True
2023-12-31
Ratzinger frenava la deriva a sinistra. Ora Bergoglio irrita pure la «claque»
Papa Francesco (Getty Images)
Per la Chiesa, questo è stato un annus horribilis. La morte di Benedetto XVI, il 31 dicembre 2022, ha scoperchiato un vaso di pandora, spingendo i progressisti a imprimere un’accelerazione all’agenda caldeggiata dal Papa regnante, ormai liberato da un «doppio» ingombrante. Ma il 2023 non si sta concludendo con il trionfo dei riformisti, il soggiogamento dei bigotti e il plauso entusiasta dei fedeli. Anzi: persino la stampa chic, abituata a incensare Jorge Mario Bergoglio, dopo l’azzardo della Fiducia Supplicans, paradossalmente inizia a voltargli le spalle. Forse Benedetto XVI era davvero quel «potere frenante» che rallenta il dilagare del caos. Non solo mentre era sul soglio e distillava antidoti al relativismo e al nichilismo, alcuni dei quali raccolti nella pagina accanto, pescati tra le omelie per i Te Deum pronunciate durante il Pontificato. Anche mentre appariva fragile, esile, emarginato, o addirittura un sorvegliato speciale, l’emerito aveva conservato la lucidità del pensiero e la capacità di bilanciare silenzi e parole. In questo modo, ogni intervento in difesa del magistero risuonava per peso e autorevolezza.
Alla sua dipartita, in parecchi hanno pensato a un tappo che saltava. Da quel momento, le fratture nello scafo della «barca di Pietro» si sono allargate. Vi ha contribuito, invero, l’amarezza di chi aveva amato Joseph Ratzinger, come il suo segretario personale, padre Georg Gänswein: a pochi giorni dalla scomparsa del teologo tedesco, egli diede alle stampe un memoriale che aveva il sapore di una resa dei conti con Jorge Mario Bergoglio. Intanto, i progressisti si preparavano a una lunga serie di sbandate a sinistra: la sbrigativa risposta ai dubia sulla comunione ai divorziati risposati; l’uscita della Laudate Deum, l’esortazione apostolica ecologista; l’investimento retorico di Francesco nella fallimentare Cop28; il semaforo verde per i transgender padrini e madrine di battesimo; la decisione di togliere al cardinale Raymond Leo Burke casa e stipendio, alla faccia degli inviti ai prelati a esprimersi in libertà. L’ultimo atto del conflitto vaticano - la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio che autorizza la benedizione delle coppie irregolari e omosessuali - ha però irritato i altresì rappresentanti del clero vicini, o per lo meno non ostili, al Pontefice. E allora, il temuto se non stuzzicato scisma dei conservatori sta diventando meno probabile: l’episcopato delle «periferie», elette da Bergoglio a luogo evangelico privilegiato, si è compattato sulle istanze della tradizione. I pastori attenti al loro gregge e intellettualmente onesti non possono digerire la bizzarra logica del prefetto della Fede, il quale stravolge la forma garantendo che la sostanza rimarrà intatta.
Il Papa fa pieno affidamento sul cardinale Víctor Manuel Fernández, che ha messo al vertice del Dicastero. Tant’è che ha firmato il testo da lui vergato senza nemmeno leggerlo. Ma stavolta, Tucho si è spinto troppo in là. Sia per il modus operandi, visto che ha esautorato la Feria Quarta dalla stesura di Fiducia Supplicans; sia per la rivoluzione che il porporato ha tentato di innescare, contraddicendo senza cautele il Responsum di due anni fa, licenziato dal suo predecessore, tramite un espediente zoppicante. Giurare, cioè, che l’alterazione della prassi non pregiudica l’insegnamento plurisecolare della Chiesa.
