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2025-11-17
Armi, droga, migranti. Che cosa rischiamo se le milizie jihadiste si prendono il Mali
Una giovane influencer maliana, Mariam Cissé, lo scorso 6 novembre è stata sequestrata e uccisa pubblicamente il giorno seguente a Tonka, nel Nord del Mali, per mano di miliziani jihadisti che la accusavano di collaborare con l’esercito. La notizia è stata confermata da fonti della sicurezza e da persone a lei vicine. La ragazza, appena diciannovenne, era molto popolare su TikTok, dove oltre 90.000 utenti seguivano i suoi video dedicati alla vita quotidiana nella regione di Timbuctù. Secondo il racconto del fratello, i miliziani l’avrebbero trascinata in una piazza del centro e giustiziata con un colpo di fucile davanti agli abitanti, in un’esecuzione destinata a servire da monito per la popolazione. Il Mali è oggi un Paese in agonia, soffocato da un blocco imposto dai miliziani del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jnim), formazione jihadista legata ad Al-Qaeda nel Maghreb islamico. Nella città di Léré, nel Mali centrale, 14 civili sono stati uccisi la scorsa settimana in un attacco rivendicato dal gruppo. Secondo testimoni e fonti locali, i jihadisti hanno rapito 12 persone, poi giustiziate sommariamente. Un abitante fuggito in Mauritania ha raccontato a Jeune Afrique che i miliziani avevano imposto un ultimatum di 24 ore per lasciare Léré, minacciando di uccidere chiunque fosse rimasto. «Chi si rifiutava di partire veniva giustiziato o preso in ostaggio», ha confermato un altro rifugiato.
Da settembre il Jnim ha intensificato gli assalti contro le principali vie di comunicazione del Paese, imponendo blocchi stradali, sequestrando autocisterne e tagliando i collegamenti commerciali. È una strategia calcolata per piegare Bamako: soffocare l’economia e spingere la popolazione contro la giunta militare al potere. Nel Mali centrale intere comunità sono isolate, i mercati non ricevono più rifornimenti e i prezzi dei beni di prima necessità sono esplosi. Persino la capitale è ora a rischio isolamento. Le mappe degli ultimi attacchi mostrano come il Jnim stia cercando di circondare la capitale colpendo le arterie che la collegano ai porti di Dakar e Abidjan, indispensabili per l’approvvigionamento di carburante e viveri.
La giunta, salita al potere con un colpo di Stato nel 2021 e guidata dal colonnello Assimi Goïta, ha promesso di riportare la sicurezza dopo l’espulsione delle forze francesi e della missione Onu. Per farlo, ha fatto ricorso ai miliziani russi, inizialmente legati alla Compagnia militare privata Wagner, oggi riorganizzati sotto un comando diretto del Cremlino. Tuttavia, nonostante la presenza di centinaia di mercenari dispiegati nel Paese, la minaccia jihadista non è diminuita. In molte aree rurali i miliziani russi si sono limitati a proteggere i siti minerari d’oro e le basi militari, senza riuscire a garantire la sicurezza delle popolazioni civili. Il loro intervento si è tradotto in un incremento delle tensioni e in accuse di violazioni dei diritti umani, alimentando il risentimento verso il potere centrale e la Russia.
Il deterioramento della sicurezza ha spinto Regno Unito e Stati Uniti a ordinare, a fine ottobre, il ritiro del personale non essenziale. Diverse ambasciate hanno invitato i propri cittadini ad abbandonare il Mali, dove la violenza e la mancanza di beni primari stanno portando il sistema al collasso. Da settimane camion e autobus restano fermi per mancanza di carburante, le scorte alimentari si esauriscono e la popolazione affronta code interminabili davanti alle pompe di benzina. «Se non arriva carburante, tutto si ferma: trasporti, ospedali, scuole, commercio», spiega Charles Thiemélé, direttore dello sviluppo per l’Africa della società logistica svizzera Aot Trading. «Ogni cosa in Mali si muove su strada. Quando le strade diventano insicure o non c’è più benzina, l’economia si blocca». Il tentativo del governo di calmare la situazione fissando un prezzo massimo di 775 franchi Cfa al litro (circa 1,18 euro) non ha avuto effetto. Le file alle stazioni di servizio si allungano per chilometri, mentre il mercato nero esplode. In molte zone il prezzo ha superato i 2.200 franchi Cfa (circa 3,30 euro), e in alcune province il carburante è semplicemente introvabile. Negli ospedali i generatori di corrente si stanno guastando per mancanza di manutenzione e rifornimenti e le ambulanze sono costrette ad attendere ore accanto ai veicoli dei militari o dei Vigili del Fuoco, sperando di ottenere qualche litro di carburante. Secondo l’economista Modibo Mao Makalou il commercio illegale di benzina, già florido prima della crisi, è esploso, con forti ripercussioni anche nei Paesi confinanti. In Guinea, nelle città di Kankan e Siguiri, il carburante destinato al mercato interno viene dirottato verso il Mali, e una tanica da 20 litri ha raggiunto il prezzo record di un milione di franchi guineani, quattro volte superiore rispetto a poche settimane fa. Il Mali importa tutto il suo carburante, principalmente dalla Costa d’Avorio (59%) e dal Senegal (39%). Le rotte che collegano Bamako a Dakar e Abidjan sono oggi tra gli obiettivi principali dei jihadisti, che attaccano sistematicamente i convogli di autocisterne. «Il Paese è doppiamente vulnerabile», spiega ancora Makalou. «Da un lato perché non produce petrolio, dall’altro perché non ha accesso al mare. Siamo dipendenti dai nostri vicini per ogni importazione. Bloccare le strade significa soffocare il Paese».
