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2024-02-26
Giovane, «scorretto» e conservatore. Viaggio nel cattolicesimo africano
«L’Africa è il futuro del cattolicesimo». Non è la strampalata profezia di qualche buontempone, bensì il titolo di un pezzo uscito un anno fa sul laicissimo Le Monde a firma di Gaétan Supertino, il quale non ha che ripreso un pensiero comune: quello secondo cui la culla del cristianesimo che verrà si trova ora in quello che, dopo l’Asia, è il secondo continente del mondo e, in assoluto, quello con l’avvenire demografico più florido. Non a caso, avendo il 60% della sua popolazione di età inferiore ai 25 anni, l’Africa si è già guadagnata il titolo di «isola-Continente di Peter Pan», come notato da padre Giovanni Sale, docente di Storia della Chiesa contemporanea nella Pontificia università gregoriana di Roma; in tempi in cui quella della demografia sta diventando una legge sempre più decisiva, questo rende il continente nero un’area del pianeta che avrà sempre maggior peso.
A tal proposito, lo scorso ottobre il New York Times ha pubblicato un servizio di Declan Walsh in cui si notava come, mentre «i tassi di natalità stanno crollando nelle nazioni più ricche, creando ansia su come prendersi cura e finanziare le loro società che invecchiano, il baby boom africano continua a ritmo sostenuto, alimentando la popolazione più giovane e in più rapida crescita del pianeta». Walsh rilevava altresì come l’Africa sia demograficamente in vantaggio pure sugli altri giganti del pianeta, che - approfittando del declino dell’Occidente - si candidano ad avere un ruolo di leadership, dato che nel continente «l’età media è di 19 anni. In India, il Paese più popoloso del mondo, è di 28 anni. In Cina e negli Stati Uniti è di 38 anni». Di questo passo, entro il 2100 gli africani, che potrebbero essere più di 4 miliardi, costituiranno quasi il 40% della popolazione mondiale.
Dunque davvero da quel continente passa -e passerà - il futuro del pianeta; il punto, tornando a noi, è che in esso si gioca pure il destino del cristianesimo, i cui dati di crescita sono semplicemente impressionanti. Se infatti nel 1881 il grande missionario Daniele Comboni moriva a Khartum, in Sudan, dopo aver dato uno straordinario impulso all’evangelizzazione del continente, durante il XX secolo, la popolazione cattolica dell’Africa sub-sahariana è passata da 1,9 milioni a oltre 130 milioni - con un tasso di crescita di quasi 7%. Un ritmo sbalorditivo considerando che, a ridosso della vita di Gesù Cristo, l’allora nuova religione avanzava ogni anno del 3,5%. Ciò ha fatto sì che, se gli africani avevano iniziato il secolo scorso che erano appena dell’1% della popolazione cattolica mondiale, hanno salutato l’alba del terzo millennio essendone divenuti circa il 16%.
Un’esplosione spinta sia dalle conversioni sia dalle vocazioni. Basti dire che, se nel 1960 soltanto 2.087 seminaristi africani si preparavano per il sacerdozio, nel 2011 quel numero era salito a 27.483, con un aumento di oltre il 1.200%. Significa che mentre i seminari europei, sull’onda lunga di quel 1968 che ha contaminato anche la Chiesa - come denunciato coraggiosamente da Joseph Ratzinger - si svuotavano a ritmo crescente, in quelli africani registravano una impennata di vocazioni. Attualmente, su una popolazione mondiale di 1,36 miliardi di cattolici, gli africani sono 236 milioni, pari al 20% del totale; ma in realtà potrebbe ancora trattarsi di una sottostima, rispetto al dato effettivo. Il perché lo spiegava quasi un decennio fa il grande sociologo delle religioni Rodney Stark, che rilevava come «sul cattolicesimo africano» ci sia «un profondo mistero» perché «per molti Paesi africani le statistiche ufficiali riportano un numero molto inferiore di fedeli rispetto al numero indicato dai sondaggi Gallup».
«La spiegazione migliore cui sono riuscito ad arrivare», aggiungeva Stark per spiegare detto «mistero», «è che la crescita» dei cattolici in Africa abbia «superato a tal punto la capacità dei preti locali di stare al passo con le celebrazioni di vitale importanza come battesimi, cresime e confessioni, che hanno finito col trascurare di tenere aggiornati gli archivi» (The Triumph of Faith, 2015). Questa crescita continua e perfino difficile da registrare ha portato il World Christian Database a prevedere che, se oggi l’Africa ospita come si diceva il 20% dei cattolici del mondo, entro il 2050 ne avrà il 32%: uno su tre.
