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2019-10-09
Bankitalia a favore dell’aumento dell’Iva
Ansa
Alla fine la Banca d'Italia vuole farci credere che il rialzo dell'Iva sia giusto e dovuto. A farlo intendere, senza giri di parole, è il vicedirettore generale di Via Nazionale Luigi Federico Signorini in audizione al senato sulla Nadef, la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. Nella prospettiva di riduzione del debito appare «necessaria una riforma fiscale complessiva e organica, fondata su un'attenta analisi. Essa oggi non può consistere nell'abbattere tutte le imposte», ha detto Signorini.
Nella definizione dei provvedimenti da adottare nel quadro di una «riforma fiscale», ha aggiunto il vice dg, «sarà opportuno prendere in considerazione in modo complessivo gli strumenti disponibili, incluse le imposte indirette, orientando la scelta verso l'insieme di misure che meglio circoscrive l'impulso restrittivo sull'economia, le distorsioni dell'allocazione delle risorse e gli effetti distributivi indesiderati. La scelta di disattivare integralmente le clausole nel 2020 limita l'ammontare di risorse che possono essere dedicate alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro (0,15% del prodotto nel 2020, 0,3 nel 2021)», spiega sull'Iva il vice dg di Bankitalia.
In parole povere Signorini afferma senza mezzi termini che uno stop al rialzo dell'imposta sul valore aggiunto limiterebbe le risorse da destinare alla riduzione del cuneo fiscale, la differenza tra quanto un dipendente costa all'azienda e quanto lo stesso lavoratore incassa, di netto, in busta paga. La sensazione è che sia un «gatto che si morde la coda». Si tratterebbe quindi di ridurre le imposte sul lavoro (aumentando quindi il salario netto) per poi, però, aumentare l'Iva e sottrarre in men che non si dica la maggiorazione che si è ottenuta. Senza considerare l'ipotesi in cui l'aumento del netto dovuto alla riduzione del cuneo fiscale non finisca di fatto per essere minore del prelievo causato dall'aumento dell'Iva. In poche parole, lo Stato con una mano aggiunge (qualche centinaio di euro al mese, forse meno) e con l'altra toglie (aumentando il prezzo di molte merci). Insomma, all'interno dell'iter parlamentare della Nadef, Bankitalia pare proprio volerci far ingoiare un boccone amaro che non piace a molti.
Per la Corte dei conti, «il quadro che emerge si conferma quindi impegnativo. Nonostante la netta riduzione della spesa per interessi, a cui è dovuto il miglioramento dell'indebitamento tendenziale, i margini rimangono particolarmente stretti». Lo dimostra, dice la Corte, «già a partire dal 2020, il ricorso massiccio (oltre 7 miliardi), alle risorse che si intendono recuperare dalla lotta all'evasione e all'elusione fiscale».
Ieri, nell'ambito delle audizioni preliminari all'esame della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, ha parlato anche il presidente dell'ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro. L'ufficio parlamentare di bilancio, va detto, ha dato un via libera di massima per il quadro macroeconomico programmatico 2019-2020, mentre per il biennio 2021-22 ha sollevato «elementi di perplessità».
Secondo l'Upb, infatti, «gli obiettivi di deficit - nominale e strutturale - e di debito risultano ancora affidati alla presenza di non trascurabili clausole di salvaguardia su Iva e accise rendendo incerto lo scenario di breve medio termine. Se infatti, il più favorevole scenario tendenziale di finanza pubblica ha consentito (insieme al finanziamento in deficit) di disattivare, nel 2020, un valore delle clausole quasi doppio rispetto al 2019 (12,5 miliardi), resta verosimilmente ancora elevato il gettito derivante dalle clausole nel biennio 2021-22, anche a causa del livello iniziale pari a poco meno di 29 miliardi a partire dal 2021», ha evidenziato Giuseppe Pisauro. Quello che forse non ha convinto l'Upb è il fatto che la manovra prevista sia forse troppo audace (e onerosa), viste le condizioni in cui versa l'economia italiana.
