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2019-10-09
Bankitalia a favore dell’aumento dell’Iva
Ansa
Alla fine la Banca d'Italia vuole farci credere che il rialzo dell'Iva sia giusto e dovuto. A farlo intendere, senza giri di parole, è il vicedirettore generale di Via Nazionale Luigi Federico Signorini in audizione al senato sulla Nadef, la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. Nella prospettiva di riduzione del debito appare «necessaria una riforma fiscale complessiva e organica, fondata su un'attenta analisi. Essa oggi non può consistere nell'abbattere tutte le imposte», ha detto Signorini.
Nella definizione dei provvedimenti da adottare nel quadro di una «riforma fiscale», ha aggiunto il vice dg, «sarà opportuno prendere in considerazione in modo complessivo gli strumenti disponibili, incluse le imposte indirette, orientando la scelta verso l'insieme di misure che meglio circoscrive l'impulso restrittivo sull'economia, le distorsioni dell'allocazione delle risorse e gli effetti distributivi indesiderati. La scelta di disattivare integralmente le clausole nel 2020 limita l'ammontare di risorse che possono essere dedicate alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro (0,15% del prodotto nel 2020, 0,3 nel 2021)», spiega sull'Iva il vice dg di Bankitalia.
In parole povere Signorini afferma senza mezzi termini che uno stop al rialzo dell'imposta sul valore aggiunto limiterebbe le risorse da destinare alla riduzione del cuneo fiscale, la differenza tra quanto un dipendente costa all'azienda e quanto lo stesso lavoratore incassa, di netto, in busta paga. La sensazione è che sia un «gatto che si morde la coda». Si tratterebbe quindi di ridurre le imposte sul lavoro (aumentando quindi il salario netto) per poi, però, aumentare l'Iva e sottrarre in men che non si dica la maggiorazione che si è ottenuta. Senza considerare l'ipotesi in cui l'aumento del netto dovuto alla riduzione del cuneo fiscale non finisca di fatto per essere minore del prelievo causato dall'aumento dell'Iva. In poche parole, lo Stato con una mano aggiunge (qualche centinaio di euro al mese, forse meno) e con l'altra toglie (aumentando il prezzo di molte merci). Insomma, all'interno dell'iter parlamentare della Nadef, Bankitalia pare proprio volerci far ingoiare un boccone amaro che non piace a molti.
Per la Corte dei conti, «il quadro che emerge si conferma quindi impegnativo. Nonostante la netta riduzione della spesa per interessi, a cui è dovuto il miglioramento dell'indebitamento tendenziale, i margini rimangono particolarmente stretti». Lo dimostra, dice la Corte, «già a partire dal 2020, il ricorso massiccio (oltre 7 miliardi), alle risorse che si intendono recuperare dalla lotta all'evasione e all'elusione fiscale».
Ieri, nell'ambito delle audizioni preliminari all'esame della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, ha parlato anche il presidente dell'ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro. L'ufficio parlamentare di bilancio, va detto, ha dato un via libera di massima per il quadro macroeconomico programmatico 2019-2020, mentre per il biennio 2021-22 ha sollevato «elementi di perplessità».
Secondo l'Upb, infatti, «gli obiettivi di deficit - nominale e strutturale - e di debito risultano ancora affidati alla presenza di non trascurabili clausole di salvaguardia su Iva e accise rendendo incerto lo scenario di breve medio termine. Se infatti, il più favorevole scenario tendenziale di finanza pubblica ha consentito (insieme al finanziamento in deficit) di disattivare, nel 2020, un valore delle clausole quasi doppio rispetto al 2019 (12,5 miliardi), resta verosimilmente ancora elevato il gettito derivante dalle clausole nel biennio 2021-22, anche a causa del livello iniziale pari a poco meno di 29 miliardi a partire dal 2021», ha evidenziato Giuseppe Pisauro. Quello che forse non ha convinto l'Upb è il fatto che la manovra prevista sia forse troppo audace (e onerosa), viste le condizioni in cui versa l'economia italiana.
