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2025-12-02
Ucraina, oggi Witkoff incontra Putin. Zelensky e Macron insistono per non cedere territori
Steve Witkoff (Ansa)
Washington continua a tessere la tela diplomatica per cercare di portare a conclusione la guerra in Ucraina. L’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, sono attesi oggi a Mosca, dove incontreranno Vladimir Putin. Ci si attende che i tre discuteranno della proposta di pace in 19 punti, emersa dai colloqui di Ginevra tra Washington e Kiev. Alcuni giorni fa, il Telegraph aveva riferito che, nella sua visita in Russia, Witkoff avrebbe sottoposto un’offerta allo zar: gli americani riconoscerebbero la sovranità di Mosca su Crimea e territori occupati, mentre il Cremlino, dal canto suo, accetterebbe un accordo di pace. Non sappiamo se Witkoff avanzerà realmente questa proposta al presidente russo. È tuttavia abbastanza chiaro che il suo viaggio a Mosca potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle trattative.
Tra l’altro, ieri, lo stesso Witkoff ha avuto modo di parlare con Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e l’attuale capo negoziatore ucraino, Rustem Umerov, in quello che il presidente ucraino ha definito un «briefing importante». «Abbiamo concordato di discutere personalmente maggiori dettagli: i team coordineranno i programmi per possibili contatti futuri», ha aggiunto. Poco prima, il leader ucraino aveva avuto una conferenza con i leader europei, a cui aveva preso parte anche Giorgia Meloni, la quale, in una nota di Palazzo Chigi, aveva «ribadito l’importanza della convergenza di vedute tra partner europei e Stati Uniti quale fondamento per il raggiungimento di una pace giusta e duratura», auspicando «che Mosca offra a sua volta un fattivo contributo al processo negoziale».
Non solo. Witkoff era anche presente, insieme al segretario di Stato americano Marco Rubio, ai colloqui tenutisi domenica a Miami tra la delegazione statunitense e quella ucraina, guidata da Umerov. «Abbiamo avuto una sessione molto produttiva. Non vogliamo solo porre fine alla guerra, ma rendere l’Ucraina sicura per sempre», ha dichiarato Rubio dopo il meeting dell’altro ieri, per poi tuttavia precisare che «c’è ancora molto lavoro da fare». Da parte ucraina, i colloqui in Florida sono stati definiti «intensi, ma non negativi». «Ci sono ancora alcune questioni difficili che devono essere risolte», ha comunque dichiarato ieri Zelensky, riferendosi al meeting di Miami.
Secondo The Hill, il nodo principale continuerebbe a risiedere nella questione delle cessioni territoriali e in quella delle garanzie di sicurezza all’Ucraina: due dossier, rispetto a cui si registra ancora una certa distanza tra Washington e Kiev. E infatti ieri, in conferenza stampa con Macron a Parigi, il presidente ucraino ha detto che soltanto l’Ucraina può prendere decisioni sui propri territori. «La Russia deve fermare l’aggressione. Non ha dato alcun segnale, nessuna prova in tal senso», ha inoltre dichiarato, aprendo alla possibilità di un colloquio diretto con Trump per discutere delle «questioni chiave», dopo che Witkoff sarà tornato dalla Russia. «Dobbiamo fare in modo che la Russia non abbia l’impressione di ottenere una ricompensa per la guerra», ha proseguito il presidente ucraino, mentre Macron, sentendo Trump al telefono, ha sottolineato la necessità di garanzie di sicurezza per Kiev.
