La risposta alla scoppiettante Atreju è stata una grigia assemblea piddina
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2025-12-14
Conte scalza Schlein: si mette alla testa del campo largo e poi detta le regole al Pd
Giuseppe Conte (Ansa)
Il capo 5s, ospite ad Atreju, scarica su Giancarlo Giorgetti il disastro del Superbonus. Guido Crosetto porta via a forza Matteo Renzi dal palco.
Il penultimo giorno di Atreju ospita ben due ex premier, Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Già presidenti del Consiglio ma ancora prime donne. «C’è una sedia vuota qui. Manca Giorgia Meloni, la padrona di casa», è la provocazione di Conte, inevitabile, dopo che il direttore del Giornale, Tommaso Cerno, al quale è stato affidato il compito di intervistarlo, gli chiede che fine abbia fatto Elly Schlein. E controbatte: «Ci sarebbe stata se aveste deciso chi è il leader del campo largo». Conte insiste, sentendosi evidentemente già leader del campo largo: «Verrà il giorno, io sono sicuro che verrà un giorno in cui faremo questo confronto». E poi sul campo largo precisa: «Noi siamo disponibili a dialogare con Il Pd e con le altre forze progressiste. Se verrà fuori un’alleanza dipenderà solo dai programmi, se ci verranno scritte le nostre battaglie di sempre, dall’etica pubblica alla legalità, alla giustizia ambientale e sociale».
Alle domande di Cerno, il leader pentastellato risponde sempre scaricando le proprie responsabilità su altri. Sul Superbonus dice: «Conte dopo sei mesi è andato a casa perché il signore qui, Renzi, ha voluto rompere la coalizione. È stato Giancarlo Giorgetti ad aver gestito il Superbonus, è disonorevole chiedere a me conto di come è stato gestito. Non è il Superbonus, è la “superscusa”», si difende attaccando. «È vigliacco chiedermi di rispondere su questa misura, fatta in un momento di emergenza e che non ho potuto gestire». Sul Covid, questa volta è colpa di Mario Draghi: «Da quando è iniziata questa commissione parlamentare di inchiesta sul Covid, non ho mai sentito nominare il nome di Draghi da questa maggioranza. Il green pass è stato introdotto dal governo Draghi, non da me. Avete un problema con Draghi anche solo a nominarlo», denuncia. Tornato all’opposizione, Conte torna ad attaccare l’Europa dimenticandosi di aver sostenuto e contribuito a creare il Von der Leyen I: «L’Europa doveva essere protagonista, ma si rischia il disastro politico». Il riferimento è all’Ucraina su cui spiega: «Se continuiamo a scommettere solo sulla vittoria militare dell’Ucraina sulla Russia e chiudiamo anche quella porta che dovrebbe rimanere sempre socchiusa, quella della diplomazia, ci ritroveremo con una pace che verrà fatta sopra la nostra testa». Rivendica la posizione sfidando anche la Lega. «Vorrei chiarire anche a questa platea che ci sono delle differenze tra il M5s e la Lega di Matteo Salvini, perché la Lega ha fatto un accordo con Russia unita di Vladimir Putin mentre noi non abbiamo accordi con nessuno, siamo assolutamente autonomi e indipendenti. Poi, la Lega di Salvini ha votato tutti gli invii delle armi, ogni volta vota e dice che non è d’accordo». Conte, poi, invita il suo intervistatore a essere più sintetico, bramoso di avere più spazio e visibilità possibili. Di certo lo spazio, tanto, se lo è preso Matteo Renzi, che nel panel dedicato alle riforme, mette in piedi un vero e proprio comizio, un Renzi show.
Tanto che, alla fine, interviene Guido Crosetto che, con un simpatico siparietto, lo solleva e lo porta via di peso dal palco. La verità è che Atreju è di fatto diventata una vetrina imperdibile per tutti, o quasi. Soprattutto per chi, come Renzi, è in cerca di visibilità e consensi. Critico con la segretaria del suo ex partito: «Giorgia Meloni ha detto che era pronta a sfidare Elly Schlein. Schlein ha dato la disponibilità poi però, questo non è accaduto: sto parlando di ciò che è avvenuto nel 2024. Meloni ha ribadito questo invito all’inizio della conferenza stampa di inizio anno. Dopodiché la cosa è molto semplice. Ognuno ha un suo stile. Quando ero presidente del Consiglio, ho dialogato con Giorgia Meloni che aveva allora il 3%, era un po’ il mondo alla rovescia», ricorda amareggiato nel punto stampa di Atreju. Critiche, sul palco, anche sul campo largo: «Io ho visto Abu Mazen al Cairo un mese fa e, quindi, sono un precursore del campo largo...», ironizza riferendosi all’appuntamento che le opposizioni hanno avuto con il leader dell’Anp. «La politica estera è una cosa seria, non è che si fa sulla base degli incontri. Comunque, se può interessare, ho visto Abu Mazen il primo novembre al Cairo».
