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2018-08-07
Berlusconi aveva detto due sì a Foa. Poi si è mosso l’asse Ue-Napolitano...
Ansa
«Via libera». L'intrigo dell'estate era cominciato con il più classico dei semafori verdi e Matteo Salvini non aveva fiutato la trappola. Tre giorni dopo quella frase pronunciata da Licia Ronzulli al telefono e ascoltata con rilassata serenità dal ministro dell'Interno, è scoppiato il caso Rai. Il presidente designato Marcello Foa è stato bocciato in Commissione di Vigilanza con l'astensione decisiva di Forza Italia, il governo ha subìto il primo stallo e l'alleanza di centrodestra non è mai stata così vicina a rompersi. L'ora più buia, quella dei lunghi coltelli e dell'illuminante frase di Luigi Di Maio: «Salvini mi aveva assicurato che era tutto a posto». Perché effettivamente lo era. Anzi lo sembrava. Ma nessuno poteva sospettare che, per la prima volta in 25 anni, un doppio «sì» di Silvio Berlusconi potesse trasformarsi in un doppio «no».
E allora, alla vigilia del prossimo cda della Rai, previsto per domani e con all'ordine del giorno gli highlights di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole, vale la pena ripercorrere i colpi di scena della scorsa settimana, ricostruire l'intrigo attorno alla poltrona più rappresentativa della Tv pubblica italiana. Per scoprire che il no a Foa somiglia in modo inquietante all'identico no che nei giorni di gestazione del governo di Giuseppe Conte era finito come un meteorite sul nome di Paolo Savona. Stesso mandante, l'europotere di Bruxelles con fortissimi addentellati a Parigi. Con una parte di Forza Italia, quella più irrequieta ed europeista, come esecutrice materiale del blitz. Imbeccata dall'ombra dell'ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
La famosa telefonata preventiva, quella dell'indignazione di Forza Italia e del «non abbiamo neppure aperto il file Foa» perché mancava la precondizione dell'accordo, era stata fatta. Salvini si era comportato secondo i patti, aveva condiviso il nome e il curriculum, aveva ottenuto il via libera per ufficializzare il pretendente al trono. Un liberale, moderato, di area centrodestra, che per 20 anni aveva ricoperto il ruolo di caporedattore e inviato di Esteri nel Giornale della famiglia Berlusconi. Un candidato potenzialmente perfetto per il Cavaliere. Anche se un uomo competente, non manipolabile ed estraneo alle logiche di Palazzo, negli ultimi 30 anni non si era mai avvicinato così tanto alla stanza dei bottoni di viale Mazzini. Tutto a posto? No, perché la sera di domenica 29 luglio un flash di Dagospia ispirato dai colonnelli azzurri fa capire che qualcosa sta cambiando: si parla di un Berlusconi infuriato, di un clima burrascoso, di un Foa indigesto. Il Cavaliere è in clinica al San Raffaele per controlli non di routine, non può tessere le fila della vicenda, è irraggiungibile. Trascorrono 24 ore di forti fibrillazioni, così Salvini decide di non rischiare di giocare al buio e alle cinque di mattina di martedì 31 luglio parte da Milano Marittima per parcheggiare tre ore dopo davanti all'ospedale milanese fondato da don Luigi Verzè. Il colloquio è definito «molto cordiale», le tensioni sono considerate «scaramucce» e da Berlusconi arriva il secondo via libera. Il leader della Lega riparte, tranquillizza Di Maio e soprattutto Foa, nel frattempo preda di comprensibili apprensioni. Salvini tutto si aspetterebbe tranne che di ascoltare, la sera stessa, un Berlusconi di nuovo cupo dichiarare al TgCom24: «Noi non voteremo il candidato del governo».
