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2018-08-07
Berlusconi aveva detto due sì a Foa. Poi si è mosso l’asse Ue-Napolitano...
Ansa
«Via libera». L'intrigo dell'estate era cominciato con il più classico dei semafori verdi e Matteo Salvini non aveva fiutato la trappola. Tre giorni dopo quella frase pronunciata da Licia Ronzulli al telefono e ascoltata con rilassata serenità dal ministro dell'Interno, è scoppiato il caso Rai. Il presidente designato Marcello Foa è stato bocciato in Commissione di Vigilanza con l'astensione decisiva di Forza Italia, il governo ha subìto il primo stallo e l'alleanza di centrodestra non è mai stata così vicina a rompersi. L'ora più buia, quella dei lunghi coltelli e dell'illuminante frase di Luigi Di Maio: «Salvini mi aveva assicurato che era tutto a posto». Perché effettivamente lo era. Anzi lo sembrava. Ma nessuno poteva sospettare che, per la prima volta in 25 anni, un doppio «sì» di Silvio Berlusconi potesse trasformarsi in un doppio «no».
E allora, alla vigilia del prossimo cda della Rai, previsto per domani e con all'ordine del giorno gli highlights di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole, vale la pena ripercorrere i colpi di scena della scorsa settimana, ricostruire l'intrigo attorno alla poltrona più rappresentativa della Tv pubblica italiana. Per scoprire che il no a Foa somiglia in modo inquietante all'identico no che nei giorni di gestazione del governo di Giuseppe Conte era finito come un meteorite sul nome di Paolo Savona. Stesso mandante, l'europotere di Bruxelles con fortissimi addentellati a Parigi. Con una parte di Forza Italia, quella più irrequieta ed europeista, come esecutrice materiale del blitz. Imbeccata dall'ombra dell'ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
La famosa telefonata preventiva, quella dell'indignazione di Forza Italia e del «non abbiamo neppure aperto il file Foa» perché mancava la precondizione dell'accordo, era stata fatta. Salvini si era comportato secondo i patti, aveva condiviso il nome e il curriculum, aveva ottenuto il via libera per ufficializzare il pretendente al trono. Un liberale, moderato, di area centrodestra, che per 20 anni aveva ricoperto il ruolo di caporedattore e inviato di Esteri nel Giornale della famiglia Berlusconi. Un candidato potenzialmente perfetto per il Cavaliere. Anche se un uomo competente, non manipolabile ed estraneo alle logiche di Palazzo, negli ultimi 30 anni non si era mai avvicinato così tanto alla stanza dei bottoni di viale Mazzini. Tutto a posto? No, perché la sera di domenica 29 luglio un flash di Dagospia ispirato dai colonnelli azzurri fa capire che qualcosa sta cambiando: si parla di un Berlusconi infuriato, di un clima burrascoso, di un Foa indigesto. Il Cavaliere è in clinica al San Raffaele per controlli non di routine, non può tessere le fila della vicenda, è irraggiungibile. Trascorrono 24 ore di forti fibrillazioni, così Salvini decide di non rischiare di giocare al buio e alle cinque di mattina di martedì 31 luglio parte da Milano Marittima per parcheggiare tre ore dopo davanti all'ospedale milanese fondato da don Luigi Verzè. Il colloquio è definito «molto cordiale», le tensioni sono considerate «scaramucce» e da Berlusconi arriva il secondo via libera. Il leader della Lega riparte, tranquillizza Di Maio e soprattutto Foa, nel frattempo preda di comprensibili apprensioni. Salvini tutto si aspetterebbe tranne che di ascoltare, la sera stessa, un Berlusconi di nuovo cupo dichiarare al TgCom24: «Noi non voteremo il candidato del governo».
Per la seconda volta in due giorni il fondatore di Forza Italia, l'ottantunenne politico più dominante della seconda Repubblica, viene messo in minoranza dai suoi. Il cerchio magico guidato dal vicepresidente del partito Antonio Tajani e composto da Mariastella Gelmini, Gianni Letta, Licia Ronzulli e Niccolò Ghedini ha la meglio, anche perché può contare su un alleato insospettabile, Fedele Confalonieri, preoccupato dalla possibile rivoluzione gialloblù dentro l'azienda pubblica con la quale giocoforza Mediaset ha da anni stabilito regole di non belligeranza. La pax pubblicitaria innanzitutto.
