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2023-12-31
Ratzinger frenava la deriva a sinistra. Ora Bergoglio irrita pure la «claque»
Papa Francesco (Getty Images)
Per la Chiesa, questo è stato un annus horribilis. La morte di Benedetto XVI, il 31 dicembre 2022, ha scoperchiato un vaso di pandora, spingendo i progressisti a imprimere un’accelerazione all’agenda caldeggiata dal Papa regnante, ormai liberato da un «doppio» ingombrante. Ma il 2023 non si sta concludendo con il trionfo dei riformisti, il soggiogamento dei bigotti e il plauso entusiasta dei fedeli. Anzi: persino la stampa chic, abituata a incensare Jorge Mario Bergoglio, dopo l’azzardo della Fiducia Supplicans, paradossalmente inizia a voltargli le spalle. Forse Benedetto XVI era davvero quel «potere frenante» che rallenta il dilagare del caos. Non solo mentre era sul soglio e distillava antidoti al relativismo e al nichilismo, alcuni dei quali raccolti nella pagina accanto, pescati tra le omelie per i Te Deum pronunciate durante il Pontificato. Anche mentre appariva fragile, esile, emarginato, o addirittura un sorvegliato speciale, l’emerito aveva conservato la lucidità del pensiero e la capacità di bilanciare silenzi e parole. In questo modo, ogni intervento in difesa del magistero risuonava per peso e autorevolezza.
Alla sua dipartita, in parecchi hanno pensato a un tappo che saltava. Da quel momento, le fratture nello scafo della «barca di Pietro» si sono allargate. Vi ha contribuito, invero, l’amarezza di chi aveva amato Joseph Ratzinger, come il suo segretario personale, padre Georg Gänswein: a pochi giorni dalla scomparsa del teologo tedesco, egli diede alle stampe un memoriale che aveva il sapore di una resa dei conti con Jorge Mario Bergoglio. Intanto, i progressisti si preparavano a una lunga serie di sbandate a sinistra: la sbrigativa risposta ai dubia sulla comunione ai divorziati risposati; l’uscita della Laudate Deum, l’esortazione apostolica ecologista; l’investimento retorico di Francesco nella fallimentare Cop28; il semaforo verde per i transgender padrini e madrine di battesimo; la decisione di togliere al cardinale Raymond Leo Burke casa e stipendio, alla faccia degli inviti ai prelati a esprimersi in libertà. L’ultimo atto del conflitto vaticano - la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio che autorizza la benedizione delle coppie irregolari e omosessuali - ha però irritato i altresì rappresentanti del clero vicini, o per lo meno non ostili, al Pontefice. E allora, il temuto se non stuzzicato scisma dei conservatori sta diventando meno probabile: l’episcopato delle «periferie», elette da Bergoglio a luogo evangelico privilegiato, si è compattato sulle istanze della tradizione. I pastori attenti al loro gregge e intellettualmente onesti non possono digerire la bizzarra logica del prefetto della Fede, il quale stravolge la forma garantendo che la sostanza rimarrà intatta.
Il Papa fa pieno affidamento sul cardinale Víctor Manuel Fernández, che ha messo al vertice del Dicastero. Tant’è che ha firmato il testo da lui vergato senza nemmeno leggerlo. Ma stavolta, Tucho si è spinto troppo in là. Sia per il modus operandi, visto che ha esautorato la Feria Quarta dalla stesura di Fiducia Supplicans; sia per la rivoluzione che il porporato ha tentato di innescare, contraddicendo senza cautele il Responsum di due anni fa, licenziato dal suo predecessore, tramite un espediente zoppicante. Giurare, cioè, che l’alterazione della prassi non pregiudica l’insegnamento plurisecolare della Chiesa.
