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2025-09-08
Gli Usa, la Francia, la Russia e la Cina. Berlino ha perso tutti i suoi «amici»
Friedrich Merz (Ansa)
La Germania si guarda intorno e non trova più gli amici di un tempo. Per decenni ha costruito la sua forza sull’export, con un’economia che cresceva vendendo automobili, macchinari e chimica al resto del mondo. Mentre in casa stringeva la cinghia (come dimenticare il mantra della stagione di Angela Merkel: «Fare i compiti a casa»), fuori cercava sbocchi per la sua esuberante produzione industriale. È stato un modello che ha consentito qualche vantaggio di breve termine, ma che ora sta crollando su sé stesso. Non solo perché ora l’economia soffre, ma anche perché la politica estera tedesca degli ultimi trent’anni è stata rasa al suolo.
Le linee di politica estera della Germania si basavano su quattro pilastri. Il primo era naturalmente l’Unione europea, mercato da aggredire e da disegnare a propria immagine e somiglianza. La moneta comune e le politiche di austerità erano gli strumenti di una politica verso i partner europei a base di sostanziali dumping (valutario, salariale, ambientale, energetico). Ora che il mercato interno è azzoppato dall’austerità, l’industria tedesca piange.
Il secondo pilastro era la Russia. Fino al 2021 ben più di metà del gas importato dalla Germania arrivava da lì. Una dipendenza voluta e pensata come garanzia di competitività per guadagnare spazio sui mercati internazionali, con partecipazioni incrociate in iniziative dalla chimica all’energia, sino alle automobili. Ma poi, ecco la questione Ucraina. Con l’invasione, la Germania si è trovata sul tavolo il conto di una alleanza geopolitica che aveva suscitato le ire del potente alleato americano. Da alleata silenziosa della Russia, la Germania è diventata uno dei principali sponsor militari e finanziari di Kiev. Un voltafaccia che ha irritato i Paesi dell’Est europeo, prima per aver stabilito contatti diretti in un abbraccio stretto, poi per aver ribaltato le posizioni quando punta sul vivo dei propri interessi.
La terza colonna della politica estera tedesca era Pechino. La Cina era il grande mercato che doveva fornire nuova benzina alla macchina industriale tedesca e al tempo stesso una enorme fabbrica a costi molto più bassi di quelli europei. Dalle prime fabbriche Volkswagen a Shanghai nel 1984 si è passati nel 2014 al partenariato strategico globale tra i due Paesi. Pochi hanno capito che è stata la Germania ad insegnare alla Cina l’idea del salto tecnologico. Il piano « Industrie 4.0» di Berlino, che risale al 2011, è stato lo spunto per il piano «Made in China 2025» di Pechino, che risale al 2015 ed è stato fortemente voluto da Xi Jinping. La Cina ha imparato a digitalizzare la manifattura, collegare macchine e sistemi, integrare dati e produzione, scalare le catene del valore, ed oggi è il rivale da battere per antonomasia.
Infatti oggi i conti non tornano e nel 2024 il deficit commerciale tedesco con la Cina ha toccato i 66 miliardi di euro. La Cina esporta di tutto in Europa e mette in difficoltà le imprese tedesche, sia in Germania che altrove. Bruxelles ha reagito con i dazi, almeno sulle auto, mentre il governo di Berlino ha pubblicato una «China-Strategie» che parla di ridurre i rischi. Intanto, nei sondaggi della Camera di commercio tedesca in Cina, cresce il pessimismo. La lezione è, purtroppo per la Germania, molto semplice. Mentre il blocco politico-finanziario-industriale tedesco vedeva in Pechino uno junior partner e un mercato da conquistare, Pechino vedeva in Berlino un laboratorio da cui imparare. Per fagocitarlo.