A scatenare la negatività di Tajani, dei suoi fedelissimi e della componente giornalistica vicina a Berlusconi non è soltanto una poco comprensibile gelosia interna, ma una strana telefonata in arrivo dall'estero, di cui stanno parlando da qualche giorno alcuni siti che si occupano di massoneria. A farla sarebbe stata una delle eminenze grigie più luciferine d'Europa, Jacques Attali, l'uomo che ha inventato Emmanuel Macron, nemico numero uno di euroscettici e sovranisti, preoccupato che questa sterzata mediatica dentro la Rai possa provocare un contagio anche in Francia, dove Marine Le Pen sta tornano in auge e il suo pupillo sta precipitando negli abissi dei sondaggi.
Attali avrebbe espresso perplessità per gli accadimenti italiani a una sua vecchia conoscenza, il presidente emerito Giorgio Napolitano, che a sua volta avrebbe consigliato di far intervenire Tajani. «Bisogna fermare l'operazione a tutti i costi». E chi meglio del presidente del Parlamento europeo, figlio politico di Bruxelles, europeista convinto, delfino designato da Berlusconi (ma non ancora plenipotenziario) poteva portare a termine la missione facendo saltare l'accordo e creando i presupposti per la bocciatura di Foa? È la fotocopia del caso Savona, se ne sono accorti anche Salvini e Di Maio, proprio per questo sono fermi come paracarri sul punto. Anche perché questa volta il Quirinale, ovviamente sondato, non ha opposto alcun veto. Superato con saggezza l'effetto del tweet di critica di Foa (per la verità di disgusto) e fatte le opportune verifiche sulla persona, questa volta Sergio Mattarella ha deciso di non farsi strumentalizzare dal partito trasversale degli indignados permanenti.
Ora si gioca a carte scoperte. Domani Foa, che non ha ancora chiesto le deleghe presidenziali su Comunicazione e Rappresentanza (quelle che fanno scattare il massimo compenso), presiederà il cda Rai come consigliere anziano. Salvini e Di Maio sperano che il clima si stemperi, che Berlusconi torni in sella e che Forza Italia cominci a contare gli amministratori e i parlamentari pronti a saltare sul carro della Lega, ma finora bloccati dalle porte chiuse imposte da Giancarlo Giorgetti per ottemperare a un gentleman agreement deciso in tempi di idillio.
Mentre il fronte dell'establishment e del vecchio potere lealista - con Forza Italia a braccetto del Pd - prepara ricorsi per paralizzare mamma Rai e renderla più immobile del destriero di Francesco Messina, insistendo sul candidato unico il governo vuole veramente mostrare un forte segnale di discontinuità. «Chi ha governato prima avrebbe cambiato cavallo un minuto dopo il voto della Commissione, ricominciando subito a inciuciare con la tarantella come colonna sonora. Noi no», spiegano dal quartiere generale della Lega. Da quello dei 5 stelle arriva la stessa musica: «Coesione e serietà, la cosa li sconvolge. Dovranno abituarsi».
Giorgio Gandola
Adesso la Vigilanza coinvolge Tria nel braccio di ferro
Si riunisce questa mattina alle ore 8 l'ufficio di presidenza della commissione di Vigilanza Rai per fare il punto sullo stallo ai vertici della tv pubblica, dopo che la nomina di Marcello Foa per la presidenza di Viale Mazzini non ha raggiunto il quorum dei 27 voti necessari ma soltanto 22 (1 in meno rispetto a quelli che aveva sulla carta tra Lega, M5s con l'appoggio di Fdi).