È un cortocircuito che ieri ha colto, in un severo editoriale sulla Stampa, Marcello Sorgi, abbandonano l’abituale penna felpata. Il giornalista ha virgolettato le perplessità di un anonimo porporato sulla questione delle benedizioni: «Se si tratta semplicemente dei gay, questo era già consentito e non si vede la novità. Ma se parliamo delle coppie gay, occorrerebbe spiegare come si fa a benedire persone che per la dottrina si rendono responsabili di un peccato mortale come la sodomia. E poi, qual è la liturgia? E se non c’è liturgia, che benedizione è?». Sorgi ha sollevato inoltre un tema politico: «Non c’è bisogno della chiarezza dottrinaria di Benedetto […] per capire che la benedizione agli omosessuali introdotta nella stagione delle purghe e dei processi per i responsabili di abusi all’interno della Chiesa può favorire qualche contraddizione». Insomma, è diventato difficile credere a misericordia e sinodalità, giacché il potere viene accentrato ed esercitato in modo arbitrario, talora vendicativo.
Per il Pontefice, convinto che a criticarlo sia solo «la stampa di estrema destra», le due pagine del quotidiano torinese dedicate a Ratzinger e niente affatto benevole nei confronti dell’argentino, dovrebbero rappresentare un segnale allarmante. I giornali progressisti, che lo celebravano da un decennio per le coraggiose «aperture» (ai migranti, alle donne, agli omosessuali, ai trans...), stanno mugugnando. E non per la timidezza delle riforme, per l’inconcludenza dei discorsi di rottura che stentano a tradursi in atti di governo. Alla sbarra c’è un’audacia disordinata che rischia di rivelarsi controproducente.
Non sarà sfuggito un dettaglio agli osservatori acuti: La Stampa, che ha ospitato l’intemerata di Sorgi, è il quotidiano da cui proviene Andrea Tornielli, adesso direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione. Per la serie: dagli amici mi guardi Dio, ché dai nemici mi guardo io.
«Il malcontento ormai è trasversale e riapre i giochi per il conclave»
La Dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede, Fiducia supplicans, che apre alla benedizione delle coppie irregolari, incluse quelle omosessuali, ha suscitato fra il clero reazioni che oltrepassano la dicotomia conservatori-progressisti: a criticare il documento, giudicandolo confuso, nocivo e contrario alla dottrina e annunciando che non lo applicheranno, sono infatti stati molti vescovi e cardinali - in gran parte africani, ma anche d’Oriente e del Sudamerica - che mai avevano espresso apertamente perplessità verso l’operato del Papa. Allo storico Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto e direttore della rivista Radici Cristiane, abbiamo chiesto come leggere questa levata di scudi che viene da quelle «periferie» così care a Francesco.
«La protesta contro Fiducia supplicans è qualcosa di inedito nella storia della Chiesa. Nel 1968 la ribellione di alcuni vescovi centroeuropei contro l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI, che condannava la contraccezione, fu di proporzioni minori ed era rivolta contro un Papa che ribadiva il magistero della Chiesa. Qui, al contrario, è il Papa che è stato accusato, in maniera esplicita o velata, da un impressionante numero di vescovi e conferenze episcopali di tutto il mondo, di allontanarsi dall’ortodossia della fede cattolica. Se qualcuno poteva credere che il dissenso contro papa Francesco derivasse da una “cospirazione” di vescovi americani, oggi è smentito dai fatti. La critica più forte e più numerosa è stata espressa da quelle “periferie”, a cominciare dal continente africano, che tanto spesso papa Francesco ha invocato come portatrici di autentici valori religiosi e umani, mentre la filosofia del documento è stata fatta propria da alcune conferenze episcopali, come quelle del Belgio, della Germania e della Svizzera, che rappresentano gli episcopati più mondanizzati dell’Occidente. La larga maggioranza dei vescovi e dei cardinali o non si è manifestata o, quando l’ha fatto, ha suggerito di interpretare Fiducia supplicans su una linea di coerenza, e non di discontinuità, con il Catechismo della Chiesa cattolica».
Questa situazione inedita avrà secondo lei ripercussioni sul prossimo conclave?