Ora, per quanto possa apparire già notevole, la forza del cristianesimo che va diffondendosi nel continente nero più che nei numeri è nell’ardore della fede. «I cattolici africani non stanno semplicemente crescendo di numero», ha osservato Stan Chu Ilo, docente ricercatore di cristianesimo mondiale e studi africani presso il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University di Chicago, «stanno reinventando e reinterpretando il cristianesimo. Lo stanno infondendo con un nuovo linguaggio e vitalità spirituale attraverso modi unici di adorare Dio». Rispetto alla dottrina, molti si sono resi conto dell’attenzione alla morale della Chiesa africana solo alla luce della sua recente opposizione al documento Fiducia Supplicans sulle benedizioni delle coppie irregolari, omosessuali incluse, ma in realtà è una sua caratteristica da tempo e non riducibile ad alcuni suoi esponenti conservatori, il più noto dei quali è senza dubbio il cardinale Robert Sarah.
Non per nulla, in un articolo del febbraio 2023 sul settimanale Mail & Guardian, Russell Pollitt, direttore dell’Istituto dei gesuiti del Sud Africa, avvisava: «I vescovi africani saranno d’accordo con Francesco su diverse questioni che spesso affronta: povertà, cura dell’ambiente, ingiustizia sociale, corruzione e guerra. Tuttavia, molti di questi prelati si opporranno e resteranno fermi contro le istanze progressiste di Francesco. Ciò è particolarmente chiaro quando si tratta di questioni come l’omosessualità, la struttura della chiesa e il ruolo delle donne». Un ammonimento che, con la pubblicazione di Fiducia Supplicans appunto, si è rivelato quanto mai fondato; non è finita. Un altro tratto della giovane Chiesa d’Africa - forse il più significativo - è quello di essere, oltre che povera ed ancorata alla dottrina, martire. A differenza delle comunità cattoliche occidentali, pronte alle «aperture» su rivendicazioni Lgbt, divorziati risposati, ecc. - ma ridotte al lumicino in chiese desertificate - le comunità africane che tengono il punto sulla morale sono infatti pure quelle nel mirino del fondamentalismo islamico, e che testimoniano la fede col sangue.
L’esempio più lampante è la Nigeria, Paese nel mondo dove, secondo Open Doors, è stata massacrata la grandissima parte dei cristiani morti uccisi nel 2023 - 4.118 su 4.998 -, nonché quello col maggior numero di cristiani rapiti - 3.300 su 3.906 - e che ha visto attacchi a qualcosa come 750 chiese: in pratica, più di due al giorno. Numeri sconvolgenti, ma che potrebbero ancora esser sottostime. Secondo l’International Society for civil liberties and rule of law (Intersociety), infatti, i cristiani nigeriani uccisi lo scorso anno sarebbero addirittura oltre 8.000 (8.222); per questo Crux ha scritto che «in Nigeria c’è un “genocidio silenzioso” contro i cristiani».
Eppure, secondo i dati del Center for applied research in the apostolate (Cara) della Georgetown University, la Nigeria è pure il Paese dove i cristiani vanno più a Messa in tutto il pianeta, con un incredibile 94% di cattolici adulti che dichiara di parteciparvi almeno una volta la settimana. Con buona pace delle gerarchie ecclesiastiche che ancora guardano a Berlino, Parigi o a Washington, il cristianesimo del futuro - ma forse già del presente - è dunque quello d’Africa: povero, in crescita, giovanissimo e pronto al martirio. Ex Africa semper aliquid novi, diceva già Plinio il Vecchio, «dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo». 2.000 anni dopo resta più vero che mai, specie per la Chiesa.
«Le stragi islamiche non svuotano le chiese»
Tra i tanti in Italia, che a livello politico e non solo, da qualche tempo si occupano del tema dell’Africa, di fatto pochi possono vantarne - specie con riferimento ad uno stato chiave come Nigeria - la conoscenza diretta di Emmanuele Di Leo. Classe 1979, romano, fondatore e Presidente dell’organizzazione umanitaria, Steadfast (www.steadfast.ngo), Di Leo si reca difatti regolarmente in quello che da molti osservatori è ritenuto il «Continente del futuro» e, proprio per questo, La Verità l’ha contattato.
Di Leo, cosa ricorda del suo primo viaggio in Nigeria?
«Ci sono stato frequentemente, sono arrivato ad andarci fino a sette volte l’anno, ma ricordo bene il primo impatto con quel Paese. Era il 2011, compresi con una domanda futile al mio interlocutore che l’approccio che avrei dovuto avere con l’Africa non doveva essere occidentale, dovevo rimodulare il mio stile di vita su quello africano, ricominciando come un bambino a conoscere una nuova cultura per potermi integrare. La domanda che feci - ero appena arrivato ed era circa mezzogiorno - fu: “Ma qui a che ora si mangia?”. Mi fu prontamente risposto: “Ecco la prima regola qui in Africa: si mangia quando hai fame e c’è cibo”. Fu per me una gran lezione».
