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2019-11-01
Berlusconi gela la Carfagna ribelle. «Siamo contrari ai reati d’opinione»
Ansa
Amarezza. Profonda amarezza. È questo il sentimento che, stando a chi ha avuto modo di parlarle, ha provato Mara Carfagna, quando ieri pomeriggio ha letto il durissimo intervento di Silvio Berlusconi, che ha attaccato in maniera durissima la «sua» vicepresidente della Camera. Alla base del dissidio , l'astensione del centrodestra sulla commissione «contro l'odio» voluta dalla senatrice a vita Liliana Segre.
Una astensione che il leader della Lega, Matteo Salvini, ha spiegato così: «Siamo contro razzismo, violenza, odio e antisemitismo», ha detto Salvini, «senza se e senza ma. Tuttavia non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quello che per noi è convinzione e diritto ovvero il prima gli italiani. Siamo al fianco di chi vuole combattere pacificamente idee fuori dal mondo, però non vogliamo bavagli e stato di polizia che ci riportano a Orwell». La «Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell'intolleranza, del razzismo, dell'antisemitismo e dell'istigazione all'odio e alla violenza» è stata istituita, approvata dal Senato con 151 voti favorevoli, nessun contrario e 98 astensioni, quelle appunto di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia. Astensioni motivate in particolare dall'introduzione del nazionalismo tra le espressioni di odio: un concetto che fa rabbrividire qualunque storico.
Immediate, e inevitabili, le polemiche, con la sinistra che si è scagliata contro il centrodestra. All'interno di Forza Italia, moltissimi malumori: «La mia Forza Italia», ha scritto su Twitter Mara Carfagna, «la mia casa, non si sarebbe mai astenuta in un voto sull'antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle. Intendo questo quando dico che nell'alleanza di centrodestra andiamo a rimorchio senza rivendicare la nostra identità. Se l'unità della coalizione», ha aggiunto la Carfagna, «in politica è un valore aggiunto, essa non può compromettere i valori veri, quelli che fanno parte della nostra storia».
Sulla stessa lunghezza d'onda della Carfagna, attraverso comunicati e dichiarazioni, si sono schierati i deputati di Fi Deborah Bergamini, Renata Polverini e Alessandro Cattaneo, e otto senatori: Andrea Cangini, Andrea Causin, Barbara Masini, Laura Stabile, Sandra Lonardo, Massimo Mallegni, Franco Dal Mas e Roberto Berardi. Una crepa vistosa, all'interno di Forza Italia, che ha spinto Silvio Berlusconi a diffondere un comunicato durissimo: «Da liberali siamo contrari all'eccesso di legislazione sui reati di opinione e la mozione sottoposta al voto del Senato, sulla quale Forza Italia si è astenuta, prospettava, su richiesta della sinistra, l'istituzione di un nuovo reato di opinione», ha detto. Per poi proseguire: «Mi aspetto che nel movimento che ho fondato nessuno si permetta di avanzare dei dubbi sul nostro impegno a fianco di Israele e del popolo ebraico, contro l'antisemitismo e ogni forma di razzismo. Prese di posizione e distinguo posti in essere ai soli fini di alimentare sterili polemiche, soprattutto su un tema così delicato, favoriscono chi vorrebbe dipingerci come quello che non siamo e che ci fa addirittura orrore. Le discussioni, sempre legittime», ha aggiunto Berlusconi, «si fanno all'interno e non a colpi d'agenzia: se qualcuno vuole invece seguire strade già percorse da altri, ne ha naturalmente la libertà, ma senza danneggiare ulteriormente Forza Italia sollevando dubbi sui nostri valori e sui nostri comportamenti».
Il comunicato di Berlusconi ha letteralmente gelato le truppe forziste, ormai convinte che la Carfagna sia in procinto di uscire dal partito. Ieri, Mara ha incontrato Giovanni Toti, che preme per convincere la vicepresidente della Camera a uscire da Fi per fondare, insieme a lui, la «quarta gamba» del centrodestra. «Ho visto», ha detto Toti al termine dell'incontro, «che c'è un po' di malumore. Da una parte mi sembra un po' delusa; dall'altra non a suo agio. A me non ha detto che strappa».
