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2022-03-28
I piccoli (ma grandi) carrozzieri italiani
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Fiat 1100/103 cabriolet carrozzeria Allemano del 1954
Quella dei carrozzieri rientra a pieno titolo nella grande storia dell’eccellenza artigianale italiana, capace di innovazioni e raffinatezze stilistiche senza pari. Lo dimostrano i grandi nomi dell’eccellenza nel design automobilistico conosciuti a livello mondiale: stiamo parlando, si capisce, di Pininfarina, Bertone, Giugiaro, Ghia. Portano la loro firma le auto più eleganti e prestigiose della storia delle quattro ruote, successo che ha portato queste grandi firme a transitare da una dimensione artigianale a una industriale. Accanto a questi «big» dello stile, l’eccellenza italiana ha brillato in molteplici realtà più piccole, ma non per questo meno creative e professionali delle sorelle maggiori.
La parabola della loro attività abbraccia un arco temporale che va dagli esordi dell’automobile nei primissimi anni del Ventesimo secolo all’inizio degli anni Settanta. La maggior parte delle carrozzerie speciali fiorì con l’inizio della produzione in serie degli anni Trenta, anche se la diffusione di massa dell’automobile in Italia era ancora molto lontana. Tuttavia tra le due guerre l’élite degli automobilisti italiani aveva assorbito una moda che era andata diffondendosi in quegli anni, quella delle «fuoriserie», vale a dire esemplari unici o in produzione limitata costruiti sulla base di vetture in produzione delle diverse case. Sono caratteristici gli esempi di cabriolet, barchette, limousine o «landaulet» prodotti dalle carrozzerie speciali di quegli anni. Un’ulteriore sfida accolta dai designer fu l’introduzione dell’aerodinamica (mutuata della crescita del settore aeronautico) applicata alle vetture anche di serie. Uno degli esempi più evidenti di questo stile (e meglio riuscito) degli anni Trenta fu la Fiat «1500» del 1935, una berlina dal disegno unico, che anticipava i tempi. Era stata la prima auto italiana ad essere sviluppata in galleria del vento, opera del talento di Mario Revelli di Beaumont che nel dopoguerra sarà protagonista del panorama poliedrico dei carrozzieri italiani. Il secondo conflitto mondiale congelò l’attività degli artigiani dell’automobile a causa della militarizzazione della produzione e per le devastazioni dei bombardamenti. Una nuova alba comparve negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, quando la prospettiva di crescita economica dell’Italia anticipò la futura motorizzazione di massa e fece da volano alla ripresa dei progetti da parte delle carrozzerie italiane, già esistenti oppure da parte di quelle fondate dopo la guerra.
I nomi che risuoneranno dagli anni ’40 agli anni ’60 sono molti, alcuni di questi ebbero vita effimera mentre altri si affermeranno vedendo crescere le proprie dimensioni. Ecco alcuni tra gli esempi più importanti della sapienza italiana nell’arte della carrozzeria che operarono negli stessi anni dei colossi del design automobilistico mondiale.
Allemano
Fondata a Torino nel 1928 da Serafino Allemano, si dedicò alle carrozzerie speciali dopo un difficile esordio nell’assistenza meccanica messo a dura prova dalla grande depressione. Fu nel dopoguerra che l’atelier torinese colse i più grandi successi, partendo con una prestigiosa commissione da parte di Enzo Ferrari per la carrozzeria della barchetta 166 disegnata in collaborazione con il grande Giovanni Michelotti. Specializzato in carrozzerie cabriolet, realizzò nel 1954 una splendida fuoriserie su base Fiat 1100/103 convertibile. Il successo fu concentrato tra gli anni Cinquanta e l’inizio del decennio successivo, quando la carrozzeria torinese realizzò capolavori di prestigio come la Maserati 3500 GT e la versione aperta della Fiat 1500. Chiuse i battenti nei primi anni Sessanta con la prima crisi che seguì il «boom» economico.
