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2019-12-18
Arrivano i turchi e l’Italia in Libia è senza elicotteri
Ansa
i cieli dell'ex terra di Gheddafi e al tempo stesso ha spedito una nave carica di armi e una seconda è in viaggio verso Homs per far sbarcare tecnici e consiglieri militari. In pratica la Turchia è entrata in guerra contro il generale Khalifa Haftar, stravolgendo in pochi giorni l'equilibrio tenuto insieme con il fil di ferro da Europa e Onu. Benghazi si prepara al contrattacco e ciò significa che la presenza di contractor russi è destinata a raddoppiare, con tutto ciò che ne consegue sul fronte dell'intelligence. Di Maio ha voluto mettere i puntini sulle i e ricordare che le guerre si combattono con la diplomazia.
Bisognerà spiegare al numero uno della Farnesina che ad apparecchiare i tavoli, attorno cui i diplomatici si siedono dopo lo sgombero delle macerie, sono proprio i militari. E si arriva a trattare dopo aver dispiegato la rispettive forze. Peccato che mentre i turchi si apprestano a mettere gli stivali sul campo la potenza italiana è ai minimi storici. Un grande contributo arriva dalla gestione della grillina Elisabetta Trenta, che nel periodo di gerenza non ha avuto la capacità di dare impronta politica alla gestione dei budget di spesa. Spesso ha latitato e in alcuni casi ha lasciato che le antipatie all'interno delle tre forze armate prendessero il sopravvento. Una delle prime conseguenze è strettamente collegata alle emergenze che nelle prossime settimane potrebbero arrivare proprio dal teatro di guerra libico. Al momento il nostro Paese non dispone di elicotteri a lungo raggio destinati alle forze speciali interforze. Non saremo in grado di dislocare personale specializzato in aree remote e in situazioni come quelle libiche è molto importante anche solo far sapere agli altri attori che si è del tutto indipendenti e autonomi.
Cosa che oggi avremmo potuto realizzare, se il budget messo in cantiere all'inizio del 2018 non fosse svanito in rivoli (o tagliato). A maggio dello scorso anno, infatti, la Difesa aveva trovato il budget (circa 500 milioni) e, dopo anni di attesa, era pronta a far costruire i quattro elicotteri destinati alle forze speciali italiane. Si trattava dei Chinook 47 Er, sigla che sta per «extended range». I velivoli - prodotti da Boeing - sarebbero dovuti uscire dagli stabilimenti di Filadelfia, mentre Leonardo essere coinvolta nel dopo vendita con contratti di logistica e di manutenzione. Il verbo è volutamente al passato perché nel Dpp (documento programmatico) del 2019 l'assegnazione è sparita. Quei 500 milioni sono stati in parte tagliati e in parte dirottati dal capo di Stato maggiore Enzo Vecciarelli ad altri programmi, come il carro Ariete. In vista del 2020 non ci sono novità sostanziali. Discorso simile si può fare per le batterie di missili Aspide. Sono sistemi terra-aria vecchi di 40 anni e devono essere sostituiti con i Camm-er prodotti da Mbda, consorzio paneuropeo. I nuovi missili sono necessari per rimanere nella compagine del G7. Anche in questo caso si tratta di 500 milioni. Prima tagliati e, per fortuna, in parte reinseriti con il rischio di allungare i tempi. Anche se la toppa è stata messa e la situazione risolta, il tema però è politico. Queste scelte spettano ai governi non ai delegati. Perché si tratta di scelte geopolitiche. E la Trenta su ciò è stata così latitante da aver lasciato al suo successore, Lorenzo Guerini, una serie di grane da risolvere.
