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2025-06-19
Bivio Italia: che fare se Trump chiede le basi?
Giorgia Meloni (Getty Images)
Al termine del G7 la stanchezza di Giorgia Meloni appare evidente. Il momento è delicato e non solo per il nostro presidente del Consiglio. Per questo si tiene prudente quando risponde alla domanda più delicata che le viene posta nel punto stampa di fine vertice.
«Prestare le basi italiane agli americani se gli Stati Uniti saranno coinvolti nella guerra contro l’Iran? Questa non è una risposta che posso dare adesso, qualora dovesse esserci questo scenario ovviamente convocheremo le persone che dobbiamo convocare e prenderemo le nostre decisioni, non è una decisione che si prende così». Meloni è prudente, perché con il presidente Donald Trump ancora non se ne è discusso. Non è un no, ma neanche un sì preso senza i dovuti confronti e soprattutto non è un sì dato senza che fosse chiesto nulla. D’altronde è lo stesso Wall Street Journal a chiarire che Trump ancora non ha deciso come e se muoversi veramente. Si attendono le mosse di Donald Trump, la premier lo sa. Ne ha parlato con il presidente degli Usa anche nel colloquio su una panchina di legno a Kananaskis.
Il premier è arrivata in Canada confidando che si potesse tornare sul piano della trattativa del disarmo nucleare con Teheran. In poche ore, però, la situazione è precipitata ed è lei stessa ad ammettere, nel commentare le parole di Friedrich Merz quando diceva che Israele difende tutti noi e che la Germania sta pensando all’intervento, «tutti quanti andiamo nella direzione della de-escalation, penso che il cancelliere tedesco intendesse che noi sappiamo che oggi c’è una minaccia e che questa minaccia va disinnescata. Siamo tutti d’accordo che andrebbe fatto con il dialogo, ma la via della negoziazione è stata tentata e non ha portato ai risultati sperati». Resta però convinta che sia «possibile uno scenario diverso, in cui si arriva a negoziazioni». E sottolineando che è «il momento giusto, spingendo adeguatamente, per arrivare a un cessate il fuoco a Gaza», un riferimento entrato nella dichiarazione finale come ha rivendicato con soddisfazione. L’obiettivo «condiviso» al G7 è «evitare» che Teheran «diventi una potenza nucleare», ha chiarito, altrimenti rappresenterebbe «una minaccia non solo per Israele ma per tutti noi»: lo scenario ideale sarebbe un rovesciamento del regime da parte del «popolo oppresso», ma «si deve fare il pane con la farina che si ha», il commento al monito del presidente francese contro un cambio con la forza. A proposito di Emmanuel Macron, quando le chiedono che cosa le avesse detto per indurla a quelle smorfie, giura «di non ricordare» le parole pronunciate in quel preciso momento.
Circa la possibilità di un Vladimir Putin mediatore, ha chiarito: «Affidare a una nazione in guerra la mediazione su un’altra guerra, non mi sembra l’opzione migliore. Ma non è un’opzione sul campo, anche dalle parole che ho ascoltato in questi giorni. Dopodiché se riesce a convincere gli ayatollah ad abbandonare il programma nucleare, noi ovviamente siamo disponibili».
Per Roma, Mosca rimane il principale ostacolo alla pace per l’Ucraina. «Ogni volta che si cerca di fare qualche passo in avanti la Russia provoca con attacchi sulla popolazione civile». Smentisce poi le ricostruzioni che raccontavano di un Trump contrario alla firma di un documento condiviso sull’Ucraina, spiegando che non era prevista alcuna dichiarazione. C’è stato invece un «accordo sui punti principali» della crisi ucraina: il «sostegno agli sforzi del presidente degli Stati Uniti per una pace giusta e duratura», ha spiegato Meloni, secondo cui il sostegno a Kiev va accompagnato con la pressione su Mosca, «particolarmente con le sanzioni».
