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2022-03-28
I piccoli (ma grandi) carrozzieri italiani
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Fiat 1100/103 cabriolet carrozzeria Allemano del 1954
Quella dei carrozzieri rientra a pieno titolo nella grande storia dell’eccellenza artigianale italiana, capace di innovazioni e raffinatezze stilistiche senza pari. Lo dimostrano i grandi nomi dell’eccellenza nel design automobilistico conosciuti a livello mondiale: stiamo parlando, si capisce, di Pininfarina, Bertone, Giugiaro, Ghia. Portano la loro firma le auto più eleganti e prestigiose della storia delle quattro ruote, successo che ha portato queste grandi firme a transitare da una dimensione artigianale a una industriale. Accanto a questi «big» dello stile, l’eccellenza italiana ha brillato in molteplici realtà più piccole, ma non per questo meno creative e professionali delle sorelle maggiori.
La parabola della loro attività abbraccia un arco temporale che va dagli esordi dell’automobile nei primissimi anni del Ventesimo secolo all’inizio degli anni Settanta. La maggior parte delle carrozzerie speciali fiorì con l’inizio della produzione in serie degli anni Trenta, anche se la diffusione di massa dell’automobile in Italia era ancora molto lontana. Tuttavia tra le due guerre l’élite degli automobilisti italiani aveva assorbito una moda che era andata diffondendosi in quegli anni, quella delle «fuoriserie», vale a dire esemplari unici o in produzione limitata costruiti sulla base di vetture in produzione delle diverse case. Sono caratteristici gli esempi di cabriolet, barchette, limousine o «landaulet» prodotti dalle carrozzerie speciali di quegli anni. Un’ulteriore sfida accolta dai designer fu l’introduzione dell’aerodinamica (mutuata della crescita del settore aeronautico) applicata alle vetture anche di serie. Uno degli esempi più evidenti di questo stile (e meglio riuscito) degli anni Trenta fu la Fiat «1500» del 1935, una berlina dal disegno unico, che anticipava i tempi. Era stata la prima auto italiana ad essere sviluppata in galleria del vento, opera del talento di Mario Revelli di Beaumont che nel dopoguerra sarà protagonista del panorama poliedrico dei carrozzieri italiani. Il secondo conflitto mondiale congelò l’attività degli artigiani dell’automobile a causa della militarizzazione della produzione e per le devastazioni dei bombardamenti. Una nuova alba comparve negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, quando la prospettiva di crescita economica dell’Italia anticipò la futura motorizzazione di massa e fece da volano alla ripresa dei progetti da parte delle carrozzerie italiane, già esistenti oppure da parte di quelle fondate dopo la guerra.
I nomi che risuoneranno dagli anni ’40 agli anni ’60 sono molti, alcuni di questi ebbero vita effimera mentre altri si affermeranno vedendo crescere le proprie dimensioni. Ecco alcuni tra gli esempi più importanti della sapienza italiana nell’arte della carrozzeria che operarono negli stessi anni dei colossi del design automobilistico mondiale.
Allemano
Fondata a Torino nel 1928 da Serafino Allemano, si dedicò alle carrozzerie speciali dopo un difficile esordio nell’assistenza meccanica messo a dura prova dalla grande depressione. Fu nel dopoguerra che l’atelier torinese colse i più grandi successi, partendo con una prestigiosa commissione da parte di Enzo Ferrari per la carrozzeria della barchetta 166 disegnata in collaborazione con il grande Giovanni Michelotti. Specializzato in carrozzerie cabriolet, realizzò nel 1954 una splendida fuoriserie su base Fiat 1100/103 convertibile. Il successo fu concentrato tra gli anni Cinquanta e l’inizio del decennio successivo, quando la carrozzeria torinese realizzò capolavori di prestigio come la Maserati 3500 GT e la versione aperta della Fiat 1500. Chiuse i battenti nei primi anni Sessanta con la prima crisi che seguì il «boom» economico.
