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2023-10-04
Ora Biden tratta con i repubblicani per ridurre gli aiuti all’Ucraina
Joe Biden (Ansa)
Non è una fase tranquilla, questa, per la politica americana. Lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, ha dovuto affrontare ieri una mozione di destituzione, presentata dal suo rivale interno, Matt Gaetz, che, tra le altre cose, lo aveva accusato di aver raggiunto un accordo «segreto» con Joe Biden sul sostegno all’Ucraina. Era dal 1910 che non veniva presentata una mozione del genere e ieri Donald Trump ha criticato il fatto che «i repubblicani sono sempre in lotta tra loro». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, l’esito del voto non era ancora noto. Tuttavia, al di là della crisi parlamentare, non è da escludere che, negli scorsi giorni, si sia svolta una trattativa sotterranea tra McCarthy e Biden.
D’altronde, era stato lo stesso presidente americano, domenica, a citare un non meglio precisato «accordo» sull’Ucraina tra la Casa Bianca e lo Speaker. Negli ultimi giorni, si sono inoltre verificati due eventi che è forse possibile interpretare in modo collegato. In primis, sabato è stata raggiunta un’intesa parlamentare per evitare in extremis lo shutdown, vale a dire il blocco delle attività federali non essenziali: un’intesa che, prontamente siglata da Biden, ha di fatto portato al congelamento degli aiuti a Kiev. In secondo luogo, l’altro ieri Politico ha rivelato l’esistenza di un documento «sensibile ma non classificato» del governo statunitense, che fotograferebbe una situazione assai problematica in Ucraina sul fronte della lotta alla corruzione. «I funzionari dell’amministrazione Biden sono molto più preoccupati per la corruzione in Ucraina di quanto ammettano pubblicamente», ha riportato la testata. «L’amministrazione vuole fare pressione sull’Ucraina affinché tagli la corruzione, anche perché sono in gioco i dollari americani», ha aggiunto Politico. Perché gli apparati hanno fatto trapelare tale documento proprio ora? È uno sgambetto a Biden? O è Biden che vuole inviare un segnale?
Non è dato saperlo. È tuttavia possibile formulare delle ipotesi. Innanzitutto, l’accordo per evitare lo shutdown è stato approvato da una larga maggioranza bipartisan al Congresso e lo stesso presidente, come abbiamo detto, si è affrettato ad apporre la propria firma. Qualcuno potrebbe pensare che la cosa non sia troppo controversa, visto che, alla fin fine, mancavano poche ore all’avvio dello shutdown, che sarebbe iniziato il primo ottobre. Eppure qualcosa non torna. Lo shutdown è sicuramente uno scenario che si cerca di evitare. Tuttavia va anche ricordato che la maggior parte dei suoi effetti economici negativi non scatta subito e che, nella storia americana, ci sono stati casi di shutdown durati pochi giorni o addirittura poche ore. Questo vuol dire che a far danni sono gli shutdown prolungati e non quelli che, magari, durano al massimo una manciata di giorni. Ecco: se Biden avesse considerato gli aiuti all’Ucraina una priorità inderogabile, avrebbe potuto accettare il rischio di uno shutdown breve, per rafforzare la propria posizione negoziale e cercare di mettere i parlamentari riottosi con le spalle al muro (una tattica usata già da Reagan negli anni Ottanta). Tanto più che Biden avrebbe avuto anche la possibilità di scaricare sul Gop le responsabilità di un eventuale shutdown. Eppure non lo ha fatto. Perché? A tale interrogativo si aggiungono il leak pubblicato da Politico e le oscure parole del presidente su un «accordo» con McCarthy in materia ucraina.