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, dall'entourage della Carfagna trapela che la vicepresidente della Camera sia convinta che il cerchio magico di Berlusconi stia facendo di tutto per farle lasciare il partito. Rispetto a pochi giorni fa, Mara non escluderebbe più questa ipotesi. Con Toti o no, la nuova forza politica guidata dalla Carfagna sarebbe saldamente ancorata nel centrodestra, rappresentandone i valori moderati, europeisti e liberali. Nessuna tentazione renziana, insomma.
Per quanto riguarda Fratelli d'Italia, il capogruppo di alla Camera, Francesco Lollobrigida, ha annunciato una querela nei confronti del deputato del Pd Andrea Romano, che su Twitter ha scritto: «A proposito di antisemitismo e destra italiana: i deputati di Fratelli d'ItaIia gridano: “sionista, sionista!" contro Emanuele Fiano che interveniva in aula contro di loro. Ormai siamo all'odio razziale rivendicato dentro il parlamento della Repubblica Italiana». «Il gruppo di Fratelli d'Italia», sottolinea Lollobrigida, «querelerà Andrea Romano e chiunque insista nel dire che da parte del nostro movimento vi sia qualsivoglia genere di atteggiamenti razzisti o antisemiti».
I prelati bergogliani bacchettano il centrodestra
Ti pareva: anche le gerarche cattoliche cadono nel trappolone della commissione d'inchiesta sul razzismo, che non solo rischia di ridursi a uno psicotico inseguimento di prede immaginarie, ma, in assenza di criteri chiari per distinguere il razzismo dal non razzismo e per stabilire chi sarà titolato a decidere sulle eventuali controversie, potrebbe persino diventare una minaccia per la libertà d'espressione.
Ieri, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha usato parole severe per il centrodestra che si è astenuto in Senato sulla mozione Segre: «Mi preoccupa che su valori fondamentali come l'antisemitismo dovremmo essere tutti uniti», ha tuonato. «Ci sono cose su cui dovremmo convergere. Penso che l'invito sia a riflettere sui valori fondamentali». Secondo Parolin, la mossa dei senatori di destra sarebbe addirittura «interpretabile come atto di legittimazione di tali fenomeni».
Non poteva mancare, a dargli man forte, il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro. L'uomo che si accredita come una sorta di portavoce semiufficiale del Papa ha twittato: «Le scelte politiche non possono compromettere i valori che fanno parte della nostra storia. L'approvazione della mozione Segre è un atto di civiltà che ha le sue radici nei valori della storia vissuta del nostro Paese. Mai astenersi contro l'odio. Per non essere complici».
Scopriamo così che tra i valori della nostra civiltà rientra l'esigenza di oscurare i «nemici». Parliamo della civiltà occidentale o di quella russa? Chissà se Parolin e Spadaro si sono posti gli stessi interrogativi che sta sollevando La Verità. Dove finisce la facoltà di esprimere il proprio pensiero, anche quando è provocatorio o controcorrente, e dove inizia l'esercizio consapevole della segregazione razziale? Chi decide su questo confine? Cosa ci garantisce che deputati e onorevoli siano titolati a battere a tappeto i social in cerca del mostro da denunciare alla psicopolizia?
La commissione d'inchiesta sul razzismo somiglierà molto probabilmente a una task force di cacciatori del mostro di Loch Ness. Nel nostro Paese, dove non comanda il fascismo e Casapound alle urne non arriva all'1%, il razzismo e l'antisemitismo sono un po' come la creatura del lago scozzese: l'hanno avvistato in tanti, nessuno ne ha mai provato l'esistenza. Peraltro, sarebbe interessante capire se gli onorevoli nemici dell'odio sanno che in Europa (dalla Francia, all'Olanda, al Belgio) la maggior parte degli attacchi nei confronti degli ebrei non proviene dai leoni da tastiera, ma dai musulmani.
