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2018-08-07
Berlusconi aveva detto due sì a Foa. Poi si è mosso l’asse Ue-Napolitano...
Ansa
«Via libera». L'intrigo dell'estate era cominciato con il più classico dei semafori verdi e Matteo Salvini non aveva fiutato la trappola. Tre giorni dopo quella frase pronunciata da Licia Ronzulli al telefono e ascoltata con rilassata serenità dal ministro dell'Interno, è scoppiato il caso Rai. Il presidente designato Marcello Foa è stato bocciato in Commissione di Vigilanza con l'astensione decisiva di Forza Italia, il governo ha subìto il primo stallo e l'alleanza di centrodestra non è mai stata così vicina a rompersi. L'ora più buia, quella dei lunghi coltelli e dell'illuminante frase di Luigi Di Maio: «Salvini mi aveva assicurato che era tutto a posto». Perché effettivamente lo era. Anzi lo sembrava. Ma nessuno poteva sospettare che, per la prima volta in 25 anni, un doppio «sì» di Silvio Berlusconi potesse trasformarsi in un doppio «no».
E allora, alla vigilia del prossimo cda della Rai, previsto per domani e con all'ordine del giorno gli highlights di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole, vale la pena ripercorrere i colpi di scena della scorsa settimana, ricostruire l'intrigo attorno alla poltrona più rappresentativa della Tv pubblica italiana. Per scoprire che il no a Foa somiglia in modo inquietante all'identico no che nei giorni di gestazione del governo di Giuseppe Conte era finito come un meteorite sul nome di Paolo Savona. Stesso mandante, l'europotere di Bruxelles con fortissimi addentellati a Parigi. Con una parte di Forza Italia, quella più irrequieta ed europeista, come esecutrice materiale del blitz. Imbeccata dall'ombra dell'ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
La famosa telefonata preventiva, quella dell'indignazione di Forza Italia e del «non abbiamo neppure aperto il file Foa» perché mancava la precondizione dell'accordo, era stata fatta. Salvini si era comportato secondo i patti, aveva condiviso il nome e il curriculum, aveva ottenuto il via libera per ufficializzare il pretendente al trono. Un liberale, moderato, di area centrodestra, che per 20 anni aveva ricoperto il ruolo di caporedattore e inviato di Esteri nel Giornale della famiglia Berlusconi. Un candidato potenzialmente perfetto per il Cavaliere. Anche se un uomo competente, non manipolabile ed estraneo alle logiche di Palazzo, negli ultimi 30 anni non si era mai avvicinato così tanto alla stanza dei bottoni di viale Mazzini. Tutto a posto? No, perché la sera di domenica 29 luglio un flash di Dagospia ispirato dai colonnelli azzurri fa capire che qualcosa sta cambiando: si parla di un Berlusconi infuriato, di un clima burrascoso, di un Foa indigesto. Il Cavaliere è in clinica al San Raffaele per controlli non di routine, non può tessere le fila della vicenda, è irraggiungibile. Trascorrono 24 ore di forti fibrillazioni, così Salvini decide di non rischiare di giocare al buio e alle cinque di mattina di martedì 31 luglio parte da Milano Marittima per parcheggiare tre ore dopo davanti all'ospedale milanese fondato da don Luigi Verzè. Il colloquio è definito «molto cordiale», le tensioni sono considerate «scaramucce» e da Berlusconi arriva il secondo via libera. Il leader della Lega riparte, tranquillizza Di Maio e soprattutto Foa, nel frattempo preda di comprensibili apprensioni. Salvini tutto si aspetterebbe tranne che di ascoltare, la sera stessa, un Berlusconi di nuovo cupo dichiarare al TgCom24: «Noi non voteremo il candidato del governo».