A inizio agosto, un sondaggio della Cnn ha rilevato che il 55% degli americani è contrario al fatto che il Congresso autorizzi ulteriore assistenza all’Ucraina: un dato che Biden non può trascurare nell’ambito della sua ricandidatura alla Casa Bianca. Ed è qui che potrebbe essersi registrata una convergenza tra il presidente e McCarthy. Biden infatti non può ignorare gli umori dell’elettorato ma, dopo la crisi di credibilità dovuta al disastro afgano, non può certo tirare sic et simpliciter i remi in barca sul dossier ucraino. Non a caso, il presidente ha avuto ieri una telefonata con gli alleati (a cui ha preso parte anche Giorgia Meloni) per rassicurarli del sostegno americano all’Ucraina, mentre il Pentagono ha scritto al Congresso, sottolineando che i fondi per le armi a Kiev si stanno esaurendo. Il punto di caduta potrebbe allora essere rappresentato dalla posizione espressa dal think tank conservatore Heritage Foundation, che McCarthy ha fatto in gran parte propria. Primo: mantenere gli aiuti militari e ridurre quelli civili, a cui i conservatori guardano con ostilità. Tra l’altro, nello scoop di Politico è stato riportato che, secondo un funzionario americano, l’amministrazione Biden sta tenendo colloqui con la leadership di Kiev per subordinare ulteriori aiuti non militari all’adozione di riforme anticorruzione. Secondo: inserire l’invio di armamenti a Kiev all’interno di un piano strategico definito. Tradotto: prima è necessario stabilire precisi obiettivi militari, politici ed eventualmente diplomatici; successivamente vanno implementati i mezzi atti a conseguirli. Si punta così a stilare una strategia più oculata e misurabile. Le posizioni di Biden e McCarthy sull’Ucraina potrebbero essere quindi meno distanti di quanto appaia. E, anche venisse silurato, lo Speaker potrebbe contare su numerosi seguaci tra i repubblicani della Camera.
Mentre negli Usa questo dibattito va avanti, non è chiaro se prima o poi anche a Bruxelles verranno fatte riflessioni per elaborare un piano definito e misurabile, soprattutto dopo che l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, ha proposto, per il prossimo anno, una nuova dotazione bilaterale pluriennale del Fondo europeo per la pace fino a 5 miliardi di euro.
L’Onu «assolve» gli invasori azeri
«È chiaro a tutti che la Russia ha tradito la popolazione armena». Questa la dichiarazione del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a Euronews. Per Michel «la Russia voleva avere soldati dislocati sul terreno per garantire l’accordo di pace e sicurezza. Ma l’operazione militare è stata lanciata senza alcuna reazione da parte delle forze di pace russe presenti sul territorio. L’Ue, invece, non ha alcuna presenza militare sul territorio». Anche il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha condannato la Russia per aver ignorato i segnali di escalation che arrivavano da Baku e per non aver protetto gli armeni residenti nell’isolata regione montuosa. Il Cremlino ha accusato Pashinyan di «essere succube degli occidentali». Se è vero che la Russia si è girata dall’altra parte e ha consentito l’operazione militare lampo nel Nagorno Karabakh, che oggi è una landa desolata dopo che 100.000 armeni (su 120.000 abitanti), sono scappati per sfuggire alla pulizia etnica, l’Ue non può cavarsela solo con «è tutta colpa dei russi». Vero che lo stesso Charles Michel si è più volte speso per mediare tra azeri e armeni, ma i membri dell’Eurocamera hanno più volte definito «un fallimento totale» i suoi tentativi di mediazione. Così come non si può dimenticare il silenzio dei leader politici europei che invece di occuparsi delle sofferenze dei cristiani armeni hanno preferito l’Azerbaigian musulmano ricco fornitore di gas. Michel ha anche detto di essere «estremamente deluso dalla decisione presa dall’Azerbaigian e l’ho espresso con molta fermezza al presidente Aliyev». A proposito di questioni religiose: da giorni circolano sui social network video di soldati azeri che tolgono le croci cristiane da chiese e cimiteri armeni e anche dei video nei quali soldati armeni vengono sgozzati da soldati azeri al grido di «Allah è Grande». Non