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2023-10-04
Ora Biden tratta con i repubblicani per ridurre gli aiuti all’Ucraina
Joe Biden (Ansa)
Non è una fase tranquilla, questa, per la politica americana. Lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, ha dovuto affrontare ieri una mozione di destituzione, presentata dal suo rivale interno, Matt Gaetz, che, tra le altre cose, lo aveva accusato di aver raggiunto un accordo «segreto» con Joe Biden sul sostegno all’Ucraina. Era dal 1910 che non veniva presentata una mozione del genere e ieri Donald Trump ha criticato il fatto che «i repubblicani sono sempre in lotta tra loro». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, l’esito del voto non era ancora noto. Tuttavia, al di là della crisi parlamentare, non è da escludere che, negli scorsi giorni, si sia svolta una trattativa sotterranea tra McCarthy e Biden.
D’altronde, era stato lo stesso presidente americano, domenica, a citare un non meglio precisato «accordo» sull’Ucraina tra la Casa Bianca e lo Speaker. Negli ultimi giorni, si sono inoltre verificati due eventi che è forse possibile interpretare in modo collegato. In primis, sabato è stata raggiunta un’intesa parlamentare per evitare in extremis lo shutdown, vale a dire il blocco delle attività federali non essenziali: un’intesa che, prontamente siglata da Biden, ha di fatto portato al congelamento degli aiuti a Kiev. In secondo luogo, l’altro ieri Politico ha rivelato l’esistenza di un documento «sensibile ma non classificato» del governo statunitense, che fotograferebbe una situazione assai problematica in Ucraina sul fronte della lotta alla corruzione. «I funzionari dell’amministrazione Biden sono molto più preoccupati per la corruzione in Ucraina di quanto ammettano pubblicamente», ha riportato la testata. «L’amministrazione vuole fare pressione sull’Ucraina affinché tagli la corruzione, anche perché sono in gioco i dollari americani», ha aggiunto Politico. Perché gli apparati hanno fatto trapelare tale documento proprio ora? È uno sgambetto a Biden? O è Biden che vuole inviare un segnale?
Non è dato saperlo. È tuttavia possibile formulare delle ipotesi. Innanzitutto, l’accordo per evitare lo shutdown è stato approvato da una larga maggioranza bipartisan al Congresso e lo stesso presidente, come abbiamo detto, si è affrettato ad apporre la propria firma. Qualcuno potrebbe pensare che la cosa non sia troppo controversa, visto che, alla fin fine, mancavano poche ore all’avvio dello shutdown, che sarebbe iniziato il primo ottobre. Eppure qualcosa non torna. Lo shutdown è sicuramente uno scenario che si cerca di evitare. Tuttavia va anche ricordato che la maggior parte dei suoi effetti economici negativi non scatta subito e che, nella storia americana, ci sono stati casi di shutdown durati pochi giorni o addirittura poche ore. Questo vuol dire che a far danni sono gli shutdown prolungati e non quelli che, magari, durano al massimo una manciata di giorni. Ecco: se Biden avesse considerato gli aiuti all’Ucraina una priorità inderogabile, avrebbe potuto accettare il rischio di uno shutdown breve, per rafforzare la propria posizione negoziale e cercare di mettere i parlamentari riottosi con le spalle al muro (una tattica usata già da Reagan negli anni Ottanta). Tanto più che Biden avrebbe avuto anche la possibilità di scaricare sul Gop le responsabilità di un eventuale shutdown. Eppure non lo ha fatto. Perché? A tale interrogativo si aggiungono il leak pubblicato da Politico e le oscure parole del presidente su un «accordo» con McCarthy in materia ucraina.