Il G7 nasceva con l’idea di discutere soprattutto di dazi e di commercio. Meloni ritiene che «alla fine una soluzione si troverà» e rivendica la mediazione italiana per la costruzione di un dialogo «costante, franco ma sicuramente sereno e aperto». Nel Chair’s summary, il resoconto finale redatto dalla presidenza canadese per sintetizzare gli esiti del summit, si legge: «I leader del G7 si sono concentrati sugli sviluppi economici. In un contesto di crescente volatilità dei mercati e di choc al commercio internazionale, nonché di tendenze a lungo termine verso la frammentazione e gli squilibri globali, hanno discusso della necessità di una maggiore stabilità economica e finanziaria, dell’innovazione tecnologica e di un regime commerciale aperto e prevedibile per promuovere gli investimenti e la crescita». Inoltre: «I leader si sono impegnati a salvaguardare le loro economie da politiche e pratiche sleali non di mercato che distorcono i mercati e spingono alla sovraccapacità in modi dannosi per i lavoratori e le imprese. Ciò include la riduzione del rischio attraverso la diversificazione e la riduzione delle dipendenze critiche».
Il presidente del Consiglio al termine del punto stampa manifesta soddisfazione anche lato immigrazione irregolare: «L’Italia è stata la prima a porre il tema al G7, e tutti riconoscono la nostra leadership, data anche dai risultati». Inoltre, ha raccontato, «sono contenta dell’interesse che gli altri, quando si parlava di economia, hanno manifestato sulle performance che l’Italia sta registrando».
Ursula prova a ingraziarsi Trump e ora bacchetta il modello cinese
Questa volta Ursula von der Leyen non ha usato mezzi termini per criticare la politica commerciale cinese. Nel pieno della trattativa con gli Stati Uniti sui dazi, il presidente della Commissione europea, dal palco del G7, è partita lancia in resta contro Pechino, adottando parole molto dure sull’uso delle terre rare «come arma per indebolire i concorrenti», sulle esportazioni sussidiate e sul dumping commerciale. Un linguaggio che strizza l’occhio all’agenda di Donald Trump. La trattativa sui dazi tra gli Stati Uniti e Bruxelles ha come pilastro proprio lo sbarramento dell’Europa ai prodotti cinesi. È questo che chiede Washington. Tutto il resto, ovvero le percentuali delle tariffe doganali, sono un corollario. A sentire le parole pronunciate al G7, sembra che von der Leyen abbia recepito la richiesta di Trump. Il negoziato sui dazi pare aver imboccato una via d’uscita e la posizione della presidente della Commissione potrebbe facilitare l’esito positivo. Le scadenze del negoziato sulle tariffe doganali si avvicinano: il 9 luglio per quelle statunitensi e a fine luglio il vertice Ue-Cina. Solo all’inizio di quest’anno, il presidente della Commissione aveva promesso un «approfondimento» dei legami commerciali e di investimento con Pechino. Ora c’è proprio un cambio di passo. «Con il rallentamento dell’economia cinese», ha spiegato von der Leyen, «Pechino inonda i mercati globali di eccedenze sovvenzionate che il suo mercato interno non riesce ad assorbire». Poi ha messo sotto tiro la posizione quasi monopolistica di Pechino nel mercato delle terre rare: «Oggi la Cina domina il mercato globale dei magneti permanenti in terre rare. Sta usando questo quasi-monopolio non solo come strumento di contrattazione, ma come arma per indebolire i concorrenti». Ai Paesi del G7 ha indicato tre priorità: rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, evitare dipendenze strategiche e rispondere insieme alle pratiche di non-mercato, «spingendo la Cina a farsi carico delle conseguenze del suo modello di crescita guidato dallo Stato».