True
2019-10-09
Bankitalia a favore dell’aumento dell’Iva
Ansa
Alla fine la Banca d'Italia vuole farci credere che il rialzo dell'Iva sia giusto e dovuto. A farlo intendere, senza giri di parole, è il vicedirettore generale di Via Nazionale Luigi Federico Signorini in audizione al senato sulla Nadef, la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. Nella prospettiva di riduzione del debito appare «necessaria una riforma fiscale complessiva e organica, fondata su un'attenta analisi. Essa oggi non può consistere nell'abbattere tutte le imposte», ha detto Signorini.
Nella definizione dei provvedimenti da adottare nel quadro di una «riforma fiscale», ha aggiunto il vice dg, «sarà opportuno prendere in considerazione in modo complessivo gli strumenti disponibili, incluse le imposte indirette, orientando la scelta verso l'insieme di misure che meglio circoscrive l'impulso restrittivo sull'economia, le distorsioni dell'allocazione delle risorse e gli effetti distributivi indesiderati. La scelta di disattivare integralmente le clausole nel 2020 limita l'ammontare di risorse che possono essere dedicate alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro (0,15% del prodotto nel 2020, 0,3 nel 2021)», spiega sull'Iva il vice dg di Bankitalia.
In parole povere Signorini afferma senza mezzi termini che uno stop al rialzo dell'imposta sul valore aggiunto limiterebbe le risorse da destinare alla riduzione del cuneo fiscale, la differenza tra quanto un dipendente costa all'azienda e quanto lo stesso lavoratore incassa, di netto, in busta paga. La sensazione è che sia un «gatto che si morde la coda». Si tratterebbe quindi di ridurre le imposte sul lavoro (aumentando quindi il salario netto) per poi, però, aumentare l'Iva e sottrarre in men che non si dica la maggiorazione che si è ottenuta. Senza considerare l'ipotesi in cui l'aumento del netto dovuto alla riduzione del cuneo fiscale non finisca di fatto per essere minore del prelievo causato dall'aumento dell'Iva. In poche parole, lo Stato con una mano aggiunge (qualche centinaio di euro al mese, forse meno) e con l'altra toglie (aumentando il prezzo di molte merci). Insomma, all'interno dell'iter parlamentare della Nadef, Bankitalia pare proprio volerci far ingoiare un boccone amaro che non piace a molti.
Per la Corte dei conti, «il quadro che emerge si conferma quindi impegnativo. Nonostante la netta riduzione della spesa per interessi, a cui è dovuto il miglioramento dell'indebitamento tendenziale, i margini rimangono particolarmente stretti». Lo dimostra, dice la Corte, «già a partire dal 2020, il ricorso massiccio (oltre 7 miliardi), alle risorse che si intendono recuperare dalla lotta all'evasione e all'elusione fiscale».
Ieri, nell'ambito delle audizioni preliminari all'esame della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, ha parlato anche il presidente dell'ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro. L'ufficio parlamentare di bilancio, va detto, ha dato un via libera di massima per il quadro macroeconomico programmatico 2019-2020, mentre per il biennio 2021-22 ha sollevato «elementi di perplessità».
Secondo l'Upb, infatti, «gli obiettivi di deficit - nominale e strutturale - e di debito risultano ancora affidati alla presenza di non trascurabili clausole di salvaguardia su Iva e accise rendendo incerto lo scenario di breve medio termine. Se infatti, il più favorevole scenario tendenziale di finanza pubblica ha consentito (insieme al finanziamento in deficit) di disattivare, nel 2020, un valore delle clausole quasi doppio rispetto al 2019 (12,5 miliardi), resta verosimilmente ancora elevato il gettito derivante dalle clausole nel biennio 2021-22, anche a causa del livello iniziale pari a poco meno di 29 miliardi a partire dal 2021», ha evidenziato Giuseppe Pisauro. Quello che forse non ha convinto l'Upb è il fatto che la manovra prevista sia forse troppo audace (e onerosa), viste le condizioni in cui versa l'economia italiana.