Il quarto pilastro della politica estera della Germania erano gli Stati Uniti. Washington resta la meta preferita dell’export tedesco: nel 2024 l’interscambio ha superato i 250 miliardi di euro. Ma sin dal Dieselgate gli Stati Uniti hanno reagito ai continuati surplus tedeschi, fino alla deflagrazione dei dazi imposti dal rieletto Donald Trump, che già al primo giro di Casa Bianca aveva aggrottato la fronte guardando a Berlino. Senza fare troppe distinzioni, Trump ha imposto un dazio generalizzato del 15% su gran parte delle merci europee, mentre sulle auto e sull’acciaio restano al 27,5% e al 50% rispettivamente.
Già nel 1978 il cancelliere Helmut Schmidt, parlando con la Bundesbank, spiegava che per la Germania il legame con Washington non era una scelta ma una necessità: gli Stati Uniti garantivano sicurezza militare e stabilità economica. E aggiungeva che la Nato e la Comunità europea funzionavano come un «mantello» che proteggeva la Germania e la faceva accettare dagli altri, trasformando l’ex potenza aggressiva in un partner civile. Quell’equilibrio durava perché l’America tollerava l’attivo commerciale tedesco in cambio di fedeltà strategica. Ma quando Berlino si è voltata con maggiore decisione verso Est, gli Stati Uniti sono intervenuti. Meno surplus e più allineamento è ciò che oggi pretende Washington. Può non piacere, ma per molto tempo Berlino ha finto che i rapporti di forza non contassero nulla.
In questo scenario pesa come un’incudine l’eredità di Angela Merkel. La cancelliera, rimasta in carica sedici anni, ha incarnato la continuità del modello tedesco che arrivava dall’impostazione degli anni Novanta. Fu soprattutto lei a spingere sull’Ostpolitik energetica, difendendo il Nord Stream 2 anche dopo l’annessione della Crimea nel 2014, quando altri mettevano in guardia sui rischi geopolitici di una eccessiva dipendenza da Mosca. E fu sempre sotto il suo governo che la simbiosi con la Cina si rafforzò, mentre in Europa la Germania si presentava come lo sponsor dell’allargamento selettivo dell’Unione e dell’accoglienza. Tutto ciò in omaggio ad una tendenza storica di allargamento ad Est, che la Germania ha trapiantato anche nell’Ue (molto ansiosa di espandersi nell’est europeo).
La vicenda del Nord Stream è emblematica del disastro diplomatico tedesco. Oggi sappiamo che del sabotaggio del gasdotto, che ha tagliato il cordone ombelicale energetico tra Russia e Germania, è accusato un gruppo di ucraini, di cui la Germania è in teoria alleata. L’imbarazzo diplomatico di Berlino è sin troppo evidente, considerato il silenzio politico con cui la notizia è stata accolta.
Oggi che i pilastri esterni sono caduti, l’atterraggio sarà molto duro, come dimostra la vicenda della Francia. Parigi è alle prese con una annunciata stagione di austerità, che la porterà ad una recessione certa, mentre l’immaginario asse franco-tedesco è al suo punto più basso nel secondo dopoguerra. Il rapporto con la Francia è segnato dalle divergenze, nonostante gli incontri a base di sorrisi e strette di mano tra il cancelliere Friedrich Merz e il sempre meno gradito (dai francesi) Emmanuel Macron.
L’attuale governo sta ponendo un forte accento sugli investimenti a debito in armamenti, tanto da ripristinare la leva obbligatoria. Le maggiori spese per la difesa servono, nell’idea di Berlino, a riconquistare un ruolo militare di primo piano in Europa, più in competizione che in collaborazione con la Francia e gli altri Paesi. Questo sforzo non basterà a colmare la solitudine di Berlino, una potenza economica che ha scoperto di avere molti clienti e ben pochi amici.
Debito e aiuti di Stato per uscire dalla crisi. E l’Ue chiude gli occhi
Spendere. Dopo decenni di manica stretta, ora per Berlino è diventata una necessità, a tutti i costi. La parola d’ordine, a Berlino, da Schwarze null (zero netto) è diventata ausgeben, spendere.