Nel pomeriggio è in programma anche un incontro fra i capigruppo del Pd Graziano Delrio e Andrea Marcucci e i presidenti di Camera e Senato Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. Al centro della riunione in Vigilanza, però, c'è l'attesa della disponibilità del ministro dell'Economia Giovanni Tria per fissare la data dell'audizione in commissione per sentire il suo parere, in quanto azionista della tv pubblica, sul caso Foa. Alberto Barachini, senatore di Fi e presidente della Commissione, aveva già invitato il ministro Tria e quello dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio in audizione in Vigilanza sulla Rai «prima di procedere alle nomine di competenza dell'esecutivo». Oggi però il presidente forzista ritiene necessario ascoltare Tria per il suo ruolo e avere da lui «delucidazioni sul percorso da seguire» sul caso Rai, dopo che per la prima volta si è verificata una «crisi tra cda e Vigilanza» considerato che Foa, senza quorum in commissione, era stato votato a maggioranza dal Consiglio di amministrazione di Viale Mazzini.
Una convocazione del ministro piuttosto pretestuosa considerato che il caso si è verificato per un vuoto legislativo: la riforma Rai voluta dal governo Renzi non ha previsto una prassi in caso di un voto diverso tra cda e Vigilanza. Ed è proprio il buco della legge che consente le varie interpretazioni di diversi costituzionalisti o esperti di diritto che si dividono tra «Foa può essere ripresentato in Vigilanza» e «Foa non può diventare presidente». Secondo motivo per cui chiamare Tria in audizione appare demagogico, è che il Mef sarà pure l'azionista di maggioranza della più grande azienda culturale italiana, ma mentre il Tesoro indica l'amministratore delegato (e Fabrizio Salini è in carica) il presidente viene indicato dal governo, viene votato dal cda e ratificato in Vigilanza. Non Tria dunque ma Lega-M5s o, meglio, Matteo Salvini deve sciogliere il nodo Foa, cosa possibile soltanto se riesce a «ricucire» con Forza Italia: la partita politica è tutta interna al centrodestra e il leader del Carroccio e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti sperano in un «pentimento» di Fi e Berlusconi.
Domenica da Cervia il ministro dell'Interno è stato chiaro: «Foa resta. Io guardo al merito, guardo se una persona vale. Mi devono dare una giustificazione valida per dire no». In realtà, anche Foa si era rimesso nelle mani del Mef dopo il voto a Palazzo San Macuto: «Sono in attesa di indicazioni dell'azionista e nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano». E così domani Foa presiederà il cda di Viale Mazzini che ha all'ordine del giorno «la scadenza dei diritti sportivi e il rinnovo del contratto per la ventiquattresima stagione di Un posto al sole». Come aveva già annunciato il consigliere Rai Rita Borioni (in quota Pd), «all'inizio della riunione, prima di qualsiasi decisione, chiederò una dichiarazione formale sui poteri del consigliere anziano e sulle funzioni del consiglio in questa situazione». Pronti ad impugnare gli atti illegittimi del cda Fnsi e Usigrai, perché «Foa come consigliere anziano può esclusivamente convocare, e con urgenza, il cda per dare finalmente alla Rai un presidente di garanzia». Come dire, il cda non deve fare nulla perché senza presidente che, invece, c'è ed è regolare come lo fu Alberto Alberoni, dopo le dimissioni di Lucia Annunziata, che fu presidente facente funzioni senza passare per la Vigilanza per un anno e mezzo.
Forse sindacato e opposizioni intendono che il cda non deve fare le nomine dei direttori di testate e di tg, cosa che per opportunità il nuovo consiglio non farà prima di settembre. Eppure in Rai c'è chi si muove. «Piovono promozioni. Qualcuno avvisi Ida Colucci, direttore del Tg2 dal 2016 e l'ultima giapponese renziana, che determinare nuove conduzioni di prima fascia senza attendere le nomine Rai da parte della nuova governance risulta essere una forzatura inaccettabile», ha dichiarato Federico Mollicone, deputato di Fdi e componente della Vigilanza Rai. «Un colpo di coda dell'apparato renziano che ancora impera dentro la Rai. Oltretutto ci risulta che anche il Cdr l'abbia sconsigliata».