Per la seconda volta in due giorni il fondatore di Forza Italia, l'ottantunenne politico più dominante della seconda Repubblica, viene messo in minoranza dai suoi. Il cerchio magico guidato dal vicepresidente del partito Antonio Tajani e composto da Mariastella Gelmini, Gianni Letta, Licia Ronzulli e Niccolò Ghedini ha la meglio, anche perché può contare su un alleato insospettabile, Fedele Confalonieri, preoccupato dalla possibile rivoluzione gialloblù dentro l'azienda pubblica con la quale giocoforza Mediaset ha da anni stabilito regole di non belligeranza. La pax pubblicitaria innanzitutto.
A scatenare la negatività di Tajani, dei suoi fedelissimi e della componente giornalistica vicina a Berlusconi non è soltanto una poco comprensibile gelosia interna, ma una strana telefonata in arrivo dall'estero, di cui stanno parlando da qualche giorno alcuni siti che si occupano di massoneria. A farla sarebbe stata una delle eminenze grigie più luciferine d'Europa, Jacques Attali, l'uomo che ha inventato Emmanuel Macron, nemico numero uno di euroscettici e sovranisti, preoccupato che questa sterzata mediatica dentro la Rai possa provocare un contagio anche in Francia, dove Marine Le Pen sta tornano in auge e il suo pupillo sta precipitando negli abissi dei sondaggi.
Attali avrebbe espresso perplessità per gli accadimenti italiani a una sua vecchia conoscenza, il presidente emerito Giorgio Napolitano, che a sua volta avrebbe consigliato di far intervenire Tajani. «Bisogna fermare l'operazione a tutti i costi». E chi meglio del presidente del Parlamento europeo, figlio politico di Bruxelles, europeista convinto, delfino designato da Berlusconi (ma non ancora plenipotenziario) poteva portare a termine la missione facendo saltare l'accordo e creando i presupposti per la bocciatura di Foa? È la fotocopia del caso Savona, se ne sono accorti anche Salvini e Di Maio, proprio per questo sono fermi come paracarri sul punto. Anche perché questa volta il Quirinale, ovviamente sondato, non ha opposto alcun veto. Superato con saggezza l'effetto del tweet di critica di Foa (per la verità di disgusto) e fatte le opportune verifiche sulla persona, questa volta Sergio Mattarella ha deciso di non farsi strumentalizzare dal partito trasversale degli indignados permanenti.
Ora si gioca a carte scoperte. Domani Foa, che non ha ancora chiesto le deleghe presidenziali su Comunicazione e Rappresentanza (quelle che fanno scattare il massimo compenso), presiederà il cda Rai come consigliere anziano. Salvini e Di Maio sperano che il clima si stemperi, che Berlusconi torni in sella e che Forza Italia cominci a contare gli amministratori e i parlamentari pronti a saltare sul carro della Lega, ma finora bloccati dalle porte chiuse imposte da Giancarlo Giorgetti per ottemperare a un gentleman agreement deciso in tempi di idillio.
Mentre il fronte dell'establishment e del vecchio potere lealista - con Forza Italia a braccetto del Pd - prepara ricorsi per paralizzare mamma Rai e renderla più immobile del destriero di Francesco Messina, insistendo sul candidato unico il governo vuole veramente mostrare un forte segnale di discontinuità. «Chi ha governato prima avrebbe cambiato cavallo un minuto dopo il voto della Commissione, ricominciando subito a inciuciare con la tarantella come colonna sonora. Noi no», spiegano dal quartiere generale della Lega. Da quello dei 5 stelle arriva la stessa musica: «Coesione e serietà, la cosa li sconvolge. Dovranno abituarsi».
Giorgio Gandola
Adesso la Vigilanza coinvolge Tria nel braccio di ferro
Si riunisce questa mattina alle ore 8 l'ufficio di presidenza della commissione di Vigilanza Rai per fare il punto sullo stallo ai vertici della tv pubblica, dopo che la nomina di Marcello Foa per la presidenza di Viale Mazzini non ha raggiunto il quorum dei 27 voti necessari ma soltanto 22 (1 in meno rispetto a quelli che aveva sulla carta tra Lega, M5s con l'appoggio di Fdi).