Il problema, per Zelensky, è che le manovre diplomatiche stanno entrando in una fase delicata proprio mentre lui si è indebolito politicamente. Il passo indietro, venerdì scorso, di Andriy Yermak - che, oltre a essere capo di gabinetto dell’Ufficio presidenziale ucraino era anche il leader del team negoziale di Kiev - ha notevolmente fiaccato la posizione dello stesso Zelensky al tavolo diplomatico. Tanto più che l’uscita di scena di Yermak non sarebbe avvenuta in modo indolore. «Stando alla Urkainska Pravda, Yermak era isterico quando Zelensky gli ha proposto di dimettersi», ha riferito ieri Nexta, secondo cui l’ormai ex capo di gabinetto sarebbe stato silurato da uno sforzo di concerto tra funzionari e ministri che lo ritenevano ormai un problema a causa dell’indagine su di lui condotta dall’autorità anticorruzione. D’altronde, nonostante si parlasse di sue «dimissioni», venerdì stesso Zelensky aveva firmato un decreto di «rimozione» del suo braccio destro. Le stesse parole rilasciate da Yermak al New York Post dopo l’estromissione erano apparse particolarmente astiose. Certo: interpellato sullo scandalo corruzione che sta scuotendo i vertici di Kiev, ieri Macron ha replicato che la Francia «non dà lezioni» all’Ucraina. Resta comunque il fatto che questa situazione rischia di indebolire seriamente il presidente ucraino in una fase cruciale del processo diplomatico. E difficilmente Parigi potrà offrirgli una sponda troppo solida rispetto alle pressioni di Washington, che punta a chiudere il conflitto con l’obiettivo principale di sganciare il più possibile Mosca da Pechino. Agli occhi di Trump è infatti questa la partita prioritaria. Senza infine trascurare che Casa Bianca e Cremlino cercano una sponda reciproca in Medio Oriente. Putin ha bisogno di Trump per recuperare terreno in Siria, farsi coinvolgere nel rilancio degli Accordi di Abramo e non restare tagliato fuori dalla ricostruzione di Gaza. Trump, per parte sua, ha bisogno di Putin per arrivare a un accordo sul nucleare con l’Iran. Non è un caso che oggi, a Mosca, andranno Witkoff e Kushner: i protagonisti del piano di pace per Gaza e, soprattutto, le figure di raccordo della Casa Bianca con Israele e l’Arabia Saudita. È in questo quadro geopolitico complesso che il presidente americano sta leggendo e cercando di risolvere il rebus ucraino.
Col debito Ue armiamo Kiev anziché l’Europa
A Bruxelles, in assenza di fatti nuovi, sono abituati a riciclare fatti vecchi, spacciandoli per nuovi. Ieri è stata la volta del piano Safe - uno strumento di finanziamento fino a 150 miliardi per le spese militari - lanciato dalla Commissione a fine maggio. Infatti il 30 novembre scadeva il termine per presentare - da parte dei 19 Stati membri che a fine luglio avevano espresso un’opzione - il piano delle spese da eseguire nel quinquennio 2026-2030 da finanziarsi con «comodi» prestiti erogati dalla Commissioni rimborsabili fino a 45 anni.
I piani di spesa hanno sostanzialmente confermato le opzioni espresse già a fine luglio, con l’Italia che potrebbe attingere a un prestito fino a 14,9 miliardi e la Polonia in testa al gruppo dei richiedenti con 43 miliardi. Rilevanti anche le richieste di Ungheria (16 miliardi), Romania (17 miliardi) e Lettonia e Lituania (circa 6 miliardi, una cifra molto rilevante rispetto al Pil). Immediato l’annuncio «urbi et orbi» del commissario Ue alla Difesa, Andrius Kubilius, che ha definito il programma Safe come «fondamentale per la prontezza della difesa dell’Ue e per la nostra base industriale». «Quindici Paesi hanno incluso il sostegno all'Ucraina. Più del previsto! E parliamo di miliardi, non di milioni», ha aggiunto Kubilius.
A ben vedere, Safe è uno strumento di finanziamento a sostegno di piani di acquisto di un nutrito elenco di sistemi d’arma, per almeno il 65% fabbricati nella Ue. Per evitare frammentazioni negli acquisti, ciascuno Stato beneficiario dovrà partecipare ad appalti comuni, coinvolgendo almeno uno Stato membro beneficiario di Safe e un altro Stato membro, nonché l’Ucraina e i paesi See-Efta.