Boneschi
Siamo a Cambiago, alle porte di Milano quando il carrozziere Giovanni Boneschi apre la sua officina alla fine della Grande Guerra. In contatto con un distributore locale del prestigiosissimo marchio Lancia, il carrozziere milanese si cimenta in allestimenti speciali per la berlina di punta Lambda. Rimasto a lungo fedele al marchio di Chivasso, a cui si aggiunse la milanesissima Alfa Romeo per la quale realizzò una speciale edizione della sportiva 6C 2500. Le bombe della guerra caddero sui capannoni dell’officina di Cambiago causando l’interruzione di ogni attività. Nel dopoguerra ancora una volta il marchio Lancia diede fiducia a Boneschi, che rispose con una versione speciale della Aurelia. Anche il biscione, con la nuova Giulietta, fu celebrato dal carrozziere con un’interessante interpretazione del sogno americano i chiave meneghina. Il risultato fu la Giulietta Giardiniera con inserti in legno, che richiamava le familiari americane note oltreoceano con il nome di “woodies”. Anche Boneschi fu colto dalla prima crisi post-boom ma fu in grado di operare una riconversione che salverà il marchio, quella della carrozzeria di mezzi commerciali: camion e autobus. In seguito assorbita dal concorrente torinese Savio, l’azienda di Cambiago si è specializzata in allestimento di mezzi per l’emergenza sanitaria e allestimento di veicoli militari fino alla metà degli anni Duemila.
Castagna
Altra prestigiosa casa milanese, è uno dei marchi più antichi nella storia della carrozzeria italiana. Proprio con le carrozze a cavalli vide il suo esordio che proseguì con la prima automobile Benz carrozzata in Italia. Il prestigio del carrozziere milanese sarà confermato negli anni interbellici con vere e proprie opere d’arte su base Isotta Fraschini (la Rolls Royce italiana), Lancia, Alfa Romeo e Mercedes. Chiusa nel 1954, il marchio verrà ripreso alla metà degli anni Novanta da due imprenditori, Gioacchino Acampora e Umberto Petra. La tradizione di lusso e originalità è continuata con la reinterpretazione della supercar Alfa Romeo SZ per poi passare alla customizzazione di modelli di serie come la Mini e la best seller italiana Fiat 500.
Colli
Altro carrozziere milanese nato nel 1931, fu impegnato in guerra nella lavorazione dell’alluminio nel settore aeronautico per poi riprendere l’avventura delle quattro ruote nel dopoguerra, dopo aver interrotto le attività sulle automobili prebelliche, di cui rimanevano le rielaborazioni della Fiat 500 A «Topolino» del 1936. Data la vicinanza estrema con l’Alfa Romeo del portello, nel dopoguerra elaborò le ultime 2500 6C per poi passare ad una versione speciale della «Disco volante» del biscione proseguendo con le versioni soprattutto familiari della Giulia. Nel 1955 la carrozzeria milanese si cimentò anche con la realizzazione di una vettura da Formula 1 su base Maserati. Fu attiva fino al 1973.
Eurostyle
Nata nel 1968 con specializzazione nella lavorazione del plexiglas, fu una delle meteore più interessanti e futuribili del panorama italiano. Attiva solo per due anni, fu fondata dall’italo-argentino Michele Liprandi, in contatto con il costruttore Alejandro DeTomaso. Nonostante l’inconsistenza commerciale, le elaborazioni Eurostyle su meccanica Fiat 125 e Porsche 914 anticiparono le tendenze del decennio seguente.
