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2023-10-04
Ora Biden tratta con i repubblicani per ridurre gli aiuti all’Ucraina
Joe Biden (Ansa)
Non è una fase tranquilla, questa, per la politica americana. Lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, ha dovuto affrontare ieri una mozione di destituzione, presentata dal suo rivale interno, Matt Gaetz, che, tra le altre cose, lo aveva accusato di aver raggiunto un accordo «segreto» con Joe Biden sul sostegno all’Ucraina. Era dal 1910 che non veniva presentata una mozione del genere e ieri Donald Trump ha criticato il fatto che «i repubblicani sono sempre in lotta tra loro». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, l’esito del voto non era ancora noto. Tuttavia, al di là della crisi parlamentare, non è da escludere che, negli scorsi giorni, si sia svolta una trattativa sotterranea tra McCarthy e Biden.
D’altronde, era stato lo stesso presidente americano, domenica, a citare un non meglio precisato «accordo» sull’Ucraina tra la Casa Bianca e lo Speaker. Negli ultimi giorni, si sono inoltre verificati due eventi che è forse possibile interpretare in modo collegato. In primis, sabato è stata raggiunta un’intesa parlamentare per evitare in extremis lo shutdown, vale a dire il blocco delle attività federali non essenziali: un’intesa che, prontamente siglata da Biden, ha di fatto portato al congelamento degli aiuti a Kiev. In secondo luogo, l’altro ieri Politico ha rivelato l’esistenza di un documento «sensibile ma non classificato» del governo statunitense, che fotograferebbe una situazione assai problematica in Ucraina sul fronte della lotta alla corruzione. «I funzionari dell’amministrazione Biden sono molto più preoccupati per la corruzione in Ucraina di quanto ammettano pubblicamente», ha riportato la testata. «L’amministrazione vuole fare pressione sull’Ucraina affinché tagli la corruzione, anche perché sono in gioco i dollari americani», ha aggiunto Politico. Perché gli apparati hanno fatto trapelare tale documento proprio ora? È uno sgambetto a Biden? O è Biden che vuole inviare un segnale?
Non è dato saperlo. È tuttavia possibile formulare delle ipotesi. Innanzitutto, l’accordo per evitare lo shutdown è stato approvato da una larga maggioranza bipartisan al Congresso e lo stesso presidente, come abbiamo detto, si è affrettato ad apporre la propria firma. Qualcuno potrebbe pensare che la cosa non sia troppo controversa, visto che, alla fin fine, mancavano poche ore all’avvio dello shutdown, che sarebbe iniziato il primo ottobre. Eppure qualcosa non torna. Lo shutdown è sicuramente uno scenario che si cerca di evitare. Tuttavia va anche ricordato che la maggior parte dei suoi effetti economici negativi non scatta subito e che, nella storia americana, ci sono stati casi di shutdown durati pochi giorni o addirittura poche ore. Questo vuol dire che a far danni sono gli shutdown prolungati e non quelli che, magari, durano al massimo una manciata di giorni. Ecco: se Biden avesse considerato gli aiuti all’Ucraina una priorità inderogabile, avrebbe potuto accettare il rischio di uno shutdown breve, per rafforzare la propria posizione negoziale e cercare di mettere i parlamentari riottosi con le spalle al muro (una tattica usata già da Reagan negli anni Ottanta). Tanto più che Biden avrebbe avuto anche la possibilità di scaricare sul Gop le responsabilità di un eventuale shutdown. Eppure non lo ha fatto. Perché? A tale interrogativo si aggiungono il leak pubblicato da Politico e le oscure parole del presidente su un «accordo» con McCarthy in materia ucraina.
