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2019-11-01
Berlusconi gela la Carfagna ribelle. «Siamo contrari ai reati d’opinione»
Ansa
Amarezza. Profonda amarezza. È questo il sentimento che, stando a chi ha avuto modo di parlarle, ha provato Mara Carfagna, quando ieri pomeriggio ha letto il durissimo intervento di Silvio Berlusconi, che ha attaccato in maniera durissima la «sua» vicepresidente della Camera. Alla base del dissidio , l'astensione del centrodestra sulla commissione «contro l'odio» voluta dalla senatrice a vita Liliana Segre.
Una astensione che il leader della Lega, Matteo Salvini, ha spiegato così: «Siamo contro razzismo, violenza, odio e antisemitismo», ha detto Salvini, «senza se e senza ma. Tuttavia non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quello che per noi è convinzione e diritto ovvero il prima gli italiani. Siamo al fianco di chi vuole combattere pacificamente idee fuori dal mondo, però non vogliamo bavagli e stato di polizia che ci riportano a Orwell». La «Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell'intolleranza, del razzismo, dell'antisemitismo e dell'istigazione all'odio e alla violenza» è stata istituita, approvata dal Senato con 151 voti favorevoli, nessun contrario e 98 astensioni, quelle appunto di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia. Astensioni motivate in particolare dall'introduzione del nazionalismo tra le espressioni di odio: un concetto che fa rabbrividire qualunque storico.
Immediate, e inevitabili, le polemiche, con la sinistra che si è scagliata contro il centrodestra. All'interno di Forza Italia, moltissimi malumori: «La mia Forza Italia», ha scritto su Twitter Mara Carfagna, «la mia casa, non si sarebbe mai astenuta in un voto sull'antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle. Intendo questo quando dico che nell'alleanza di centrodestra andiamo a rimorchio senza rivendicare la nostra identità. Se l'unità della coalizione», ha aggiunto la Carfagna, «in politica è un valore aggiunto, essa non può compromettere i valori veri, quelli che fanno parte della nostra storia».
Sulla stessa lunghezza d'onda della Carfagna, attraverso comunicati e dichiarazioni, si sono schierati i deputati di Fi Deborah Bergamini, Renata Polverini e Alessandro Cattaneo, e otto senatori: Andrea Cangini, Andrea Causin, Barbara Masini, Laura Stabile, Sandra Lonardo, Massimo Mallegni, Franco Dal Mas e Roberto Berardi. Una crepa vistosa, all'interno di Forza Italia, che ha spinto Silvio Berlusconi a diffondere un comunicato durissimo: «Da liberali siamo contrari all'eccesso di legislazione sui reati di opinione e la mozione sottoposta al voto del Senato, sulla quale Forza Italia si è astenuta, prospettava, su richiesta della sinistra, l'istituzione di un nuovo reato di opinione», ha detto. Per poi proseguire: «Mi aspetto che nel movimento che ho fondato nessuno si permetta di avanzare dei dubbi sul nostro impegno a fianco di Israele e del popolo ebraico, contro l'antisemitismo e ogni forma di razzismo. Prese di posizione e distinguo posti in essere ai soli fini di alimentare sterili polemiche, soprattutto su un tema così delicato, favoriscono chi vorrebbe dipingerci come quello che non siamo e che ci fa addirittura orrore. Le discussioni, sempre legittime», ha aggiunto Berlusconi, «si fanno all'interno e non a colpi d'agenzia: se qualcuno vuole invece seguire strade già percorse da altri, ne ha naturalmente la libertà, ma senza danneggiare ulteriormente Forza Italia sollevando dubbi sui nostri valori e sui nostri comportamenti».
Il comunicato di Berlusconi ha letteralmente gelato le truppe forziste, ormai convinte che la Carfagna sia in procinto di uscire dal partito. Ieri, Mara ha incontrato Giovanni Toti, che preme per convincere la vicepresidente della Camera a uscire da Fi per fondare, insieme a lui, la «quarta gamba» del centrodestra. «Ho visto», ha detto Toti al termine dell'incontro, «che c'è un po' di malumore. Da una parte mi sembra un po' delusa; dall'altra non a suo agio. A me non ha detto che strappa».