A inizio agosto, un sondaggio della Cnn ha rilevato che il 55% degli americani è contrario al fatto che il Congresso autorizzi ulteriore assistenza all’Ucraina: un dato che Biden non può trascurare nell’ambito della sua ricandidatura alla Casa Bianca. Ed è qui che potrebbe essersi registrata una convergenza tra il presidente e McCarthy. Biden infatti non può ignorare gli umori dell’elettorato ma, dopo la crisi di credibilità dovuta al disastro afgano, non può certo tirare sic et simpliciter i remi in barca sul dossier ucraino. Non a caso, il presidente ha avuto ieri una telefonata con gli alleati (a cui ha preso parte anche Giorgia Meloni) per rassicurarli del sostegno americano all’Ucraina, mentre il Pentagono ha scritto al Congresso, sottolineando che i fondi per le armi a Kiev si stanno esaurendo. Il punto di caduta potrebbe allora essere rappresentato dalla posizione espressa dal think tank conservatore Heritage Foundation, che McCarthy ha fatto in gran parte propria. Primo: mantenere gli aiuti militari e ridurre quelli civili, a cui i conservatori guardano con ostilità. Tra l’altro, nello scoop di Politico è stato riportato che, secondo un funzionario americano, l’amministrazione Biden sta tenendo colloqui con la leadership di Kiev per subordinare ulteriori aiuti non militari all’adozione di riforme anticorruzione. Secondo: inserire l’invio di armamenti a Kiev all’interno di un piano strategico definito. Tradotto: prima è necessario stabilire precisi obiettivi militari, politici ed eventualmente diplomatici; successivamente vanno implementati i mezzi atti a conseguirli. Si punta così a stilare una strategia più oculata e misurabile. Le posizioni di Biden e McCarthy sull’Ucraina potrebbero essere quindi meno distanti di quanto appaia. E, anche venisse silurato, lo Speaker potrebbe contare su numerosi seguaci tra i repubblicani della Camera.
Mentre negli Usa questo dibattito va avanti, non è chiaro se prima o poi anche a Bruxelles verranno fatte riflessioni per elaborare un piano definito e misurabile, soprattutto dopo che l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, ha proposto, per il prossimo anno, una nuova dotazione bilaterale pluriennale del Fondo europeo per la pace fino a 5 miliardi di euro.
L’Onu «assolve» gli invasori azeri
«È chiaro a tutti che la Russia ha tradito la popolazione armena». Questa la dichiarazione del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a Euronews. Per Michel «la Russia voleva avere soldati dislocati sul terreno per garantire l’accordo di pace e sicurezza. Ma l’operazione militare è stata lanciata senza alcuna reazione da parte delle forze di pace russe presenti sul territorio. L’Ue, invece, non ha alcuna presenza militare sul territorio». Anche il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha condannato la Russia per aver ignorato i segnali di escalation che arrivavano da Baku e per non aver protetto gli armeni residenti nell’isolata regione montuosa. Il Cremlino ha accusato Pashinyan di «essere succube degli occidentali». Se è vero che la Russia si è girata dall’altra parte e ha consentito l’operazione militare lampo nel Nagorno Karabakh, che oggi è una landa desolata dopo che 100.000 armeni (su 120.000 abitanti), sono scappati per sfuggire alla pulizia etnica, l’Ue non può cavarsela solo con «è tutta colpa dei russi». Vero che lo stesso Charles Michel si è più volte speso per mediare tra azeri e armeni, ma i membri dell’Eurocamera hanno più volte definito «un fallimento totale» i suoi tentativi di mediazione. Così come non si può dimenticare il silenzio dei leader politici europei che invece di occuparsi delle sofferenze dei cristiani armeni hanno preferito l’Azerbaigian musulmano ricco fornitore di gas. Michel ha anche detto di essere «estremamente deluso dalla decisione presa dall’Azerbaigian e l’ho espresso con molta fermezza al presidente Aliyev». A proposito di questioni religiose: da giorni circolano sui social network video di soldati azeri che tolgono le croci cristiane da chiese e cimiteri armeni e anche dei video nei quali soldati armeni vengono sgozzati da soldati azeri al grido di «Allah è Grande». Non sappiamo se i video degli