Per la seconda volta in due giorni il fondatore di Forza Italia, l'ottantunenne politico più dominante della seconda Repubblica, viene messo in minoranza dai suoi. Il cerchio magico guidato dal vicepresidente del partito Antonio Tajani e composto da Mariastella Gelmini, Gianni Letta, Licia Ronzulli e Niccolò Ghedini ha la meglio, anche perché può contare su un alleato insospettabile, Fedele Confalonieri, preoccupato dalla possibile rivoluzione gialloblù dentro l'azienda pubblica con la quale giocoforza Mediaset ha da anni stabilito regole di non belligeranza. La pax pubblicitaria innanzitutto.
A scatenare la negatività di Tajani, dei suoi fedelissimi e della componente giornalistica vicina a Berlusconi non è soltanto una poco comprensibile gelosia interna, ma una strana telefonata in arrivo dall'estero, di cui stanno parlando da qualche giorno alcuni siti che si occupano di massoneria. A farla sarebbe stata una delle eminenze grigie più luciferine d'Europa, Jacques Attali, l'uomo che ha inventato Emmanuel Macron, nemico numero uno di euroscettici e sovranisti, preoccupato che questa sterzata mediatica dentro la Rai possa provocare un contagio anche in Francia, dove Marine Le Pen sta tornano in auge e il suo pupillo sta precipitando negli abissi dei sondaggi.
Attali avrebbe espresso perplessità per gli accadimenti italiani a una sua vecchia conoscenza, il presidente emerito Giorgio Napolitano, che a sua volta avrebbe consigliato di far intervenire Tajani. «Bisogna fermare l'operazione a tutti i costi». E chi meglio del presidente del Parlamento europeo, figlio politico di Bruxelles, europeista convinto, delfino designato da Berlusconi (ma non ancora plenipotenziario) poteva portare a termine la missione facendo saltare l'accordo e creando i presupposti per la bocciatura di Foa? È la fotocopia del caso Savona, se ne sono accorti anche Salvini e Di Maio, proprio per questo sono fermi come paracarri sul punto. Anche perché questa volta il Quirinale, ovviamente sondato, non ha opposto alcun veto. Superato con saggezza l'effetto del tweet di critica di Foa (per la verità di disgusto) e fatte le opportune verifiche sulla persona, questa volta Sergio Mattarella ha deciso di non farsi strumentalizzare dal partito trasversale degli indignados permanenti.
Ora si gioca a carte scoperte. Domani Foa, che non ha ancora chiesto le deleghe presidenziali su Comunicazione e Rappresentanza (quelle che fanno scattare il massimo compenso), presiederà il cda Rai come consigliere anziano. Salvini e Di Maio sperano che il clima si stemperi, che Berlusconi torni in sella e che Forza Italia cominci a contare gli amministratori e i parlamentari pronti a saltare sul carro della Lega, ma finora bloccati dalle porte chiuse imposte da Giancarlo Giorgetti per ottemperare a un gentleman agreement deciso in tempi di idillio.
Mentre il fronte dell'establishment e del vecchio potere lealista - con Forza Italia a braccetto del Pd - prepara ricorsi per paralizzare mamma Rai e renderla più immobile del destriero di Francesco Messina, insistendo sul candidato unico il governo vuole veramente mostrare un forte segnale di discontinuità. «Chi ha governato prima avrebbe cambiato cavallo un minuto dopo il voto della Commissione, ricominciando subito a inciuciare con la tarantella come colonna sonora. Noi no», spiegano dal quartiere generale della Lega. Da quello dei 5 stelle arriva la stessa musica: «Coesione e serietà, la cosa li sconvolge. Dovranno abituarsi».
Giorgio Gandola
Adesso la Vigilanza coinvolge Tria nel braccio di ferro
Si riunisce questa mattina alle ore 8 l'ufficio di presidenza della commissione di Vigilanza Rai per fare il punto sullo stallo ai vertici della tv pubblica, dopo che la nomina di Marcello Foa per la presidenza di Viale Mazzini non ha raggiunto il quorum dei 27 voti necessari ma soltanto 22 (1 in meno rispetto a quelli che aveva sulla carta tra Lega, M5s con l'appoggio di Fdi).