sappiamo se i video degli sgozzamenti siano recenti oppure se sono stati girati nel recente passato, ma quello che è certo è che sono autentici e che quelli che mostrano i soldati azeri armati di coltello che girano tra le case disabitate del Nagorno Karabakh sono di questi giorni. Togliere le croci dai luoghi di culto è qualcosa che fanno gli uomini dell’Isis, così come gli sgozzamenti sono una specialità degli uomini dello Stato islamico. Chissà se li ha visti il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata (Fratelli d’Italia) che ieri su X ha scritto riferendosi al report dell’Onu: «Importante notare come in questo rapporto reso dalla missione di osservatori ed esperti dell’Onu, come non siano emerse prove, testimonianze, o anche semplici indizi di distruzioni sistematiche di culture, allevamenti, abitazioni, infrastrutture, né di violenze riconducibili a pulizie etniche di cui Baku è stata in queste settimane accusata o sospettata da alcune parti». Quello che Terzi non dice - e la cosa stupisce vista la sua lunga esperienza - è che il report dell’Onu è stato fatto in un giorno e mezzo, quando gli azeri avevano finito il loro sporco lavoro e gli armeni erano tutti fuggiti dal Nagorno Karabakh. Oggi il Parlamento armeno ratificherà l’adesione alla Corte penale internazionale, e secondo Eghiche Kirakosian, funzionario armeno responsabile per gli affari di giustizia internazionale, «creerà ulteriori garanzie per l’Armenia». In effetti è così perché come scrive l’Ansa la ratifica di questo status garantirebbe che una potenziale invasione dell’Armenia ricadrà sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale. I russi giudicano questo atto «estremamente ostile» visto che la Corte penale internazionale è quella che ha dichiarato Vladimir Putin «criminale di guerra». Infine mentre scriviamo si apprende che Arkady Gukasyan e Bako Sahakyan, ex presidenti del Nagorno-Karabakh, il rappresentante del partito «Dashnakasutyun» e l’ex presidente del parlamento David Ishkhanyan, sono stati arrestati dagli azeri e portati a Baku.
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Voci di un patto con lo Speaker della Camera, il conservatore Kevin McCarthy, che va sotto accusa nel suo partito. La Casa Bianca punta a tagliare i fondi a Kiev senza perdere la faccia. La Ue invece annuncia nuovi esborsi. Il report dal Nagorno non vede prove di pulizia etnica, ma è stato scritto dopo la fuga degli abitanti. Oggi l’Armenia ratifica l’adesione alla Corte penale internazionale.Lo speciale contiene due articoli.Non è una fase tranquilla, questa, per la politica americana. Lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, ha dovuto affrontare ieri una mozione di destituzione, presentata dal suo rivale interno, Matt Gaetz, che, tra le altre cose, lo aveva accusato di aver raggiunto un accordo «segreto» con Joe Biden sul sostegno all’Ucraina. Era dal 1910 che non veniva presentata una mozione del genere e ieri Donald Trump ha criticato il fatto che «i repubblicani sono sempre in lotta tra loro». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, l’esito del voto non era ancora noto. Tuttavia, al di là della crisi parlamentare, non è da escludere che, negli scorsi giorni, si sia svolta una trattativa sotterranea tra McCarthy e Biden. D’altronde, era stato lo stesso presidente americano, domenica, a citare un non meglio precisato «accordo» sull’Ucraina tra la Casa Bianca e lo Speaker. Negli ultimi giorni, si sono inoltre verificati due eventi che è forse possibile interpretare in modo collegato. In primis, sabato è stata raggiunta un’intesa parlamentare per evitare in extremis lo shutdown, vale a dire il blocco delle attività federali non essenziali: un’intesa che, prontamente siglata da Biden, ha di fatto portato al congelamento degli aiuti a Kiev. In secondo luogo, l’altro ieri Politico ha rivelato l’esistenza di un documento «sensibile ma non classificato» del governo statunitense, che fotograferebbe una situazione assai problematica in Ucraina sul fronte della lotta alla corruzione. «I funzionari dell’amministrazione Biden sono molto più preoccupati per la corruzione in Ucraina di