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2019-10-09
Bankitalia a favore dell’aumento dell’Iva
Ansa
Alla fine la Banca d'Italia vuole farci credere che il rialzo dell'Iva sia giusto e dovuto. A farlo intendere, senza giri di parole, è il vicedirettore generale di Via Nazionale Luigi Federico Signorini in audizione al senato sulla Nadef, la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. Nella prospettiva di riduzione del debito appare «necessaria una riforma fiscale complessiva e organica, fondata su un'attenta analisi. Essa oggi non può consistere nell'abbattere tutte le imposte», ha detto Signorini.
Nella definizione dei provvedimenti da adottare nel quadro di una «riforma fiscale», ha aggiunto il vice dg, «sarà opportuno prendere in considerazione in modo complessivo gli strumenti disponibili, incluse le imposte indirette, orientando la scelta verso l'insieme di misure che meglio circoscrive l'impulso restrittivo sull'economia, le distorsioni dell'allocazione delle risorse e gli effetti distributivi indesiderati. La scelta di disattivare integralmente le clausole nel 2020 limita l'ammontare di risorse che possono essere dedicate alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro (0,15% del prodotto nel 2020, 0,3 nel 2021)», spiega sull'Iva il vice dg di Bankitalia.
In parole povere Signorini afferma senza mezzi termini che uno stop al rialzo dell'imposta sul valore aggiunto limiterebbe le risorse da destinare alla riduzione del cuneo fiscale, la differenza tra quanto un dipendente costa all'azienda e quanto lo stesso lavoratore incassa, di netto, in busta paga. La sensazione è che sia un «gatto che si morde la coda». Si tratterebbe quindi di ridurre le imposte sul lavoro (aumentando quindi il salario netto) per poi, però, aumentare l'Iva e sottrarre in men che non si dica la maggiorazione che si è ottenuta. Senza considerare l'ipotesi in cui l'aumento del netto dovuto alla riduzione del cuneo fiscale non finisca di fatto per essere minore del prelievo causato dall'aumento dell'Iva. In poche parole, lo Stato con una mano aggiunge (qualche centinaio di euro al mese, forse meno) e con l'altra toglie (aumentando il prezzo di molte merci). Insomma, all'interno dell'iter parlamentare della Nadef, Bankitalia pare proprio volerci far ingoiare un boccone amaro che non piace a molti.
Per la Corte dei conti, «il quadro che emerge si conferma quindi impegnativo. Nonostante la netta riduzione della spesa per interessi, a cui è dovuto il miglioramento dell'indebitamento tendenziale, i margini rimangono particolarmente stretti». Lo dimostra, dice la Corte, «già a partire dal 2020, il ricorso massiccio (oltre 7 miliardi), alle risorse che si intendono recuperare dalla lotta all'evasione e all'elusione fiscale».
Ieri, nell'ambito delle audizioni preliminari all'esame della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, ha parlato anche il presidente dell'ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro. L'ufficio parlamentare di bilancio, va detto, ha dato un via libera di massima per il quadro macroeconomico programmatico 2019-2020, mentre per il biennio 2021-22 ha sollevato «elementi di perplessità».
Secondo l'Upb, infatti, «gli obiettivi di deficit - nominale e strutturale - e di debito risultano ancora affidati alla presenza di non trascurabili clausole di salvaguardia su Iva e accise rendendo incerto lo scenario di breve medio termine. Se infatti, il più favorevole scenario tendenziale di finanza pubblica ha consentito (insieme al finanziamento in deficit) di disattivare, nel 2020, un valore delle clausole quasi doppio rispetto al 2019 (12,5 miliardi), resta verosimilmente ancora elevato il gettito derivante dalle clausole nel biennio 2021-22, anche a causa del livello iniziale pari a poco meno di 29 miliardi a partire dal 2021», ha evidenziato Giuseppe Pisauro. Quello che forse non ha convinto l'Upb è il fatto che la manovra prevista sia forse troppo audace (e onerosa), viste le condizioni in cui versa l'economia italiana.