Ieri, nel corso dell'audizione il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri ha detto che «siamo in presenza di una manovra che ha un'intonazione espansiva». Il ministro ieri ha reso noto che arriveranno finanziamenti e rinnovi per «l'efficienza energetica, il rinnovo del patrimonio edilizio e pubblico impiego, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, il rilancio degli investimenti, l'aumento delle risorse per istruzione e ricerca e per rafforzare il servizio sanitario».
Riguardo alle performance attese, ha evidenziato che «prevediamo una crescita del Pil reale nel 2020 pari allo 0,6% e quella del Pil nominale del 2%», aggiungendo che «questa è una stima che considero realistica e prudente».
Quanto all'aumento dell'Iva, Gualtieri ha detto che l'Iva aumenterà, forse non nel 2020, ma l'anno dopo. La Nadef disinnesca gli aumenti da 23,1 miliardi per il 2020, «ma questo», ha spiegato, «non esclude che si possano valutare rimodulazioni, puntando a rendere più equo ed efficace il meccanismo che ha visto la giustapposizione di aliquote diverse su diversi beni».
Un modo gentile per affermare che gli italiani devono prepararsi a metter mano al portafoglio.
Il bonus da 240 euro a figlio rischia di trasformarsi in un boomerang
Un intervento che punta a ripensare la struttura dei sostegni alla famiglia, con l'obiettivo di rilanciare consumi e domanda interna: è la possibilità, allo studio del governo, di introdurre un assegno unico per i figli minori. Il cosiddetto bonus figli, un contributo che dovrebbe arrivare fino a 240 euro al mese, dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età, è già stato definito una rivoluzione per le politiche familiari, ma non mancano le perplessità.
A cominciare, ovviamente, dalle coperture. L'introduzione dell'assegno unico prevederebbe, stando alle stime, costi aggiuntivi per circa 9 miliardi di euro, oltre all'accorpamento dei vari bonus e assegni familiari in vigore. Tra le ipotesi che circolavano nei giorni scorsi c'era quella di utilizzare la spesa per gli 80 euro, rimodulando la misura a vantaggio di chi ha figli: oggi il bonus riguarda infatti 6 milioni di lavoratori dipendenti con uno o più figli e 2,8 milioni senza prole. Ma, almeno per adesso, pare che gli 80 euro non verranno toccati: a precisarlo è stato il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. «È intenzione del governo», ha detto, «avviare una più generale riforma dell'Irpef, ma non si può fare nei pochi giorni che ci separano dalla manovra».
Dalla rimodulazione degli 80 euro - che con l'introduzione dell'assegno unico potrebbero spettare solo a chi non ha bambini, mentre per gli altri verrebbero riassorbiti nel bonus figli - secondo le stime potrebbero arrivare 3,2 miliardi di euro. Altri 2 miliardi giungerebbero dal reddito di cittadinanza, misura che verrebbe anch'essa ripensata in questa chiave: l'assegno unico per i minori andrebbe scalato. Infine, i 5 miliardi restanti si potrebbero, sempre secondo le ipotesi, ricavare da una modifica sostanziale di quota 100: l'anticipo pensionistico si trasformerebbe in una sorta di Ape sociale rafforzata, dedicata a particolari tipologie di lavoratori, liberando risorse ulteriori.