È un cortocircuito che ieri ha colto, in un severo editoriale sulla Stampa, Marcello Sorgi, abbandonano l’abituale penna felpata. Il giornalista ha virgolettato le perplessità di un anonimo porporato sulla questione delle benedizioni: «Se si tratta semplicemente dei gay, questo era già consentito e non si vede la novità. Ma se parliamo delle coppie gay, occorrerebbe spiegare come si fa a benedire persone che per la dottrina si rendono responsabili di un peccato mortale come la sodomia. E poi, qual è la liturgia? E se non c’è liturgia, che benedizione è?». Sorgi ha sollevato inoltre un tema politico: «Non c’è bisogno della chiarezza dottrinaria di Benedetto […] per capire che la benedizione agli omosessuali introdotta nella stagione delle purghe e dei processi per i responsabili di abusi all’interno della Chiesa può favorire qualche contraddizione». Insomma, è diventato difficile credere a misericordia e sinodalità, giacché il potere viene accentrato ed esercitato in modo arbitrario, talora vendicativo.
Per il Pontefice, convinto che a criticarlo sia solo «la stampa di estrema destra», le due pagine del quotidiano torinese dedicate a Ratzinger e niente affatto benevole nei confronti dell’argentino, dovrebbero rappresentare un segnale allarmante. I giornali progressisti, che lo celebravano da un decennio per le coraggiose «aperture» (ai migranti, alle donne, agli omosessuali, ai trans...), stanno mugugnando. E non per la timidezza delle riforme, per l’inconcludenza dei discorsi di rottura che stentano a tradursi in atti di governo. Alla sbarra c’è un’audacia disordinata che rischia di rivelarsi controproducente.
Non sarà sfuggito un dettaglio agli osservatori acuti: La Stampa, che ha ospitato l’intemerata di Sorgi, è il quotidiano da cui proviene Andrea Tornielli, adesso direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione. Per la serie: dagli amici mi guardi Dio, ché dai nemici mi guardo io.
«Il malcontento ormai è trasversale e riapre i giochi per il conclave»
La Dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede, Fiducia supplicans, che apre alla benedizione delle coppie irregolari, incluse quelle omosessuali, ha suscitato fra il clero reazioni che oltrepassano la dicotomia conservatori-progressisti: a criticare il documento, giudicandolo confuso, nocivo e contrario alla dottrina e annunciando che non lo applicheranno, sono infatti stati molti vescovi e cardinali - in gran parte africani, ma anche d’Oriente e del Sudamerica - che mai avevano espresso apertamente perplessità verso l’operato del Papa. Allo storico Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto e direttore della rivista Radici Cristiane, abbiamo chiesto come leggere questa levata di scudi che viene da quelle «periferie» così care a Francesco.
«La protesta contro Fiducia supplicans è qualcosa di inedito nella storia della Chiesa. Nel 1968 la ribellione di alcuni vescovi centroeuropei contro l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI, che condannava la contraccezione, fu di proporzioni minori ed era rivolta contro un Papa che ribadiva il magistero della Chiesa. Qui, al contrario, è il Papa che è stato accusato, in maniera esplicita o velata, da un impressionante numero di vescovi e conferenze episcopali di tutto il mondo, di allontanarsi dall’ortodossia della fede cattolica. Se qualcuno poteva credere che il dissenso contro papa Francesco derivasse da una “cospirazione” di vescovi americani, oggi è smentito dai fatti. La critica più forte e più numerosa è stata espressa da quelle “periferie”, a cominciare dal continente africano, che tanto spesso papa Francesco ha invocato come portatrici di autentici valori religiosi e umani, mentre la filosofia del documento è stata fatta propria da alcune conferenze episcopali, come quelle del Belgio, della Germania e della Svizzera, che rappresentano gli episcopati più mondanizzati dell’Occidente. La larga maggioranza dei vescovi e dei cardinali o non si è manifestata o, quando l’ha fatto, ha suggerito di interpretare Fiducia supplicans su una linea di coerenza, e non di discontinuità, con il Catechismo della Chiesa cattolica».
Questa situazione inedita avrà secondo lei ripercussioni sul prossimo conclave?