Ieri, nel corso dell'audizione il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri ha detto che «siamo in presenza di una manovra che ha un'intonazione espansiva». Il ministro ieri ha reso noto che arriveranno finanziamenti e rinnovi per «l'efficienza energetica, il rinnovo del patrimonio edilizio e pubblico impiego, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, il rilancio degli investimenti, l'aumento delle risorse per istruzione e ricerca e per rafforzare il servizio sanitario».
Riguardo alle performance attese, ha evidenziato che «prevediamo una crescita del Pil reale nel 2020 pari allo 0,6% e quella del Pil nominale del 2%», aggiungendo che «questa è una stima che considero realistica e prudente».
Quanto all'aumento dell'Iva, Gualtieri ha detto che l'Iva aumenterà, forse non nel 2020, ma l'anno dopo. La Nadef disinnesca gli aumenti da 23,1 miliardi per il 2020, «ma questo», ha spiegato, «non esclude che si possano valutare rimodulazioni, puntando a rendere più equo ed efficace il meccanismo che ha visto la giustapposizione di aliquote diverse su diversi beni».
Un modo gentile per affermare che gli italiani devono prepararsi a metter mano al portafoglio.
Il bonus da 240 euro a figlio rischia di trasformarsi in un boomerang
Un intervento che punta a ripensare la struttura dei sostegni alla famiglia, con l'obiettivo di rilanciare consumi e domanda interna: è la possibilità, allo studio del governo, di introdurre un assegno unico per i figli minori. Il cosiddetto bonus figli, un contributo che dovrebbe arrivare fino a 240 euro al mese, dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età, è già stato definito una rivoluzione per le politiche familiari, ma non mancano le perplessità.
A cominciare, ovviamente, dalle coperture. L'introduzione dell'assegno unico prevederebbe, stando alle stime, costi aggiuntivi per circa 9 miliardi di euro, oltre all'accorpamento dei vari bonus e assegni familiari in vigore. Tra le ipotesi che circolavano nei giorni scorsi c'era quella di utilizzare la spesa per gli 80 euro, rimodulando la misura a vantaggio di chi ha figli: oggi il bonus riguarda infatti 6 milioni di lavoratori dipendenti con uno o più figli e 2,8 milioni senza prole. Ma, almeno per adesso, pare che gli 80 euro non verranno toccati: a precisarlo è stato il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. «È intenzione del governo», ha detto, «avviare una più generale riforma dell'Irpef, ma non si può fare nei pochi giorni che ci separano dalla manovra».
Dalla rimodulazione degli 80 euro - che con l'introduzione dell'assegno unico potrebbero spettare solo a chi non ha bambini, mentre per gli altri verrebbero riassorbiti nel bonus figli - secondo le stime potrebbero arrivare 3,2 miliardi di euro. Altri 2 miliardi giungerebbero dal reddito di cittadinanza, misura che verrebbe anch'essa ripensata in questa chiave: l'assegno unico per i minori andrebbe scalato. Infine, i 5 miliardi restanti si potrebbero, sempre secondo le ipotesi, ricavare da una modifica sostanziale di quota 100: l'anticipo pensionistico si trasformerebbe in una sorta di Ape sociale rafforzata, dedicata a particolari tipologie di lavoratori, liberando risorse ulteriori.