Ci si muove, appunto, nel campo delle ipotesi: certo è, però, che l'assegno per la famiglia rappresenterebbe un primo passo nella direzione di un intervento sul cuneo fiscale. Come ha sottolineato il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, la proposta prevede «la completa decontribuzione» dell'assegno unico: «Questo implica un vantaggio di riduzione del cuneo fiscale che si aggira intorno ai 4 miliardi - 3,7 per la precisione - ossia la quota sostenuta oggi dalla contribuzione dei datori di lavoro» che verrebbe coperta dallo Stato. Attualmente, invece, gli assegni familiari «sono sostenuti dalla contribuzione dei lavoratori e solo in parte - il 35% - dallo Stato». Nel 2018, ha aggiunto il presidente dell'Inps, gli assegni ai nuclei familiari «sono costati in totale 5,2 miliardi, cui 1,7 a carico dello Stato e 3,6 miliardi a carico delle aziende». Tridico ha poi posto l'accento su un'altra potenziale criticità, e cioè quella che riguarda i percettori del reddito di cittadinanza, sottolineando che «c'è un alto livello di sovrapposizione tra i due strumenti», di cui il legislatore deve tenere conto, poiché «risulta un numero, ancora non esattamente quantificabile ma importante, di percettori di reddito di cittadinanza che prendono anche gli assegni per nuclei familiari o altre prestazioni». E in generale, ha spiegato il presidente Inps, «l'idea del reddito di cittadinanza è che tutto fa reddito, quindi, a meno che non sia espressamente escluso, il conseguente beneficio che deriva dalla sovrapposizione sarà ridotto».
Il rischio, come paventato da diversi osservatori, è che l'assegno unico si riveli un boomerang, con le famiglie che, rinunciando alle detrazioni e ad altri benefici, potrebbero rimetterci. Come ha detto il responsabile politiche fiscali e finanza pubblica della Cgil, Christian Perniciano, secondo cui la proposta è «positiva», ma servono «alcune attenzioni per evitare che diventi uno strumento ingiusto e insufficiente». Il bonus figli, ha aggiunto Perniciano, «non deve ridurre il reddito disponibile di nessuna famiglia che percepisca già delle detrazioni e deve essere un importo che fornisca sostegno anche ai redditi medi».
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Il vicedirettore generale Luigi Federico Signorini: «Disinnescare completamente le clausole di salvaguardia limiterà le risorse per ridurre il cuneo fiscale». E il ministro Roberto Gualtieri getta un'ulteriore ombra sul futuro: «Possibile la rimodulazione delle aliquote anche nel 2020 e nel 2021».Possibili svantaggi con il taglio di detrazioni e altri aiuti, reddito di cittadinanza incluso.Lo speciale contiene due articoli.Alla fine la Banca d'Italia vuole farci credere che il rialzo dell'Iva sia giusto e dovuto. A farlo intendere, senza giri di parole, è il vicedirettore generale di Via Nazionale Luigi Federico Signorini in audizione al senato sulla Nadef, la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. Nella prospettiva di riduzione del debito appare «necessaria una riforma fiscale complessiva e organica, fondata su un'attenta analisi. Essa oggi non può consistere nell'abbattere tutte le imposte», ha detto Signorini.Nella definizione dei provvedimenti da adottare nel quadro di una «riforma fiscale», ha aggiunto il vice dg, «sarà opportuno prendere in considerazione in modo complessivo gli strumenti disponibili, incluse le imposte indirette, orientando la scelta verso l'insieme di misure che meglio circoscrive l'impulso restrittivo sull'economia, le distorsioni dell'allocazione delle risorse e gli effetti distributivi indesiderati. La scelta di disattivare integralmente le clausole nel 2020 limita l'ammontare di risorse che possono essere dedicate alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro (0,15% del prodotto nel 2020, 0,3 nel 2021)», spiega sull'Iva il vice dg di Bankitalia.In parole povere Signorini afferma senza mezzi termini che uno stop al rialzo dell'imposta sul valore aggiunto limiterebbe le risorse da destinare alla riduzione del cuneo fiscale, la differenza tra quanto un dipendente costa all'azienda e quanto lo stesso