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, dall'entourage della Carfagna trapela che la vicepresidente della Camera sia convinta che il cerchio magico di Berlusconi stia facendo di tutto per farle lasciare il partito. Rispetto a pochi giorni fa, Mara non escluderebbe più questa ipotesi. Con Toti o no, la nuova forza politica guidata dalla Carfagna sarebbe saldamente ancorata nel centrodestra, rappresentandone i valori moderati, europeisti e liberali. Nessuna tentazione renziana, insomma.
Per quanto riguarda Fratelli d'Italia, il capogruppo di alla Camera, Francesco Lollobrigida, ha annunciato una querela nei confronti del deputato del Pd Andrea Romano, che su Twitter ha scritto: «A proposito di antisemitismo e destra italiana: i deputati di Fratelli d'ItaIia gridano: “sionista, sionista!" contro Emanuele Fiano che interveniva in aula contro di loro. Ormai siamo all'odio razziale rivendicato dentro il parlamento della Repubblica Italiana». «Il gruppo di Fratelli d'Italia», sottolinea Lollobrigida, «querelerà Andrea Romano e chiunque insista nel dire che da parte del nostro movimento vi sia qualsivoglia genere di atteggiamenti razzisti o antisemiti».
I prelati bergogliani bacchettano il centrodestra
Ti pareva: anche le gerarche cattoliche cadono nel trappolone della commissione d'inchiesta sul razzismo, che non solo rischia di ridursi a uno psicotico inseguimento di prede immaginarie, ma, in assenza di criteri chiari per distinguere il razzismo dal non razzismo e per stabilire chi sarà titolato a decidere sulle eventuali controversie, potrebbe persino diventare una minaccia per la libertà d'espressione.
Ieri, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha usato parole severe per il centrodestra che si è astenuto in Senato sulla mozione Segre: «Mi preoccupa che su valori fondamentali come l'antisemitismo dovremmo essere tutti uniti», ha tuonato. «Ci sono cose su cui dovremmo convergere. Penso che l'invito sia a riflettere sui valori fondamentali». Secondo Parolin, la mossa dei senatori di destra sarebbe addirittura «interpretabile come atto di legittimazione di tali fenomeni».
Non poteva mancare, a dargli man forte, il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro. L'uomo che si accredita come una sorta di portavoce semiufficiale del Papa ha twittato: «Le scelte politiche non possono compromettere i valori che fanno parte della nostra storia. L'approvazione della mozione Segre è un atto di civiltà che ha le sue radici nei valori della storia vissuta del nostro Paese. Mai astenersi contro l'odio. Per non essere complici».
Scopriamo così che tra i valori della nostra civiltà rientra l'esigenza di oscurare i «nemici». Parliamo della civiltà occidentale o di quella russa? Chissà se Parolin e Spadaro si sono posti gli stessi interrogativi che sta sollevando La Verità. Dove finisce la facoltà di esprimere il proprio pensiero, anche quando è provocatorio o controcorrente, e dove inizia l'esercizio consapevole della segregazione razziale? Chi decide su questo confine? Cosa ci garantisce che deputati e onorevoli siano titolati a battere a tappeto i social in cerca del mostro da denunciare alla psicopolizia?
La commissione d'inchiesta sul razzismo somiglierà molto probabilmente a una task force di cacciatori del mostro di Loch Ness. Nel nostro Paese, dove non comanda il fascismo e Casapound alle urne non arriva all'1%, il razzismo e l'antisemitismo sono un po' come la creatura del lago scozzese: l'hanno avvistato in tanti, nessuno ne ha mai provato l'esistenza. Peraltro, sarebbe interessante capire se gli onorevoli nemici dell'odio sanno che in Europa (dalla Francia, all'Olanda, al Belgio) la maggior parte degli attacchi nei confronti degli ebrei non proviene dai leoni da tastiera, ma dai musulmani.