Ci si muove, appunto, nel campo delle ipotesi: certo è, però, che l'assegno per la famiglia rappresenterebbe un primo passo nella direzione di un intervento sul cuneo fiscale. Come ha sottolineato il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, la proposta prevede «la completa decontribuzione» dell'assegno unico: «Questo implica un vantaggio di riduzione del cuneo fiscale che si aggira intorno ai 4 miliardi - 3,7 per la precisione - ossia la quota sostenuta oggi dalla contribuzione dei datori di lavoro» che verrebbe coperta dallo Stato. Attualmente, invece, gli assegni familiari «sono sostenuti dalla contribuzione dei lavoratori e solo in parte - il 35% - dallo Stato». Nel 2018, ha aggiunto il presidente dell'Inps, gli assegni ai nuclei familiari «sono costati in totale 5,2 miliardi, cui 1,7 a carico dello Stato e 3,6 miliardi a carico delle aziende». Tridico ha poi posto l'accento su un'altra potenziale criticità, e cioè quella che riguarda i percettori del reddito di cittadinanza, sottolineando che «c'è un alto livello di sovrapposizione tra i due strumenti», di cui il legislatore deve tenere conto, poiché «risulta un numero, ancora non esattamente quantificabile ma importante, di percettori di reddito di cittadinanza che prendono anche gli assegni per nuclei familiari o altre prestazioni». E in generale, ha spiegato il presidente Inps, «l'idea del reddito di cittadinanza è che tutto fa reddito, quindi, a meno che non sia espressamente escluso, il conseguente beneficio che deriva dalla sovrapposizione sarà ridotto».
Il rischio, come paventato da diversi osservatori, è che l'assegno unico si riveli un boomerang, con le famiglie che, rinunciando alle detrazioni e ad altri benefici, potrebbero rimetterci. Come ha detto il responsabile politiche fiscali e finanza pubblica della Cgil, Christian Perniciano, secondo cui la proposta è «positiva», ma servono «alcune attenzioni per evitare che diventi uno strumento ingiusto e insufficiente». Il bonus figli, ha aggiunto Perniciano, «non deve ridurre il reddito disponibile di nessuna famiglia che percepisca già delle detrazioni e deve essere un importo che fornisca sostegno anche ai redditi medi».
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Il vicedirettore generale Luigi Federico Signorini: «Disinnescare completamente le clausole di salvaguardia limiterà le risorse per ridurre il cuneo fiscale». E il ministro Roberto Gualtieri getta un'ulteriore ombra sul futuro: «Possibile la rimodulazione delle aliquote anche nel 2020 e nel 2021».Possibili svantaggi con il taglio di detrazioni e altri aiuti, reddito di cittadinanza incluso.Lo speciale contiene due articoli.Alla fine la Banca d'Italia vuole farci credere che il rialzo dell'Iva sia giusto e dovuto. A farlo intendere, senza giri di parole, è il vicedirettore generale di Via Nazionale Luigi Federico Signorini in audizione al senato sulla Nadef, la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. Nella prospettiva di riduzione del debito appare «necessaria una riforma fiscale complessiva e organica, fondata su un'attenta analisi. Essa oggi non può consistere nell'abbattere tutte le imposte», ha detto Signorini.Nella definizione dei provvedimenti da adottare nel quadro di una «riforma fiscale», ha aggiunto il vice dg, «sarà opportuno prendere in considerazione in modo complessivo gli strumenti disponibili, incluse le imposte indirette, orientando la scelta verso l'insieme di misure che meglio circoscrive l'impulso restrittivo sull'economia, le distorsioni dell'allocazione delle risorse e gli effetti distributivi indesiderati. La scelta di disattivare integralmente le clausole nel 2020 limita l'ammontare di risorse che possono essere dedicate alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro (0,15% del prodotto nel 2020, 0,3 nel 2021)», spiega sull'Iva il vice dg di Bankitalia.In parole povere Signorini afferma senza mezzi termini che uno stop al rialzo dell'imposta sul valore aggiunto limiterebbe le risorse da destinare alla riduzione del cuneo fiscale, la differenza tra quanto un dipendente costa all'azienda e quanto lo stesso lavoratore