Poi va nel merito delle riforme. Nel mirino ha quella elettorale. «È evidente che loro (la maggioranza, ndr) vogliono cambiare la legge elettorale perché hanno paura di perdere i collegi. Non è un caso che il rilancio della legge elettorale sia avvenuto mezz’ora dopo che sono arrivati gli exit poll di Decaro e di Fico (alle regionali, ndr). Dopodiché, va capito che tipo di legge fanno, se fanno una legge per bene noi ci siamo. Meloni ha sempre detto preferenze, preferenze, preferenze. Faremo le preferenze sì o no? Io sono qui anche con un po’ di curiosità a sentire Casellati». A cui dice: «Al Senato non è arrivata, avete votato alla Camera», ha detto Renzi, riferendosi alla riforma del premierato nonostante sia stato approvato in prima lettura a Palazzo Madama nel giugno 2024. Secca la replica del ministro delle Riforme, Elisabetta Casellati: «Si vede che al Senato non ci sei mai».
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Gianfranco Fini (Ansa)
Caro Gianfranco Fini, le scrivo questa cartolina per festeggiare un avvenimento importante: il suo ritorno ad Atreju, la grande festa nazionale del mainstream meloniano. L’altro giorno quando ho letto sulla Stampa che lei si «è commosso per l’invito» perché viene da «giovani che vogliono capire il passato», mi sono commosso per la sua commozione.
«C’è una continuità in una comunità che si percepisce tale», ha chiosato con quel suo tono da vergine sapientina che è tornato ad esibire pure nelle sortite in tv. Poi ha aggiunto: «Il tempo è sempre galantuomo». E come darle torto? Il tempo è galantuomo. Infatti non lo si può svendere come fosse una casa a Montecarlo.
Ad Atreju lei sarà protagonista di un duello amarcord con Francesco Rutelli, una riedizione del confronto per le comunali di Roma del 1993, che, a suo dire, segnò la fine del «lungo dopoguerra» e l’inizio di «una destra con cultura di governo». Insomma, uno dei momenti più importanti per l’umanità dopo la scoperta del fuoco. Comunque, ci si creda o no, sarà bello vedervi sul ring come due anziani pugili che ricordano quando ancora riuscivano a saltare la corda e non avevano la testa suonata dai troppi knockout. Uno spettacolo imperdibile in una kermesse che fra Mara Venier e Luigi Di Maio, Gianluigi Buffon e Raoul Bova, Giuseppe Conte e Ezio Greggio, promette ricchi premi e cotillons per tutti. Figuriamoci se poteva mancare il siparietto delle vecchie glorie. Glorie, si fa per dire, ovviamente.
Comunque è giusto che i ragazzi giovani la conoscano. Gianfranco Fini, bolognese, 73 anni, già uomo di fiducia di Giorgio Almirante e poi di Giorgio Napolitano (un Giorgio vale l’altro evidentemente), prima segretario del Fronte della Gioventù, poi leader del Msi, poi fondatore e affondatore di Alleanza nazionale, alla fine decise di staccarsi dalla sua storia per fondare Futuro e Libertà, un partito senza futuro e con la libertà un po’ condizionata dai suoi procedimenti giudiziari, relativi alla casa di Montecarlo, una proprietà del partito finita a prezzi di favore nelle mani del cognato. Per quella vicenda s’è beccato una condanna per concorso in riciclaggio. Trent’anni parlamentare, europarlamentare, già ministro degli Esteri, vicepremier e presidente della Camera, ora s’atteggia a nuovo guru della destra. Evidentemente deve averci preso gusto: dopo aver riciclato i soldi, tenta di riciclare sé stesso.
«La destra è un albero che ha radici profonde», dice ancora, ispirato e commosso nel celebrare il suo ritorno ad Atreju. E chi se ne importa se quelle radici lei ha fatto di tutto per reciderle strizzando l’occhio ai salotti chic, cedendo sui temi etici, su quelli dell’immigrazione, spingendo per lo ius soli, appoggiando Monti, vagheggiando «la grande lista civica nazionale», inciuciando con Napolitano, tramando contro il centrodestra e svendendo un pezzo di patrimonio del partito per arricchire la famiglia della sua compagna Elisabetta Tulliani, una specie di Boccia che ce l’ha fatta. Che importa? Tutto questo sul palco di Atreju verrà dimenticato: lo show può iniziare, e lei potrà pavoneggiarsi come Buffalo Bill al circo Barnum senza che nessuno abbia il coraggio di dirle la verità. Che in realtà sta già scritta nel suo nome: c’era una volta Gianfranco. Poi Finì.
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Elly Schlein (Ansa)
All’evento di Fratelli d’Italia ci saranno i leader d’opposizione Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Matteo Renzi, Carlo Calenda, Roberto Gualtieri, Roberto Fico e persino Luigi Di Maio. Spicca l’assenza del segretario dem (e di Maurizio Landini) mentre numerosi esponenti del Nazareno hanno accettato i confronti. Presente Abu Mazen.
