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2025-12-02
Ucraina, oggi Witkoff incontra Putin. Zelensky e Macron insistono per non cedere territori
Steve Witkoff (Ansa)
Washington continua a tessere la tela diplomatica per cercare di portare a conclusione la guerra in Ucraina. L’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, sono attesi oggi a Mosca, dove incontreranno Vladimir Putin. Ci si attende che i tre discuteranno della proposta di pace in 19 punti, emersa dai colloqui di Ginevra tra Washington e Kiev. Alcuni giorni fa, il Telegraph aveva riferito che, nella sua visita in Russia, Witkoff avrebbe sottoposto un’offerta allo zar: gli americani riconoscerebbero la sovranità di Mosca su Crimea e territori occupati, mentre il Cremlino, dal canto suo, accetterebbe un accordo di pace. Non sappiamo se Witkoff avanzerà realmente questa proposta al presidente russo. È tuttavia abbastanza chiaro che il suo viaggio a Mosca potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle trattative.
Tra l’altro, ieri, lo stesso Witkoff ha avuto modo di parlare con Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e l’attuale capo negoziatore ucraino, Rustem Umerov, in quello che il presidente ucraino ha definito un «briefing importante». «Abbiamo concordato di discutere personalmente maggiori dettagli: i team coordineranno i programmi per possibili contatti futuri», ha aggiunto. Poco prima, il leader ucraino aveva avuto una conferenza con i leader europei, a cui aveva preso parte anche Giorgia Meloni, la quale, in una nota di Palazzo Chigi, aveva «ribadito l’importanza della convergenza di vedute tra partner europei e Stati Uniti quale fondamento per il raggiungimento di una pace giusta e duratura», auspicando «che Mosca offra a sua volta un fattivo contributo al processo negoziale».
Non solo. Witkoff era anche presente, insieme al segretario di Stato americano Marco Rubio, ai colloqui tenutisi domenica a Miami tra la delegazione statunitense e quella ucraina, guidata da Umerov. «Abbiamo avuto una sessione molto produttiva. Non vogliamo solo porre fine alla guerra, ma rendere l’Ucraina sicura per sempre», ha dichiarato Rubio dopo il meeting dell’altro ieri, per poi tuttavia precisare che «c’è ancora molto lavoro da fare». Da parte ucraina, i colloqui in Florida sono stati definiti «intensi, ma non negativi». «Ci sono ancora alcune questioni difficili che devono essere risolte», ha comunque dichiarato ieri Zelensky, riferendosi al meeting di Miami.
Secondo The Hill, il nodo principale continuerebbe a risiedere nella questione delle cessioni territoriali e in quella delle garanzie di sicurezza all’Ucraina: due dossier, rispetto a cui si registra ancora una certa distanza tra Washington e Kiev. E infatti ieri, in conferenza stampa con Macron a Parigi, il presidente ucraino ha detto che soltanto l’Ucraina può prendere decisioni sui propri territori. «La Russia deve fermare l’aggressione. Non ha dato alcun segnale, nessuna prova in tal senso», ha inoltre dichiarato, aprendo alla possibilità di un colloquio diretto con Trump per discutere delle «questioni chiave», dopo che Witkoff sarà tornato dalla Russia. «Dobbiamo fare in modo che la Russia non abbia l’impressione di ottenere una ricompensa per la guerra», ha proseguito il presidente ucraino, mentre Macron, sentendo Trump al telefono, ha sottolineato la necessità di garanzie di sicurezza per Kiev.