Perché?
«Sentii che dovevo dismettere i panni dell’occidentale che dall’alto della sua cultura si pone sul piedistallo, dando tutto per scontato. Perché non sempre è così. Come dal punto di vista valoriale, al contrario ad oggi sono proprio gli africani a detenere la difesa di alcuni valori, come la famiglia e il senso di comunità».
Come Steadfast che attività promuovete?
«Stiamo finalmente realizzando, dopo nove anni di fatiche - compreso il Covid - anche per ottenere i permessi necessari, un politecnico universitario, poi abbiamo un piccolo ospedale con 20 posti letto, due scuole, tre orfanotrofi con circa 800 bambini. Pilastro fondamentale della nostra azione è l’educazione. Vogliamo offrire ai ragazzi dei villaggi, scuole di primo grado, di secondo grado e università, così da garantir loro una professionalità completa per cambiare i territori in cui vivono, e poi c’erano le officine metalmeccaniche».
C’erano?
«Sì, perché queste officine, per realizzare le quali avevamo anche portato in Italia per un congruo periodo di formazione professionale 70 giovani nigeriani, nel 2019 sono state completamente distrutte dai pastori fulani, che, come Attila, dove passano lasciano macerie e distruzione».
Chi sono i fulani?
«Sono un’etnia nomade di pastori musulmani, nascono in Medio Oriente e hanno iniziato ad attecchire nel nord della Nigeria ed in altri Paesi africani. Si muovono con la scusa del cambiamento climatico, con la chiara intenzione di “fulanizzare” tutta la Nigeria. Evidente mira espansionistica per avere un loro Stato, nello specifico ricco di materie prime - diamanti, oro, rame, legname, eccetera - e privo di cristiani».
Eppure, nonostante le minacce e spesso le carneficine compiute dagli estremisti islamici, i cristiani nigeriani sono quelli che, nel mondo, vanno più a messa. Una lezione per la fede spesso stanca dell’Occidente?
«Assolutamente sì. Ricollegandomi alla prima volta che ho messo piede in Africa, una delle cose che mi ha sempre colpito della scala valoriale della vita di un nigeriano è che, prima di ogni cosa, viene Dio. Nel 2018 ho poi assistito ad evento che mi ha colpito molto. Mi avevano portato a conoscere un giovane sacerdote molto in gamba, padre Mbaka - le sue omelie, pensi, vengono ascoltate in città e nei villaggi, ad alto volume -, a uno dei due eventi che organizza ogni settimana, uno la domenica mattina e l’altro il giovedì, è una veglia notturna. Sono rimasto impressionato: avrò avuto davanti a me 40.000 persone, la maggior parte giovani che, circondando un altare con il Santissimo esposto per tutta la notte, formavano una sorta di palazzetto dello sport. Si pregava, si parlava di attualità, si cantava. Insomma, era una sorta di “rave cristiano”».
C’è quindi una fede ardente da quelle parti.
«Le messe durano tre o quattro ore e lì l’offertorio è molto essenziale e pratico, c’è sì chi porge denaro ma pure, per dirle, chi porta la gallina o una capra. Ognuno offre quel che può».
A proposito di Africa, che cosa pensa del piano Mattei?
«Ne sono un sostenitore convinto. Se da un lato l’Occidente si è storicamente posto sul piedistallo rispetto all’Africa, peraltro con esiti tutt’altro che felici - basti vedere ai risultati fallimentari della Francia in Sahel, dove la destabilizzazione è evidente -, dall’altro ora è in atto un cambiamento di visione nei confronti del nostro Paese. L’aspettativa è altissima, c’è una grande speranza da parte dei governi, anche se poi è normale, come abbiamo visto nella conferenza Italia-Africa, che ci sia anche un sentimento di timore di fronte al rischio dell’ennesima colonizzazione. Ma se Giorgia Meloni continua sulla strada intrapresa, di un lavoro alla pari, non predatorio, ma cooperativo per costruire un’Africa nuova - ma anche un’Europa nuova, perché l’Africa può dare molto all’Europa - sarà la chiave vincente. Sono quasi convinto che da qui a 10 anni questa politica estera farà sì che l’Italia sarà in collaborazione feconda con la maggior parte dei Paesi africani».
Cosa risponde a chi dice che il piano Mattei sarebbe una sorta di scatola vuota?