Nel pomeriggio è in programma anche un incontro fra i capigruppo del Pd Graziano Delrio e Andrea Marcucci e i presidenti di Camera e Senato Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. Al centro della riunione in Vigilanza, però, c'è l'attesa della disponibilità del ministro dell'Economia Giovanni Tria per fissare la data dell'audizione in commissione per sentire il suo parere, in quanto azionista della tv pubblica, sul caso Foa. Alberto Barachini, senatore di Fi e presidente della Commissione, aveva già invitato il ministro Tria e quello dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio in audizione in Vigilanza sulla Rai «prima di procedere alle nomine di competenza dell'esecutivo». Oggi però il presidente forzista ritiene necessario ascoltare Tria per il suo ruolo e avere da lui «delucidazioni sul percorso da seguire» sul caso Rai, dopo che per la prima volta si è verificata una «crisi tra cda e Vigilanza» considerato che Foa, senza quorum in commissione, era stato votato a maggioranza dal Consiglio di amministrazione di Viale Mazzini.
Una convocazione del ministro piuttosto pretestuosa considerato che il caso si è verificato per un vuoto legislativo: la riforma Rai voluta dal governo Renzi non ha previsto una prassi in caso di un voto diverso tra cda e Vigilanza. Ed è proprio il buco della legge che consente le varie interpretazioni di diversi costituzionalisti o esperti di diritto che si dividono tra «Foa può essere ripresentato in Vigilanza» e «Foa non può diventare presidente». Secondo motivo per cui chiamare Tria in audizione appare demagogico, è che il Mef sarà pure l'azionista di maggioranza della più grande azienda culturale italiana, ma mentre il Tesoro indica l'amministratore delegato (e Fabrizio Salini è in carica) il presidente viene indicato dal governo, viene votato dal cda e ratificato in Vigilanza. Non Tria dunque ma Lega-M5s o, meglio, Matteo Salvini deve sciogliere il nodo Foa, cosa possibile soltanto se riesce a «ricucire» con Forza Italia: la partita politica è tutta interna al centrodestra e il leader del Carroccio e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti sperano in un «pentimento» di Fi e Berlusconi.
Domenica da Cervia il ministro dell'Interno è stato chiaro: «Foa resta. Io guardo al merito, guardo se una persona vale. Mi devono dare una giustificazione valida per dire no». In realtà, anche Foa si era rimesso nelle mani del Mef dopo il voto a Palazzo San Macuto: «Sono in attesa di indicazioni dell'azionista e nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano». E così domani Foa presiederà il cda di Viale Mazzini che ha all'ordine del giorno «la scadenza dei diritti sportivi e il rinnovo del contratto per la ventiquattresima stagione di Un posto al sole». Come aveva già annunciato il consigliere Rai Rita Borioni (in quota Pd), «all'inizio della riunione, prima di qualsiasi decisione, chiederò una dichiarazione formale sui poteri del consigliere anziano e sulle funzioni del consiglio in questa situazione». Pronti ad impugnare gli atti illegittimi del cda Fnsi e Usigrai, perché «Foa come consigliere anziano può esclusivamente convocare, e con urgenza, il cda per dare finalmente alla Rai un presidente di garanzia». Come dire, il cda non deve fare nulla perché senza presidente che, invece, c'è ed è regolare come lo fu Alberto Alberoni, dopo le dimissioni di Lucia Annunziata, che fu presidente facente funzioni senza passare per la Vigilanza per un anno e mezzo.
Forse sindacato e opposizioni intendono che il cda non deve fare le nomine dei direttori di testate e di tg, cosa che per opportunità il nuovo consiglio non farà prima di settembre. Eppure in Rai c'è chi si muove. «Piovono promozioni. Qualcuno avvisi Ida Colucci, direttore del Tg2 dal 2016 e l'ultima giapponese renziana, che determinare nuove conduzioni di prima fascia senza attendere le nomine Rai da parte della nuova governance risulta essere una forzatura inaccettabile», ha dichiarato Federico Mollicone, deputato di Fdi e componente della Vigilanza Rai. «Un colpo di coda dell'apparato renziano che ancora impera dentro la Rai. Oltretutto ci risulta che anche il Cdr l'abbia sconsigliata».