Fissore
Nel 1920 fu fondata a Savigliano, Cuneo, l’officina Fissore che si specializzò inizialmente nella realizzazione di mezzi commerciali leggeri e furgoni pubblicitari. Nel dopoguerra emerse come allestitore di una molteplicità di marchi che incluse la Monteverdi, un marchio svizzero di supercar e gran turismo attiva dal 1967 al 1984. Tra le realizzazioni speciali della carrozzeria piemontese la Fiat 130 papamobile convertibile e una Mercedes 170 che anticipava le sportive familiari odierne. dagli anni Settanta la Fissero trovò un discreto successo commerciale con le creazioni in stile «spiaggina» (sullo stile della Citroen Mehari) di auto popolari come le Fiat 126, 127 e Panda. Negli ultimi anni di attività, in joint venture con la Rayton si dedicò alla progettazione e alla produzione della suv «Magnum», un fuoristrada dalle generose dimensioni su base Iveco e rifinito internamente di legno di radica e pelle pregiata che faceva della Magnum la Range Rover italiana. Fu il primo suv italiano e fu importato negli Usa con il marchio LaForza. Molti ricordano il suo utilizzo da parte della Polizia di Stato.
Fontana
Carrozzeria padovana di piccole dimensioni, fu attiva in particolare nei primi anni ’50 quando elaborò una serie di prototipi su base Ferrari davvero originali, come la 166 «uovo», un esemplare unico di coupé dalle forme futuribili che partecipò ad una Mille Miglia nella quale fu danneggiata gravemente. Ricostruita, è stata recentemente battuta all’asta per 7 milioni di dollari. Visionaria fu anche un’altra sportiva nata a Maranello e rivista da Fontana, sorprendente in quanto anticipa di oltre mezzo secolo le «shooting-brake», le prestigiose sportive dotate come le station wagon di portellone posteriore. Un esempio recente del cavallino è la GTC4 Lusso del 2016.
Francis Lombardi
Nata a Vercelli nel 1947 la carrozzeria prese il nome dal fondatore Carlo «Francis» Lombardi, già asso dell’aviazione nella Grande Guerra e pioniere dei raid aerei degli anni Venti. dagli anni Cinquanta si dedicò alle vetture parallelamente all’attività nel campo dell’aviazione leggera. Le realizzazioni della carrozzeria vercellese furono accomunate da una caratteristica distintiva: quella di aggiungere le portiere posteriori a vetture di serie dotate di soli due sportelli. La denominazione della trasformazione Lombardi fu per tutte queste nuove quattroporte quella di «Lucciola», quasi sempre costruite su base Fiat come la 600, la 850 e più tardi la 127. La Francis Lombardi è ricordata anche per le poetiche «woodies» su base Fiat 1400 degli anni Cinquanta e per la prima vera papamobile appositamente realizzata per Papa Paolo VI alla sua elezione nel 1963, una limousine su base Fiat 2300 con il tetto trasparente.
Moretti
Nata nel 1925 come officina per la costruzione di motociclette, fu tra i pionieri assoluti delle moderne microcar che il carrozziere equipaggiava con i motori motociclistici ma anche delle vetture e dei mezzi commerciali leggeri a trazione elettrica con decenni di anticipo. Nel dopoguerra la produzione di massa della Fiat fornì le basi alla fantasia creativa del carrozziere che partì con la microcar «Cita» per approdare poi alle 600 e 500. Negli anni finali Moretti, come il concorrente Fissore, concentrò la produzione su derivate per il tempo libero, chiamate «Midimaxi» su base 126 e 127. Altre realizzazioni furono le coupé su base Fiat 124, reinterpretata in stile «muscle car» all’italiana.
Savio
Nata sotto la Mole nel lontano 1919, la carrozzeria fu una delle più prolifiche già negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale. Spostata a Moncalieri nel 1959, la Savio di fatto anticipò il concetto di Suv. Se si guarda ad esempio ad una delle realizzazioni di quello stesso anno, il 1100/103 Camionetta, dal disegno molto simile alla Land Rover con linee e idee sviluppate dai grandi costruttori trent'anni dopo o più. La Savio è ricordata anche per la realizzazione di «spiaggine» apprezzate negli anni Sessanta dal pubblico degli anni ruggenti, come la Fiat 600 totalmente apribile ribattezzata «Jungla».