Ieri, nel corso dell'audizione il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri ha detto che «siamo in presenza di una manovra che ha un'intonazione espansiva». Il ministro ieri ha reso noto che arriveranno finanziamenti e rinnovi per «l'efficienza energetica, il rinnovo del patrimonio edilizio e pubblico impiego, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, il rilancio degli investimenti, l'aumento delle risorse per istruzione e ricerca e per rafforzare il servizio sanitario».
Riguardo alle performance attese, ha evidenziato che «prevediamo una crescita del Pil reale nel 2020 pari allo 0,6% e quella del Pil nominale del 2%», aggiungendo che «questa è una stima che considero realistica e prudente».
Quanto all'aumento dell'Iva, Gualtieri ha detto che l'Iva aumenterà, forse non nel 2020, ma l'anno dopo. La Nadef disinnesca gli aumenti da 23,1 miliardi per il 2020, «ma questo», ha spiegato, «non esclude che si possano valutare rimodulazioni, puntando a rendere più equo ed efficace il meccanismo che ha visto la giustapposizione di aliquote diverse su diversi beni».
Un modo gentile per affermare che gli italiani devono prepararsi a metter mano al portafoglio.
Il bonus da 240 euro a figlio rischia di trasformarsi in un boomerang
Un intervento che punta a ripensare la struttura dei sostegni alla famiglia, con l'obiettivo di rilanciare consumi e domanda interna: è la possibilità, allo studio del governo, di introdurre un assegno unico per i figli minori. Il cosiddetto bonus figli, un contributo che dovrebbe arrivare fino a 240 euro al mese, dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età, è già stato definito una rivoluzione per le politiche familiari, ma non mancano le perplessità.
A cominciare, ovviamente, dalle coperture. L'introduzione dell'assegno unico prevederebbe, stando alle stime, costi aggiuntivi per circa 9 miliardi di euro, oltre all'accorpamento dei vari bonus e assegni familiari in vigore. Tra le ipotesi che circolavano nei giorni scorsi c'era quella di utilizzare la spesa per gli 80 euro, rimodulando la misura a vantaggio di chi ha figli: oggi il bonus riguarda infatti 6 milioni di lavoratori dipendenti con uno o più figli e 2,8 milioni senza prole. Ma, almeno per adesso, pare che gli 80 euro non verranno toccati: a precisarlo è stato il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. «È intenzione del governo», ha detto, «avviare una più generale riforma dell'Irpef, ma non si può fare nei pochi giorni che ci separano dalla manovra».
Dalla rimodulazione degli 80 euro - che con l'introduzione dell'assegno unico potrebbero spettare solo a chi non ha bambini, mentre per gli altri verrebbero riassorbiti nel bonus figli - secondo le stime potrebbero arrivare 3,2 miliardi di euro. Altri 2 miliardi giungerebbero dal reddito di cittadinanza, misura che verrebbe anch'essa ripensata in questa chiave: l'assegno unico per i minori andrebbe scalato. Infine, i 5 miliardi restanti si potrebbero, sempre secondo le ipotesi, ricavare da una modifica sostanziale di quota 100: l'anticipo pensionistico si trasformerebbe in una sorta di Ape sociale rafforzata, dedicata a particolari tipologie di lavoratori, liberando risorse ulteriori.