Ieri, nel corso dell'audizione il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri ha detto che «siamo in presenza di una manovra che ha un'intonazione espansiva». Il ministro ieri ha reso noto che arriveranno finanziamenti e rinnovi per «l'efficienza energetica, il rinnovo del patrimonio edilizio e pubblico impiego, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, il rilancio degli investimenti, l'aumento delle risorse per istruzione e ricerca e per rafforzare il servizio sanitario».
Riguardo alle performance attese, ha evidenziato che «prevediamo una crescita del Pil reale nel 2020 pari allo 0,6% e quella del Pil nominale del 2%», aggiungendo che «questa è una stima che considero realistica e prudente».
Quanto all'aumento dell'Iva, Gualtieri ha detto che l'Iva aumenterà, forse non nel 2020, ma l'anno dopo. La Nadef disinnesca gli aumenti da 23,1 miliardi per il 2020, «ma questo», ha spiegato, «non esclude che si possano valutare rimodulazioni, puntando a rendere più equo ed efficace il meccanismo che ha visto la giustapposizione di aliquote diverse su diversi beni».
Un modo gentile per affermare che gli italiani devono prepararsi a metter mano al portafoglio.
Il bonus da 240 euro a figlio rischia di trasformarsi in un boomerang
Un intervento che punta a ripensare la struttura dei sostegni alla famiglia, con l'obiettivo di rilanciare consumi e domanda interna: è la possibilità, allo studio del governo, di introdurre un assegno unico per i figli minori. Il cosiddetto bonus figli, un contributo che dovrebbe arrivare fino a 240 euro al mese, dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età, è già stato definito una rivoluzione per le politiche familiari, ma non mancano le perplessità.
A cominciare, ovviamente, dalle coperture. L'introduzione dell'assegno unico prevederebbe, stando alle stime, costi aggiuntivi per circa 9 miliardi di euro, oltre all'accorpamento dei vari bonus e assegni familiari in vigore. Tra le ipotesi che circolavano nei giorni scorsi c'era quella di utilizzare la spesa per gli 80 euro, rimodulando la misura a vantaggio di chi ha figli: oggi il bonus riguarda infatti 6 milioni di lavoratori dipendenti con uno o più figli e 2,8 milioni senza prole. Ma, almeno per adesso, pare che gli 80 euro non verranno toccati: a precisarlo è stato il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. «È intenzione del governo», ha detto, «avviare una più generale riforma dell'Irpef, ma non si può fare nei pochi giorni che ci separano dalla manovra».
Dalla rimodulazione degli 80 euro - che con l'introduzione dell'assegno unico potrebbero spettare solo a chi non ha bambini, mentre per gli altri verrebbero riassorbiti nel bonus figli - secondo le stime potrebbero arrivare 3,2 miliardi di euro. Altri 2 miliardi giungerebbero dal reddito di cittadinanza, misura che verrebbe anch'essa ripensata in questa chiave: l'assegno unico per i minori andrebbe scalato. Infine, i 5 miliardi restanti si potrebbero, sempre secondo le ipotesi, ricavare da una modifica sostanziale di quota 100: l'anticipo pensionistico si trasformerebbe in una sorta di Ape sociale rafforzata, dedicata a particolari tipologie di lavoratori, liberando risorse ulteriori.
Ci si muove, appunto, nel campo delle ipotesi: certo è, però, che l'assegno per la famiglia rappresenterebbe un primo passo nella direzione di un intervento sul cuneo fiscale. Come ha sottolineato il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, la proposta prevede «la completa decontribuzione» dell'assegno unico: «Questo implica un vantaggio di riduzione del cuneo fiscale che si aggira intorno ai 4 miliardi - 3,7 per la precisione - ossia la quota sostenuta oggi dalla contribuzione dei datori di lavoro» che verrebbe coperta dallo Stato. Attualmente, invece, gli assegni familiari «sono sostenuti dalla contribuzione dei lavoratori e solo in parte - il 35% - dallo Stato». Nel 2018, ha aggiunto il presidente dell'Inps, gli assegni ai nuclei familiari «sono costati in totale 5,2 miliardi, cui 1,7 a carico dello Stato e 3,6 miliardi a carico delle aziende». Tridico ha poi posto l'accento su un'altra potenziale criticità, e cioè quella che riguarda i percettori del reddito di cittadinanza, sottolineando che «c'è un alto livello di sovrapposizione tra i due strumenti», di cui il legislatore deve tenere conto, poiché «risulta un numero, ancora non esattamente quantificabile ma importante, di percettori di reddito di cittadinanza che prendono anche gli assegni per nuclei familiari o altre prestazioni». E in generale, ha spiegato il presidente Inps, «l'idea del reddito di cittadinanza è che tutto fa reddito, quindi, a meno che non sia espressamente escluso, il conseguente beneficio che deriva dalla sovrapposizione sarà ridotto».