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Fin dai suoi esordi, l'automobile fu resa dalla creatività degli «artigiani della lamiera» italiani una vera opera d'arte. Soprattutto nell'epoca d'oro tra anni Cinquanta e Sessanta quando accanto ai grandi designer fiorirono anche i più piccoli, con risultati spesso sorprendenti.Quella dei carrozzieri rientra a pieno titolo nella grande storia dell’eccellenza artigianale italiana, capace di innovazioni e raffinatezze stilistiche senza pari. Lo dimostrano i grandi nomi dell’eccellenza nel design automobilistico conosciuti a livello mondiale: stiamo parlando, si capisce, di Pininfarina, Bertone, Giugiaro, Ghia. Portano la loro firma le auto più eleganti e prestigiose della storia delle quattro ruote, successo che ha portato queste grandi firme a transitare da una dimensione artigianale a una industriale. Accanto a questi «big» dello stile, l’eccellenza italiana ha brillato in molteplici realtà più piccole, ma non per questo meno creative e professionali delle sorelle maggiori. La parabola della loro attività abbraccia un arco temporale che va dagli esordi dell’automobile nei primissimi anni del Ventesimo secolo all’inizio degli anni Settanta. La maggior parte delle carrozzerie speciali fiorì con l’inizio della produzione in serie degli anni Trenta, anche se la diffusione di massa dell’automobile in Italia era ancora molto lontana. Tuttavia tra le due guerre l’élite degli automobilisti italiani aveva assorbito una moda che era andata diffondendosi in quegli anni, quella delle «fuoriserie», vale a dire esemplari unici o in produzione limitata costruiti sulla base di vetture in produzione delle diverse case. Sono caratteristici gli esempi di cabriolet, barchette, limousine o «landaulet» prodotti dalle carrozzerie speciali di quegli anni. Un’ulteriore sfida accolta dai designer fu l’introduzione dell’aerodinamica (mutuata della crescita del settore aeronautico) applicata alle vetture anche di serie. Uno degli esempi più evidenti di questo stile (e meglio riuscito) degli anni Trenta fu la Fiat «1500» del 1935, una berlina dal disegno unico, che anticipava i tempi. Era stata la prima auto italiana ad essere sviluppata in galleria del vento, opera del talento di Mario Revelli di Beaumont che nel dopoguerra sarà protagonista del panorama poliedrico dei carrozzieri italiani. Il secondo conflitto mondiale congelò l’attività degli artigiani dell’automobile a causa della militarizzazione della produzione e per le devastazioni dei bombardamenti. Una nuova alba comparve negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, quando la prospettiva di crescita economica dell’Italia anticipò la futura motorizzazione di massa e fece da volano alla ripresa dei progetti da parte delle carrozzerie italiane, già esistenti oppure da parte di quelle fondate dopo la guerra. I nomi che risuoneranno dagli anni ’40 agli anni ’60 sono molti, alcuni di questi ebbero vita effimera mentre altri si affermeranno vedendo crescere le proprie dimensioni. Ecco alcuni tra gli esempi più importanti della sapienza italiana nell’arte della carrozzeria che operarono negli stessi anni dei colossi del design automobilistico mondiale.AllemanoFondata a Torino nel 1928 da Serafino Allemano, si dedicò alle carrozzerie speciali dopo un difficile esordio nell’assistenza meccanica messo a dura prova dalla grande depressione. Fu nel dopoguerra che l’atelier torinese colse i più grandi successi, partendo con una prestigiosa commissione da parte di Enzo Ferrari per la carrozzeria della barchetta 166 disegnata in collaborazione con il grande Giovanni Michelotti. Specializzato in carrozzerie cabriolet, realizzò nel 1954 una splendida fuoriserie su base Fiat 1100/103 convertibile. Il successo fu concentrato tra gli anni Cinquanta e l’inizio del decennio successivo, quando la