Ai prelati che ormai vivono come una crociata l'impegno politico contro la Lega e i suoi elettori (il vero bersaglio celato dietro i nobili valori di chi considera la violenza rassita un'emergenza), si dovrebbe segnalare che Liliana Segre, poco più di un mese fa, commentava così l'utilizzo «farsesco» dei simboli religiosi in politica (obiettivo delle critiche, ovviamente, il terribile Matteo Salvini): «Sono un revival del Gott mit uns», motto inciso sulle fibbie dei cinturoni delle Ss. Le gerarchie vaticane, Spadaro in testa, ci hanno già dimostrato ampiamente quanto trovino scandaloso brandire un rosario. Ma i bergogliani sono sicuri che i sinceri democratici non spingano così in là la ricerca spasmodica degli odiatori fino a considerare, un giorno, pure il crocifisso come un simbolo che incita all'odio?
Per parafrasare un famoso adagio, prima vennero a prendere quelli che smanettavano sui social, alla fine vennero a prendere quelli che recitavano le Avemaria...
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Il voto sulla mozione antirazzista fa discutere la coalizione. La forzista (che medita l'addio): «Tradiamo i nostri valori».Per Antonio Spadaro e Pietro Parolin, l'astensione in Senato sulla proposta «contro l'odio» rischia di legittimare gli atti di antisemitismo.Lo speciale contiene due articoliAmarezza. Profonda amarezza. È questo il sentimento che, stando a chi ha avuto modo di parlarle, ha provato Mara Carfagna, quando ieri pomeriggio ha letto il durissimo intervento di Silvio Berlusconi, che ha attaccato in maniera durissima la «sua» vicepresidente della Camera. Alla base del dissidio , l'astensione del centrodestra sulla commissione «contro l'odio» voluta dalla senatrice a vita Liliana Segre. Una astensione che il leader della Lega, Matteo Salvini, ha spiegato così: «Siamo contro razzismo, violenza, odio e antisemitismo», ha detto Salvini, «senza se e senza ma. Tuttavia non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quello che per noi è convinzione e diritto ovvero il prima gli italiani. Siamo al fianco di chi vuole combattere pacificamente idee fuori dal mondo, però non vogliamo bavagli e stato di polizia che ci riportano a Orwell». La «Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell'intolleranza, del razzismo, dell'antisemitismo e dell'istigazione all'odio e alla violenza» è stata istituita, approvata dal Senato con 151 voti favorevoli, nessun contrario e 98 astensioni, quelle appunto di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia. Astensioni motivate in particolare dall'introduzione del nazionalismo tra le espressioni di odio: un concetto che fa rabbrividire qualunque storico.Immediate, e inevitabili, le polemiche, con la sinistra che si è scagliata contro il centrodestra. All'interno di Forza Italia, moltissimi malumori: «La mia Forza Italia», ha scritto su Twitter Mara Carfagna, «la mia casa, non si sarebbe mai astenuta in un voto sull'antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle. Intendo questo quando dico che nell'alleanza di centrodestra andiamo a rimorchio senza rivendicare la nostra identità. Se l'unità della coalizione», ha aggiunto la Carfagna, «in politica è un valore aggiunto, essa non può compromettere i valori veri, quelli che fanno parte della nostra storia».Sulla stessa lunghezza d'onda della Carfagna, attraverso comunicati e dichiarazioni, si sono schierati i deputati di Fi Deborah Bergamini, Renata Polverini e Alessandro Cattaneo, e otto senatori: Andrea Cangini, Andrea Causin, Barbara Masini, Laura Stabile, Sandra Lonardo, Massimo Mallegni, Franco Dal Mas e Roberto Berardi. Una crepa vistosa, all'interno di Forza Italia, che ha spinto Silvio Berlusconi a diffondere un comunicato durissimo: «Da liberali siamo contrari all'eccesso di legislazione sui reati di opinione e la mozione sottoposta al voto del Senato, sulla quale Forza Italia si è astenuta, prospettava, su richiesta della sinistra, l'istituzione di un nuovo reato di opinione», ha detto. Per poi proseguire: «Mi aspetto che nel movimento che ho fondato nessuno si permetta di avanzare dei