Quello che Kubilius non ha detto è che si tratta del mero finanziamento di spese già previste in bilancio - come dichiarato dal ministro Giancarlo Giorgetti già a fine luglio - quando ha definito il Safe una «fonte alternativa per finanziare spese in larga parte già previste e già in itinere». Niente di più di quanto già previsto nel bilancio della Difesa che, fino al 2028, dovrebbe passare gradualmente da circa 45 miliardi del 2025 a 61 miliardi. Equivale a decidere a quale banca rivolgersi, una volta che si è deciso di ristrutturare la casa. Noi continuiamo a sostenere che la Commissione sia una «banca» solo apparentemente meno costosa, dato il carico di burocrazia e condizioni che assistono qualsiasi finanziamento da Bruxelles, tristemente sperimentato per il Pnrr. Ma nonostante Giorgetti abbia fatto valutazioni diverse, solo di questo si tratta, non di nuove spese militari. La cui abbondanza comincia a destare strani appetiti, perché ieri in Germania, la Bundeswehr si è vista derubata quasi dell’intero carico di un camion civile carico di proiettili e granate, lasciato incustodito.
Preso dal trionfalismo dell’annuncio, Kubilius si è ben guardato dal parlare del fallimento del negoziato per l’adesione del Regno Unito al programma Safe, annunciato proprio nelle stesse ore. La Commissione aveva chiesto a Londra un contributo di 6,7 miliardi e si è vista fare una irricevibile controfferta di 82 milioni, per la delusione dell’industria militare di Sua Maestà che già pregustava lauti affari e che ora parteciperà soltanto alla quota residua del 35% destinata alle industrie extra Ue.
Invece i soldi che non si trovano continuano ad essere quelli destinati a finanziare il fabbisogno delle esauste casse statali ucraine. A perorare la causa dell’utilizzo degli asset russi, ieri è stato il turno di Kaja Kallas, alto rappresentante Ue per gli Esteri. Si tratta della «soluzione migliore» a suo dire, per poi aggiungere che «non intende sminuire le preoccupazioni del Belgio […] possiamo assumerci i rischi insieme […] dobbiamo lavorare sulla proposta legislativa, per affrontare o mitigare tutti i rischi e assumerci l’onere». Molto facile per l’ex-premier estone parlare di condivisione dei rischi, quando il suo Paese coprirebbe quei rischi per una percentuale infinitesimale, mentre un Paese come l’Italia sarebbe chiamata a fornire garanzie per almeno il 14% del totale. Intanto ci sarà poco da attendere per conoscere i decisivi dettagli di questo guazzabuglio, perché sempre ieri la Commissione ha annunciato che la proposta legislativa è attesa a giorni.
Dal Belgio intanto il ministro degli esteri, Maxime Prévost ha ribattuto, osservando quanto andiamo scrivendo da settimane: «I rischi per il Belgio sono semplici: se la Russia ci porta in tribunale avrà tutte le possibilità di vincere e noi non saremo in grado di rimborsare questi 200 miliardi perché rappresentano l’equivalente di un anno di bilancio federale. Significherebbe la bancarotta». Un’uscita che alza ancora il livello dello scontro, fatto di botta e risposta ormai quotidiani e che dimostra il concreto timore dei belgi di restare col cerino in mano e, al contempo, l’evidente riottosità degli altri Stati membri di appesantire ancora i rispettivi bilanci pubblici. Ma ormai sta per alzarsi il sipario e così conosceremo tutti i dettagli della tragicommedia in corso.
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Ieri il colloquio del presidente ucraino con l’omologo francese, Rutte, diversi leader europei e Starmer. Meloni: «Convergenza Usa-Unione, Mosca dia il suo contributo».Col debito Ue armiamo Kiev anziché l’Europa. Fondi Safe di 15 Stati con aiuti alla resistenza. Bruxelles insiste sui beni russi, il Belgio: «Rischio bancarotta».Lo speciale contiene due articoli.Washington continua a tessere la tela diplomatica per cercare di portare a conclusione la guerra in Ucraina. L’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, sono attesi oggi a Mosca, dove incontreranno Vladimir Putin. Ci si attende che i tre discuteranno della proposta di pace in 19 punti, emersa dai colloqui di Ginevra tra Washington e Kiev. Alcuni giorni fa, il Telegraph aveva riferito che, nella sua visita in Russia, Witkoff avrebbe sottoposto un’offerta allo zar: gli americani riconoscerebbero la sovranità di Mosca su Crimea e