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2024-02-26
Giovane, «scorretto» e conservatore. Viaggio nel cattolicesimo africano
«L’Africa è il futuro del cattolicesimo». Non è la strampalata profezia di qualche buontempone, bensì il titolo di un pezzo uscito un anno fa sul laicissimo Le Monde a firma di Gaétan Supertino, il quale non ha che ripreso un pensiero comune: quello secondo cui la culla del cristianesimo che verrà si trova ora in quello che, dopo l’Asia, è il secondo continente del mondo e, in assoluto, quello con l’avvenire demografico più florido. Non a caso, avendo il 60% della sua popolazione di età inferiore ai 25 anni, l’Africa si è già guadagnata il titolo di «isola-Continente di Peter Pan», come notato da padre Giovanni Sale, docente di Storia della Chiesa contemporanea nella Pontificia università gregoriana di Roma; in tempi in cui quella della demografia sta diventando una legge sempre più decisiva, questo rende il continente nero un’area del pianeta che avrà sempre maggior peso.
A tal proposito, lo scorso ottobre il New York Times ha pubblicato un servizio di Declan Walsh in cui si notava come, mentre «i tassi di natalità stanno crollando nelle nazioni più ricche, creando ansia su come prendersi cura e finanziare le loro società che invecchiano, il baby boom africano continua a ritmo sostenuto, alimentando la popolazione più giovane e in più rapida crescita del pianeta». Walsh rilevava altresì come l’Africa sia demograficamente in vantaggio pure sugli altri giganti del pianeta, che - approfittando del declino dell’Occidente - si candidano ad avere un ruolo di leadership, dato che nel continente «l’età media è di 19 anni. In India, il Paese più popoloso del mondo, è di 28 anni. In Cina e negli Stati Uniti è di 38 anni». Di questo passo, entro il 2100 gli africani, che potrebbero essere più di 4 miliardi, costituiranno quasi il 40% della popolazione mondiale.
Dunque davvero da quel continente passa -e passerà - il futuro del pianeta; il punto, tornando a noi, è che in esso si gioca pure il destino del cristianesimo, i cui dati di crescita sono semplicemente impressionanti. Se infatti nel 1881 il grande missionario Daniele Comboni moriva a Khartum, in Sudan, dopo aver dato uno straordinario impulso all’evangelizzazione del continente, durante il XX secolo, la popolazione cattolica dell’Africa sub-sahariana è passata da 1,9 milioni a oltre 130 milioni - con un tasso di crescita di quasi 7%. Un ritmo sbalorditivo considerando che, a ridosso della vita di Gesù Cristo, l’allora nuova religione avanzava ogni anno del 3,5%. Ciò ha fatto sì che, se gli africani avevano iniziato il secolo scorso che erano appena dell’1% della popolazione cattolica mondiale, hanno salutato l’alba del terzo millennio essendone divenuti circa il 16%.
Un’esplosione spinta sia dalle conversioni sia dalle vocazioni. Basti dire che, se nel 1960 soltanto 2.087 seminaristi africani si preparavano per il sacerdozio, nel 2011 quel numero era salito a 27.483, con un aumento di oltre il 1.200%. Significa che mentre i seminari europei, sull’onda lunga di quel 1968 che ha contaminato anche la Chiesa - come denunciato coraggiosamente da Joseph Ratzinger - si svuotavano a ritmo crescente, in quelli africani registravano una impennata di vocazioni. Attualmente, su una popolazione mondiale di 1,36 miliardi di cattolici, gli africani sono 236 milioni, pari al 20% del totale; ma in realtà potrebbe ancora trattarsi di una sottostima, rispetto al dato effettivo. Il perché lo spiegava quasi un decennio fa il grande sociologo delle religioni Rodney Stark, che rilevava come «sul cattolicesimo africano» ci sia «un profondo mistero» perché «per molti Paesi africani le statistiche ufficiali riportano un numero molto inferiore di fedeli rispetto al numero indicato dai sondaggi Gallup».
«La spiegazione migliore cui sono riuscito ad arrivare», aggiungeva Stark per spiegare detto «mistero», «è che la crescita» dei cattolici in Africa abbia «superato a tal punto la capacità dei preti locali di stare al passo con le celebrazioni di vitale importanza come battesimi, cresime e confessioni, che hanno finito col trascurare di tenere aggiornati gli archivi» (The Triumph of Faith, 2015). Questa crescita continua e perfino difficile da registrare ha portato il World Christian Database a prevedere che, se oggi l’Africa ospita come si diceva il 20% dei cattolici del mondo, entro il 2050 ne avrà il 32%: uno su tre.
Ora, per quanto possa apparire già notevole, la forza del cristianesimo che va diffondendosi nel continente nero più che nei numeri è nell’ardore della fede. «I cattolici africani non stanno semplicemente crescendo di numero», ha osservato Stan Chu Ilo, docente ricercatore di cristianesimo mondiale e studi africani presso il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University di Chicago, «stanno reinventando e reinterpretando il cristianesimo. Lo stanno infondendo con un nuovo linguaggio e vitalità spirituale attraverso modi unici di adorare Dio». Rispetto alla dottrina, molti si sono resi conto dell’attenzione alla morale della Chiesa africana solo alla luce della sua recente opposizione al documento Fiducia Supplicans sulle benedizioni delle coppie irregolari, omosessuali incluse, ma in realtà è una sua caratteristica da tempo e non riducibile ad alcuni suoi esponenti conservatori, il più noto dei quali è senza dubbio il cardinale Robert Sarah.
Non per nulla, in un articolo del febbraio 2023 sul settimanale Mail & Guardian, Russell Pollitt, direttore dell’Istituto dei gesuiti del Sud Africa, avvisava: «I vescovi africani saranno d’accordo con Francesco su diverse questioni che spesso affronta: povertà, cura dell’ambiente, ingiustizia sociale, corruzione e guerra. Tuttavia, molti di questi prelati si opporranno e resteranno fermi contro le istanze progressiste di Francesco. Ciò è particolarmente chiaro quando si tratta di questioni come l’omosessualità, la struttura della chiesa e il ruolo delle donne». Un ammonimento che, con la pubblicazione di Fiducia Supplicans appunto, si è rivelato quanto mai fondato; non è finita. Un altro tratto della giovane Chiesa d’Africa - forse il più significativo - è quello di essere, oltre che povera ed ancorata alla dottrina, martire. A differenza delle comunità cattoliche occidentali, pronte alle «aperture» su rivendicazioni Lgbt, divorziati risposati, ecc. - ma ridotte al lumicino in chiese desertificate - le comunità africane che tengono il punto sulla morale sono infatti pure quelle nel mirino del fondamentalismo islamico, e che testimoniano la fede col sangue.
L’esempio più lampante è la Nigeria, Paese nel mondo dove, secondo Open Doors, è stata massacrata la grandissima parte dei cristiani morti uccisi nel 2023 - 4.118 su 4.998 -, nonché quello col maggior numero di cristiani rapiti - 3.300 su 3.906 - e che ha visto attacchi a qualcosa come 750 chiese: in pratica, più di due al giorno. Numeri sconvolgenti, ma che potrebbero ancora esser sottostime. Secondo l’International Society for civil liberties and rule of law (Intersociety), infatti, i cristiani nigeriani uccisi lo scorso anno sarebbero addirittura oltre 8.000 (8.222); per questo Crux ha scritto che «in Nigeria c’è un “genocidio silenzioso” contro i cristiani».