dubbi sul nostro impegno a fianco di Israele e del popolo ebraico, contro l'antisemitismo e ogni forma di razzismo. Prese di posizione e distinguo posti in essere ai soli fini di alimentare sterili polemiche, soprattutto su un tema così delicato, favoriscono chi vorrebbe dipingerci come quello che non siamo e che ci fa addirittura orrore. Le discussioni, sempre legittime», ha aggiunto Berlusconi, «si fanno all'interno e non a colpi d'agenzia: se qualcuno vuole invece seguire strade già percorse da altri, ne ha naturalmente la libertà, ma senza danneggiare ulteriormente Forza Italia sollevando dubbi sui nostri valori e sui nostri comportamenti».Il comunicato di Berlusconi ha letteralmente gelato le truppe forziste, ormai convinte che la Carfagna sia in procinto di uscire dal partito. Ieri, Mara ha incontrato Giovanni Toti, che preme per convincere la vicepresidente della Camera a uscire da Fi per fondare, insieme a lui, la «quarta gamba» del centrodestra. «Ho visto», ha detto Toti al termine dell'incontro, «che c'è un po' di malumore. Da una parte mi sembra un po' delusa; dall'altra non a suo agio. A me non ha detto che strappa».Al di là delle dichiarazioni ufficiali, dall'entourage della Carfagna trapela che la vicepresidente della Camera sia convinta che il cerchio magico di Berlusconi stia facendo di tutto per farle lasciare il partito. Rispetto a pochi giorni fa, Mara non escluderebbe più questa ipotesi. Con Toti o no, la nuova forza politica guidata dalla Carfagna sarebbe saldamente ancorata nel centrodestra, rappresentandone i valori moderati, europeisti e liberali. Nessuna tentazione renziana, insomma. Per quanto riguarda Fratelli d'Italia, il capogruppo di alla Camera, Francesco Lollobrigida, ha annunciato una querela nei confronti del deputato del Pd Andrea Romano, che su Twitter ha scritto: «A proposito di antisemitismo e destra italiana: i deputati di Fratelli d'ItaIia gridano: “sionista, sionista!" contro Emanuele Fiano che interveniva in aula contro di loro. Ormai siamo all'odio razziale rivendicato dentro il parlamento della Repubblica Italiana». «Il gruppo di Fratelli d'Italia», sottolinea Lollobrigida, «querelerà Andrea Romano e chiunque insista nel dire che da parte del nostro movimento vi sia qualsivoglia genere di atteggiamenti razzisti o antisemiti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-gela-la-carfagna-ribelle-siamo-contrari-ai-reati-dopinione-2641178209.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-prelati-bergogliani-bacchettano-il-centrodestra" data-post-id="2641178209" data-published-at="1777634631" data-use-pagination="False"> I prelati bergogliani bacchettano il centrodestra Ti pareva: anche le gerarche cattoliche cadono nel trappolone della commissione d'inchiesta sul razzismo, che non solo rischia di ridursi a uno psicotico inseguimento di prede immaginarie, ma, in assenza di criteri chiari per distinguere il razzismo dal non razzismo e per stabilire chi sarà titolato a decidere sulle eventuali controversie, potrebbe persino diventare una minaccia per la libertà d'espressione. Ieri, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha usato parole severe per il centrodestra che si è astenuto in Senato sulla mozione Segre: «Mi preoccupa che su valori fondamentali come l'antisemitismo dovremmo essere tutti uniti», ha tuonato. «Ci sono cose su cui dovremmo convergere. Penso che l'invito sia a riflettere sui valori fondamentali». Secondo Parolin, la mossa dei senatori di destra sarebbe addirittura «interpretabile come atto di legittimazione di tali fenomeni». Non poteva mancare, a dargli man forte, il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro. L'uomo che si accredita come una sorta di portavoce semiufficiale del Papa ha twittato: «Le scelte politiche non possono compromettere i valori che fanno parte della nostra storia. L'approvazione della mozione Segre è un atto di civiltà che ha le sue radici nei valori della storia vissuta del nostro Paese. Mai astenersi contro l'odio. Per non essere complici». Scopriamo così che tra i valori della nostra civiltà rientra l'esigenza