A inizio agosto, un sondaggio della Cnn ha rilevato che il 55% degli americani è contrario al fatto che il Congresso autorizzi ulteriore assistenza all’Ucraina: un dato che Biden non può trascurare nell’ambito della sua ricandidatura alla Casa Bianca. Ed è qui che potrebbe essersi registrata una convergenza tra il presidente e McCarthy. Biden infatti non può ignorare gli umori dell’elettorato ma, dopo la crisi di credibilità dovuta al disastro afgano, non può certo tirare sic et simpliciter i remi in barca sul dossier ucraino. Non a caso, il presidente ha avuto ieri una telefonata con gli alleati (a cui ha preso parte anche Giorgia Meloni) per rassicurarli del sostegno americano all’Ucraina, mentre il Pentagono ha scritto al Congresso, sottolineando che i fondi per le armi a Kiev si stanno esaurendo. Il punto di caduta potrebbe allora essere rappresentato dalla posizione espressa dal think tank conservatore Heritage Foundation, che McCarthy ha fatto in gran parte propria. Primo: mantenere gli aiuti militari e ridurre quelli civili, a cui i conservatori guardano con ostilità. Tra l’altro, nello scoop di Politico è stato riportato che, secondo un funzionario americano, l’amministrazione Biden sta tenendo colloqui con la leadership di Kiev per subordinare ulteriori aiuti non militari all’adozione di riforme anticorruzione. Secondo: inserire l’invio di armamenti a Kiev all’interno di un piano strategico definito. Tradotto: prima è necessario stabilire precisi obiettivi militari, politici ed eventualmente diplomatici; successivamente vanno implementati i mezzi atti a conseguirli. Si punta così a stilare una strategia più oculata e misurabile. Le posizioni di Biden e McCarthy sull’Ucraina potrebbero essere quindi meno distanti di quanto appaia. E, anche venisse silurato, lo Speaker potrebbe contare su numerosi seguaci tra i repubblicani della Camera.
Mentre negli Usa questo dibattito va avanti, non è chiaro se prima o poi anche a Bruxelles verranno fatte riflessioni per elaborare un piano definito e misurabile, soprattutto dopo che l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, ha proposto, per il prossimo anno, una nuova dotazione bilaterale pluriennale del Fondo europeo per la pace fino a 5 miliardi di euro.
L’Onu «assolve» gli invasori azeri
«È chiaro a tutti che la Russia ha tradito la popolazione armena». Questa la dichiarazione del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a Euronews. Per Michel «la Russia voleva avere soldati dislocati sul terreno per garantire l’accordo di pace e sicurezza. Ma l’operazione militare è stata lanciata senza alcuna reazione da parte delle forze di pace russe presenti sul territorio. L’Ue, invece, non ha alcuna presenza militare sul territorio». Anche il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha condannato la Russia per aver ignorato i segnali di escalation che arrivavano da Baku e per non aver protetto gli armeni residenti nell’isolata regione montuosa. Il Cremlino ha accusato Pashinyan di «essere succube degli occidentali». Se è vero che la Russia si è girata dall’altra parte e ha consentito l’operazione militare lampo nel Nagorno Karabakh, che oggi è una landa desolata dopo che 100.000 armeni (su 120.000 abitanti), sono scappati per sfuggire alla pulizia etnica, l’Ue non può cavarsela solo con «è tutta colpa dei russi». Vero che lo stesso Charles Michel si è più volte speso per mediare tra azeri e armeni, ma i membri dell’Eurocamera hanno più volte definito «un fallimento totale» i suoi tentativi di mediazione. Così come non si può dimenticare il silenzio dei leader politici europei che invece di occuparsi delle sofferenze dei cristiani armeni hanno preferito l’Azerbaigian musulmano ricco fornitore di gas. Michel ha anche detto di essere «estremamente deluso dalla decisione presa dall’Azerbaigian e l’ho espresso con molta fermezza al presidente Aliyev». A proposito di questioni religiose: da giorni circolano sui social network video di soldati azeri che tolgono le croci cristiane da chiese e cimiteri armeni e anche dei video nei quali soldati armeni vengono sgozzati da soldati azeri al grido di «Allah è Grande». Non