Nel pomeriggio è in programma anche un incontro fra i capigruppo del Pd Graziano Delrio e Andrea Marcucci e i presidenti di Camera e Senato Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. Al centro della riunione in Vigilanza, però, c'è l'attesa della disponibilità del ministro dell'Economia Giovanni Tria per fissare la data dell'audizione in commissione per sentire il suo parere, in quanto azionista della tv pubblica, sul caso Foa. Alberto Barachini, senatore di Fi e presidente della Commissione, aveva già invitato il ministro Tria e quello dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio in audizione in Vigilanza sulla Rai «prima di procedere alle nomine di competenza dell'esecutivo». Oggi però il presidente forzista ritiene necessario ascoltare Tria per il suo ruolo e avere da lui «delucidazioni sul percorso da seguire» sul caso Rai, dopo che per la prima volta si è verificata una «crisi tra cda e Vigilanza» considerato che Foa, senza quorum in commissione, era stato votato a maggioranza dal Consiglio di amministrazione di Viale Mazzini.
Una convocazione del ministro piuttosto pretestuosa considerato che il caso si è verificato per un vuoto legislativo: la riforma Rai voluta dal governo Renzi non ha previsto una prassi in caso di un voto diverso tra cda e Vigilanza. Ed è proprio il buco della legge che consente le varie interpretazioni di diversi costituzionalisti o esperti di diritto che si dividono tra «Foa può essere ripresentato in Vigilanza» e «Foa non può diventare presidente». Secondo motivo per cui chiamare Tria in audizione appare demagogico, è che il Mef sarà pure l'azionista di maggioranza della più grande azienda culturale italiana, ma mentre il Tesoro indica l'amministratore delegato (e Fabrizio Salini è in carica) il presidente viene indicato dal governo, viene votato dal cda e ratificato in Vigilanza. Non Tria dunque ma Lega-M5s o, meglio, Matteo Salvini deve sciogliere il nodo Foa, cosa possibile soltanto se riesce a «ricucire» con Forza Italia: la partita politica è tutta interna al centrodestra e il leader del Carroccio e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti sperano in un «pentimento» di Fi e Berlusconi.
Domenica da Cervia il ministro dell'Interno è stato chiaro: «Foa resta. Io guardo al merito, guardo se una persona vale. Mi devono dare una giustificazione valida per dire no». In realtà, anche Foa si era rimesso nelle mani del Mef dopo il voto a Palazzo San Macuto: «Sono in attesa di indicazioni dell'azionista e nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano». E così domani Foa presiederà il cda di Viale Mazzini che ha all'ordine del giorno «la scadenza dei diritti sportivi e il rinnovo del contratto per la ventiquattresima stagione di Un posto al sole». Come aveva già annunciato il consigliere Rai Rita Borioni (in quota Pd), «all'inizio della riunione, prima di qualsiasi decisione, chiederò una dichiarazione formale sui poteri del consigliere anziano e sulle funzioni del consiglio in questa situazione». Pronti ad impugnare gli atti illegittimi del cda Fnsi e Usigrai, perché «Foa come consigliere anziano può esclusivamente convocare, e con urgenza, il cda per dare finalmente alla Rai un presidente di garanzia». Come dire, il cda non deve fare nulla perché senza presidente che, invece, c'è ed è regolare come lo fu Alberto Alberoni, dopo le dimissioni di Lucia Annunziata, che fu presidente facente funzioni senza passare per la Vigilanza per un anno e mezzo.
Forse sindacato e opposizioni intendono che il cda non deve fare le nomine dei direttori di testate e di tg, cosa che per opportunità il nuovo consiglio non farà prima di settembre. Eppure in Rai c'è chi si muove. «Piovono promozioni. Qualcuno avvisi Ida Colucci, direttore del Tg2 dal 2016 e l'ultima giapponese renziana, che determinare nuove conduzioni di prima fascia senza attendere le nomine Rai da parte della nuova governance risulta essere una forzatura inaccettabile», ha dichiarato Federico Mollicone, deputato di Fdi e componente della Vigilanza Rai. «Un colpo di coda dell'apparato renziano che ancora impera dentro la Rai. Oltretutto ci risulta che anche il Cdr l'abbia sconsigliata».