incassa, di netto, in busta paga. La sensazione è che sia un «gatto che si morde la coda». Si tratterebbe quindi di ridurre le imposte sul lavoro (aumentando quindi il salario netto) per poi, però, aumentare l'Iva e sottrarre in men che non si dica la maggiorazione che si è ottenuta. Senza considerare l'ipotesi in cui l'aumento del netto dovuto alla riduzione del cuneo fiscale non finisca di fatto per essere minore del prelievo causato dall'aumento dell'Iva. In poche parole, lo Stato con una mano aggiunge (qualche centinaio di euro al mese, forse meno) e con l'altra toglie (aumentando il prezzo di molte merci). Insomma, all'interno dell'iter parlamentare della Nadef, Bankitalia pare proprio volerci far ingoiare un boccone amaro che non piace a molti.Per la Corte dei conti, «il quadro che emerge si conferma quindi impegnativo. Nonostante la netta riduzione della spesa per interessi, a cui è dovuto il miglioramento dell'indebitamento tendenziale, i margini rimangono particolarmente stretti». Lo dimostra, dice la Corte, «già a partire dal 2020, il ricorso massiccio (oltre 7 miliardi), alle risorse che si intendono recuperare dalla lotta all'evasione e all'elusione fiscale». Ieri, nell'ambito delle audizioni preliminari all'esame della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, ha parlato anche il presidente dell'ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro. L'ufficio parlamentare di bilancio, va detto, ha dato un via libera di massima per il quadro macroeconomico programmatico 2019-2020, mentre per il biennio 2021-22 ha sollevato «elementi di perplessità».Secondo l'Upb, infatti, «gli obiettivi di deficit - nominale e strutturale - e di debito risultano ancora affidati alla presenza di non trascurabili clausole di salvaguardia su Iva e accise rendendo incerto lo scenario di breve medio termine. Se infatti, il più favorevole scenario tendenziale di finanza pubblica ha consentito (insieme al finanziamento in deficit) di disattivare, nel 2020, un valore delle clausole quasi doppio rispetto al 2019 (12,5 miliardi), resta verosimilmente ancora elevato il gettito derivante dalle clausole nel biennio 2021-22, anche a causa del livello iniziale pari a poco meno di 29 miliardi a partire dal 2021», ha evidenziato Giuseppe Pisauro. Quello che forse non ha convinto l'Upb è il fatto che la manovra prevista sia forse troppo audace (e onerosa), viste le condizioni in cui versa l'economia italiana.Ieri, nel corso dell'audizione il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri ha detto che «siamo in presenza di una manovra che ha un'intonazione espansiva». Il ministro ieri ha reso noto che arriveranno finanziamenti e rinnovi per «l'efficienza energetica, il rinnovo del patrimonio edilizio e pubblico impiego, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, il rilancio degli investimenti, l'aumento delle risorse per istruzione e ricerca e per rafforzare il servizio sanitario». Riguardo alle performance attese, ha evidenziato che «prevediamo una crescita del Pil reale nel 2020 pari allo 0,6% e quella del Pil nominale del 2%», aggiungendo che «questa è una stima che considero realistica e prudente».Quanto all'aumento dell'Iva, Gualtieri ha detto che l'Iva aumenterà, forse non nel 2020, ma l'anno dopo. La Nadef disinnesca gli aumenti da 23,1 miliardi per il 2020, «ma questo», ha spiegato, «non esclude che si possano valutare rimodulazioni, puntando a rendere più equo ed efficace il meccanismo che ha visto la giustapposizione di aliquote diverse su diversi beni».Un modo gentile per affermare che gli italiani devono prepararsi a metter mano al portafoglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-a-favore-dellaumento-delliva-2640889128.