sappiamo se i video degli sgozzamenti siano recenti oppure se sono stati girati nel recente passato, ma quello che è certo è che sono autentici e che quelli che mostrano i soldati azeri armati di coltello che girano tra le case disabitate del Nagorno Karabakh sono di questi giorni. Togliere le croci dai luoghi di culto è qualcosa che fanno gli uomini dell’Isis, così come gli sgozzamenti sono una specialità degli uomini dello Stato islamico. Chissà se li ha visti il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata (Fratelli d’Italia) che ieri su X ha scritto riferendosi al report dell’Onu: «Importante notare come in questo rapporto reso dalla missione di osservatori ed esperti dell’Onu, come non siano emerse prove, testimonianze, o anche semplici indizi di distruzioni sistematiche di culture, allevamenti, abitazioni, infrastrutture, né di violenze riconducibili a pulizie etniche di cui Baku è stata in queste settimane accusata o sospettata da alcune parti». Quello che Terzi non dice - e la cosa stupisce vista la sua lunga esperienza - è che il report dell’Onu è stato fatto in un giorno e mezzo, quando gli azeri avevano finito il loro sporco lavoro e gli armeni erano tutti fuggiti dal Nagorno Karabakh. Oggi il Parlamento armeno ratificherà l’adesione alla Corte penale internazionale, e secondo Eghiche Kirakosian, funzionario armeno responsabile per gli affari di giustizia internazionale, «creerà ulteriori garanzie per l’Armenia». In effetti è così perché come scrive l’Ansa la ratifica di questo status garantirebbe che una potenziale invasione dell’Armenia ricadrà sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale. I russi giudicano questo atto «estremamente ostile» visto che la Corte penale internazionale è quella che ha dichiarato Vladimir Putin «criminale di guerra». Infine mentre scriviamo si apprende che Arkady Gukasyan e Bako Sahakyan, ex presidenti del Nagorno-Karabakh, il rappresentante del partito «Dashnakasutyun» e l’ex presidente del parlamento David Ishkhanyan, sono stati arrestati dagli azeri e portati a Baku.
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Voci di un patto con lo Speaker della Camera, il conservatore Kevin McCarthy, che va sotto accusa nel suo partito. La Casa Bianca punta a tagliare i fondi a Kiev senza perdere la faccia. La Ue invece annuncia nuovi esborsi. Il report dal Nagorno non vede prove di pulizia etnica, ma è stato scritto dopo la fuga degli abitanti. Oggi l’Armenia ratifica l’adesione alla Corte penale internazionale.Lo speciale contiene due articoli.Non è una fase tranquilla, questa, per la politica americana. Lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, ha dovuto affrontare ieri una mozione di destituzione, presentata dal suo rivale interno, Matt Gaetz, che, tra le altre cose, lo aveva accusato di aver raggiunto un accordo «segreto» con Joe Biden sul sostegno all’Ucraina. Era dal 1910 che non veniva presentata una mozione del genere e ieri Donald Trump ha criticato il fatto che «i repubblicani sono sempre in lotta tra loro». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, l’esito del voto non era ancora noto. Tuttavia, al di là della crisi parlamentare, non è da escludere che, negli scorsi giorni, si sia svolta una trattativa sotterranea tra McCarthy e Biden. D’altronde, era stato lo stesso presidente americano, domenica, a citare un non meglio precisato «accordo» sull’Ucraina tra la Casa Bianca e lo Speaker. Negli ultimi giorni, si sono inoltre verificati due eventi che è forse possibile interpretare in modo collegato. In primis, sabato è stata raggiunta un’intesa parlamentare per evitare in extremis lo shutdown, vale a dire il blocco delle attività federali non essenziali: un’intesa che, prontamente siglata da Biden, ha di fatto portato al congelamento degli aiuti a Kiev. In secondo luogo, l’altro ieri Politico ha rivelato l’esistenza di un documento «sensibile ma non classificato» del governo statunitense, che fotograferebbe una situazione assai problematica in Ucraina sul fronte della lotta alla corruzione. «I funzionari dell’amministrazione Biden sono molto più preoccupati per la corruzione in Ucraina di