Ci si muove, appunto, nel campo delle ipotesi: certo è, però, che l'assegno per la famiglia rappresenterebbe un primo passo nella direzione di un intervento sul cuneo fiscale. Come ha sottolineato il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, la proposta prevede «la completa decontribuzione» dell'assegno unico: «Questo implica un vantaggio di riduzione del cuneo fiscale che si aggira intorno ai 4 miliardi - 3,7 per la precisione - ossia la quota sostenuta oggi dalla contribuzione dei datori di lavoro» che verrebbe coperta dallo Stato. Attualmente, invece, gli assegni familiari «sono sostenuti dalla contribuzione dei lavoratori e solo in parte - il 35% - dallo Stato». Nel 2018, ha aggiunto il presidente dell'Inps, gli assegni ai nuclei familiari «sono costati in totale 5,2 miliardi, cui 1,7 a carico dello Stato e 3,6 miliardi a carico delle aziende». Tridico ha poi posto l'accento su un'altra potenziale criticità, e cioè quella che riguarda i percettori del reddito di cittadinanza, sottolineando che «c'è un alto livello di sovrapposizione tra i due strumenti», di cui il legislatore deve tenere conto, poiché «risulta un numero, ancora non esattamente quantificabile ma importante, di percettori di reddito di cittadinanza che prendono anche gli assegni per nuclei familiari o altre prestazioni». E in generale, ha spiegato il presidente Inps, «l'idea del reddito di cittadinanza è che tutto fa reddito, quindi, a meno che non sia espressamente escluso, il conseguente beneficio che deriva dalla sovrapposizione sarà ridotto».
Il rischio, come paventato da diversi osservatori, è che l'assegno unico si riveli un boomerang, con le famiglie che, rinunciando alle detrazioni e ad altri benefici, potrebbero rimetterci. Come ha detto il responsabile politiche fiscali e finanza pubblica della Cgil, Christian Perniciano, secondo cui la proposta è «positiva», ma servono «alcune attenzioni per evitare che diventi uno strumento ingiusto e insufficiente». Il bonus figli, ha aggiunto Perniciano, «non deve ridurre il reddito disponibile di nessuna famiglia che percepisca già delle detrazioni e deve essere un importo che fornisca sostegno anche ai redditi medi».
Continua a leggereRiduci
Il vicedirettore generale Luigi Federico Signorini: «Disinnescare completamente le clausole di salvaguardia limiterà le risorse per ridurre il cuneo fiscale». E il ministro Roberto Gualtieri getta un'ulteriore ombra sul futuro: «Possibile la rimodulazione delle aliquote anche nel 2020 e nel 2021».Possibili svantaggi con il taglio di detrazioni e altri aiuti, reddito di cittadinanza incluso.Lo speciale contiene due articoli.Alla fine la Banca d'Italia vuole farci credere che il rialzo dell'Iva sia giusto e dovuto. A farlo intendere, senza giri di parole, è il vicedirettore generale di Via Nazionale Luigi Federico Signorini in audizione al senato sulla Nadef, la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. Nella prospettiva di riduzione del debito appare «necessaria una riforma fiscale complessiva e organica, fondata su un'attenta analisi. Essa oggi non può consistere nell'abbattere tutte le imposte», ha detto Signorini.Nella definizione dei provvedimenti da adottare nel quadro di una «riforma fiscale», ha aggiunto il vice dg, «sarà opportuno prendere in considerazione in modo complessivo gli strumenti disponibili, incluse le imposte indirette, orientando la scelta verso l'insieme di misure che meglio circoscrive l'impulso restrittivo sull'economia, le distorsioni dell'allocazione delle risorse e gli effetti distributivi indesiderati. La scelta di disattivare integralmente le clausole nel 2020 limita l'ammontare di risorse che possono essere dedicate alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro (0,15% del prodotto nel 2020, 0,3 nel 2021)», spiega sull'Iva il vice dg di Bankitalia.In parole povere Signorini afferma senza mezzi termini che uno stop al rialzo dell'imposta sul valore aggiunto limiterebbe le risorse da destinare alla riduzione del cuneo fiscale, la differenza tra quanto un dipendente costa all'azienda e quanto lo stesso lavoratore