«Per la prima volta viene alla luce l’ampiezza di uno schieramento antibergogliano, che comprende cardinali nominati dallo stesso papa Francesco, come l’arcivescovo di Kinshasa, Fridolin Ambongo, presidente delle Conferenze episcopali africane, e quello di Montevideo, Daniel Ferdinand Sturla. Entrambi saranno cardinali elettori nel prossimo conclave in cui un centro magmatico e oscillante sarà costretto a scegliere tra le due minoranze contrapposte: da una parte il polo fedele all’insegnamento della Chiesa, dall’altra il polo fedele al nuovo paradigma. Lo scontro si svolgerà in una situazione di sede vacante, quando Francesco sarà già uscito di scena, i media taceranno e ogni elettore si troverà solo di fronte a Dio e alla propria coscienza. Quanto basta per far pensare che il prossimo conclave sarà contrastato e non breve. Con Fiducia supplicans il Papa, al di là delle sue intenzioni, ha dato inizio al pre conclave. I giorni delle festività saranno di tregua, poi la battaglia si riaccenderà».
Non si può non notare che la contestazione nei confronti di Fiducia supplicans è avvenuta proprio in quell’ottica sinodale promossa dal Pontefice.
«Fino ad oggi si è preteso di seguire la via dell’eterodossia in nome della sinodalità. Che cosa accade quando una voce sinodale forte come quella dell’Africa chiede di rimanere fedeli alla legge del Vangelo? Mi sembra che il viaggio sinodale dei vescovi tedeschi si stia arenando in Africa».
A fronte della presa di posizione, in un senso o nell’altro, di molte conferenze episcopali, spicca il silenzio della Cei, che non si è ancora espressa con un documento ufficiale. Secondo lei perché?
«Perché la Conferenza episcopale italiana è la più vicina a Roma ed è sempre stata la più sensibile alle direttive che dal centro romano promanano. Ciò l’ha resa più fedele nei tempi di fedeltà, ma oggi rischia di farla cadere nel caos, soprattutto quando i vescovi italiani capiranno che la carta vincente forse non si trova dove essi pensavano».
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La morte del teologo tedesco ha spinto i progressisti ad accelerare le riforme. Ma con le benedizioni alle coppie gay si son spinti troppo in là: Francesco riceve critiche dal clero delle «periferie» e persino dalla stampa amica. Lo storico Roberto De Mattei : «Il voto dei cardinali nominati dal Papa non è più scontato. L’Africa gli ha ritorto contro la sinodalità». Lo speciale contiene due articoli.Per la Chiesa, questo è stato un annus horribilis. La morte di Benedetto XVI, il 31 dicembre 2022, ha scoperchiato un vaso di pandora, spingendo i progressisti a imprimere un’accelerazione all’agenda caldeggiata dal Papa regnante, ormai liberato da un «doppio» ingombrante. Ma il 2023 non si sta concludendo con il trionfo dei riformisti, il soggiogamento dei bigotti e il plauso entusiasta dei fedeli. Anzi: persino la stampa chic, abituata a incensare Jorge Mario Bergoglio, dopo l’azzardo della Fiducia Supplicans, paradossalmente inizia a voltargli le spalle. Forse Benedetto XVI era davvero quel «potere frenante» che rallenta il dilagare del caos. Non solo mentre era sul soglio e distillava antidoti al relativismo e al nichilismo, alcuni dei quali raccolti nella pagina accanto, pescati tra le omelie per i Te Deum pronunciate durante il Pontificato. Anche mentre appariva fragile, esile, emarginato, o addirittura un sorvegliato speciale, l’emerito aveva conservato la lucidità del pensiero e la capacità di bilanciare silenzi e parole. In questo modo, ogni intervento in difesa del magistero risuonava per peso e autorevolezza.Alla sua dipartita, in parecchi hanno pensato a un tappo che saltava. Da quel momento, le fratture nello scafo della «barca di Pietro» si sono allargate. Vi ha contribuito, invero, l’amarezza di chi aveva amato Joseph Ratzinger, come il suo segretario personale, padre Georg Gänswein: a pochi giorni dalla scomparsa del teologo tedesco, egli diede alle stampe un memoriale che aveva il sapore di una resa dei conti con Jorge Mario Bergoglio. Intanto, i progressisti si preparavano a una lunga serie di sbandate a sinistra: la sbrigativa risposta ai dubia