Ai prelati che ormai vivono come una crociata l'impegno politico contro la Lega e i suoi elettori (il vero bersaglio celato dietro i nobili valori di chi considera la violenza rassita un'emergenza), si dovrebbe segnalare che Liliana Segre, poco più di un mese fa, commentava così l'utilizzo «farsesco» dei simboli religiosi in politica (obiettivo delle critiche, ovviamente, il terribile Matteo Salvini): «Sono un revival del Gott mit uns», motto inciso sulle fibbie dei cinturoni delle Ss. Le gerarchie vaticane, Spadaro in testa, ci hanno già dimostrato ampiamente quanto trovino scandaloso brandire un rosario. Ma i bergogliani sono sicuri che i sinceri democratici non spingano così in là la ricerca spasmodica degli odiatori fino a considerare, un giorno, pure il crocifisso come un simbolo che incita all'odio?
Per parafrasare un famoso adagio, prima vennero a prendere quelli che smanettavano sui social, alla fine vennero a prendere quelli che recitavano le Avemaria...
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Il voto sulla mozione antirazzista fa discutere la coalizione. La forzista (che medita l'addio): «Tradiamo i nostri valori».Per Antonio Spadaro e Pietro Parolin, l'astensione in Senato sulla proposta «contro l'odio» rischia di legittimare gli atti di antisemitismo.Lo speciale contiene due articoliAmarezza. Profonda amarezza. È questo il sentimento che, stando a chi ha avuto modo di parlarle, ha provato Mara Carfagna, quando ieri pomeriggio ha letto il durissimo intervento di Silvio Berlusconi, che ha attaccato in maniera durissima la «sua» vicepresidente della Camera. Alla base del dissidio , l'astensione del centrodestra sulla commissione «contro l'odio» voluta dalla senatrice a vita Liliana Segre. Una astensione che il leader della Lega, Matteo Salvini, ha spiegato così: «Siamo contro razzismo, violenza, odio e antisemitismo», ha detto Salvini, «senza se e senza ma. Tuttavia non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quello che per noi è convinzione e diritto ovvero il prima gli italiani. Siamo al fianco di chi vuole combattere pacificamente idee fuori dal mondo, però non vogliamo bavagli e stato di polizia che ci riportano a Orwell». La «Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell'intolleranza, del razzismo, dell'antisemitismo e dell'istigazione all'odio e alla violenza» è stata istituita, approvata dal Senato con 151 voti favorevoli, nessun contrario e 98 astensioni, quelle appunto di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia. Astensioni motivate in particolare dall'introduzione del nazionalismo tra le espressioni di odio: un concetto che fa rabbrividire qualunque storico.Immediate, e inevitabili, le polemiche, con la sinistra che si è scagliata contro il centrodestra. All'interno di Forza Italia, moltissimi malumori: «La mia Forza Italia», ha scritto su Twitter Mara Carfagna, «la mia casa, non si sarebbe mai astenuta in un voto sull'antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle. Intendo questo quando dico che nell'alleanza di centrodestra andiamo a rimorchio senza rivendicare la nostra identità. Se l'unità della coalizione», ha aggiunto la Carfagna, «in politica è un valore aggiunto, essa non può compromettere i valori veri, quelli che fanno parte della nostra storia».Sulla stessa lunghezza d'onda della Carfagna, attraverso comunicati e dichiarazioni, si sono schierati i deputati di Fi Deborah Bergamini, Renata Polverini e Alessandro Cattaneo, e otto senatori: Andrea Cangini, Andrea Causin, Barbara Masini, Laura Stabile, Sandra Lonardo, Massimo Mallegni, Franco Dal Mas e Roberto Berardi. Una crepa vistosa, all'interno di Forza Italia, che ha spinto Silvio Berlusconi a diffondere un comunicato durissimo: «Da liberali siamo contrari all'eccesso di legislazione sui reati di opinione e la mozione sottoposta al voto del Senato, sulla quale Forza Italia si è astenuta, prospettava, su richiesta della sinistra, l'istituzione di un nuovo reato di opinione», ha detto. Per poi proseguire: «Mi aspetto che nel movimento che ho fondato nessuno si permetta di avanzare dei dubbi sul nostro impegno a fianco di Israele e del popolo ebraico, contro l'antisemitismo e ogni forma di razzismo. Prese di posizione e distinguo posti in essere ai soli fini di alimentare sterili polemiche, soprattutto su un tema così delicato, favoriscono