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bonus-da-240-euro-a-figlio-rischia-di-trasformarsi-in-un-boomerang" data-post-id="2640889128" data-published-at="1781104671" data-use-pagination="False"> Il bonus da 240 euro a figlio rischia di trasformarsi in un boomerang Un intervento che punta a ripensare la struttura dei sostegni alla famiglia, con l'obiettivo di rilanciare consumi e domanda interna: è la possibilità, allo studio del governo, di introdurre un assegno unico per i figli minori. Il cosiddetto bonus figli, un contributo che dovrebbe arrivare fino a 240 euro al mese, dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età, è già stato definito una rivoluzione per le politiche familiari, ma non mancano le perplessità. A cominciare, ovviamente, dalle coperture. L'introduzione dell'assegno unico prevederebbe, stando alle stime, costi aggiuntivi per circa 9 miliardi di euro, oltre all'accorpamento dei vari bonus e assegni familiari in vigore. Tra le ipotesi che circolavano nei giorni scorsi c'era quella di utilizzare la spesa per gli 80 euro, rimodulando la misura a vantaggio di chi ha figli: oggi il bonus riguarda infatti 6 milioni di lavoratori dipendenti con uno o più figli e 2,8 milioni senza prole. Ma, almeno per adesso, pare che gli 80 euro non verranno toccati: a precisarlo è stato il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. «È intenzione del governo», ha detto, «avviare una più generale riforma dell'Irpef, ma non si può fare nei pochi giorni che ci separano dalla manovra». Dalla rimodulazione degli 80 euro - che con l'introduzione dell'assegno unico potrebbero spettare solo a chi non ha bambini, mentre per gli altri verrebbero riassorbiti nel bonus figli - secondo le stime potrebbero arrivare 3,2 miliardi di euro. Altri 2 miliardi giungerebbero dal reddito di cittadinanza, misura che verrebbe anch'essa ripensata in questa chiave: l'assegno unico per i minori andrebbe scalato. Infine, i 5 miliardi restanti si potrebbero, sempre secondo le ipotesi, ricavare da una modifica sostanziale di quota 100: l'anticipo pensionistico si trasformerebbe in una sorta di Ape sociale rafforzata, dedicata a particolari tipologie di lavoratori, liberando risorse ulteriori. Ci si muove, appunto, nel campo delle ipotesi: certo è, però, che l'assegno per la famiglia rappresenterebbe un primo passo nella direzione di un intervento sul cuneo fiscale. Come ha sottolineato il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, la proposta prevede «la completa decontribuzione» dell'assegno unico: «Questo implica un vantaggio di riduzione del cuneo fiscale che si aggira intorno ai 4 miliardi - 3,7 per la precisione - ossia la quota sostenuta oggi dalla contribuzione dei datori di lavoro» che verrebbe coperta dallo Stato. Attualmente, invece, gli assegni familiari «sono sostenuti dalla contribuzione dei lavoratori e solo in parte - il 35% - dallo Stato». Nel 2018, ha aggiunto il presidente dell'Inps, gli assegni ai nuclei familiari «sono costati in totale 5,2 miliardi, cui 1,7 a carico dello Stato e 3,6 miliardi a carico delle aziende». Tridico ha poi posto l'accento su un'altra potenziale criticità, e cioè quella che riguarda i percettori del reddito di cittadinanza, sottolineando che «c'è un alto livello di sovrapposizione tra i due strumenti», di cui il legislatore deve tenere conto, poiché «risulta un numero, ancora non esattamente quantificabile ma importante, di percettori di reddito di cittadinanza che prendono anche gli assegni per nuclei familiari o altre prestazioni». E in generale, ha spiegato il presidente Inps, «l'idea del reddito di cittadinanza è che tutto fa reddito, quindi, a meno che non sia espressamente escluso, il conseguente beneficio che deriva dalla sovrapposizione sarà ridotto». Il rischio, come paventato da diversi osservatori, è che l'assegno unico si riveli un boomerang, con le famiglie che, rinunciando alle detrazioni e ad altri benefici, potrebbero rimetterci. Come ha detto il responsabile politiche fiscali e finanza pubblica della Cgil, Christian Perniciano, secondo cui la proposta è «positiva», ma servono «alcune attenzioni per evitare che diventi uno strumento ingiusto e insufficiente». Il bonus figli, ha aggiunto Perniciano, «non deve ridurre il reddito disponibile di nessuna famiglia che percepisca già delle detrazioni e deve essere un importo che fornisca sostegno anche ai redditi medi».
Dalle primarie a Trump, dai casi Epstein-Gates al boom dell’IA, un Paese in campagna elettorale e attraversato da nuove fratture.