La crisi del carburante ha innescato un effetto domino che ha investito tutti i settori. La produzione elettrica, già inaffidabile, è crollata: il 69% dell’energia del Mali proviene da centrali termiche alimentate a gasolio, mentre il potenziale solare - che copre appena il 4% - resta quasi del tutto inutilizzato. In molte zone rurali non arriva più elettricità, e anche nella capitale si registrano blackout quotidiani. La situazione è altrettanto drammatica nel settore agricolo. I jihadisti, isolando i mercati dalle aree produttive, hanno colpito la sicurezza alimentare urbana e la sopravvivenza degli agricoltori. Frutta, verdura, cereali e acqua non riescono più a raggiungere le città, e i piccoli produttori non trovano sbocchi per i loro raccolti. Uno studio recente sottolinea che oltre l’80% del commercio estero e il 90% di quello interno avvengono su strada: un dato che rende evidente come la guerra del Jnim non sia fatta solo di armi, ma anche di logistica.
Le conseguenze del blocco si estendono fino al sistema commerciale internazionale. Il 7 ottobre, la Mediterranean Shipping Company (Msc) - una delle più grandi compagnie di navigazione al mondo - ha annunciato la sospensione di tutte le spedizioni verso il Mali. «Non accetteremo più prenotazioni per il Paese finché la situazione non sarà stabilizzata», ha comunicato l’azienda, precisando che la misura riguarda tutti i porti principali, da Abidjan a Dakar, fino a Lomé, Tema e Conakry. L’effetto sull’economia è devastante: senza accesso alle vie marittime e con le rotte terrestri impraticabili, il Mali rischia un isolamento totale. La crisi attuale non è più una semplice emergenza di sicurezza: è una forma di guerra economica pianificata. Il Jnim, dopo aver espulso in molte aree le forze governative, punta a legittimarsi come potere alternativo. In alcune regioni controlla i mercati, impone tasse e gestisce i rifornimenti. Bamako, priva di risorse e sempre più isolata, tenta di contenere l’emergenza con l’aiuto russo, ma la popolazione perde fiducia. E mentre la giunta celebra la sovranità riconquistata dopo l’espulsione delle missioni occidentali, il Paese che governa rischia di morire lentamente, strangolato da chi ha trasformato la miseria in un’arma.
Il volto del terrore in tutto il Sahel, da nobile ribelle a
fanatico religioso
Nel Sahel, dove le mappe si dissolvono tra sabbia e sangue, il nome di Iyad Ag Ghaly evoca potere, fanatismo e sopravvivenza. Ex comandante ribelle e oggi leader del Jnim - Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, la più potente formazione jihadista dell’Africa Occidentale, Ag Ghaly è riuscito in ciò che nessun capo tuareg aveva mai ottenuto: trasformare la lotta per l’autonomia in una crociata globale sotto l’egida di al-Qaeda. Nato intorno al 1958 a Kidal, nel Nord del Mali, proveniente da una nobile famiglia tuareg, Ag Ghaly emerse negli anni Novanta come figura di spicco della ribellione contro il governo di Bamako. In quella fase la sua battaglia era politica, non religiosa: chiedeva riconoscimento culturale e partecipazione alle risorse del Nord. Dopo gli accordi di pace, divenne mediatore e diplomatico, persino rappresentante del Mali in Arabia Saudita. Fu lì, nel cuore del wahhabismo, che si radicalizzò: le prediche salafite, le reti di fondamentalisti e la frustrazione per la corruzione del potere maliano lo spinsero verso l’islamismo militante. Nel 2012, approfittando del caos politico seguito al colpo di Stato a Bamako, fondò Ansar Dine, movimento jihadista che conquistò in poche settimane città come Timbuctù e Gao, imponendo la sharia con brutalità. Le immagini delle amputazioni pubbliche e della distruzione dei mausolei di Sidi Yahia e Sidi Mahmoud fecero il giro del mondo. L’intervento francese del 2013, con l’operazione Serval, ne disperse le truppe ma non ne spezzò l’influenza. Rifugiatosi nelle montagne di Kidal, Ag Ghaly continuò a tessere la sua rete, fino a unificare nel 2017 i principali gruppi jihadisti saheliani sotto la sigla Jnim, legata ad al-Qaida e guidata personalmente da lui. Oggi il Jnim è una macchina perfettamente adattata al deserto. Le sue milizie controllano villaggi, strade e mercati, impongono tributi e forniscono protezione a chi paga. Ma il segreto della loro forza economica risiede nei traffici illeciti: armi, droga e, soprattutto, migranti.
