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2019-12-18
Arrivano i turchi e l’Italia in Libia è senza elicotteri
Ansa
i cieli dell'ex terra di Gheddafi e al tempo stesso ha spedito una nave carica di armi e una seconda è in viaggio verso Homs per far sbarcare tecnici e consiglieri militari. In pratica la Turchia è entrata in guerra contro il generale Khalifa Haftar, stravolgendo in pochi giorni l'equilibrio tenuto insieme con il fil di ferro da Europa e Onu. Benghazi si prepara al contrattacco e ciò significa che la presenza di contractor russi è destinata a raddoppiare, con tutto ciò che ne consegue sul fronte dell'intelligence. Di Maio ha voluto mettere i puntini sulle i e ricordare che le guerre si combattono con la diplomazia.
Bisognerà spiegare al numero uno della Farnesina che ad apparecchiare i tavoli, attorno cui i diplomatici si siedono dopo lo sgombero delle macerie, sono proprio i militari. E si arriva a trattare dopo aver dispiegato la rispettive forze. Peccato che mentre i turchi si apprestano a mettere gli stivali sul campo la potenza italiana è ai minimi storici. Un grande contributo arriva dalla gestione della grillina Elisabetta Trenta, che nel periodo di gerenza non ha avuto la capacità di dare impronta politica alla gestione dei budget di spesa. Spesso ha latitato e in alcuni casi ha lasciato che le antipatie all'interno delle tre forze armate prendessero il sopravvento. Una delle prime conseguenze è strettamente collegata alle emergenze che nelle prossime settimane potrebbero arrivare proprio dal teatro di guerra libico. Al momento il nostro Paese non dispone di elicotteri a lungo raggio destinati alle forze speciali interforze. Non saremo in grado di dislocare personale specializzato in aree remote e in situazioni come quelle libiche è molto importante anche solo far sapere agli altri attori che si è del tutto indipendenti e autonomi.
Cosa che oggi avremmo potuto realizzare, se il budget messo in cantiere all'inizio del 2018 non fosse svanito in rivoli (o tagliato). A maggio dello scorso anno, infatti, la Difesa aveva trovato il budget (circa 500 milioni) e, dopo anni di attesa, era pronta a far costruire i quattro elicotteri destinati alle forze speciali italiane. Si trattava dei Chinook 47 Er, sigla che sta per «extended range». I velivoli - prodotti da Boeing - sarebbero dovuti uscire dagli stabilimenti di Filadelfia, mentre Leonardo essere coinvolta nel dopo vendita con contratti di logistica e di manutenzione. Il verbo è volutamente al passato perché nel Dpp (documento programmatico) del 2019 l'assegnazione è sparita. Quei 500 milioni sono stati in parte tagliati e in parte dirottati dal capo di Stato maggiore Enzo Vecciarelli ad altri programmi, come il carro Ariete. In vista del 2020 non ci sono novità sostanziali. Discorso simile si può fare per le batterie di missili Aspide. Sono sistemi terra-aria vecchi di 40 anni e devono essere sostituiti con i Camm-er prodotti da Mbda, consorzio paneuropeo. I nuovi missili sono necessari per rimanere nella compagine del G7. Anche in questo caso si tratta di 500 milioni. Prima tagliati e, per fortuna, in parte reinseriti con il rischio di allungare i tempi. Anche se la toppa è stata messa e la situazione risolta, il tema però è politico. Queste scelte spettano ai governi non ai delegati. Perché si tratta di scelte geopolitiche. E la Trenta su ciò è stata così latitante da aver lasciato al suo successore, Lorenzo Guerini, una serie di grane da risolvere.