Boneschi
Siamo a Cambiago, alle porte di Milano quando il carrozziere Giovanni Boneschi apre la sua officina alla fine della Grande Guerra. In contatto con un distributore locale del prestigiosissimo marchio Lancia, il carrozziere milanese si cimenta in allestimenti speciali per la berlina di punta Lambda. Rimasto a lungo fedele al marchio di Chivasso, a cui si aggiunse la milanesissima Alfa Romeo per la quale realizzò una speciale edizione della sportiva 6C 2500. Le bombe della guerra caddero sui capannoni dell’officina di Cambiago causando l’interruzione di ogni attività. Nel dopoguerra ancora una volta il marchio Lancia diede fiducia a Boneschi, che rispose con una versione speciale della Aurelia. Anche il biscione, con la nuova Giulietta, fu celebrato dal carrozziere con un’interessante interpretazione del sogno americano i chiave meneghina. Il risultato fu la Giulietta Giardiniera con inserti in legno, che richiamava le familiari americane note oltreoceano con il nome di “woodies”. Anche Boneschi fu colto dalla prima crisi post-boom ma fu in grado di operare una riconversione che salverà il marchio, quella della carrozzeria di mezzi commerciali: camion e autobus. In seguito assorbita dal concorrente torinese Savio, l’azienda di Cambiago si è specializzata in allestimento di mezzi per l’emergenza sanitaria e allestimento di veicoli militari fino alla metà degli anni Duemila.
Castagna
Altra prestigiosa casa milanese, è uno dei marchi più antichi nella storia della carrozzeria italiana. Proprio con le carrozze a cavalli vide il suo esordio che proseguì con la prima automobile Benz carrozzata in Italia. Il prestigio del carrozziere milanese sarà confermato negli anni interbellici con vere e proprie opere d’arte su base Isotta Fraschini (la Rolls Royce italiana), Lancia, Alfa Romeo e Mercedes. Chiusa nel 1954, il marchio verrà ripreso alla metà degli anni Novanta da due imprenditori, Gioacchino Acampora e Umberto Petra. La tradizione di lusso e originalità è continuata con la reinterpretazione della supercar Alfa Romeo SZ per poi passare alla customizzazione di modelli di serie come la Mini e la best seller italiana Fiat 500.
Colli
Altro carrozziere milanese nato nel 1931, fu impegnato in guerra nella lavorazione dell’alluminio nel settore aeronautico per poi riprendere l’avventura delle quattro ruote nel dopoguerra, dopo aver interrotto le attività sulle automobili prebelliche, di cui rimanevano le rielaborazioni della Fiat 500 A «Topolino» del 1936. Data la vicinanza estrema con l’Alfa Romeo del portello, nel dopoguerra elaborò le ultime 2500 6C per poi passare ad una versione speciale della «Disco volante» del biscione proseguendo con le versioni soprattutto familiari della Giulia. Nel 1955 la carrozzeria milanese si cimentò anche con la realizzazione di una vettura da Formula 1 su base Maserati. Fu attiva fino al 1973.
Eurostyle
Nata nel 1968 con specializzazione nella lavorazione del plexiglas, fu una delle meteore più interessanti e futuribili del panorama italiano. Attiva solo per due anni, fu fondata dall’italo-argentino Michele Liprandi, in contatto con il costruttore Alejandro DeTomaso. Nonostante l’inconsistenza commerciale, le elaborazioni Eurostyle su meccanica Fiat 125 e Porsche 914 anticiparono le tendenze del decennio seguente.