Nelle aree sotto la sua influenza, il traffico di migranti diretti verso la Libia e il Mediterraneo è diventato una vera industria del deserto. I convogli che partono da Gao, Timbuctù o Mopti attraversano zone controllate dal Jnim, che impone «tasse di passaggio» a ogni carovana. Il gruppo offre «protezione» ai passeur, media con le tribù locali e, se necessario, sequestra i migranti per chiedere riscatti. Chi non paga viene spesso abbandonato nel deserto o venduto a reti criminali libiche. È un sistema che unisce economia e terrore, in cui i corpi dei migranti diventano moneta di scambio. Queste rotte, che si dirigono verso Sebha, Murzuq e Bani Walid in Libia, alimentano un flusso costante di uomini e denaro. Il Jnim, grazie alla sua posizione geografica, controlla gli snodi tra Mali, Niger e Algeria, e collabora con trafficanti tuareg e arabi, non solo per estorcere denaro ma anche per infiltrare combattenti o trasportare armi. Il traffico di esseri umani diventa così una componente della strategia jihadista: garantisce fondi, influenza e radicamento territoriale. Il legame tra jihadismo e migrazione clandestina rappresenta uno dei fenomeni più pericolosi per la sicurezza regionale ed europea. Ogni convoglio che attraversa il Sahel è una fonte di reddito per i gruppi armati, e allo stesso tempo una rete di copertura per spostare uomini addestrati. Per le intelligence occidentali, il deserto è ormai un unico spazio operativo dove i confini tra terrorismo e criminalità organizzata si confondono.
Iyad Ag Ghaly, definito dagli Stati Uniti un «terrorista globale», è oggi uno degli uomini più ricercati del Continente. Washington ha offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per la sua cattura. Ma il «signore del deserto» resta inafferrabile. Vive protetto dalle tribù Ifoghas, si muove tra Mali, Algeria e Niger, e continua a impartire ordini ai suoi comandanti, come Amadou Koufa, leader della Katiba Macina, responsabile di centinaia di attacchi contro militari e civili. La parabola di Ag Ghaly è il simbolo del fallimento delle politiche occidentali nel Sahel: un ex ribelle trasformato in emiro jihadista, che ha saputo trasformare il vuoto dello Stato in una struttura di potere parallela. Nelle sue mani, religione, economia e terrore si fondono in un’unica visione. Mentre i governi locali, sostenuti da milizie straniere e contractor russi, faticano a contenere la minaccia, il Jnim continua a prosperare. Iyad Ag Ghaly non è solo il volto del jihad africano: è il prodotto di un mondo in cui la disperazione dei migranti, l’impunità dei trafficanti e l’abbandono delle periferie africane convergono in un’unica rotta. Una rotta che porta, ancora oggi, dal deserto maliano fino alle coste del Mediterraneo.
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Il gruppo armato Jnim avanza seminando morte e bloccando strade e commercio. Le forze governative, sostenute dai russi, annaspano.Ag Ghaly è riuscito in ciò che nessun capo tuareg aveva mai ottenuto: trasformare la lotta per l’autonomia in una crociata globale in nome di Maometto. Finanziandosi attraverso il controllo delle rotte di esseri umani. Lo speciale contiene due articoli. Una giovane influencer maliana, Mariam Cissé, lo scorso 6 novembre è stata sequestrata e uccisa pubblicamente il giorno seguente a Tonka, nel Nord del Mali, per mano di miliziani jihadisti che la accusavano di collaborare con l’esercito. La notizia è stata confermata da fonti della sicurezza e da persone a lei vicine. La ragazza, appena diciannovenne, era molto popolare su TikTok, dove oltre 90.000 utenti seguivano i suoi video dedicati alla vita quotidiana nella regione di Timbuctù. Secondo il racconto del fratello, i miliziani l’avrebbero trascinata in una piazza del centro e giustiziata con un colpo di fucile davanti agli abitanti, in un’esecuzione destinata a servire da monito per la popolazione. Il Mali è oggi un Paese in agonia, soffocato da un blocco imposto dai miliziani del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jnim), formazione jihadista legata ad Al-Qaeda nel Maghreb islamico. Nella città di Léré, nel Mali centrale, 14 civili sono stati uccisi la scorsa settimana in un attacco rivendicato dal gruppo. Secondo testimoni e fonti locali, i jihadisti hanno rapito 12 persone, poi giustiziate sommariamente. Un abitante fuggito in Mauritania ha raccontato a Jeune Afrique che i miliziani avevano imposto un ultimatum di 24 ore per lasciare Léré, minacciando di uccidere chiunque fosse rimasto. «Chi si rifiutava di partire veniva giustiziato o preso in ostaggio», ha confermato un altro rifugiato.Da settembre il Jnim ha intensificato gli assalti contro le principali vie di comunicazione del Paese, imponendo blocchi stradali, sequestrando autocisterne e tagliando i collegamenti commerciali. È una strategia calcolata per piegare Bamako: soffocare l’economia e spingere la popolazione contro la giunta militare al potere. Nel Mali centrale intere comunità sono isolate, i mercati non ricevono più rifornimenti e i prezzi dei beni di prima necessità sono esplosi. Persino la capitale