territori occupati, mentre il Cremlino, dal canto suo, accetterebbe un accordo di pace. Non sappiamo se Witkoff avanzerà realmente questa proposta al presidente russo. È tuttavia abbastanza chiaro che il suo viaggio a Mosca potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle trattative.Tra l’altro, ieri, lo stesso Witkoff ha avuto modo di parlare con Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e l’attuale capo negoziatore ucraino, Rustem Umerov, in quello che il presidente ucraino ha definito un «briefing importante». «Abbiamo concordato di discutere personalmente maggiori dettagli: i team coordineranno i programmi per possibili contatti futuri», ha aggiunto. Poco prima, il leader ucraino aveva avuto una conferenza con i leader europei, a cui aveva preso parte anche Giorgia Meloni, la quale, in una nota di Palazzo Chigi, aveva «ribadito l’importanza della convergenza di vedute tra partner europei e Stati Uniti quale fondamento per il raggiungimento di una pace giusta e duratura», auspicando «che Mosca offra a sua volta un fattivo contributo al processo negoziale».Non solo. Witkoff era anche presente, insieme al segretario di Stato americano Marco Rubio, ai colloqui tenutisi domenica a Miami tra la delegazione statunitense e quella ucraina, guidata da Umerov. «Abbiamo avuto una sessione molto produttiva. Non vogliamo solo porre fine alla guerra, ma rendere l’Ucraina sicura per sempre», ha dichiarato Rubio dopo il meeting dell’altro ieri, per poi tuttavia precisare che «c’è ancora molto lavoro da fare». Da parte ucraina, i colloqui in Florida sono stati definiti «intensi, ma non negativi». «Ci sono ancora alcune questioni difficili che devono essere risolte», ha comunque dichiarato ieri Zelensky, riferendosi al meeting di Miami.Secondo The Hill, il nodo principale continuerebbe a risiedere nella questione delle cessioni territoriali e in quella delle garanzie di sicurezza all’Ucraina: due dossier, rispetto a cui si registra ancora una certa distanza tra Washington e Kiev. E infatti ieri, in conferenza stampa con Macron a Parigi, il presidente ucraino ha detto che soltanto l’Ucraina può prendere decisioni sui propri territori. «La Russia deve fermare l’aggressione. Non ha dato alcun segnale, nessuna prova in tal senso», ha inoltre dichiarato, aprendo alla possibilità di un colloquio diretto con Trump per discutere delle «questioni chiave», dopo che Witkoff sarà tornato dalla Russia. «Dobbiamo fare in modo che la Russia non abbia l’impressione di ottenere una ricompensa per la guerra», ha proseguito il presidente ucraino, mentre Macron, sentendo Trump al telefono, ha sottolineato la necessità di garanzie di sicurezza per Kiev.Il problema, per Zelensky, è che le manovre diplomatiche stanno entrando in una fase delicata proprio mentre lui si è indebolito politicamente. Il passo indietro, venerdì scorso, di Andriy Yermak - che, oltre a essere capo di gabinetto dell’Ufficio presidenziale ucraino era anche il leader del team negoziale di Kiev - ha notevolmente fiaccato la posizione dello stesso Zelensky al tavolo diplomatico. Tanto più che l’uscita di scena di Yermak non sarebbe avvenuta in modo indolore. «Stando alla Urkainska Pravda, Yermak era isterico quando Zelensky gli ha proposto di dimettersi», ha riferito ieri Nexta, secondo cui l’ormai ex capo di gabinetto sarebbe stato silurato da uno sforzo di concerto tra funzionari e ministri che lo ritenevano ormai un problema a causa dell’indagine su di lui condotta dall’autorità anticorruzione. D’altronde, nonostante si parlasse di sue «dimissioni», venerdì stesso Zelensky aveva firmato un decreto di «rimozione» del suo braccio destro. Le stesse parole rilasciate da Yermak al New York Post dopo l’estromissione erano apparse particolarmente astiose. Certo: interpellato sullo scandalo corruzione che sta scuotendo i vertici di Kiev, ieri Macron ha replicato che la Francia «non dà lezioni» all’Ucraina. Resta comunque il fatto che questa situazione rischia di indebolire seriamente il presidente ucraino in una fase cruciale del processo diplomatico. E difficilmente Parigi potrà offrirgli una sponda troppo solida rispetto alle pressioni di Washington, che punta a chiudere il conflitto con l’obiettivo principale di sganciare il più possibile Mosca da Pechino. Agli occhi di Trump è infatti questa la partita prioritaria. Senza infine trascurare che Casa Bianca e Cremlino cercano una sponda reciproca in Medio Oriente. Putin ha bisogno di Trump per recuperare terreno in Siria, farsi coinvolgere nel rilancio degli Accordi di Abramo e non restare tagliato fuori dalla ricostruzione di Gaza. Trump, per parte sua, ha bisogno di Putin per arrivare a un accordo sul nucleare con l’Iran. Non è un caso che oggi, a Mosca, andranno Witkoff e Kushner: i protagonisti del piano di pace per Gaza e, soprattutto, le figure di raccordo della Casa Bianca con Israele e l’Arabia Saudita. 