Sarina Biraghi
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Dopo una corsa notturna dal Cav in ospedale, Matteo Salvini era sereno. In poche ore, però, Jacques Attali, «padrino» di Emmanuel Macron, avrebbe allertato Re Giorgio. Da lui, il messaggio sarebbe arrivato ad Antonio Tajani. Il resto è lo stallo attuale. Adesso la Vigilanza coinvolge Giovanni Tria nel braccio di ferro. L'organismo di garanzia chiederà l'intervento dell'azionista. Domani Marcello Foa guiderà il cda su diritti sportivi e «Un posto al sole». Lo speciale contiene due articoli. «Via libera». L'intrigo dell'estate era cominciato con il più classico dei semafori verdi e Matteo Salvini non aveva fiutato la trappola. Tre giorni dopo quella frase pronunciata da Licia Ronzulli al telefono e ascoltata con rilassata serenità dal ministro dell'Interno, è scoppiato il caso Rai. Il presidente designato Marcello Foa è stato bocciato in Commissione di Vigilanza con l'astensione decisiva di Forza Italia, il governo ha subìto il primo stallo e l'alleanza di centrodestra non è mai stata così vicina a rompersi. L'ora più buia, quella dei lunghi coltelli e dell'illuminante frase di Luigi Di Maio: «Salvini mi aveva assicurato che era tutto a posto». Perché effettivamente lo era. Anzi lo sembrava. Ma nessuno poteva sospettare che, per la prima volta in 25 anni, un doppio «sì» di Silvio Berlusconi potesse trasformarsi in un doppio «no». E allora, alla vigilia del prossimo cda della Rai, previsto per domani e con all'ordine del giorno gli highlights di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole, vale la pena ripercorrere i colpi di scena della scorsa settimana, ricostruire l'intrigo attorno alla poltrona più rappresentativa della Tv pubblica italiana. Per scoprire che il no a Foa somiglia in modo inquietante all'identico no che nei giorni di gestazione del governo di Giuseppe Conte era finito come un meteorite sul nome di Paolo Savona. Stesso mandante, l'europotere di Bruxelles con fortissimi addentellati a Parigi. Con una parte di Forza Italia, quella più irrequieta ed europeista, come esecutrice materiale del blitz. Imbeccata dall'ombra dell'ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano. La famosa telefonata preventiva, quella dell'indignazione di Forza Italia e del «non abbiamo neppure aperto il file Foa» perché mancava la precondizione dell'accordo, era stata fatta. Salvini si era comportato secondo i patti, aveva condiviso il nome e il curriculum, aveva ottenuto il via libera per ufficializzare il pretendente al trono. Un liberale, moderato, di area centrodestra, che per 20 anni aveva ricoperto il ruolo di caporedattore e inviato di Esteri nel Giornale della famiglia Berlusconi. Un candidato potenzialmente perfetto per il Cavaliere. Anche se un uomo competente, non manipolabile ed estraneo alle logiche di Palazzo, negli ultimi 30 anni non si era mai avvicinato così tanto alla stanza dei bottoni di viale Mazzini. Tutto a posto? No, perché la sera di domenica 29 luglio un flash di Dagospia ispirato dai colonnelli azzurri fa capire che qualcosa sta cambiando: si parla di un Berlusconi infuriato, di un clima burrascoso, di un Foa indigesto. Il Cavaliere è in clinica al San Raffaele per controlli non di routine, non può tessere le fila della vicenda, è irraggiungibile. Trascorrono 24 ore di forti fibrillazioni, così Salvini decide di non rischiare di giocare al buio e alle cinque di mattina di martedì 31 luglio parte da Milano Marittima per parcheggiare tre ore dopo davanti all'ospedale milanese fondato da don Luigi Verzè. Il colloquio è definito «molto cordiale», le tensioni sono considerate «scaramucce» e da Berlusconi arriva il secondo via libera. Il leader della Lega riparte, tranquillizza Di Maio e soprattutto Foa, nel frattempo preda di comprensibili apprensioni. Salvini tutto si aspetterebbe tranne che di ascoltare, la sera stessa, un Berlusconi di nuovo cupo dichiarare al TgCom24: «Noi