sulla comunione ai divorziati risposati; l’uscita della Laudate Deum, l’esortazione apostolica ecologista; l’investimento retorico di Francesco nella fallimentare Cop28; il semaforo verde per i transgender padrini e madrine di battesimo; la decisione di togliere al cardinale Raymond Leo Burke casa e stipendio, alla faccia degli inviti ai prelati a esprimersi in libertà. L’ultimo atto del conflitto vaticano - la Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio che autorizza la benedizione delle coppie irregolari e omosessuali - ha però irritato i altresì rappresentanti del clero vicini, o per lo meno non ostili, al Pontefice. E allora, il temuto se non stuzzicato scisma dei conservatori sta diventando meno probabile: l’episcopato delle «periferie», elette da Bergoglio a luogo evangelico privilegiato, si è compattato sulle istanze della tradizione. I pastori attenti al loro gregge e intellettualmente onesti non possono digerire la bizzarra logica del prefetto della Fede, il quale stravolge la forma garantendo che la sostanza rimarrà intatta.Il Papa fa pieno affidamento sul cardinale Víctor Manuel Fernández, che ha messo al vertice del Dicastero. Tant’è che ha firmato il testo da lui vergato senza nemmeno leggerlo. Ma stavolta, Tucho si è spinto troppo in là. Sia per il modus operandi, visto che ha esautorato la Feria Quarta dalla stesura di Fiducia Supplicans; sia per la rivoluzione che il porporato ha tentato di innescare, contraddicendo senza cautele il Responsum di due anni fa, licenziato dal suo predecessore, tramite un espediente zoppicante. Giurare, cioè, che l’alterazione della prassi non pregiudica l’insegnamento plurisecolare della Chiesa.È un cortocircuito che ieri ha colto, in un severo editoriale sulla Stampa, Marcello Sorgi, abbandonano l’abituale penna felpata. Il giornalista ha virgolettato le perplessità di un anonimo porporato sulla questione delle benedizioni: «Se si tratta semplicemente dei gay, questo era già consentito e non si vede la novità. Ma se parliamo delle coppie gay, occorrerebbe spiegare come si fa a benedire persone che per la dottrina si rendono responsabili di un peccato mortale come la sodomia. E poi, qual è la liturgia? E se non c’è liturgia, che benedizione è?». Sorgi ha sollevato inoltre un tema politico: «Non c’è bisogno della chiarezza dottrinaria di Benedetto […] per capire che la benedizione agli omosessuali introdotta nella stagione delle purghe e dei processi per i responsabili di abusi all’interno della Chiesa può favorire qualche contraddizione». Insomma, è diventato difficile credere a misericordia e sinodalità, giacché il potere viene accentrato ed esercitato in modo arbitrario, talora vendicativo. Per il Pontefice, convinto che a criticarlo sia solo «la stampa di estrema destra», le due pagine del quotidiano torinese dedicate a Ratzinger e niente affatto benevole nei confronti dell’argentino, dovrebbero rappresentare un segnale allarmante. I giornali progressisti, che lo celebravano da un decennio per le coraggiose «aperture» (ai migranti, alle donne, agli omosessuali, ai trans...), stanno mugugnando. E non per la timidezza delle riforme, per l’inconcludenza dei discorsi di rottura che stentano a tradursi in atti di governo. Alla sbarra c’è un’audacia disordinata che rischia di rivelarsi controproducente.Non sarà sfuggito un dettaglio agli osservatori acuti: La Stampa, che ha ospitato l’intemerata di Sorgi, è il quotidiano da cui proviene Andrea Tornielli, adesso direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione. Per la serie: dagli amici mi guardi Dio, ché dai nemici mi guardo io. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bergoglio-irrita-pure-la-claque-2666839789.