Il problema, per Zelensky, è che le manovre diplomatiche stanno entrando in una fase delicata proprio mentre lui si è indebolito politicamente. Il passo indietro, venerdì scorso, di Andriy Yermak - che, oltre a essere capo di gabinetto dell’Ufficio presidenziale ucraino era anche il leader del team negoziale di Kiev - ha notevolmente fiaccato la posizione dello stesso Zelensky al tavolo diplomatico. Tanto più che l’uscita di scena di Yermak non sarebbe avvenuta in modo indolore. «Stando alla Urkainska Pravda, Yermak era isterico quando Zelensky gli ha proposto di dimettersi», ha riferito ieri Nexta, secondo cui l’ormai ex capo di gabinetto sarebbe stato silurato da uno sforzo di concerto tra funzionari e ministri che lo ritenevano ormai un problema a causa dell’indagine su di lui condotta dall’autorità anticorruzione. D’altronde, nonostante si parlasse di sue «dimissioni», venerdì stesso Zelensky aveva firmato un decreto di «rimozione» del suo braccio destro. Le stesse parole rilasciate da Yermak al New York Post dopo l’estromissione erano apparse particolarmente astiose. Certo: interpellato sullo scandalo corruzione che sta scuotendo i vertici di Kiev, ieri Macron ha replicato che la Francia «non dà lezioni» all’Ucraina. Resta comunque il fatto che questa situazione rischia di indebolire seriamente il presidente ucraino in una fase cruciale del processo diplomatico. E difficilmente Parigi potrà offrirgli una sponda troppo solida rispetto alle pressioni di Washington, che punta a chiudere il conflitto con l’obiettivo principale di sganciare il più possibile Mosca da Pechino. Agli occhi di Trump è infatti questa la partita prioritaria. Senza infine trascurare che Casa Bianca e Cremlino cercano una sponda reciproca in Medio Oriente. Putin ha bisogno di Trump per recuperare terreno in Siria, farsi coinvolgere nel rilancio degli Accordi di Abramo e non restare tagliato fuori dalla ricostruzione di Gaza. Trump, per parte sua, ha bisogno di Putin per arrivare a un accordo sul nucleare con l’Iran. Non è un caso che oggi, a Mosca, andranno Witkoff e Kushner: i protagonisti del piano di pace per Gaza e, soprattutto, le figure di raccordo della Casa Bianca con Israele e l’Arabia Saudita. È in questo quadro geopolitico complesso che il presidente americano sta leggendo e cercando di risolvere il rebus ucraino.
Col debito Ue armiamo Kiev anziché l’Europa
A Bruxelles, in assenza di fatti nuovi, sono abituati a riciclare fatti vecchi, spacciandoli per nuovi. Ieri è stata la volta del piano Safe - uno strumento di finanziamento fino a 150 miliardi per le spese militari - lanciato dalla Commissione a fine maggio. Infatti il 30 novembre scadeva il termine per presentare - da parte dei 19 Stati membri che a fine luglio avevano espresso un’opzione - il piano delle spese da eseguire nel quinquennio 2026-2030 da finanziarsi con «comodi» prestiti erogati dalla Commissioni rimborsabili fino a 45 anni.
I piani di spesa hanno sostanzialmente confermato le opzioni espresse già a fine luglio, con l’Italia che potrebbe attingere a un prestito fino a 14,9 miliardi e la Polonia in testa al gruppo dei richiedenti con 43 miliardi. Rilevanti anche le richieste di Ungheria (16 miliardi), Romania (17 miliardi) e Lettonia e Lituania (circa 6 miliardi, una cifra molto rilevante rispetto al Pil). Immediato l’annuncio «urbi et orbi» del commissario Ue alla Difesa, Andrius Kubilius, che ha definito il programma Safe come «fondamentale per la prontezza della difesa dell’Ue e per la nostra base industriale». «Quindici Paesi hanno incluso il sostegno all'Ucraina. Più del previsto! E parliamo di miliardi, non di milioni», ha aggiunto Kubilius.
A ben vedere, Safe è uno strumento di finanziamento a sostegno di piani di acquisto di un nutrito elenco di sistemi d’arma, per almeno il 65% fabbricati nella Ue. Per evitare frammentazioni negli acquisti, ciascuno Stato beneficiario dovrà partecipare ad appalti comuni, coinvolgendo almeno uno Stato membro beneficiario di Safe e un altro Stato membro, nonché l’Ucraina e i paesi See-Efta.