quanto ammettano pubblicamente», ha riportato la testata. «L’amministrazione vuole fare pressione sull’Ucraina affinché tagli la corruzione, anche perché sono in gioco i dollari americani», ha aggiunto Politico. Perché gli apparati hanno fatto trapelare tale documento proprio ora? È uno sgambetto a Biden? O è Biden che vuole inviare un segnale? Non è dato saperlo. È tuttavia possibile formulare delle ipotesi. Innanzitutto, l’accordo per evitare lo shutdown è stato approvato da una larga maggioranza bipartisan al Congresso e lo stesso presidente, come abbiamo detto, si è affrettato ad apporre la propria firma. Qualcuno potrebbe pensare che la cosa non sia troppo controversa, visto che, alla fin fine, mancavano poche ore all’avvio dello shutdown, che sarebbe iniziato il primo ottobre. Eppure qualcosa non torna. Lo shutdown è sicuramente uno scenario che si cerca di evitare. Tuttavia va anche ricordato che la maggior parte dei suoi effetti economici negativi non scatta subito e che, nella storia americana, ci sono stati casi di shutdown durati pochi giorni o addirittura poche ore. Questo vuol dire che a far danni sono gli shutdown prolungati e non quelli che, magari, durano al massimo una manciata di giorni. Ecco: se Biden avesse considerato gli aiuti all’Ucraina una priorità inderogabile, avrebbe potuto accettare il rischio di uno shutdown breve, per rafforzare la propria posizione negoziale e cercare di mettere i parlamentari riottosi con le spalle al muro (una tattica usata già da Reagan negli anni Ottanta). Tanto più che Biden avrebbe avuto anche la possibilità di scaricare sul Gop le responsabilità di un eventuale shutdown. Eppure non lo ha fatto. Perché? A tale interrogativo si aggiungono il leak pubblicato da Politico e le oscure parole del presidente su un «accordo» con McCarthy in materia ucraina. A inizio agosto, un sondaggio della Cnn ha rilevato che il 55% degli americani è contrario al fatto che il Congresso autorizzi ulteriore assistenza all’Ucraina: un dato che Biden non può trascurare nell’ambito della sua ricandidatura alla Casa Bianca. Ed è qui che potrebbe essersi registrata una convergenza tra il presidente e McCarthy. Biden infatti non può ignorare gli umori dell’elettorato ma, dopo la crisi di credibilità dovuta al disastro afgano, non può certo tirare sic et simpliciter i remi in barca sul dossier ucraino. Non a caso, il presidente ha avuto ieri una telefonata con gli alleati (a cui ha preso parte anche Giorgia Meloni) per rassicurarli del sostegno americano all’Ucraina, mentre il Pentagono ha scritto al Congresso, sottolineando che i fondi per le armi a Kiev si stanno esaurendo. Il punto di caduta potrebbe allora essere rappresentato dalla posizione espressa dal think tank conservatore Heritage Foundation, che McCarthy ha fatto in gran parte propria. Primo: mantenere gli aiuti militari e ridurre quelli civili, a cui i conservatori guardano con ostilità. Tra l’altro, nello scoop di Politico è stato riportato che, secondo un funzionario americano, l’amministrazione Biden sta tenendo colloqui con la leadership di Kiev per subordinare ulteriori aiuti non militari all’adozione di riforme anticorruzione. Secondo: inserire l’invio di armamenti a Kiev all’interno di un piano strategico definito. Tradotto: prima è necessario stabilire precisi obiettivi militari, politici ed eventualmente diplomatici; successivamente vanno implementati i mezzi atti a conseguirli. Si punta così a stilare una strategia più oculata e misurabile. Le posizioni di Biden e McCarthy sull’Ucraina potrebbero essere quindi meno distanti di quanto appaia. E, anche venisse silurato, lo Speaker potrebbe contare su numerosi seguaci tra i repubblicani della Camera. Mentre negli Usa questo dibattito va avanti, non è chiaro se prima o poi anche a Bruxelles verranno fatte riflessioni per elaborare un piano definito e misurabile, soprattutto dopo che l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, ha proposto, per il prossimo anno, una nuova dotazione bilaterale pluriennale del Fondo europeo per la pace fino a 5 miliardi di euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-tratta-per-ridurre-aiuti-2665795517.