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2024-02-12
Bonaccini sdogana l’eutanasia senza far votare neppure il Pd
Stefano Bonaccini (Ansa)
Trovare un accordo su quelli che un po’ superficialmente vengono definiti «temi etici» è difficile, talvolta impossibile. Nelle democrazie liberali, laddove non si riesca più a incontrarsi su una verità condivisa, la via di uscita migliore consiste nel dare spazio e ascolto a tutte le diverse posizioni e individuare il punto di caduta più accettabile per tutti tramite il voto. Ma è proprio questo voto che i sedicenti difensori dei diritti vogliono evitare. Se la democrazia non porta i risultati che essi si aspettano, bisogna fare a meno della democrazia e aggirare l’ostacolo. È più o meno ciò che è avvenuto in Emilia Romagna, dove la giunta guidata da Stefano Bonaccini ha dato il via libera al suicidio assistito evitando accuratamente di passare per il voto. E il bello è che non se ne vergognano nemmeno, anzi rivendicano il colpo gobbo con una certa soddisfazione, come testimoniato ieri da Repubblica Bologna, che ha annunciato con grande emozione il lieto evento. «L’Emilia-Romagna brucia tutti e approva la prima procedura, valida su tutto il territorio regionale, per l’accesso al fine vita», ha scritto il giornale progressista. «Già oggi chi ne abbia i requisiti può chiedere al servizio sanitario di accedere al suicidio medicalmente assistito: entro un massimo di 42 giorni saprà se il suo desiderio sarà accolto». Insomma, una grande vittoria che viene definita con soddisfazione «una vera e propria svolta» dall’assessore regionale Raffaele Donini. Come ci si è arrivati? Facile: attraverso una delibera della giunta Bonaccini che di fatto rende «esigibile» il diritto al fine vita sancito dalla Consulta con la sentenza del 2019, emanata sul caso di Dj Fabo.
Così, l’Emilia-Romagna porta a casa il risultato, evitando di passare da un voto delicatissimo Aula», precisa Repubblica. Che spiega anche perché il Pd abbia dovuto ricorrere a questo trucco. «L’accelerazione è dovuta al fatto che la proposta di legge sul fine vita lanciata dalla associazione Luca Coscioni sarebbe arrivata in assemblea regionale martedì. La maggioranza però era a rischio, con la destra contraria e l’ala cattolica del Pd sul no. Così la giunta ha scelto la via della delibera, creando delle linee guida precise per la richiesta di fine vita e costituendo un comitato di esperti e di medici per esaminare le richieste. «Questa strada non pregiudica l’iter della proposta di legge, che martedì sarà rinviata in commissione ma che arriverà prima o poi in aula. Di fatto però la scavalca, perché attraverso la delibera di giunta chi vuole mettere fine alle proprie sofferenze e ha i requisiti definiti dalla Corte Costituzionale può già chiedere di accedere al fine vita, senza aspettare la politica». Tutto chiaro? Il governatore emiliano e i suoi temevano che, se sottoposta al voto in Aula, la legge regionale sul suicidio assistito non sarebbe passata, affossata dai voti della maggioranza e dal dissenso interno al Pd. Così hanno pensato bene di levarsi dai piedi le fastidiose regole democratiche e decidere di imperio. La proposta della associazione Coscioni sul fine vita è rimasta diversi mesi in attesa di essere esaminata dalla commissione sanità. Poi è stata calendarizzata per il passaggio in Aula, ma era già previsto - per ragioni tecniche - che tornasse in commissione. Un rimpallo piuttosto utile, con tutta evidenza, a rallentarne l’iter. Nel frattempo, però, la giunta si è mossa da sola: ha emesso una delibera e ha istituto un comitato che dovrà vagliare le richieste di suicidio assistito, rendendo nei fatti possibile farvi ricorso anche in assenza di una apposita norma regionale. In realtà, come fa notare Marta Evangelisti (consigliere regionale di Fdi), non è affatto detto che ci siano davvero le condizioni per rendere operative le procedure eutanasiche. Le aziende sanitarie sono prive di un protocollo e anche sui fondi necessari ci sono parecchi dubbi. Ma il punto, con tutta evidenza, è politico. Con questa mossa, la giunta rossa evita inciampi come quelli che si sono verificati in Veneto, dove a bloccare la legge sul suicidio è stato il voto di coscienza di una consigliera dello stesso Pd, che poi ha subito ritorsioni interne dopo essere stata duramente attaccata da Elly Schlein in persona. Agendo da solo, il governo regionale emiliano impedisce anche ai cattolici dem di esprimersi, costringendoli al silenzio. Allo stesso tempo, Bonaccini evita di compromettersi troppo. La delibera di giunta, infatti, si può sempre ritirare. O può essere sconfessata da una futura maggioranza di altro colore. In pratica è una gabola politicamente astuta ma eticamente molto discutibile, con cui i dem annichiliscono la minoranza interna cattolica, fanno la figura dei progressisti attenti ai nuovi diritti e intanto si fanno beffe della democrazia. Quanto di meglio il Pd possa offrire.