Sarina Biraghi
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Dopo una corsa notturna dal Cav in ospedale, Matteo Salvini era sereno. In poche ore, però, Jacques Attali, «padrino» di Emmanuel Macron, avrebbe allertato Re Giorgio. Da lui, il messaggio sarebbe arrivato ad Antonio Tajani. Il resto è lo stallo attuale. Adesso la Vigilanza coinvolge Giovanni Tria nel braccio di ferro. L'organismo di garanzia chiederà l'intervento dell'azionista. Domani Marcello Foa guiderà il cda su diritti sportivi e «Un posto al sole». Lo speciale contiene due articoli. «Via libera». L'intrigo dell'estate era cominciato con il più classico dei semafori verdi e Matteo Salvini non aveva fiutato la trappola. Tre giorni dopo quella frase pronunciata da Licia Ronzulli al telefono e ascoltata con rilassata serenità dal ministro dell'Interno, è scoppiato il caso Rai. Il presidente designato Marcello Foa è stato bocciato in Commissione di Vigilanza con l'astensione decisiva di Forza Italia, il governo ha subìto il primo stallo e l'alleanza di centrodestra non è mai stata così vicina a rompersi. L'ora più buia, quella dei lunghi coltelli e dell'illuminante frase di Luigi Di Maio: «Salvini mi aveva assicurato che era tutto a posto». Perché effettivamente lo era. Anzi lo sembrava. Ma nessuno poteva sospettare che, per la prima volta in 25 anni, un doppio «sì» di Silvio Berlusconi potesse trasformarsi in un doppio «no». E allora, alla vigilia del prossimo cda della Rai, previsto per domani e con all'ordine del giorno gli highlights di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole, vale la pena ripercorrere i colpi di scena della scorsa settimana, ricostruire l'intrigo attorno alla poltrona più rappresentativa della Tv pubblica italiana. Per scoprire che il no a Foa somiglia in modo inquietante all'identico no che nei giorni di gestazione del governo di Giuseppe Conte era finito come un meteorite sul nome di Paolo Savona. Stesso mandante, l'europotere di Bruxelles con fortissimi addentellati a Parigi. Con una parte di Forza Italia, quella più irrequieta ed europeista, come esecutrice materiale del blitz. Imbeccata dall'ombra dell'ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano. La famosa telefonata preventiva, quella dell'indignazione di Forza Italia e del «non abbiamo neppure aperto il file Foa» perché mancava la precondizione dell'accordo, era stata fatta. Salvini si era comportato secondo i patti, aveva condiviso il nome e il curriculum, aveva ottenuto il via libera per ufficializzare il pretendente al trono. Un liberale, moderato, di area centrodestra, che per 20 anni aveva ricoperto il ruolo di caporedattore e inviato di Esteri nel Giornale della famiglia Berlusconi. Un candidato potenzialmente perfetto per il Cavaliere. Anche se un uomo competente, non manipolabile ed estraneo alle logiche di Palazzo, negli ultimi 30 anni non si era mai avvicinato così tanto alla stanza dei bottoni di viale Mazzini. Tutto a posto? No, perché la sera di domenica 29 luglio un flash di Dagospia ispirato dai colonnelli azzurri fa capire che qualcosa sta cambiando: si parla di un Berlusconi infuriato, di un clima burrascoso, di un Foa indigesto. Il Cavaliere è in clinica al San Raffaele per controlli non di routine, non può tessere le fila della vicenda, è irraggiungibile. Trascorrono 24 ore di forti fibrillazioni, così Salvini decide di non rischiare di giocare al buio e alle cinque di mattina di martedì 31 luglio parte da Milano Marittima per parcheggiare tre ore dopo davanti all'ospedale milanese fondato da don Luigi Verzè. Il colloquio è definito «molto cordiale», le tensioni sono considerate «scaramucce» e da Berlusconi arriva il secondo via libera. Il leader della Lega riparte, tranquillizza Di Maio e soprattutto Foa, nel frattempo preda di comprensibili apprensioni. Salvini tutto si aspetterebbe tranne che di ascoltare, la sera stessa, un Berlusconi di nuovo cupo dichiarare al TgCom24: «Noi non voteremo il candidato del governo». Per la seconda volta in due giorni il fondatore di Forza Italia, l'ottantunenne politico più dominante della seconda Repubblica, viene messo in minoranza dai suoi. Il cerchio magico guidato dal vicepresidente del partito Antonio Tajani