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lonu-assolve-gli-invasori-azeri" data-post-id="2665795517" data-published-at="1696438841" data-use-pagination="False"> L’Onu «assolve» gli invasori azeri «È chiaro a tutti che la Russia ha tradito la popolazione armena». Questa la dichiarazione del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a Euronews. Per Michel «la Russia voleva avere soldati dislocati sul terreno per garantire l’accordo di pace e sicurezza. Ma l’operazione militare è stata lanciata senza alcuna reazione da parte delle forze di pace russe presenti sul territorio. L’Ue, invece, non ha alcuna presenza militare sul territorio». Anche il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha condannato la Russia per aver ignorato i segnali di escalation che arrivavano da Baku e per non aver protetto gli armeni residenti nell’isolata regione montuosa. Il Cremlino ha accusato Pashinyan di «essere succube degli occidentali». Se è vero che la Russia si è girata dall’altra parte e ha consentito l’operazione militare lampo nel Nagorno Karabakh, che oggi è una landa desolata dopo che 100.000 armeni (su 120.000 abitanti), sono scappati per sfuggire alla pulizia etnica, l’Ue non può cavarsela solo con «è tutta colpa dei russi». Vero che lo stesso Charles Michel si è più volte speso per mediare tra azeri e armeni, ma i membri dell’Eurocamera hanno più volte definito «un fallimento totale» i suoi tentativi di mediazione. Così come non si può dimenticare il silenzio dei leader politici europei che invece di occuparsi delle sofferenze dei cristiani armeni hanno preferito l’Azerbaigian musulmano ricco fornitore di gas. Michel ha anche detto di essere «estremamente deluso dalla decisione presa dall’Azerbaigian e l’ho espresso con molta fermezza al presidente Aliyev». A proposito di questioni religiose: da giorni circolano sui social network video di soldati azeri che tolgono le croci cristiane da chiese e cimiteri armeni e anche dei video nei quali soldati armeni vengono sgozzati da soldati azeri al grido di «Allah è Grande». Non sappiamo se i video degli sgozzamenti siano recenti oppure se sono stati girati nel recente passato, ma quello che è certo è che sono autentici e che quelli che mostrano i soldati azeri armati di coltello che girano tra le case disabitate del Nagorno Karabakh sono di questi giorni. Togliere le croci dai luoghi di culto è qualcosa che fanno gli uomini dell’Isis, così come gli sgozzamenti sono una specialità degli uomini dello Stato islamico. Chissà se li ha visti il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata (Fratelli d’Italia) che ieri su X ha scritto riferendosi al report dell’Onu: «Importante notare come in questo rapporto reso dalla missione di osservatori ed esperti dell’Onu, come non siano emerse prove, testimonianze, o anche semplici indizi di distruzioni sistematiche di culture, allevamenti, abitazioni, infrastrutture, né di violenze riconducibili a pulizie etniche di cui Baku è stata in queste settimane accusata o sospettata da alcune parti». Quello che Terzi non dice - e la cosa stupisce vista la sua lunga esperienza - è che il report dell’Onu è stato fatto in un giorno e mezzo, quando gli azeri avevano finito il loro sporco lavoro e gli armeni erano tutti fuggiti dal Nagorno Karabakh. Oggi il Parlamento armeno ratificherà l’adesione alla Corte penale internazionale, e secondo Eghiche Kirakosian, funzionario armeno responsabile per gli affari di giustizia internazionale, «creerà ulteriori garanzie per l’Armenia». In effetti è così perché come scrive l’Ansa la ratifica di questo status garantirebbe che una potenziale invasione dell’Armenia ricadrà sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale. I russi giudicano questo atto «estremamente ostile» visto che la Corte penale internazionale è quella che ha dichiarato Vladimir Putin «criminale di guerra». Infine mentre scriviamo si apprende che Arkady Gukasyan e Bako Sahakyan, ex presidenti del Nagorno-Karabakh, il rappresentante del partito «Dashnakasutyun» e l’ex presidente del parlamento David Ishkhanyan, sono stati arrestati dagli azeri e portati a Baku.