«Per la prima volta viene alla luce l’ampiezza di uno schieramento antibergogliano, che comprende cardinali nominati dallo stesso papa Francesco, come l’arcivescovo di Kinshasa, Fridolin Ambongo, presidente delle Conferenze episcopali africane, e quello di Montevideo, Daniel Ferdinand Sturla. Entrambi saranno cardinali elettori nel prossimo conclave in cui un centro magmatico e oscillante sarà costretto a scegliere tra le due minoranze contrapposte: da una parte il polo fedele all’insegnamento della Chiesa, dall’altra il polo fedele al nuovo paradigma. Lo scontro si svolgerà in una situazione di sede vacante, quando Francesco sarà già uscito di scena, i media taceranno e ogni elettore si troverà solo di fronte a Dio e alla propria coscienza. Quanto basta per far pensare che il prossimo conclave sarà contrastato e non breve. Con Fiducia supplicans il Papa, al di là delle sue intenzioni, ha dato inizio al pre conclave. I giorni delle festività saranno di tregua, poi la battaglia si riaccenderà».
Non si può non notare che la contestazione nei confronti di Fiducia supplicans è avvenuta proprio in quell’ottica sinodale promossa dal Pontefice.
«Fino ad oggi si è preteso di seguire la via dell’eterodossia in nome della sinodalità. Che cosa accade quando una voce sinodale forte come quella dell’Africa chiede di rimanere fedeli alla legge del Vangelo? Mi sembra che il viaggio sinodale dei vescovi tedeschi si stia arenando in Africa».
A fronte della presa di posizione, in un senso o nell’altro, di molte conferenze episcopali, spicca il silenzio della Cei, che non si è ancora espressa con un documento ufficiale. Secondo lei perché?
«Perché la Conferenza episcopale italiana è la più vicina a Roma ed è sempre stata la più sensibile alle direttive che dal centro romano promanano. Ciò l’ha resa più fedele nei tempi di fedeltà, ma oggi rischia di farla cadere nel caos, soprattutto quando i vescovi italiani capiranno che la carta vincente forse non si trova dove essi pensavano».
Continua a leggereRiduci
La morte del teologo tedesco ha spinto i progressisti ad accelerare le riforme. Ma con le benedizioni alle coppie gay si son spinti troppo in là: Francesco riceve critiche dal clero delle «periferie» e persino dalla stampa amica. Lo storico Roberto De Mattei : «Il voto dei cardinali nominati dal Papa non è più scontato. L’Africa gli ha ritorto contro la sinodalità». Lo speciale contiene due articoli.Per la Chiesa, questo è stato un annus horribilis. La morte di Benedetto XVI, il 31 dicembre 2022, ha scoperchiato un vaso di pandora, spingendo i progressisti a imprimere un’accelerazione all’agenda caldeggiata dal Papa regnante, ormai liberato da un «doppio» ingombrante. Ma il 2023 non si sta concludendo con il trionfo dei riformisti, il soggiogamento dei bigotti e il plauso entusiasta dei fedeli. Anzi: persino la stampa chic, abituata a incensare Jorge Mario Bergoglio, dopo l’azzardo della Fiducia Supplicans, paradossalmente inizia a voltargli le spalle. Forse Benedetto XVI era davvero quel «potere frenante» che rallenta il dilagare del caos. Non solo mentre era sul soglio e distillava antidoti al relativismo e al nichilismo, alcuni dei quali raccolti nella pagina accanto, pescati tra le omelie per i Te Deum pronunciate durante il Pontificato. Anche mentre appariva fragile, esile, emarginato, o addirittura un sorvegliato speciale, l’emerito aveva conservato la lucidità del pensiero e la capacità di bilanciare silenzi e parole. In questo modo, ogni intervento in difesa del magistero risuonava per peso e autorevolezza.Alla sua dipartita, in parecchi hanno pensato a un tappo che saltava. Da quel momento, le fratture nello scafo della «barca di Pietro» si sono allargate. Vi ha contribuito, invero, l’amarezza di chi aveva amato Joseph Ratzinger, come il suo segretario personale, padre Georg Gänswein: a pochi giorni dalla scomparsa del teologo tedesco, egli diede alle stampe un memoriale che aveva il