è ora a rischio isolamento. Le mappe degli ultimi attacchi mostrano come il Jnim stia cercando di circondare la capitale colpendo le arterie che la collegano ai porti di Dakar e Abidjan, indispensabili per l’approvvigionamento di carburante e viveri.La giunta, salita al potere con un colpo di Stato nel 2021 e guidata dal colonnello Assimi Goïta, ha promesso di riportare la sicurezza dopo l’espulsione delle forze francesi e della missione Onu. Per farlo, ha fatto ricorso ai miliziani russi, inizialmente legati alla Compagnia militare privata Wagner, oggi riorganizzati sotto un comando diretto del Cremlino. Tuttavia, nonostante la presenza di centinaia di mercenari dispiegati nel Paese, la minaccia jihadista non è diminuita. In molte aree rurali i miliziani russi si sono limitati a proteggere i siti minerari d’oro e le basi militari, senza riuscire a garantire la sicurezza delle popolazioni civili. Il loro intervento si è tradotto in un incremento delle tensioni e in accuse di violazioni dei diritti umani, alimentando il risentimento verso il potere centrale e la Russia.Il deterioramento della sicurezza ha spinto Regno Unito e Stati Uniti a ordinare, a fine ottobre, il ritiro del personale non essenziale. Diverse ambasciate hanno invitato i propri cittadini ad abbandonare il Mali, dove la violenza e la mancanza di beni primari stanno portando il sistema al collasso. Da settimane camion e autobus restano fermi per mancanza di carburante, le scorte alimentari si esauriscono e la popolazione affronta code interminabili davanti alle pompe di benzina. «Se non arriva carburante, tutto si ferma: trasporti, ospedali, scuole, commercio», spiega Charles Thiemélé, direttore dello sviluppo per l’Africa della società logistica svizzera Aot Trading. «Ogni cosa in Mali si muove su strada. Quando le strade diventano insicure o non c’è più benzina, l’economia si blocca». Il tentativo del governo di calmare la situazione fissando un prezzo massimo di 775 franchi Cfa al litro (circa 1,18 euro) non ha avuto effetto. Le file alle stazioni di servizio si allungano per chilometri, mentre il mercato nero esplode. In molte zone il prezzo ha superato i 2.200 franchi Cfa (circa 3,30 euro), e in alcune province il carburante è semplicemente introvabile. Negli ospedali i generatori di corrente si stanno guastando per mancanza di manutenzione e rifornimenti e le ambulanze sono costrette ad attendere ore accanto ai veicoli dei militari o dei Vigili del Fuoco, sperando di ottenere qualche litro di carburante. Secondo l’economista Modibo Mao Makalou il commercio illegale di benzina, già florido prima della crisi, è esploso, con forti ripercussioni anche nei Paesi confinanti. In Guinea, nelle città di Kankan e Siguiri, il carburante destinato al mercato interno viene dirottato verso il Mali, e una tanica da 20 litri ha raggiunto il prezzo record di un milione di franchi guineani, quattro volte superiore rispetto a poche settimane fa. Il Mali importa tutto il suo carburante, principalmente dalla Costa d’Avorio (59%) e dal Senegal (39%). Le rotte che collegano Bamako a Dakar e Abidjan sono oggi tra gli obiettivi principali dei jihadisti, che attaccano sistematicamente i convogli di autocisterne. «Il Paese è doppiamente vulnerabile», spiega ancora Makalou. «Da un lato perché non produce petrolio, dall’altro perché non ha accesso al mare. Siamo dipendenti dai nostri vicini per ogni importazione. Bloccare le strade significa soffocare il Paese».La crisi del carburante ha innescato un effetto domino che ha investito tutti i settori. La produzione elettrica, già inaffidabile, è crollata: il 69% dell’energia del Mali proviene da centrali termiche alimentate a gasolio, mentre il potenziale solare - che copre appena il 4% - resta quasi del tutto inutilizzato. In molte zone rurali non arriva più elettricità, e anche nella capitale si registrano blackout quotidiani. La situazione è altrettanto drammatica nel settore agricolo. I jihadisti, isolando i mercati dalle aree produttive, hanno colpito la sicurezza alimentare urbana e la sopravvivenza degli agricoltori. Frutta, verdura, cereali e acqua non riescono più a raggiungere le città, e i piccoli produttori non trovano sbocchi per i loro raccolti. Uno studio recente sottolinea che oltre l’80% del commercio estero e il 90% di quello interno avvengono su strada: un dato che rende evidente come la guerra del Jnim non sia fatta solo di armi, ma anche di logistica.Le conseguenze del blocco si estendono fino al sistema commerciale internazionale. Il 7 ottobre, la Mediterranean Shipping Company (Msc) - una delle più grandi compagnie di navigazione al mondo - ha annunciato la sospensione di tutte le spedizioni verso il Mali. «Non accetteremo più prenotazioni per il Paese finché la situazione non sarà stabilizzata», ha comunicato l’azienda, precisando che la misura riguarda tutti i porti principali, da Abidjan a Dakar, fino a Lomé, Tema e Conakry. L’effetto sull’economia è devastante: senza accesso alle vie marittime e con le rotte terrestri impraticabili, il Mali rischia un isolamento totale. La crisi attuale non è più una semplice emergenza di sicurezza: è una forma di guerra economica pianificata. Il Jnim, dopo aver espulso in molte aree le forze governative, punta a legittimarsi come potere alternativo. In alcune regioni controlla i mercati, impone tasse e gestisce i rifornimenti. Bamako, priva di risorse e sempre più isolata, tenta di contenere l’emergenza con l’aiuto russo, ma la popolazione perde fiducia. 