Quello che Kubilius non ha detto è che si tratta del mero finanziamento di spese già previste in bilancio - come dichiarato dal ministro Giancarlo Giorgetti già a fine luglio - quando ha definito il Safe una «fonte alternativa per finanziare spese in larga parte già previste e già in itinere». Niente di più di quanto già previsto nel bilancio della Difesa che, fino al 2028, dovrebbe passare gradualmente da circa 45 miliardi del 2025 a 61 miliardi. Equivale a decidere a quale banca rivolgersi, una volta che si è deciso di ristrutturare la casa. Noi continuiamo a sostenere che la Commissione sia una «banca» solo apparentemente meno costosa, dato il carico di burocrazia e condizioni che assistono qualsiasi finanziamento da Bruxelles, tristemente sperimentato per il Pnrr. Ma nonostante Giorgetti abbia fatto valutazioni diverse, solo di questo si tratta, non di nuove spese militari. La cui abbondanza comincia a destare strani appetiti, perché ieri in Germania, la Bundeswehr si è vista derubata quasi dell’intero carico di un camion civile carico di proiettili e granate, lasciato incustodito.
Preso dal trionfalismo dell’annuncio, Kubilius si è ben guardato dal parlare del fallimento del negoziato per l’adesione del Regno Unito al programma Safe, annunciato proprio nelle stesse ore. La Commissione aveva chiesto a Londra un contributo di 6,7 miliardi e si è vista fare una irricevibile controfferta di 82 milioni, per la delusione dell’industria militare di Sua Maestà che già pregustava lauti affari e che ora parteciperà soltanto alla quota residua del 35% destinata alle industrie extra Ue.
Invece i soldi che non si trovano continuano ad essere quelli destinati a finanziare il fabbisogno delle esauste casse statali ucraine. A perorare la causa dell’utilizzo degli asset russi, ieri è stato il turno di Kaja Kallas, alto rappresentante Ue per gli Esteri. Si tratta della «soluzione migliore» a suo dire, per poi aggiungere che «non intende sminuire le preoccupazioni del Belgio […] possiamo assumerci i rischi insieme […] dobbiamo lavorare sulla proposta legislativa, per affrontare o mitigare tutti i rischi e assumerci l’onere». Molto facile per l’ex-premier estone parlare di condivisione dei rischi, quando il suo Paese coprirebbe quei rischi per una percentuale infinitesimale, mentre un Paese come l’Italia sarebbe chiamata a fornire garanzie per almeno il 14% del totale. Intanto ci sarà poco da attendere per conoscere i decisivi dettagli di questo guazzabuglio, perché sempre ieri la Commissione ha annunciato che la proposta legislativa è attesa a giorni.
Dal Belgio intanto il ministro degli esteri, Maxime Prévost ha ribattuto, osservando quanto andiamo scrivendo da settimane: «I rischi per il Belgio sono semplici: se la Russia ci porta in tribunale avrà tutte le possibilità di vincere e noi non saremo in grado di rimborsare questi 200 miliardi perché rappresentano l’equivalente di un anno di bilancio federale. Significherebbe la bancarotta». Un’uscita che alza ancora il livello dello scontro, fatto di botta e risposta ormai quotidiani e che dimostra il concreto timore dei belgi di restare col cerino in mano e, al contempo, l’evidente riottosità degli altri Stati membri di appesantire ancora i rispettivi bilanci pubblici. Ma ormai sta per alzarsi il sipario e così conosceremo tutti i dettagli della tragicommedia in corso.