e composto da Mariastella Gelmini, Gianni Letta, Licia Ronzulli e Niccolò Ghedini ha la meglio, anche perché può contare su un alleato insospettabile, Fedele Confalonieri, preoccupato dalla possibile rivoluzione gialloblù dentro l'azienda pubblica con la quale giocoforza Mediaset ha da anni stabilito regole di non belligeranza. La pax pubblicitaria innanzitutto. A scatenare la negatività di Tajani, dei suoi fedelissimi e della componente giornalistica vicina a Berlusconi non è soltanto una poco comprensibile gelosia interna, ma una strana telefonata in arrivo dall'estero, di cui stanno parlando da qualche giorno alcuni siti che si occupano di massoneria. A farla sarebbe stata una delle eminenze grigie più luciferine d'Europa, Jacques Attali, l'uomo che ha inventato Emmanuel Macron, nemico numero uno di euroscettici e sovranisti, preoccupato che questa sterzata mediatica dentro la Rai possa provocare un contagio anche in Francia, dove Marine Le Pen sta tornano in auge e il suo pupillo sta precipitando negli abissi dei sondaggi. Attali avrebbe espresso perplessità per gli accadimenti italiani a una sua vecchia conoscenza, il presidente emerito Giorgio Napolitano, che a sua volta avrebbe consigliato di far intervenire Tajani. «Bisogna fermare l'operazione a tutti i costi». E chi meglio del presidente del Parlamento europeo, figlio politico di Bruxelles, europeista convinto, delfino designato da Berlusconi (ma non ancora plenipotenziario) poteva portare a termine la missione facendo saltare l'accordo e creando i presupposti per la bocciatura di Foa? È la fotocopia del caso Savona, se ne sono accorti anche Salvini e Di Maio, proprio per questo sono fermi come paracarri sul punto. Anche perché questa volta il Quirinale, ovviamente sondato, non ha opposto alcun veto. Superato con saggezza l'effetto del tweet di critica di Foa (per la verità di disgusto) e fatte le opportune verifiche sulla persona, questa volta Sergio Mattarella ha deciso di non farsi strumentalizzare dal partito trasversale degli indignados permanenti. Ora si gioca a carte scoperte. Domani Foa, che non ha ancora chiesto le deleghe presidenziali su Comunicazione e Rappresentanza (quelle che fanno scattare il massimo compenso), presiederà il cda Rai come consigliere anziano. Salvini e Di Maio sperano che il clima si stemperi, che Berlusconi torni in sella e che Forza Italia cominci a contare gli amministratori e i parlamentari pronti a saltare sul carro della Lega, ma finora bloccati dalle porte chiuse imposte da Giancarlo Giorgetti per ottemperare a un gentleman agreement deciso in tempi di idillio. Mentre il fronte dell'establishment e del vecchio potere lealista - con Forza Italia a braccetto del Pd - prepara ricorsi per paralizzare mamma Rai e renderla più immobile del destriero di Francesco Messina, insistendo sul candidato unico il governo vuole veramente mostrare un forte segnale di discontinuità. «Chi ha governato prima avrebbe cambiato cavallo un minuto dopo il voto della Commissione, ricominciando subito a inciuciare con la tarantella come colonna sonora. Noi no», spiegano dal quartiere generale della Lega. Da quello dei 5 stelle arriva la stessa musica: «Coesione e serietà, la cosa li sconvolge. Dovranno abituarsi». 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Nel pomeriggio è in programma anche un incontro fra i capigruppo del Pd Graziano Delrio e Andrea Marcucci e i presidenti di Camera e Senato Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. Al centro della riunione in Vigilanza, però, c'è l'attesa della disponibilità del ministro dell'Economia Giovanni Tria per fissare la data dell'audizione in commissione per sentire il suo parere, in quanto azionista della tv pubblica, sul caso Foa. Alberto Barachini, senatore di Fi e presidente della Commissione, aveva già invitato il ministro Tria e quello dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio in audizione in Vigilanza sulla Rai «prima di procedere alle nomine di competenza dell'esecutivo». Oggi però il presidente forzista ritiene necessario ascoltare Tria per il suo ruolo e avere da lui «delucidazioni sul percorso da seguire» sul caso Rai, dopo che per la prima volta si è verificata una «crisi tra cda