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Infatti il 30 novembre scadeva il termine per presentare - da parte dei 19 Stati membri che a fine luglio avevano espresso un’opzione - il piano delle spese da eseguire nel quinquennio 2026-2030 da finanziarsi con «comodi» prestiti erogati dalla Commissioni rimborsabili fino a 45 anni.I piani di spesa hanno sostanzialmente confermato le opzioni espresse già a fine luglio, con l’Italia che potrebbe attingere a un prestito fino a 14,9 miliardi e la Polonia in testa al gruppo dei richiedenti con 43 miliardi. Rilevanti anche le richieste di Ungheria (16 miliardi), Romania (17 miliardi) e Lettonia e Lituania (circa 6 miliardi, una cifra molto rilevante rispetto al Pil). Immediato l’annuncio «urbi et orbi» del commissario Ue alla Difesa, Andrius Kubilius, che ha definito il programma Safe come «fondamentale per la prontezza della difesa dell’Ue e per la nostra base industriale». «Quindici Paesi hanno incluso il sostegno all'Ucraina. Più del previsto! E parliamo di miliardi, non di milioni», ha aggiunto Kubilius. A ben vedere, Safe è uno strumento di finanziamento a sostegno di piani di acquisto di un nutrito elenco di sistemi d’arma, per almeno il 65% fabbricati nella Ue. Per evitare frammentazioni negli acquisti, ciascuno Stato beneficiario dovrà partecipare ad appalti comuni, coinvolgendo almeno uno Stato membro beneficiario di Safe e un altro Stato membro, nonché l’Ucraina e i paesi See-Efta.Quello che Kubilius non ha detto è che si tratta del mero finanziamento di spese già previste in bilancio - come dichiarato dal ministro Giancarlo Giorgetti già a fine luglio - quando ha definito il Safe una «fonte alternativa per finanziare spese in larga parte già previste e già in itinere». Niente di più di quanto già previsto nel bilancio della Difesa che, fino al 2028, dovrebbe passare gradualmente da circa 45 miliardi del 2025 a 61 miliardi. Equivale a decidere a quale banca rivolgersi, una volta che si è deciso di ristrutturare la casa. Noi continuiamo a sostenere che la Commissione sia una «banca» solo apparentemente meno costosa, dato il carico di burocrazia e condizioni che assistono qualsiasi finanziamento da Bruxelles, tristemente sperimentato per il Pnrr. Ma nonostante Giorgetti abbia fatto valutazioni diverse, solo di questo si tratta, non di nuove spese militari. La cui abbondanza comincia a destare strani appetiti, perché ieri in Germania, la Bundeswehr si è vista derubata quasi dell’intero carico di un camion civile carico di proiettili e granate, lasciato incustodito.Preso dal trionfalismo dell’annuncio, Kubilius si è ben guardato dal parlare del fallimento del negoziato per l’adesione del Regno Unito al programma Safe, annunciato proprio nelle stesse ore. La Commissione aveva chiesto a Londra un contributo di 6,7 miliardi e si è vista fare una irricevibile controfferta di 82 milioni, per la delusione dell’industria militare di Sua Maestà che già pregustava lauti affari e che ora parteciperà soltanto alla quota residua del 35% destinata alle industrie extra Ue.Invece i soldi che non si trovano continuano ad essere quelli destinati a finanziare il fabbisogno delle esauste casse statali ucraine. A perorare la causa dell’utilizzo degli asset russi, ieri è stato il turno di Kaja Kallas, alto rappresentante Ue per gli Esteri. Si tratta della «soluzione migliore» a suo dire, per poi aggiungere che «non intende sminuire le preoccupazioni del Belgio […] possiamo assumerci i rischi insieme […] dobbiamo lavorare sulla proposta legislativa, per affrontare o mitigare tutti i rischi e assumerci l’onere». Molto facile per l’ex-premier estone parlare di condivisione dei rischi, quando il suo Paese coprirebbe quei rischi per una percentuale