Marcello Dell'Utri (Imagoeconomica)
Dal decreto, ancora parzialmente coperto da omissis, emerge con chiarezza quella che appare la motivazione centrale della decisione: «Mancano elementi concreti su contatti o rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi». Si tratta della sesta archiviazione in circa 30 anni di indagini sul medesimo filone investigativo. Un dato che, al di là delle inevitabili letture politiche, impone alcune riflessioni.
La prima riguarda il funzionamento del sistema giudiziario. Al di là degli esiti referendari e delle contrapposizioni ideologiche, è difficile sostenere che la giustizia italiana possa considerarsi pienamente efficiente quando sono necessari tre decenni per giungere a una conclusione che potrebbe essere definitiva su una vicenda tanto delicata per la storia della Repubblica.
Accertare se un leader politico che ha guidato il Paese per quattro volte, restando a Palazzo Chigi per oltre nove anni complessivi, abbia avuto o meno rapporti con la criminalità mafiosa non può essere considerato un tema marginale. In uno Stato maturo, una questione di tale rilevanza dovrebbe trovare una risposta certa in tempi ragionevoli. Il fatto che ciò non sia avvenuto rappresenta di per sé un elemento di riflessione. Sei archiviazioni e 30 anni di indagini appaiono un periodo eccessivo, persino considerando che Berlusconi è stato uno degli uomini politici più indagati della storia italiana.
Vi è poi un ulteriore aspetto che merita attenzione. La possibilità di mantenere aperti filoni investigativi per decenni attraverso successivi sviluppi procedurali solleva interrogativi sul piano delle garanzie individuali. La continua riapertura delle indagini, il periodico riaffiorare di vecchie dichiarazioni accusatorie e di nuove presunte acquisizioni probatorie, spesso a distanza di molti anni dai fatti, rischiano di produrre un effetto permanente di sospensione del giudizio, alimentando nell’opinione pubblica anticipazioni di colpevolezza che possono rivelarsi infondate. È un’impressione che ho maturato anche sul piano personale. Nelle occasioni in cui ho avuto modo di incontrare e confrontarmi con Berlusconi negli ultimi anni della sua vita, non ho mai percepito, neppure lontanamente, l’immagine dell’uomo cui, nel tempo, sono state attribuite le accuse più gravi. Le nostre conversazioni iniziavano spesso con un misto di comprensibile amarezza per gli oltre 100 procedimenti giudiziari affrontati e di sincera stima verso quella parte della magistratura che, con professionalità, dedizione e talvolta sacrificio personale, svolge quotidianamente il proprio compito al servizio della giustizia.
Alla luce dell’ennesima archiviazione, caratterizzata da motivazioni particolarmente nette, quelle parole appaiono oggi ancora più autentiche. Restituiscono il senso della sofferenza di un uomo che si è sempre dichiarato estraneo ad accuse gravissime e che ha vissuto per decenni sotto il peso di sospetti mai tradotti in prove sufficienti. Da uomo delle istituzioni e da osservatore della vita pubblica, non posso non rilevare come questa vicenda lasci l’impressione di una giustizia arrivata troppo tardi: una giustizia che, per molti aspetti, ha dato una risposta definitiva soltanto dopo la morte del diretto interessato.
Al di là delle simpatie o delle antipatie che ciascuno può nutrire nei confronti dell’uomo o del politico, questa storia dovrebbe offrire un insegnamento più generale. È interesse di tutti rendere il sistema giudiziario italiano più efficiente, più rapido e più equilibrato. Un sistema nel quale possano susseguirsi per 30 anni indagini, intercettazioni, interrogatori e inevitabili esposizioni mediatiche non rappresenta un modello auspicabile per nessun cittadino. Personalmente, avevo auspicato che un percorso di riforma potesse prendere avvio attraverso la revisione costituzionale proposta negli ultimi anni. Ciò non è avvenuto. Resta però la necessità di proseguire lungo la strada delle riforme, nella prospettiva di un processo capace di fornire risposte autorevoli in tempi ragionevoli.
Perché la credibilità della giustizia non è una questione che riguarda soltanto i tribunali. È uno dei pilastri della democrazia e della lotta alla criminalità organizzata.