Il rischio, come paventato da diversi osservatori, è che l'assegno unico si riveli un boomerang, con le famiglie che, rinunciando alle detrazioni e ad altri benefici, potrebbero rimetterci. Come ha detto il responsabile politiche fiscali e finanza pubblica della Cgil, Christian Perniciano, secondo cui la proposta è «positiva», ma servono «alcune attenzioni per evitare che diventi uno strumento ingiusto e insufficiente». Il bonus figli, ha aggiunto Perniciano, «non deve ridurre il reddito disponibile di nessuna famiglia che percepisca già delle detrazioni e deve essere un importo che fornisca sostegno anche ai redditi medi».
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Il vicedirettore generale Luigi Federico Signorini: «Disinnescare completamente le clausole di salvaguardia limiterà le risorse per ridurre il cuneo fiscale». E il ministro Roberto Gualtieri getta un'ulteriore ombra sul futuro: «Possibile la rimodulazione delle aliquote anche nel 2020 e nel 2021».Possibili svantaggi con il taglio di detrazioni e altri aiuti, reddito di cittadinanza incluso.Lo speciale contiene due articoli.Alla fine la Banca d'Italia vuole farci credere che il rialzo dell'Iva sia giusto e dovuto. A farlo intendere, senza giri di parole, è il vicedirettore generale di Via Nazionale Luigi Federico Signorini in audizione al senato sulla Nadef, la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. Nella prospettiva di riduzione del debito appare «necessaria una riforma fiscale complessiva e organica, fondata su un'attenta analisi. Essa oggi non può consistere nell'abbattere tutte le imposte», ha detto Signorini.Nella definizione dei provvedimenti da adottare nel quadro di una «riforma fiscale», ha aggiunto il vice dg, «sarà opportuno prendere in considerazione in modo complessivo gli strumenti disponibili, incluse le imposte indirette, orientando la scelta verso l'insieme di misure che meglio circoscrive l'impulso restrittivo sull'economia, le distorsioni dell'allocazione delle risorse e gli effetti distributivi indesiderati. La scelta di disattivare integralmente le clausole nel 2020 limita l'ammontare di risorse che possono essere dedicate alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro (0,15% del prodotto nel 2020, 0,3 nel 2021)», spiega sull'Iva il vice dg di Bankitalia.In parole povere Signorini afferma senza mezzi termini che uno stop al rialzo dell'imposta sul valore aggiunto limiterebbe le risorse da destinare alla riduzione del cuneo fiscale, la differenza tra quanto un dipendente costa all'azienda e quanto lo stesso lavoratore incassa, di netto, in busta paga. La sensazione è che sia un «gatto che si morde la coda». Si tratterebbe quindi di ridurre le imposte sul lavoro (aumentando quindi il salario netto) per poi, però, aumentare l'Iva e sottrarre in men che non si dica la maggiorazione che si è ottenuta. Senza considerare l'ipotesi in cui l'aumento del netto dovuto alla riduzione del cuneo fiscale non finisca di fatto per essere minore del prelievo causato dall'aumento dell'Iva. In poche parole, lo Stato con una mano aggiunge (qualche centinaio di euro al mese, forse meno) e con l'altra toglie (aumentando il prezzo di molte merci). Insomma, all'interno dell'iter parlamentare della Nadef, Bankitalia pare proprio volerci far ingoiare un boccone amaro che non piace a molti.Per la Corte dei conti, «il quadro che emerge si conferma quindi impegnativo. Nonostante la netta riduzione della spesa per interessi, a cui è dovuto il miglioramento dell'indebitamento tendenziale, i margini rimangono particolarmente stretti». Lo dimostra, dice la Corte, «già a partire dal 2020, il ricorso massiccio (oltre 7 miliardi), alle risorse che si intendono recuperare dalla lotta all'evasione e all'elusione fiscale». Ieri, nell'ambito delle