Fissore
Nel 1920 fu fondata a Savigliano, Cuneo, l’officina Fissore che si specializzò inizialmente nella realizzazione di mezzi commerciali leggeri e furgoni pubblicitari. Nel dopoguerra emerse come allestitore di una molteplicità di marchi che incluse la Monteverdi, un marchio svizzero di supercar e gran turismo attiva dal 1967 al 1984. Tra le realizzazioni speciali della carrozzeria piemontese la Fiat 130 papamobile convertibile e una Mercedes 170 che anticipava le sportive familiari odierne. dagli anni Settanta la Fissero trovò un discreto successo commerciale con le creazioni in stile «spiaggina» (sullo stile della Citroen Mehari) di auto popolari come le Fiat 126, 127 e Panda. Negli ultimi anni di attività, in joint venture con la Rayton si dedicò alla progettazione e alla produzione della suv «Magnum», un fuoristrada dalle generose dimensioni su base Iveco e rifinito internamente di legno di radica e pelle pregiata che faceva della Magnum la Range Rover italiana. Fu il primo suv italiano e fu importato negli Usa con il marchio LaForza. Molti ricordano il suo utilizzo da parte della Polizia di Stato.
Fontana
Carrozzeria padovana di piccole dimensioni, fu attiva in particolare nei primi anni ’50 quando elaborò una serie di prototipi su base Ferrari davvero originali, come la 166 «uovo», un esemplare unico di coupé dalle forme futuribili che partecipò ad una Mille Miglia nella quale fu danneggiata gravemente. Ricostruita, è stata recentemente battuta all’asta per 7 milioni di dollari. Visionaria fu anche un’altra sportiva nata a Maranello e rivista da Fontana, sorprendente in quanto anticipa di oltre mezzo secolo le «shooting-brake», le prestigiose sportive dotate come le station wagon di portellone posteriore. Un esempio recente del cavallino è la GTC4 Lusso del 2016.
Francis Lombardi
Nata a Vercelli nel 1947 la carrozzeria prese il nome dal fondatore Carlo «Francis» Lombardi, già asso dell’aviazione nella Grande Guerra e pioniere dei raid aerei degli anni Venti. dagli anni Cinquanta si dedicò alle vetture parallelamente all’attività nel campo dell’aviazione leggera. Le realizzazioni della carrozzeria vercellese furono accomunate da una caratteristica distintiva: quella di aggiungere le portiere posteriori a vetture di serie dotate di soli due sportelli. La denominazione della trasformazione Lombardi fu per tutte queste nuove quattroporte quella di «Lucciola», quasi sempre costruite su base Fiat come la 600, la 850 e più tardi la 127. La Francis Lombardi è ricordata anche per le poetiche «woodies» su base Fiat 1400 degli anni Cinquanta e per la prima vera papamobile appositamente realizzata per Papa Paolo VI alla sua elezione nel 1963, una limousine su base Fiat 2300 con il tetto trasparente.
Moretti
Nata nel 1925 come officina per la costruzione di motociclette, fu tra i pionieri assoluti delle moderne microcar che il carrozziere equipaggiava con i motori motociclistici ma anche delle vetture e dei mezzi commerciali leggeri a trazione elettrica con decenni di anticipo. Nel dopoguerra la produzione di massa della Fiat fornì le basi alla fantasia creativa del carrozziere che partì con la microcar «Cita» per approdare poi alle 600 e 500. Negli anni finali Moretti, come il concorrente Fissore, concentrò la produzione su derivate per il tempo libero, chiamate «Midimaxi» su base 126 e 127. Altre realizzazioni furono le coupé su base Fiat 124, reinterpretata in stile «muscle car» all’italiana.
Savio
Nata sotto la Mole nel lontano 1919, la carrozzeria fu una delle più prolifiche già negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale. Spostata a Moncalieri nel 1959, la Savio di fatto anticipò il concetto di Suv. Se si guarda ad esempio ad una delle realizzazioni di quello stesso anno, il 1100/103 Camionetta, dal disegno molto simile alla Land Rover con linee e idee sviluppate dai grandi costruttori trent'anni dopo o più. La Savio è ricordata anche per la realizzazione di «spiaggine» apprezzate negli anni Sessanta dal pubblico degli anni ruggenti, come la Fiat 600 totalmente apribile ribattezzata «Jungla».