sapore di una resa dei conti con Jorge Mario Bergoglio. Intanto, i progressisti si preparavano a una lunga serie di sbandate a sinistra: la sbrigativa risposta ai dubia sulla comunione ai divorziati risposati; l’uscita della Laudate Deum, l’esortazione apostolica ecologista; l’investimento retorico di Francesco nella fallimentare Cop28; il semaforo verde per i transgender padrini e madrine di battesimo; la decisione di togliere al cardinale Raymond Leo Burke casa e stipendio, alla faccia degli inviti ai prelati a esprimersi in libertà. L’ultimo atto del conflitto vaticano - la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio che autorizza la benedizione delle coppie irregolari e omosessuali - ha però irritato i altresì rappresentanti del clero vicini, o per lo meno non ostili, al Pontefice. E allora, il temuto se non stuzzicato scisma dei conservatori sta diventando meno probabile: l’episcopato delle «periferie», elette da Bergoglio a luogo evangelico privilegiato, si è compattato sulle istanze della tradizione. I pastori attenti al loro gregge e intellettualmente onesti non possono digerire la bizzarra logica del prefetto della Fede, il quale stravolge la forma garantendo che la sostanza rimarrà intatta.Il Papa fa pieno affidamento sul cardinale Víctor Manuel Fernández, che ha messo al vertice del Dicastero. Tant’è che ha firmato il testo da lui vergato senza nemmeno leggerlo. Ma stavolta, Tucho si è spinto troppo in là. Sia per il modus operandi, visto che ha esautorato la Feria Quarta dalla stesura di Fiducia Supplicans; sia per la rivoluzione che il porporato ha tentato di innescare, contraddicendo senza cautele il Responsum di due anni fa, licenziato dal suo predecessore, tramite un espediente zoppicante. Giurare, cioè, che l’alterazione della prassi non pregiudica l’insegnamento plurisecolare della Chiesa.È un cortocircuito che ieri ha colto, in un severo editoriale sulla Stampa, Marcello Sorgi, abbandonano l’abituale penna felpata. Il giornalista ha virgolettato le perplessità di un anonimo porporato sulla questione delle benedizioni: «Se si tratta semplicemente dei gay, questo era già consentito e non si vede la novità. Ma se parliamo delle coppie gay, occorrerebbe spiegare come si fa a benedire persone che per la dottrina si rendono responsabili di un peccato mortale come la sodomia. E poi, qual è la liturgia? E se non c’è liturgia, che benedizione è?». Sorgi ha sollevato inoltre un tema politico: «Non c’è bisogno della chiarezza dottrinaria di Benedetto […] per capire che la benedizione agli omosessuali introdotta nella stagione delle purghe e dei processi per i responsabili di abusi all’interno della Chiesa può favorire qualche contraddizione». Insomma, è diventato difficile credere a misericordia e sinodalità, giacché il potere viene accentrato ed esercitato in modo arbitrario, talora vendicativo. Per il Pontefice, convinto che a criticarlo sia solo «la stampa di estrema destra», le due pagine del quotidiano torinese dedicate a Ratzinger e niente affatto benevole nei confronti dell’argentino, dovrebbero rappresentare un segnale allarmante. I giornali progressisti, che lo celebravano da un decennio per le coraggiose «aperture» (ai migranti, alle donne, agli omosessuali, ai trans...), stanno mugugnando. E non per la timidezza delle riforme, per l’inconcludenza dei discorsi di rottura che stentano a tradursi in atti di governo. Alla sbarra c’è un’audacia disordinata che rischia di rivelarsi controproducente.Non sarà sfuggito un dettaglio agli osservatori acuti: La Stampa, che ha ospitato l’intemerata di Sorgi, è il quotidiano da cui proviene Andrea Tornielli, adesso direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione. Per la serie: dagli amici mi guardi Dio, ché dai nemici mi guardo io. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bergoglio-irrita-pure-la-claque-2666839789.