Sul fine vita decide una commissione. Dribblati gli obiettori di coscienza
In Emilia-Romagna, per morire ci vorranno massimo 42 giorni. Un iter con tempi serrati, che parte dalla comunicazione della propria volontà di accedere al suicidio assistito alla direzione sanitaria dell’Ausl e finisce con una valutazione conclusiva di una commissione, creata ad hoc dalla Regione, che stabilisce se il paziente soddisfa i requisiti indicati dalla sentenza della Consulta. Il riferimento è al pronunciamento del 2019 sul caso di Marco Cappato e Dj Fabo, quando la Corte, dopo 71 anni dall’entrata in vigore della Costituzione, si è accorta che impedire il suicidio assistito violerebbe i diritti fondamentali della Carta, indossando grazie a questa illuminazione i panni del legislatore.
Con una delibera di giunta, ora la Regione Emilia-Romagna ha ufficialmente definito i passaggi richiesti per accedere al suicidio assistito. Con un semplice atto amministrativo, e aggirando la discussione in Consiglio, da adesso i pazienti che vogliono porre fine alla loro vita avranno una procedura stabilita e non dovranno più ricorrere al giudice. Un’efficienza burocratica straordinaria, quando si parla di morte. Il percorso comincia con la manifestazione della propria volontà di morire, attraverso un video o un testo scritto (o ancora, nel caso di pazienti disabili, attraverso dispositivi che consentano loro di comunicare), alla direzione sanitaria dell’Ausl competente, che a sua volta entro tre giorni dovrà trasmetterla alla Commissione di valutazione di Area Vasta. Si tratta di organismi creati ad hoc all’interno del Servizio sanitario nazionale, i cui componenti vengono nominati - guarda un po’ - con delibera della giunta regionale, su proposta del coordinamento dei direttori sanitari di Area Vasta.
Tale commissione procederà col visitare il paziente e valuterà se soddisfa i requisiti indicati nella sentenza della Consulta (patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche che il paziente ritiene intollerabili, trattamenti di sostegno vitale necessari per la sopravvivenza e piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli). Poi, entro 20 giorni, dovrà elaborare una relazione e inviarla al Corec, il Comitato regionale per l’etica nella clinica, che fornirà alla commissione un parere non vincolante entro sette giorni. Un altro organo creato ad hoc da una delibera regionale e composto da medici, giuristi, bioeticisti e psicologi. A questo punto, entro 5 giorni la commissione dovrà trasmettere una relazione conclusiva al diretto interessato e al direttore sanitario dell’azienda. Se la richiesta di morire viene accolta, la procedura dovrà essere effettuata entro 7 giorni, con l’azienda sanitaria che dovrà identificare il personale sanitario adeguato, ma su base volontaria (forse per garantire l’obiezione o forse anche, più maliziosamente, per aggirare i possibili rifiuti, stilando una lista dei medici disponibili). Per un totale di massimo 42 giorni.
Trattandosi di un atto amministrativo, le opposizioni preparano il ricorso al Tar, come annunciato dal capogruppo in Regione di Forza Italia, Valentina Castaldini. Un po’ come per i Dpcm, la disputa non attiene alla Consulta ma ai tribunali amministrativi, nella migliore tradizione recente della sinistra. Marta Evangelisti, del gruppo di Fdi, ha dichiarato alla Verità che verrà richiesto anche il parere dell’Avvocatura dello Stato. Ma nemmeno Marco Cappato è del tutto soddisfatto, perché teme che la delibera possa affossare il corso della legge di iniziativa popolare da lui portata avanti e che domani verrà presentata in aula per essere trasferita nella commissione di pertinenza. «L’Associazione Coscioni si batterà fino all’ultimo giorno utile perché la legge sia votata», ha dichiarato. «Sarebbe grave se un Consiglio regionale non si assumesse la responsabilità di farlo per paura di perdere. Le peggiori sconfitte sono quelle di chi non ha nemmeno il coraggio di affrontare la sfida». La sfida di dare la morte alle persone, o la sfida di aggirare il Consiglio (cioè la democrazia) con un atto amministrativo, visto il timore di finire in minoranza all’interno del proprio partito. Sì, speriamo si tratti di sconfitte.