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Fin dai suoi esordi, l'automobile fu resa dalla creatività degli «artigiani della lamiera» italiani una vera opera d'arte. Soprattutto nell'epoca d'oro tra anni Cinquanta e Sessanta quando accanto ai grandi designer fiorirono anche i più piccoli, con risultati spesso sorprendenti.Quella dei carrozzieri rientra a pieno titolo nella grande storia dell’eccellenza artigianale italiana, capace di innovazioni e raffinatezze stilistiche senza pari. Lo dimostrano i grandi nomi dell’eccellenza nel design automobilistico conosciuti a livello mondiale: stiamo parlando, si capisce, di Pininfarina, Bertone, Giugiaro, Ghia. Portano la loro firma le auto più eleganti e prestigiose della storia delle quattro ruote, successo che ha portato queste grandi firme a transitare da una dimensione artigianale a una industriale. Accanto a questi «big» dello stile, l’eccellenza italiana ha brillato in molteplici realtà più piccole, ma non per questo meno creative e professionali delle sorelle maggiori. La parabola della loro attività abbraccia un arco temporale che va dagli esordi dell’automobile nei primissimi anni del Ventesimo secolo all’inizio degli anni Settanta. La maggior parte delle carrozzerie speciali fiorì con l’inizio della produzione in serie degli anni Trenta, anche se la diffusione di massa dell’automobile in Italia era ancora molto lontana. Tuttavia tra le due guerre l’élite degli automobilisti italiani aveva assorbito una moda che era andata diffondendosi in quegli anni, quella delle «fuoriserie», vale a dire esemplari unici o in produzione limitata costruiti sulla base di vetture in produzione delle diverse case. Sono caratteristici gli esempi di cabriolet, barchette, limousine o «landaulet» prodotti dalle carrozzerie speciali di quegli anni. Un’ulteriore sfida accolta dai designer fu l’introduzione dell’aerodinamica (mutuata della crescita del settore aeronautico) applicata alle vetture anche di serie. Uno degli esempi più evidenti di questo stile (e meglio riuscito) degli anni Trenta fu la Fiat «1500» del 1935, una berlina dal disegno unico, che anticipava i tempi. Era stata la prima auto italiana ad essere sviluppata in galleria del vento, opera del talento di Mario Revelli di Beaumont che nel dopoguerra sarà protagonista del panorama poliedrico dei carrozzieri italiani. Il secondo conflitto mondiale congelò l’attività degli artigiani dell’automobile a causa della militarizzazione della produzione e per le devastazioni dei bombardamenti. Una nuova alba comparve negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, quando la prospettiva di crescita economica dell’Italia anticipò la futura motorizzazione di massa e fece da volano alla ripresa dei progetti da parte delle carrozzerie italiane, già esistenti oppure da parte di quelle fondate dopo la guerra. I nomi che risuoneranno dagli anni ’40 agli anni ’60 sono molti, alcuni di questi ebbero vita effimera mentre altri si affermeranno vedendo crescere le proprie dimensioni. Ecco alcuni tra gli esempi più importanti della sapienza italiana nell’arte della carrozzeria che operarono negli stessi anni dei colossi del design automobilistico mondiale.AllemanoFondata a Torino nel 1928 da Serafino Allemano, si dedicò alle carrozzerie speciali dopo un difficile esordio nell’assistenza meccanica messo a dura prova dalla grande depressione. Fu nel dopoguerra che l’atelier torinese colse i più grandi successi, partendo con una prestigiosa commissione da parte di Enzo Ferrari per la carrozzeria della barchetta 166 disegnata in collaborazione con il grande Giovanni Michelotti. Specializzato in carrozzerie cabriolet, realizzò nel 1954 una splendida fuoriserie su base Fiat 1100/103 convertibile. Il successo fu concentrato tra gli anni Cinquanta e l’inizio del decennio