Dopo il fallimento della svedese Northvolt, non si trovano investitori per il sito che doveva dare al Vecchio continente l’autosufficienza sulle macchine elettriche. E la più grande gigafactory polacca finisce in mani Usa.
Dopo il fallimento della svedese Northvolt, non si trovano investitori per il sito che doveva dare al Vecchio continente l’autosufficienza sulle macchine elettriche. E la più grande gigafactory polacca finisce in mani Usa.Green deal: una pericolosa ambizione che si è trasformata in un incubo industriale. L’ultimo capitolo di questa tragedia scritta dagli euroburocrati lo scrive il Northvolt che, dopo il fallimento dichiarato a marzo chiude definitivamente i battenti a manda a casa i dipendenti. Nessun acquirente (tranne che per l’impianto polacco) ha voluto investire nell’azienda svedese che avrebbe dovuto essere il simbolo dell’autosufficienza europea nel campo delle batterieIl vento gelido del Circolo Polare Artico soffia su Skellefteå, cittadina nel nord della Svezia che nel 2016 doveva diventare la capitale europea della transizione verde. Lì, Northvolt stava realizzando una delle gigafactory più promettenti del continente. Almeno questo è ciò che avevano venduto i promotori: un gruppo di ex manager di Tesla, tra cui l’italiano Paolo Cerruti.Oggi il sogno è affondato in un mare di debiti. Il conto finale, pubblicato ieri parla di 7,5 miliardi di buco con 5.000 lavoratori in disoccupazione compreso un buon numero di operai specializzati.Va detto che, come in tutte le tragedie, ci sono molti attori in gioco. Northvolt non era solo un’azienda. Era molto di più. Era il simbolo della rinascita industriale dell’Europa stanca di essere la cenerentola della tecnologia globale. L’idea era semplice: creare una produzione di batterie su larga scala per le auto elettriche, sconfiggere il monopolio cinese e diventare un punto di riferimento per l’auto mondiale.Northvolt, che aveva saputo attrarre una montagna di investimenti, tra cui quelli di colossi come Volkswagen e Goldman Sachs, è diventata la startup industriale più finanziata in tutta l’Unione europea. Tanto grandiosa era la visione quanto monumentale è stato il fallimento Perché? È saltato un finanziamento pubblico di 5 miliardi. Bmw, visti i ritardi nelle consegna ha tagliato una commessa da due miliardi. Infine la domanda di auto elettriche è risultata ben inferiore alle attese. E se non fosse stato abbastanza, ecco l’ennesima doccia fredda: il sogno di autonomia europea si è schiantato contro l’imponente muro delle gigafactory cinesi, che ormai detengono oltre l’80% della produzione globale di celle per batterie. Perché mentre l’Europa perde terreno, gli Stati Uniti ci ricordano che sanno come fare business. Ecco che arriva l’ennesima ironia della sorte: la startup statunitense Lyten compra la più grande fabbrica di batterie in Polonia, un ex impianto di Northvolt. Non solo il sogno europeo della transizione energetica si frantuma, ma ora anche gli Stati Uniti si portano via quello che rimane. Giusto per non farci mancare niente, Lyten, che ha ricevuto oltre 425 milioni di dollari in investimenti, si appresta a riprendere la produzione di batterie a Gdansk, mentre l’Europa resta a guardare, spettatrice di un gioco di cui non ha più il controllo.La lista delle gigafactory in Europa, che dovevano essere il cuore pulsante della rivoluzione verde, è più lunga di quanto si possa immaginare, ma la maggior parte delle fabbriche non ha mai prodotto nemmeno un centesimo del previsto. In Italia abbiamo l’esempio tragico di Termoli, più volte annunciata e mai nata. Ecco alcuni esempi di quello che avrebbe dovuto essere l’impero europeo delle batterie e che invece si sta dimostrando un pericoloso azzardo.•Northvolt: la più grande speranza che si è sciolta come neve al sole.•Volkswagen con la sua gigafactory tedesca a Salzgitter, che però è ancora ben lontana dall’autosufficienza.•Stellantis (Polonia e Francia): con investimenti importanti ma in costante difficoltà di crescita.•Tesla (Germania): con la sua gigafactory a Berlino, ma non è che le cose stiano andando proprio come previsto.•Catl (Ungheria, Germania, Spagna): un vero e proprio impero cinese che cresce e conquista.In tutto questo, l’unico dato certo sembra essere che l’Europa è sempre più dipendente dai fornitori esterni, e il sogno di un’autonomia industriale sembra ormai un ricordo lontano.C’è poco da fare: la transizione energetica europea, almeno nel settore delle batterie, sembra essere una gigantesca farsa. Ogni passo in avanti viene immediatamente seguito da un altro indietro, e i colossi asiatici non fanno altro che consolidare la loro posizione, mentre l’Europa continua a rincorrere un sogno che ormai ha tutte le caratteristiche di un’illusione.