lavoratore incassa, di netto, in busta paga. La sensazione è che sia un «gatto che si morde la coda». Si tratterebbe quindi di ridurre le imposte sul lavoro (aumentando quindi il salario netto) per poi, però, aumentare l'Iva e sottrarre in men che non si dica la maggiorazione che si è ottenuta. Senza considerare l'ipotesi in cui l'aumento del netto dovuto alla riduzione del cuneo fiscale non finisca di fatto per essere minore del prelievo causato dall'aumento dell'Iva. In poche parole, lo Stato con una mano aggiunge (qualche centinaio di euro al mese, forse meno) e con l'altra toglie (aumentando il prezzo di molte merci). Insomma, all'interno dell'iter parlamentare della Nadef, Bankitalia pare proprio volerci far ingoiare un boccone amaro che non piace a molti.Per la Corte dei conti, «il quadro che emerge si conferma quindi impegnativo. Nonostante la netta riduzione della spesa per interessi, a cui è dovuto il miglioramento dell'indebitamento tendenziale, i margini rimangono particolarmente stretti». Lo dimostra, dice la Corte, «già a partire dal 2020, il ricorso massiccio (oltre 7 miliardi), alle risorse che si intendono recuperare dalla lotta all'evasione e all'elusione fiscale». Ieri, nell'ambito delle audizioni preliminari all'esame della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, ha parlato anche il presidente dell'ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro. L'ufficio parlamentare di bilancio, va detto, ha dato un via libera di massima per il quadro macroeconomico programmatico 2019-2020, mentre per il biennio 2021-22 ha sollevato «elementi di perplessità».Secondo l'Upb, infatti, «gli obiettivi di deficit - nominale e strutturale - e di debito risultano ancora affidati alla presenza di non trascurabili clausole di salvaguardia su Iva e accise rendendo incerto lo scenario di breve medio termine. Se infatti, il più favorevole scenario tendenziale di finanza pubblica ha consentito (insieme al finanziamento in deficit) di disattivare, nel 2020, un valore delle clausole quasi doppio rispetto al 2019 (12,5 miliardi), resta verosimilmente ancora elevato il gettito derivante dalle clausole nel biennio 2021-22, anche a causa del livello iniziale pari a poco meno di 29 miliardi a partire dal 2021», ha evidenziato Giuseppe Pisauro. Quello che forse non ha convinto l'Upb è il fatto che la manovra prevista sia forse troppo audace (e onerosa), viste le condizioni in cui versa l'economia italiana.Ieri, nel corso dell'audizione il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri ha detto che «siamo in presenza di una manovra che ha un'intonazione espansiva». Il ministro ieri ha reso noto che arriveranno finanziamenti e rinnovi per «l'efficienza energetica, il rinnovo del patrimonio edilizio e pubblico impiego, la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, il rilancio degli investimenti, l'aumento delle risorse per istruzione e ricerca e per rafforzare il servizio sanitario». Riguardo alle performance attese, ha evidenziato che «prevediamo una crescita del Pil reale nel 2020 pari allo 0,6% e quella del Pil nominale del 2%», aggiungendo che «questa è una stima che considero realistica e prudente».Quanto all'aumento dell'Iva, Gualtieri ha detto che l'Iva aumenterà, forse non nel 2020, ma l'anno dopo. La Nadef disinnesca gli aumenti da 23,1 miliardi per il 2020, «ma questo», ha spiegato, «non esclude che si possano valutare rimodulazioni, puntando a rendere più equo ed efficace il meccanismo che ha visto la giustapposizione di aliquote diverse su diversi beni».Un modo gentile per affermare che gli italiani devono prepararsi a metter mano al portafoglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-a-favore-dellaumento-delliva-2640889128.