infinitesimale, mentre un Paese come l’Italia sarebbe chiamata a fornire garanzie per almeno il 14% del totale. Intanto ci sarà poco da attendere per conoscere i decisivi dettagli di questo guazzabuglio, perché sempre ieri la Commissione ha annunciato che la proposta legislativa è attesa a giorni.Dal Belgio intanto il ministro degli esteri, Maxime Prévost ha ribattuto, osservando quanto andiamo scrivendo da settimane: «I rischi per il Belgio sono semplici: se la Russia ci porta in tribunale avrà tutte le possibilità di vincere e noi non saremo in grado di rimborsare questi 200 miliardi perché rappresentano l’equivalente di un anno di bilancio federale. Significherebbe la bancarotta». Un’uscita che alza ancora il livello dello scontro, fatto di botta e risposta ormai quotidiani e che dimostra il concreto timore dei belgi di restare col cerino in mano e, al contempo, l’evidente riottosità degli altri Stati membri di appesantire ancora i rispettivi bilanci pubblici. Ma ormai sta per alzarsi il sipario e così conosceremo tutti i dettagli della tragicommedia in corso.
Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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Il Myanmar, noto al mondo come Birmania fino all’inizio degli anni Novanta, quando i militari dopo uno dei tanti colpi di stato le cambiarono il nome, vive da sempre in una specie di limbo intriso di riservatezza. La nazione asiatica ha avuto una storia travagliata liberandosi dal dominio britannico dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dal 1948 quella che ancora si chiamava Birmania è stata scossa da lotte interne delle tante etnie che la compongono e che hanno sempre convissuto malvolentieri. Nel 1962 il primo colpo di stato inaugurava il periodo della Repubblica Socialista Birmana, un regime che sarebbe durato per 26 anni e caratterizzato dal monopartitismo e dal totale dominio dell’esercito.
Dal 1974 era iniziato un periodo di governo misto civile e militare, ma nel 1988 l’ala più dura delle Forze Armate aveva ripresa totalmente in mano il potere. I militari reagirono alle proteste popolari chiamate «Rivolta 8888», nata nelle università dopo l’uccisione di uno studente che manifestava. Gli studenti indissero per l'8 agosto 1988 uno sciopero generale e la scelta del giorno 8-8-'88 era un simbolico riferimento all'anno 888 dell'era birmana, corrispondente al 1527, anno in cui la confederazione degli Shan aveva riunito la nazione. Il 18 settembre l’esercito riprese il controllo della Birmania uccidendo migliaia di persone ed istaurando la più dura giunta militare della storia della nazione asiatica. Nel 1990 si tennero dopo 30 anni le prime elezioni libere e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e figlia dell’eroe nazionale Aung San, stravinse ottenendo una maggioranza schiacciante. La giunta militare rifiutò però di cedere il potere sciogliendo il parlamento neo-eletto ed arrestando Aung San Suu Kyi e molti dirigenti del suo partito.
Anche alla capitale Rangoon venne cambiato nome in Yangon e nel 2005 venne retrocessa a capoluogo regionale, mentre il governo si spostava a Naypyidaw, sperduto centro abitato dell’interno. Lo spostamento sembra sia stato consigliato dall’indovino personale del generale Than Shwe, leader della dittatura militare, che aveva scelto anche la data di inaugurazione ed una serie di azioni da compiere per avere fortuna. Intanto le sanzioni internazionali applicate dall’inizio degli anni 90 stavano strangolando la fragile economia birmana e nel 2010 la giunta concesse delle elezioni dopo aver cambiato la costituzione garantendo per legge all’esercito il 25% dei seggi parlamentari. Queste elezioni farsa furono boicottate dal partito di Aung San Suu Kyi e furono vinte dall'USDP (Partito dell'Unione della Solidarietà e dello Sviluppo) che candidava soltanto militari. Dal 2011 l’esercito ha concesso alcune riforme ed ha liberato la leader dell’opposizione che è riuscita a partecipare ed a vincere nelle elezioni del 2015. Per sei anni il Myanmar, fra mille difficoltà e problemi, è stato governato da un governo civile, ma nel 2021 l’ennesimo colpo di stato ha riportato un generale al vertice dello stato creando un governo provvisorio. Nel 2025 lo stesso generale Min Aung Hlaing è diventato presidente del Myanmar, svestendo la divisa dell’esercito.