incassa, di netto, in busta paga. La sensazione è che sia un «gatto che si morde la coda». Si tratterebbe quindi di ridurre le imposte sul lavoro (aumentando quindi il salario netto) per poi, però, aumentare l'Iva e sottrarre in men che non si dica la maggiorazione che si è ottenuta. Senza considerare l'ipotesi in cui l'aumento del netto dovuto alla riduzione del cuneo fiscale non finisca di fatto per essere minore del prelievo causato dall'aumento dell'Iva. In poche parole, lo Stato con una mano aggiunge (qualche centinaio di euro al mese, forse meno) e con l'altra toglie (aumentando il prezzo di molte merci). Insomma, all'interno dell'iter parlamentare della Nadef, Bankitalia pare proprio volerci far ingoiare un boccone amaro che non piace a molti.Per la Corte dei conti, «il quadro che emerge si conferma quindi impegnativo. Nonostante la netta riduzione della spesa per interessi, a cui è dovuto il miglioramento dell'indebitamento tendenziale, i margini rimangono particolarmente stretti». Lo dimostra, dice la Corte, «già a partire dal 2020, il ricorso massiccio (oltre 7 miliardi), alle risorse che si intendono recuperare dalla lotta all'evasione e all'elusione fiscale». Ieri, nell'ambito delle audizioni preliminari all'esame della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, ha parlato anche il presidente dell'ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro. L'ufficio parlamentare di bilancio, va detto, ha dato un via libera di massima per il quadro macroeconomico programmatico 2019-2020, mentre per il biennio 2021-22 ha sollevato «elementi di perplessità».Secondo l'Upb, infatti, «gli obiettivi di deficit - nominale e strutturale - e di debito risultano ancora affidati alla presenza di non trascurabili clausole di salvaguardia su Iva e accise rendendo incerto lo scenario di breve medio termine. Se infatti, il più favorevole scenario tendenziale di finanza pubblica ha consentito (insieme al finanziamento in deficit) di disattivare, nel 2020, un valore delle clausole quasi doppio rispetto al 2019 (12,5 miliardi), resta verosimilmente ancora elevato il gettito derivante dalle clausole nel biennio 2021-22, anche a causa del livello iniziale pari a poco meno di 29 miliardi a partire dal 2021», ha evidenziato Giuseppe Pisauro. Quello che forse non ha convinto l'Upb è il fatto che la manovra prevista sia forse troppo audace (e onerosa), viste le condizioni in cui versa l'economia italiana.Ieri, nel corso dell'audizione il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri ha detto che «siamo in presenza di una manovra che ha un'intonazione espansiva». Il ministro ieri ha reso noto che arriveranno finanziamenti e rinnovi per «l'efficienza energetica, il rinnovo del patrimonio edilizio e pubblico impiego, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, il rilancio degli investimenti, l'aumento delle risorse per istruzione e ricerca e per rafforzare il servizio sanitario». Riguardo alle performance attese, ha evidenziato che «prevediamo una crescita del Pil reale nel 2020 pari allo 0,6% e quella del Pil nominale del 2%», aggiungendo che «questa è una stima che considero realistica e prudente».Quanto all'aumento dell'Iva, Gualtieri ha detto che l'Iva aumenterà, forse non nel 2020, ma l'anno dopo. La Nadef disinnesca gli aumenti da 23,1 miliardi per il 2020, «ma questo», ha spiegato, «non esclude che si possano valutare rimodulazioni, puntando a rendere più equo ed efficace il meccanismo che ha visto la giustapposizione di aliquote diverse su diversi beni».Un modo gentile per affermare che gli italiani devono prepararsi a metter mano al portafoglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-a-favore-dellaumento-delliva-2640889128.