«Chi dice questo è il classico venditore di fumo e non conosce la materia, perché questo è un piano mastodontico ed epocale che ha bisogno di tempo. Chiaro, non è qualcosa di semplice da realizzarsi, ma a me non sembra affatto vuoto, anzi; né mi pare che il premier Meloni si muova in modo inconcludente, tutt’altro, come per esempio insegnano gli accordi sul gas con l’Algeria. Di questo passo, sullo scacchiere europeo l’Italia potrebbe diventare la nuova Germania».
Pio XII già denunciava la propaganda atea degli ex colonizzatori
Se da una parte è indubbio, numeri alla mano, come l’Africa abbia oggi già in grembo il cristianesimo del futuro, dall’altra sarebbe storicamente sbagliato immaginare il legame tra questo grande continente e la Chiesa come qualcosa di nuovo. Anche se in pochi lo sanno, infatti, degli oltre 200 pontefici susseguitisi dopo san Pietro, la Chiesa - peraltro quella dei primi secoli - ha già avuto non uno, bensì tre papi africani. Si tratta di san Vittore I (189-201), san Milziade (311-314) e Gelasio I (492-496). Lo stesso Agostino d’Ippona (354-430), santo d’importanza eccezionale per i cristiani, nacque com’è noto a Tagaste, città africana, e, precisamente, algerina.
Tutte queste figure, a ben vedere, dicono molto del rilievo che, fin dalla fine del secondo secolo, la Chiesa africana doveva avere per Roma. Prima con i Vandali e a seguire, poi, con l’invasione musulmana, per il grande continente a sud del Mediterraneo venne però un periodo di grande eclissi, che lo portò a lungo fuori dai radar della latinità e della cristianità. Il rapporto tra Roma e l’Africa si è riallacciato dapprima grazie all’infaticabile opera dei missionari e poi con la progressiva organizzazione dell’episcopato africano, con gli stessi pontefici, specie dopo la Seconda Guerra Mondiale, che sono tornati ad occuparsi direttamente della terra africana, vista come un tesoro per tutta la Chiesa cattolica.
Basti vedere cosa scriveva nella sua lettera enciclica Fidei Donum del 21 aprile 1957 papa Eugenio Pacelli, allorquando sottolineava che «l’espansione della Chiesa in Africa durante gli ultimi decenni ha da essere senza dubbio, per i cristiani, motivo di gioia e di fierezza» non senza denunciare - con straordinario anticipo sui tempi - quella che oggi si potrebbe chiamare una colonizzazione ideologica da parte dell’Occidente. «In molte regioni dell’Africa», scriveva infatti sempre Pio XII, «vengono diffusi i germi di turbolenze dai seguaci del “materialismo” ateo, i quali attizzano le passioni, eccitano l’odio d’un popolo contro l’altro, sfruttano alcune tristi condizioni per sedurre gli spiriti con fallaci miraggi per seminare la ribellione nei cuori».
Un evento significativo nel riallacciare i rapporti tra Roma e l’Africa avvenne poi nel marzo del 1960, quando papa Giovanni XXIII elevò il tanzaniano Laurean Rugambwa a primo cardinale africano della storia contemporanea. Il 31 luglio 1969, nella celebrazione eucaristica a conclusione del Symposium dei vescovi dell’Africa, rilevanti furono inoltre le parole di papa Paolo VI, che disse: «La Chiesa africana ha davanti a sé un compito originale ed immenso: essa deve rivolgersi come una “madre e maestra” a tutti i figli di questa terra del sole». Questa «terra del sole» entrò anche nel cuore di Karol Wojtyla, il quale in Africa fece numerosissimi apostolici, toccando ben 41 dei 56 Stati - cinque per due volte, e due per tre volte - che compongono l’immenso continente da oltre 1,2 miliardi di abitanti.
Prima di papa Francesco - che lo scorso anno ha compiuto un pellegrinaggio di pace nella Repubblica democratica del Congo e in sud Sudan -, del grande continente si è occupato anche Benedetto XVI, che nell’omelia tenuta domenica 4 ottobre 2009 ha affermato che «l’Africa rappresenta un immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza». Le dimensioni di questo «“polmone” spirituale», come mettono in luce gli indicatori demografici, risultano davvero già oggi notevoli; e in futuro lo saranno ancor di più.