carrozzeria torinese realizzò capolavori di prestigio come la Maserati 3500 GT e la versione aperta della Fiat 1500. Chiuse i battenti nei primi anni Sessanta con la prima crisi che seguì il «boom» economico.BoneschiSiamo a Cambiago, alle porte di Milano quando il carrozziere Giovanni Boneschi apre la sua officina alla fine della Grande Guerra. In contatto con un distributore locale del prestigiosissimo marchio Lancia, il carrozziere milanese si cimenta in allestimenti speciali per la berlina di punta Lambda. Rimasto a lungo fedele al marchio di Chivasso, a cui si aggiunse la milanesissima Alfa Romeo per la quale realizzò una speciale edizione della sportiva 6C 2500. Le bombe della guerra caddero sui capannoni dell’officina di Cambiago causando l’interruzione di ogni attività. Nel dopoguerra ancora una volta il marchio Lancia diede fiducia a Boneschi, che rispose con una versione speciale della Aurelia. Anche il biscione, con la nuova Giulietta, fu celebrato dal carrozziere con un’interessante interpretazione del sogno americano i chiave meneghina. Il risultato fu la Giulietta Giardiniera con inserti in legno, che richiamava le familiari americane note oltreoceano con il nome di “woodies”. Anche Boneschi fu colto dalla prima crisi post-boom ma fu in grado di operare una riconversione che salverà il marchio, quella della carrozzeria di mezzi commerciali: camion e autobus. In seguito assorbita dal concorrente torinese Savio, l’azienda di Cambiago si è specializzata in allestimento di mezzi per l’emergenza sanitaria e allestimento di veicoli militari fino alla metà degli anni Duemila.CastagnaAltra prestigiosa casa milanese, è uno dei marchi più antichi nella storia della carrozzeria italiana. Proprio con le carrozze a cavalli vide il suo esordio che proseguì con la prima automobile Benz carrozzata in Italia. Il prestigio del carrozziere milanese sarà confermato negli anni interbellici con vere e proprie opere d’arte su base Isotta Fraschini (la Rolls Royce italiana), Lancia, Alfa Romeo e Mercedes. Chiusa nel 1954, il marchio verrà ripreso alla metà degli anni Novanta da due imprenditori, Gioacchino Acampora e Umberto Petra. La tradizione di lusso e originalità è continuata con la reinterpretazione della supercar Alfa Romeo SZ per poi passare alla customizzazione di modelli di serie come la Mini e la best seller italiana Fiat 500.ColliAltro carrozziere milanese nato nel 1931, fu impegnato in guerra nella lavorazione dell’alluminio nel settore aeronautico per poi riprendere l’avventura delle quattro ruote nel dopoguerra, dopo aver interrotto le attività sulle automobili prebelliche, di cui rimanevano le rielaborazioni della Fiat 500 A «Topolino» del 1936. Data la vicinanza estrema con l’Alfa Romeo del portello, nel dopoguerra elaborò le ultime 2500 6C per poi passare ad una versione speciale della «Disco volante» del biscione proseguendo con le versioni soprattutto familiari della Giulia. Nel 1955 la carrozzeria milanese si cimentò anche con la realizzazione di una vettura da Formula 1 su base Maserati. Fu attiva fino al 1973.EurostyleNata nel 1968 con specializzazione nella lavorazione del plexiglas, fu una delle meteore più interessanti e futuribili del panorama italiano. Attiva solo per due anni, fu fondata dall’italo-argentino Michele Liprandi, in contatto con il costruttore Alejandro DeTomaso. Nonostante l’inconsistenza commerciale, le elaborazioni Eurostyle su meccanica Fiat 125 e Porsche 914 anticiparono le tendenze del decennio seguente.FissoreNel 1920 fu fondata a Savigliano, Cuneo, l’officina Fissore che si specializzò inizialmente nella realizzazione di mezzi commerciali leggeri e furgoni pubblicitari. Nel dopoguerra emerse come allestitore di una molteplicità di marchi che incluse la Monteverdi, un marchio svizzero di supercar e gran turismo attiva dal 1967 al 1984. Tra