e Vigilanza» considerato che Foa, senza quorum in commissione, era stato votato a maggioranza dal Consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Una convocazione del ministro piuttosto pretestuosa considerato che il caso si è verificato per un vuoto legislativo: la riforma Rai voluta dal governo Renzi non ha previsto una prassi in caso di un voto diverso tra cda e Vigilanza. Ed è proprio il buco della legge che consente le varie interpretazioni di diversi costituzionalisti o esperti di diritto che si dividono tra «Foa può essere ripresentato in Vigilanza» e «Foa non può diventare presidente». Secondo motivo per cui chiamare Tria in audizione appare demagogico, è che il Mef sarà pure l'azionista di maggioranza della più grande azienda culturale italiana, ma mentre il Tesoro indica l'amministratore delegato (e Fabrizio Salini è in carica) il presidente viene indicato dal governo, viene votato dal cda e ratificato in Vigilanza. Non Tria dunque ma Lega-M5s o, meglio, Matteo Salvini deve sciogliere il nodo Foa, cosa possibile soltanto se riesce a «ricucire» con Forza Italia: la partita politica è tutta interna al centrodestra e il leader del Carroccio e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti sperano in un «pentimento» di Fi e Berlusconi. Domenica da Cervia il ministro dell'Interno è stato chiaro: «Foa resta. Io guardo al merito, guardo se una persona vale. Mi devono dare una giustificazione valida per dire no». In realtà, anche Foa si era rimesso nelle mani del Mef dopo il voto a Palazzo San Macuto: «Sono in attesa di indicazioni dell'azionista e nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano». E così domani Foa presiederà il cda di Viale Mazzini che ha all'ordine del giorno «la scadenza dei diritti sportivi e il rinnovo del contratto per la ventiquattresima stagione di Un posto al sole». Come aveva già annunciato il consigliere Rai Rita Borioni (in quota Pd), «all'inizio della riunione, prima di qualsiasi decisione, chiederò una dichiarazione formale sui poteri del consigliere anziano e sulle funzioni del consiglio in questa situazione». Pronti ad impugnare gli atti illegittimi del cda Fnsi e Usigrai, perché «Foa come consigliere anziano può esclusivamente convocare, e con urgenza, il cda per dare finalmente alla Rai un presidente di garanzia». Come dire, il cda non deve fare nulla perché senza presidente che, invece, c'è ed è regolare come lo fu Alberto Alberoni, dopo le dimissioni di Lucia Annunziata, che fu presidente facente funzioni senza passare per la Vigilanza per un anno e mezzo. Forse sindacato e opposizioni intendono che il cda non deve fare le nomine dei direttori di testate e di tg, cosa che per opportunità il nuovo consiglio non farà prima di settembre. Eppure in Rai c'è chi si muove. «Piovono promozioni. Qualcuno avvisi Ida Colucci, direttore del Tg2 dal 2016 e l'ultima giapponese renziana, che determinare nuove conduzioni di prima fascia senza attendere le nomine Rai da parte della nuova governance risulta essere una forzatura inaccettabile», ha dichiarato Federico Mollicone, deputato di Fdi e componente della Vigilanza Rai. «Un colpo di coda dell'apparato renziano che ancora impera dentro la Rai. Oltretutto ci risulta che anche il Cdr l'abbia sconsigliata». Sarina Biraghi
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Dalla «serendipità» agli scroll infiniti, i social non sono neutrali: sono progettati per trattenere l’utente. Studi e ricerche mostrano come gli algoritmi replichino i meccanismi del gioco d’azzardo, con effetti su attenzione, sonno e controllo degli impulsi.
Il 25 marzo scorso, in quella che è già stata definita una sentenza «storica», il tribunale di Los Angeles ha condannato Google e Meta giudicandole colpevoli di aver progettato piattaforme in grado di indurre dipendenza nei giovani utenti. La condanna, arrivata in risposta alla denuncia effettuata da una ventenne che lamentava la sua totale dipendenza dalle applicazioni dei giganti tech, riporta prepotentemente sotto i riflettori il tema relativo al funzionamento degli algoritmi dei social network. Applicazioni che ciascuno di noi utilizza ormai quotidianamente, talvolta in maniera ossessiva, specialmente i più giovani.