Da tempo il bilancio della Difesa risente di pesanti tagli, tanto da rappresentare secondo gli addetti ai lavori il bancomat della spending review statale. Il rinnovamento va a rilento, tanto che il bilancio del comparto risulta al di sotto della media dei Paesi dell'Unione europea come quelli del perimetro della Nato. Di risultati, nell'anno e mezzo sotto il ministro Trenta, non ne sono arrivati. Anzi. Si è perso tempo. Dal momento che la pentastellata non ha fatto che temporeggiare da un progetto all'altro senza prendere alcuna decisione incisiva. I provvedimenti per il riordino delle carriere militari continuano a creare forte malumore, nel silenzio dello stesso Guerini. Del resto il campanello d'allarme sulle carenze nel budget della Difesa lo aveva comunque lanciato Vecciarelli a luglio, di fronte alle commissioni parlamentari, commentando il documento programmatico pluriennale (Dpp) 2019-2021. Il problema resta sempre lo sbilanciamento delle risorse distribuite, tra Esercito, Marina Militare e Aeronautica. Poi c'è il problema del personale, che drena la maggior parte dei fondi a budget, circa il 74% (10,4 miliardi di euro su un totale di 21,4). Il problema è che servono interventi immediati come si attendono risposte dal ministero dello Sviluppo economico su strategie interne di sviluppo. Proprio oggi ci sarà un nuovo incontro con i sindacati di Piaggio Aerospace, l'azienda produttrice di droni in amministrazione straordinaria da un anno, con un carico di debiti pari a circa 600 milioni di euro. La gestione dell'azienda è stata fallimentare, sia ai tempi di Roberta Pinotti, sia durante il peirodo della Trenta. Lo stesso Vecciarelli, che ha seguito il dossier sin dall'inizio, nel 2014, dovrà trovare qualche soluzione. Il drone P1hh è già stato scartato dalla nostra Aeronautica, mentre l'azienda di Villanova d'Albenga attende sempre le commesse commesse «istituzionali» (manutenzione p180) pari a 150 milioni di euro. Arriveranno mai?
Di Maio a Bengasi va solo «in gita». Roma oscurata da Mosca e Ankara
Ieri il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha incontrato le massime autorità di Tripoli (Fayez Al Serraj), Bengasi (Khalifa Haftar) e Tobruk (Aguila Saleh Issa). Ma la sua visita in Libia, o «gita», come la definisce una fonte tripolina, è passata in secondo piano. Causa, in primo luogo, della scarsa fiducia che le fazioni in guerra ripongono negli sforzi europei. E italiani in particolare, visto che, nonostante il lavoro della Farnesina e dei nostri servizi segreti per mantenere aperti i contatti sia con Tripoli sia con Bengasi, la politica s'è ritrovata senza la forza per proporre un'agenda per pacificare la Libia.
Il fatto che i Paesi europei siano ormai poco più che spettatori della crisi dall'altra parte del Mediterraneo è testimoniato dalla grande attenzione rivolta da tutte le parti libiche alla telefonata intercorsa ieri tra il presidente russo, Vladimir Putin e l'omologo turco, Recep Tayyip Erdogan. I due hanno deciso di intensificare i contatti tra le due potenze che sono oggi i principali attorni in Libia: da una parte Ankara, al fianco a suon di armi, droni e truppe di Serraj; dall'altra Mosca, da mesi ormai schierata a sostegno di Haftar. I due leader si incontreranno il prossimo 8 gennaio al Cremlino ma il colloquio di ieri rivela una volontà comune. Ufficialmente hanno espresso «sostegno agli sforzi di mediazione delle Nazioni Unite e della Germania al fine di porre fine al conflitto armato e riprendere un dialogo pacifico».
Sia Putin sia Erdogan sanno però che se agiscono divisi diventano facilmente bersaglio dell'Unione europea e degli Stati Uniti. Assieme, invece, possono davvero decidere le sorti della Libia. Tanto da poter perfino decidere di escludere dalle trattative Paesi come Egitto ed Emirati arabi uniti, che fino a poche settimane fa sembravano imprescindibili nel processo di pacificazione.
Russia e Turchia si sono avvicinate anche per una ragione: riunificare la Libia appare poco più che una speranza. Haftar punta verso Tripoli ma nella capitale nessuno vuole il ritorno di un rais. Infatti, nelle ultime ore le città della Tripolitania hanno annunciato lo stato d'emergenza e l'invio di rinforzi per difendere la capitale dalle forze dell'uomo forte della Cirenaica. Una mossa che segue quella di alcuni leader di Misurata, che domenica avevano annunciato la mobilitazione generale. Gli Stati Uniti provano a rispondere a Russia e Turchia pur mantenendosi distanti dal terreno. L'ambasciatore in Libia, Richard Norland, nelle ultime ore ha puntato il dito contro Haftar e Mosca, spiegando che il sostegno russo al generale ha causato un aumento di morti tra i civili. Washington punta al cessate il fuoco nella convinzione di poter dare le carte al tavolo dei negoziati grazie al suo equilibrismo tra Tripoli e Bengasi.