L’aumento dei tassi reali giapponesi azzoppa il meccanismo del «carry trade», la divisa indiana non è più difesa dalla Banca centrale: ignorare l’effetto oscillazioni significa fare metà analisi del proprio portafoglio.
Il rischio di cambio resta il grande convitato di pietra per chi investe fuori dall’euro, mentre l’attenzione è spesso concentrata solo su azioni e bond. Gli ultimi scossoni su yen giapponese e rupia indiana ricordano che la valuta può amplificare o azzerare i rendimenti di fondi ed Etf in valuta estera, trasformando un portafoglio «conservativo» in qualcosa di molto più volatile di quanto l’investitore percepisca.
Per Ursula von der Leyen è «inaccettabile» che gli europei siano i soli a sborsare per il Paese invaso. Perciò rilancia la confisca degli asset russi. Belgio e Ungheria però si oppongono. Così la Commissione pensa al piano B: l’ennesimo prestito, nonostante lo scandalo mazzette.
Per un attimo, Ursula von der Leyen è sembrata illuminata dal buon senso: «È inaccettabile», ha tuonato ieri, di fronte alla plenaria del Parlamento Ue a Strasburgo, pensare che «i contribuenti europei pagheranno da soli il conto» per il «fabbisogno finanziario dell’Ucraina», nel biennio 2026/2027. Ma è stato solo un attimo, appunto. La presidente della Commissione non aveva in mente i famigerati cessi d’oro dei corrotti ucraini, che si sono pappati gli aiuti occidentali. E nemmeno i funzionari lambiti dallo scandalo mazzette (Andrij Yermak), o addirittura coinvolti nell’inchiesta (Rustem Umerov), ai quali Volodymyr Zelensky ha rinnovato lo stesso la fiducia, tanto da mandarli a negoziare con gli americani a Ginevra. La tedesca non pretende che i nostri beneficati facciano pulizia. Piuttosto, vuole costringere Mosca a sborsare il necessario per Kiev. «Nell’ultimo Consiglio europeo», ha ricordato ai deputati riuniti, «abbiamo presentato un documento di opzioni» per sostenere il Paese sotto attacco. «Questo include un’opzione sui beni russi immobilizzati. Il passo successivo», ha dunque annunciato, sarà «un testo giuridico», che l’esecutivo è pronto a presentare.
Luis de Guindos (Ansa)
Nel «Rapporto stabilità finanziaria» il vice di Christine Lagarde parla di «vulnerabilità» e «bruschi aggiustamenti». Debito in crescita, deficit fuori controllo e spese militari in aumento fanno di Parigi l’anello debole dell’Unione.
A Francoforte hanno imparato l’arte delle allusioni. Parlano di «vulnerabilità» di «bruschi aggiustamenti». Ad ascoltare con attenzione, tra le righe si sente un nome che risuona come un brontolio lontano. Non serve pronunciarlo: basta dire crisi di fiducia, conti pubblici esplosivi, spread che si stiracchia al mattino come un vecchio atleta arrugginito per capire che l’ombra ha sede in Francia. L’elefante nella cristalleria finanziaria europea.
Manfred Weber (Ansa)
Manfred Weber rompe il compromesso con i socialisti e si allea con Ecr e Patrioti. Carlo Fidanza: «Ora lavoreremo sull’automotive».
La baronessa von Truppen continua a strillare «nulla senza l’Ucraina sull’Ucraina, nulla sull’Europa senza l’Europa» per dire a Donald Trump: non provare a fare il furbo con Volodymyr Zelensky perché è cosa nostra. Solo che Ursula von der Leyen come non ha un esercito europeo rischia di trovarsi senza neppure truppe politiche. Al posto della maggioranza Ursula ormai è sorta la «maggioranza Giorgia». Per la terza volta in un paio di settimane al Parlamento europeo è andato in frantumi il compromesso Ppe-Pse che sostiene la Commissione della baronessa per seppellire il Green deal che ha condannato l’industria - si veda l’auto - e l’economia europea alla marginalità economica.