L’edizione di Atreju di quest’anno ospiterà tutto il governo e tutta l’opposizione tranne la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein. A tenerle buona compagnia anche il segretario della Cgil, Maurizio Landini. L’uno e l’altra assenti ingiustificati: Elly, una volta invitata, prima ha preteso di dettare condizioni, poi ancora una volta si è tirata indietro. Per la Cgil il discorso è diverso: l’invito quest’anno non sarebbe neanche partito. «Negli anni passati abbiamo posto l’invito alla Cgil e non è stato gradito, quest’anno non abbiamo voluto insistere per non metterli in difficoltà», spiega il deputato e responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli. Non solo Landini quindi, assente qualsiasi esponente del sindacato che guida, mentre i leader delle altre sigle (il presidente della Uil Pierpaolo Bombardieri, il segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone, e il segretario generale della Cisl, Daniela Fumarola) saranno ospiti di un panel che si terrà l’11 dicembre con il ministro del Lavoro, Marina Calderone, e la deputata del Pd Paola De Micheli.
Dal 6 dicembre fino a domenica 14 dicembre, ore 12.30, quando a chiudere ci sarà, come da tradizione, il discorso del premier e presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che verrà preceduta dagli altri leader della coalizione di centrodestra Matteo Salvini, Antonio Tajani, Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa e il presidente di Gioventù nazionale, Fabio Roscani. Un’edizione più lunga, quest’anno, per Atreju che si sposta ancora di location abbandonando il Circo Massimo per la suggestiva Castel Sant’Angelo, di fronte a San Pietro, nell’anno del Giubileo.
Il titolo dell’edizione 2025, la diciannovesima, è «Sei diventata forte. L’Italia a testa alta». Il simbolo della «solidità e autorevolezza acquisita dall’Italia con il lavoro portato avanti dal governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni», ha spiegato il presidente dei senatori di Fdi, Lucio Malan, durante la conferenza stampa di apertura che si è tenuta proprio a Castel Sant’Angelo.
Più giorni significano anche più panel, più interviste, più eventi. Ospite d’onore, il presidente dell’Autorità nazionale della Palestina, Abu Mazen, che interverrà venerdì 12 alle 16.30.
Grande attesa per lunedì 8 dicembre, quando a sfidarsi «32 anni dopo» saranno Gianfranco Fini e Francesco Rutelli. Martedì sarà la volta dei ministri della Cultura, Alessandro Giuli, e della Famiglia, Eugenia Roccella. Mercoledì di spettacolo con Carlo Conti, Ezio Greggio e Mara Venier. Giovedì si entra nel vivo del dibattito con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che con Antonio Di Pietro, Gaia Tortora e Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica, parlerà della riforma sulla separazione delle carriere in magistratura. Poi ancora Anna Maria Bernini, ministro dell’Università e della ricerca, il sottosegretario Alfredo Mantovano, il ministro per il Pnrr, Tommaso Foti, con Luigi Sbarra, Roberto Fico, neoeletto presidente della Campania, e Marco Marsilio, presidente della Regione Abruzzo, dibatteranno di sviluppo. E non è finita. Perché alle 17 il commissario e vicepresidente europeo, Raffaele Fitto, verrà intervistato da Roberto Inciocchi, alle 18 Arianna Meloni interverrà su deepfake e odio social con Francesca Barra e Raoul Bova. Di odio politico parlerà il responsabile del programma, Francesco Filini.
Sempre venerdì interverranno anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, quello del Copasir, Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio (in collegamento). Il direttore del Fatto quotidiano, Marco Travaglio, dialogherà con il ministro Guido Crosetto. Poi il panel con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il sottosegretario di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari, e, dulcis in fundo, Giuseppe Cruciani e David Parenzo.
Sabato sarà il giorno delle opposizioni. Si aprirà con Riccardo Magi (+Europa) e si concluderà con Angelo Bonelli (Avs).
Matteo Renzi con Maria Elisabetta Alberti Casellati, ministro per le Riforme, Roberto Calderoli, ministro per le Autonomie, Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, e Fabio Rampelli nel panel sulle riforme. Carlo Calenda con Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, parlerà di Ucraina. Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 stelle, verrà intervistato da Paolo Del Debbio. Non solo: il giorno prima della chiusura, Fratelli d’Italia calerà l’asso. I ministri di vari Paesi europei dialogheranno di trafficanti di uomini con il titolare tricolore dell’Interno, Matteo Piantedosi. Orazio Schillaci sarà al centro di un panel con i governatori Francesco Acquaroli, Antonio Decaro, Massimiliano Fedriga, Roberto Occhiuto e Francesco Rocca; Gilberto Pichetto Fratin parlerà di energia, il con delega alla Disabilità, Alessandra Locatelli, siederà allo stesso tavolo del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, per dibattere di «Rivoluzione e sussidiarietà per il welfare»; il ministro dello Sport, Andrea Abodi, sarà ospite di un panel con Gianluigi Buffon e Carlotta Gilli, nuotatrice olimpica, e infine ci sarà il ministro Francesco Lollobrigida. Ignazio La Russa verrà intervistato da Enrico Mentana. Il premio Atreju sarà assegnato ai due allenatori delle nazionali, maschile e femminile, di pallavolo, entrambi campioni del mondo: Ferdinando De Giorgi e Julio Velasco.
«Tanta roba», si dice a Roma, fin qui perché «il programma è ancora in divenire», assicura Donzelli.
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