le realizzazioni speciali della carrozzeria piemontese la Fiat 130 papamobile convertibile e una Mercedes 170 che anticipava le sportive familiari odierne. dagli anni Settanta la Fissero trovò un discreto successo commerciale con le creazioni in stile «spiaggina» (sullo stile della Citroen Mehari) di auto popolari come le Fiat 126, 127 e Panda. Negli ultimi anni di attività, in joint venture con la Rayton si dedicò alla progettazione e alla produzione della suv «Magnum», un fuoristrada dalle generose dimensioni su base Iveco e rifinito internamente di legno di radica e pelle pregiata che faceva della Magnum la Range Rover italiana. Fu il primo suv italiano e fu importato negli Usa con il marchio LaForza. Molti ricordano il suo utilizzo da parte della Polizia di Stato.FontanaCarrozzeria padovana di piccole dimensioni, fu attiva in particolare nei primi anni ’50 quando elaborò una serie di prototipi su base Ferrari davvero originali, come la 166 «uovo», un esemplare unico di coupé dalle forme futuribili che partecipò ad una Mille Miglia nella quale fu danneggiata gravemente. Ricostruita, è stata recentemente battuta all’asta per 7 milioni di dollari. Visionaria fu anche un’altra sportiva nata a Maranello e rivista da Fontana, sorprendente in quanto anticipa di oltre mezzo secolo le «shooting-brake», le prestigiose sportive dotate come le station wagon di portellone posteriore. Un esempio recente del cavallino è la GTC4 Lusso del 2016.Francis LombardiNata a Vercelli nel 1947 la carrozzeria prese il nome dal fondatore Carlo «Francis» Lombardi, già asso dell’aviazione nella Grande Guerra e pioniere dei raid aerei degli anni Venti. dagli anni Cinquanta si dedicò alle vetture parallelamente all’attività nel campo dell’aviazione leggera. Le realizzazioni della carrozzeria vercellese furono accomunate da una caratteristica distintiva: quella di aggiungere le portiere posteriori a vetture di serie dotate di soli due sportelli. La denominazione della trasformazione Lombardi fu per tutte queste nuove quattroporte quella di «Lucciola», quasi sempre costruite su base Fiat come la 600, la 850 e più tardi la 127. La Francis Lombardi è ricordata anche per le poetiche «woodies» su base Fiat 1400 degli anni Cinquanta e per la prima vera papamobile appositamente realizzata per Papa Paolo VI alla sua elezione nel 1963, una limousine su base Fiat 2300 con il tetto trasparente.MorettiNata nel 1925 come officina per la costruzione di motociclette, fu tra i pionieri assoluti delle moderne microcar che il carrozziere equipaggiava con i motori motociclistici ma anche delle vetture e dei mezzi commerciali leggeri a trazione elettrica con decenni di anticipo. Nel dopoguerra la produzione di massa della Fiat fornì le basi alla fantasia creativa del carrozziere che partì con la microcar «Cita» per approdare poi alle 600 e 500. Negli anni finali Moretti, come il concorrente Fissore, concentrò la produzione su derivate per il tempo libero, chiamate «Midimaxi» su base 126 e 127. Altre realizzazioni furono le coupé su base Fiat 124, reinterpretata in stile «muscle car» all’italiana.SavioNata sotto la Mole nel lontano 1919, la carrozzeria fu una delle più prolifiche già negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale. Spostata a Moncalieri nel 1959, la Savio di fatto anticipò il concetto di Suv. Se si guarda ad esempio ad una delle realizzazioni di quello stesso anno, il 1100/103 Camionetta, dal disegno molto simile alla Land Rover con linee e idee sviluppate dai grandi costruttori trent'anni dopo o più. La Savio è ricordata anche per la realizzazione di «spiaggine» apprezzate negli anni Sessanta dal pubblico degli anni ruggenti, come la Fiat 600 totalmente apribile ribattezzata «Jungla».
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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