Carlo Nordio (Ansa)
Il chiarimento delle Forze di difesa israeliane, secondo cui il fermo sarebbe stato effettuato da un soldato riservista e non da un colono armato, non ha chiuso la vicenda, ma ha spostato il nodo sulla qualificazione giuridica dell’atto e sulle relative responsabilità.
«È evidente che manchi a oggi una sufficiente tutela legislativa per gli atti ostili commessi nei confronti dei nostri militari impegnati in operazioni fuori area in contesti di conflitto armato» spiega l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare all’Università Link, richiamando un quadro normativo frammentato e fortemente condizionato da valutazioni politiche più che giuridiche.
Dal punto di vista del diritto penale, il riferimento è l’articolo 8 del Codice penale, che estende la giurisdizione italiana ai delitti commessi all’estero quando ledono un interesse politico dello Stato. In questa prospettiva, la convocazione dell’ambasciatore israeliano costituisce un implicito riconoscimento di tale interesse.
La norma, tuttavia, pone un limite decisivo: la procedibilità dipende dalla richiesta del ministro della Giustizia, trasformando la tutela penale in una scelta politica. In assenza di tale atto, anche ipotesi di reato come il sequestro di persona o la minaccia armata restano sul piano della sola protesta diplomatica: è Carlo Nordio che dovrebbe muoversi in prima persona.
Secondo Strampelli, tuttavia, il problema è ancora più profondo. «L’unica reale tutela sarebbe offerta dal Codice penale militare di guerra che consentirebbe l’applicazione della legge penale militare italiana anche per gli atti ostili commessi in danno di militari italiani da appartenenti ad altre forze armate o comunque belligeranti». Una soluzione tutt’altro che teorica, già sperimentata nella storia recente della Repubblica.
«In effetti tale soluzione è stata percorsa nella Storia della nostra Repubblica solo nel caso di “Enduring Freedom”, quando il Parlamento deliberò l’applicazione per la guerra in Afghanistan della legge n. 6 del 2002, con applicazione del codice penale militare di guerra». Una scelta che ampliava la tutela dei militari italiani, ma che esponeva anche gli stessi militari a un regime sanzionatorio particolarmente severo.
Non a caso, quell’esperienza venne successivamente abbandonata. Il timore era quello di sottoporre il personale italiano a pene molto più afflittive in caso di reati militari, anche quando commessi in danno della popolazione locale o di altri belligeranti. Un equilibrio fragile, che ha portato negli anni a preferire un approccio prudente, se non rinunciatario.
«Oggi però», aggiunge Strampelli, «vi è la consapevolezza che l’attuale regime normativo non tuteli i nostri militari nell’ambito di operazioni in aree operative e conflittuali, essendo ormai ineludibile l’intervento del legislatore». Le missioni definite «di pace» hanno infatti assunto nel tempo caratteristiche sempre più simili a operazioni di sicurezza armata, senza che a tale evoluzione sia corrisposto un adeguamento delle regole.
Ne deriva una tutela disomogenea, spesso rimessa alla sola diplomazia, che il caso dei carabinieri in Cisgiordania ha riportato al centro del dibattito pubblico e giuridico.