sgozzamenti siano recenti oppure se sono stati girati nel recente passato, ma quello che è certo è che sono autentici e che quelli che mostrano i soldati azeri armati di coltello che girano tra le case disabitate del Nagorno Karabakh sono di questi giorni. Togliere le croci dai luoghi di culto è qualcosa che fanno gli uomini dell’Isis, così come gli sgozzamenti sono una specialità degli uomini dello Stato islamico. Chissà se li ha visti il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata (Fratelli d’Italia) che ieri su X ha scritto riferendosi al report dell’Onu: «Importante notare come in questo rapporto reso dalla missione di osservatori ed esperti dell’Onu, come non siano emerse prove, testimonianze, o anche semplici indizi di distruzioni sistematiche di culture, allevamenti, abitazioni, infrastrutture, né di violenze riconducibili a pulizie etniche di cui Baku è stata in queste settimane accusata o sospettata da alcune parti». Quello che Terzi non dice - e la cosa stupisce vista la sua lunga esperienza - è che il report dell’Onu è stato fatto in un giorno e mezzo, quando gli azeri avevano finito il loro sporco lavoro e gli armeni erano tutti fuggiti dal Nagorno Karabakh. Oggi il Parlamento armeno ratificherà l’adesione alla Corte penale internazionale, e secondo Eghiche Kirakosian, funzionario armeno responsabile per gli affari di giustizia internazionale, «creerà ulteriori garanzie per l’Armenia». In effetti è così perché come scrive l’Ansa la ratifica di questo status garantirebbe che una potenziale invasione dell’Armenia ricadrà sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale. I russi giudicano questo atto «estremamente ostile» visto che la Corte penale internazionale è quella che ha dichiarato Vladimir Putin «criminale di guerra». Infine mentre scriviamo si apprende che Arkady Gukasyan e Bako Sahakyan, ex presidenti del Nagorno-Karabakh, il rappresentante del partito «Dashnakasutyun» e l’ex presidente del parlamento David Ishkhanyan, sono stati arrestati dagli azeri e portati a Baku.
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Voci di un patto con lo Speaker della Camera, il conservatore Kevin McCarthy, che va sotto accusa nel suo partito. La Casa Bianca punta a tagliare i fondi a Kiev senza perdere la faccia. La Ue invece annuncia nuovi esborsi. Il report dal Nagorno non vede prove di pulizia etnica, ma è stato scritto dopo la fuga degli abitanti. Oggi l’Armenia ratifica l’adesione alla Corte penale internazionale.Lo speciale contiene due articoli.Non è una fase tranquilla, questa, per la politica americana. Lo Speaker della Camera, Kevin McCarthy, ha dovuto affrontare ieri una mozione di destituzione, presentata dal suo rivale interno, Matt Gaetz, che, tra le altre cose, lo aveva accusato di aver raggiunto un accordo «segreto» con Joe Biden sul sostegno all’Ucraina. Era dal 1910 che non veniva presentata una mozione del genere e ieri Donald Trump ha criticato il fatto che «i repubblicani sono sempre in lotta tra loro». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, l’esito del voto non era ancora noto. Tuttavia, al di là della crisi parlamentare, non è da escludere che, negli scorsi giorni, si sia svolta una trattativa sotterranea tra McCarthy e Biden. D’altronde, era stato lo stesso presidente americano, domenica, a citare un non meglio precisato «accordo» sull’Ucraina tra la Casa Bianca e lo Speaker. Negli ultimi giorni, si sono inoltre verificati due eventi che è forse possibile interpretare in modo collegato. In primis, sabato è stata raggiunta un’intesa parlamentare per evitare in extremis lo shutdown, vale a dire il blocco delle attività federali non essenziali: un’intesa che, prontamente siglata da Biden, ha di fatto portato al congelamento degli aiuti a Kiev. In secondo luogo, l’altro ieri Politico ha rivelato l’esistenza di un documento «sensibile ma non classificato» del governo statunitense, che fotograferebbe una situazione assai problematica in Ucraina sul fronte della lotta alla corruzione. «I funzionari dell’amministrazione Biden sono molto più preoccupati per la corruzione in Ucraina di quanto ammettano pubblicamente», ha riportato la testata. «L’amministrazione