Viene spontaneo chiedersi quanti autentici mafiosi abbiano potuto prosperare mentre energie investigative venivano impiegate nel tentativo di dimostrare una presunta contiguità mafiosa che, dopo decenni di accertamenti, non ha trovato conferma. E viene altrettanto spontaneo interrogarsi su quale percezione possano maturare i cittadini davanti a vicende processuali di durata così straordinaria. Come esce da tutto questo il sistema giustizia nel suo complesso? Se si vuole individuare un elemento positivo, esso risiede forse nella chiusura di una delle pagine più controverse della storia repubblicana recente. Una pagina che, almeno sul piano giudiziario, sembra mettere la parola fine alle insinuazioni relative ai presunti rapporti tra un ex premier e la criminalità mafiosa. Resta tuttavia un interrogativo che non può essere ignorato: dopo sei archiviazioni, questa vicenda può dirsi davvero conclusa oppure esiste il rischio che nuovi sviluppi investigativi la riportino ancora una volta al centro del dibattito pubblico e giudiziario? È proprio questa incertezza, protratta per decenni, a rappresentare uno degli aspetti più problematici dell’intera vicenda.
Resta ora una sfida importante per la magistratura: recuperare pienamente autorevolezza e credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, anche alla luce delle difficoltà e delle polemiche che hanno interessato il settore negli ultimi anni. Solo attraverso una collaborazione leale tra tutte le istituzioni sarà possibile costruire una giustizia più giusta, più rapida e più credibile. Una giustizia all’altezza delle aspettative dei cittadini e delle esigenze di uno Stato democratico.
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Paolo Zangrillo (Imagoeconomica)
«Ma mi lasci dire che se siamo riusciti a chiudere tutti i rinnovi 2022-2024 della Pa e abbiamo iniziato già con la tornata successiva, quella 2025-27, il merito è anche dell’atteggiamento del governo che ha mantenuto quanto promesso alle controparti. Ha avuto credibilità e questa credibilità è stata premiata. Anche la Cgil ha condiviso la bontà di questo percorso».
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo è reduce dall’ennesima intesa chiusa in tempi record. Sul tavolo il nuovo contratto (2025-2027) per circa 200.000 dipendenti di ministeri e agenzie fiscali. In soldoni, un incremento medio di 162 euro mensili lordi che vanno ad aggiungersi agli aumenti ricevuti non molti mesi fa per la tornata 2022-2024. Complessivamente, nelle due tornate, le retribuzioni sono lievitate di oltre il 12%, solo per la parte tabellare. Ma non c’è solo l’aspetto economico. Perché, per certi versi, l’aspetto normativo, dalla regolamentazione dell’IA all’ipotesi di un tavolo salva-inflazione, rappresenta la vera novità.
Ministro, mi lasci mettere un po’ di veleno. Vero che Landini ieri ha firmato, ma fosse stato per lui, che ha boicottato l’intesa precedente, il nuovo tavolo per il rinnovo degli statali non ci sarebbe stato.
«Guardi, io le posso dire che in questa tornata contrattuale l’atteggiamento della Cgil è stato costruttivo. Infatti ha firmato anche il contratto dell’Istruzione e ricerca. Penso si siano resi conto che la continuità della contrattazione, tre contratti negli ultimi 4 anni, è un valore importante per i dipendenti del settore. Se poi andiamo a vedere gli andamenti delle retribuzioni di fatto - indennità di settore, premi di produzione - alla fine i lavoratori si trovano davanti a incrementi salariali del 13%...».
Hanno cambiato idea per il malcontento della base?
«Credo si faccia fatica a spiegare a lavoratori e delegati perché si respinge un contratto che aumenta del 13% la busta paga. E apre le porte ai rinnovi successivi».
O Landini si è arreso quando la Commissione Ue ha vidimato i progressi della Pa?