L’idea che queste app siano progettate per creare dipendenza comincia ad assumere i contorni di realtà incontrovertibile. D’altra parte, seppure il consenso scientifico non sia ancora unanime, gli studi accademici a supporto di questa teoria sono ormai innumerevoli. Al centro di questo sistema c'è il funzionamento degli algoritmi. Piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube non si limitano infatti a mostrarci contenuti, ma li selezionano con precisione chirurgica, analizzando in tempo reale ogni nostro comportamento.
Quanto guardiamo un video, se lo salviamo, se lo commentiamo o semplicemente se ci fermiamo qualche secondo prima di scorrere oltre: ogni segnale viene registrato e utilizzato per affinare il profilo dell'utente e tenerlo incollato allo schermo il più a lungo possibile. L'obiettivo dichiarato è massimizzare l'engagement e il tempo di permanenza sulla piattaforma, gli algoritmi sono ottimizzati proprio in questa direzione, indipendentemente dagli effetti che ciò produce sulla salute degli utenti.
Un recente studio della Baylor University ha confrontato TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts su un campione di 555 studenti universitari, analizzando tre caratteristiche chiave: la facilità d'uso, l'accuratezza dei contenuti raccomandati e la capacità di sorprendere l'utente con contenuti inaspettati. TikTok ha ottenuto punteggi più alti su tutte e tre le dimensioni. In particolare, quella che viene definita «serendipità» (ovvero l'iniezione di contenuti inattesi generato dall’algoritmo) risulta essere uno dei meccanismi più efficaci per impedire che l'utente si annoi e smetta di scorrere. In altre parole, si tratta di ingegneria comportamentale applicata su scala miliardaria.
Questi sistemi rientrano in ciò che la ricerca accademica definisce «design persuasivo», ovverosia interfacce e algoritmi progettati intenzionalmente per modificare i comportamenti degli utenti. Uno studio pubblicato dall'Università di Brown ha evidenziato come le app di social media siano strutturate per funzionare in maniera simile alle slot machine. Il gesto dello «swipe down» per aggiornare la pagina principale riproduce fedelmente il gesto di tirare la leva di una slot machine, mentre la sequenza irregolare di contenuti soddisfacenti replica il meccanismo della ricompensa variabile che rende il gioco d'azzardo. L'utente scorre nella speranza che il prossimo video sia «quello giusto», esattamente come il giocatore tira la leva convinto che la prossima giocata possa essere quella vincente.
Il nostro cervello parrebbe risentirne. L'uso prolungato dei social media altera i circuiti dopaminergici del cervello (per inciso, gli stessi coinvolti nelle dipendenze da sostanze) generando un loop di desiderio, anticipazione e gratificazione che diventa progressivamente più difficile da interrompere, questo almeno il risultato di uno studio pubblicato sulla National Library of Medicine, condotto da ricercatori del Vanderbilt University Medical Center. Le modifiche strutturali osservate riguardano la corteccia prefrontale, l'amigdala e i gangli della base, aree cruciali per il controllo degli impulsi, la regolazione emotiva e il processo decisionale.
Tra le conseguenze più documentate dell'uso intensivo vi è la perdita della percezione del tempo. Negli studi sopracitati gli utenti TikTok intervistati riferiscono di perdere frequentemente il senso del tempo durante la navigazione, continuando a scorrere ben oltre le proprie intenzioni iniziali. A questo si aggiungono gli impatti sulla qualità del sonno, sulla capacità attentiva e sul benessere generale, con effetti che variano significativamente da individuo a individuo in base a fattori come l'età, la predisposizione psicologica e la quantità di tempo trascorso sulle piattaforme.
Ciò che accomuna quasi tutti gli studi, tuttavia, è la conclusione che questi effetti non siano accidentali, bensì il prodotto prevedibile e calcolato di sistemi progettati per massimizzare il coinvolgimento, a prescindere dal costo umano.
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Alberto Gurrisi ci guida alla scoperta dell’organo Hammond, uno strumento che ha fatto la storia, dal rock al jazz. E ci parla del suo grande maestro, Franco Cerri, che verrà ricordato al Blue Note di Milano con un concerto speciale il 31 maggio.
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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