Non è certo la prima volta che per salvare capra e cavoli Berlino rinnega ciò che ha fatto fino a cinque minuti prima. Dopo decenni di investimenti zero, ora Friedrich Merz vuole indebitarsi come se non ci fosse un domani, con l’obiettivo di ritornare ad essere una potenza militare. Annunciati centinaia di miliardi di euro di nuovo debito, tutti da investire. Il nuovo fondo sarà destinato per 400 miliardi nei prossimi 12 anni ad investimenti in infrastrutture, trasporti, sanità, digitale, energia, ricerca e istruzione. Altri 100 miliardi saranno destinati al fondo per il clima e la transizione, formula che nasconde una massiccia dose di sussidi alle imprese per abbassare i costi dell’energia.
A ciò si aggiunge una spesa stimata in 300 miliardi per la difesa, esente dai limiti costituzionali del freno al debito, voluto in Costituzione da Angela Merkel a suo tempo e ammorbidito la scorsa primavera dal Bundestag in scadenza. La Ue, sempre molto solerte quando si tratta di addolcire le regole per favorire Berlino, ha già steso il tappeto rosso agli aiuti di Stato, che in teoria i trattati europei vietano, modificando il cosiddetto quadro temporaneo. Nel frattempo, il nuovo Patto di stabilità è oggetto di critiche da Berlino, perché limiterebbe la capacità di indebitamento, e il Paese è in esercizio provvisorio fino alla approvazione della nuova manovra finanziaria.
Del resto, la casa (tedesca) brucia, e allora vale tutto. Doppia manovra del cancelliere Friedrich Merz, che prima ha convinto il vecchio Parlamento tedesco, a due giorni dalla sostituzione con il nuovo, a modificare la Costituzione, poi ha convinto Bruxelles a chiudere un occhio sugli aiuti di Stato. Nel frattempo, la coalizione con la Spd è ad alta tensione, perché Berlino si è accorta che mancano denari. Arrivano proposte per innalzare l’età pensionabile, alzare le tasse, tagliare il welfare state. Un film che in Italia abbiamo già visto.
Nel frattempo, le storiche ferrovie tedesche sono alla frutta. Nel primo semestre del 2025, il gruppo Deutsche Bahn – escludendo il provento straordinario derivante dalla vendita di DB Schenker – ha registrato una perdita netta di 760 milioni di euro. Il ministro dei Trasporti Patrick Schnieder (Cdu) ha silurato l’ad delle ferrovie, Richard Lutz, ma pare sia difficile trovare il sostituto. DB Cargo è in gravi difficoltà (2.600 esuberi) con un passivo di centinaia di milioni e se non si troverà una soluzione sarà smontata e venduta a pezzi l’anno prossimo. Il prestigioso «Stuttgard 21», un maxi-progetto di trasformazione dell’attuale capolinea di Stoccarda in una stazione passante sotterranea a 8 binari (con 4 nuove stazioni, 11 nuovi tunnel, 42 nuovi ponti e 100 km di nuove linee), ha sforato il budget: costerà 11,5 miliardi di euro anziché i preventivati 4,5 miliardi. La messa in servizio era prevista nel 2019 ma sarà pronta (forse) solo nel 2027. Un disastro.
Le infrastrutture carenti e la domanda fiacca sono conseguenza delle politiche di austerità, consacrate al totem del pareggio di bilancio e dell’indebitamento ridotto ai minimi termini (oggi al 64% del Pil). Gli investimenti zero e i risparmi sul costo del lavoro hanno depresso anche la produttività, stagnante da anni. Esiste una correlazione negativa tra la produttività e il tasso di occupazione part time. Infatti, a fine 2023 risultavano occupati in Germania 46 milioni di persone, ma con ben 12 milioni di lavoratori part time (il 26%).