Eppure, secondo i dati del Center for applied research in the apostolate (Cara) della Georgetown University, la Nigeria è pure il Paese dove i cristiani vanno più a Messa in tutto il pianeta, con un incredibile 94% di cattolici adulti che dichiara di parteciparvi almeno una volta la settimana. Con buona pace delle gerarchie ecclesiastiche che ancora guardano a Berlino, Parigi o a Washington, il cristianesimo del futuro - ma forse già del presente - è dunque quello d’Africa: povero, in crescita, giovanissimo e pronto al martirio. Ex Africa semper aliquid novi, diceva già Plinio il Vecchio, «dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo». 2.000 anni dopo resta più vero che mai, specie per la Chiesa.
«Le stragi islamiche non svuotano le chiese»
Tra i tanti in Italia, che a livello politico e non solo, da qualche tempo si occupano del tema dell’Africa, di fatto pochi possono vantarne - specie con riferimento ad uno stato chiave come Nigeria - la conoscenza diretta di Emmanuele Di Leo. Classe 1979, romano, fondatore e Presidente dell’organizzazione umanitaria, Steadfast (www.steadfast.ngo), Di Leo si reca difatti regolarmente in quello che da molti osservatori è ritenuto il «Continente del futuro» e, proprio per questo, La Verità l’ha contattato.
Di Leo, cosa ricorda del suo primo viaggio in Nigeria?
«Ci sono stato frequentemente, sono arrivato ad andarci fino a sette volte l’anno, ma ricordo bene il primo impatto con quel Paese. Era il 2011, compresi con una domanda futile al mio interlocutore che l’approccio che avrei dovuto avere con l’Africa non doveva essere occidentale, dovevo rimodulare il mio stile di vita su quello africano, ricominciando come un bambino a conoscere una nuova cultura per potermi integrare. La domanda che feci - ero appena arrivato ed era circa mezzogiorno - fu: “Ma qui a che ora si mangia?”. Mi fu prontamente risposto: “Ecco la prima regola qui in Africa: si mangia quando hai fame e c’è cibo”. Fu per me una gran lezione».
Perché?
«Sentii che dovevo dismettere i panni dell’occidentale che dall’alto della sua cultura si pone sul piedistallo, dando tutto per scontato. Perché non sempre è così. Come dal punto di vista valoriale, al contrario ad oggi sono proprio gli africani a detenere la difesa di alcuni valori, come la famiglia e il senso di comunità».
Come Steadfast che attività promuovete?
«Stiamo finalmente realizzando, dopo nove anni di fatiche - compreso il Covid - anche per ottenere i permessi necessari, un politecnico universitario, poi abbiamo un piccolo ospedale con 20 posti letto, due scuole, tre orfanotrofi con circa 800 bambini. Pilastro fondamentale della nostra azione è l’educazione. Vogliamo offrire ai ragazzi dei villaggi, scuole di primo grado, di secondo grado e università, così da garantir loro una professionalità completa per cambiare i territori in cui vivono, e poi c’erano le officine metalmeccaniche».
C’erano?
«Sì, perché queste officine, per realizzare le quali avevamo anche portato in Italia per un congruo periodo di formazione professionale 70 giovani nigeriani, nel 2019 sono state completamente distrutte dai pastori fulani, che, come Attila, dove passano lasciano macerie e distruzione».
Chi sono i fulani?
«Sono un’etnia nomade di pastori musulmani, nascono in Medio Oriente e hanno iniziato ad attecchire nel nord della Nigeria ed in altri Paesi africani. Si muovono con la scusa del cambiamento climatico, con la chiara intenzione di “fulanizzare” tutta la Nigeria. Evidente mira espansionistica per avere un loro Stato, nello specifico ricco di materie prime - diamanti, oro, rame, legname, eccetera - e privo di cristiani».
Eppure, nonostante le minacce e spesso le carneficine compiute dagli estremisti islamici, i cristiani nigeriani sono quelli che, nel mondo, vanno più a messa. Una lezione per la fede spesso stanca dell’Occidente?
«Assolutamente sì. Ricollegandomi alla prima volta che ho messo piede in Africa, una delle cose che mi ha sempre colpito della scala valoriale della vita di un nigeriano è che, prima di ogni cosa, viene Dio. Nel 2018 ho poi assistito ad evento che mi ha colpito molto. Mi avevano portato a conoscere un giovane sacerdote molto in gamba, padre Mbaka - le sue omelie, pensi, vengono ascoltate in città e nei villaggi, ad alto volume -, a uno dei due eventi che organizza ogni settimana, uno la domenica mattina e l’altro il giovedì, è una veglia notturna. Sono rimasto impressionato: avrò avuto davanti a me 40.000 persone, la maggior parte giovani che, circondando un altare con il Santissimo esposto per tutta la notte, formavano una sorta di palazzetto dello sport. Si pregava, si parlava di attualità, si cantava. Insomma, era una sorta di “rave cristiano”».
C’è quindi una fede ardente da quelle parti.
«Le messe durano tre o quattro ore e lì l’offertorio è molto essenziale e pratico, c’è sì chi porge denaro ma pure, per dirle, chi porta la gallina o una capra. Ognuno offre quel che può».
A proposito di Africa, che cosa pensa del piano Mattei?
«Ne sono un sostenitore convinto. Se da un lato l’Occidente si è storicamente posto sul piedistallo rispetto all’Africa, peraltro con esiti tutt’altro che felici - basti vedere ai risultati fallimentari della Francia in Sahel, dove la destabilizzazione è evidente -, dall’altro ora è in atto un cambiamento di visione nei confronti del nostro Paese. L’aspettativa è altissima, c’è una grande speranza da parte dei governi, anche se poi è normale, come abbiamo visto nella conferenza Italia-Africa, che ci sia anche un sentimento di timore di fronte al rischio dell’ennesima colonizzazione. Ma se Giorgia Meloni continua sulla strada intrapresa, di un lavoro alla pari, non predatorio, ma cooperativo per costruire un’Africa nuova - ma anche un’Europa nuova, perché l’Africa può dare molto all’Europa - sarà la chiave vincente. Sono quasi convinto che da qui a 10 anni questa politica estera farà sì che l’Italia sarà in collaborazione feconda con la maggior parte dei Paesi africani».
Cosa risponde a chi dice che il piano Mattei sarebbe una sorta di scatola vuota?
«Chi dice questo è il classico venditore di fumo e non conosce la materia, perché questo è un piano mastodontico ed epocale che ha bisogno di tempo. Chiaro, non è qualcosa di semplice da realizzarsi, ma a me non sembra affatto vuoto, anzi; né mi pare che il premier Meloni si muova in modo inconcludente, tutt’altro, come per esempio insegnano gli accordi sul gas con l’Algeria. Di questo passo, sullo scacchiere europeo l’Italia potrebbe diventare la nuova Germania».
Pio XII già denunciava la propaganda atea degli ex colonizzatori
Se da una parte è indubbio, numeri alla mano, come l’Africa abbia oggi già in grembo il cristianesimo del futuro, dall’altra sarebbe storicamente sbagliato immaginare il legame tra questo grande continente e la Chiesa come qualcosa di nuovo. Anche se in pochi lo sanno, infatti, degli oltre 200 pontefici susseguitisi dopo san Pietro, la Chiesa - peraltro quella dei primi secoli - ha già avuto non uno, bensì tre papi africani. Si tratta di san Vittore I (189-201), san Milziade (311-314) e Gelasio I (492-496). Lo stesso Agostino d’Ippona (354-430), santo d’importanza eccezionale per i cristiani, nacque com’è noto a Tagaste, città africana, e, precisamente, algerina.