«Mi lasci dire che come cittadino e ufficiale dei carabinieri in congedo mi auguro per la dignità dell’Arma che il ministro avanzi richiesta di procedibilità a norma dell’articolo 8 del codice penale, augurandomi che i carabinieri sporgano querela per quanto sofferto», conclude Strampelli. Una presa di posizione che richiama una questione più ampia: la credibilità dello Stato nella tutela dei propri militari all’estero. Senza una riforma chiara, questi episodi rischiano di restare affidati alla politica. Ma la tutela di chi agisce in nome dello Stato non può essere occasionale.
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L'ingresso del locale Le Constellation di Crans-Montana (Ansa)
Non solo bengala e candele pirotecniche. Ma anche petardi e lanciarazzi per i fuochi d’artificio. Un vero «arsenale» per i festeggiamenti accatastato nel magazzino de Le Constellation. È quanto scoperto dagli esperti dell’Istituto forense di Zurigo incaricati dalla procura di Sion. Secondo Jacques Moretti, proprietario del locale insieme alla moglie Jessica, il tutto sarebbe arrivato per iniziativa dei clienti. «Li avranno portati loro», ha detto l’imprenditore, eludendo controlli e sorveglianza. Almeno 6 lanciarazzi Thunder King, 8 petardi lupo p1, oltre a 100 fontane pirotecniche. L’ennesimo elemento fuori posto che va ad aggiungersi alle immagini dei pannelli sorretti da stecche da biliardo. E dei pacchetti di fazzoletti per puntellarli meglio. Una storia, quella degli ormai tristemente famosi strati di poliuretano che hanno preso fuoco e causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, che sembra non finire man mano che emergono dettagli che aggravano lo scenario di incuria e pressappochismo con cui si facevano le cose a Le Constellation. Dopo il fai da te di Jacques, con i pannelli acquistati in un negozio di bricolage e da lui stesso incollati al soffitto, video e chat diffusi dalla tv Svizzera Rts raccontano i tentativi di quello che in linguaggio gergale si direbbe «metterci una pezza». Il goffo tentativo di tenere la «schiuma» incollata in qualche modo almeno fino alle delle gran serate di Capodanno.
Un video di 8 secondi girato a metà dicembre e raccolto dall’avvocato Romain Jordan che assiste numerose famiglie delle vittime, mostra come i pannelli tenuti fermi dalle stecche da biliardo in certi punti sporgono verso il basso. Quindi «a portata» di bengala e scintille.
I messaggi vocali rivelano invece lo scambio di battute tra Moretti e un dipendente di nome Gaetan che gli mostra il cedimento dei pannelli. Jacques gli risponde: «Sì Gaetan, prova a toglierne uno e vedi se cade perché ho messo della schiuma che non conosco… Fammi sapere se va bene… se cade o no, se cade dovremo lasciarli lì, purtroppo». Gaetan ribatte con una serie di messaggi e video fino a che l’imprenditore chiude la conversazione con un certo grado di soddisfazione. «Ok, ne metteremo altri, grazie» e «sì, sembra abbastanza bello, togliete gli altri per favore». Un quadro desolante aggravato ora dalle dichiarazioni di un supertestimone, un fornitore coinvolto nella ristrutturazione del locale che avrebbe consigliato di installare protezioni in schiuma ignifuga che però sarebbero state respinte dai Moretti per ragioni di budget.
Intanto dalla Svizzera arriva un segnale all’Italia. Dopo il rientro a Roma per consultazioni dell’ambasciatore italiano fino a quando la Svizzera non avesse accettato l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune, la Procura di Sion ha comunicato che le indagini congiunte tra Italia e Svizzera vedranno il via entro il fine settimana.