«Dichiarazioni piene di pregiudizi», «si ignorano i fatti» ha reagito Pechino mediante il portavoce del ministero degli Esteri, Guo Jiakun, il quale ha accusato di costruire scuse per «attuare misure protezionistiche». Guo ha osservato che «la cosiddetta narrativa sulla sovracapacità produttiva è essenzialmente dovuta alle preoccupazioni dei Paesi interessati circa la loro competitività e quota di mercato, e la usano come scusa per attuare misure protezionistiche. Ciò che è veramente eccessivo è l’ansia». Pechino, ha aggiunto il portavoce, «rimane impegnata in un’apertura e continuerà a fornire alle imprese europee un ampio accesso al mercato e a gestire in modo adeguato le divergenze commerciali». Tuttavia, la Cina «esprime ferma opposizione a qualsiasi tentativo di minare il suo diritto allo sviluppo o di sacrificare i suoi interessi».Si è fatta sentire anche la Camera di commercio cinese presso l’Ue, che rappresenta più di 1.000 aziende, dicendo che il discorso di von der Leyen «serve solo a dividere l’economia globale» ed è un modo per «distogliere l’attenzione» dal malessere economico dell’Ue. Jens Eskelund, presidente della Camera cinese, parlando con Euractive ha detto che l’organismo ha informato il governo cinese dell’intenzione dei Paesi «ad agire per proteggere i propri interessi economici se la Cina non affronta la questione del suo crescente surplus commerciale con molti dei suoi principali partner commerciali». La Camera cinese ha minimizzato la possibilità di dazi congiunti Ue-Usa sulla Cina. La Commissione europea ha anche aperto la strada a una pesante multa contro il gigante cinese del commercio online, Aliexpress, ritenendo, «a titolo preliminare», che nonostante i progressi compiuti, non gestisce in modo adeguato i rischi legati alla vendita di prodotti illegali. L’esecutivo di Bruxelles, infatti, ritiene che «abbia violato il suo obbligo di valutare e mitigare i rischi legati alla diffusione di prodotti illegali» come contraffazioni o articoli non conformi alle norme di sicurezza europee.
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La Meloni resta prudente sulle conseguenze di una partecipazione diretta degli Stati Uniti al conflitto : «Vedremo quando e se succederà». Il premier soddisfatto per la dichiarazione finale su Gaza. E su Putin mediatore: «Non mi pare il caso».Von der Leyen: «Ci inondano dei loro prodotti». Bruxelles pronta a multare Aliexpress.Lo speciale contiene due articoli.Al termine del G7 la stanchezza di Giorgia Meloni appare evidente. Il momento è delicato e non solo per il nostro presidente del Consiglio. Per questo si tiene prudente quando risponde alla domanda più delicata che le viene posta nel punto stampa di fine vertice. «Prestare le basi italiane agli americani se gli Stati Uniti saranno coinvolti nella guerra contro l’Iran? Questa non è una risposta che posso dare adesso, qualora dovesse esserci questo scenario ovviamente convocheremo le persone che dobbiamo convocare e prenderemo le nostre decisioni, non è una decisione che si prende così». Meloni è prudente, perché con il presidente Donald Trump ancora non se ne è discusso. Non è un no, ma neanche un sì preso senza i dovuti confronti e soprattutto non è un sì dato senza che fosse chiesto nulla. D’altronde è lo stesso Wall Street Journal a chiarire che Trump ancora non ha deciso come e se muoversi veramente. Si attendono le mosse di Donald Trump, la premier lo sa. Ne ha parlato con il presidente degli Usa anche nel colloquio su una panchina di legno a Kananaskis.Il premier è arrivata in Canada confidando che si potesse tornare sul piano della trattativa del disarmo nucleare con Teheran. In poche ore, però, la situazione è precipitata ed è lei stessa ad ammettere, nel commentare le parole di Friedrich Merz quando diceva che Israele difende tutti noi e che la Germania sta pensando all’intervento, «tutti quanti andiamo nella direzione della de-escalation, penso che il cancelliere tedesco intendesse che noi sappiamo che oggi c’è una minaccia e che questa minaccia va disinnescata. Siamo tutti d’accordo che andrebbe fatto con il dialogo, ma la via della negoziazione è stata tentata e non ha portato ai risultati sperati». Resta però convinta che sia «possibile uno scenario diverso, in cui