Ieri Di Maio ha invitato le parti a deporre le armi, convinto che la soluzione alla crisi libica non possa essere militare. «Con Serraj ci sentiremo per telefono, con Haftar ci vedremo a Roma», ha annunciato, per poi ammettere: «L'Italia ha perso terreno, è ora che si riprenda il suo ruolo naturale in Libia». La «neutralità» degli ultimi mesi, in effetti, ha fatto passare Roma in secondo piano. L'asse di Erdogan con Serraj minaccia i nostri interessi, in particolare quelli dell'Eni in Libia e nel Mediterraneo. Inoltre, grazie il recente feeling con Ankara, Mosca sembra intenzionata non soltanto a mettere le mani sui rubinetti di petrolio e migranti della Libia, ma anche a contrastare le mosse nel Mediterraneo degli Stati Uniti, decisi a rendere l'Europa sempre meno dipendente dai rifornimenti energetici che arrivano dall'Est.
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Dopo la gestione Trenta caos nei programmi: siamo fanalino di coda Nato per spesa. Sparito il budget per le forze speciali.Punita la nostra neutralità tra Fayez Al Serraj e Khalifa Haftar. E gli Usa restano lontani dal terreno.Lo speciale contiene due articoli. i cieli dell'ex terra di Gheddafi e al tempo stesso ha spedito una nave carica di armi e una seconda è in viaggio verso Homs per far sbarcare tecnici e consiglieri militari. In pratica la Turchia è entrata in guerra contro il generale Khalifa Haftar, stravolgendo in pochi giorni l'equilibrio tenuto insieme con il fil di ferro da Europa e Onu. Benghazi si prepara al contrattacco e ciò significa che la presenza di contractor russi è destinata a raddoppiare, con tutto ciò che ne consegue sul fronte dell'intelligence. Di Maio ha voluto mettere i puntini sulle i e ricordare che le guerre si combattono con la diplomazia. Bisognerà spiegare al numero uno della Farnesina che ad apparecchiare i tavoli, attorno cui i diplomatici si siedono dopo lo sgombero delle macerie, sono proprio i militari. E si arriva a trattare dopo aver dispiegato la rispettive forze. Peccato che mentre i turchi si apprestano a mettere gli stivali sul campo la potenza italiana è ai minimi storici. Un grande contributo arriva dalla gestione della grillina Elisabetta Trenta, che nel periodo di gerenza non ha avuto la capacità di dare impronta politica alla gestione dei budget di spesa. Spesso ha latitato e in alcuni casi ha lasciato che le antipatie all'interno delle tre forze armate prendessero il sopravvento. Una delle prime conseguenze è strettamente collegata alle emergenze che nelle prossime settimane potrebbero arrivare proprio dal teatro di guerra libico. Al momento il nostro Paese non dispone di elicotteri a lungo raggio destinati alle forze speciali interforze. Non saremo in grado di dislocare personale specializzato in aree remote e in situazioni come quelle libiche è molto importante anche solo far sapere agli altri attori che si è del tutto indipendenti e autonomi. Cosa che oggi avremmo potuto realizzare, se il budget messo in cantiere all'inizio del 2018 non fosse svanito in rivoli (o tagliato). A maggio dello scorso anno, infatti, la Difesa aveva trovato il budget (circa 500 milioni) e, dopo anni di attesa, era pronta a far costruire i quattro elicotteri destinati alle forze speciali italiane. Si trattava dei Chinook 47 Er, sigla che sta per «extended range». I velivoli - prodotti da Boeing - sarebbero dovuti uscire dagli stabilimenti di Filadelfia, mentre Leonardo essere coinvolta nel dopo vendita con contratti di logistica e di manutenzione. Il verbo è volutamente al passato perché nel Dpp (documento programmatico) del 2019 l'assegnazione è sparita. Quei 500 milioni sono stati in parte tagliati e in parte dirottati dal capo di Stato maggiore Enzo Vecciarelli ad altri programmi, come il carro Ariete. In vista del 2020 non ci sono novità sostanziali. Discorso simile si può fare per le batterie