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Ieri il colloquio del presidente ucraino con l’omologo francese, Rutte, diversi leader europei e Starmer. Meloni: «Convergenza Usa-Unione, Mosca dia il suo contributo».Col debito Ue armiamo Kiev anziché l’Europa. Fondi Safe di 15 Stati con aiuti alla resistenza. Bruxelles insiste sui beni russi, il Belgio: «Rischio bancarotta».Lo speciale contiene due articoli.Washington continua a tessere la tela diplomatica per cercare di portare a conclusione la guerra in Ucraina. L’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, sono attesi oggi a Mosca, dove incontreranno Vladimir Putin. Ci si attende che i tre discuteranno della proposta di pace in 19 punti, emersa dai colloqui di Ginevra tra Washington e Kiev. Alcuni giorni fa, il Telegraph aveva riferito che, nella sua visita in Russia, Witkoff avrebbe sottoposto un’offerta allo zar: gli americani riconoscerebbero la sovranità di Mosca su Crimea e territori occupati, mentre il Cremlino, dal canto suo, accetterebbe un accordo di pace. Non sappiamo se Witkoff avanzerà realmente questa proposta al presidente russo. È tuttavia abbastanza chiaro che il suo viaggio a Mosca potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle trattative.Tra l’altro, ieri, lo stesso Witkoff ha avuto modo di parlare con Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e l’attuale capo negoziatore ucraino, Rustem Umerov, in quello che il presidente ucraino ha definito un «briefing importante». «Abbiamo concordato di discutere personalmente maggiori dettagli: i team coordineranno i programmi per possibili contatti futuri», ha aggiunto. Poco prima, il leader ucraino aveva avuto una conferenza con i leader europei, a cui aveva preso parte anche Giorgia Meloni, la quale, in una nota di Palazzo Chigi, aveva «ribadito l’importanza della convergenza di vedute tra partner europei e Stati Uniti quale fondamento per il raggiungimento di una pace giusta e duratura», auspicando «che Mosca offra a sua volta un fattivo contributo al processo negoziale».Non solo. Witkoff era anche presente, insieme al segretario di Stato americano Marco Rubio, ai colloqui tenutisi domenica a Miami tra la delegazione statunitense e quella ucraina, guidata da Umerov. «Abbiamo avuto una sessione molto produttiva. Non vogliamo solo porre fine alla guerra, ma rendere l’Ucraina sicura per sempre», ha dichiarato Rubio dopo il meeting dell’altro ieri, per poi tuttavia precisare che «c’è ancora molto lavoro da fare». Da parte ucraina, i colloqui in Florida sono stati definiti «intensi, ma non negativi». «Ci sono ancora alcune questioni difficili che devono essere risolte», ha comunque dichiarato ieri Zelensky, riferendosi al meeting di Miami.Secondo The Hill, il nodo principale continuerebbe a risiedere nella questione delle cessioni territoriali e in quella delle garanzie di sicurezza all’Ucraina: due dossier, rispetto a cui si registra ancora una certa distanza tra Washington e Kiev. E infatti ieri, in conferenza stampa con Macron a Parigi, il presidente ucraino ha detto che soltanto l’Ucraina può prendere decisioni sui propri territori. «La Russia deve fermare l’aggressione. Non ha dato alcun segnale, nessuna prova in tal senso», ha inoltre dichiarato, aprendo alla possibilità di un colloquio diretto con Trump per discutere delle «questioni chiave», dopo che Witkoff sarà tornato dalla Russia. «Dobbiamo fare in modo che la Russia non abbia l’impressione di ottenere una ricompensa per la guerra», ha proseguito il presidente ucraino, mentre Macron, sentendo Trump al telefono, ha sottolineato la necessità di garanzie di sicurezza per Kiev.Il problema, per Zelensky, è che le manovre diplomatiche stanno entrando in una fase delicata proprio mentre lui si è indebolito politicamente. Il passo indietro, venerdì scorso, di Andriy Yermak - che, oltre a essere capo di gabinetto dell’Ufficio presidenziale ucraino era anche il leader del team negoziale di Kiev - ha notevolmente fiaccato la posizione dello stesso Zelensky al tavolo diplomatico. Tanto più che l’uscita di scena di Yermak non sarebbe avvenuta in modo indolore. «Stando alla Urkainska Pravda, Yermak