Sarina Biraghi
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Dopo una corsa notturna dal Cav in ospedale, Matteo Salvini era sereno. In poche ore, però, Jacques Attali, «padrino» di Emmanuel Macron, avrebbe allertato Re Giorgio. Da lui, il messaggio sarebbe arrivato ad Antonio Tajani. Il resto è lo stallo attuale. Adesso la Vigilanza coinvolge Giovanni Tria nel braccio di ferro. L'organismo di garanzia chiederà l'intervento dell'azionista. Domani Marcello Foa guiderà il cda su diritti sportivi e «Un posto al sole». Lo speciale contiene due articoli. «Via libera». L'intrigo dell'estate era cominciato con il più classico dei semafori verdi e Matteo Salvini non aveva fiutato la trappola. Tre giorni dopo quella frase pronunciata da Licia Ronzulli al telefono e ascoltata con rilassata serenità dal ministro dell'Interno, è scoppiato il caso Rai. Il presidente designato Marcello Foa è stato bocciato in Commissione di Vigilanza con l'astensione decisiva di Forza Italia, il governo ha subìto il primo stallo e l'alleanza di centrodestra non è mai stata così vicina a rompersi. L'ora più buia, quella dei lunghi coltelli e dell'illuminante frase di Luigi Di Maio: «Salvini mi aveva assicurato che era tutto a posto». Perché effettivamente lo era. Anzi lo sembrava. Ma nessuno poteva sospettare che, per la prima volta in 25 anni, un doppio «sì» di Silvio Berlusconi potesse trasformarsi in un doppio «no». E allora, alla vigilia del prossimo cda della Rai, previsto per domani e con all'ordine del giorno gli highlights di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole, vale la pena ripercorrere i colpi di scena della scorsa settimana, ricostruire l'intrigo attorno alla poltrona più rappresentativa della Tv pubblica italiana. Per scoprire che il no a Foa somiglia in modo inquietante all'identico no che nei giorni di gestazione del governo di Giuseppe Conte era finito come un meteorite sul nome di Paolo Savona. Stesso mandante, l'europotere di Bruxelles con fortissimi addentellati a Parigi. Con una parte di Forza Italia, quella più irrequieta ed europeista, come esecutrice materiale del blitz. Imbeccata dall'ombra dell'ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano. La famosa telefonata preventiva, quella dell'indignazione di Forza Italia e del «non abbiamo neppure aperto il file Foa» perché mancava la precondizione dell'accordo, era stata fatta. Salvini si era comportato secondo i patti, aveva condiviso il nome e il curriculum, aveva ottenuto il via libera per ufficializzare il pretendente al trono. Un liberale, moderato, di area centrodestra, che per 20 anni aveva ricoperto il ruolo di caporedattore e inviato di Esteri nel Giornale della famiglia Berlusconi. Un candidato potenzialmente perfetto per il Cavaliere. Anche se un uomo competente, non manipolabile ed estraneo alle logiche di Palazzo, negli ultimi 30 anni non si era mai avvicinato così tanto alla stanza dei bottoni di viale Mazzini. Tutto a posto? No, perché la sera di domenica 29 luglio un flash di Dagospia ispirato dai colonnelli azzurri fa capire che qualcosa sta cambiando: si parla di un Berlusconi infuriato, di un clima burrascoso, di un Foa indigesto. Il Cavaliere è in clinica al San Raffaele per controlli non di routine, non può tessere le fila della vicenda, è irraggiungibile. Trascorrono 24 ore di forti fibrillazioni, così Salvini decide di non rischiare di giocare al buio e alle cinque di mattina di martedì 31 luglio parte da Milano Marittima per parcheggiare tre ore dopo davanti all'ospedale milanese fondato da don Luigi Verzè. Il colloquio è definito «molto cordiale», le tensioni sono considerate «scaramucce» e da Berlusconi arriva il secondo via libera. Il leader della Lega riparte, tranquillizza Di Maio e soprattutto Foa, nel frattempo preda di comprensibili apprensioni. Salvini tutto si aspetterebbe tranne che di ascoltare, la sera stessa, un Berlusconi di nuovo cupo dichiarare al TgCom24: «Noi