La formazione netta reale di capitale fisso della Germania nel settore pubblico è stata in media solo dello 0,1% del Pil all’anno negli ultimi tre decenni. Praticamente, nulla. Per fare un paragone, gli Stati Uniti hanno investito in media l’1,3% del Pil, la Spagna l’1,2% del Pil, il gruppo di Paesi europei con rating tripla A come la Germania (Austria, Danimarca, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Svizzera) ha investito in media l’1% del Pil. Se gli investimenti fossero stati in linea con quelli delle economie con rating AAA, il governo tedesco avrebbe dovuto investire 300 miliardi di euro solo negli ultimi dieci anni, 30 miliardi l’anno.
Una cifra che oggi, in ritardo di trent’anni, Berlino cerca di far digerire a cittadini e partner europei, nella speranza di dare ossigeno ad un organismo in asfissia. Il ritardo tedesco è grave e gli artifici contabili non basteranno a colmarlo. Un sondaggio tra i tedeschi in questi giorni segnala che solo l’11% dei tedeschi ritiene che gli investimenti necessari in istruzione, infrastrutture, difesa e digitalizzazione debbano essere realizzati attraverso aumenti delle tasse, e il 16% attraverso nuovo debito. Il 65% chiede al governo federale di finanziare questi investimenti attraverso tagli in altre aree di bilancio. Ricetta sicura per una recessione.
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I quattro pilastri sui cui si fondava la politica estera tedesca sono venuti meno. Pechino da junior partner è diventata una rivale. L’Europa non offre più un mercato di sbocco. E il riarmo annunciato fa paura a Parigi.La parola d’ordine ora è «ausgeben»: spendere. Merz rinnega il pareggio di bilancio e annuncia investimenti per 800 miliardi.Lo speciale contiene due articoli.La Germania si guarda intorno e non trova più gli amici di un tempo. Per decenni ha costruito la sua forza sull’export, con un’economia che cresceva vendendo automobili, macchinari e chimica al resto del mondo. Mentre in casa stringeva la cinghia (come dimenticare il mantra della stagione di Angela Merkel: «Fare i compiti a casa»), fuori cercava sbocchi per la sua esuberante produzione industriale. È stato un modello che ha consentito qualche vantaggio di breve termine, ma che ora sta crollando su sé stesso. Non solo perché ora l’economia soffre, ma anche perché la politica estera tedesca degli ultimi trent’anni è stata rasa al suolo.Le linee di politica estera della Germania si basavano su quattro pilastri. Il primo era naturalmente l’Unione europea, mercato da aggredire e da disegnare a propria immagine e somiglianza. La moneta comune e le politiche di austerità erano gli strumenti di una politica verso i partner europei a base di sostanziali dumping (valutario, salariale, ambientale, energetico). Ora che il mercato interno è azzoppato dall’austerità, l’industria tedesca piange.Il secondo pilastro era la Russia. Fino al 2021 ben più di metà del gas importato dalla Germania arrivava da lì. Una dipendenza voluta e pensata come garanzia di competitività per guadagnare spazio sui mercati internazionali, con partecipazioni incrociate in iniziative dalla chimica all’energia, sino alle automobili. Ma poi, ecco la questione Ucraina. Con l’invasione, la Germania si è trovata sul tavolo il conto di una alleanza geopolitica che aveva suscitato le ire del potente alleato americano. Da alleata silenziosa della Russia, la Germania è diventata uno dei principali sponsor militari e finanziari di Kiev. Un voltafaccia che ha irritato i Paesi dell’Est europeo, prima per aver stabilito contatti diretti in un abbraccio stretto, poi per aver ribaltato le posizioni quando punta sul vivo dei propri interessi.La terza colonna della politica estera tedesca era Pechino. La Cina era il grande mercato che doveva fornire nuova benzina alla macchina