successivo, quando la carrozzeria torinese realizzò capolavori di prestigio come la Maserati 3500 GT e la versione aperta della Fiat 1500. Chiuse i battenti nei primi anni Sessanta con la prima crisi che seguì il «boom» economico.BoneschiSiamo a Cambiago, alle porte di Milano quando il carrozziere Giovanni Boneschi apre la sua officina alla fine della Grande Guerra. In contatto con un distributore locale del prestigiosissimo marchio Lancia, il carrozziere milanese si cimenta in allestimenti speciali per la berlina di punta Lambda. Rimasto a lungo fedele al marchio di Chivasso, a cui si aggiunse la milanesissima Alfa Romeo per la quale realizzò una speciale edizione della sportiva 6C 2500. Le bombe della guerra caddero sui capannoni dell’officina di Cambiago causando l’interruzione di ogni attività. Nel dopoguerra ancora una volta il marchio Lancia diede fiducia a Boneschi, che rispose con una versione speciale della Aurelia. Anche il biscione, con la nuova Giulietta, fu celebrato dal carrozziere con un’interessante interpretazione del sogno americano i chiave meneghina. Il risultato fu la Giulietta Giardiniera con inserti in legno, che richiamava le familiari americane note oltreoceano con il nome di “woodies”. Anche Boneschi fu colto dalla prima crisi post-boom ma fu in grado di operare una riconversione che salverà il marchio, quella della carrozzeria di mezzi commerciali: camion e autobus. In seguito assorbita dal concorrente torinese Savio, l’azienda di Cambiago si è specializzata in allestimento di mezzi per l’emergenza sanitaria e allestimento di veicoli militari fino alla metà degli anni Duemila.CastagnaAltra prestigiosa casa milanese, è uno dei marchi più antichi nella storia della carrozzeria italiana. Proprio con le carrozze a cavalli vide il suo esordio che proseguì con la prima automobile Benz carrozzata in Italia. Il prestigio del carrozziere milanese sarà confermato negli anni interbellici con vere e proprie opere d’arte su base Isotta Fraschini (la Rolls Royce italiana), Lancia, Alfa Romeo e Mercedes. Chiusa nel 1954, il marchio verrà ripreso alla metà degli anni Novanta da due imprenditori, Gioacchino Acampora e Umberto Petra. La tradizione di lusso e originalità è continuata con la reinterpretazione della supercar Alfa Romeo SZ per poi passare alla customizzazione di modelli di serie come la Mini e la best seller italiana Fiat 500.ColliAltro carrozziere milanese nato nel 1931, fu impegnato in guerra nella lavorazione dell’alluminio nel settore aeronautico per poi riprendere l’avventura delle quattro ruote nel dopoguerra, dopo aver interrotto le attività sulle automobili prebelliche, di cui rimanevano le rielaborazioni della Fiat 500 A «Topolino» del 1936. Data la vicinanza estrema con l’Alfa Romeo del portello, nel dopoguerra elaborò le ultime 2500 6C per poi passare ad una versione speciale della «Disco volante» del biscione proseguendo con le versioni soprattutto familiari della Giulia. Nel 1955 la carrozzeria milanese si cimentò anche con la realizzazione di una vettura da Formula 1 su base Maserati. Fu attiva fino al 1973.EurostyleNata nel 1968 con specializzazione nella lavorazione del plexiglas, fu una delle meteore più interessanti e futuribili del panorama italiano. Attiva solo per due anni, fu fondata dall’italo-argentino Michele Liprandi, in contatto con il costruttore Alejandro DeTomaso. Nonostante l’inconsistenza commerciale, le elaborazioni Eurostyle su meccanica Fiat 125 e Porsche 914 anticiparono le tendenze del decennio seguente.FissoreNel 1920 fu fondata a Savigliano, Cuneo, l’officina Fissore che si specializzò inizialmente nella realizzazione di mezzi commerciali leggeri e furgoni pubblicitari. Nel dopoguerra emerse come allestitore di una molteplicità di marchi che incluse la Monteverdi, un marchio svizzero di supercar e gran