di oscurare i «nemici». Parliamo della civiltà occidentale o di quella russa? Chissà se Parolin e Spadaro si sono posti gli stessi interrogativi che sta sollevando La Verità. Dove finisce la facoltà di esprimere il proprio pensiero, anche quando è provocatorio o controcorrente, e dove inizia l'esercizio consapevole della segregazione razziale? Chi decide su questo confine? Cosa ci garantisce che deputati e onorevoli siano titolati a battere a tappeto i social in cerca del mostro da denunciare alla psicopolizia? La commissione d'inchiesta sul razzismo somiglierà molto probabilmente a una task force di cacciatori del mostro di Loch Ness. Nel nostro Paese, dove non comanda il fascismo e Casapound alle urne non arriva all'1%, il razzismo e l'antisemitismo sono un po' come la creatura del lago scozzese: l'hanno avvistato in tanti, nessuno ne ha mai provato l'esistenza. Peraltro, sarebbe interessante capire se gli onorevoli nemici dell'odio sanno che in Europa (dalla Francia, all'Olanda, al Belgio) la maggior parte degli attacchi nei confronti degli ebrei non proviene dai leoni da tastiera, ma dai musulmani. Ai prelati che ormai vivono come una crociata l'impegno politico contro la Lega e i suoi elettori (il vero bersaglio celato dietro i nobili valori di chi considera la violenza rassita un'emergenza), si dovrebbe segnalare che Liliana Segre, poco più di un mese fa, commentava così l'utilizzo «farsesco» dei simboli religiosi in politica (obiettivo delle critiche, ovviamente, il terribile Matteo Salvini): «Sono un revival del Gott mit uns», motto inciso sulle fibbie dei cinturoni delle Ss. Le gerarchie vaticane, Spadaro in testa, ci hanno già dimostrato ampiamente quanto trovino scandaloso brandire un rosario. Ma i bergogliani sono sicuri che i sinceri democratici non spingano così in là la ricerca spasmodica degli odiatori fino a considerare, un giorno, pure il crocifisso come un simbolo che incita all'odio? Per parafrasare un famoso adagio, prima vennero a prendere quelli che smanettavano sui social, alla fine vennero a prendere quelli che recitavano le Avemaria...
Via libera del Consiglio dei ministri al piano casa e al ddl sugli sgomberi. Il premier Giorgia Meloni annuncia fino a 100.000 alloggi in 10 anni e procedure più rapide per liberare gli immobili occupati abusivamente.
Il governo accelera sul fronte abitativo e della legalità. Al termine del Consiglio dei ministri, il premier Giorgia Meloni ha illustrato i contenuti del piano casa, definito «ambizioso», con l’obiettivo di mettere a disposizione fino a 100.000 alloggi tra edilizia popolare e soluzioni a canone calmierato nell’arco di un decennio.
Il progetto prevede uno stanziamento pubblico fino a 10 miliardi di euro, destinato a generare un effetto moltiplicatore grazie al coinvolgimento di capitali privati. Tra le priorità anche il recupero di circa 60mila immobili oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate. Parallelamente, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza sugli sgomberi, con l’obiettivo di rendere più rapide ed efficaci le procedure per liberare gli immobili occupati abusivamente. Una misura che punta a rafforzare la tutela della proprietà e a velocizzare gli interventi sul territorio.
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«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
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Silvia Salis (Getty Images)
«A Rimini», racconta Massimo Cortesi, responsabile della comunicazione dell’Associazione nazionale Alpini e direttore del mensile nazionale L’Alpino, «siamo stati preceduti da alcuni manifesti che dicevano: “Alpino molesto se mi tocchi ti calpesto”. È in quell’occasione che, per la prima volta, siamo stati travolti da accuse di questo tipo. Tutti hanno raccontato quello che alcuni di noi avrebbero fatto quella volta, ma nessuno, o quasi, ha detto che poi abbiamo creato un sito contro le molestie e prodotto un manuale di consapevolezza. Rigettiamo ogni tipo di comportamento scorretto nei confronti delle donne. Questo genere di cose non ha nulla a che fare con noi».