si arriva a negoziazioni». E sottolineando che è «il momento giusto, spingendo adeguatamente, per arrivare a un cessate il fuoco a Gaza», un riferimento entrato nella dichiarazione finale come ha rivendicato con soddisfazione. L’obiettivo «condiviso» al G7 è «evitare» che Teheran «diventi una potenza nucleare», ha chiarito, altrimenti rappresenterebbe «una minaccia non solo per Israele ma per tutti noi»: lo scenario ideale sarebbe un rovesciamento del regime da parte del «popolo oppresso», ma «si deve fare il pane con la farina che si ha», il commento al monito del presidente francese contro un cambio con la forza. A proposito di Emmanuel Macron, quando le chiedono che cosa le avesse detto per indurla a quelle smorfie, giura «di non ricordare» le parole pronunciate in quel preciso momento.Circa la possibilità di un Vladimir Putin mediatore, ha chiarito: «Affidare a una nazione in guerra la mediazione su un’altra guerra, non mi sembra l’opzione migliore. Ma non è un’opzione sul campo, anche dalle parole che ho ascoltato in questi giorni. Dopodiché se riesce a convincere gli ayatollah ad abbandonare il programma nucleare, noi ovviamente siamo disponibili». Per Roma, Mosca rimane il principale ostacolo alla pace per l’Ucraina. «Ogni volta che si cerca di fare qualche passo in avanti la Russia provoca con attacchi sulla popolazione civile». Smentisce poi le ricostruzioni che raccontavano di un Trump contrario alla firma di un documento condiviso sull’Ucraina, spiegando che non era prevista alcuna dichiarazione. C’è stato invece un «accordo sui punti principali» della crisi ucraina: il «sostegno agli sforzi del presidente degli Stati Uniti per una pace giusta e duratura», ha spiegato Meloni, secondo cui il sostegno a Kiev va accompagnato con la pressione su Mosca, «particolarmente con le sanzioni». Il G7 nasceva con l’idea di discutere soprattutto di dazi e di commercio. Meloni ritiene che «alla fine una soluzione si troverà» e rivendica la mediazione italiana per la costruzione di un dialogo «costante, franco ma sicuramente sereno e aperto». Nel Chair’s summary, il resoconto finale redatto dalla presidenza canadese per sintetizzare gli esiti del summit, si legge: «I leader del G7 si sono concentrati sugli sviluppi economici. In un contesto di crescente volatilità dei mercati e di choc al commercio internazionale, nonché di tendenze a lungo termine verso la frammentazione e gli squilibri globali, hanno discusso della necessità di una maggiore stabilità economica e finanziaria, dell’innovazione tecnologica e di un regime commerciale aperto e prevedibile per promuovere gli investimenti e la crescita». Inoltre: «I leader si sono impegnati a salvaguardare le loro economie da politiche e pratiche sleali non di mercato che distorcono i mercati e spingono alla sovraccapacità in modi dannosi per i lavoratori e le imprese. Ciò include la riduzione del rischio attraverso la diversificazione e la riduzione delle dipendenze critiche».Il presidente del Consiglio al termine del punto stampa manifesta soddisfazione anche lato immigrazione irregolare: «L’Italia è stata la prima a porre il tema al G7, e tutti riconoscono la nostra leadership, data anche dai risultati». Inoltre, ha raccontato, «sono contenta dell’interesse che gli altri, quando si parlava di economia, hanno manifestato sulle performance che l’Italia sta registrando».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bivio-italia-che-fare-2672396659.