quanto ammettano pubblicamente», ha riportato la testata. «L’amministrazione vuole fare pressione sull’Ucraina affinché tagli la corruzione, anche perché sono in gioco i dollari americani», ha aggiunto Politico. Perché gli apparati hanno fatto trapelare tale documento proprio ora? È uno sgambetto a Biden? O è Biden che vuole inviare un segnale? Non è dato saperlo. È tuttavia possibile formulare delle ipotesi. Innanzitutto, l’accordo per evitare lo shutdown è stato approvato da una larga maggioranza bipartisan al Congresso e lo stesso presidente, come abbiamo detto, si è affrettato ad apporre la propria firma. Qualcuno potrebbe pensare che la cosa non sia troppo controversa, visto che, alla fin fine, mancavano poche ore all’avvio dello shutdown, che sarebbe iniziato il primo ottobre. Eppure qualcosa non torna. Lo shutdown è sicuramente uno scenario che si cerca di evitare. Tuttavia va anche ricordato che la maggior parte dei suoi effetti economici negativi non scatta subito e che, nella storia americana, ci sono stati casi di shutdown durati pochi giorni o addirittura poche ore. Questo vuol dire che a far danni sono gli shutdown prolungati e non quelli che, magari, durano al massimo una manciata di giorni. Ecco: se Biden avesse considerato gli aiuti all’Ucraina una priorità inderogabile, avrebbe potuto accettare il rischio di uno shutdown breve, per rafforzare la propria posizione negoziale e cercare di mettere i parlamentari riottosi con le spalle al muro (una tattica usata già da Reagan negli anni Ottanta). Tanto più che Biden avrebbe avuto anche la possibilità di scaricare sul Gop le responsabilità di un eventuale shutdown. Eppure non lo ha fatto. Perché? A tale interrogativo si aggiungono il leak pubblicato da Politico e le oscure parole del presidente su un «accordo» con McCarthy in materia ucraina. A inizio agosto, un sondaggio della Cnn ha rilevato che il 55% degli americani è contrario al fatto che il Congresso autorizzi ulteriore assistenza all’Ucraina: un dato che Biden non può trascurare nell’ambito della sua ricandidatura alla Casa Bianca. Ed è qui che potrebbe essersi registrata una convergenza tra il presidente e McCarthy. Biden infatti non può ignorare gli umori dell’elettorato ma, dopo la crisi di credibilità dovuta al disastro afgano, non può certo tirare sic et simpliciter i remi in barca sul dossier ucraino. Non a caso, il presidente ha avuto ieri una telefonata con gli alleati (a cui ha preso parte anche Giorgia Meloni) per rassicurarli del sostegno americano all’Ucraina, mentre il Pentagono ha scritto al Congresso, sottolineando che i fondi per le armi a Kiev si stanno esaurendo. Il punto di caduta potrebbe allora essere rappresentato dalla posizione espressa dal think tank conservatore Heritage Foundation, che McCarthy ha fatto in gran parte propria. Primo: mantenere gli aiuti militari e ridurre quelli civili, a cui i conservatori guardano con ostilità. Tra l’altro, nello scoop di Politico è stato riportato che, secondo un funzionario americano, l’amministrazione Biden sta tenendo colloqui con la leadership di Kiev per subordinare ulteriori aiuti non militari all’adozione di riforme anticorruzione. Secondo: inserire l’invio di armamenti a Kiev all’interno di un piano strategico definito. Tradotto: prima è necessario stabilire precisi obiettivi militari, politici ed eventualmente diplomatici; successivamente vanno implementati i mezzi atti a conseguirli. Si punta così a stilare una strategia più oculata e misurabile. Le posizioni di Biden e McCarthy sull’Ucraina potrebbero essere quindi meno distanti di quanto appaia. E, anche venisse silurato, lo Speaker potrebbe contare su numerosi seguaci tra i repubblicani della Camera. Mentre negli Usa questo dibattito va avanti, non è chiaro se prima o poi anche a Bruxelles verranno fatte riflessioni per elaborare un piano definito e misurabile, soprattutto dopo che l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, ha proposto, per il prossimo anno, una nuova dotazione bilaterale pluriennale del Fondo europeo per la pace fino a 5 miliardi di euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-tratta-per-ridurre-aiuti-2665795517.