Oggi il governo illegittimo di Min Aung Hlaing amministra la regione della capitale ed il sud del paese, arrivando a stento al 50& del totale del paese. il resto è in mano alla resistenza, formata da decine di milizie etniche, spesso anche in lotta fra di loro. La guerra civile è già costata diverse decine di migliaia di morti e oltre tre milioni e mezzo di sfollati interni, oltre a quasi un milione nelle nazioni confinanti. Il Myanmar è un paese complesso dove ci sono 135 gruppi etnici diversi, divisi in stati che si amministrano da soli come i Kachin, i Chin, gli Shan, i Kayah, i Kayin, i Mon e i Rakhine. Nelle zone cosiddette liberate, l’esercito continua a bombardare con forze aeree o artiglieria, aumentando il numero delle vittime civili e delle persone che fuggono, ma ormai anche la Cina, autentico mentore della giunta, chiede un cessate il fuoco. L’ex Birmania è un caposaldo del Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino che agisce come primo investitore. Nel 2020, durante la visita di Xi Jinping, sono stati firmati 33 accordi per infrastrutture milionarie in tutto lo stato, comprese aree non più controllate dalla giunta. Tra il 1988 e il 2018, il Myanmar ha ricevuto circa 75 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri per il 90% dalla Cina.
Con il BRI Pechino ha rafforzato il suo interesse sul Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), trasformando il porto di Kyaukpyu nel suo sbocco sull’Oceano Indiano. Per la Cina la Birmania è fondamentale per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca in Malesia, che ha alzato le tariffe di transito. Kyaukpyu è affacciato sul Golfo del Bengala e qui Pechino ha già investito 10 miliardi di dollari per il porto ed una zona economica speciale in mano cinese per 75 anni. Pechino ha fatto arrivare qui un gasdotto lungo 800 chilometri costato 1,5 miliardi di dollari, con una capacità di 12 miliardi di metri cubi all’anno determinante per lo sviluppo cinese. Il gasdotto collega Kunming, capitale della provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, con le città birmane di Mandalay, Yangon e Kyaukpyu pompando energia nel motore della Repubblica Popolare. Senza dimenticare che Pechino sta valutando questa località come base navale per la sua flotta, una diretta minaccia alla potenza navale indiana distante poche centinaia di miglia.
Gli italiani in Birmania (1870-1885)
Per l’Italia unita da pochi anni, l’avventura coloniale non cominciò in Africa, ma in Asia. In particolare i primi passi verso l’espansione territoriale del Regno furono diretti verso la Birmania (oggi Myanmar). Ancora prima del 1860 l’idea nacque nell’entourage di Camillo Cavour, durante la carica di primo ministro del Regno di Sardegna grazie alla consulenza del futuro fondatore della Società Geografica Italiana, accademico e diplomatico durante gli ultimi anni preunitari, Cristoforo Negri. Durante gli anni dell’attività di diplomatico, Negri era venuto in stretto contatto con il missionario italiano Paolo Abbona, in Birmania dal 1839 e profondo conoscitore della cultura e della lingua del Paese asiatico. Durante la permanenza nell’allora capitale Mandalay si era guadagnato la fiducia dei dignitari di corte e dello stesso re Mindon Min, sovrano illuminato e aperto all’interscambio con l’occidente del mondo. Abbona fu testimone della strenua difesa del territorio che Mindon guidò durante l’aggressione militare britannica nella seconda guerra anglo-birmana del 1852, conclusa con l’annessione di ampi territori della Birmania meridionale da parte di Londra. Considerata l’arretratezza dell’esercito birmano nei confronti di quello britannico, il sovrano sfruttò gli ottimi rapporti con Abbona per avviare un flusso migratorio di tecnici specializzati. Questi avrebbero dovuto occuparsi della modernizzazione della Birmania sia in campo civile (opere infrastrutturali e industria) che militari, con l’introduzione di armamenti moderni e addestramento al combattimento.