di missili Aspide. Sono sistemi terra-aria vecchi di 40 anni e devono essere sostituiti con i Camm-er prodotti da Mbda, consorzio paneuropeo. I nuovi missili sono necessari per rimanere nella compagine del G7. Anche in questo caso si tratta di 500 milioni. Prima tagliati e, per fortuna, in parte reinseriti con il rischio di allungare i tempi. Anche se la toppa è stata messa e la situazione risolta, il tema però è politico. Queste scelte spettano ai governi non ai delegati. Perché si tratta di scelte geopolitiche. E la Trenta su ciò è stata così latitante da aver lasciato al suo successore, Lorenzo Guerini, una serie di grane da risolvere. Da tempo il bilancio della Difesa risente di pesanti tagli, tanto da rappresentare secondo gli addetti ai lavori il bancomat della spending review statale. Il rinnovamento va a rilento, tanto che il bilancio del comparto risulta al di sotto della media dei Paesi dell'Unione europea come quelli del perimetro della Nato. Di risultati, nell'anno e mezzo sotto il ministro Trenta, non ne sono arrivati. Anzi. Si è perso tempo. Dal momento che la pentastellata non ha fatto che temporeggiare da un progetto all'altro senza prendere alcuna decisione incisiva. I provvedimenti per il riordino delle carriere militari continuano a creare forte malumore, nel silenzio dello stesso Guerini. Del resto il campanello d'allarme sulle carenze nel budget della Difesa lo aveva comunque lanciato Vecciarelli a luglio, di fronte alle commissioni parlamentari, commentando il documento programmatico pluriennale (Dpp) 2019-2021. Il problema resta sempre lo sbilanciamento delle risorse distribuite, tra Esercito, Marina Militare e Aeronautica. Poi c'è il problema del personale, che drena la maggior parte dei fondi a budget, circa il 74% (10,4 miliardi di euro su un totale di 21,4). Il problema è che servono interventi immediati come si attendono risposte dal ministero dello Sviluppo economico su strategie interne di sviluppo. Proprio oggi ci sarà un nuovo incontro con i sindacati di Piaggio Aerospace, l'azienda produttrice di droni in amministrazione straordinaria da un anno, con un carico di debiti pari a circa 600 milioni di euro. La gestione dell'azienda è stata fallimentare, sia ai tempi di Roberta Pinotti, sia durante il peirodo della Trenta. Lo stesso Vecciarelli, che ha seguito il dossier sin dall'inizio, nel 2014, dovrà trovare qualche soluzione. Il drone P1hh è già stato scartato dalla nostra Aeronautica, mentre l'azienda di Villanova d'Albenga attende sempre le commesse commesse «istituzionali» (manutenzione p180) pari a 150 milioni di euro. Arriveranno mai?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arrivano-i-turchi-e-litalia-in-libia-e-senza-elicotteri-2641637369.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-a-bengasi-va-solo-in-gita-roma-oscurata-da-mosca-e-ankara" data-post-id="2641637369" data-published-at="1778001160" data-use-pagination="False"> Di Maio a Bengasi va solo «in gita». Roma oscurata da Mosca e Ankara Ieri il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha incontrato le massime autorità di Tripoli (Fayez Al Serraj), Bengasi (Khalifa Haftar) e Tobruk (Aguila Saleh Issa). Ma la sua visita in Libia, o «gita», come la definisce una fonte tripolina, è passata in secondo piano. Causa, in primo luogo, della scarsa fiducia che le fazioni in guerra ripongono negli sforzi europei. E italiani in particolare, visto che, nonostante il lavoro della Farnesina e dei nostri servizi segreti per mantenere aperti i contatti sia con Tripoli sia con Bengasi, la politica s'è ritrovata senza la forza per proporre un'agenda per pacificare la Libia. Il fatto che i Paesi europei siano ormai poco più che spettatori della crisi dall'altra parte del Mediterraneo è testimoniato dalla grande attenzione rivolta da tutte le parti libiche alla telefonata intercorsa ieri tra