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-malcontento-ormai-e-trasversale-e-riapre-i-giochi-per-il-conclave" data-post-id="2666839789" data-published-at="1704044449" data-use-pagination="False"> «Il malcontento ormai è trasversale e riapre i giochi per il conclave» La Dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede, Fiducia supplicans, che apre alla benedizione delle coppie irregolari, incluse quelle omosessuali, ha suscitato fra il clero reazioni che oltrepassano la dicotomia conservatori-progressisti: a criticare il documento, giudicandolo confuso, nocivo e contrario alla dottrina e annunciando che non lo applicheranno, sono infatti stati molti vescovi e cardinali - in gran parte africani, ma anche d’Oriente e del Sudamerica - che mai avevano espresso apertamente perplessità verso l’operato del Papa. Allo storico Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto e direttore della rivista Radici Cristiane, abbiamo chiesto come leggere questa levata di scudi che viene da quelle «periferie» così care a Francesco.«La protesta contro Fiducia supplicans è qualcosa di inedito nella storia della Chiesa. Nel 1968 la ribellione di alcuni vescovi centroeuropei contro l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI, che condannava la contraccezione, fu di proporzioni minori ed era rivolta contro un Papa che ribadiva il magistero della Chiesa. Qui, al contrario, è il Papa che è stato accusato, in maniera esplicita o velata, da un impressionante numero di vescovi e conferenze episcopali di tutto il mondo, di allontanarsi dall’ortodossia della fede cattolica. Se qualcuno poteva credere che il dissenso contro papa Francesco derivasse da una “cospirazione” di vescovi americani, oggi è smentito dai fatti. La critica più forte e più numerosa è stata espressa da quelle “periferie”, a cominciare dal continente africano, che tanto spesso papa Francesco ha invocato come portatrici di autentici valori religiosi e umani, mentre la filosofia del documento è stata fatta propria da alcune conferenze episcopali, come quelle del Belgio, della Germania e della Svizzera, che rappresentano gli episcopati più mondanizzati dell’Occidente. La larga maggioranza dei vescovi e dei cardinali o non si è manifestata o, quando l’ha fatto, ha suggerito di interpretare Fiducia supplicans su una linea di coerenza, e non di discontinuità, con il Catechismo della Chiesa cattolica».Questa situazione inedita avrà secondo lei ripercussioni sul prossimo conclave?«Per la prima volta viene alla luce l’ampiezza di uno schieramento antibergogliano, che comprende cardinali nominati dallo stesso papa Francesco, come l’arcivescovo di Kinshasa, Fridolin Ambongo, presidente delle Conferenze episcopali africane, e quello di Montevideo, Daniel Ferdinand Sturla. Entrambi saranno cardinali elettori nel prossimo conclave in cui un centro magmatico e oscillante sarà costretto a scegliere tra le due minoranze contrapposte: da una parte il polo fedele all’insegnamento della Chiesa, dall’altra il polo fedele al nuovo paradigma. Lo scontro si svolgerà in una situazione di sede vacante, quando Francesco sarà già uscito di scena, i media taceranno e ogni elettore si troverà solo di fronte a Dio e alla propria coscienza. Quanto basta per far pensare che il prossimo conclave sarà contrastato e non breve. Con Fiducia supplicans il Papa, al di là delle sue intenzioni, ha dato inizio al pre conclave. I giorni delle festività saranno di tregua, poi la battaglia si riaccenderà».Non si può non notare che la contestazione nei confronti di Fiducia supplicans è avvenuta proprio in quell’ottica sinodale promossa dal Pontefice. «Fino ad oggi si è preteso di seguire la via dell’eterodossia in nome della sinodalità. Che cosa accade quando una voce sinodale forte come quella dell’Africa chiede di rimanere fedeli alla legge del Vangelo? Mi sembra che il viaggio sinodale dei vescovi tedeschi si stia arenando in Africa».A fronte della presa di posizione, in un senso o nell’altro, di molte conferenze episcopali, spicca il silenzio della Cei, che non si è ancora espressa con un documento ufficiale. Secondo lei perché?«Perché la Conferenza episcopale italiana è la più vicina a Roma ed è sempre stata la più sensibile alle direttive che dal centro romano promanano. Ciò l’ha resa più fedele nei tempi di fedeltà, ma oggi rischia di farla cadere nel caos, soprattutto quando i vescovi italiani capiranno che la carta vincente forse non si trova dove essi pensavano».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 febbraio con Carlo Cambi
