalata con scaglie di Parmigiano Reggiano o Grana sono perfetti (in questi caso occhio all’abbinamento col vino perché problematico).
Le carni non sono indicatissime come cibi dell’amore, potete fare un eccezione per dei medaglioni di filetti bardati abbondando col rosmarino, oppure per degli spiedini con pane croccante, salvia e funghi. Per i dolci non possono mancare il cioccolato (il bonnet o un morbido sono perfetti, ma anche la vecchia zuppa inglese fa la sua figura) e soprattutto le mandorle che sono il simbolo, anche sacro, della fertilità. Anche un po’ di cioccolatini al liquore, come pure il babà aiutano. Però il piatto afrodisiaco per eccellenza sarebbero gli spaghetti aglio, olio e peperoncino. Laglio magari disturba l’alito, ma insieme al peperoncino fluidifica ed è quello che ci vuole!
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Innamorarsi in cantina – È fuor di dubbio che gli spumanti siano i vini degli innamorati. Si può scegliere per avere i grandi metodo classico dalle quattro zone a più alta concentrazione di cantine specializzate anche se ormai tutta Italia spuma. Partendo dall’Alta Langa per fare il botto si può scegliere da Enrico Serafino rifermentazioni che passano gli 8 anni. In Oltrepò il Rosato di Monsupello di Angelo Boatti è stupendo. In Franciacorta c’è un presidio straordinario. Le bottiglie come la Vittorio Moretti Riserva di Terre Moretti o la Cuvée Anna Maria Clementi di Cà del Bosco sfidano i grandi francesi, ma siccome il rosa funziona ecco che si può affidarsi all’Assemblage due sempre di Terra Moretti in Rosa, al Rosato di Monterossa, oppure per bere più leggero un Saten come quello di Contadi Castaldi, un rosato come quello del Mosnel o il Saten di Ferghetina, sono perfetti. In Trentino si può fare un pas des deux con Madame Martis grandissimo Chardonnay e il suo «compagno» Monsieur Martis Pinot Meunier di grande suggestione entrambi di Maso Martis. Il Campione rimane il Giulio Ferrari riserva del Fondatore delle Cantine Ferrari da cui attingere anche il Perlè Rosè, mentre per uno Chardonnay d’impronta nobile il Conte Federigo di Bossi Fedrigotti è impeccabile. Andando al Sud gli spumanti di Daraprì sono di grande classe.
Tra i metodo Martinotti un rosato inimitabile sono il Rosa del Fae e il Casa Canevel Cuvée Rosa entrambi da Marzemini di Canevel. Ottimo in rosato Il Matia Vezzola di Costaripa e venendo verso il Centro Italia il Rosato di Fontezoppa va benissimo, ma qui nelle Marche una bottiglia suadente, affascinate, sbarazzina è La Passerina di Velenosi, come tra i Prosecco l’Asolo di Aneri. Da applausi il rosato di Donnafugata con l’etichetta di Dolce e Gabbana che scelta di classe. Se ha da essere festa di gran classe e allora sfidiamo il prezzo. In sequenza dal Toscana: Badia Passignano di Antinori, Il Castello di Nipozzano di Frescobaldi, il Paleo di Campolmi, un vino tutto al femminile come il Brunello di Montalcino Casato Prime Donne di Donatella Cinelli Colombini, il Guidalberto della Tenuta San Guido (quella del Sassicaia) firmato da Grazia Grassini, l’Insoglio del Cinghiale di Tenuta di Biserno, i grandi rossi di Monteverro. E poi Villa Gresti il grandissimo Merlot di Guerrieri Gonzaga in Trentino, con in Alto Adige il Pinot Nero Meczan di Hofstatter in Piemonte il Barolo di Gagliardo. In Veneto lascitevi conquistare dal Costasera di Masi o il Vajo Amaron di Serego Alighieri: il primo parla di Romeo e Giulietta, il secondo di Palo e Francesca nei versi del loro avo Dante Alighieri. C’è una grande bottiglia come il Promis di Camarcanda – il tenimento bolgherese di Angelo Gaja oggi affidato ai tre figli Gaia, Rossana e Giovanni – che vale davvero la pena.
Un vino che affascina per potenza, equilibrio e stile è il Sagrantino di Montefalco Collepiano dell’Arnaldo Caprai. Bere un Falesco Montiano di Famiglia Cotarella è arrivare a vette eccelse. Andando al Sud come non lasciarsi incantare dal Radici di Mastroberardino o dal Terre Brune di Santadi e siamo in Sardegna. Tra i bianchi un posto assoluto tutte le bottiglie di Roberto di Di Meo (il Fiano è spettacolare), poi il Verdicchio Utopia di Montecappone nelle Marche dove s’incontrano grandissimi bianchi come il 25 ani della Monacesca, il Cambugiano di Bellisario, il Villa Bucci, il Casal di Serra di Umani Ronchi. Un posto speciale va riservato a tre bianchi assoluti: il Ronco delle Mele di Venica, il Terre Alte di Livio Felluga e il Pinot Bianco di Elena Walch. Questo è solo un modesto campionario di ciò che a San Valentino può scaldarvi il cuore.
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