Nel 1871 i contatti tra Birmania e Italia furono formalizzati durante il lungo viaggio in Oriente dal comandante della corvetta «Principessa Clotilde», Carlo Alberto Racchia. Nel trattato di amicizia Italia-Birmania siglato dall’ufficiale di Marina piemontese e dal ministro degli esteri Kinwun erano contenuti i termini della collaborazione dei tecnici italiani. La scelta di rivolgersi all’Italia, piuttosto che francesi o britannici, nasceva dal fatto che il nuovo Stato europeo non rappresentava ancora una minaccia coloniale diretta. La corte birmana vedeva negli italiani collaboratori neutrali e utili per importare conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili alla modernizzazione. A partire dalla metà degli anni ’70 del secolo XIX furono decine gli ingegneri, i tecnici ma anche scienziati e medici che si trasferirono al servizio del governo birmano. Molti furono addetti allo sviluppo e al mantenimento dell’industria siderurgica in particolare delle armi. In Birmania fu attivo Antonio Glisenti, imprenditore bresciano delle armi, che riuscì ad aggirare l’embargo britannico importando numerosi fucili moderni per l’esercito di Mindon. Nelle infrastrutture si distinse l’ingegnere spezzino Francesco Federici che nel 1874 realizzò due ponti sul fiume Irrawaddy, mentre il genovese Giovanni Battista Comotto si occupò di riorganizzare la marina fluviale, oltre a raccogliere molte notizie sull’entomologia della Birmania. Anche la prima luce elettrica fu portata a Mandalay da un italiano, Ainsi Pedrone, che importò anche le prime cucine economiche da campo in uso al regio Esercito. Gli italiani che lavorarono in Birmania furono presenti in svariati campi dell’industria, che comprese anche l’introduzione dell’allevamento e della filatura della seta. In campo sanitario, si distinse il nobile lodigiano Luigi Barbieri di Introini, diventato medico personale di re Mindon.
Dal punto di vista della consulenza militare, in Birmania si trasferirono a partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento, diversi ufficiali delle varie specialità dell’esercito. Il Tenente Colonnello dei bersaglieri Tersilio Barberis, in congedo volontario, fu attivo nell’addestramento della fanteria, oltre ad occuparsi di interessi commerciali. Con lui negli stessi anni fu Aristide Perucca, ufficiale che fu nominato «tenascié» dell’esercito birmano durante la sua permanenza. Come lui, anche Valentino Molinari entrò nei ranghi delle forze armate. Nel 1878 re Mindon morì, lasciando il trono all’erede Thibaw Min. Il cambio di reggenza significò un peggioramento dei rapporti tra i dignitari birmani e i tecnici italiani, rallentati nella loro opera anche a causa di una burocrazia paralizzante. A complicare la situazione contribuì in parte anche un personaggio importante della comunità italiana in Birmania, l’ambasciatore a Mandalay Giovanni Andreino. Figura controversa, il diplomatico fu al centro delle polemiche per un supposto doppio gioco in favore dei francesi, che miravano a limitare l’influenza britannica nel Sudest asiatico. La presenza degli italiani e l’ostilità francese spinsero il governo britannico a completare l’opera di assoggettamento del regno di Birmania, dando il via alla terza e ultima guerra anglo-birmana, durata meno di un mese dal 7 al 29 novembre 1885. Nelle ostilità furono coinvolti anche gli ufficiali italiani Barberis, Perucca e Molinari che parteciparono alla difesa della fortificazione di Minhla, sulle rive del fiume Irrawaddy. Impossibilitati a resistere dalle soverchianti forze nemiche, si arrenderanno agli inglesi pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità. La caduta del regno di Birmania e l’inizio della dominazione britannica metteranno la parola fine a quel primordiale tentativo italiano di radicare la presenza nel Sudest asiatico, da allora dominio quasi totale anglo-francese. La maggior parte dei tecnici italiani farà rientro in Patria, mentre alcuni tenteranno nuova fortuna in paesi come Giappone e Cina. Appena cinque anni dopo la fine della presenza italiana in Birmania, il 1°gennaio 1890, l’Italia ebbe la sua prima colonia in Africa: l’Eritrea.
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