Tutte queste figure, a ben vedere, dicono molto del rilievo che, fin dalla fine del secondo secolo, la Chiesa africana doveva avere per Roma. Prima con i Vandali e a seguire, poi, con l’invasione musulmana, per il grande continente a sud del Mediterraneo venne però un periodo di grande eclissi, che lo portò a lungo fuori dai radar della latinità e della cristianità. Il rapporto tra Roma e l’Africa si è riallacciato dapprima grazie all’infaticabile opera dei missionari e poi con la progressiva organizzazione dell’episcopato africano, con gli stessi pontefici, specie dopo la Seconda Guerra Mondiale, che sono tornati ad occuparsi direttamente della terra africana, vista come un tesoro per tutta la Chiesa cattolica.
Basti vedere cosa scriveva nella sua lettera enciclica Fidei Donum del 21 aprile 1957 papa Eugenio Pacelli, allorquando sottolineava che «l’espansione della Chiesa in Africa durante gli ultimi decenni ha da essere senza dubbio, per i cristiani, motivo di gioia e di fierezza» non senza denunciare - con straordinario anticipo sui tempi - quella che oggi si potrebbe chiamare una colonizzazione ideologica da parte dell’Occidente. «In molte regioni dell’Africa», scriveva infatti sempre Pio XII, «vengono diffusi i germi di turbolenze dai seguaci del “materialismo” ateo, i quali attizzano le passioni, eccitano l’odio d’un popolo contro l’altro, sfruttano alcune tristi condizioni per sedurre gli spiriti con fallaci miraggi per seminare la ribellione nei cuori».
Un evento significativo nel riallacciare i rapporti tra Roma e l’Africa avvenne poi nel marzo del 1960, quando papa Giovanni XXIII elevò il tanzaniano Laurean Rugambwa a primo cardinale africano della storia contemporanea. Il 31 luglio 1969, nella celebrazione eucaristica a conclusione del Symposium dei vescovi dell’Africa, rilevanti furono inoltre le parole di papa Paolo VI, che disse: «La Chiesa africana ha davanti a sé un compito originale ed immenso: essa deve rivolgersi come una “madre e maestra” a tutti i figli di questa terra del sole». Questa «terra del sole» entrò anche nel cuore di Karol Wojtyla, il quale in Africa fece numerosissimi apostolici, toccando ben 41 dei 56 Stati - cinque per due volte, e due per tre volte - che compongono l’immenso continente da oltre 1,2 miliardi di abitanti.
Prima di papa Francesco - che lo scorso anno ha compiuto un pellegrinaggio di pace nella Repubblica democratica del Congo e in sud Sudan -, del grande continente si è occupato anche Benedetto XVI, che nell’omelia tenuta domenica 4 ottobre 2009 ha affermato che «l’Africa rappresenta un immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza». Le dimensioni di questo «“polmone” spirituale», come mettono in luce gli indicatori demografici, risultano davvero già oggi notevoli; e in futuro lo saranno ancor di più.
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Sacerdoti e battezzati crescono a ritmi sbalorditivi, al punto che nel 2050 un fedele su tre vivrà nel continente. E a differenza della vecchia Europa, la loro fede resta ancorata alla dottrina, come mostra l’opposizione (trasversale) alle benedizioni delle coppie gay.Il fondatore dell’associazione Steadfast Emmanuele Di Leo: «In Nigeria le messe durano tre o quattro ore, ho visto anche veglie notturne durante la settimana partecipate da migliaia di ragazzi. Col piano Mattei finalmente l’Europa tratta i suoi interlocutori da pari a pari».Da Pio XII in poi i papi del Novecento «riscoprirono» la «terra del sole». Wojtyla viaggiò in 41 dei 56 Stati.Lo speciale contiene tre articoli.«L’Africa è il futuro del cattolicesimo». Non è la strampalata profezia di qualche buontempone, bensì il titolo di un pezzo uscito un anno fa sul laicissimo Le Monde a firma di Gaétan Supertino, il quale non ha che ripreso un pensiero comune: quello secondo cui la culla del cristianesimo che verrà si trova ora in quello che, dopo l’Asia, è il secondo continente del mondo e, in assoluto, quello con l’avvenire demografico più florido. Non a caso, avendo il 60% della sua popolazione di età inferiore ai 25 anni, l’Africa si è già guadagnata il titolo di «isola-Continente di Peter Pan», come notato da padre Giovanni Sale, docente di Storia della Chiesa contemporanea nella Pontificia università gregoriana di Roma; in tempi in cui quella della demografia sta diventando una legge sempre più decisiva, questo rende il continente nero un’area del pianeta che avrà sempre maggior peso. A tal proposito, lo scorso ottobre il New York Times ha pubblicato un servizio di Declan Walsh in cui si notava come, mentre «i tassi di natalità stanno crollando nelle nazioni più ricche, creando ansia su come prendersi cura e finanziare le loro società che invecchiano, il baby boom africano continua a ritmo sostenuto, alimentando la popolazione più giovane e in più rapida crescita del pianeta». Walsh rilevava altresì come l’Africa sia demograficamente in vantaggio pure sugli altri giganti del pianeta, che - approfittando del declino dell’Occidente - si candidano ad avere un ruolo di leadership, dato che nel continente «l’età media è di 19 anni. In India, il Paese più popoloso del mondo, è di 28 anni. In Cina e negli Stati Uniti è di 38 anni». Di questo passo, entro il 2100 gli africani, che potrebbero essere più di 4 miliardi, costituiranno quasi il 40% della popolazione mondiale. Dunque davvero da quel continente passa -e passerà - il futuro del pianeta; il punto, tornando a noi, è che in esso si gioca pure il destino del cristianesimo, i cui dati di crescita sono semplicemente impressionanti. Se infatti nel 1881 il grande missionario Daniele Comboni moriva a Khartum, in Sudan, dopo aver dato uno straordinario impulso all’evangelizzazione del continente, durante il XX secolo, la popolazione cattolica dell’Africa sub-sahariana è passata da 1,9 milioni a oltre 130 milioni - con un tasso di crescita di quasi 7%. Un ritmo sbalorditivo considerando che, a ridosso della vita di Gesù Cristo, l’allora nuova religione avanzava ogni anno del 3,5%. Ciò ha fatto sì che, se gli africani avevano iniziato il secolo scorso che erano appena dell’1% della popolazione cattolica mondiale, hanno salutato l’alba del terzo millennio essendone divenuti circa il 16%. Un’esplosione spinta sia dalle conversioni sia dalle vocazioni. Basti dire che, se nel 1960 soltanto 2.087 seminaristi africani si preparavano per il sacerdozio, nel 2011 quel numero era salito a 27.483, con un aumento di oltre il 1.200%. Significa che mentre i seminari europei, sull’onda lunga di quel 1968 che ha contaminato anche la Chiesa - come denunciato coraggiosamente da Joseph Ratzinger - si svuotavano a ritmo crescente, in quelli africani registravano una impennata di vocazioni. Attualmente, su una popolazione mondiale di 1,36 miliardi di cattolici, gli africani sono 236 milioni, pari al 20% del totale; ma in realtà potrebbe ancora trattarsi di una sottostima, rispetto al dato effettivo. Il perché lo spiegava quasi un decennio fa il grande sociologo delle religioni Rodney Stark, che rilevava come «sul cattolicesimo africano» ci sia «un profondo mistero» perché «per molti Paesi africani le statistiche ufficiali riportano un numero molto inferiore di fedeli rispetto al numero indicato dai sondaggi Gallup».