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Blitz della giunta dell’Emilia-Romagna. Apre al suicidio assistito con una semplice delibera: per evitare bocciature (vedi in Veneto) bypassa l’Aula e la quota dei cattolici dem. Creato anche comitato etico ad hoc.Sul fine vita decide una commissione. Dribblati gli obiettori di coscienza. Richieste valutate da esperti nominati dalla Regione. Marco Cappato: avanti con la legge.Lo speciale comprende due articoli.Trovare un accordo su quelli che un po’ superficialmente vengono definiti «temi etici» è difficile, talvolta impossibile. Nelle democrazie liberali, laddove non si riesca più a incontrarsi su una verità condivisa, la via di uscita migliore consiste nel dare spazio e ascolto a tutte le diverse posizioni e individuare il punto di caduta più accettabile per tutti tramite il voto. Ma è proprio questo voto che i sedicenti difensori dei diritti vogliono evitare. Se la democrazia non porta i risultati che essi si aspettano, bisogna fare a meno della democrazia e aggirare l’ostacolo. È più o meno ciò che è avvenuto in Emilia Romagna, dove la giunta guidata da Stefano Bonaccini ha dato il via libera al suicidio assistito evitando accuratamente di passare per il voto. E il bello è che non se ne vergognano nemmeno, anzi rivendicano il colpo gobbo con una certa soddisfazione, come testimoniato ieri da Repubblica Bologna, che ha annunciato con grande emozione il lieto evento. «L’Emilia-Romagna brucia tutti e approva la prima procedura, valida su tutto il territorio regionale, per l’accesso al fine vita», ha scritto il giornale progressista. «Già oggi chi ne abbia i requisiti può chiedere al servizio sanitario di accedere al suicidio medicalmente assistito: entro un massimo di 42 giorni saprà se il suo desiderio sarà accolto». Insomma, una grande vittoria che viene definita con soddisfazione «una vera e propria svolta» dall’assessore regionale Raffaele Donini. Come ci si è arrivati? Facile: attraverso una delibera della giunta Bonaccini che di fatto rende «esigibile» il diritto al fine vita sancito dalla Consulta con la sentenza del 2019, emanata sul caso di Dj Fabo. Così, l’Emilia-Romagna porta a casa il risultato, evitando di passare da un voto delicatissimo Aula», precisa Repubblica. Che spiega anche perché il Pd abbia dovuto ricorrere a questo trucco. «L’accelerazione è dovuta al fatto che la proposta di legge sul fine vita lanciata dalla associazione Luca Coscioni sarebbe arrivata in assemblea regionale martedì. La maggioranza però era a rischio, con la destra contraria e l’ala cattolica del Pd sul no. Così la giunta ha scelto la via della delibera, creando delle linee guida precise per la richiesta di fine vita e costituendo un comitato di esperti e di medici per esaminare le richieste. «Questa strada non pregiudica l’iter della proposta di legge, che martedì sarà rinviata in commissione ma che arriverà prima o poi in aula. Di fatto però la scavalca, perché attraverso la delibera di giunta chi vuole mettere fine alle proprie sofferenze e ha i requisiti definiti dalla Corte Costituzionale può già chiedere di accedere al fine vita, senza aspettare la politica». Tutto chiaro? Il governatore emiliano e i suoi temevano che, se sottoposta al voto in Aula, la legge regionale sul suicidio assistito non sarebbe passata, affossata dai voti della maggioranza e dal dissenso interno al Pd. Così hanno pensato bene di levarsi dai piedi le fastidiose regole democratiche e decidere di imperio. La proposta della associazione Coscioni sul fine vita è rimasta diversi mesi in attesa di essere esaminata dalla commissione sanità. Poi è stata calendarizzata per il passaggio in Aula, ma era già previsto - per ragioni tecniche - che tornasse in commissione. Un rimpallo piuttosto utile, con tutta evidenza, a rallentarne l’iter. Nel frattempo, però, la giunta si è mossa da sola: ha emesso una delibera e ha istituto un comitato che dovrà vagliare le richieste di suicidio assistito, rendendo nei fatti possibile farvi ricorso anche in assenza di una apposita norma regionale. In realtà, come fa notare Marta Evangelisti (consigliere regionale di Fdi), non è affatto detto che ci siano davvero le condizioni per rendere operative le procedure eutanasiche. Le aziende sanitarie sono prive di un protocollo e anche sui fondi necessari ci sono parecchi dubbi. Ma il punto, con tutta evidenza, è politico. Con questa mossa, la giunta rossa evita inciampi come quelli che si sono verificati in Veneto, dove a bloccare la legge sul suicidio è stato il voto di coscienza di una consigliera dello stesso Pd, che poi ha subito ritorsioni interne dopo essere stata duramente attaccata da Elly Schlein in persona. Agendo da solo, il governo regionale emiliano impedisce anche ai cattolici dem di esprimersi, costringendoli al silenzio. Allo stesso tempo, Bonaccini evita di compromettersi troppo. La delibera di giunta, infatti, si può sempre ritirare. O può essere sconfessata da una futura maggioranza di altro colore. In pratica è una gabola politicamente astuta ma eticamente molto discutibile, con cui i dem annichiliscono la minoranza interna cattolica, fanno la figura dei progressisti attenti ai nuovi diritti e intanto si fanno beffe della democrazia. Quanto di meglio il Pd possa offrire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bonaccini-sdogana-leutanasia-senza-far-votare-neppure-il-pd-2667240735.