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Sacerdoti e battezzati crescono a ritmi sbalorditivi, al punto che nel 2050 un fedele su tre vivrà nel continente. E a differenza della vecchia Europa, la loro fede resta ancorata alla dottrina, come mostra l’opposizione (trasversale) alle benedizioni delle coppie gay.Il fondatore dell’associazione Steadfast Emmanuele Di Leo: «In Nigeria le messe durano tre o quattro ore, ho visto anche veglie notturne durante la settimana partecipate da migliaia di ragazzi. Col piano Mattei finalmente l’Europa tratta i suoi interlocutori da pari a pari».Da Pio XII in poi i papi del Novecento «riscoprirono» la «terra del sole». Wojtyla viaggiò in 41 dei 56 Stati.Lo speciale contiene tre articoli.«L’Africa è il futuro del cattolicesimo». Non è la strampalata profezia di qualche buontempone, bensì il titolo di un pezzo uscito un anno fa sul laicissimo Le Monde a firma di Gaétan Supertino, il quale non ha che ripreso un pensiero comune: quello secondo cui la culla del cristianesimo che verrà si trova ora in quello che, dopo l’Asia, è il secondo continente del mondo e, in assoluto, quello con l’avvenire demografico più florido. Non a caso, avendo il 60% della sua popolazione di età inferiore ai 25 anni, l’Africa si è già guadagnata il titolo di «isola-Continente di Peter Pan», come notato da padre Giovanni Sale, docente di Storia della Chiesa contemporanea nella Pontificia università gregoriana di Roma; in tempi in cui quella della demografia sta diventando una legge sempre più decisiva, questo rende il continente nero un’area del pianeta che avrà sempre maggior peso. A tal proposito, lo scorso ottobre il New York Times ha pubblicato un servizio di Declan Walsh in cui si notava come, mentre «i tassi di natalità stanno crollando nelle nazioni più ricche, creando ansia su come prendersi cura e finanziare le loro società che invecchiano, il baby boom africano continua a ritmo sostenuto, alimentando la popolazione più giovane e in più rapida crescita del pianeta». Walsh rilevava altresì come l’Africa sia demograficamente in vantaggio pure sugli altri giganti del pianeta, che - approfittando del declino dell’Occidente - si candidano ad avere un ruolo di leadership, dato che nel continente «l’età media è di 19 anni. In India, il Paese più popoloso del mondo, è di 28 anni. In Cina e negli Stati Uniti è di 38 anni». Di questo passo, entro il 2100 gli africani, che potrebbero essere più di 4 miliardi, costituiranno quasi il 40% della popolazione mondiale. Dunque davvero da quel continente passa -e passerà - il futuro del pianeta; il punto, tornando a noi, è che in esso si gioca pure il destino del cristianesimo, i cui dati di crescita sono semplicemente impressionanti. Se infatti nel 1881 il grande missionario Daniele Comboni moriva a Khartum, in Sudan, dopo aver dato uno straordinario impulso all’evangelizzazione del continente, durante il XX secolo, la popolazione cattolica dell’Africa sub-sahariana è passata da 1,9 milioni a oltre 130 milioni - con un tasso di crescita di quasi 7%. Un ritmo sbalorditivo considerando che, a ridosso della vita di Gesù Cristo, l’allora nuova religione avanzava ogni anno del 3,5%. Ciò ha fatto sì che, se gli africani avevano iniziato il secolo scorso che erano appena dell’1% della popolazione cattolica mondiale, hanno salutato l’alba del terzo millennio essendone divenuti circa il 16%. Un’esplosione spinta sia dalle conversioni sia dalle vocazioni. Basti dire che, se nel 1960 soltanto 2.087 seminaristi africani si preparavano per il sacerdozio, nel 2011 quel numero era salito a 27.483, con un aumento di oltre il 1.200%. Significa che mentre i seminari europei, sull’onda lunga di quel 1968 che ha contaminato anche la Chiesa - come denunciato coraggiosamente da Joseph Ratzinger - si svuotavano a ritmo crescente, in quelli africani registravano una impennata di vocazioni. Attualmente, su una popolazione mondiale di 1,36 miliardi di cattolici, gli africani sono 236 milioni, pari al 20% del totale; ma in realtà potrebbe ancora trattarsi di una sottostima, rispetto al dato effettivo. Il perché lo spiegava quasi un decennio fa il grande sociologo delle religioni Rodney Stark, che rilevava come «sul cattolicesimo africano» ci sia «un profondo mistero» perché «per molti Paesi africani le statistiche ufficiali riportano un numero molto inferiore di fedeli rispetto al numero indicato dai sondaggi Gallup».