non voteremo il candidato del governo». Per la seconda volta in due giorni il fondatore di Forza Italia, l'ottantunenne politico più dominante della seconda Repubblica, viene messo in minoranza dai suoi. Il cerchio magico guidato dal vicepresidente del partito Antonio Tajani e composto da Mariastella Gelmini, Gianni Letta, Licia Ronzulli e Niccolò Ghedini ha la meglio, anche perché può contare su un alleato insospettabile, Fedele Confalonieri, preoccupato dalla possibile rivoluzione gialloblù dentro l'azienda pubblica con la quale giocoforza Mediaset ha da anni stabilito regole di non belligeranza. La pax pubblicitaria innanzitutto. A scatenare la negatività di Tajani, dei suoi fedelissimi e della componente giornalistica vicina a Berlusconi non è soltanto una poco comprensibile gelosia interna, ma una strana telefonata in arrivo dall'estero, di cui stanno parlando da qualche giorno alcuni siti che si occupano di massoneria. A farla sarebbe stata una delle eminenze grigie più luciferine d'Europa, Jacques Attali, l'uomo che ha inventato Emmanuel Macron, nemico numero uno di euroscettici e sovranisti, preoccupato che questa sterzata mediatica dentro la Rai possa provocare un contagio anche in Francia, dove Marine Le Pen sta tornano in auge e il suo pupillo sta precipitando negli abissi dei sondaggi. Attali avrebbe espresso perplessità per gli accadimenti italiani a una sua vecchia conoscenza, il presidente emerito Giorgio Napolitano, che a sua volta avrebbe consigliato di far intervenire Tajani. «Bisogna fermare l'operazione a tutti i costi». E chi meglio del presidente del Parlamento europeo, figlio politico di Bruxelles, europeista convinto, delfino designato da Berlusconi (ma non ancora plenipotenziario) poteva portare a termine la missione facendo saltare l'accordo e creando i presupposti per la bocciatura di Foa? È la fotocopia del caso Savona, se ne sono accorti anche Salvini e Di Maio, proprio per questo sono fermi come paracarri sul punto. Anche perché questa volta il Quirinale, ovviamente sondato, non ha opposto alcun veto. Superato con saggezza l'effetto del tweet di critica di Foa (per la verità di disgusto) e fatte le opportune verifiche sulla persona, questa volta Sergio Mattarella ha deciso di non farsi strumentalizzare dal partito trasversale degli indignados permanenti. Ora si gioca a carte scoperte. Domani Foa, che non ha ancora chiesto le deleghe presidenziali su Comunicazione e Rappresentanza (quelle che fanno scattare il massimo compenso), presiederà il cda Rai come consigliere anziano. Salvini e Di Maio sperano che il clima si stemperi, che Berlusconi torni in sella e che Forza Italia cominci a contare gli amministratori e i parlamentari pronti a saltare sul carro della Lega, ma finora bloccati dalle porte chiuse imposte da Giancarlo Giorgetti per ottemperare a un gentleman agreement deciso in tempi di idillio. Mentre il fronte dell'establishment e del vecchio potere lealista - con Forza Italia a braccetto del Pd - prepara ricorsi per paralizzare mamma Rai e renderla più immobile del destriero di Francesco Messina, insistendo sul candidato unico il governo vuole veramente mostrare un forte segnale di discontinuità. «Chi ha governato prima avrebbe cambiato cavallo un minuto dopo il voto della Commissione, ricominciando subito a inciuciare con la tarantella come colonna sonora. Noi no», spiegano dal quartiere generale della Lega. Da quello dei 5 stelle arriva la stessa musica: «Coesione e serietà, la cosa li sconvolge. Dovranno abituarsi». 