era isterico quando Zelensky gli ha proposto di dimettersi», ha riferito ieri Nexta, secondo cui l’ormai ex capo di gabinetto sarebbe stato silurato da uno sforzo di concerto tra funzionari e ministri che lo ritenevano ormai un problema a causa dell’indagine su di lui condotta dall’autorità anticorruzione. D’altronde, nonostante si parlasse di sue «dimissioni», venerdì stesso Zelensky aveva firmato un decreto di «rimozione» del suo braccio destro. Le stesse parole rilasciate da Yermak al New York Post dopo l’estromissione erano apparse particolarmente astiose. Certo: interpellato sullo scandalo corruzione che sta scuotendo i vertici di Kiev, ieri Macron ha replicato che la Francia «non dà lezioni» all’Ucraina. Resta comunque il fatto che questa situazione rischia di indebolire seriamente il presidente ucraino in una fase cruciale del processo diplomatico. E difficilmente Parigi potrà offrirgli una sponda troppo solida rispetto alle pressioni di Washington, che punta a chiudere il conflitto con l’obiettivo principale di sganciare il più possibile Mosca da Pechino. Agli occhi di Trump è infatti questa la partita prioritaria. Senza infine trascurare che Casa Bianca e Cremlino cercano una sponda reciproca in Medio Oriente. Putin ha bisogno di Trump per recuperare terreno in Siria, farsi coinvolgere nel rilancio degli Accordi di Abramo e non restare tagliato fuori dalla ricostruzione di Gaza. Trump, per parte sua, ha bisogno di Putin per arrivare a un accordo sul nucleare con l’Iran. Non è un caso che oggi, a Mosca, andranno Witkoff e Kushner: i protagonisti del piano di pace per Gaza e, soprattutto, le figure di raccordo della Casa Bianca con Israele e l’Arabia Saudita. 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Infatti il 30 novembre scadeva il termine per presentare - da parte dei 19 Stati membri che a fine luglio avevano espresso un’opzione - il piano delle spese da eseguire nel quinquennio 2026-2030 da finanziarsi con «comodi» prestiti erogati dalla Commissioni rimborsabili fino a 45 anni.I piani di spesa hanno sostanzialmente confermato le opzioni espresse già a fine luglio, con l’Italia che potrebbe attingere a un prestito fino a 14,9 miliardi e la Polonia in testa al gruppo dei richiedenti con 43 miliardi. Rilevanti anche le richieste di Ungheria (16 miliardi), Romania (17 miliardi) e Lettonia e Lituania (circa 6 miliardi, una cifra molto rilevante rispetto al Pil). Immediato l’annuncio «urbi et orbi» del commissario Ue alla Difesa, Andrius Kubilius, che ha definito il programma Safe come «fondamentale per la prontezza della difesa dell’Ue e per la nostra base industriale». «Quindici Paesi hanno incluso il sostegno all'Ucraina. Più del previsto! E parliamo di miliardi, non di milioni», ha aggiunto Kubilius. A ben vedere, Safe è uno strumento di finanziamento a sostegno di piani di acquisto di un nutrito elenco di sistemi d’arma, per almeno il 65% fabbricati nella Ue. Per evitare frammentazioni negli acquisti, ciascuno Stato beneficiario dovrà partecipare ad appalti comuni, coinvolgendo almeno uno Stato membro beneficiario di Safe e un altro Stato membro, nonché l’Ucraina e i paesi See-Efta.Quello che Kubilius non ha detto è che si tratta del mero finanziamento di spese già previste in bilancio - come dichiarato dal ministro Giancarlo Giorgetti già a fine luglio - quando ha definito il Safe una «fonte alternativa per finanziare spese in larga parte già previste e già in itinere». Niente di più di quanto già previsto nel bilancio della Difesa che, fino al 2028, dovrebbe passare gradualmente da circa 45 miliardi del 2025 a 61 miliardi. Equivale a decidere a quale banca rivolgersi, una volta che si è deciso di ristrutturare la casa. Noi continuiamo a sostenere che la Commissione sia una «banca» solo apparentemente meno costosa, dato il carico di burocrazia e condizioni che assistono qualsiasi finanziamento da Bruxelles, tristemente sperimentato per il Pnrr. Ma nonostante Giorgetti abbia fatto valutazioni diverse, solo di questo si tratta, non di nuove spese militari. La cui abbondanza comincia a destare strani appetiti, perché ieri in Germania, la Bundeswehr si è vista derubata quasi