chi vorrebbe dipingerci come quello che non siamo e che ci fa addirittura orrore. Le discussioni, sempre legittime», ha aggiunto Berlusconi, «si fanno all'interno e non a colpi d'agenzia: se qualcuno vuole invece seguire strade già percorse da altri, ne ha naturalmente la libertà, ma senza danneggiare ulteriormente Forza Italia sollevando dubbi sui nostri valori e sui nostri comportamenti».Il comunicato di Berlusconi ha letteralmente gelato le truppe forziste, ormai convinte che la Carfagna sia in procinto di uscire dal partito. Ieri, Mara ha incontrato Giovanni Toti, che preme per convincere la vicepresidente della Camera a uscire da Fi per fondare, insieme a lui, la «quarta gamba» del centrodestra. «Ho visto», ha detto Toti al termine dell'incontro, «che c'è un po' di malumore. Da una parte mi sembra un po' delusa; dall'altra non a suo agio. A me non ha detto che strappa».Al di là delle dichiarazioni ufficiali, dall'entourage della Carfagna trapela che la vicepresidente della Camera sia convinta che il cerchio magico di Berlusconi stia facendo di tutto per farle lasciare il partito. Rispetto a pochi giorni fa, Mara non escluderebbe più questa ipotesi. Con Toti o no, la nuova forza politica guidata dalla Carfagna sarebbe saldamente ancorata nel centrodestra, rappresentandone i valori moderati, europeisti e liberali. Nessuna tentazione renziana, insomma. Per quanto riguarda Fratelli d'Italia, il capogruppo di alla Camera, Francesco Lollobrigida, ha annunciato una querela nei confronti del deputato del Pd Andrea Romano, che su Twitter ha scritto: «A proposito di antisemitismo e destra italiana: i deputati di Fratelli d'ItaIia gridano: “sionista, sionista!" contro Emanuele Fiano che interveniva in aula contro di loro. Ormai siamo all'odio razziale rivendicato dentro il parlamento della Repubblica Italiana». «Il gruppo di Fratelli d'Italia», sottolinea Lollobrigida, «querelerà Andrea Romano e chiunque insista nel dire che da parte del nostro movimento vi sia qualsivoglia genere di atteggiamenti razzisti o antisemiti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-gela-la-carfagna-ribelle-siamo-contrari-ai-reati-dopinione-2641178209.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-prelati-bergogliani-bacchettano-il-centrodestra" data-post-id="2641178209" data-published-at="1769861939" data-use-pagination="False"> I prelati bergogliani bacchettano il centrodestra Ti pareva: anche le gerarche cattoliche cadono nel trappolone della commissione d'inchiesta sul razzismo, che non solo rischia di ridursi a uno psicotico inseguimento di prede immaginarie, ma, in assenza di criteri chiari per distinguere il razzismo dal non razzismo e per stabilire chi sarà titolato a decidere sulle eventuali controversie, potrebbe persino diventare una minaccia per la libertà d'espressione. Ieri, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha usato parole severe per il centrodestra che si è astenuto in Senato sulla mozione Segre: «Mi preoccupa che su valori fondamentali come l'antisemitismo dovremmo essere tutti uniti», ha tuonato. «Ci sono cose su cui dovremmo convergere. Penso che l'invito sia a riflettere sui valori fondamentali». Secondo Parolin, la mossa dei senatori di destra sarebbe addirittura «interpretabile come atto di legittimazione di tali fenomeni». Non poteva mancare, a dargli man forte, il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro. L'uomo che si accredita come una sorta di portavoce semiufficiale del Papa ha twittato: «Le scelte politiche non possono compromettere i valori che fanno parte della nostra storia. L'approvazione della mozione Segre è un atto di civiltà che ha le sue radici nei valori della storia vissuta del nostro Paese. Mai astenersi contro l'odio. Per non essere complici». Scopriamo così che tra i valori della nostra civiltà rientra l'esigenza di oscurare i «nemici». Parliamo della civiltà occidentale o di quella russa? Chissà se Parolin e Spadaro si sono posti gli stessi interrogativi che sta sollevando La Verità. Dove finisce la facoltà di esprimere il proprio pensiero, anche quando è provocatorio o controcorrente, e dove inizia l'esercizio consapevole della segregazione razziale? Chi decide su questo confine? Cosa ci garantisce che deputati e onorevoli siano titolati a battere a tappeto i social in cerca del mostro da denunciare alla