non voteremo il candidato del governo». Per la seconda volta in due giorni il fondatore di Forza Italia, l'ottantunenne politico più dominante della seconda Repubblica, viene messo in minoranza dai suoi. Il cerchio magico guidato dal vicepresidente del partito Antonio Tajani e composto da Mariastella Gelmini, Gianni Letta, Licia Ronzulli e Niccolò Ghedini ha la meglio, anche perché può contare su un alleato insospettabile, Fedele Confalonieri, preoccupato dalla possibile rivoluzione gialloblù dentro l'azienda pubblica con la quale giocoforza Mediaset ha da anni stabilito regole di non belligeranza. La pax pubblicitaria innanzitutto. A scatenare la negatività di Tajani, dei suoi fedelissimi e della componente giornalistica vicina a Berlusconi non è soltanto una poco comprensibile gelosia interna, ma una strana telefonata in arrivo dall'estero, di cui stanno parlando da qualche giorno alcuni siti che si occupano di massoneria. A farla sarebbe stata una delle eminenze grigie più luciferine d'Europa, Jacques Attali, l'uomo che ha inventato Emmanuel Macron, nemico numero uno di euroscettici e sovranisti, preoccupato che questa sterzata mediatica dentro la Rai possa provocare un contagio anche in Francia, dove Marine Le Pen sta tornano in auge e il suo pupillo sta precipitando negli abissi dei sondaggi. Attali avrebbe espresso perplessità per gli accadimenti italiani a una sua vecchia conoscenza, il presidente emerito Giorgio Napolitano, che a sua volta avrebbe consigliato di far intervenire Tajani. «Bisogna fermare l'operazione a tutti i costi». E chi meglio del presidente del Parlamento europeo, figlio politico di Bruxelles, europeista convinto, delfino designato da Berlusconi (ma non ancora plenipotenziario) poteva portare a termine la missione facendo saltare l'accordo e creando i presupposti per la bocciatura di Foa? È la fotocopia del caso Savona, se ne sono accorti anche Salvini e Di Maio, proprio per questo sono fermi come paracarri sul punto. Anche perché questa volta il Quirinale, ovviamente sondato, non ha opposto alcun veto. Superato con saggezza l'effetto del tweet di critica di Foa (per la verità di disgusto) e fatte le opportune verifiche sulla persona, questa volta Sergio Mattarella ha deciso di non farsi strumentalizzare dal partito trasversale degli indignados permanenti. Ora si gioca a carte scoperte. Domani Foa, che non ha ancora chiesto le deleghe presidenziali su Comunicazione e Rappresentanza (quelle che fanno scattare il massimo compenso), presiederà il cda Rai come consigliere anziano. Salvini e Di Maio sperano che il clima si stemperi, che Berlusconi torni in sella e che Forza Italia cominci a contare gli amministratori e i parlamentari pronti a saltare sul carro della Lega, ma finora bloccati dalle porte chiuse imposte da Giancarlo Giorgetti per ottemperare a un gentleman agreement deciso in tempi di idillio. Mentre il fronte dell'establishment e del vecchio potere lealista - con Forza Italia a braccetto del Pd - prepara ricorsi per paralizzare mamma Rai e renderla più immobile del destriero di Francesco Messina, insistendo sul candidato unico il governo vuole veramente mostrare un forte segnale di discontinuità. «Chi ha governato prima avrebbe cambiato cavallo un minuto dopo il voto della Commissione, ricominciando subito a inciuciare con la tarantella come colonna sonora. Noi no», spiegano dal quartiere generale della Lega. Da quello dei 5 stelle arriva la stessa musica: «Coesione e serietà, la cosa li sconvolge. Dovranno abituarsi». 