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Ex comandante ribelle e oggi leader del Jnim - Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, la più potente formazione jihadista dell’Africa Occidentale, Ag Ghaly è riuscito in ciò che nessun capo tuareg aveva mai ottenuto: trasformare la lotta per l’autonomia in una crociata globale sotto l’egida di al-Qaeda. Nato intorno al 1958 a Kidal, nel Nord del Mali, proveniente da una nobile famiglia tuareg, Ag Ghaly emerse negli anni Novanta come figura di spicco della ribellione contro il governo di Bamako. In quella fase la sua battaglia era politica, non religiosa: chiedeva riconoscimento culturale e partecipazione alle risorse del Nord. Dopo gli accordi di pace, divenne mediatore e diplomatico, persino rappresentante del Mali in Arabia Saudita. Fu lì, nel cuore del wahhabismo, che si radicalizzò: le prediche salafite, le reti di fondamentalisti e la frustrazione per la corruzione del potere maliano lo spinsero verso l’islamismo militante. Nel 2012, approfittando del caos politico seguito al colpo di Stato a Bamako, fondò Ansar Dine, movimento jihadista che conquistò in poche settimane città come Timbuctù e Gao, imponendo la sharia con brutalità. Le immagini delle amputazioni pubbliche e della distruzione dei mausolei di Sidi Yahia e Sidi Mahmoud fecero il giro del mondo. L’intervento francese del 2013, con l’operazione Serval, ne disperse le truppe ma non ne spezzò l’influenza. Rifugiatosi nelle montagne di Kidal, Ag Ghaly continuò a tessere la sua rete, fino a unificare nel 2017 i principali gruppi jihadisti saheliani sotto la sigla Jnim, legata ad al-Qaida e guidata personalmente da lui. Oggi il Jnim è una macchina perfettamente adattata al deserto. Le sue milizie controllano villaggi, strade e mercati, impongono tributi e forniscono protezione a chi paga. Ma il segreto della loro forza economica risiede nei traffici illeciti: armi, droga e, soprattutto, migranti.Nelle aree sotto la sua influenza, il traffico di migranti diretti verso la Libia e il Mediterraneo è diventato una vera industria del deserto. I convogli che partono da Gao, Timbuctù o Mopti attraversano zone controllate dal Jnim, che impone «tasse di passaggio» a ogni carovana. Il gruppo offre «protezione» ai passeur, media con le tribù locali e, se necessario, sequestra i migranti per chiedere riscatti. Chi non paga viene spesso abbandonato nel deserto o venduto a reti criminali libiche. È un sistema che unisce economia e terrore, in cui i corpi dei migranti diventano moneta di scambio. Queste rotte, che si dirigono verso Sebha, Murzuq e Bani Walid in Libia, alimentano un flusso costante di uomini e denaro. Il Jnim, grazie alla sua posizione geografica, controlla gli snodi tra Mali, Niger e Algeria, e collabora con trafficanti tuareg e arabi, non solo per estorcere denaro ma anche per infiltrare combattenti o trasportare armi. Il traffico di esseri umani diventa così una componente della strategia jihadista: garantisce fondi, influenza e radicamento territoriale. Il legame tra jihadismo e migrazione clandestina rappresenta uno dei fenomeni più pericolosi per la sicurezza regionale ed europea. Ogni convoglio che attraversa il Sahel è una fonte di reddito per i gruppi armati, e allo stesso tempo una rete di copertura per spostare uomini addestrati. Per le intelligence occidentali, il deserto è ormai un unico spazio operativo dove i confini tra terrorismo e criminalità organizzata si confondono.Iyad Ag Ghaly, definito dagli Stati Uniti un «terrorista globale», è oggi uno degli uomini più ricercati del Continente. Washington ha offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per la sua cattura. Ma il «signore del deserto» resta inafferrabile. Vive protetto dalle tribù Ifoghas, si muove tra Mali, Algeria e Niger, e continua a impartire ordini ai suoi comandanti, come Amadou Koufa, leader della Katiba Macina, responsabile di centinaia di attacchi contro militari e civili. La parabola di Ag Ghaly è il simbolo del fallimento delle politiche occidentali nel Sahel: un ex ribelle trasformato in emiro jihadista, che ha saputo trasformare il vuoto dello Stato in una struttura di potere parallela. Nelle sue mani, religione, economia e terrore si fondono in un’unica visione. Mentre i governi locali, sostenuti da milizie straniere e contractor russi, faticano a contenere la minaccia, il Jnim continua a prosperare. Iyad Ag Ghaly non è solo il volto del jihad africano: è il prodotto di un mondo in cui la disperazione dei migranti, l’impunità dei trafficanti e l’abbandono delle periferie africane convergono in un’unica rotta. Una rotta che porta, ancora oggi, dal deserto maliano fino alle coste del Mediterraneo.