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bonus-da-240-euro-a-figlio-rischia-di-trasformarsi-in-un-boomerang" data-post-id="2640889128" data-published-at="1779182671" data-use-pagination="False"> Il bonus da 240 euro a figlio rischia di trasformarsi in un boomerang Un intervento che punta a ripensare la struttura dei sostegni alla famiglia, con l'obiettivo di rilanciare consumi e domanda interna: è la possibilità, allo studio del governo, di introdurre un assegno unico per i figli minori. Il cosiddetto bonus figli, un contributo che dovrebbe arrivare fino a 240 euro al mese, dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età, è già stato definito una rivoluzione per le politiche familiari, ma non mancano le perplessità. A cominciare, ovviamente, dalle coperture. L'introduzione dell'assegno unico prevederebbe, stando alle stime, costi aggiuntivi per circa 9 miliardi di euro, oltre all'accorpamento dei vari bonus e assegni familiari in vigore. Tra le ipotesi che circolavano nei giorni scorsi c'era quella di utilizzare la spesa per gli 80 euro, rimodulando la misura a vantaggio di chi ha figli: oggi il bonus riguarda infatti 6 milioni di lavoratori dipendenti con uno o più figli e 2,8 milioni senza prole. Ma, almeno per adesso, pare che gli 80 euro non verranno toccati: a precisarlo è stato il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. «È intenzione del governo», ha detto, «avviare una più generale riforma dell'Irpef, ma non si può fare nei pochi giorni che ci separano dalla manovra». Dalla rimodulazione degli 80 euro - che con l'introduzione dell'assegno unico potrebbero spettare solo a chi non ha bambini, mentre per gli altri verrebbero riassorbiti nel bonus figli - secondo le stime potrebbero arrivare 3,2 miliardi di euro. Altri 2 miliardi giungerebbero dal reddito di cittadinanza, misura che verrebbe anch'essa ripensata in questa chiave: l'assegno unico per i minori andrebbe scalato. Infine, i 5 miliardi restanti si potrebbero, sempre secondo le ipotesi, ricavare da una modifica sostanziale di quota 100: l'anticipo pensionistico si trasformerebbe in una sorta di Ape sociale rafforzata, dedicata a particolari tipologie di lavoratori, liberando risorse ulteriori. Ci si muove, appunto, nel campo delle ipotesi: certo è, però, che l'assegno per la famiglia rappresenterebbe un primo passo nella direzione di un intervento sul cuneo fiscale. Come ha sottolineato il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, la proposta prevede «la completa decontribuzione» dell'assegno unico: «Questo implica un vantaggio di riduzione del cuneo fiscale che si aggira intorno ai 4 miliardi - 3,7 per la precisione - ossia la quota sostenuta oggi dalla contribuzione dei datori di lavoro» che verrebbe coperta dallo Stato. Attualmente, invece, gli assegni familiari «sono sostenuti dalla contribuzione dei lavoratori e solo in parte - il 35% - dallo Stato». Nel 2018, ha aggiunto il presidente dell'Inps, gli assegni ai nuclei familiari «sono costati in totale 5,2 miliardi, cui 1,7 a carico dello Stato e 3,6 miliardi a carico delle aziende». Tridico ha poi posto l'accento su un'altra potenziale criticità, e cioè quella che riguarda i percettori del reddito di cittadinanza, sottolineando che «c'è un alto livello di sovrapposizione tra i due strumenti», di cui il legislatore deve tenere conto, poiché «risulta un numero, ancora non esattamente quantificabile ma importante, di percettori di reddito di cittadinanza che prendono anche gli assegni per nuclei familiari o altre prestazioni». E in generale, ha spiegato il presidente Inps, «l'idea del reddito di cittadinanza è che tutto fa reddito, quindi, a meno che non sia espressamente escluso, il conseguente beneficio che deriva dalla sovrapposizione sarà ridotto». Il rischio, come paventato da diversi osservatori, è che l'assegno unico si riveli un boomerang, con le famiglie che, rinunciando alle detrazioni e ad altri benefici, potrebbero rimetterci. Come ha detto il responsabile politiche fiscali e finanza pubblica della Cgil, Christian Perniciano, secondo cui la proposta è «positiva», ma servono «alcune attenzioni per evitare che diventi uno strumento ingiusto e insufficiente». Il bonus figli, ha aggiunto Perniciano, «non deve ridurre il reddito disponibile di nessuna famiglia che percepisca già delle detrazioni e deve essere un importo che fornisca sostegno anche ai redditi medi».
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 maggio con Carlo Cambi