audizioni preliminari all'esame della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, ha parlato anche il presidente dell'ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro. L'ufficio parlamentare di bilancio, va detto, ha dato un via libera di massima per il quadro macroeconomico programmatico 2019-2020, mentre per il biennio 2021-22 ha sollevato «elementi di perplessità».Secondo l'Upb, infatti, «gli obiettivi di deficit - nominale e strutturale - e di debito risultano ancora affidati alla presenza di non trascurabili clausole di salvaguardia su Iva e accise rendendo incerto lo scenario di breve medio termine. Se infatti, il più favorevole scenario tendenziale di finanza pubblica ha consentito (insieme al finanziamento in deficit) di disattivare, nel 2020, un valore delle clausole quasi doppio rispetto al 2019 (12,5 miliardi), resta verosimilmente ancora elevato il gettito derivante dalle clausole nel biennio 2021-22, anche a causa del livello iniziale pari a poco meno di 29 miliardi a partire dal 2021», ha evidenziato Giuseppe Pisauro. Quello che forse non ha convinto l'Upb è il fatto che la manovra prevista sia forse troppo audace (e onerosa), viste le condizioni in cui versa l'economia italiana.Ieri, nel corso dell'audizione il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri ha detto che «siamo in presenza di una manovra che ha un'intonazione espansiva». Il ministro ieri ha reso noto che arriveranno finanziamenti e rinnovi per «l'efficienza energetica, il rinnovo del patrimonio edilizio e pubblico impiego, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, il rilancio degli investimenti, l'aumento delle risorse per istruzione e ricerca e per rafforzare il servizio sanitario». Riguardo alle performance attese, ha evidenziato che «prevediamo una crescita del Pil reale nel 2020 pari allo 0,6% e quella del Pil nominale del 2%», aggiungendo che «questa è una stima che considero realistica e prudente».Quanto all'aumento dell'Iva, Gualtieri ha detto che l'Iva aumenterà, forse non nel 2020, ma l'anno dopo. La Nadef disinnesca gli aumenti da 23,1 miliardi per il 2020, «ma questo», ha spiegato, «non esclude che si possano valutare rimodulazioni, puntando a rendere più equo ed efficace il meccanismo che ha visto la giustapposizione di aliquote diverse su diversi beni».Un modo gentile per affermare che gli italiani devono prepararsi a metter mano al portafoglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-a-favore-dellaumento-delliva-2640889128.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bonus-da-240-euro-a-figlio-rischia-di-trasformarsi-in-un-boomerang" data-post-id="2640889128" data-published-at="1769711654" data-use-pagination="False"> Il bonus da 240 euro a figlio rischia di trasformarsi in un boomerang Un intervento che punta a ripensare la struttura dei sostegni alla famiglia, con l'obiettivo di rilanciare consumi e domanda interna: è la possibilità, allo studio del governo, di introdurre un assegno unico per i figli minori. Il cosiddetto bonus figli, un contributo che dovrebbe arrivare fino a 240 euro al mese, dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età, è già stato definito una rivoluzione per le politiche familiari, ma non mancano le perplessità. A cominciare, ovviamente, dalle coperture. L'introduzione dell'assegno unico prevederebbe, stando alle stime, costi aggiuntivi per circa 9 miliardi di euro, oltre all'accorpamento dei vari bonus e assegni familiari in vigore. Tra le ipotesi che circolavano nei giorni scorsi c'era quella di utilizzare la spesa per gli 80 euro, rimodulando la misura a vantaggio di chi ha figli: oggi il bonus riguarda infatti 6 milioni di lavoratori dipendenti con uno o più figli e 2,8 milioni senza prole. Ma, almeno per adesso, pare che gli 80 euro