Da tempo il bilancio della Difesa risente di pesanti tagli, tanto da rappresentare secondo gli addetti ai lavori il bancomat della spending review statale. Il rinnovamento va a rilento, tanto che il bilancio del comparto risulta al di sotto della media dei Paesi dell'Unione europea come quelli del perimetro della Nato. Di risultati, nell'anno e mezzo sotto il ministro Trenta, non ne sono arrivati. Anzi. Si è perso tempo. Dal momento che la pentastellata non ha fatto che temporeggiare da un progetto all'altro senza prendere alcuna decisione incisiva. I provvedimenti per il riordino delle carriere militari continuano a creare forte malumore, nel silenzio dello stesso Guerini. Del resto il campanello d'allarme sulle carenze nel budget della Difesa lo aveva comunque lanciato Vecciarelli a luglio, di fronte alle commissioni parlamentari, commentando il documento programmatico pluriennale (Dpp) 2019-2021. Il problema resta sempre lo sbilanciamento delle risorse distribuite, tra Esercito, Marina Militare e Aeronautica. Poi c'è il problema del personale, che drena la maggior parte dei fondi a budget, circa il 74% (10,4 miliardi di euro su un totale di 21,4). Il problema è che servono interventi immediati come si attendono risposte dal ministero dello Sviluppo economico su strategie interne di sviluppo. Proprio oggi ci sarà un nuovo incontro con i sindacati di Piaggio Aerospace, l'azienda produttrice di droni in amministrazione straordinaria da un anno, con un carico di debiti pari a circa 600 milioni di euro. La gestione dell'azienda è stata fallimentare, sia ai tempi di Roberta Pinotti, sia durante il peirodo della Trenta. Lo stesso Vecciarelli, che ha seguito il dossier sin dall'inizio, nel 2014, dovrà trovare qualche soluzione. Il drone P1hh è già stato scartato dalla nostra Aeronautica, mentre l'azienda di Villanova d'Albenga attende sempre le commesse commesse «istituzionali» (manutenzione p180) pari a 150 milioni di euro. Arriveranno mai?
Di Maio a Bengasi va solo «in gita». Roma oscurata da Mosca e Ankara
Ieri il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha incontrato le massime autorità di Tripoli (Fayez Al Serraj), Bengasi (Khalifa Haftar) e Tobruk (Aguila Saleh Issa). Ma la sua visita in Libia, o «gita», come la definisce una fonte tripolina, è passata in secondo piano. Causa, in primo luogo, della scarsa fiducia che le fazioni in guerra ripongono negli sforzi europei. E italiani in particolare, visto che, nonostante il lavoro della Farnesina e dei nostri servizi segreti per mantenere aperti i contatti sia con Tripoli sia con Bengasi, la politica s'è ritrovata senza la forza per proporre un'agenda per pacificare la Libia.
Il fatto che i Paesi europei siano ormai poco più che spettatori della crisi dall'altra parte del Mediterraneo è testimoniato dalla grande attenzione rivolta da tutte le parti libiche alla telefonata intercorsa ieri tra il presidente russo, Vladimir Putin e l'omologo turco, Recep Tayyip Erdogan. I due hanno deciso di intensificare i contatti tra le due potenze che sono oggi i principali attorni in Libia: da una parte Ankara, al fianco a suon di armi, droni e truppe di Serraj; dall'altra Mosca, da mesi ormai schierata a sostegno di Haftar. I due leader si incontreranno il prossimo 8 gennaio al Cremlino ma il colloquio di ieri rivela una volontà comune. Ufficialmente hanno espresso «sostegno agli sforzi di mediazione delle Nazioni Unite e della Germania al fine di porre fine al conflitto armato e riprendere un dialogo pacifico».
Sia Putin sia Erdogan sanno però che se agiscono divisi diventano facilmente bersaglio dell'Unione europea e degli Stati Uniti. Assieme, invece, possono davvero decidere le sorti della Libia. Tanto da poter perfino decidere di escludere dalle trattative Paesi come Egitto ed Emirati arabi uniti, che fino a poche settimane fa sembravano imprescindibili nel processo di pacificazione.