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-fine-vita-decide-una-commissione-dribblati-gli-obiettori-di-coscienza" data-post-id="2667240735" data-published-at="1707688143" data-use-pagination="False"> Sul fine vita decide una commissione. Dribblati gli obiettori di coscienza In Emilia-Romagna, per morire ci vorranno massimo 42 giorni. Un iter con tempi serrati, che parte dalla comunicazione della propria volontà di accedere al suicidio assistito alla direzione sanitaria dell’Ausl e finisce con una valutazione conclusiva di una commissione, creata ad hoc dalla Regione, che stabilisce se il paziente soddisfa i requisiti indicati dalla sentenza della Consulta. Il riferimento è al pronunciamento del 2019 sul caso di Marco Cappato e Dj Fabo, quando la Corte, dopo 71 anni dall’entrata in vigore della Costituzione, si è accorta che impedire il suicidio assistito violerebbe i diritti fondamentali della Carta, indossando grazie a questa illuminazione i panni del legislatore. Con una delibera di giunta, ora la Regione Emilia-Romagna ha ufficialmente definito i passaggi richiesti per accedere al suicidio assistito. Con un semplice atto amministrativo, e aggirando la discussione in Consiglio, da adesso i pazienti che vogliono porre fine alla loro vita avranno una procedura stabilita e non dovranno più ricorrere al giudice. Un’efficienza burocratica straordinaria, quando si parla di morte. Il percorso comincia con la manifestazione della propria volontà di morire, attraverso un video o un testo scritto (o ancora, nel caso di pazienti disabili, attraverso dispositivi che consentano loro di comunicare), alla direzione sanitaria dell’Ausl competente, che a sua volta entro tre giorni dovrà trasmetterla alla Commissione di valutazione di Area Vasta. Si tratta di organismi creati ad hoc all’interno del Servizio sanitario nazionale, i cui componenti vengono nominati - guarda un po’ - con delibera della giunta regionale, su proposta del coordinamento dei direttori sanitari di Area Vasta. Tale commissione procederà col visitare il paziente e valuterà se soddisfa i requisiti indicati nella sentenza della Consulta (patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche che il paziente ritiene intollerabili, trattamenti di sostegno vitale necessari per la sopravvivenza e piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli). Poi, entro 20 giorni, dovrà elaborare una relazione e inviarla al Corec, il Comitato regionale per l’etica nella clinica, che fornirà alla commissione un parere non vincolante entro sette giorni. Un altro organo creato ad hoc da una delibera regionale e composto da medici, giuristi, bioeticisti e psicologi. A questo punto, entro 5 giorni la commissione dovrà trasmettere una relazione conclusiva al diretto interessato e al direttore sanitario dell’azienda. Se la richiesta di morire viene accolta, la procedura dovrà essere effettuata entro 7 giorni, con l’azienda sanitaria che dovrà identificare il personale sanitario adeguato, ma su base volontaria (forse per garantire l’obiezione o forse anche, più maliziosamente, per aggirare i possibili rifiuti, stilando una lista dei medici disponibili). Per un totale di massimo 42 giorni. Trattandosi di un atto amministrativo, le opposizioni preparano il ricorso al Tar, come annunciato dal capogruppo in Regione di Forza Italia, Valentina Castaldini. Un po’ come per i Dpcm, la disputa non attiene alla Consulta ma ai tribunali amministrativi, nella migliore tradizione recente della sinistra. Marta Evangelisti, del gruppo di Fdi, ha dichiarato alla Verità che verrà richiesto anche il parere dell’Avvocatura dello Stato. Ma nemmeno Marco Cappato è del tutto soddisfatto, perché teme che la delibera possa affossare il corso della legge di iniziativa popolare da lui portata avanti e che domani verrà presentata in aula per essere trasferita nella commissione di pertinenza. «L’Associazione Coscioni si batterà fino all’ultimo giorno utile perché la legge sia votata», ha dichiarato. «Sarebbe grave se un Consiglio regionale non si assumesse la responsabilità di farlo per paura di perdere. Le peggiori sconfitte sono quelle di chi non ha nemmeno il coraggio di affrontare la sfida». La sfida di dare la morte alle persone, o la sfida di aggirare il Consiglio (cioè la democrazia) con un atto amministrativo, visto il timore di finire in minoranza all’interno del proprio partito. Sì, speriamo si tratti di sconfitte.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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