«La spiegazione migliore cui sono riuscito ad arrivare», aggiungeva Stark per spiegare detto «mistero», «è che la crescita» dei cattolici in Africa abbia «superato a tal punto la capacità dei preti locali di stare al passo con le celebrazioni di vitale importanza come battesimi, cresime e confessioni, che hanno finito col trascurare di tenere aggiornati gli archivi» (The Triumph of Faith, 2015). Questa crescita continua e perfino difficile da registrare ha portato il World Christian Database a prevedere che, se oggi l’Africa ospita come si diceva il 20% dei cattolici del mondo, entro il 2050 ne avrà il 32%: uno su tre. Ora, per quanto possa apparire già notevole, la forza del cristianesimo che va diffondendosi nel continente nero più che nei numeri è nell’ardore della fede. «I cattolici africani non stanno semplicemente crescendo di numero», ha osservato Stan Chu Ilo, docente ricercatore di cristianesimo mondiale e studi africani presso il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University di Chicago, «stanno reinventando e reinterpretando il cristianesimo. Lo stanno infondendo con un nuovo linguaggio e vitalità spirituale attraverso modi unici di adorare Dio». Rispetto alla dottrina, molti si sono resi conto dell’attenzione alla morale della Chiesa africana solo alla luce della sua recente opposizione al documento Fiducia Supplicans sulle benedizioni delle coppie irregolari, omosessuali incluse, ma in realtà è una sua caratteristica da tempo e non riducibile ad alcuni suoi esponenti conservatori, il più noto dei quali è senza dubbio il cardinale Robert Sarah.Non per nulla, in un articolo del febbraio 2023 sul settimanale Mail & Guardian, Russell Pollitt, direttore dell’Istituto dei gesuiti del Sud Africa, avvisava: «I vescovi africani saranno d’accordo con Francesco su diverse questioni che spesso affronta: povertà, cura dell’ambiente, ingiustizia sociale, corruzione e guerra. Tuttavia, molti di questi prelati si opporranno e resteranno fermi contro le istanze progressiste di Francesco. Ciò è particolarmente chiaro quando si tratta di questioni come l’omosessualità, la struttura della chiesa e il ruolo delle donne». Un ammonimento che, con la pubblicazione di Fiducia Supplicans appunto, si è rivelato quanto mai fondato; non è finita. Un altro tratto della giovane Chiesa d’Africa - forse il più significativo - è quello di essere, oltre che povera ed ancorata alla dottrina, martire. A differenza delle comunità cattoliche occidentali, pronte alle «aperture» su rivendicazioni Lgbt, divorziati risposati, ecc. - ma ridotte al lumicino in chiese desertificate - le comunità africane che tengono il punto sulla morale sono infatti pure quelle nel mirino del fondamentalismo islamico, e che testimoniano la fede col sangue.L’esempio più lampante è la Nigeria, Paese nel mondo dove, secondo Open Doors, è stata massacrata la grandissima parte dei cristiani morti uccisi nel 2023 - 4.118 su 4.998 -, nonché quello col maggior numero di cristiani rapiti - 3.300 su 3.906 - e che ha visto attacchi a qualcosa come 750 chiese: in pratica, più di due al giorno. Numeri sconvolgenti, ma che potrebbero ancora esser sottostime. Secondo l’International Society for civil liberties and rule of law (Intersociety), infatti, i cristiani nigeriani uccisi lo scorso anno sarebbero addirittura oltre 8.000 (8.222); per questo Crux ha scritto che «in Nigeria c’è un “genocidio silenzioso” contro i cristiani».Eppure, secondo i dati del Center for applied research in the apostolate (Cara) della Georgetown University, la Nigeria è pure il Paese dove i cristiani vanno più a Messa in tutto il pianeta, con un incredibile 94% di cattolici adulti che dichiara di parteciparvi almeno una volta la settimana. Con buona pace delle gerarchie ecclesiastiche che ancora guardano a Berlino, Parigi o a Washington, il cristianesimo del futuro - ma forse già del presente - è dunque quello d’Africa: povero, in crescita, giovanissimo e pronto al martirio. Ex Africa semper aliquid novi, diceva già Plinio il Vecchio, «dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo». 2.000 anni dopo resta più vero che mai, specie per la Chiesa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cattolicesimo-africa-futuro-2667364704.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-stragi-islamiche-non-svuotano-le-chiese" data-post-id="2667364704" data-published-at="1708948209" data-use-pagination="False"> «Le stragi islamiche non svuotano le chiese» Tra i tanti in Italia, che a livello politico e non solo, da qualche tempo si occupano del tema dell’Africa, di fatto pochi possono vantarne - specie con riferimento ad uno stato chiave come Nigeria - la conoscenza diretta di Emmanuele Di Leo. Classe 1979, romano, fondatore e Presidente dell’organizzazione umanitaria, Steadfast (www.steadfast.ngo), Di Leo si reca difatti regolarmente in quello che da molti osservatori è ritenuto il «Continente del futuro» e, proprio per questo, La Verità l’ha contattato. Di Leo, cosa ricorda del suo primo viaggio in Nigeria? «Ci sono stato frequentemente, sono arrivato ad andarci fino a sette volte l’anno, ma ricordo bene il primo impatto con quel Paese. Era il 2011, compresi con una domanda futile al mio interlocutore che l’approccio che avrei dovuto avere con l’Africa non doveva essere occidentale, dovevo rimodulare il mio stile di vita su quello africano, ricominciando come un bambino a conoscere una nuova cultura per potermi integrare. La domanda che feci - ero appena arrivato ed era circa mezzogiorno - fu: “Ma qui a che ora si mangia?”. Mi fu prontamente risposto: “Ecco la prima regola qui in Africa: si mangia quando hai fame e c’è cibo”. Fu per me una gran lezione». Perché? «Sentii che dovevo dismettere i panni dell’occidentale che dall’alto della sua cultura si pone sul piedistallo, dando tutto per scontato. Perché non sempre è così. Come dal punto di vista valoriale, al contrario ad oggi sono proprio gli africani a detenere la difesa di alcuni valori, come la famiglia e il senso di comunità». Come Steadfast che attività promuovete? «Stiamo finalmente realizzando, dopo nove anni di fatiche - compreso il Covid - anche per ottenere i permessi necessari, un politecnico universitario, poi abbiamo un piccolo ospedale con 20 posti letto, due scuole, tre orfanotrofi con circa 800 bambini. Pilastro fondamentale della nostra azione è l’educazione. Vogliamo offrire ai ragazzi dei villaggi, scuole di primo grado, di secondo grado e università, così da garantir loro una professionalità completa per cambiare i territori in cui vivono, e poi c’erano le officine metalmeccaniche». C’erano? «Sì, perché queste officine, per realizzare le quali avevamo anche portato in Italia per un congruo periodo di formazione professionale 70 giovani nigeriani, nel 2019 sono state completamente distrutte dai pastori fulani, che, come Attila, dove passano lasciano macerie e distruzione». Chi sono i fulani? «Sono un’etnia nomade di pastori musulmani, nascono in Medio Oriente e hanno iniziato ad attecchire nel nord della Nigeria ed in altri Paesi africani. Si muovono con la scusa del cambiamento climatico, con la chiara intenzione di “fulanizzare” tutta la Nigeria. Evidente mira espansionistica per avere un loro Stato, nello specifico ricco di materie prime - diamanti, oro, rame, legname, eccetera - e privo di cristiani». Eppure, nonostante le minacce e spesso le carneficine compiute dagli estremisti islamici, i cristiani nigeriani sono quelli che, nel mondo, vanno più a messa. Una lezione per la fede spesso stanca dell’Occidente? «Assolutamente sì. Ricollegandomi alla prima volta che ho messo piede in Africa, una delle cose che mi ha sempre colpito della scala valoriale della vita di un nigeriano è che, prima di ogni cosa, viene Dio. Nel 2018 ho poi assistito ad evento che mi ha colpito molto. Mi avevano portato a conoscere un giovane sacerdote molto in gamba, padre Mbaka - le sue omelie, pensi, vengono ascoltate in città e nei villaggi, ad alto volume -, a uno dei due eventi che organizza ogni settimana, uno la domenica mattina e l’altro il giovedì, è una veglia notturna. Sono rimasto impressionato: avrò avuto davanti a me 40.000 persone, la maggior