Russia e Turchia si sono avvicinate anche per una ragione: riunificare la Libia appare poco più che una speranza. Haftar punta verso Tripoli ma nella capitale nessuno vuole il ritorno di un rais. Infatti, nelle ultime ore le città della Tripolitania hanno annunciato lo stato d'emergenza e l'invio di rinforzi per difendere la capitale dalle forze dell'uomo forte della Cirenaica. Una mossa che segue quella di alcuni leader di Misurata, che domenica avevano annunciato la mobilitazione generale. Gli Stati Uniti provano a rispondere a Russia e Turchia pur mantenendosi distanti dal terreno. L'ambasciatore in Libia, Richard Norland, nelle ultime ore ha puntato il dito contro Haftar e Mosca, spiegando che il sostegno russo al generale ha causato un aumento di morti tra i civili. Washington punta al cessate il fuoco nella convinzione di poter dare le carte al tavolo dei negoziati grazie al suo equilibrismo tra Tripoli e Bengasi.
Ieri Di Maio ha invitato le parti a deporre le armi, convinto che la soluzione alla crisi libica non possa essere militare. «Con Serraj ci sentiremo per telefono, con Haftar ci vedremo a Roma», ha annunciato, per poi ammettere: «L'Italia ha perso terreno, è ora che si riprenda il suo ruolo naturale in Libia». La «neutralità» degli ultimi mesi, in effetti, ha fatto passare Roma in secondo piano. L'asse di Erdogan con Serraj minaccia i nostri interessi, in particolare quelli dell'Eni in Libia e nel Mediterraneo. Inoltre, grazie il recente feeling con Ankara, Mosca sembra intenzionata non soltanto a mettere le mani sui rubinetti di petrolio e migranti della Libia, ma anche a contrastare le mosse nel Mediterraneo degli Stati Uniti, decisi a rendere l'Europa sempre meno dipendente dai rifornimenti energetici che arrivano dall'Est.
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Dopo la gestione Trenta caos nei programmi: siamo fanalino di coda Nato per spesa. Sparito il budget per le forze speciali.Punita la nostra neutralità tra Fayez Al Serraj e Khalifa Haftar. E gli Usa restano lontani dal terreno.Lo speciale contiene due articoli. i cieli dell'ex terra di Gheddafi e al tempo stesso ha spedito una nave carica di armi e una seconda è in viaggio verso Homs per far sbarcare tecnici e consiglieri militari. In pratica la Turchia è entrata in guerra contro il generale Khalifa Haftar, stravolgendo in pochi giorni l'equilibrio tenuto insieme con il fil di ferro da Europa e Onu. Benghazi si prepara al contrattacco e ciò significa che la presenza di contractor russi è destinata a raddoppiare, con tutto ciò che ne consegue sul fronte dell'intelligence. Di Maio ha voluto mettere i puntini sulle i e ricordare che le guerre si combattono con la diplomazia. Bisognerà spiegare al numero uno della Farnesina che ad apparecchiare i tavoli, attorno cui i diplomatici si siedono dopo lo sgombero delle macerie, sono proprio i militari. E si arriva a trattare dopo aver dispiegato la rispettive forze. Peccato che mentre i turchi si apprestano a mettere gli stivali sul campo la potenza italiana è ai minimi storici. Un grande contributo arriva dalla gestione della grillina Elisabetta Trenta, che nel periodo di gerenza non ha avuto la capacità di dare impronta politica alla gestione dei budget di spesa. Spesso ha latitato e in alcuni casi ha lasciato che le antipatie all'interno delle tre forze armate prendessero il sopravvento. Una delle prime conseguenze è strettamente collegata alle emergenze che nelle prossime settimane potrebbero arrivare proprio dal teatro di guerra libico. Al momento il nostro Paese non dispone di elicotteri a lungo raggio destinati alle forze speciali interforze. Non saremo in grado di dislocare personale specializzato in aree remote e in situazioni come quelle libiche è molto importante anche solo far sapere agli altri attori che si è del tutto indipendenti e autonomi. Cosa che oggi avremmo potuto realizzare, se il budget