industriale tedesca e al tempo stesso una enorme fabbrica a costi molto più bassi di quelli europei. Dalle prime fabbriche Volkswagen a Shanghai nel 1984 si è passati nel 2014 al partenariato strategico globale tra i due Paesi. Pochi hanno capito che è stata la Germania ad insegnare alla Cina l’idea del salto tecnologico. Il piano « Industrie 4.0» di Berlino, che risale al 2011, è stato lo spunto per il piano «Made in China 2025» di Pechino, che risale al 2015 ed è stato fortemente voluto da Xi Jinping. La Cina ha imparato a digitalizzare la manifattura, collegare macchine e sistemi, integrare dati e produzione, scalare le catene del valore, ed oggi è il rivale da battere per antonomasia.Infatti oggi i conti non tornano e nel 2024 il deficit commerciale tedesco con la Cina ha toccato i 66 miliardi di euro. La Cina esporta di tutto in Europa e mette in difficoltà le imprese tedesche, sia in Germania che altrove. Bruxelles ha reagito con i dazi, almeno sulle auto, mentre il governo di Berlino ha pubblicato una «China-Strategie» che parla di ridurre i rischi. Intanto, nei sondaggi della Camera di commercio tedesca in Cina, cresce il pessimismo. La lezione è, purtroppo per la Germania, molto semplice. Mentre il blocco politico-finanziario-industriale tedesco vedeva in Pechino uno junior partner e un mercato da conquistare, Pechino vedeva in Berlino un laboratorio da cui imparare. Per fagocitarlo.Il quarto pilastro della politica estera della Germania erano gli Stati Uniti. Washington resta la meta preferita dell’export tedesco: nel 2024 l’interscambio ha superato i 250 miliardi di euro. Ma sin dal Dieselgate gli Stati Uniti hanno reagito ai continuati surplus tedeschi, fino alla deflagrazione dei dazi imposti dal rieletto Donald Trump, che già al primo giro di Casa Bianca aveva aggrottato la fronte guardando a Berlino. Senza fare troppe distinzioni, Trump ha imposto un dazio generalizzato del 15% su gran parte delle merci europee, mentre sulle auto e sull’acciaio restano al 27,5% e al 50% rispettivamente.Già nel 1978 il cancelliere Helmut Schmidt, parlando con la Bundesbank, spiegava che per la Germania il legame con Washington non era una scelta ma una necessità: gli Stati Uniti garantivano sicurezza militare e stabilità economica. E aggiungeva che la Nato e la Comunità europea funzionavano come un «mantello» che proteggeva la Germania e la faceva accettare dagli altri, trasformando l’ex potenza aggressiva in un partner civile. Quell’equilibrio durava perché l’America tollerava l’attivo commerciale tedesco in cambio di fedeltà strategica. Ma quando Berlino si è voltata con maggiore decisione verso Est, gli Stati Uniti sono intervenuti. Meno surplus e più allineamento è ciò che oggi pretende Washington. Può non piacere, ma per molto tempo Berlino ha finto che i rapporti di forza non contassero nulla.In questo scenario pesa come un’incudine l’eredità di Angela Merkel. La cancelliera, rimasta in carica sedici anni, ha incarnato la continuità del modello tedesco che arrivava dall’impostazione degli anni Novanta. Fu soprattutto lei a spingere sull’Ostpolitik energetica, difendendo il Nord Stream 2 anche dopo l’annessione della Crimea nel 2014, quando altri mettevano in guardia sui rischi geopolitici di una eccessiva dipendenza da Mosca. E fu sempre sotto il suo governo che la simbiosi con la Cina si rafforzò, mentre in Europa la Germania si presentava come lo sponsor dell’allargamento selettivo dell’Unione e dell’accoglienza. Tutto ciò in omaggio ad una tendenza storica di allargamento ad Est, che la Germania ha trapiantato anche nell’Ue (molto ansiosa di espandersi nell’est europeo).La vicenda del Nord Stream è emblematica del disastro diplomatico tedesco. Oggi sappiamo che del sabotaggio del gasdotto, che ha tagliato il cordone ombelicale energetico tra Russia