parte giovani che, circondando un altare con il Santissimo esposto per tutta la notte, formavano una sorta di palazzetto dello sport. Si pregava, si parlava di attualità, si cantava. Insomma, era una sorta di “rave cristiano”». C’è quindi una fede ardente da quelle parti. «Le messe durano tre o quattro ore e lì l’offertorio è molto essenziale e pratico, c’è sì chi porge denaro ma pure, per dirle, chi porta la gallina o una capra. Ognuno offre quel che può». A proposito di Africa, che cosa pensa del piano Mattei? «Ne sono un sostenitore convinto. Se da un lato l’Occidente si è storicamente posto sul piedistallo rispetto all’Africa, peraltro con esiti tutt’altro che felici - basti vedere ai risultati fallimentari della Francia in Sahel, dove la destabilizzazione è evidente -, dall’altro ora è in atto un cambiamento di visione nei confronti del nostro Paese. L’aspettativa è altissima, c’è una grande speranza da parte dei governi, anche se poi è normale, come abbiamo visto nella conferenza Italia-Africa, che ci sia anche un sentimento di timore di fronte al rischio dell’ennesima colonizzazione. Ma se Giorgia Meloni continua sulla strada intrapresa, di un lavoro alla pari, non predatorio, ma cooperativo per costruire un’Africa nuova - ma anche un’Europa nuova, perché l’Africa può dare molto all’Europa - sarà la chiave vincente. Sono quasi convinto che da qui a 10 anni questa politica estera farà sì che l’Italia sarà in collaborazione feconda con la maggior parte dei Paesi africani». Cosa risponde a chi dice che il piano Mattei sarebbe una sorta di scatola vuota? «Chi dice questo è il classico venditore di fumo e non conosce la materia, perché questo è un piano mastodontico ed epocale che ha bisogno di tempo. Chiaro, non è qualcosa di semplice da realizzarsi, ma a me non sembra affatto vuoto, anzi; né mi pare che il premier Meloni si muova in modo inconcludente, tutt’altro, come per esempio insegnano gli accordi sul gas con l’Algeria. Di questo passo, sullo scacchiere europeo l’Italia potrebbe diventare la nuova Germania». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cattolicesimo-africa-futuro-2667364704.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pio-xii-gia-denunciava-la-propaganda-atea-degli-ex-colonizzatori" data-post-id="2667364704" data-published-at="1708948209" data-use-pagination="False"> Pio XII già denunciava la propaganda atea degli ex colonizzatori Se da una parte è indubbio, numeri alla mano, come l’Africa abbia oggi già in grembo il cristianesimo del futuro, dall’altra sarebbe storicamente sbagliato immaginare il legame tra questo grande continente e la Chiesa come qualcosa di nuovo. Anche se in pochi lo sanno, infatti, degli oltre 200 pontefici susseguitisi dopo san Pietro, la Chiesa - peraltro quella dei primi secoli - ha già avuto non uno, bensì tre papi africani. Si tratta di san Vittore I (189-201), san Milziade (311-314) e Gelasio I (492-496). Lo stesso Agostino d’Ippona (354-430), santo d’importanza eccezionale per i cristiani, nacque com’è noto a Tagaste, città africana, e, precisamente, algerina. Tutte queste figure, a ben vedere, dicono molto del rilievo che, fin dalla fine del secondo secolo, la Chiesa africana doveva avere per Roma. Prima con i Vandali e a seguire, poi, con l’invasione musulmana, per il grande continente a sud del Mediterraneo venne però un periodo di grande eclissi, che lo portò a lungo fuori dai radar della latinità e della cristianità. Il rapporto tra Roma e l’Africa si è riallacciato dapprima grazie all’infaticabile opera dei missionari e poi con la progressiva organizzazione dell’episcopato africano, con gli stessi pontefici, specie dopo la Seconda Guerra Mondiale, che sono tornati ad occuparsi direttamente della terra africana, vista come un tesoro per tutta la Chiesa cattolica. Basti vedere cosa scriveva nella sua lettera enciclica Fidei Donum del 21 aprile 1957 papa Eugenio Pacelli, allorquando sottolineava che «l’espansione della Chiesa in Africa durante gli ultimi decenni ha da essere senza dubbio, per i cristiani, motivo di gioia e di fierezza» non senza denunciare - con straordinario anticipo sui tempi - quella che oggi si potrebbe chiamare una colonizzazione ideologica da parte dell’Occidente. «In molte regioni dell’Africa», scriveva infatti sempre Pio XII, «vengono diffusi i germi di turbolenze dai seguaci del “materialismo” ateo, i quali attizzano le passioni, eccitano l’odio d’un popolo contro l’altro, sfruttano alcune tristi condizioni per sedurre gli spiriti con fallaci miraggi per seminare la ribellione nei cuori». Un evento significativo nel riallacciare i rapporti tra Roma e l’Africa avvenne poi nel marzo del 1960, quando papa Giovanni XXIII elevò il tanzaniano Laurean Rugambwa a primo cardinale africano della storia contemporanea. Il 31 luglio 1969, nella celebrazione eucaristica a conclusione del Symposium dei vescovi dell’Africa, rilevanti furono inoltre le parole di papa Paolo VI, che disse: «La Chiesa africana ha davanti a sé un compito originale ed immenso: essa deve rivolgersi come una “madre e maestra” a tutti i figli di questa terra del sole». Questa «terra del sole» entrò anche nel cuore di Karol Wojtyla, il quale in Africa fece numerosissimi apostolici, toccando ben 41 dei 56 Stati - cinque per due volte, e due per tre volte - che compongono l’immenso continente da oltre 1,2 miliardi di abitanti. Prima di papa Francesco - che lo scorso anno ha compiuto un pellegrinaggio di pace nella Repubblica democratica del Congo e in sud Sudan -, del grande continente si è occupato anche Benedetto XVI, che nell’omelia tenuta domenica 4 ottobre 2009 ha affermato che «l’Africa rappresenta un immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza». Le dimensioni di questo «“polmone” spirituale», come mettono in luce gli indicatori demografici, risultano davvero già oggi notevoli; e in futuro lo saranno ancor di più.
Igor Protti (Getty Images)
È accaduto a Igor Protti, bomber di popolo, non benedetto dalle stelle come Maradona o Gianni Rivera - suo idolo di ragazzino - ma con una carriera costruita a suon di sgroppate da record: 669 gare e 257 gol, unico calciatore diventato capocannoniere della Serie A militando in una squadra poi retrocessa, il Bari, e unico, assieme a quel Dario Hubner che con lui incarna la cifra stilistica dei centravanti identitari degli anni Novanta, ad aver vinto la classifica dei goleador nella massima serie, ma anche in B e in C1. «Oggi sarebbe capitano della nazionale», dice Paolo Di Canio, quasi a sottolineare la differenza tra l’epoca in cui gli azzurri potevano permettersi di non convocare un super-bomber e la triste attualità in cui sono costretti a elemosinare i servigi di un Moise Kean qualunque. Protti è morto ieri a 58 anni, rosicchiato da un tumore al colon diagnosticato nel luglio 2025, dieci giorni dopo aver terminato di girare Igor, l’eroe romantico del calcio, documentario di Luca Dal Canto sulla sua parabola da eroe di tre mondi: Rimini, città dove è nato il 24 settembre 1967, Livorno, dove è sbocciato e poi ha concluso la carriera, oltre a Bari, in cui si è guadagnato il soprannome di «Zar», un tutt’uno con la vocazione del capoluogo pugliese a dominare il levante. «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale, sperando sia un arrivederci e non un addio», ha sospirato nel suo ultimo messaggio. Il tempo per rivederlo ci sarà: domani la salma sarà esposta allo stadio Romeo Neri di Rimini, poi al Picchi di Livorno, dopodiché verrà cremata, le ceneri raggiungeranno lo stadio San Nicola di Bari prima di essere disperse nel suo mar Adriatico. Lo stesso mare che lo ha visto debuttare a 17 anni in prima squadra con la casacca del Rimini, sfidando in C1 la Spal.