La portaerei statunitense USS Gerald R. Ford (Ansa)
La decisione, confermata da funzionari americani, segna un passaggio significativo nella postura strategica di Washington, che dopo mesi di attenzione rivolta all’emisfero occidentale torna a concentrare uomini e mezzi nel teatro mediorientale. Il gruppo d’attacco della Ford, dopo aver operato nei Caraibi e nel Mediterraneo, si sta dirigendo verso il Golfo dove si unirà alla USS Abraham Lincoln e ad altre unità già presenti nell’area. Si tratta di una concentrazione navale che non può essere letta come una semplice rotazione operativa. La Ford non è una portaerei qualsiasi: rappresenta il vertice tecnologico della potenza aeronavale americana, capace di sostenere un ritmo di operazioni aeree più intenso rispetto alle generazioni precedenti. Con i suoi caccia e velivoli da sorveglianza, offre ai comandanti sul campo una capacità immediata di attacco e di controllo dello spazio aereo. Il dispiegamento avviene mentre il presidente Donald Trump aumenta la pressione diplomatica sull’Iran affinché accetti concessioni sul proprio programma nucleare. Un primo round di colloqui si è svolto la scorsa settimana, ma il clima resta teso. Trump ha ribadito di essere disponibile a un accordo, ma ha anche avvertito che le conseguenze di un mancato compromesso sarebbero «molto gravi». È la classica strategia del bastone e della carota: dialogo aperto, ma con una dimostrazione di forza tangibile alle spalle. La scelta di inviare la Ford ha anche un significato politico interno al sistema militare americano. In autunno, quando la nave era stata spostata nei Caraibi per supportare operazioni legate ai sequestri di petroliere e alla pressione sul Venezuela, per la prima volta in decenni non vi era alcuna portaerei assegnata stabilmente né al Comando Centrale né al Comando Europeo. Ora la priorità torna chiaramente il Medio Oriente. È un segnale rivolto tanto a Teheran quanto agli alleati regionali, in particolare Israele e le monarchie del Golfo.
Ma un’eventuale operazione militare contro l’Iran aprirebbe scenari estremamente complessi e rischiosi. Teheran non è un attore isolato né privo di strumenti di risposta. Oltre alle proprie capacità missilistiche e navali, dispone di una rete di alleati e milizie in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Un attacco diretto contro il territorio iraniano potrebbe innescare una reazione su più fronti, trasformando un’operazione circoscritta in una crisi regionale estesa. Le basi americane nel Golfo diventerebbero obiettivi potenziali, così come le infrastrutture energetiche dei Paesi alleati di Washington. Uno dei punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Anche senza una chiusura formale, basterebbero attacchi mirati o operazioni di disturbo per provocare un’impennata immediata dei prezzi energetici, con ripercussioni sui mercati globali e sull’inflazione. In un contesto economico già fragile, un’escalation nel Golfo avrebbe effetti ben oltre la regione. C’è poi il rischio di una radicalizzazione ulteriore del programma nucleare iraniano. Un intervento militare potrebbe convincere la leadership di Teheran che l’unica garanzia di sopravvivenza sia accelerare verso una soglia nucleare pienamente operativa. Paradossalmente, un’azione pensata per impedire il consolidamento delle capacità atomiche iraniane potrebbe rafforzarne la determinazione.