il presidente russo, Vladimir Putin e l'omologo turco, Recep Tayyip Erdogan. I due hanno deciso di intensificare i contatti tra le due potenze che sono oggi i principali attorni in Libia: da una parte Ankara, al fianco a suon di armi, droni e truppe di Serraj; dall'altra Mosca, da mesi ormai schierata a sostegno di Haftar. I due leader si incontreranno il prossimo 8 gennaio al Cremlino ma il colloquio di ieri rivela una volontà comune. Ufficialmente hanno espresso «sostegno agli sforzi di mediazione delle Nazioni Unite e della Germania al fine di porre fine al conflitto armato e riprendere un dialogo pacifico». Sia Putin sia Erdogan sanno però che se agiscono divisi diventano facilmente bersaglio dell'Unione europea e degli Stati Uniti. Assieme, invece, possono davvero decidere le sorti della Libia. Tanto da poter perfino decidere di escludere dalle trattative Paesi come Egitto ed Emirati arabi uniti, che fino a poche settimane fa sembravano imprescindibili nel processo di pacificazione. Russia e Turchia si sono avvicinate anche per una ragione: riunificare la Libia appare poco più che una speranza. Haftar punta verso Tripoli ma nella capitale nessuno vuole il ritorno di un rais. Infatti, nelle ultime ore le città della Tripolitania hanno annunciato lo stato d'emergenza e l'invio di rinforzi per difendere la capitale dalle forze dell'uomo forte della Cirenaica. Una mossa che segue quella di alcuni leader di Misurata, che domenica avevano annunciato la mobilitazione generale. Gli Stati Uniti provano a rispondere a Russia e Turchia pur mantenendosi distanti dal terreno. L'ambasciatore in Libia, Richard Norland, nelle ultime ore ha puntato il dito contro Haftar e Mosca, spiegando che il sostegno russo al generale ha causato un aumento di morti tra i civili. Washington punta al cessate il fuoco nella convinzione di poter dare le carte al tavolo dei negoziati grazie al suo equilibrismo tra Tripoli e Bengasi. Ieri Di Maio ha invitato le parti a deporre le armi, convinto che la soluzione alla crisi libica non possa essere militare. «Con Serraj ci sentiremo per telefono, con Haftar ci vedremo a Roma», ha annunciato, per poi ammettere: «L'Italia ha perso terreno, è ora che si riprenda il suo ruolo naturale in Libia». La «neutralità» degli ultimi mesi, in effetti, ha fatto passare Roma in secondo piano. L'asse di Erdogan con Serraj minaccia i nostri interessi, in particolare quelli dell'Eni in Libia e nel Mediterraneo. Inoltre, grazie il recente feeling con Ankara, Mosca sembra intenzionata non soltanto a mettere le mani sui rubinetti di petrolio e migranti della Libia, ma anche a contrastare le mosse nel Mediterraneo degli Stati Uniti, decisi a rendere l'Europa sempre meno dipendente dai rifornimenti energetici che arrivano dall'Est.
Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.
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A pochi giorni dall’adunata nazionale, prevista da venerdì 8 a domenica 10 maggio, ancora si grida attenti agli assatanati calpestando l’immagine e l’onore degli Alpini. «Abbiamo pensato di fornire alle donne e alle persone della comunità Lgbtqia+ strumenti per affrontare queste giornate di potenziali disagi, molestie e cat calling», ovvero apprezzamenti e commenti volgari, scrive l’associazione del Terzo settore, assieme a Non una di meno, Unione donne Italia (Udi) e Centro antiviolenza Mascherona.
Invitano alla mobilitazione, a non abbassare la guardia, nemmeno fosse in arrivo un raduno internazionale di incel o di adepti della manosfera, comunità di uomini che odiano le donne. «Per reagire sul momento», scrivono, «automunitevi di fischietto. Può servire da deterrente e per attirare l’attenzione di chi vi sta intorno». Inoltre, raccomandano di andare nei loro centri «se avete subito comportamenti inappropriati o molestie/violenze e sentite la necessità di un supporto».