A schierarlo titolare è Arrigo Sacchi, ma Igor, ai tempi centrocampista offensivo con inventiva autonoma, non convince il vate di Fusignano. Troppo anarchico, muscoli fragili (un anno dopo lo chiameranno «bimbo»), mal si adatta al rigore dogmatico con cui il futuro allenatore del Milan addestra gli adepti del suo calcio oracolare. Lui non si scoraggia. Ha già imparato che non si servono pasti gratis il giorno in cui papà Flavio - è il 1978 - lo porta con sé in cantiere. Igor desidera un pallone modello Tango, quello dei Mondiali d’Argentina, il padre glielo regala dopo qualche giornata di lavoro simbolica, «sufficiente a impartirmi la prima lezione di vita». Dopo Rimini, approda al Livorno, tre campionati in C1 e lo spostamento un po’ più avanti nello scacchiere di gioco. Arriva la Virescit di Bergamo, e il Messina, in cui riceve l’eredità del goleador delle Notti Magiche, Totò Schillaci: 113 presenze e 35 reti in serie B coi siciliani. La fama di predatore d’area, caratteristica di atleti come lui, come Hubner, come Beppe Signori, Sandro Tovalieri, la prolifica schiatta di attaccanti nostrani forgiati col lavoro nei vivai e gli incoraggiamenti di una comunità, si diffonde. Lo cerca il Bari, è il 1992. Protti rimane lì per quattro campionati, due in serie cadetta, due in A.
Coi compagni, il brasiliano Gerson, il colombiano Guerrero, inventa l’esultanza del trenino («Fu un’idea di Guerrero», ricordava), rimasta nell’immaginario collettivo per decenni. I pugliesi di Fascetti vengono retrocessi, ma lo Zar è capocannoniere del campionato superando Weah e Batistuta. La sua fame di gol contagia gli appetiti dell’Inter, i nerazzurri quell’estate non riescono a liberarsi del fardello Zamorano, e Protti approda alla Lazio di Zdenek Zeman. Segna la rete dell’1-1 nel derby con la Roma, e però il rapporto col tecnico boemo non decolla: come Sacchi, il tabagista mistagogo del miracolo foggiano pretende devozione ascetica al modulo. «A stagione in corso arrivò Dino Zoff, grande personaggio, grande umanità», spiega Igor. Tuttavia nella rosa biancoceleste la concorrenza è sfiancante. L’anno successivo fa una capatina a Napoli: i partenopei sono in piena disgrazia societaria post-Maradona e post-Ferlaino, la squadra cambia quattro allenatori in una stagione, Igor si fa male a una caviglia, riesce comunque a indossare la maglia numero 10 del genio argentino prima che venga ritirata definitivamente. Dieci come Maradona e Rivera, il sogno di bimbo si concretizza con la stessa ostinazione con cui anelava al pallone Tango.
A 32 anni si imbarca nella sua nuova giovinezza: inizia il sodalizio con mister Mazzarri a Livorno, assieme a Cristiano Lucarelli forma una coppia offensiva da cineteca e vince due volte la classifica bomber di serie C (nel 2001 con 20 gol e nel 2002 con 27), poi quella di B, infine, dopo 55 anni, gli amaranto tornano in A. A festeggiarli c’è Carlo Azeglio Ciampi, ultrà aristocratico di una curva barricadiera, arcigna, rossissima, che come tutte le curve delle città di provincia, di qualsiasi colore siano, rappresenta l’ontologia di un essere sociale prosciugato dal mercatismo globale. Si ritira a 38 anni, si dedica per un po’ al beach soccer, fa il dirigente societario nell’amata Livorno che domani esporrà il lutto cittadino. L’ultimo suo grande gol: aver accompagnato la figlia Noemi all’altare. «Oggi il calcio è diventato uno sport individuale all’interno di un gruppo, prima invece era uno sport di gruppo», ha ricordato lui in un’intervista recente. Prendano nota in Figc.
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@Renault
Prima dell’occupazione nel secondo conflitto bellico globale, le fabbriche producevano veicoli da ricognizione e carri come l’R35. Dopo il crollo della linea Maginot e lo sventolio della svastica sulla Tour Eiffel, gli stabilimenti Renault di Billancourt furono requisiti dai nazisti. Louis Renault fu costretto a convertire la produzione industriale per costruire veicoli militari, autocarri e componenti destinati alla Germania.
Nel 2026 la storia si ripete. La conversione dell’industria automotive in settore bellico è una strategia intrapresa da governi e costruttori per fronteggiare la crisi di sovrapproduzione (dovuta alla concorrenza cinese), il calo del mercato (segnato dalle illogiche disposizioni green di Bruxelles) e le esigenze di riarmo europeo patrocinate sempre dalla Commissione, visto che la spinta verso l’economia di guerra è guidata da piani di investimento comunitari. In Germania, per esempio, Volkswagen ha avviato trattative per convertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione di sistemi missilistici, mentre il governo tedesco valuta l’acquisizione di altri impianti tramite colossi della Difesa come Rheinmetall.
Se la linea italiana, per ora, rifugge da uno simile scenario, in Francia non la pensano così. Seguendo un po’ le smanie militare del presidente uscente, Emmanuel Macron, in settimana Renault insieme a Thales (colosso della Difesa francese, la Leonardo transalpina) entra nel settore della mobilità militare con 4Troop, un prototipo di veicolo civile multi-ruolo sviluppato per rispondere alle nuove esigenze operative delle forze armate terrestri.
Il mezzo è stato presentato al salone Eurosatory 2026 e combina una piattaforma derivata dalla produzione di serie Renault con le tecnologie di comunicazione, comando e supporto decisionale di Thales. «Il progetto punta a sfruttare la rapidità produttiva e le economie di scala dell’industria automobilistica civile per offrire alle forze armate una soluzione più flessibile e meno costosa rispetto ai tradizionali programmi militari. Il veicolo integra comunicazioni sicure, connettività tattica, coordinamento multi-sensore e strumenti di supporto alle decisioni potenziati dall’intelligenza artificiale», hanno comunicato le due società in una nota stampa.
Non più carri armati dalle linee produttive della Régie, dunque, ma auto «ibride»: metà vettura normale, metà mezzo militare. Presentato in versione ibrida a trazione integrale, 4Troop è in grado di gestire droni e robot, elaborare grandi quantità di dati e operare come centro di comando mobile configurabile in funzione della missione. Tra gli impieghi previsti figurano ricognizione, coordinamento sul campo, scorta, supporto logistico e controllo di aree sensibili. Il sistema vehicle-to-load consente, inoltre, di alimentare apparecchiature elettriche direttamente sul teatro operativo. Insomma, da auto a power bank il passo è breve. Secondo Renault, la soluzione può essere adattata a diversi veicoli della gamma, dai Suv ai veicoli commerciali, garantendo tempi rapidi di implementazione e sfruttando la rete post-vendita del gruppo per manutenzione e supporto logistico.