psicopolizia? La commissione d'inchiesta sul razzismo somiglierà molto probabilmente a una task force di cacciatori del mostro di Loch Ness. Nel nostro Paese, dove non comanda il fascismo e Casapound alle urne non arriva all'1%, il razzismo e l'antisemitismo sono un po' come la creatura del lago scozzese: l'hanno avvistato in tanti, nessuno ne ha mai provato l'esistenza. Peraltro, sarebbe interessante capire se gli onorevoli nemici dell'odio sanno che in Europa (dalla Francia, all'Olanda, al Belgio) la maggior parte degli attacchi nei confronti degli ebrei non proviene dai leoni da tastiera, ma dai musulmani. Ai prelati che ormai vivono come una crociata l'impegno politico contro la Lega e i suoi elettori (il vero bersaglio celato dietro i nobili valori di chi considera la violenza rassita un'emergenza), si dovrebbe segnalare che Liliana Segre, poco più di un mese fa, commentava così l'utilizzo «farsesco» dei simboli religiosi in politica (obiettivo delle critiche, ovviamente, il terribile Matteo Salvini): «Sono un revival del Gott mit uns», motto inciso sulle fibbie dei cinturoni delle Ss. Le gerarchie vaticane, Spadaro in testa, ci hanno già dimostrato ampiamente quanto trovino scandaloso brandire un rosario. Ma i bergogliani sono sicuri che i sinceri democratici non spingano così in là la ricerca spasmodica degli odiatori fino a considerare, un giorno, pure il crocifisso come un simbolo che incita all'odio? Per parafrasare un famoso adagio, prima vennero a prendere quelli che smanettavano sui social, alla fine vennero a prendere quelli che recitavano le Avemaria...
Mohammed Hannoun (Ansa)
Il cuore della decisione è nella qualificazione del ruolo attribuito ad Hannoun in quanto finanziatore di Hamas. Per i giudici non si tratta di un simpatizzante, di un militante o di un intermediario occasionale. L’indagato viene collocato all’interno di una rete stabile, strutturata e consapevole, che attraverso associazioni formalmente benefiche ha garantito un flusso continuo di risorse verso Hamas, rafforzandone la capacità di sopravvivenza e di azione. L’ordinanza dedica ampio spazio alla ricostruzione del funzionamento di queste realtà, descritte come strumenti operativi attraverso i quali la raccolta fondi veniva presentata come umanitaria, ma inserita in un contesto di piena consapevolezza della destinazione finale delle risorse. È qui che il tribunale compie una scelta interpretativa netta: il finanziamento non perde rilevanza penale perché veicolato attraverso finalità umanitarie dichiarate, né perché destinato a un’organizzazione che esercita anche funzioni di governo locale.
Il Riesame respinge in modo esplicito il tentativo difensivo di separare l’ala politica, sociale e amministrativa di Hamas dalla sua dimensione terroristica. Secondo il collegio, questa distinzione non regge né sul piano fattuale né su quello giuridico. Hamas viene descritta come soggetto unitario, dotato di una strategia complessiva in cui l’assistenza sociale, la propaganda, il consenso politico e la violenza armata concorrono allo stesso obiettivo. In questo quadro, le associazioni riconducibili ad Hannoun non vengono considerate meri contenitori neutri, ma ingranaggi funzionali di un sistema più ampio, idoneo a garantire continuità finanziaria e copertura operativa.
Un passaggio particolarmente delicato dell’ordinanza riguarda l’utilizzabilità della documentazione acquisita tramite canali di cooperazione internazionale, in particolare quella proveniente dalle autorità israeliane. La difesa aveva sostenuto l’inutilizzabilità dei materiali, evocando il rischio di una prova politicamente orientata e priva delle garanzie proprie del contraddittorio. Il tribunale respinge l’eccezione con una motivazione, che segna un punto fermo: non si è in presenza di atti anonimi o di informazioni occulte, ma di documentazione formalmente trasmessa nell’ambito della cooperazione giudiziaria e investigativa internazionale, acquisita secondo le procedure previste dall’ordinamento italiano. I giudici chiariscono che la provenienza estera degli atti non ne determina automaticamente l’illegittimità, né tantomeno l’inutilizzabilità patologica. La documentazione israeliana che non è anonima, viene considerata un elemento valutabile, soprattutto in fase cautelare, dove il giudizio non è di colpevolezza ma di gravità indiziaria.