«La spiegazione migliore cui sono riuscito ad arrivare», aggiungeva Stark per spiegare detto «mistero», «è che la crescita» dei cattolici in Africa abbia «superato a tal punto la capacità dei preti locali di stare al passo con le celebrazioni di vitale importanza come battesimi, cresime e confessioni, che hanno finito col trascurare di tenere aggiornati gli archivi» (The Triumph of Faith, 2015). Questa crescita continua e perfino difficile da registrare ha portato il World Christian Database a prevedere che, se oggi l’Africa ospita come si diceva il 20% dei cattolici del mondo, entro il 2050 ne avrà il 32%: uno su tre. Ora, per quanto possa apparire già notevole, la forza del cristianesimo che va diffondendosi nel continente nero più che nei numeri è nell’ardore della fede. «I cattolici africani non stanno semplicemente crescendo di numero», ha osservato Stan Chu Ilo, docente ricercatore di cristianesimo mondiale e studi africani presso il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University di Chicago, «stanno reinventando e reinterpretando il cristianesimo. Lo stanno infondendo con un nuovo linguaggio e vitalità spirituale attraverso modi unici di adorare Dio». Rispetto alla dottrina, molti si sono resi conto dell’attenzione alla morale della Chiesa africana solo alla luce della sua recente opposizione al documento Fiducia Supplicans sulle benedizioni delle coppie irregolari, omosessuali incluse, ma in realtà è una sua caratteristica da tempo e non riducibile ad alcuni suoi esponenti conservatori, il più noto dei quali è senza dubbio il cardinale Robert Sarah.Non per nulla, in un articolo del febbraio 2023 sul settimanale Mail & Guardian, Russell Pollitt, direttore dell’Istituto dei gesuiti del Sud Africa, avvisava: «I vescovi africani saranno d’accordo con Francesco su diverse questioni che spesso affronta: povertà, cura dell’ambiente, ingiustizia sociale, corruzione e guerra. Tuttavia, molti di questi prelati si opporranno e resteranno fermi contro le istanze progressiste di Francesco. Ciò è particolarmente chiaro quando si tratta di questioni come l’omosessualità, la struttura della chiesa e il ruolo delle donne». Un ammonimento che, con la pubblicazione di Fiducia Supplicans appunto, si è rivelato quanto mai fondato; non è finita. Un altro tratto della giovane Chiesa d’Africa - forse il più significativo - è quello di essere, oltre che povera ed ancorata alla dottrina, martire. A differenza delle comunità cattoliche occidentali, pronte alle «aperture» su rivendicazioni Lgbt, divorziati risposati, ecc. - ma ridotte al lumicino in chiese desertificate - le comunità africane che tengono il punto sulla morale sono infatti pure quelle nel mirino del fondamentalismo islamico, e che testimoniano la fede col sangue.L’esempio più lampante è la Nigeria, Paese nel mondo dove, secondo Open Doors, è stata massacrata la grandissima parte dei cristiani morti uccisi nel 2023 - 4.118 su 4.998 -, nonché quello col maggior numero di cristiani rapiti - 3.300 su 3.906 - e che ha visto attacchi a qualcosa come 750 chiese: in pratica, più di due al giorno. Numeri sconvolgenti, ma che potrebbero ancora esser sottostime. Secondo l’International Society for civil liberties and rule of law (Intersociety), infatti, i cristiani nigeriani uccisi lo scorso anno sarebbero addirittura oltre 8.000 (8.222); per questo Crux ha scritto che «in Nigeria c’è un “genocidio silenzioso” contro i cristiani».Eppure, secondo i dati del Center for applied research in the apostolate (Cara) della Georgetown University, la Nigeria è pure il Paese dove i cristiani vanno più a Messa in tutto il pianeta, con un incredibile 94% di cattolici adulti che dichiara di parteciparvi almeno una volta la settimana. Con buona pace delle gerarchie ecclesiastiche che ancora guardano a Berlino, Parigi o a Washington, il cristianesimo del futuro - ma forse già del presente - è dunque quello d’Africa: povero, in crescita, giovanissimo e pronto al martirio. Ex Africa semper aliquid novi, diceva già Plinio il Vecchio, «dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo». 2.000 anni dopo resta più vero che mai, specie per la Chiesa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cattolicesimo-africa-futuro-2667364704.