turismo attiva dal 1967 al 1984. Tra le realizzazioni speciali della carrozzeria piemontese la Fiat 130 papamobile convertibile e una Mercedes 170 che anticipava le sportive familiari odierne. dagli anni Settanta la Fissero trovò un discreto successo commerciale con le creazioni in stile «spiaggina» (sullo stile della Citroen Mehari) di auto popolari come le Fiat 126, 127 e Panda. Negli ultimi anni di attività, in joint venture con la Rayton si dedicò alla progettazione e alla produzione della suv «Magnum», un fuoristrada dalle generose dimensioni su base Iveco e rifinito internamente di legno di radica e pelle pregiata che faceva della Magnum la Range Rover italiana. Fu il primo suv italiano e fu importato negli Usa con il marchio LaForza. Molti ricordano il suo utilizzo da parte della Polizia di Stato.FontanaCarrozzeria padovana di piccole dimensioni, fu attiva in particolare nei primi anni ’50 quando elaborò una serie di prototipi su base Ferrari davvero originali, come la 166 «uovo», un esemplare unico di coupé dalle forme futuribili che partecipò ad una Mille Miglia nella quale fu danneggiata gravemente. Ricostruita, è stata recentemente battuta all’asta per 7 milioni di dollari. Visionaria fu anche un’altra sportiva nata a Maranello e rivista da Fontana, sorprendente in quanto anticipa di oltre mezzo secolo le «shooting-brake», le prestigiose sportive dotate come le station wagon di portellone posteriore. Un esempio recente del cavallino è la GTC4 Lusso del 2016.Francis LombardiNata a Vercelli nel 1947 la carrozzeria prese il nome dal fondatore Carlo «Francis» Lombardi, già asso dell’aviazione nella Grande Guerra e pioniere dei raid aerei degli anni Venti. dagli anni Cinquanta si dedicò alle vetture parallelamente all’attività nel campo dell’aviazione leggera. Le realizzazioni della carrozzeria vercellese furono accomunate da una caratteristica distintiva: quella di aggiungere le portiere posteriori a vetture di serie dotate di soli due sportelli. La denominazione della trasformazione Lombardi fu per tutte queste nuove quattroporte quella di «Lucciola», quasi sempre costruite su base Fiat come la 600, la 850 e più tardi la 127. La Francis Lombardi è ricordata anche per le poetiche «woodies» su base Fiat 1400 degli anni Cinquanta e per la prima vera papamobile appositamente realizzata per Papa Paolo VI alla sua elezione nel 1963, una limousine su base Fiat 2300 con il tetto trasparente.MorettiNata nel 1925 come officina per la costruzione di motociclette, fu tra i pionieri assoluti delle moderne microcar che il carrozziere equipaggiava con i motori motociclistici ma anche delle vetture e dei mezzi commerciali leggeri a trazione elettrica con decenni di anticipo. Nel dopoguerra la produzione di massa della Fiat fornì le basi alla fantasia creativa del carrozziere che partì con la microcar «Cita» per approdare poi alle 600 e 500. Negli anni finali Moretti, come il concorrente Fissore, concentrò la produzione su derivate per il tempo libero, chiamate «Midimaxi» su base 126 e 127. Altre realizzazioni furono le coupé su base Fiat 124, reinterpretata in stile «muscle car» all’italiana.SavioNata sotto la Mole nel lontano 1919, la carrozzeria fu una delle più prolifiche già negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale. Spostata a Moncalieri nel 1959, la Savio di fatto anticipò il concetto di Suv. Se si guarda ad esempio ad una delle realizzazioni di quello stesso anno, il 1100/103 Camionetta, dal disegno molto simile alla Land Rover con linee e idee sviluppate dai grandi costruttori trent'anni dopo o più. La Savio è ricordata anche per la realizzazione di «spiaggine» apprezzate negli anni Sessanta dal pubblico degli anni ruggenti, come la Fiat 600 totalmente apribile ribattezzata «Jungla».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».