Viene inoltre sottolineato come tali atti non siano isolati, ma trovino riscontro e conferma in intercettazioni, flussi finanziari, rapporti associativi e dichiarazioni raccolte in Italia, escludendo che l’impianto accusatorio poggi su fonti unilaterali o non verificabili. In questo senso il tribunale sposta il baricentro dalla polemica sulla fonte alla tenuta complessiva del mosaico indiziario. La fase cautelare, ricordano i giudici, non richiede una prova piena ma una valutazione d’insieme capace di reggere il vaglio di ragionevolezza: non basta smontare un singolo elemento, occorre incrinare l’intero impianto. Ed è proprio qui che la documentazione estera viene ricondotta alla sua funzione processuale di tassello, non di pilastro esclusivo. Il quadro accusatorio prende forma nella convergenza tra conversazioni intercettate, ricostruzione dei rapporti associativi e movimenti di denaro, letti come condotte funzionali a un programma unitario.
Sul piano probatorio, il collegio valorizza la coerenza interna degli elementi raccolti. Le intercettazioni non vengono lette come frammenti isolati o come semplici espressioni retoriche, ma come indicatori di consapevolezza, continuità e condivisione di obiettivi. Il linguaggio utilizzato, i riferimenti alla necessità dei fondi, gli incontri con i vertici di Hamas, il ruolo attribuito ai donatori esteri e la centralità del sostegno economico nella strategia del gruppo jihadista assumono, nella lettura del tribunale, un significato inequivoco, incompatibile con la tesi di una mera attività solidaristica o informativa. Secondo il tribunale del Riesame, le associazioni riconducibili a Mohammed Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. I giudici evidenziano come la raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, fosse caratterizzata da continuità, organizzazione e reiterazione, elementi incompatibili con un’attività episodica o emergenziale. Per i giudici del Riesame le associazioni riconducibili ad Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. La raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, era caratterizzata da continuità e organizzazione, elementi incompatibili con un’attività episodica. Le risorse venivano ritenute idonee a rafforzare l’organizzazione nel suo complesso. L’ordinanza sottolinea la piena consapevolezza dell’indagato circa la destinazione finale dei fondi e chiarisce che la veste umanitaria non esclude la rilevanza penale della condotta.
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Il ministro a Furci Siculo: «Il ponte? Non possiamo togliere fondi degli stessi siciliani».
«Dal mio sopralluogo emerge la necessità di fare in fretta, tutti i sindaci, tecnici e gli imprenditori mi chiedono soldi, abbiamo messo 100 milioni di euro per l’urgenza, un taglio alla burocrazia». Lo ha affermato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini a Furci Siculo in provincia di Messina, uno dei Comuni della fascia ionica colpito dal ciclone Harry. «Bisogna rivedere – ha aggiunto – norme vecchie, piani spiagge, valutazione di impatto ambientale, pulizia dei fiumi, barriere, frangiflutti, cose che, se uno dovesse seguire la normativa esistente, tra sei mesi siamo ancora qua a parlare. Sono rimasto colpito dalla devastazione, un conto è seguirlo dall’ufficio e dal ministero, un conto è sorvolare e andare sul posto. Più che dai soldi, anche forte di vecchie esperienze, sono preoccupato dei tempi della burocrazia. Qua la stagione bella è alle porte. Dobbiamo tagliare i tempi della burocrazia per spendere le risorse in fretta».
Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
La crisi iraniana è sempre più caratterizzata da un inestricabile groviglio di tensione militare e diplomazia. Ieri, il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha affermato che Teheran risponderà immediatamente a «qualsiasi aggressione», per poi accusare Washington di «azioni ostili». Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che, al momento, non sono previsti dei colloqui con esponenti del governo statunitense.