messo in cantiere all'inizio del 2018 non fosse svanito in rivoli (o tagliato). A maggio dello scorso anno, infatti, la Difesa aveva trovato il budget (circa 500 milioni) e, dopo anni di attesa, era pronta a far costruire i quattro elicotteri destinati alle forze speciali italiane. Si trattava dei Chinook 47 Er, sigla che sta per «extended range». I velivoli - prodotti da Boeing - sarebbero dovuti uscire dagli stabilimenti di Filadelfia, mentre Leonardo essere coinvolta nel dopo vendita con contratti di logistica e di manutenzione. Il verbo è volutamente al passato perché nel Dpp (documento programmatico) del 2019 l'assegnazione è sparita. Quei 500 milioni sono stati in parte tagliati e in parte dirottati dal capo di Stato maggiore Enzo Vecciarelli ad altri programmi, come il carro Ariete. In vista del 2020 non ci sono novità sostanziali. Discorso simile si può fare per le batterie di missili Aspide. Sono sistemi terra-aria vecchi di 40 anni e devono essere sostituiti con i Camm-er prodotti da Mbda, consorzio paneuropeo. I nuovi missili sono necessari per rimanere nella compagine del G7. Anche in questo caso si tratta di 500 milioni. Prima tagliati e, per fortuna, in parte reinseriti con il rischio di allungare i tempi. Anche se la toppa è stata messa e la situazione risolta, il tema però è politico. Queste scelte spettano ai governi non ai delegati. Perché si tratta di scelte geopolitiche. E la Trenta su ciò è stata così latitante da aver lasciato al suo successore, Lorenzo Guerini, una serie di grane da risolvere. Da tempo il bilancio della Difesa risente di pesanti tagli, tanto da rappresentare secondo gli addetti ai lavori il bancomat della spending review statale. Il rinnovamento va a rilento, tanto che il bilancio del comparto risulta al di sotto della media dei Paesi dell'Unione europea come quelli del perimetro della Nato. Di risultati, nell'anno e mezzo sotto il ministro Trenta, non ne sono arrivati. Anzi. Si è perso tempo. Dal momento che la pentastellata non ha fatto che temporeggiare da un progetto all'altro senza prendere alcuna decisione incisiva. I provvedimenti per il riordino delle carriere militari continuano a creare forte malumore, nel silenzio dello stesso Guerini. Del resto il campanello d'allarme sulle carenze nel budget della Difesa lo aveva comunque lanciato Vecciarelli a luglio, di fronte alle commissioni parlamentari, commentando il documento programmatico pluriennale (Dpp) 2019-2021. Il problema resta sempre lo sbilanciamento delle risorse distribuite, tra Esercito, Marina Militare e Aeronautica. Poi c'è il problema del personale, che drena la maggior parte dei fondi a budget, circa il 74% (10,4 miliardi di euro su un totale di 21,4). Il problema è che servono interventi immediati come si attendono risposte dal ministero dello Sviluppo economico su strategie interne di sviluppo. Proprio oggi ci sarà un nuovo incontro con i sindacati di Piaggio Aerospace, l'azienda produttrice di droni in amministrazione straordinaria da un anno, con un carico di debiti pari a circa 600 milioni di euro. La gestione dell'azienda è stata fallimentare, sia ai tempi di Roberta Pinotti, sia durante il peirodo della Trenta. Lo stesso Vecciarelli, che ha seguito il dossier sin dall'inizio, nel 2014, dovrà trovare qualche soluzione. Il drone P1hh è già stato scartato dalla nostra Aeronautica, mentre l'azienda di Villanova d'Albenga attende sempre le commesse commesse «istituzionali» (manutenzione p180) pari a 150 milioni di euro. Arriveranno mai?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arrivano-i-turchi-e-litalia-in-libia-e-senza-elicotteri-2641637369.