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ursula-prova-a-ingraziarsi-trump-e-ora-bacchetta-il-modello-cinese" data-post-id="2672396659" data-published-at="1750272727" data-use-pagination="False"> Ursula prova a ingraziarsi Trump e ora bacchetta il modello cinese Questa volta Ursula von der Leyen non ha usato mezzi termini per criticare la politica commerciale cinese. Nel pieno della trattativa con gli Stati Uniti sui dazi, il presidente della Commissione europea, dal palco del G7, è partita lancia in resta contro Pechino, adottando parole molto dure sull’uso delle terre rare «come arma per indebolire i concorrenti», sulle esportazioni sussidiate e sul dumping commerciale. Un linguaggio che strizza l’occhio all’agenda di Donald Trump. La trattativa sui dazi tra gli Stati Uniti e Bruxelles ha come pilastro proprio lo sbarramento dell’Europa ai prodotti cinesi. È questo che chiede Washington. Tutto il resto, ovvero le percentuali delle tariffe doganali, sono un corollario. A sentire le parole pronunciate al G7, sembra che von der Leyen abbia recepito la richiesta di Trump. Il negoziato sui dazi pare aver imboccato una via d’uscita e la posizione della presidente della Commissione potrebbe facilitare l’esito positivo. Le scadenze del negoziato sulle tariffe doganali si avvicinano: il 9 luglio per quelle statunitensi e a fine luglio il vertice Ue-Cina. Solo all’inizio di quest’anno, il presidente della Commissione aveva promesso un «approfondimento» dei legami commerciali e di investimento con Pechino. Ora c’è proprio un cambio di passo. «Con il rallentamento dell’economia cinese», ha spiegato von der Leyen, «Pechino inonda i mercati globali di eccedenze sovvenzionate che il suo mercato interno non riesce ad assorbire». Poi ha messo sotto tiro la posizione quasi monopolistica di Pechino nel mercato delle terre rare: «Oggi la Cina domina il mercato globale dei magneti permanenti in terre rare. Sta usando questo quasi-monopolio non solo come strumento di contrattazione, ma come arma per indebolire i concorrenti». Ai Paesi del G7 ha indicato tre priorità: rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, evitare dipendenze strategiche e rispondere insieme alle pratiche di non-mercato, «spingendo la Cina a farsi carico delle conseguenze del suo modello di crescita guidato dallo Stato».«Dichiarazioni piene di pregiudizi», «si ignorano i fatti» ha reagito Pechino mediante il portavoce del ministero degli Esteri, Guo Jiakun, il quale ha accusato di costruire scuse per «attuare misure protezionistiche». Guo ha osservato che «la cosiddetta narrativa sulla sovracapacità produttiva è essenzialmente dovuta alle preoccupazioni dei Paesi interessati circa la loro competitività e quota di mercato, e la usano come scusa per attuare misure protezionistiche. Ciò che è veramente eccessivo è l’ansia». Pechino, ha aggiunto il portavoce, «rimane impegnata in un’apertura e continuerà a fornire alle imprese europee un ampio accesso al mercato e a gestire in modo adeguato le divergenze commerciali». Tuttavia, la Cina «esprime ferma opposizione a qualsiasi tentativo di minare il suo diritto allo sviluppo o di sacrificare i suoi interessi».Si è fatta sentire anche la Camera di commercio cinese presso l’Ue, che rappresenta più di 1.000 aziende, dicendo che il discorso di von der Leyen «serve solo a dividere l’economia globale» ed è un modo per «distogliere l’attenzione» dal malessere economico dell’Ue. Jens Eskelund, presidente della Camera cinese, parlando con Euractive ha detto che l’organismo ha informato il governo cinese dell’intenzione dei Paesi «ad agire per proteggere i propri interessi economici se la Cina non affronta la questione del suo crescente surplus commerciale con molti dei suoi principali partner commerciali». La Camera cinese ha minimizzato la possibilità di dazi congiunti Ue-Usa sulla Cina. La Commissione europea ha anche aperto la strada a una pesante multa contro il gigante cinese del commercio online, Aliexpress, ritenendo, «a titolo preliminare», che nonostante i progressi compiuti, non gestisce in modo adeguato i rischi legati alla vendita di prodotti illegali. L’esecutivo di Bruxelles, infatti, ritiene che «abbia violato il suo obbligo di valutare e mitigare i rischi legati alla diffusione di prodotti illegali» come contraffazioni o articoli non conformi alle norme di sicurezza europee.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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