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-stragi-islamiche-non-svuotano-le-chiese" data-post-id="2667364704" data-published-at="1708948209" data-use-pagination="False"> «Le stragi islamiche non svuotano le chiese» Tra i tanti in Italia, che a livello politico e non solo, da qualche tempo si occupano del tema dell’Africa, di fatto pochi possono vantarne - specie con riferimento ad uno stato chiave come Nigeria - la conoscenza diretta di Emmanuele Di Leo. Classe 1979, romano, fondatore e Presidente dell’organizzazione umanitaria, Steadfast (www.steadfast.ngo), Di Leo si reca difatti regolarmente in quello che da molti osservatori è ritenuto il «Continente del futuro» e, proprio per questo, La Verità l’ha contattato. Di Leo, cosa ricorda del suo primo viaggio in Nigeria? «Ci sono stato frequentemente, sono arrivato ad andarci fino a sette volte l’anno, ma ricordo bene il primo impatto con quel Paese. Era il 2011, compresi con una domanda futile al mio interlocutore che l’approccio che avrei dovuto avere con l’Africa non doveva essere occidentale, dovevo rimodulare il mio stile di vita su quello africano, ricominciando come un bambino a conoscere una nuova cultura per potermi integrare. La domanda che feci - ero appena arrivato ed era circa mezzogiorno - fu: “Ma qui a che ora si mangia?”. Mi fu prontamente risposto: “Ecco la prima regola qui in Africa: si mangia quando hai fame e c’è cibo”. Fu per me una gran lezione». Perché? «Sentii che dovevo dismettere i panni dell’occidentale che dall’alto della sua cultura si pone sul piedistallo, dando tutto per scontato. Perché non sempre è così. Come dal punto di vista valoriale, al contrario ad oggi sono proprio gli africani a detenere la difesa di alcuni valori, come la famiglia e il senso di comunità». Come Steadfast che attività promuovete? «Stiamo finalmente realizzando, dopo nove anni di fatiche - compreso il Covid - anche per ottenere i permessi necessari, un politecnico universitario, poi abbiamo un piccolo ospedale con 20 posti letto, due scuole, tre orfanotrofi con circa 800 bambini. Pilastro fondamentale della nostra azione è l’educazione. Vogliamo offrire ai ragazzi dei villaggi, scuole di primo grado, di secondo grado e università, così da garantir loro una professionalità completa per cambiare i territori in cui vivono, e poi c’erano le officine metalmeccaniche». C’erano? «Sì, perché queste officine, per realizzare le quali avevamo anche portato in Italia per un congruo periodo di formazione professionale 70 giovani nigeriani, nel 2019 sono state completamente distrutte dai pastori fulani, che, come Attila, dove passano lasciano macerie e distruzione». Chi sono i fulani? «Sono un’etnia nomade di pastori musulmani, nascono in Medio Oriente e hanno iniziato ad attecchire nel nord della Nigeria ed in altri Paesi africani. Si muovono con la scusa del cambiamento climatico, con la chiara intenzione di “fulanizzare” tutta la Nigeria. Evidente mira espansionistica per avere un loro Stato, nello specifico ricco di materie prime - diamanti, oro, rame, legname, eccetera - e privo di cristiani». Eppure, nonostante le minacce e spesso le carneficine compiute dagli estremisti islamici, i cristiani nigeriani sono quelli che, nel mondo, vanno più a messa. Una lezione per la fede spesso stanca dell’Occidente? «Assolutamente sì. Ricollegandomi alla prima volta che ho messo piede in Africa, una delle cose che mi ha sempre colpito della scala valoriale della vita di un nigeriano è che, prima di ogni cosa, viene Dio. Nel 2018 ho poi assistito ad evento che mi ha colpito molto. Mi avevano portato a conoscere un giovane sacerdote molto in gamba, padre Mbaka - le sue omelie, pensi, vengono ascoltate in città e nei villaggi, ad alto volume -, a uno dei due eventi che organizza ogni settimana, uno la domenica mattina e l’altro il giovedì, è una veglia notturna. Sono rimasto impressionato: avrò avuto davanti a me 40.000 persone, la maggior parte giovani che, circondando un altare con il Santissimo esposto per tutta la notte, formavano una sorta di palazzetto dello sport. Si pregava, si parlava di attualità, si cantava. Insomma, era una sorta di “rave cristiano”». C’è quindi una fede ardente da quelle parti. «Le messe durano tre o quattro ore e lì l’offertorio è molto essenziale e pratico, c’è sì chi porge denaro ma pure, per dirle, chi porta la gallina o una capra. Ognuno offre quel che può». A proposito di Africa, che cosa pensa del piano Mattei? «Ne sono un sostenitore convinto. Se da un lato l’Occidente si è storicamente posto sul piedistallo rispetto all’Africa, peraltro con esiti tutt’altro che felici - basti vedere ai risultati fallimentari della Francia in Sahel, dove la destabilizzazione è evidente -, dall’altro ora è in atto un cambiamento di visione nei confronti del nostro Paese. L’aspettativa è altissima, c’è una grande speranza da parte dei governi, anche se poi è normale, come abbiamo visto nella conferenza Italia-Africa, che ci sia anche un sentimento di timore di fronte al rischio dell’ennesima colonizzazione. Ma se Giorgia Meloni continua sulla strada intrapresa, di un lavoro alla pari, non predatorio, ma cooperativo per costruire un’Africa nuova - ma anche un’Europa nuova, perché l’Africa può dare molto all’Europa - sarà la chiave vincente. Sono