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-a-bengasi-va-solo-in-gita-roma-oscurata-da-mosca-e-ankara" data-post-id="2641637369" data-published-at="1772774838" data-use-pagination="False"> Di Maio a Bengasi va solo «in gita». Roma oscurata da Mosca e Ankara Ieri il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha incontrato le massime autorità di Tripoli (Fayez Al Serraj), Bengasi (Khalifa Haftar) e Tobruk (Aguila Saleh Issa). Ma la sua visita in Libia, o «gita», come la definisce una fonte tripolina, è passata in secondo piano. Causa, in primo luogo, della scarsa fiducia che le fazioni in guerra ripongono negli sforzi europei. E italiani in particolare, visto che, nonostante il lavoro della Farnesina e dei nostri servizi segreti per mantenere aperti i contatti sia con Tripoli sia con Bengasi, la politica s'è ritrovata senza la forza per proporre un'agenda per pacificare la Libia. Il fatto che i Paesi europei siano ormai poco più che spettatori della crisi dall'altra parte del Mediterraneo è testimoniato dalla grande attenzione rivolta da tutte le parti libiche alla telefonata intercorsa ieri tra il presidente russo, Vladimir Putin e l'omologo turco, Recep Tayyip Erdogan. I due hanno deciso di intensificare i contatti tra le due potenze che sono oggi i principali attorni in Libia: da una parte Ankara, al fianco a suon di armi, droni e truppe di Serraj; dall'altra Mosca, da mesi ormai schierata a sostegno di Haftar. I due leader si incontreranno il prossimo 8 gennaio al Cremlino ma il colloquio di ieri rivela una volontà comune. Ufficialmente hanno espresso «sostegno agli sforzi di mediazione delle Nazioni Unite e della Germania al fine di porre fine al conflitto armato e riprendere un dialogo pacifico». Sia Putin sia Erdogan sanno però che se agiscono divisi diventano facilmente bersaglio dell'Unione europea e degli Stati Uniti. Assieme, invece, possono davvero decidere le sorti della Libia. Tanto da poter perfino decidere di escludere dalle trattative Paesi come Egitto ed Emirati arabi uniti, che fino a poche settimane fa sembravano imprescindibili nel processo di pacificazione. Russia e Turchia si sono avvicinate anche per una ragione: riunificare la Libia appare poco più che una speranza. Haftar punta verso Tripoli ma nella capitale nessuno vuole il ritorno di un rais. Infatti, nelle ultime ore le città della Tripolitania hanno annunciato lo stato d'emergenza e l'invio di rinforzi per difendere la capitale dalle forze dell'uomo forte della Cirenaica. Una mossa che segue quella di alcuni leader di Misurata, che domenica avevano annunciato la mobilitazione generale. Gli Stati Uniti provano a rispondere a Russia e Turchia pur mantenendosi distanti dal terreno. L'ambasciatore in Libia, Richard Norland, nelle ultime ore ha puntato il dito contro Haftar e Mosca, spiegando che il sostegno russo al generale ha causato un aumento di morti tra i civili. Washington punta al cessate il fuoco nella convinzione di poter dare le carte al tavolo dei negoziati grazie al suo equilibrismo tra Tripoli e Bengasi. Ieri Di Maio ha invitato le parti a deporre le armi, convinto che la soluzione alla crisi libica non possa essere militare. «Con Serraj ci sentiremo per telefono, con Haftar ci vedremo a Roma», ha annunciato, per poi ammettere: «L'Italia ha perso terreno, è ora che si riprenda il suo ruolo naturale in Libia». La «neutralità» degli ultimi mesi, in effetti, ha fatto passare Roma in secondo piano. L'asse di Erdogan con Serraj minaccia i nostri interessi, in particolare quelli dell'Eni in Libia e nel Mediterraneo. Inoltre, grazie il recente feeling con Ankara, Mosca sembra intenzionata non soltanto a mettere le mani sui rubinetti di petrolio e migranti della Libia, ma anche a contrastare le mosse nel Mediterraneo degli Stati Uniti, decisi a rendere l'Europa sempre meno dipendente dai rifornimenti energetici che arrivano dall'Est.
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Lo ha dichiarato la vicepresidente del Lazio Roberta Angelilli a margine dell’incontro con il commissario per la Politica regionale e di coesione Raffaele Fitto, che si è tenuto presso la Rappresentanza dello Stato Libero di Baviera.