Stesso copione anche a Genova, dove si terrà la prossima adunata. Non una di meno ha subito pubblicato dei post contro le penne nere, paragonandoli a dei molestatori che coltivano la cultura machista. «Si tratta di un movimento che esiste solo online, senza segreteria e senza un vero e proprio consiglio», prosegue Cortesi. «Ci aveva già preso di mira durante l’adunata del 2018 a Trento». Polemica chiusa, quindi. Anche se il responsabile comunicazione dell’Ana ci tiene ad aggiungere: «Avere come bersaglio la nostra associazione è l’ideale perché abbiamo un’immagine molto positiva. Sparare sugli alpini provoca sempre molto rumore». Cortesi precisa poi una cosa: «Capisco che i genovesi siano a disagio per il fatto che siano state chiuse le scuole e i parchi, ma è una decisione che ha preso il Comune, senza che noi facessimo alcuna richiesta in questo senso. Lo ripeto: capisco che le famiglie potranno risentire della nostra presenza perché hanno i bambini a casa per due giorni. Lo comprendo. Ma non è né una decisione né una richiesta fatta dagli alpini». Anzi... Con un certo orgoglio, Cortesi ricorda un fatto: «Nel 2019, durante l’adunata di Milano, il sindaco Beppe Sala ci chiese quando saremmo tornati visto che avevamo lasciato i parchi in cui eravamo stati meglio di come li avevamo trovati».
A Genova però non è così. A dominare, almeno per il momento, sono le polemiche. Del resto la richiesta di ospitare l’adunata dell’Associazione nazionale Alpini era stata fatta tanto tempo fa, quando il sindaco era un altro, Marco Bucci, certamente più vicino al sentire degli Alpini rispetto a Silvia Salis. «Ai cittadini che protestano per i disagi», precisa Cortesi, «bisogna ricordare che l’adunata a Genova è stata chiesta certamente dalla nostra sezione locale, ma anche dal Comune e dalla Regione. E che portiamo sempre un introito significativo nelle casse delle città in cui passiamo. Mi sorprende che», prosegue poi il responsabile della comunicazione dell’Ana, «il Comune abbia celebrato il 25 aprile e poi abbia voltato le spalle agli Alpini, a cui sono state concesse 62 medaglie al valor militare durante la Resistenza. Non è una critica, ma bisogna dire che il confronto politico è scaduto. Gli interessi di una parte, in questo caso, sono prevalsi sull’oggettività».
Anche perché su queste adunate c’è un grande errore di fondo. Spesso si pensa che abbiano a che fare con il mondo militare o, peggio ancora, con la guerra. Ma non è così. L’Associazione nazionale alpini ha come obiettivo, grazie ai suoi volontari, quello di assistere chi si trova in difficoltà. Certo, l’Ana è una associazione di volontari che hanno in comune l’aver prestato servizio di leva nei reparti alpini, ma che poi hanno continuato tutta la vita in professioni diverse, in ogni campo. Che più che alla guerra pensano alla pace. Del resto, i motti delle ultime adunate sono stati «Il sogno di pace degli alpini» e «Alpini portatori di pace». Quest’anno invece il motto dell’adunata sarà «Un faro per il futuro d’Italia». Anche in questo caso i conflitti non c’entrano: «Vogliamo puntare su solidarietà, condivisione e disponibilità nei confronti degli altri. Come associazione nazionale alpini facciamo memoria degli uomini travolti dalle guerre, quindi delle vittime. Uno dei nostri motti è: “Noi onoriamo i morti aiutando i vivi”. Realizziamo opere a favore di tutti. Dove c’è un’emergenza arriviamo. Abbiamo fatto strutture in tutto il mondo per aiutare le persone», spiega Cortesi.
C’è poi un’altra questione, quella delle polemiche relative alla richiesta dell’Ana di Udine di evitare che la sfilata degli alpini fosse in concomitanza con il gay pride: «La sezione lo ha chiesto perché sono due manifestazioni talmente diverse che sarebbe meglio farle in giorni diversi. Udine non è una città assediata dagli eventi e quindi ci sono date e spazi per tutti».
Sia come sia, un fatto è certo: gli alpini piacciono a gran parte degli italiani. Sia perché ne riconoscono il valore nelle emergenze, sia perché guardando a quelle penne nere si ricordano dei giovani costretti a stare per anni in montagna, senza nulla con sé. Con solo qualche canto malinconico che racconta di ragazze perdute e di una guerra che non volevano fare. O della campagna di Russia, da cui i più non ritornarono, per parafrasare il titolo di un bel libro di Eugenio Corti. O di capitani che chiedevano che il loro corpo venisse spartito. Un po’ alla patria e al battaglione, un po’ alla mamma e al primo amore. E, infine, alle montagne «Ché lo fioriscano di rose e fior».
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