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-malcontento-ormai-e-trasversale-e-riapre-i-giochi-per-il-conclave" data-post-id="2666839789" data-published-at="1704044449" data-use-pagination="False"> «Il malcontento ormai è trasversale e riapre i giochi per il conclave» La Dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede, Fiducia supplicans, che apre alla benedizione delle coppie irregolari, incluse quelle omosessuali, ha suscitato fra il clero reazioni che oltrepassano la dicotomia conservatori-progressisti: a criticare il documento, giudicandolo confuso, nocivo e contrario alla dottrina e annunciando che non lo applicheranno, sono infatti stati molti vescovi e cardinali - in gran parte africani, ma anche d’Oriente e del Sudamerica - che mai avevano espresso apertamente perplessità verso l’operato del Papa. Allo storico Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto e direttore della rivista Radici Cristiane, abbiamo chiesto come leggere questa levata di scudi che viene da quelle «periferie» così care a Francesco.«La protesta contro Fiducia supplicans è qualcosa di inedito nella storia della Chiesa. Nel 1968 la ribellione di alcuni vescovi centroeuropei contro l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI, che condannava la contraccezione, fu di proporzioni minori ed era rivolta contro un Papa che ribadiva il magistero della Chiesa. Qui, al contrario, è il Papa che è stato accusato, in maniera esplicita o velata, da un impressionante numero di vescovi e conferenze episcopali di tutto il mondo, di allontanarsi dall’ortodossia della fede cattolica. Se qualcuno poteva credere che il dissenso contro papa Francesco derivasse da una “cospirazione” di vescovi americani, oggi è smentito dai fatti. La critica più forte e più numerosa è stata espressa da quelle “periferie”, a cominciare dal continente africano, che tanto spesso papa Francesco ha invocato come portatrici di autentici valori religiosi e umani, mentre la filosofia del documento è stata fatta propria da alcune conferenze episcopali, come quelle del Belgio, della Germania e della Svizzera, che rappresentano gli episcopati più mondanizzati dell’Occidente. La larga maggioranza dei vescovi e dei cardinali o non si è manifestata o, quando l’ha fatto, ha suggerito di interpretare Fiducia supplicans su una linea di coerenza, e non di discontinuità, con il Catechismo della Chiesa cattolica».Questa situazione inedita avrà secondo lei ripercussioni sul prossimo conclave?«Per la prima volta viene alla luce l’ampiezza di uno schieramento antibergogliano, che comprende cardinali nominati dallo stesso papa Francesco, come l’arcivescovo di Kinshasa, Fridolin Ambongo, presidente delle Conferenze episcopali africane, e quello di Montevideo, Daniel Ferdinand Sturla. Entrambi saranno cardinali elettori nel prossimo conclave in cui un centro magmatico e oscillante sarà costretto a scegliere tra le due minoranze contrapposte: da una parte il polo fedele all’insegnamento della Chiesa, dall’altra il polo fedele al nuovo paradigma. Lo scontro si svolgerà in una situazione di sede vacante, quando Francesco sarà già uscito di scena, i media taceranno e ogni elettore si troverà solo di fronte a Dio e alla propria coscienza. Quanto basta per far pensare che il prossimo conclave sarà contrastato e non breve. Con Fiducia supplicans il Papa, al di là delle sue intenzioni, ha dato inizio al pre conclave. I giorni delle festività saranno di tregua, poi la battaglia si riaccenderà».Non si può non notare che la contestazione nei confronti di Fiducia supplicans è avvenuta proprio in quell’ottica sinodale promossa dal Pontefice. «Fino ad oggi si è preteso di seguire la via dell’eterodossia in nome della sinodalità. Che cosa accade quando una voce sinodale forte come quella dell’Africa chiede di rimanere fedeli alla legge del Vangelo? Mi sembra che il viaggio sinodale dei vescovi tedeschi si stia arenando in Africa».A fronte della presa di posizione, in un senso o nell’altro, di molte conferenze episcopali, spicca il silenzio della Cei, che non si è ancora espressa con un documento ufficiale. Secondo lei perché?«Perché la Conferenza episcopale italiana è la più vicina a Roma ed è sempre stata la più sensibile alle direttive che dal centro romano promanano. Ciò l’ha resa più fedele nei tempi di fedeltà, ma oggi rischia di farla cadere nel caos, soprattutto quando i vescovi italiani capiranno che la carta vincente forse non si trova dove essi pensavano».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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