vuole fare pressione sull’Ucraina affinché tagli la corruzione, anche perché sono in gioco i dollari americani», ha aggiunto Politico. Perché gli apparati hanno fatto trapelare tale documento proprio ora? È uno sgambetto a Biden? O è Biden che vuole inviare un segnale? Non è dato saperlo. È tuttavia possibile formulare delle ipotesi. Innanzitutto, l’accordo per evitare lo shutdown è stato approvato da una larga maggioranza bipartisan al Congresso e lo stesso presidente, come abbiamo detto, si è affrettato ad apporre la propria firma. Qualcuno potrebbe pensare che la cosa non sia troppo controversa, visto che, alla fin fine, mancavano poche ore all’avvio dello shutdown, che sarebbe iniziato il primo ottobre. Eppure qualcosa non torna. Lo shutdown è sicuramente uno scenario che si cerca di evitare. Tuttavia va anche ricordato che la maggior parte dei suoi effetti economici negativi non scatta subito e che, nella storia americana, ci sono stati casi di shutdown durati pochi giorni o addirittura poche ore. Questo vuol dire che a far danni sono gli shutdown prolungati e non quelli che, magari, durano al massimo una manciata di giorni. Ecco: se Biden avesse considerato gli aiuti all’Ucraina una priorità inderogabile, avrebbe potuto accettare il rischio di uno shutdown breve, per rafforzare la propria posizione negoziale e cercare di mettere i parlamentari riottosi con le spalle al muro (una tattica usata già da Reagan negli anni Ottanta). Tanto più che Biden avrebbe avuto anche la possibilità di scaricare sul Gop le responsabilità di un eventuale shutdown. Eppure non lo ha fatto. Perché? A tale interrogativo si aggiungono il leak pubblicato da Politico e le oscure parole del presidente su un «accordo» con McCarthy in materia ucraina. A inizio agosto, un sondaggio della Cnn ha rilevato che il 55% degli americani è contrario al fatto che il Congresso autorizzi ulteriore assistenza all’Ucraina: un dato che Biden non può trascurare nell’ambito della sua ricandidatura alla Casa Bianca. Ed è qui che potrebbe essersi registrata una convergenza tra il presidente e McCarthy. Biden infatti non può ignorare gli umori dell’elettorato ma, dopo la crisi di credibilità dovuta al disastro afgano, non può certo tirare sic et simpliciter i remi in barca sul dossier ucraino. Non a caso, il presidente ha avuto ieri una telefonata con gli alleati (a cui ha preso parte anche Giorgia Meloni) per rassicurarli del sostegno americano all’Ucraina, mentre il Pentagono ha scritto al Congresso, sottolineando che i fondi per le armi a Kiev si stanno esaurendo. Il punto di caduta potrebbe allora essere rappresentato dalla posizione espressa dal think tank conservatore Heritage Foundation, che McCarthy ha fatto in gran parte propria. Primo: mantenere gli aiuti militari e ridurre quelli civili, a cui i conservatori guardano con ostilità. Tra l’altro, nello scoop di Politico è stato riportato che, secondo un funzionario americano, l’amministrazione Biden sta tenendo colloqui con la leadership di Kiev per subordinare ulteriori aiuti non militari all’adozione di riforme anticorruzione. Secondo: inserire l’invio di armamenti a Kiev all’interno di un piano strategico definito. Tradotto: prima è necessario stabilire precisi obiettivi militari, politici ed eventualmente diplomatici; successivamente vanno implementati i mezzi atti a conseguirli. Si punta così a stilare una strategia più oculata e misurabile. Le posizioni di Biden e McCarthy sull’Ucraina potrebbero essere quindi meno distanti di quanto appaia. E, anche venisse silurato, lo Speaker potrebbe contare su numerosi seguaci tra i repubblicani della Camera. Mentre negli Usa questo dibattito va avanti, non è chiaro se prima o poi anche a Bruxelles verranno fatte riflessioni per elaborare un piano definito e misurabile, soprattutto dopo che l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Josep Borrell, ha proposto, per il prossimo anno, una nuova dotazione bilaterale pluriennale del Fondo europeo per la pace fino a 5 miliardi di euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-tratta-per-ridurre-aiuti-2665795517.