dell’intero carico di un camion civile carico di proiettili e granate, lasciato incustodito.Preso dal trionfalismo dell’annuncio, Kubilius si è ben guardato dal parlare del fallimento del negoziato per l’adesione del Regno Unito al programma Safe, annunciato proprio nelle stesse ore. La Commissione aveva chiesto a Londra un contributo di 6,7 miliardi e si è vista fare una irricevibile controfferta di 82 milioni, per la delusione dell’industria militare di Sua Maestà che già pregustava lauti affari e che ora parteciperà soltanto alla quota residua del 35% destinata alle industrie extra Ue.Invece i soldi che non si trovano continuano ad essere quelli destinati a finanziare il fabbisogno delle esauste casse statali ucraine. A perorare la causa dell’utilizzo degli asset russi, ieri è stato il turno di Kaja Kallas, alto rappresentante Ue per gli Esteri. Si tratta della «soluzione migliore» a suo dire, per poi aggiungere che «non intende sminuire le preoccupazioni del Belgio […] possiamo assumerci i rischi insieme […] dobbiamo lavorare sulla proposta legislativa, per affrontare o mitigare tutti i rischi e assumerci l’onere». Molto facile per l’ex-premier estone parlare di condivisione dei rischi, quando il suo Paese coprirebbe quei rischi per una percentuale infinitesimale, mentre un Paese come l’Italia sarebbe chiamata a fornire garanzie per almeno il 14% del totale. Intanto ci sarà poco da attendere per conoscere i decisivi dettagli di questo guazzabuglio, perché sempre ieri la Commissione ha annunciato che la proposta legislativa è attesa a giorni.Dal Belgio intanto il ministro degli esteri, Maxime Prévost ha ribattuto, osservando quanto andiamo scrivendo da settimane: «I rischi per il Belgio sono semplici: se la Russia ci porta in tribunale avrà tutte le possibilità di vincere e noi non saremo in grado di rimborsare questi 200 miliardi perché rappresentano l’equivalente di un anno di bilancio federale. Significherebbe la bancarotta». Un’uscita che alza ancora il livello dello scontro, fatto di botta e risposta ormai quotidiani e che dimostra il concreto timore dei belgi di restare col cerino in mano e, al contempo, l’evidente riottosità degli altri Stati membri di appesantire ancora i rispettivi bilanci pubblici. Ma ormai sta per alzarsi il sipario e così conosceremo tutti i dettagli della tragicommedia in corso.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato il capo delegazione di Fratelli d'Italia al Parlamento europeo di Bruxelles, in seguito all'approvazione del pacchetto vino da parte della Commissione Agricoltura.
La meridiana di Enrico Alberto d'Albertis in ricordo del bombardamento di Aquileia del 13 maggio 1917 (IStock)
La luce e l’ombra, i due elementi su cui si basa il principio dell’orologio solare (detto impropriamente «meridiana») sono gli stessi che metaforicamente possono essere riferiti al corso dei grandi eventi storici. L’avvicendarsi perenne del ciclo solare segna il tempo infinito, mentre il motto segnato sul quadrante spesso ricorda quanto la vita umana sia segnata al contrario da una fine ineluttabile.
Questi elementi, presenti da secoli sugli orologi dipinti o scolpiti sui muri o sui pavimenti del mondo, caratterizzano anche alcune meridiane italiane realizzate in occasione di grandi eventi storici, in particolare della Prima guerra mondiale.
Sempre incluse in una lapide marmorea, non ricordano in questo caso specifico l’«ora della fine», piuttosto enfatizzano il significato del luogo dove sono state installate e dell’evento al quale sono legate in un ciclo eterno scandito dall’alternarsi della luce e dell’ombra segnate dallo «gnomone» l’asta che, se correttamente orientata, segna l’ora esatta con la sua ombra proiettata sul quadrante. Almeno tre orologi solari in Italia sono stati realizzati allo scopo di ricordare eventi storici, tutti realizzati da Enrico Alberto d’Albertis, navigatore e filantropo genovese nato prima del Risorgimento e morto tra le due guerre mondiali, che in vita ne realizzò oltre 100. Le sue meridiane ricordano, con enfasi retorica tipica del periodo, diversi episodi dell’Italia della Grande Guerra.
Aquileia, la meridiana delle ore più buie.