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lonu-assolve-gli-invasori-azeri" data-post-id="2665795517" data-published-at="1696438841" data-use-pagination="False"> L’Onu «assolve» gli invasori azeri «È chiaro a tutti che la Russia ha tradito la popolazione armena». Questa la dichiarazione del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a Euronews. Per Michel «la Russia voleva avere soldati dislocati sul terreno per garantire l’accordo di pace e sicurezza. Ma l’operazione militare è stata lanciata senza alcuna reazione da parte delle forze di pace russe presenti sul territorio. L’Ue, invece, non ha alcuna presenza militare sul territorio». Anche il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha condannato la Russia per aver ignorato i segnali di escalation che arrivavano da Baku e per non aver protetto gli armeni residenti nell’isolata regione montuosa. Il Cremlino ha accusato Pashinyan di «essere succube degli occidentali». Se è vero che la Russia si è girata dall’altra parte e ha consentito l’operazione militare lampo nel Nagorno Karabakh, che oggi è una landa desolata dopo che 100.000 armeni (su 120.000 abitanti), sono scappati per sfuggire alla pulizia etnica, l’Ue non può cavarsela solo con «è tutta colpa dei russi». Vero che lo stesso Charles Michel si è più volte speso per mediare tra azeri e armeni, ma i membri dell’Eurocamera hanno più volte definito «un fallimento totale» i suoi tentativi di mediazione. Così come non si può dimenticare il silenzio dei leader politici europei che invece di occuparsi delle sofferenze dei cristiani armeni hanno preferito l’Azerbaigian musulmano ricco fornitore di gas. Michel ha anche detto di essere «estremamente deluso dalla decisione presa dall’Azerbaigian e l’ho espresso con molta fermezza al presidente Aliyev». A proposito di questioni religiose: da giorni circolano sui social network video di soldati azeri che tolgono le croci cristiane da chiese e cimiteri armeni e anche dei video nei quali soldati armeni vengono sgozzati da soldati azeri al grido di «Allah è Grande». Non sappiamo se i video degli sgozzamenti siano recenti oppure se sono stati girati nel recente passato, ma quello che è certo è che sono autentici e che quelli che mostrano i soldati azeri armati di coltello che girano tra le case disabitate del Nagorno Karabakh sono di questi giorni. Togliere le croci dai luoghi di culto è qualcosa che fanno gli uomini dell’Isis, così come gli sgozzamenti sono una specialità degli uomini dello Stato islamico. Chissà se li ha visti il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata (Fratelli d’Italia) che ieri su X ha scritto riferendosi al report dell’Onu: «Importante notare come in questo rapporto reso dalla missione di osservatori ed esperti dell’Onu, come non siano emerse prove, testimonianze, o anche semplici indizi di distruzioni sistematiche di culture, allevamenti, abitazioni, infrastrutture, né di violenze riconducibili a pulizie etniche di cui Baku è stata in queste settimane accusata o sospettata da alcune parti». Quello che Terzi non dice - e la cosa stupisce vista la sua lunga esperienza - è che il report dell’Onu è stato fatto in un giorno e mezzo, quando gli azeri avevano finito il loro sporco lavoro e gli armeni erano tutti fuggiti dal Nagorno Karabakh. Oggi il Parlamento armeno ratificherà l’adesione alla Corte penale internazionale, e secondo Eghiche Kirakosian, funzionario armeno responsabile per gli affari di giustizia internazionale, «creerà ulteriori garanzie per l’Armenia». In effetti è così perché come scrive l’Ansa la ratifica di questo status garantirebbe che una potenziale invasione dell’Armenia ricadrà sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale. I russi giudicano questo atto «estremamente ostile» visto che la Corte penale internazionale è quella che ha dichiarato Vladimir Putin «criminale di guerra». Infine mentre scriviamo si apprende che Arkady Gukasyan e Bako Sahakyan, ex presidenti del Nagorno-Karabakh, il rappresentante del partito «Dashnakasutyun» e l’ex presidente del parlamento David Ishkhanyan, sono stati arrestati dagli azeri e portati a Baku.
Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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Ansa
Qui la relatrice e il governo hanno dato parere positivo ai quattro emendamenti soppressivi presentati dalla commissione Finanze. Questi riguardano lo stop all’estensione del divieto di telemarketing aggressivo anche alle telecomunicazioni così come era stato introdotto in un precedente decreto, la mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico, l’estensione fino al 30 novembre 2027 della disciplina vigente in materia bancaria e creditizia in relazione alle società cooperative e le modifiche sul credito d’imposta sulle minoranze linguistiche.
A questo punto, dopo l’approvazione di Montecitorio, il testo dovrà tornare al Senato per una terza lettura lampo e il via libera definitivo. I tempi sono strettissimi giacché il decreto scade il 29 giugno.
Questo dovrebbe essere l’ultimo provvedimento, strutturato in questo modo, quindi ad ampio spettro, per far fronte al caro carburanti. L’accordo tra Stati Uniti e Teheran dovrebbe placare i mercati e smorzare le infiammate inflazionistiche. A partire da venerdì si negozierà la prossima riapertura del canale di Hormuz per garantire il regolare flusso delle forniture.
L’attenzione quindi si sposta a interventi meno legati alla situazione contingente ma più di sistema. Per Stefano Benigni, vicesegretario nazionale di Forza Italia, «il decreto è servito a far fronte all’emergenza e a ridurre il prezzo dei carburanti. Ora è importante sfruttare la riapertura di Hormuz. Lo sta facendo il ministro Tajani riunendo le imprese attorno ad un tavolo per far ripartire l’economia».
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha dato voce alle attese del mondo imprenditoriale. «Se non si risolve il caro energia, l’Italia farà fatica a essere competitiva e a crescere».
Lo sguardo è rivolto alla prossima legge di Bilancio. «Nei 500 giorni di qui a fine legislatura, si possono fare tante cose» ha detto Orsini e rivolto al governo: «Pensate cosa potrebbero fare di più le imprese senza sassi nello zaino che sono la burocrazia, il caro energia».
Un’altra sfida, oltre al nucleare, sono le rinnovabili. «Ci sono 4.000 concessioni da sbloccare. Eppure stiamo parlando di oltre 130 gigawatt di progetti pronti e da mettere a terra. Il Paese avrebbe bisogno di accelerare sulle fonti ecologiche ma non riesce a farlo». E mette in evidenza che nel frattempo, oltre confine, altri Paesi si stanno muovendo con velocità. «La Germania sta realizzando il più grande impianto termoelettrico d’Europa, la Cina ha costruito 300 nuove centrali a carbone, mentre noi rinunciamo al gas e al nucleare e lasciamo le rinnovabili bloccate negli uffici». Il risultato quindi è che «il prezzo energia continua a pesare sulle nostre imprese».
Intanto un’altra grana è sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, dopo i disservizi emersi ieri in alcune tratte ferroviarie, si è dichiarato irritato con i vertici di Trenitalia ai quali ha chiesto una relazione approfondita sull’accaduto nonché tempi certi per il ritorno alla normalità. Al ministero, nel pomeriggio, Salvini ha siglato un accordo ferroviario con l’Arabia Saudita ed è stata quella l’occasione, si apprende, per esprimere ai vertici Fs, presenti alla firma, la propria contrarietà sulle criticità di ieri lungo la rete.
«Sono gli italiani a essere irritati con un ministro che, anziché fare il suo mestiere, pensa solo a litigare con Meloni per cambiare ministero e sostituire Piantedosi. Un ministro che si occupa di tutto fuorché prendersi le sue responsabilità di fronte agli italiani che viaggiano ogni giorno con ore di ritardo e molti disagi», ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein.
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