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lonu-assolve-gli-invasori-azeri" data-post-id="2665795517" data-published-at="1696438841" data-use-pagination="False"> L’Onu «assolve» gli invasori azeri «È chiaro a tutti che la Russia ha tradito la popolazione armena». Questa la dichiarazione del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a Euronews. Per Michel «la Russia voleva avere soldati dislocati sul terreno per garantire l’accordo di pace e sicurezza. Ma l’operazione militare è stata lanciata senza alcuna reazione da parte delle forze di pace russe presenti sul territorio. L’Ue, invece, non ha alcuna presenza militare sul territorio». Anche il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha condannato la Russia per aver ignorato i segnali di escalation che arrivavano da Baku e per non aver protetto gli armeni residenti nell’isolata regione montuosa. Il Cremlino ha accusato Pashinyan di «essere succube degli occidentali». Se è vero che la Russia si è girata dall’altra parte e ha consentito l’operazione militare lampo nel Nagorno Karabakh, che oggi è una landa desolata dopo che 100.000 armeni (su 120.000 abitanti), sono scappati per sfuggire alla pulizia etnica, l’Ue non può cavarsela solo con «è tutta colpa dei russi». Vero che lo stesso Charles Michel si è più volte speso per mediare tra azeri e armeni, ma i membri dell’Eurocamera hanno più volte definito «un fallimento totale» i suoi tentativi di mediazione. Così come non si può dimenticare il silenzio dei leader politici europei che invece di occuparsi delle sofferenze dei cristiani armeni hanno preferito l’Azerbaigian musulmano ricco fornitore di gas. Michel ha anche detto di essere «estremamente deluso dalla decisione presa dall’Azerbaigian e l’ho espresso con molta fermezza al presidente Aliyev». A proposito di questioni religiose: da giorni circolano sui social network video di soldati azeri che tolgono le croci cristiane da chiese e cimiteri armeni e anche dei video nei quali soldati armeni vengono sgozzati da soldati azeri al grido di «Allah è Grande». Non sappiamo se i video degli sgozzamenti siano recenti oppure se sono stati girati nel recente passato, ma quello che è certo è che sono autentici e che quelli che mostrano i soldati azeri armati di coltello che girano tra le case disabitate del Nagorno Karabakh sono di questi giorni. Togliere le croci dai luoghi di culto è qualcosa che fanno gli uomini dell’Isis, così come gli sgozzamenti sono una specialità degli uomini dello Stato islamico. Chissà se li ha visti il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata (Fratelli d’Italia) che ieri su X ha scritto riferendosi al report dell’Onu: «Importante notare come in questo rapporto reso dalla missione di osservatori ed esperti dell’Onu, come non siano emerse prove, testimonianze, o anche semplici indizi di distruzioni sistematiche di culture, allevamenti, abitazioni, infrastrutture, né di violenze riconducibili a pulizie etniche di cui Baku è stata in queste settimane accusata o sospettata da alcune parti». Quello che Terzi non dice - e la cosa stupisce vista la sua lunga esperienza - è che il report dell’Onu è stato fatto in un giorno e mezzo, quando gli azeri avevano finito il loro sporco lavoro e gli armeni erano tutti fuggiti dal Nagorno Karabakh. Oggi il Parlamento armeno ratificherà l’adesione alla Corte penale internazionale, e secondo Eghiche Kirakosian, funzionario armeno responsabile per gli affari di giustizia internazionale, «creerà ulteriori garanzie per l’Armenia». In effetti è così perché come scrive l’Ansa la ratifica di questo status garantirebbe che una potenziale invasione dell’Armenia ricadrà sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale. I russi giudicano questo atto «estremamente ostile» visto che la Corte penale internazionale è quella che ha dichiarato Vladimir Putin «criminale di guerra». Infine mentre scriviamo si apprende che Arkady Gukasyan e Bako Sahakyan, ex presidenti del Nagorno-Karabakh, il rappresentante del partito «Dashnakasutyun» e l’ex presidente del parlamento David Ishkhanyan, sono stati arrestati dagli azeri e portati a Baku.
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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