e Germania, è accusato un gruppo di ucraini, di cui la Germania è in teoria alleata. L’imbarazzo diplomatico di Berlino è sin troppo evidente, considerato il silenzio politico con cui la notizia è stata accolta.Oggi che i pilastri esterni sono caduti, l’atterraggio sarà molto duro, come dimostra la vicenda della Francia. Parigi è alle prese con una annunciata stagione di austerità, che la porterà ad una recessione certa, mentre l’immaginario asse franco-tedesco è al suo punto più basso nel secondo dopoguerra. Il rapporto con la Francia è segnato dalle divergenze, nonostante gli incontri a base di sorrisi e strette di mano tra il cancelliere Friedrich Merz e il sempre meno gradito (dai francesi) Emmanuel Macron.L’attuale governo sta ponendo un forte accento sugli investimenti a debito in armamenti, tanto da ripristinare la leva obbligatoria. Le maggiori spese per la difesa servono, nell’idea di Berlino, a riconquistare un ruolo militare di primo piano in Europa, più in competizione che in collaborazione con la Francia e gli altri Paesi. Questo sforzo non basterà a colmare la solitudine di Berlino, una potenza economica che ha scoperto di avere molti clienti e ben pochi amici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlino-perde-i-suoi-amici-2673969348.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="debito-e-aiuti-di-stato-per-uscire-dalla-crisi-e-lue-chiude-gli-occhi" data-post-id="2673969348" data-published-at="1757324247" data-use-pagination="False"> Debito e aiuti di Stato per uscire dalla crisi. E l’Ue chiude gli occhi Spendere. Dopo decenni di manica stretta, ora per Berlino è diventata una necessità, a tutti i costi. La parola d’ordine, a Berlino, da Schwarze null (zero netto) è diventata ausgeben, spendere.Non è certo la prima volta che per salvare capra e cavoli Berlino rinnega ciò che ha fatto fino a cinque minuti prima. Dopo decenni di investimenti zero, ora Friedrich Merz vuole indebitarsi come se non ci fosse un domani, con l’obiettivo di ritornare ad essere una potenza militare. Annunciati centinaia di miliardi di euro di nuovo debito, tutti da investire. Il nuovo fondo sarà destinato per 400 miliardi nei prossimi 12 anni ad investimenti in infrastrutture, trasporti, sanità, digitale, energia, ricerca e istruzione. Altri 100 miliardi saranno destinati al fondo per il clima e la transizione, formula che nasconde una massiccia dose di sussidi alle imprese per abbassare i costi dell’energia.A ciò si aggiunge una spesa stimata in 300 miliardi per la difesa, esente dai limiti costituzionali del freno al debito, voluto in Costituzione da Angela Merkel a suo tempo e ammorbidito la scorsa primavera dal Bundestag in scadenza. La Ue, sempre molto solerte quando si tratta di addolcire le regole per favorire Berlino, ha già steso il tappeto rosso agli aiuti di Stato, che in teoria i trattati europei vietano, modificando il cosiddetto quadro temporaneo. Nel frattempo, il nuovo Patto di stabilità è oggetto di critiche da Berlino, perché limiterebbe la capacità di indebitamento, e il Paese è in esercizio provvisorio fino alla approvazione della nuova manovra finanziaria.Del resto, la casa (tedesca) brucia, e allora vale tutto. Doppia manovra del cancelliere Friedrich Merz, che prima ha convinto il vecchio Parlamento tedesco, a due giorni dalla sostituzione con il nuovo, a modificare la Costituzione, poi ha convinto Bruxelles a chiudere un occhio sugli aiuti di Stato. Nel frattempo, la coalizione con la Spd è ad alta tensione, perché Berlino si è accorta che mancano denari. Arrivano proposte per innalzare l’età pensionabile, alzare le tasse, tagliare il welfare state. Un film che in Italia abbiamo già visto.Nel frattempo, le storiche ferrovie tedesche sono alla frutta. Nel primo semestre del 2025, il gruppo Deutsche Bahn – escludendo il