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Nel pomeriggio è in programma anche un incontro fra i capigruppo del Pd Graziano Delrio e Andrea Marcucci e i presidenti di Camera e Senato Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. Al centro della riunione in Vigilanza, però, c'è l'attesa della disponibilità del ministro dell'Economia Giovanni Tria per fissare la data dell'audizione in commissione per sentire il suo parere, in quanto azionista della tv pubblica, sul caso Foa. Alberto Barachini, senatore di Fi e presidente della Commissione, aveva già invitato il ministro Tria e quello dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio in audizione in Vigilanza sulla Rai «prima di procedere alle nomine di competenza dell'esecutivo». Oggi però il presidente forzista ritiene necessario ascoltare Tria per il suo ruolo e avere da lui «delucidazioni sul percorso da seguire» sul caso Rai, dopo che per la prima volta si è verificata una «crisi tra cda e Vigilanza» considerato che Foa, senza quorum in commissione, era stato votato a maggioranza dal Consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Una convocazione del ministro piuttosto pretestuosa considerato che il caso si è verificato per un vuoto legislativo: la riforma Rai voluta dal governo Renzi non ha previsto una prassi in caso di un voto diverso tra cda e Vigilanza. Ed è proprio il buco della legge che consente le varie interpretazioni di diversi costituzionalisti o esperti di diritto che si dividono tra «Foa può essere ripresentato in Vigilanza» e «Foa non può diventare presidente». Secondo motivo per cui chiamare Tria in audizione appare demagogico, è che il Mef sarà pure l'azionista di maggioranza della più grande azienda culturale italiana, ma mentre il Tesoro indica l'amministratore delegato (e Fabrizio Salini è in carica) il presidente viene indicato dal governo, viene votato dal cda e ratificato in Vigilanza. Non Tria dunque ma Lega-M5s o, meglio, Matteo Salvini deve sciogliere il nodo Foa, cosa possibile soltanto se riesce a «ricucire» con Forza Italia: la partita politica è tutta interna al centrodestra e il leader del Carroccio e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti sperano in un «pentimento» di Fi e Berlusconi. Domenica da Cervia il ministro dell'Interno è stato chiaro: «Foa resta. Io guardo al merito, guardo se una persona vale. Mi devono dare una giustificazione valida per dire no». In realtà, anche Foa si era rimesso nelle mani del Mef dopo il voto a Palazzo San Macuto: «Sono in attesa di indicazioni dell'azionista e nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano». E così domani Foa presiederà il cda di Viale Mazzini che ha all'ordine del giorno «la scadenza dei diritti sportivi e il rinnovo del contratto per la ventiquattresima stagione di Un posto al sole». Come aveva già annunciato il consigliere Rai Rita Borioni (in quota Pd), «all'inizio della riunione, prima di qualsiasi decisione, chiederò una dichiarazione formale sui poteri del consigliere anziano e sulle funzioni del consiglio in questa situazione». Pronti ad impugnare gli atti illegittimi del cda Fnsi e Usigrai, perché «Foa come consigliere anziano può esclusivamente convocare, e con urgenza, il cda per dare finalmente alla Rai un presidente di garanzia». Come dire, il cda non deve fare nulla perché senza presidente che, invece, c'è ed è regolare come lo fu Alberto Alberoni, dopo le dimissioni di Lucia Annunziata, che fu presidente facente funzioni senza passare per la Vigilanza per un anno e mezzo. Forse sindacato e opposizioni intendono che il cda non deve fare le nomine dei direttori di testate e di tg, cosa che per opportunità il nuovo consiglio non farà prima di settembre. Eppure in Rai c'è chi si muove. «Piovono promozioni. Qualcuno avvisi Ida Colucci, direttore del Tg2 dal 2016 e l'ultima giapponese renziana, che determinare nuove conduzioni di prima fascia senza attendere le nomine Rai da parte della nuova governance risulta essere una forzatura inaccettabile», ha dichiarato Federico Mollicone, deputato di Fdi e componente della Vigilanza Rai. «Un colpo di coda dell'apparato renziano che ancora impera dentro la Rai. Oltretutto ci risulta che anche il Cdr l'abbia sconsigliata». Sarina Biraghi
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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