Giorgio Parisi (Ansa)
Tuttavia nel valutare l’attendibilità scientifica di una posizione nulla conta il prestigio, l’autorevolezza e, men che meno, l’autorità: è, questa, una condizione insita nel metodo scientifico. Gli autori criticano l’operato del governo che, sulle politiche climatiche, ha deciso di favorire l’adattamento piuttosto che una fumosa mitigazione. Secondo i sottoscrittori della missiva, invece, bisogna insistere sulla mitigazione del clima. Questo - dicono - sta cambiando per colpa delle emissioni antropiche di CO2, e bisogna mitigare il cambiamento riducendo le emissioni. Dal che si evince che né hanno capito il clima né hanno contezza delle politiche climatiche nel contesto mondiale.
Non si rendono conto che scrivere che «il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1880» è una frase inutile in tutti i sensi. Innanzitutto è falsa: la temperatura globale del 2024 è un numero ottenuto attraverso una discutibile elaborazione di valori di temperatura, raccolti in modo discutibile da termometri calibrati in modo discutibile, e sparsi in luoghi discutibili; quel numero non ha più rilevanza della media aritmetica dei numeri di un elenco telefonico. Poi, quel numero non è certamente confrontabile con l’analogo numero relativo al 1880 e a diversi decenni a seguire, visto che i protocolli odierni per la raccolta dei dati sono ben diversi da quelli anche solo di 50 anni fa: nessuno farebbe confronti, tanto più che si sta parlando di valori espressi, dai signori che scrivono la lettera, al centesimo di grado; una precisione che non potreste definire neanche per il tinello di casa vostra, figurarsi per il pianeta. Poi scrivono: «Dal 1880», come se la Terra fosse nata allora. Lasciamo perdere gli oltre 4 miliardi d’anni della Terra, ma dalla fine dell’ultima glaciazione sono passati oltre 10.000 anni, che gli «studiosi» bellamente ignorano.
Non è finita: scrivono che «un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi». E chi gliel’ha detto? Domanda legittima, visto che non c’è alcuna evidenza che dal 1880 a oggi gli eventi estremi siano aumentati. Si lamentano del «clima che cambia» come se fosse possibile avere un clima che non cambi. Undicimila anni fa il Pianeta usciva da una glaciazione con temperature globali che sono aumentate di 7 gradi in 50 anni, altro che di 1 grado in cent’anni! Né è chiaro perché mai un Pianeta globalmente più caldo dovrebbe essere peggiore di un Pianeta globalmente più freddo. E neanche ci dicono, questi «studiosi», quale sarebbe la temperatura ideale del Pianeta.
Aggiungono che sarebbe quanto mai necessaria «una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli, regionale, nazionale, europeo e globale». Ma, anche fosse questa la cosa necessaria da fare (e non lo è), non si capisce perché mai scrivono a Giorgia Meloni: scrivano, piuttosto, a Xi Jinping, Donald Trump, Narendra Modi, Vladimir Putin e Sanae Takaichi, ché loro sono non solo responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali ma anche determinati ad addirittura aumentarle. Anche se Meloni fosse così sciocca di star dietro a questi «studiosi» e azzerasse le emissioni italiane, avrebbe contribuito alla riduzione di appena lo 0.9% delle globali.
«È un errore che il governo italiano non sostenga il sistema Ets (Emission trading system) quale strumento per perseguire la decarbonizzazione». Ma, infatti, con la decarbonizzazione non c’entra nulla il sistema Ets: esso è un sistema truffaldino che non fa altro che trasferire denaro, dalle tasche di chi emette, nelle tasche di chi dice di impegnarsi a non emettere, senza che neanche una molecola di CO2 sia tolta all’atmosfera.
I nostri «studiosi» citano il ciclone Harry e la frana di Niscemi (dimostrando con ciò di aver trascurato la geologia nei loro studi), che col cambiamento climatico indotto dalla CO2 non ci azzeccano proprio. Ma trovo curioso che non sorga alcun dubbio sui loro programmi di mitigazione, visto che sebbene negli ultimi 20 anni il mondo abbia speso 800 trilioni di euro in impianti fotovoltaici ed eolici, la frana di Niscemi e il ciclone Harry non ci hanno risparmiato. Direi, allora, complimenti al governo Meloni che, contrariamente a quelli che l’hanno preceduta, ha un approccio pragmatico all’annoso problema del nostro territorio dissestato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.