provento straordinario derivante dalla vendita di DB Schenker – ha registrato una perdita netta di 760 milioni di euro. Il ministro dei Trasporti Patrick Schnieder (Cdu) ha silurato l’ad delle ferrovie, Richard Lutz, ma pare sia difficile trovare il sostituto. DB Cargo è in gravi difficoltà (2.600 esuberi) con un passivo di centinaia di milioni e se non si troverà una soluzione sarà smontata e venduta a pezzi l’anno prossimo. Il prestigioso «Stuttgard 21», un maxi-progetto di trasformazione dell’attuale capolinea di Stoccarda in una stazione passante sotterranea a 8 binari (con 4 nuove stazioni, 11 nuovi tunnel, 42 nuovi ponti e 100 km di nuove linee), ha sforato il budget: costerà 11,5 miliardi di euro anziché i preventivati 4,5 miliardi. La messa in servizio era prevista nel 2019 ma sarà pronta (forse) solo nel 2027. Un disastro.Le infrastrutture carenti e la domanda fiacca sono conseguenza delle politiche di austerità, consacrate al totem del pareggio di bilancio e dell’indebitamento ridotto ai minimi termini (oggi al 64% del Pil). Gli investimenti zero e i risparmi sul costo del lavoro hanno depresso anche la produttività, stagnante da anni. Esiste una correlazione negativa tra la produttività e il tasso di occupazione part time. Infatti, a fine 2023 risultavano occupati in Germania 46 milioni di persone, ma con ben 12 milioni di lavoratori part time (il 26%). La formazione netta reale di capitale fisso della Germania nel settore pubblico è stata in media solo dello 0,1% del Pil all’anno negli ultimi tre decenni. Praticamente, nulla. Per fare un paragone, gli Stati Uniti hanno investito in media l’1,3% del Pil, la Spagna l’1,2% del Pil, il gruppo di Paesi europei con rating tripla A come la Germania (Austria, Danimarca, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Svizzera) ha investito in media l’1% del Pil. Se gli investimenti fossero stati in linea con quelli delle economie con rating AAA, il governo tedesco avrebbe dovuto investire 300 miliardi di euro solo negli ultimi dieci anni, 30 miliardi l’anno.Una cifra che oggi, in ritardo di trent’anni, Berlino cerca di far digerire a cittadini e partner europei, nella speranza di dare ossigeno ad un organismo in asfissia. Il ritardo tedesco è grave e gli artifici contabili non basteranno a colmarlo. Un sondaggio tra i tedeschi in questi giorni segnala che solo l’11% dei tedeschi ritiene che gli investimenti necessari in istruzione, infrastrutture, difesa e digitalizzazione debbano essere realizzati attraverso aumenti delle tasse, e il 16% attraverso nuovo debito. Il 65% chiede al governo federale di finanziare questi investimenti attraverso tagli in altre aree di bilancio. Ricetta sicura per una recessione.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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Silvia Salis (Imagoeconomica)
A Genova esistono due sindaci. Entrambi vanno ai concerti indossando camicia di jeans e occhialoni. Entrambi hanno sempre la piega perfetta. Entrambi sono il punto di riferimento della sinistra che piace. Sono praticamente la stessa persona. Si fanno chiamare addirittura con lo stesso nome e cognome. Poi però, quando ci sono di mezzo gli alpini, sembrano due persone diverse. Diventano dottor Jekyll e Silvia Salis. Già perché - sfogliando il numero di aprile dell’Alpino, il giornale dell’Associazione nazionale delle penne nere - leggiamo: «L’Adunata è una grande manifestazione di portata nazionale, capace di richiamare migliaia di persone e di trasformare una città in un luogo di incontro e condivisione. Ed è anche il riconoscimento di una storia collettiva fatta di servizio, disciplina, solidarietà e profondo senso della comunità. Gli alpini rappresentano da sempre un patrimonio umano e morale del nostro Paese». Bene, bravo, bis. Proseguiamo la lettura, con il