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Nel pomeriggio è in programma anche un incontro fra i capigruppo del Pd Graziano Delrio e Andrea Marcucci e i presidenti di Camera e Senato Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. Al centro della riunione in Vigilanza, però, c'è l'attesa della disponibilità del ministro dell'Economia Giovanni Tria per fissare la data dell'audizione in commissione per sentire il suo parere, in quanto azionista della tv pubblica, sul caso Foa. Alberto Barachini, senatore di Fi e presidente della Commissione, aveva già invitato il ministro Tria e quello dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio in audizione in Vigilanza sulla Rai «prima di procedere alle nomine di competenza dell'esecutivo». Oggi però il presidente forzista ritiene necessario ascoltare Tria per il suo ruolo e avere da lui «delucidazioni sul percorso da seguire» sul caso Rai, dopo che per la prima volta si è verificata una «crisi tra cda e Vigilanza» considerato che Foa, senza quorum in commissione, era stato votato a maggioranza dal Consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Una convocazione del ministro piuttosto pretestuosa considerato che il caso si è verificato per un vuoto legislativo: la riforma Rai voluta dal governo Renzi non ha previsto una prassi in caso di un voto diverso tra cda e Vigilanza. Ed è proprio il buco della legge che consente le varie interpretazioni di diversi costituzionalisti o esperti di diritto che si dividono tra «Foa può essere ripresentato in Vigilanza» e «Foa non può diventare presidente». Secondo motivo per cui chiamare Tria in audizione appare demagogico, è che il Mef sarà pure l'azionista di maggioranza della più grande azienda culturale italiana, ma mentre il Tesoro indica l'amministratore delegato (e Fabrizio Salini è in carica) il presidente viene indicato dal governo, viene votato dal cda e ratificato in Vigilanza. Non Tria dunque ma Lega-M5s o, meglio, Matteo Salvini deve sciogliere il nodo Foa, cosa possibile soltanto se riesce a «ricucire» con Forza Italia: la partita politica è tutta interna al centrodestra e il leader del Carroccio e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti sperano in un «pentimento» di Fi e Berlusconi. Domenica da Cervia il ministro dell'Interno è stato chiaro: «Foa resta. Io guardo al merito, guardo se una persona vale. Mi devono dare una giustificazione valida per dire no». In realtà, anche Foa si era rimesso nelle mani del Mef dopo il voto a Palazzo San Macuto: «Sono in attesa di indicazioni dell'azionista e nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano». E così domani Foa presiederà il cda di Viale Mazzini che ha all'ordine del giorno «la scadenza dei diritti sportivi e il rinnovo del contratto per la ventiquattresima stagione di Un posto al sole». Come aveva già annunciato il consigliere Rai Rita Borioni (in quota Pd), «all'inizio della riunione, prima di qualsiasi decisione, chiederò una dichiarazione formale sui poteri del consigliere anziano e sulle funzioni del consiglio in questa situazione». Pronti ad impugnare gli atti illegittimi del cda Fnsi e Usigrai, perché «Foa come consigliere anziano può esclusivamente convocare, e con urgenza, il cda per dare finalmente alla Rai un presidente di garanzia». Come dire, il cda non deve fare nulla perché senza presidente che, invece, c'è ed è regolare come lo fu Alberto Alberoni, dopo le dimissioni di Lucia Annunziata, che fu presidente facente funzioni senza passare per la Vigilanza per un anno e mezzo. Forse sindacato e opposizioni intendono che il cda non deve fare le nomine dei direttori di testate e di tg, cosa che per opportunità il nuovo consiglio non farà prima di settembre. Eppure in Rai c'è chi si muove. «Piovono promozioni. Qualcuno avvisi Ida Colucci, direttore del Tg2 dal 2016 e l'ultima giapponese renziana, che determinare nuove conduzioni di prima fascia senza attendere le nomine Rai da parte della nuova governance risulta essere una forzatura inaccettabile», ha dichiarato Federico Mollicone, deputato di Fdi e componente della Vigilanza Rai. «Un colpo di coda dell'apparato renziano che ancora impera dentro la Rai. Oltretutto ci risulta che anche il Cdr l'abbia sconsigliata». Sarina Biraghi
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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