Parole, le sue, che cozzano con quanto affermato da Donald Trump, il quale, nella serata di giovedì, aveva reso noto di aver avuto delle conversazioni con Teheran. «Le ho avute e ho intenzione di farle», aveva dichiarato. Ciononostante, ieri, le parole del presidente americano sono tornate a farsi minacciose. «Abbiamo una grande armata, una flottiglia, chiamatela come volete, che si sta dirigendo verso l’Iran in questo momento», ha detto, specificando che la flotta schierata è «persino più grande di quella che avevamo in Venezuela». «La situazione è difficile», ha specificato, pur ribadendo che, secondo lui, «l’Iran vuole fare un accordo». Il presidente americano ha anche confermato di aver dato agli ayatollah una scadenza entro cui accettare un’intesa prima di un eventuale attacco.
Tuttavia, secondo Al Monitor, un alto funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran non avrebbe intenzione di accettare gli ultimatum di Washington sull’arricchimento dell’uranio e sulle limitazioni del programma balistico. In questo quadro, il New York Times ha riportato che, tra le opzioni militari considerate dalla Casa Bianca, vi sarebbe anche quella di possibili incursioni di soldati americani volte a colpire quei siti nucleari iraniani che Washington non aveva bombardato lo scorso giugno. Non solo. Ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni a un’entità collegata alla Repubblica islamica, oltreché a una serie di soggetti, tra cui il ministro dell’Interno iraniano e alcuni alti esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Insomma, la possibilità di un’azione bellica da parte di Washington è più concreta che mai. E il regime khomeinista ne è consapevole. Ecco perché, oltre a fare la voce grossa, sta cercando di far leva sulla Turchia. La Repubblica islamica spera che Ankara riesca a convincere Trump a desistere. Non a caso, ieri Pezeshkian ha avuto un colloquio telefonico con Recep Tayyip Erdogan. Nell’occasione, il sultano ha garantito che «la Turchia è pronta ad assumere un ruolo di mediazione tra l’Iran e gli Stati Uniti per allentare le tensioni e risolvere i problemi». Non solo. Sempre ieri, Araghchi si è recato a Istanbul, dove ha incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan. «Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l’Iran», ha affermato il ministro turco in una conferenza stampa congiunta. «Ci auguriamo che i problemi interni dell’Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno», ha proseguito, rendendo anche noto di aver parlato giovedì con Steve Witkoff.
La Repubblica islamica sa bene che, per quanto riguarda il dossier mediorientale, Ankara ha un ascendente maggiore di Mosca su Washington. Oltre a far parte della Nato, la Turchia è il principale sponsor dell’attuale regime siriano e, negli scorsi mesi, ha anche rafforzato notevolmente i suoi legami con l’Arabia Saudita: quell’Arabia Saudita che Trump spera presto di convincere ad aderire agli Accordi di Abramo. Ankara ha insomma un peso notevole nel Medio Oriente che l’attuale presidente americano vorrebbe costruire. È per questo che gli ayatollah stanno cercando di far leva su un Erdogan, il cui ascendente sulla Casa Bianca, per quanto significativo, è comunque limitato: difficilmente il sultano potrà evitare un attacco americano contro la Repubblica islamica, se gli ayatollah non accetteranno di ammorbidire le proprie posizioni su arricchimento dell’uranio e missili balistici. Dall’altra parte, temendo la crescente influenza diplomatica turca, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo maggiormente incisivo. Ieri, Vladimir Putin ha infatti ricevuto al Cremlino il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. Ad auspicare una de-escalation è stato anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. «Stiamo compiendo sforzi significativi, con calma e perseveranza, per raggiungere un dialogo in ogni modo possibile, al fine di ridurre l’escalation della crisi iraniana», ha detto.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e l’Ue. Dopo dieci anni di sostanziale appeasement verso gli ayatollah, Bruxelles ha adottato la linea dura, designando i pasdaran come organizzazione terroristica. A mo’ di ritorsione, Teheran sta ipotizzando di designare a sua volta come «terroriste» le forze armate dei Paesi europei.