Péter Magyar (Ansa)
Al Semafor world economy summit a Washington, martedì Dombrovskis si è dichiarato molto fiducioso: «Ci sono alcune questioni rimaste in sospeso durante il precedente governo ungherese, quello del primo ministro Orbán. Speriamo di poter procedere rapidamente, ma in generale vediamo in Ungheria una svolta più filo europea».
Il neo eletto Magyar ha già detto che non bloccherà il prestito dell’Unione europea ma non parteciperà perché il suo Paese è in pessime condizioni economiche. Tanto basta a Ursula von der Leyen: ottenere la revoca del veto. Ieri, il presidente della Commissione europea ha detto di aver parlato con il vincitore delle elezioni. «Abbiamo discusso delle priorità immediate», annunciava in un post sulla piattaforma social X. «Bisogna agire rapidamente per ripristinare, riallineare e riformare. Ripristinare lo Stato di diritto. Riallinearsi ai nostri valori europei condivisi. E riformare, per sbloccare le opportunità offerte dagli investimenti europei», ha aggiunto Von der Leyen.
Al suo esecutivo interessa solo ottenere l’approvazione definitiva del sostanzioso pacchetto di aiuti promessi a Volodymyr Zelensky per il biennio 2026-2027, da fare arrivare a Kiev in due tranche da 45 miliardi di euro ciascuna. La posta in gioco è così alta per la Commissione che il suo presidente non ha esitato a blandire il neo eletto. «L’Ungheria è tornata nel cuore dell’Europa, dove ha sempre dovuto appartenere», ha scritto. «Questo è, soprattutto, un momento per il popolo ungherese. Per la sua voce, la sua dignità e il suo futuro in un’Ungheria sicura e prospera all’interno di un’Europa forte».
A Magyar «cedere» non costerà nulla (Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno ottenuto l’opt-out dal prestito), anzi finalmente potrà ottenere i quasi 37 miliardi di euro congelati da Bruxelles. Come ha riassunto il Financial Times, oltre alla revoca del veto ungherese sul prestito all’Ucraina i passi fondamentali devono essere il via libera al prossimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, la riforma del sistema giudiziario e dei servizi di sicurezza e il rimpasto ai vertici delle principali istituzioni pubbliche e imprese statali. Bruxelles, inoltre, chiede una risoluzione della controversia sulle irregolarità delle procedure di richiesta d’asilo per i migranti, che costa a Budapest una multa giornaliera di un milione di euro oggi arrivata a quasi 900 milioni.
Se è fondamentale lo sblocco dei fondi Ue per dare ossigeno all’economia ungherese e migliorarne le prospettive di crescita, importante sarà per Magyar mantenere le sue promesse elettorali, ovvero lavorare per ridurre l’imposta sul reddito personale per i redditi più bassi e aumentare le pensioni minime. Oggi alle 10, il futuro primo ministro avrà un incontro con Tamás Sulyokil, sollecitato dallo stesso presidente della Repubblica. «È nell’interesse dell’Ungheria che il passaggio di consegne e l’insediamento del nuovo governo avvengano il prima possibile», ha scritto Magyar sul suo profilo social.