Ma non solo auto militari. Renault e Thales hanno firmato anche un accordo per la produzione di droni. Pardon, di un «sistema di munizioni telecomandate a corto raggio» chiamato Toutatis. Può «essere utilizzato dalle truppe sbarcate e lanciato da varie piattaforme (veicoli da combattimento, velivoli o piattaforme navali). Resistente alle interferenze elettromagnetiche e dotato di testata militare intercambiabile in funzione della missione, è in grado di neutralizzare bersagli come veicoli da combattimento, continuando a conferire potere decisionale all’uomo. In grado di funzionare anche tra gli sciami di droni, Toutatis è un sistema che si adatta alle evoluzioni delle esigenze operative», spiegano da Boulogne-Billancourt, sede storica di Renault. La produzione di queste munizioni telecomandate potrebbe cominciare dal 2027, con una capacità di 1.000 unità al mese fin dal primo anno.
In Francia un po’ tutti si stanno mettendo l’elmetto. Patrice Caine, ceo di Thales, spiega che la partnership «risponde alle esigenze delle forze armate e ai requisiti di un’economia di guerra». Proprio così: «economia di guerra». Al posto della giardinetta, dunque, anche Parigi sceglie il veicolo tattico innovativo. Che non si troverà in alcun autosalone. Non ancora.
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Don D'Avino e Papa Leone XIV (Ansa)
Aveva solo due anni quando, nel 1988, Lefebvre ordinò quattro nuovi vescovi, venendo scomunicato. Tra due settimane la storia si ripeterà. E, forse, i vescovi della Fsspx saranno nuovamente scomunicati. «Sto considerando di fare ancora un altro appello, a dire non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa ma è la loro scelta, bisogna rendersi conto di ciò che significa per loro e per la Chiesa, certamente la divisione fra i cristiani è sempre dolorosa», ha detto recentemente papa Leone XIV.
Don Gabriele, come mai la Fsspx è arrivata a questo?
«A causa di un processo molto lungo che non è una sorpresa per noi e per il mondo tradizionalista che ci conosce. La necessità viene dalla situazione grave in cui versa la Chiesa ormai da più di 60 anni, quindi dal Concilio Vaticano II. Le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio si iscrivono perfettamente nella logica delle scelte del nostro fondatore, monsignor Lefebvre, che, nel 1988, aveva fatto lo stesso. Non sono una novità e, anzi, costituiscono semplicemente la continuazione della nostra opera. Lo stato di necessità grave in cui versa la Chiesa è la causa delle nostre scelte. Di tutte le nostre scelte. Quella non solo di compiere le consacrazioni episcopali il prossimo primo luglio, ma anche quella di celebrare la messa nelle cappelle dove si riuniscono dei fedeli che ci chiamano per celebrare in rito antico, dare loro i sacramenti, il catechismo, eccetera. Tutte cose che noi facciamo senza chiedere il permesso agli ordinari del luogo: perché ce lo rifiuterebbero come qualche volta è successo. E poi c’è una necessità interna: i nostri vescovi, che attualmente sono ridotti a due, sono diventati un po’ anziani, e chiaramente non potranno a lungo sostenere il ministero delle cresime e delle ordinazioni in giro per il mondo».
Però rispetto al pontificato di Bergoglio qualcosa è cambiato in meglio oppure no?
«Sì, anche se siamo ancora in una fase un po’ prematura del pontificato di Papa Leone per dare dei giudizi completi su tutto il pensiero e la linea del pontificato. Adesso lo possiamo fare per papa Francesco, con un po’ di distanza temporale. Per Leone è ancora un po’ difficile da fare. Però è anche vero che abbiamo già tanti segnali in questo primo anno di pontificato».
Per esempio?
«Una prosecuzione della pastorale in favore dell’ecologismo e dei migranti, temi che erano comunque cari a papa Francesco. Ma poi anche certe scelte ecclesiologiche come la nomina delle donne nei ruoli chiave di certi dicasteri, o addirittura alla testa dei dicasteri, come per esempio alla vita consacrata dove c’è una suora. Cose che sono perfettamente nella linea di Francesco. Non dobbiamo inoltre considerare solo le scelte personali di un Pontefice, ma anche la situazione generale qui verso la Chiesa, che è la cosa che a noi sta particolarmente a cuore. Quindi tutte le deviazioni concrete della pastorale, che derivano dalle nuove dottrine del Vaticano II, che vengono costantemente applicate. L’attenzione per esempio al mondo Lgbt. Penso solo al fatto che qualche giorno fa il cardinale Delpini ha celebrato una messa nel quartiere dei gay di Milano per la comunità gay, con tanti manifesti che annunciavano l’evento. Tutto questo è la pastorale quotidiana incarnata nelle diocesi ed è estremamente grave».
Ci sono dei gruppi, penso ad esempio alla Fraternità san Pietro, che sono in piena comunione con la Chiesa e che riescono a portare avanti la pastorale tradizionale. Perché con voi il caso è diverso?
«È molto semplice. Bisogna considerare la pastorale degli istituti Ecclesia Dei nel loro complesso, quindi non nella loro singola celebrazione domenicale. Ci sono chiaramente tanti ottimi sacerdoti, sicuramente la celebrazione della messa è la stessa che facciamo noi, questo è chiaro. Ma l’origine di queste comunità, specialmente la Fraternità san Pietro, si riscontra proprio in quel gesto del 1988 di monsignor Lefebvre. La Fraternità san Pietro è nata quando alcuni sacerdoti, che erano membri della Fraternità san Pio X, decisero di non seguire monsignor Lefebvre perché non ritenevano che lo stato in cui versava la Chiesa giustificasse fino a tal punto un gesto del genere. È una valutazione che però ha dato luogo a un sistema, quello dell’istituto Ecclesia Dei, per cui è vero che si viene riconosciuti e che si ricevono anche chiese per celebrare la messa, però a un prezzo molto caro: quello del silenzio. La differenza è proprio questa: a loro è imposto il silenzio sulla predicazione integrale della fede, che comprende anche la condanna degli errori».
Che errori vede lei nella predicazione attuale?
«Penso per esempio alla Mater Populi Fidelis, il documento che relativizza certe dottrine tradizionali come la corredenzione e la mediazione universale. Anzi: non le relativizza, le nega proprio. E l’Ecclesia Dei non ha minimamente levato la voce per difenderle. Ecco, noi riteniamo che invece i cattolici debbano avere la piena libertà di professare integralmente la fede e di condannare gli errori».
Da qui al primo luglio sperate che ci sia un intervento diplomatico o di altro tipo per provare a comporre la situazione?
«Credo che non ci sia più niente da aspettarsi. Il superiore generale, don Davide Pagliarani, ha ribadito anche recentemente che il suo grande desiderio sarebbe sempre quello di poter incontrare personalmente papa Leone, al posto di continuare a procedere con una serie di dialoghi senza fine, che era la proposta del Cardinal Fernandez. Lui invece ha detto: intavoliamo prima una serie di dialoghi, sospendete le consacrazioni episcopali e poi se ne parla. Noi riteniamo però che ci sia una vera urgenza e che non sia più il tempo del dialogo».
Lo volevate davvero?
«Già nel 2018, quando don Pagliarani divenne il superiore generale. Però si interruppe proprio per la volontà della Santa Sede perché il dicastero della Dottrina della Fede rifiutò di continuare il dialogo visto che non c’era in vista nessuna regolarizzazione canonica. Speriamo sempre di poter incontrare il Papa, però verosimilmente credo che i giochi siano ormai fatti».