Mosca: niente raid fino a domani. Il vertice ad Abu Dhabi può slittare
La tregua in Ucraina «a causa del freddo estremo» annunciata dal presidente americano, Donald Trump, è stata confermata ufficialmente da Mosca, ma dovrebbe terminare già domani. Mentre la Capitale ucraina deve far fronte a quasi 400 edifici senza riscaldamento, con le temperature che scenderanno a -30 °C nei prossimi giorni, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che lo zar russo, Vladimir Putin, ha accettato la proposta americana. Tuttavia, la Russia si asterrà dai bombardamenti solamente fino a domani. Peskov ha infatti spiegato: «Il presidente Trump ha effettivamente chiesto personalmente al presidente Putin di astenersi dall’attaccare Kiev per una settimana, fino al 1° febbraio, al fine di creare condizioni favorevoli ai negoziati». A questo proposito, l’inviato speciale dello zar, Kirill Dmitriev, è atteso oggi a Miami per incontrare membri dell’amministrazione Usa.
Il leader ucraino, Volodymyr Zelensky , ha rivelato che giovedì pomeriggio «sono stati colpiti proprio gli impianti energetici in diverse regioni». Prima della conferma del Cremlino, Zelensky aveva spiegato che quanto annunciato giovedì da Trump fosse «più un’opportunità, anziché un accordo». In ogni caso aveva dato la disponibilità da parte ucraina: «Se Mosca interromperà gli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina, Kiev in cambio si asterrà dal colpire i siti energetici russi». Più tardi ha precisato che nella notte «non ci sono stati attacchi contro obiettivi energetici» da parte di Mosca. Ma, secondo quanto rivelato da Zelensky, la Russia sta indirizzando i suoi raid «contro la logistica». E nonostante il Cremlino abbia accolto la tregua in vista dei negoziati ad Abu Dhabi, non è nemmeno certo che si terranno domani. A sollevare il dubbio di fronte ai giornalisti è stato lo stesso Zelensky: «La data o il luogo potrebbero cambiare perché, a nostro avviso, sta succedendo qualcosa nella situazione tra gli Stati Uniti e l’Iran. E questi sviluppi potrebbero probabilmente influire sulle tempistiche». Peraltro, ha precisato che è importante che al round di colloqui partecipino sempre le stesse delegazioni per monitorare meglio gli sviluppi su quanto precedentemente concordato.
A essere sicuramente rimandato è il faccia a faccia tra i due protagonisti della guerra. Dopo che lo zar russo ha accettato di vedere Zelensky a Mosca, il leader ucraino ha rilanciato: «Per me è impossibile incontrare Putin a Mosca. Sarebbe come incontrarlo a Kiev. Posso anche invitarlo a Kiev, lasciarlo venire. Lo inviterò pubblicamente, se ha coraggio».
Ma Zelensky ha puntato il dito anche contro l’Europa: è colpevole, a suo dire, di aver lasciato scoperta la difesa ucraina proprio mentre i raid russi spingevano l’Ucraina «sull’orlo del blackout». Ha raccontato che i missili intercettori Pac-3, essenziali per i sistemi Patriot, sarebbero arrivati con un giorno di ritardo perché «la tranche dell’iniziativa Purl (Prioritised Ukraine requirements list) non era stata pagata» agli Stati Uniti e quindi «i missili non sono arrivati». E sarebbe questo il motivo che ha portato il leader di Kiev a lanciare l’invettiva contro gli europei dal palco del World economic forum di Davos la scorsa settimana. A criticare però quanto detto da Zelensky sono stati due funzionari occidentali: al Financial Times hanno rivelato che le dichiarazioni del presidente ucraino non sono corrette. E anche un funzionario della Nato ha affermato che il Purl «continua a fornire equipaggiamento statunitense cruciale all’Ucraina, finanziato da alleati e partner della Nato» in modo costante.
A tenere banco è anche la questione del processo accelerato per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Zelensky, a tal proposito, ha rimarcato: «Ho chiesto ai nostri diplomatici: quando saremo pronti? Tecnicamente, nel 2027». A suo dire il «processo accelerato» è necessario per Kiev, visto che «gli altri Paesi candidati non sono in guerra». Dall’altra parte, il premier ungherese, Viktor Orbán, ha continuato a lanciare avvertimenti: «Se l’Ucraina diventa un membro dell’Ue ci sarà la guerra in Europa». A commentare l’ipotetica adesione dell’Ucraina è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Ora è importante raggiungere la pace. L’Ue sarà parte dell’intesa finale».
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