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bonus-da-240-euro-a-figlio-rischia-di-trasformarsi-in-un-boomerang" data-post-id="2640889128" data-published-at="1781977937" data-use-pagination="False"> Il bonus da 240 euro a figlio rischia di trasformarsi in un boomerang Un intervento che punta a ripensare la struttura dei sostegni alla famiglia, con l'obiettivo di rilanciare consumi e domanda interna: è la possibilità, allo studio del governo, di introdurre un assegno unico per i figli minori. Il cosiddetto bonus figli, un contributo che dovrebbe arrivare fino a 240 euro al mese, dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età, è già stato definito una rivoluzione per le politiche familiari, ma non mancano le perplessità. A cominciare, ovviamente, dalle coperture. L'introduzione dell'assegno unico prevederebbe, stando alle stime, costi aggiuntivi per circa 9 miliardi di euro, oltre all'accorpamento dei vari bonus e assegni familiari in vigore. Tra le ipotesi che circolavano nei giorni scorsi c'era quella di utilizzare la spesa per gli 80 euro, rimodulando la misura a vantaggio di chi ha figli: oggi il bonus riguarda infatti 6 milioni di lavoratori dipendenti con uno o più figli e 2,8 milioni senza prole. Ma, almeno per adesso, pare che gli 80 euro non verranno toccati: a precisarlo è stato il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. «È intenzione del governo», ha detto, «avviare una più generale riforma dell'Irpef, ma non si può fare nei pochi giorni che ci separano dalla manovra». Dalla rimodulazione degli 80 euro - che con l'introduzione dell'assegno unico potrebbero spettare solo a chi non ha bambini, mentre per gli altri verrebbero riassorbiti nel bonus figli - secondo le stime potrebbero arrivare 3,2 miliardi di euro. Altri 2 miliardi giungerebbero dal reddito di cittadinanza, misura che verrebbe anch'essa ripensata in questa chiave: l'assegno unico per i minori andrebbe scalato. Infine, i 5 miliardi restanti si potrebbero, sempre secondo le ipotesi, ricavare da una modifica sostanziale di quota 100: l'anticipo pensionistico si trasformerebbe in una sorta di Ape sociale rafforzata, dedicata a particolari tipologie di lavoratori, liberando risorse ulteriori. Ci si muove, appunto, nel campo delle ipotesi: certo è, però, che l'assegno per la famiglia rappresenterebbe un primo passo nella direzione di un intervento sul cuneo fiscale. Come ha sottolineato il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, la proposta prevede «la completa decontribuzione» dell'assegno unico: «Questo implica un vantaggio di riduzione del cuneo fiscale che si aggira intorno ai 4 miliardi - 3,7 per la precisione - ossia la quota sostenuta oggi dalla contribuzione dei datori di lavoro» che verrebbe coperta dallo Stato. Attualmente, invece, gli assegni familiari «sono sostenuti dalla contribuzione dei lavoratori e solo in parte - il 35% - dallo Stato». Nel 2018, ha aggiunto il presidente dell'Inps, gli assegni ai nuclei familiari «sono costati in totale 5,2 miliardi, cui 1,7 a carico dello Stato e 3,6 miliardi a carico delle aziende». Tridico ha poi posto l'accento su un'altra potenziale criticità, e cioè quella che riguarda i percettori del reddito di cittadinanza, sottolineando che «c'è un alto livello di sovrapposizione tra i due strumenti», di cui il legislatore deve tenere conto, poiché «risulta un numero, ancora non esattamente quantificabile ma importante, di percettori di reddito di cittadinanza che prendono anche gli assegni per nuclei familiari o altre prestazioni». E in generale, ha spiegato il presidente Inps, «l'idea del reddito di cittadinanza è che tutto fa reddito, quindi, a meno che non sia espressamente escluso, il conseguente beneficio che deriva dalla sovrapposizione sarà ridotto». Il rischio, come paventato da diversi osservatori, è che l'assegno unico si riveli un boomerang, con le famiglie che, rinunciando alle detrazioni e ad altri benefici, potrebbero rimetterci. Come ha detto il responsabile politiche fiscali e finanza pubblica della Cgil, Christian Perniciano, secondo cui la proposta è «positiva», ma servono «alcune attenzioni per evitare che diventi uno strumento ingiusto e insufficiente». Il bonus figli, ha aggiunto Perniciano, «non deve ridurre il reddito disponibile di nessuna famiglia che percepisca già delle detrazioni e deve essere un importo che fornisca sostegno anche ai redditi medi».
Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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