Un altro segnale, seppur tardivo, cerca di darlo anche il sindaco di Crans Montana Nicolas Feraud, ben 22 giorni dopo la controversa conferenza stampa del 6 gennaio in cui aveva ammesso che il comune non controllava il locale dal 2020. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa svizzera Keystone-Sda il primo cittadino ha pensato bene di chiedere scusa per non essersi scusato. E di ammettere di aver sbagliato a non aver dato libero sfogo alle emozioni, tant’è che le preoccupazioni sarebbero talmente intense da non permettergli di dormire la notte e costringendolo a ricorrere ad uno psicologo. «Non mi ha disturbato» la richiesta di dimissioni della stampa italiana, ma piuttosto l’insinuazione di aver «accettato bustarelle», ha aggiunto il primo cittadino. Uno sfogo non richiesto ma probabilmente mosso dalla speranza di placare le critiche che da settimane piovono contro il Comune svizzero e la gestione delle indagini da parte del Cantone. Critiche alle quali si è aggiunto ieri anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale. «Le indagini hanno pregiudicato i diritti dei cittadini italiani perché l’arresto è avvenuto in ritardo, loro stessi hanno detto che c’era pericolo di fuga. La reiterazione del reato purtroppo abbiamo scoperto che c’è anche quella e l’inquinamento delle prove è probabile». E poi il tema della cauzione. Troppo bassa. «Se vuoi dare un segnale non chiedi una cauzione di soli 200.000 franchi ma da 1 milione di franchi svizzeri. Sono tutte cose che lasciano sgomenti». Il problema però non sarebbe la Svizzera, ha tenuto a precisare il ministro. Bensì il Cantone che sta seguendo le indagini dov’è accaduto il disastro. «L’unica cosa che si può fare è cambiare i magistrati di Cantone, però è una richiesta che deve fare la Procura». Commenti duri ai quali non si è fatta attendere la stoccata di Berna. «Un principio fondamentale del nostro sistema democratico - ha fatto sapere una nota del Dipartimento degli Affari esteri Svizzero - è la separazione dei poteri, che attribuisce a ciascun potere dello Stato ruoli, compiti e responsabilità propri». Della serie, non si accettano lezioni. Meglio darle agli altri. Si fa per dire.
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(Esercito Italiano)
La cerimonia ha rappresentato un momento significativo nel percorso di ammodernamento della componente terrestre, sviluppato presso il CEPOLISPE, centro di riferimento per la sperimentazione e la validazione dei mezzi e dei sistemi d’arma di interesse dell’Esercito.
Il Lynx costituirà la base del «sistema di sistemi» A2CS (Army Armoured Combat System), imperniato su una flotta di Armored Infantry Fighting Vehicle (AIFV) e su piattaforme derivate. Il sistema è concepito per operare nei moderni scenari operativi e per implementare il concetto di cooperative combat, grazie a soluzioni tecnologiche di nuova generazione, elevata interoperabilità e piena integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2).
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato: «La consegna del veicolo corazzato Lynx, frutto della collaborazione industriale italo-tedesca, rappresenta un passo concreto nel rafforzamento delle capacità terrestri dell’Esercito. Il CEPOLISPE svolge un ruolo centrale nel garantire che i nuovi sistemi rispondano pienamente ai requisiti operativi».
Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha sottolineato: «L’avvio delle consegne segna una tappa fondamentale del programma e conferma l’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall come punto di riferimento per il rafforzamento della difesa nazionale e della base industriale europea».
In merito alla prima consegna, l’Amministratore Delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha evidenziato: «Il Lynx stabilisce nuovi standard in termini di protezione, versatilità e scalabilità, rafforzando al contempo la cooperazione europea nel settore della difesa».
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, ha infine aggiunto: «Con l’introduzione di questo mezzo inizia concretamente il percorso di meccanizzazione dell’Esercito. La disponibilità di tecnologie avanzate è fondamentale per affrontare le sfide operative future».
La Joint Venture LRMV ha inoltre presentato le principali caratteristiche del nuovo veicolo da combattimento, che costituirà la base tecnologica per oltre 1.000 piattaforme, articolate in diverse varianti e ruoli operativi.
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