Più ombra che luce fu ciò che caratterizzò il periodo in cui fu realizzata la meridiana affissa sulla facciata di un edificio privato nel centro di Aquileia (Udine). L’opera del d’Albertis fu iniziata infatti il 24 ottobre 1917, giorno d’inizio dell’offensiva di Caporetto che porterà alla tragica ritirata oltre il Piave. La sua costruzione fu poi interrotta il 28 ottobre con l’arrivo degli austriaci e sarà portata a termine soltanto alla fine di giugno del 1919. L’orologio solare fu installato a ricordo del bombardamento nemico sull’antichissima città giuliana avvenuto il 13 maggio 1917. All’alba una formazione di idrovolanti dell’aviazione navale (K.u.k Kriegsmarine) si presentò nel cielo di Aquileia dove gli aerei sganciarono alcune bombe che causarono ingenti danni alla Basilica patriarcale, un obiettivo non certo militare come il vicinissimo aeroporto di Cascina Farello. Il fatto, riportato anche nel bollettino di guerra del Comando italiano, suscitò grande sdegno e stimolò il d’Albertis nella realizzazione dell’orologio. L’episodio è ricordato sulla meridiana con queste parole incise nel marmo dove è presente lo stemma della città di Aquileia: «Presso al ferito Tempio, ad ogni aurora su questo muro incolume rimasto ricorderò della Gran Guerra l'ora». Proprio nel cimitero di Aquileia Maria Bergamas sceglierà la salma del Milite Ignoto che dal 1921 riposa nel Vittoriale a Roma.
Quando «fu la luce» sulle terre irredente: le meridiane di Trento e Trieste
Due orologi solari pressoché identici furono realizzati dal capitano d’Albertis rispettivamente sopra la porta meridionale del castello del Buonconsiglio di Trento e sul Colle di San Giusto a Trieste. Entrambi celebrano, con il gioco del sole con l’ombra, la vittoria italiana. In particolare fanno riferimento al giorno 3 novembre 1918 quando le truppe italiane fecero il loro ingresso nelle due città fino ad allora parte dell’impero austroungarico. Il giorno stesso a Villa Giusti (Padova) fu firmata la resa austriaca alla presenza del generale italiano Pietro Badoglio, incaricato dal generale Armando Diaz. Le clausole divennero effettive il giorno seguente e da allora il tricolore sostituì l’aquila imperiale sui monumenti delle due città irredente. Entrambe le meridiane recano il medesimo motto inciso nel marmo di Carrara e sfiorato dall’ombra dello gnomone: «Le nostre truppe hanno occupato Trento (ore 15) e sono sbarcate a Trieste (ore 16). Il tricolore sventola sul Castello del Buon Consiglio e sulla Torre di S. Giusto». - Comando Supremo 3 Novembre 1918- A. Diaz. L’orologio-lapide è sormontato da una frase in latino identica per le due città acquisite dall’Italia: MCMXVII Tridenti (Tergeste sulla lapide di san Giusto) almae matri restitutionis anno
Victorio Emmanuele III Rege.
La meridiana dell’Arsenale a Venezia: la luce della vittoria sulla «Porta da Mar»
Nella torre di Levante della porta dell’Arsenale di Venezia, la antica «Porta da Mar» della marina della Serenissima, campeggia una meridiana di D’Albertis realizzata nel 1919 e donata alla città di Venezia dal «nauta ligur», come egli stesso si firmò. Di semplice lettura ed incorniciata in una cima da marinaio scolpita nel marmo, reca un moto patriottico in latino: «Sit Aurea Patriae Quaevis» (che ogni ora sia d’oro alla Patria). Un auspicio in contrasto con i tipici «memento mori» delle meridiane storiche dedicata ad una città che fu tra le più bombardate della Grande Guerra. Per il ruolo strategico di Venezia come base navale, la città lagunare subì la prima incursione già durante il primo giorno di guerra per l’Italia, il 24 maggio 1915. L’ultimo bombardamento avvenne il 23 ottobre 1918 a pochi giorni dall’armistizio, dopo ben 42 attacchi aerei nel periodo bellico. Più di 50 furono le vittime civili e i danni al patrimonio artistico riguardarono anche Piazza San Marco, la chiesa degli Scalzi che perse un affresco del Tiepolo e la scuola Grande di San Marco. Proprio la zona dell’Arsenale, assieme a Santa Marta e alla stazione ferroviaria fu tra le più colpite. La meridiana fu donata alla Regia Marina in occasione del primo anniversario della vittoria il 4 novembre 1919. Sotto l’ombra dello gnomone, vegliata dal leone di San Marco, la meridiana recita: «Italos nunc in libertate coniunctos, victor sacra ensis» (Gli italiani ora uniti nella libertà. Il vincitore consacra la spada). Nel mezzo del quadrante, un monito ai posteri: «Ruit hora, labora». Ossia: «Il tempo corre, datti da fare».
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