non verranno toccati: a precisarlo è stato il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. «È intenzione del governo», ha detto, «avviare una più generale riforma dell'Irpef, ma non si può fare nei pochi giorni che ci separano dalla manovra». Dalla rimodulazione degli 80 euro - che con l'introduzione dell'assegno unico potrebbero spettare solo a chi non ha bambini, mentre per gli altri verrebbero riassorbiti nel bonus figli - secondo le stime potrebbero arrivare 3,2 miliardi di euro. Altri 2 miliardi giungerebbero dal reddito di cittadinanza, misura che verrebbe anch'essa ripensata in questa chiave: l'assegno unico per i minori andrebbe scalato. Infine, i 5 miliardi restanti si potrebbero, sempre secondo le ipotesi, ricavare da una modifica sostanziale di quota 100: l'anticipo pensionistico si trasformerebbe in una sorta di Ape sociale rafforzata, dedicata a particolari tipologie di lavoratori, liberando risorse ulteriori. Ci si muove, appunto, nel campo delle ipotesi: certo è, però, che l'assegno per la famiglia rappresenterebbe un primo passo nella direzione di un intervento sul cuneo fiscale. Come ha sottolineato il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, la proposta prevede «la completa decontribuzione» dell'assegno unico: «Questo implica un vantaggio di riduzione del cuneo fiscale che si aggira intorno ai 4 miliardi - 3,7 per la precisione - ossia la quota sostenuta oggi dalla contribuzione dei datori di lavoro» che verrebbe coperta dallo Stato. Attualmente, invece, gli assegni familiari «sono sostenuti dalla contribuzione dei lavoratori e solo in parte - il 35% - dallo Stato». Nel 2018, ha aggiunto il presidente dell'Inps, gli assegni ai nuclei familiari «sono costati in totale 5,2 miliardi, cui 1,7 a carico dello Stato e 3,6 miliardi a carico delle aziende». Tridico ha poi posto l'accento su un'altra potenziale criticità, e cioè quella che riguarda i percettori del reddito di cittadinanza, sottolineando che «c'è un alto livello di sovrapposizione tra i due strumenti», di cui il legislatore deve tenere conto, poiché «risulta un numero, ancora non esattamente quantificabile ma importante, di percettori di reddito di cittadinanza che prendono anche gli assegni per nuclei familiari o altre prestazioni». E in generale, ha spiegato il presidente Inps, «l'idea del reddito di cittadinanza è che tutto fa reddito, quindi, a meno che non sia espressamente escluso, il conseguente beneficio che deriva dalla sovrapposizione sarà ridotto». Il rischio, come paventato da diversi osservatori, è che l'assegno unico si riveli un boomerang, con le famiglie che, rinunciando alle detrazioni e ad altri benefici, potrebbero rimetterci. Come ha detto il responsabile politiche fiscali e finanza pubblica della Cgil, Christian Perniciano, secondo cui la proposta è «positiva», ma servono «alcune attenzioni per evitare che diventi uno strumento ingiusto e insufficiente». Il bonus figli, ha aggiunto Perniciano, «non deve ridurre il reddito disponibile di nessuna famiglia che percepisca già delle detrazioni e deve essere un importo che fornisca sostegno anche ai redditi medi».
Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti rivela un dettaglio inedito della escalation Usa-Iran.
Danni causati dal ciclone Harry sul lungomare di Catania (Ansa)
Può sembrare strano, considerata l’estensione delle nostre coste e che fenomeni del genere, quindi, andrebbero annoverati tra le calamità. Eppure, nella normativa c’è questo vuoto che espone le aziende al rischio di non aver nessun rimborso dalle assicurazioni, anche dopo essersi impegnate economicamente per tutelarsi da possibili disastri. È prevista la copertura contro le inondazioni ma non contro le mareggiate», spiega il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi.