sindaco di Genova che ricorda come questo patrimonio umano e morale sia stato fondamentale «nelle prove più dure» della vita del nostro Paese. Anzi: la Salis si spinge oltre e afferma che quel senso del dovere e quel forte senso morale albergano ancora nel cuore delle penne nere di oggi. «È una presenza operosa e affidabile che merita rispetto e gratitudine». E ancora: «Accogliere l’Adunata significa per noi riconoscere e onorare una tradizione che richiama il senso del dovere, il legame con il Paese e la sua storia, e la responsabilità verso il bene comune». Infine un saluto, che sa di benvenuto: «Genova vi accoglie con amicizia e con la consapevolezza del valore che la vostra presenza porta con sé». Questo è il primo sindaco della città. Quello che prende la penna e che decide di scrivere all’Associazione nazionale alpini per elogiarla. C’è poi un altro sindaco che, invece, dice e soprattutto fa l’opposto. Proprio due giorni fa, la Salis, durante il consiglio comunale, è scesa in campo a favore di Non una di meno, confermando di fatto le accuse delle femministe: «Voglio dirvi che le vostre preoccupazioni non sono rimaste inascoltate. Nessuna donna, mai, dovrebbe sentirsi insicura a camminare per le strade della propria città. Le molestie, anche quelle verbali o travestite da “goliardia”, non sono folklore: sono violenza. Su questo, a Genova, la tolleranza è e sarà sempre pari a zero».
Ora, mettiamo per un attimo da parte le parole e guardiamo i numeri. Nel 2022, durante l’adunata degli Alpini a Rimini, Non una di meno raccolse oltre 500 segnalazione di molestie. A leggere le cronache di quei giorni sembrava quasi che, più che le penne nere, fossero arrivati in città dei giovani in piena tempesta ormonale, incapaci di gestire i propri appetiti. Palpeggiamenti, apprezzamenti non richiesti e volgarità di ogni tipo contro le passanti. Dopo mesi di polemiche e di accuse, però, venne fatta una sola denuncia, che fu peraltro archiviata. Molto rumore per nulla, quindi. Del resto, le adunate degli Alpini sono accompagnate da polemiche unicamente quando a scendere in campo sono Non una di meno o altre associazioni femministe, che trovano un’ottima sponda in gruppi come l’Unione sindacale di base, che ha addirittura messo a disposizione il proprio sportello per le lavoratrici che avranno a che fare con gli Alpini durante il raduno: «Non accetteremo che, dietro la retorica dell’evento e del turismo, si nascondano condizioni di lavoro degradanti e rischiose». Ora, se proprio dovessimo andare a cercare della retorica la troveremmo unicamente nel comunicato dell’Usb. Una retorica che sa tanto di vecchio, di lotta di classe (e di sessi), che francamente ha fatto il suo tempo.
In questa strana diarchia che governa Genova, dev’essere stato il sindaco più ostile agli Alpini ad aver approvato, attraverso ordinanze, la decisione di smantellare il piccolo campo che un gruppo di penne nere aveva allestito in via Cecchi, alla Foce. Tende, canti e bandiere, in pieno stile alpino. Che però sono durate molto poco. La polizia locale infatti, con incredibile solerzia, s’è presentata e ha sgombrato il tutto in un «ta-pum». Un po’ come solitamente non viene fatto per i campi rom o per i capannelli di spacciatori che girano tra i carruggi della città. Oppure per le tante bocca di rosa che aspettano i loro clienti affacciate alle porte della loro casa nella città vecchia.
Chissà se uno dei due sindaci ha mai preso in considerazione l’idea di fare un po’ di ordine in città. Almeno per occupare il tempo tra un concerto e l’altro.
Ha collaborato Enzo Blessent
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Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali province di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
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