Ma chi è il vostro interlocutore oggi in Vaticano?
«Per volere stesso della Santa Sede l’unico incontro che ha avuto luogo, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni, è stato tra il Cardinal Fernandez e il superiore generale, don Pagliarani. Questo per volontà della Santa Sede, che non ha voluto che ci fossero altri interlocutori né da una parte né dall’altra, ma che ci interfacciassimo in questo modo. È stato un loro volere esplicito, a cui noi ovviamente abbiamo ottemperato. Quindi non abbiamo contatti neanche ufficiosi».
Voi vi sentite in comunione con la Chiesa? Siete fedeli al successore di Pietro?
«Noi ci sentiamo pienamente in comunione con la Chiesa nella misura in cui questo significa aderire perfettamente a tutta la fede cattolica integrale all’insegnamento di sempre, quindi in continuità cronologica con tutti i Papi del passato e ugualmente nel pieno riconoscimento dell’autorità, dei pastori che guidano attualmente la Chiesa, quindi il Papa, i vescovi. Questo deve essere chiaro e noi l’abbiamo detto più e più volte, ma è bene sempre ribadirlo. Noi nominiamo il Papa regnante nel canone della Messa e il vescovo locale nel luogo in cui ci troviamo quando celebriamo. Ciò però non toglie che rifiutiamo di aderire alla nuova pastorale, alle nuove dottrine, alla nuova morale. E quindi, pur riconoscendo l’autorità, non ne seguiamo gli insegnamenti che possono essere perniciosi per la fede o per la morale».
I quattro futuri vescovi vengono da Stati Uniti, Svizzera e Francia. C’è anche un’indicazione di apostolato, di zone in cui la fraternità punta particolarmente, dietro questa scelta?
«Si possono individuare vari punti in questa selezione: prima di tutto l’età. Tranne nel caso di uno di loro che è già più maturo, gli altri tre sono molto giovani. Poi c’è la differenza di nazionalità, che si spiega con la necessità per noi di svolgere il ministero nei cinque continenti dove siamo presenti, quindi anche la differenza linguistica e culturale è importante. Tutti e quattro i vescovi, come già all’epoca, saranno chiamati a conferire le cresime e le ordinazioni sacerdotali, diaconali e gli altri ordini in tutto il mondo».
Che la Chiesa sia in crisi di vocazioni è palese. Quali sono i numeri della Fsspx?
«Dal 1970, quando siamo stati fondati, la Fraternità è sempre stata costantemente in crescita. Non abbiamo numeri esplosivi però sono sempre stati costanti e in aumento: la nostra congregazione conta ad oggi circa 730 sacerdoti. Poi abbiamo circa 200 suore, 200 seminaristi e altrettanti frati. Il dato dei sacerdoti è quello che colpisce di più perché chiaramente sono loro che sono chiamati a svolgere il ministero. Siamo presenti in 70 Paesi del mondo e circa 700 luoghi in cui diciamo messa».
Quindi, se ho ben capito, ormai il dato è tratto, non si torna più indietro, ci saranno le consacrazioni e, di fatto, si tornerà alla situazione pre-Benedetto XVI con le scomuniche?
«Non sappiamo con certezza come reagirà la Santa Sede. Il 13 maggio il Cardinal Fernandez aveva mandato una nota dal Dicastero della dottrina della fede, ricordando che le consacrazioni episcopali determineranno una scomunica, come fu nel 1988. Perché dirlo con diversi mesi d’anticipo? Forse c’è l’idea di non fare qualcosa di eclatante perché penso che la Santa Sede si renda conto che parlare di scomunica e di scisma per il mondo della tradizione quando poi nello stesso momento il Papa riceve in gran pompa una donna anglicana vestita da vescovo e che rappresenta una delle comunità scismatiche per eccellenza, è veramente una cosa troppo contraddittoria. Può darsi che vogliano mantenere un profilo non troppo alto. Ma tutto è possibile. In ogni caso, dal loro punto di vista, dal punto di vista della Santa Sede, si ritornerà alla situazione analoga a quella prima di Benedetto XVI mentre dal nostro punto di vista, semplicemente, continuerà sulla stessa linea di sempre».
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(Stellantis)
Lo Smart compact van (Smc) sarà dotato di un sistema di propulsione flessibile che offrirà sia un nuovo motore elettrico, con un’autonomia fino a 270 km, sia tre motori endotermici (due diesel e uno a benzina). L’apertura degli ordini è prevista per settembre, con il lancio sul mercato previsto a partire da novembre, mentre una versione mild-hybrid sarà disponibile a partire dal prossimo anno. I nuovi modelli si chiameranno Citroën Berlingo van first, Fiat professional Doblò Easypro, Opel Combo start, Peugeot Partner active. Come spiegato da Eric Laforge, global senior vice president di Stellantis Pro One, «essere leader implica una grande responsabilità: i clienti si aspettano l’eccellenza, inclusi quelli che dobbiamo ancora conquistare. Per questo, ascoltando attentamente i loro feedback, abbiamo sviluppato un veicolo razionale, confortevole e modulare, capace di offrire soluzioni originali che rappresentano una vera unique selling proposition».
Pur mantenendo la medesima architettura di base, il design esterno introduce un ampio, distintivo paraurti anteriore, studiato per migliorare la protezione del veicolo. All’interno, pannelli porta e plancia sono stati completamente riprogettati per ottimizzare l’utilizzo degli spazi e l’ergonomia dei comandi.
Secondo le analisi di Stellantis, il 40% dei clienti non è interessato a una configurazione a tre posti e che i professionisti viaggiano da soli per circa l’90% del tempo lavorativo. Da qui la decisione di introdurre una dotazione di serie rivoluzionaria nel nuovo compact van unica nel segmento e in grado di offrire più spazio, maggiore funzionalità e un valore superiore: il Flexiseat. Quest’ultimo è un sedile passeggero modulare ribaltabile che consente di aumentare il volume di carico. Può essere abbinato al Modutable, ideale come supporto pratico per un ufficio mobile o per una superficie d’appoggio durante le pause. La nuova versione introduce anche una gamma di ulteriori soluzioni innovative, tra cui: Moduconsole, una console centrale removibile istantaneamente e facilmente riponibile nell’area di carico, dotata di portabicchieri e vano chiuso, adattabile a diversi utilizzi (piccoli attrezzi, tablet, smartphone e caricatore, documenti...); Dashbox, plancia con due vani portaoggetti chiusi e portabicchieri; Drivedrawer, cassetto sotto il sedile per riporre in modo discreto notebook, laptop o tablet; Moduwork, configurazione con terzo sedile centrale che consente di ospitare fino a tre persone. Quando non necessario, il sedile centrale si trasforma per aumentare la funzionalità: integra un vano chiuso e può essere combinato con sedile passeggero e tavolino ribaltabile, oppure sfruttare lo spazio per il trasporto di oggetti lunghi.
Le dimensioni esterne e interne restano invariate, con due lunghezze disponibili, una portata utile da 750 kg a 1 tonnellata e un volume di carico compreso tra 3,3 e 4,4 metri cubi. Tornando alle motorizzazioni, Stellantis si è ancora una volta basata sui feedback dei clienti, adottando una strategia multi-energia finalizzata a facilitare la transizione verso l’elettrificazione, garantendo al contempo l’accessibilità economica. Da qui la decisione di puntare ancora sul diesel, indispensabile per chi lavora su strada.
Il tutto sarà proposto a un livello di prezzo altamente competitivo, assicura Stellantis, inferiore rispetto al resto della gamma sia per i motori termici sia per quelli Bev, grazie alle economie di scala e a una forte attenzione all’efficienza dei costi.
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