Una dimenticanza nella preparazione della norma prevista dalla legge di Bilancio 2024? Eppure, il governo ha puntato sul meccanismo delle polizze catastrofali come strumento per evitare che il costo dei danni ricada prevalentemente sul bilancio pubblico, considerata la frequenza dei fenomeni naturali estremi nel nostro Paese. La norma, lo ricordiamo, prevede l’obbligo, per le imprese, di stipulare una polizza per i danni causati da sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Le aziende che non si assicurano contro eventi catastrofali perdono l’accesso a contributi pubblici, agevolazioni e incentivi fiscali. Quindi è una misura strategica che, però, «arrivata al primo banco di prova, rischia di fallire», afferma Gronchi.
Le scadenze per dotarsi di una polizza sono state scaglionate: 31 marzo 2025 per le imprese grandi con oltre 250 dipendenti, 30 settembre 2025 per le medie aziende (da 50 a 250 dipendenti), mentre per tutte le micro e piccole imprese l’obbligo era stato posticipato al 31 dicembre 2025. Il Milleproroghe ha poi spostato l’obbligo a fine marzo prossimo per alcune categorie come la ricezione e il turismo, cioè alberghi, bar e ristoranti. «Si può quindi creare la situazione paradossale che in un immobile danneggiato ci siano differenti trattamenti; magari c’è un negozio che è stato obbligato a sottoscrivere una polizza mentre un bar aveva il tempo per farlo fino a fine marzo. È una norma che ha svariate incertezze», afferma Gronchi, sottolineando che «molte imprese hanno difficoltà ad avere i preventivi dalle assicurazioni. Abbiamo un pezzo di imprese senza copertura assicurativa perché la scadenza della sottoscrizione è stata spostata in avanti, mentre altre che non riescono a capire se, pur avendo una polizza, saranno o meno coperte, dal momento che i danni sono da mareggiate e non da inondazioni».
Le problematiche non finiscono qui. Il presidente di Confesercenti evidenzia il rischio che «chi non ha polizza non possa avere accesso a eventuali aiuti pubblici. La normativa dice che, in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche o a tassi d’interesse più alti».
Confesercenti si è mossa per dare un aiuto alle aziende in difficoltà. «Abbiamo attivato un plafond complessivo di 2,5 milioni per prestiti agevolati destinati alle imprese siciliane, calabresi e sarde per gestire l’emergenza». L’intervento più strategico è nella lettera che Gronchi ha inviato al premier Giorgia Meloni, nella quale chiede di spostare al 30 giugno la scadenza dell’obbligo di sottoscrizione di una polizza. «Servirebbe a superare le incertezze. Abbiamo bisogno di tempo per far in modo che il meccanismo funzioni. L’Italia è territorio fragile e senza lo strumento delle polizze catastrofali, che affianchino l’intervento dello Stato, non si va da nessuna parte. In Sicilia ci sono oltre 1.000 imprese concentrate tra Messina e Catania colpite dal ciclone Harry, con danni per 750-800 milioni. Senza contare i danni al patrimonio pubblico».
Poi c’è il capitolo delicato degli stabilimenti balneari, le strutture più danneggiate. «Avendo le concessioni scadute e con l’incertezza dell’esito della direttiva Ue Bolkestein, sono penalizzate dalle banche perché il loro futuro è incerto e potrebbero avere difficoltà nell’accesso al credito».
In questo caos c’è anche il fronte delle assicurazioni. Al pressing del governo per spingerle a rimborsare le imprese danneggiate, l’Ania, richiamando la legge, sottolinea proprio quanto evidenziato dalla Confesercenti, ovvero che le mareggiate e i danni provocati dal vento restano fuori dalla lista degli eventi coperti dalle polizze. A meno che le imprese non abbiano sottoscritto polizze più ampie di quelle obbligatorie, includendo anche le mareggiate, non c’è possibilità di ricevere i rimborsi.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato Massimiliano Salini, eurodeputato di Forza Italia a seguito dell'evento «Come sbloccare il potenziale della difesa europea» al Parlamento europeo di Bruxelles.