Domenica sera, nel suo discorso di vittoria aveva chiesto le dimissioni di Sulyok. Ha ribadito l’argomento anche in conferenza stampa: si aspetta che il capo dello Stato convochi al più presto la sessione inaugurale dell’Assemblea nazionale (ha tempo entro 30 giorni dalle elezioni, ovvero entro il 12 maggio) e che, dopo aver proposto il presidente di Tisza come primo ministro, si dimetta. Quasi il 73% degli attuali membri dell’Assemblea lascerà il proprio incarico a maggio
Prima dell’incontro di oggi, Magyar sarà a Radio Kossuth e sul canale tv M1. L’ultima apparizione del quarantacinquenne politico nella tv pubblica risaliva al 26 settembre 2024, quando accusò l’istituzione di propaganda goebbelsiana. Negli ultimi giorni di campagna elettorale ha detto che, una volta eletto, i media pubblici non sarebbero stati chiusi, ma i loro servizi di informazione sospesi fino a quando non fosse stata garantita una copertura giornalistica equilibrata.
Da Mosca, intanto, il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov ha fatto sapere che c’è la volontà di proseguire un dialogo pragmatico «con il nuovo governo ungherese». Il Cremlino attende i primi passi concreti. Lunedì, Magyar aveva dichiarato l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche russe e la volontà di fare tutto il possibile per diversificare gli acquisti di petrolio e gas «ma questo non significa che ci disinvestiremo», ha tenuto a precisare. Convenienza economica e la sicurezza dell’approvvigionamento continueranno a essere le considerazioni principali.
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Dalla crisi nello Stretto di Hormuz alle tensioni su Trump, fino agli scandali e alla politica interna, l’America tra guerra, economia e instabilità.
«Posso confermare che l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura (Eacea) ha inviato una lettera per informare la Fondazione La Biennale di Venezia della nostra intenzione di sospendere o revocare una sovvenzione in corso pari a 2 milioni di euro», ha dichiarato il portavoce della Commissione Ue, Thomas Regnier. «La Commissione aveva inoltre inviato una lettera al governo italiano nel mese di marzo. Come già menzionato, la Commissione condanna la decisione della Fondazione Biennale di consentire alla Russia di partecipare alla Biennale d’arte di Venezia del 2026».
Come risponderà il governo italiano? I casi sono due: o farà notare che quei soldi sono nostri visto che siamo contributori netti (riceviamo meno di quel che conferiamo alla Ue, per capirci) e quindi ce li debbono dare, oppure - come alcuni ambienti ci dicono - il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, approfitterà della letterina per accerchiare l’ex amico Buttafuoco costringendolo alle dimissioni o cercando una sfiducia.
Per farla breve: o i russi se ne stanno alla larga da Venezia oppure niente euro da Bruxelles. In mezzo c’è Buttafuoco, uomo di grande rigore morale, spessore culturale e col vizio della coerenza. Insomma è un bel problema per Giuli e Fazzolari.
I soldi, dicevamo. «Gli eventi culturali finanziati con il denaro dei contribuenti europei», ha ribadito il portavoce della Commissione Ue, «dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non vengono rispettati nella Russia odierna». E qui diciamo che la Commissione europea finisce in fuorigioco: perché alla Russia è preclusa la possibilità di allestire il suo proprio stand, mentre a Israele, all’Iran, alla stessa America invece questo spazio è consentito? Si tratta di una provocazione, certo, ma nemmeno così campata per aria: oltre ai casi citati, ce ne sarebbero altri: siamo certi che in altri Paesi presenti in Biennale si possano applicare i principi etici, morali e quelle libertà di espressione citati dal portavoce? Non ne sarei molto sicuro. Ma meglio non porsi troppe domande, come del resto facciamo sui fornitori di gas e petrolio. Ci torneremo.
La verità è che la Russia rappresenta un problema politico, anzi il problema politico numero uno di questa Europa. È il nemico che consente di azionare la leva a debito per comprare tante armi da rimettere in piedi un po’ di industria… tedesca (e non solo). E allora sarebbe da domandare ai solerti funzionari della Commissione: siete sicuri che i cittadini vogliano spendere i soldi in armi o non in un tentativo di dialogo che porti alla pace magari attraverso la stessa Biennale del cattivo Buttafuoco? Impossibile da sapere perché - a proposito di democrazia - l’Unione è allergica a interrogare il popolo.
Nel giorno in cui Giorgia Meloni è stata bravissima a rimettersi sulla stessa frequenza d’onda degli italiani, molto critici verso il blasfemo e guerrafondaio Donald Trump, così come verso il suo compare d’armi Benjamin Netanyahu, dispiace che il governo non colga l’opportunità della Biennale per un dialogo «meta-politico», un dialogo alla luce del sole e non negli interstizi delle trattative con Mosca in materia energetica, trattative di cui la gente sa poco.
Va dato atto all’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, di aver squarciato il muro di gomma proponendo di congelare il ban, cioè le sanzioni europee, contro il gas russo. Descalzi si mette in una posizione di attenzione e il governo farebbe bene a non scommettere troppo sulla redditività di posizioni attendiste, perché in questo arco di tempo gli altri si muoveranno. Trump per primo. E in Europa non è detto che la Francia ci freghi sul tempo, usando la Total.