Così pure di segnalare molestie perché, spiegano, «intendiamo monitorare e raccogliere testimonianze per dare ascolto e visibilità a esperienze troppo spesso sottovalutate». Aspettiamoci un libro nero post adunata degli alpini, con nostri contributi veicolati dalla sinistra compiacente. Donne ed Lgbt sarebbero infatti oltremodo preoccupati: «La città verrà occupata da un’associazione di ex militari in un’Italia sempre più militarizzata, dove l’esercito si insinua nelle scuole e il linguaggio bellico cerca di pervadere le menti dei più giovani», è l’allarmismo che si vuole veicolare. Purtroppo, potranno esserci infiltrati solo per creare problemi e confermare che i timori erano fondati.
L’attacco agli Alpini così prosegue: «Dietro alla narrazione simpatica e solidale che parla di uomini pronti a intervenire per alluvioni e terremoti, dietro all’immagine di allegre compagnie di vecchietti goliardi, si nasconde quella cultura che da sempre vogliamo cambiare. Perché il militarismo è ideologia basata sulla forza, sull’autorità gerarchica, sul machismo». Insuperabile il delirio conclusivo: «Il fascino della divisa indora il suo scopo, quello di essere pronti a combattere in nome della Patria e degli interessi nazionali. Anche questo è patriarcato».
Insomma, penne nere sporche (perché si dice che insozzeranno Genova) e cattive, in quanto godrebbero di privilegio sociale. Poveri Alpini, loro che sono sempre così orgogliosi delle manifestazioni che organizzano, occasione di incontro, di rimpatriata ma anche all’insegna di motti che ne sottolineano i valori solidi, la capacità di sacrificio e lo spirito comunitario.
«Esprimo piena solidarietà agli Alpini per i manifesti offensivi comparsi oggi a Genova. Le penne nere sono memoria viva della nostra Nazione, presidio di valori ed esempio di solidarietà», ha dichiarato sui social il presidente del Senato, Ignazio La Russa, la cui «condanna per questi gesti vergognosi è ferma e senza ambiguità».
In una nota, Edoardo Rixi, deputato della Lega e viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha così protestato: «Distorcere la realtà, generalizzare e infangare una storia costruita su sacrificio e solidarietà significa superare il limite del rispetto e della civiltà. Genova è una città che conosce bene il valore della presenza degli Alpini, soprattutto nei momenti più difficili».
A provocare questo clima di rifiuto delle penne nere era stata Lorena Lucattini, direttore della Procura di Genova, già candidata al consiglio comunale per Avs alle ultime elezioni comunali, che aveva affidato ai social un violento attacco. «Ci siamo ereditati questa pagliacciata del raduno degli Alpini, che ci occupano scuole e palestre, almeno si pagassero gli alberghi! Bloccano una città per tre giorni, la sporcano, bevono, fanno casino, ma a cosa servono questi raduni a spese della collettività. Non vedo l’ora se ne vadano ancora prima che arrivino», aveva scritto, tra un post sul Liguria Pride e la condivisione di un elogio al premier spagnolo Pedro Sánchez che «avrebbe ridato dignità alla parola “sinistra”»
Dopo le reazioni indignate da ogni parte d’Italia, la funzionaria ha inviato una lettera di scuse all’Associazione nazionale alpini (Ana), definendo «breve ed infelice» il suo commento su Facebook. «Con questa mia intendo esprimere le mie scuse circa l’uso improprio del termine “pagliacciata” utilizzato per lamentarmi dei disagi che i cittadini genovesi potrebbero subire», si legge nel documento pubblicato dall’Ana sulla sua pagina social.
Spiega: «Non avevo intenzione alcuna di offendere il valoroso corpo degli Alpini, di cui ben conosco gli interventi nel caso di bisogno […] spero che l’incontro con la città di Genova dimostrerà ancora di più il mio torto». Tra i tantissimi commenti sempre di critica a Lucattini malgrado la lettera, un utente osserva: «Non una parola di scuse sull’affermazione “bevono, sporcano, si pagassero gli alberghi”. Scuse tardive e su suggerimento, non sue».
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