«Landini non mi sembra tipo da arrendersi. Io so che il Country report 2026 della Commissione dice che nel periodo che va dal 2023 al 2025 la percezione dei cittadini italiani rispetto alla Pa è migliorata del 14%. È il cambiamento più significativo in Europa, un cambiamento che ci porta nella media Ue. Un premio, se mi consente, non solo al rinnovo dei contratti ma anche alla riforma sul sistema di reclutamento, alle iniziative sulla formazione, al disegno di legge sul merito che settimana prossima arriva in Senato e alla digitalizzazione dei servizi».
E per la prima volta avete normato l’uso dell’Intelligenza artificiale nell’organizzazione dello Stato. Le regole bastano per controllare l’IA?
«Non bastano ma sono essenziali. Abbiamo introdotto un principio di trasparenza a garanzia dei dipendenti. Nei nostri processi, soprattutto nella gestione del capitale umano, ciascun lavoratore ha piena visibilità di quello che fanno gli algoritmi».
È sufficiente per trovare un equilibrio tra codici e uomo?
«No. Noi abbiamo adottato un approccio antropocentrico, la macchina deve restare un supporto dell’uomo. Non potrà mai sostituirlo per la parte che attiene alla responsabilità e all’aspetto decisionale».
Ci faccia un esempio.
«Se un dirigente deve valutare un dipendente e decidere magari se promuoverlo avrà l’ausilio dell’intelligenza artificiale nel fissare gli obiettivi e analizzare i dati, ma la decisione finale e la responsabilità per quella scelta resta sua. E nessuno potrà contestarlo se il suo verdetto - condizionato da sensazioni ed emozioni che spesso prescindono dai numeri - sarà diverso da quello indicato dalla macchina».
A chi vi siete ispirati?
«Tra gli altri anche all’ultima enciclica del Papa che ci ha ricordato come la macchina non abbia la capacità di discernimento che invece appartiene all’uomo».
È abbastanza?
«Non siamo ingenui. Siamo consapevoli di essere all’inizio di un processo epocale che prevede tra le altre cose tanta formazione e capacità di adattamento. Un recente studio del World Economic Forum prevede che da qui al 2030 nasceranno 78 milioni di nuovi posti di lavoro e alcuni di questi mestieri oggi non esistono. Ecco, anche nella Pa dovremo essere bravi a individuarli e a formare in quella direzione il capitale umano per tempo».
Nel nuovo contratto è sancita una clausola proteggi inflazione, la potremmo definire salva-Hormuz. Anche questa è una novità. Ci spiega?
Non c’è nessun automatismo, ma l’Aran (che rappresenta lo Stato nelle tratttaive ndr) si impegna a sedersi intorno a un tavolo con i sindacati entro luglio 2027 per verificare quali sono stati gli andamenti delle retribuzioni e gli eventuali scostamenti rispetto all’inflazione reale... Come per esempio è successo con il Covid. Una sorta di sentinella del carovita».
Il carovita richiama alla politica. Cosa ci dice l’ultima tornata elettorale?
«Il significato è semplice: chi sperava che il risultato del referendum corrispondesse a quello politico si è sbagliato di grosso. Il centrodestra regge alla grande».
C’è la mina vagante Vannacci. Risorsa o problema?
«Lo deve decidere lui. Io direi che in questo momento sta facendo più il gioco del campo largo che quello centrodestra. Però Vannacci sa che per diventare un’opportunità basta rispettare i principi che hanno da sempre caratterizzato il centrodestra».
Per esempio l’appoggio all’Ucraina?
«Per esempio».
Nel centro sembrano esserci più leader che elettori.
«Guardi un partito di centro aggregatore c’è già ed è Forza Italia. Tutti gli esperimenti diversi, pensi a Renzi più Calenda, sono falliti miseramente».
E il centrodestra lo accoglierebbe Calenda?
«Calenda è sicuramente un riformista che non ama gli estremi. Un uomo di contenuti con idee spesso condivisibili. Sta a lui decidere cosa vuol fare da grande. Continuare a rimanere isolato con una postura che difficilmente avrà rilevanza o fare il grande passo ed entrare in una coalizione che si avvicina di più ai suoi valori».
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