La Commissione europea che si erge a fiero paladino morale contro la Biennale è la stessa che in questi anni ha fatto il pieno di acquisti di gas dalla Russia: basti pensare che solo nell’ultimo trimestre il gas naturale russo ha fatto il 14,2% di tutte le forniture all’Unione europea. Nel primo trimestre 2026, le imprese russe hanno incassato dai Paesi Ue quasi 5 miliardi di dollari per la vendita di gas: saranno una ventina di miliardi sull’anno. E tanti acquisti abbiamo fatto anche nel 2025 e ancor più nel 2024 (anno del record di acquisti). Miliardi che - se vogliamo dirla con la retorica dei buoni - finiscono in bombe, missili, proiettili contro gli ucraini.
Detto questo, mi venite a raccontare che la Biennale fa il gioco di Vladimir Putin? Se qui c’è una propaganda, beh quella è dell’Unione europea ed è una propaganda tanto stupida quanto meschina. Il guaio è che nel governo c’è chi gioca di sponda con Bruxelles e contro Buttafuoco, la Biennale e il messaggio universale della cultura.
Post scriptum. Sia chiaro: a noi, il gas russo piace talmente tanto che ne vorremmo di più.
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Maurizio Landini (Ansa)
Questa volta la decisione del leader della Confederazione di Corso d’Italia è quello di promuovere una raccolta di firme per inviare al Parlamento due proposte di legge di iniziativa popolare: una sulla sanità e la seconda sugli appalti. Il merito delle proposte non è ancora noto, ma il più importante sindacato in Italia impegnerà le proprie strutture nei prossimi mesi verso questo obiettivo: l’apparato è stato già allertato in proposito.
Sulla sanità è probabile che la filosofia della proposta legislativa sarà indirizzata al rafforzamento del settore pubblica, mentre sugli appalti è prevedibile che l’articolato riprenderà il contenuto che era stato già sottoposto a referendum, quando il sindacato voleva modificare le leggi che a suo dire favoriscono il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche. Si richiederà di cancellare alcune norme ed estendere la responsabilità dell’imprenditore committente nell’ottica di garantire maggiore sicurezza sul lavoro.
Il silenzioso (o silenziato) dibattito interno descrive una situazione preoccupante: da un lato evidenzia un vero e proprio affaticamento dell’apparato, impegnato ultimamente senza sosta su obiettivi che difficilmente si possono definire di natura sindacale, e dall’altro fa prevalere la sensazione che ormai la Cgil si sia gettata anima e corpo nell’agone politico, perdendo di vista la sua missione e sbiadendo la propria identità. L’obiettivo di Maurizio Landini, prossimo alla scadenza del mandato, è esclusivamente quello di entrare in politica, utilizzando l’occasione delle elezioni del 2027.
È la ragione principale di questo attivismo. Con il peso della sua organizzazione, Landini avrebbe potuto benissimo chiedere ai partiti che sono più o meno collegati alla Cgil, - Pd, Avs, Movimento 5 stelle - di mettere in campo proposte legislative finalizzate all’obiettivo, ma sembra preferire un suo diretto protagonismo. Ciò non per rivendicare l’autonomia sindacale, ma perché ciò lo renderà più visibile.
Ad ogni modo, l’«aspirante» parlamentare dovrebbe essere edotto che in Italia, seppur l’articolo 71 della Costituzione preveda che si possano presentare, raccogliendo 50.000 firme, proposte di legge di iniziativa popolare, storicamente l’esito di iniziative del genere non ha quasi mai trovato una traduzione effettiva in Parlamento. Il perché è presto detto: questo diritto è di fatto controllato dal Parlamento e dai partiti. Gli organi parlamentari non hanno l’obbligo di pronunciarsi sulle proposte di iniziativa popolare e non esiste un vincolo che dia priorità a queste proposte di legge rispetto ad altre. Solo il regolamento del Senato, modificato pochi anni fa, prevede che le commissioni di competenza debbano avviare l’esame dei progetti di legge di iniziativa popolare entro e non oltre un mese, chiamando in audizione uno dei promotori del progetto di legge. Questo però non vale per la Camera.
Nella maggior parte dei casi, l’iter legislativo non inizia proprio e le proposte di legge di iniziativa popolare rimangono depositate in commissione senza essere neppure discusse. A tutt’oggi i partiti sono i padroni assoluti di questo strumento di democrazia «dal basso», che ovviamente fanno funzionare solo quando l’oggetto della proposta risponde a uno specifico interesse, spesso elettorale e quasi mai generale, mentre in virtù della selezione operata dal Parlamento, rimangono tanti cadaveri eccellenti.
Giù la maschera, Landini. Il più importante sindacato italiano impieghi meglio le risorse finanziarie derivanti dagli iscritti, verso obiettivi contrattuali che migliorino le loro condizioni di vita.
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