Sul piano geopolitico, un conflitto aperto offrirebbe a Russia e Cina l’opportunità di consolidare ulteriormente il proprio asse con l’Iran in funzione anti-occidentale. Mosca potrebbe fornire supporto tecnico o intelligence, mentre Pechino, principale acquirente del greggio iraniano, avrebbe tutto l’interesse a evitare un crollo del regime che destabilizzi le rotte energetiche. Il confronto rischierebbe così di assumere una dimensione sistemica, andando oltre il dossier nucleare. Infine, c’è la questione dei costi e della durata. L’Iran è un Paese vasto, con una popolazione numerosa e una struttura militare articolata. Anche un’operazione limitata contro siti nucleari o infrastrutture strategiche non garantirebbe risultati definitivi. Il rischio di un coinvolgimento prolungato, con attacchi di ritorsione e una spirale di escalation, è concreto. Gli Stati Uniti si troverebbero di fronte alla prospettiva di un nuovo fronte aperto in una regione già segnata da conflitti irrisolti.
Il dispiegamento della USS Gerald R. Ford non equivale automaticamente a una decisione di guerra, ma rappresenta un messaggio inequivocabile. Washington vuole mantenere la credibilità della deterrenza mentre negozia. Resta però da capire se la dimostrazione di forza contribuirà a sbloccare il dialogo o se, al contrario, spingerà le parti verso un punto di non ritorno. In Medio Oriente, la linea che separa la pressione strategica dall’escalation militare è spesso più sottile di quanto appaia.
Continua a leggereRiduci
Nicola Gratteri (Ansa)
Una affermazione che non poteva non suscitare pesanti reazioni, in primis dal Csm: ieri il consigliere laico Enrico Aini ha annunciato che «sarà proposta l’apertura di una pratica presso il Comitato di presidenza del Csm. L’iniziativa è finalizzata a verificare se le affermazioni pubbliche rese possano rilevare nel procedimento di valutazione di professionalità del magistrato, con particolare riferimento al requisito dell’equilibrio, essenziale nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e nella tutela del prestigio dell’ordine giudiziario. Contestualmente, sarà interessato il procuratore generale presso la Corte di cassazione per valutare l’eventuale sussistenza di profili disciplinari». Reazioni stizzite (eufemismo) anche da parte dei sostenitori del Sì: «Lo denuncio», è il laconico commento del vicepremier Matteo Salvini. «Sono sconcertato», ha attaccato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, «mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera». «Gravissime le parole del procuratore Gratteri (che ha fatto registrare sui social un sentiment negativo nell’87,9% delle interazioni, ndr)», commenta il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, «indegne da parte di chi dovrebbe rappresentare la magistratura». «Sono una persona perbene», scrive sui social il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere. E voterò convintamente Sì al referendum sulla riforma della giustizia. Le parole del procuratore Nicola Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia che offende milioni di italiani». «Sul referendum», argomenta il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ho sempre auspicato un dibattito sereno, un confronto civile tra le diverse posizioni. Rimango pertanto basito dalla grave dichiarazione rilasciata dal Procuratore Nicola Gratteri. Offende milioni di cittadini che non voteranno come lui». «Caro Gratteri», protesta sui social il Comitato nazionale Sì riforma, «la invitiamo a chiedere scusa immediatamente ai milioni di italiani che voteranno Sì, compresi tutti i membri di questo comitato, tra i quali vi sono tanti magistrati suoi colleghi. Nessuno, lei compreso, è detentore della moralità e dell’etica pubblica. Questa presunzione di superiorità morale è francamente insopportabile». «E insomma: arrestateci tutti», sottolinea il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, di Forza Italia, «signor procuratore Gratteri, prepari milioni di pagine da riempire nel registro degli indagati dove saranno elencati i milioni di cittadini perbene che con il loro Sì approveranno la riforma costituzionale». «Sono davvero sconcertato», ha protestato il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «si tratta di affermazioni estremamente gravi, che infangano la Calabria e che gettano un’ombra ingiusta su un’intera comunità».
Intanto ieri il Pd si è distinto per una brutta figura. Sui social del partito è apparso un video con le immagini le immagini di Stefania Constantini e Amos Mosaner, impegnati nel doppio misto di curling ai Giochi olimpici, per promuovere la campagna per il No. Rimosso dopo le proteste dei due atleti, del Coni e Federazione italiana sport del ghiaccio.
Continua a leggereRiduci