quasi convinto che da qui a 10 anni questa politica estera farà sì che l’Italia sarà in collaborazione feconda con la maggior parte dei Paesi africani». Cosa risponde a chi dice che il piano Mattei sarebbe una sorta di scatola vuota? «Chi dice questo è il classico venditore di fumo e non conosce la materia, perché questo è un piano mastodontico ed epocale che ha bisogno di tempo. Chiaro, non è qualcosa di semplice da realizzarsi, ma a me non sembra affatto vuoto, anzi; né mi pare che il premier Meloni si muova in modo inconcludente, tutt’altro, come per esempio insegnano gli accordi sul gas con l’Algeria. Di questo passo, sullo scacchiere europeo l’Italia potrebbe diventare la nuova Germania». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cattolicesimo-africa-futuro-2667364704.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pio-xii-gia-denunciava-la-propaganda-atea-degli-ex-colonizzatori" data-post-id="2667364704" data-published-at="1708948209" data-use-pagination="False"> Pio XII già denunciava la propaganda atea degli ex colonizzatori Se da una parte è indubbio, numeri alla mano, come l’Africa abbia oggi già in grembo il cristianesimo del futuro, dall’altra sarebbe storicamente sbagliato immaginare il legame tra questo grande continente e la Chiesa come qualcosa di nuovo. Anche se in pochi lo sanno, infatti, degli oltre 200 pontefici susseguitisi dopo san Pietro, la Chiesa - peraltro quella dei primi secoli - ha già avuto non uno, bensì tre papi africani. Si tratta di san Vittore I (189-201), san Milziade (311-314) e Gelasio I (492-496). Lo stesso Agostino d’Ippona (354-430), santo d’importanza eccezionale per i cristiani, nacque com’è noto a Tagaste, città africana, e, precisamente, algerina. Tutte queste figure, a ben vedere, dicono molto del rilievo che, fin dalla fine del secondo secolo, la Chiesa africana doveva avere per Roma. Prima con i Vandali e a seguire, poi, con l’invasione musulmana, per il grande continente a sud del Mediterraneo venne però un periodo di grande eclissi, che lo portò a lungo fuori dai radar della latinità e della cristianità. Il rapporto tra Roma e l’Africa si è riallacciato dapprima grazie all’infaticabile opera dei missionari e poi con la progressiva organizzazione dell’episcopato africano, con gli stessi pontefici, specie dopo la Seconda Guerra Mondiale, che sono tornati ad occuparsi direttamente della terra africana, vista come un tesoro per tutta la Chiesa cattolica. Basti vedere cosa scriveva nella sua lettera enciclica Fidei Donum del 21 aprile 1957 papa Eugenio Pacelli, allorquando sottolineava che «l’espansione della Chiesa in Africa durante gli ultimi decenni ha da essere senza dubbio, per i cristiani, motivo di gioia e di fierezza» non senza denunciare - con straordinario anticipo sui tempi - quella che oggi si potrebbe chiamare una colonizzazione ideologica da parte dell’Occidente. «In molte regioni dell’Africa», scriveva infatti sempre Pio XII, «vengono diffusi i germi di turbolenze dai seguaci del “materialismo” ateo, i quali attizzano le passioni, eccitano l’odio d’un popolo contro l’altro, sfruttano alcune tristi condizioni per sedurre gli spiriti con fallaci miraggi per seminare la ribellione nei cuori». Un evento significativo nel riallacciare i rapporti tra Roma e l’Africa avvenne poi nel marzo del 1960, quando papa Giovanni XXIII elevò il tanzaniano Laurean Rugambwa a primo cardinale africano della storia contemporanea. Il 31 luglio 1969, nella celebrazione eucaristica a conclusione del Symposium dei vescovi dell’Africa, rilevanti furono inoltre le parole di papa Paolo VI, che disse: «La Chiesa africana ha davanti a sé un compito originale ed immenso: essa deve rivolgersi come una “madre e maestra” a tutti i figli di questa terra del sole». Questa «terra del sole» entrò anche nel cuore di Karol Wojtyla, il quale in Africa fece numerosissimi apostolici, toccando ben 41 dei 56 Stati - cinque per due volte, e due per tre volte - che compongono l’immenso continente da oltre 1,2 miliardi di abitanti. Prima di papa Francesco - che lo scorso anno ha compiuto un pellegrinaggio di pace nella Repubblica democratica del Congo e in sud Sudan -, del grande continente si è occupato anche Benedetto XVI, che nell’omelia tenuta domenica 4 ottobre 2009 ha affermato che «l’Africa rappresenta un immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza». Le dimensioni di questo «“polmone” spirituale», come mettono in luce gli indicatori demografici, risultano davvero già oggi notevoli; e in futuro lo saranno ancor di più.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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