True
2022-05-03
Ancora ci vaccinano con sieri vecchi. E aumentano i rischi di effetti collaterali
Imagoeconomica
Con l’intento di rovinarci la quasi ritrovata normalità (avremo ancora almeno un mese e mezzo di mascherine da indossare in diversi contesti e di obblighi vaccinali per gli over 50, per i sanitari addirittura fino a al 31 dicembre), Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, ama ricordare che «in autunno, poi, sarà necessaria una nuova dose per tutti».
Eppure non ci sono nuovi preparati, la vaccinazione prosegue con un vaccino obsoleto, come l’ha definito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. È sempre lo stesso «elaborato sul virus di Wuhan che non circola più», ha sottolineato due giorni fa sulla Verità. «Non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la professoressa.
Diventa uno spreco economico, aumenta il rischio di eventi avversi post inoculazione e forse, con eccessive vaccinazioni «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. Sulla necessità di mettere a punto nuovi vaccini, prima di pensare a ulteriori campagne di vaccinazioni e di proseguire nell’irragionevole proposito di dare dosi di anti Covid ai più piccoli, interviene un esperto.
In un preprint, appena accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Immunological Research, il biologo Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore della sanità, scrive che «è noto che vaccinazioni ripetute contro mutanti in evoluzione come Sars-CoV-2 hanno il rischio di incontrare il fenomeno denominato “peccato originale antigenico”», che corrisponde ad una sorta di «imprinting» a cui il sistema immunitario va incontro quando si trova a dover rispondere a una variante di un antigene, o patogeno, contro il quale si era precedentemente attivato».
La risposta della memoria immunitaria generata può influenzare la natura delle risposte anticorpali successive nei confronti di infezioni o a vaccinazioni contenenti antigeni simili, ma non identici. Stimolato dal virus mutante, il sistema immunitario tende ancora a produrre anticorpi contro «il vecchio», ormai sottorappresentato, «ma il risultato è la produzione di anticorpi inefficaci e la generazione di un’immunità debole», spiega il dirigente dell’Iss.
«La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori, spesso, si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», osserva nel preprint. E sono ancora sconosciuti i cosiddetti correlati immunologici di protezione, ovvero non è ancora completamente chiaro il ruolo e il contributo di ciascuna delle componenti del sistema immunitario per la protezione dalla infezione per Sars-CoV-2, quanto alti debbano essere i relativi livelli e per quanto tempo possano fornire una difesa affidabile.
Gli anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e forniscono un’immunità acquisita al virus, svolgono sicuramente un ruolo chiave nella protezione dalle infezioni. «Tuttavia», osserva il biologo «nel caso degli attuali vaccini, che si basano esclusivamente sull’immunità umorale (dipende dall’attivazione dei linfociti B che producono immunoglobuline in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo, ndr), la diminuzione degli anticorpi e l’incerta presenza/efficacia delle cellule della memoria nel tessuto polmonare rappresentano limiti non facilmente superabili».
Perciò, sfidare varianti Voc (variants of concern, ovvero di interesse per la sanità pubblica), con iniezioni ripetute di vaccini progettati per una variante virale praticamente scomparsa «potrebbe non essere la strategia migliore, come suggerisce anche la forte diminuzione dell’efficacia del vaccino calcolata dopo la quarta dose», sottolinea Federico, e «la probabilità che si verifichino effetti collaterali aumenta con il numero di iniezioni».
Non solo, c’è anche la questione dell’immunità mucosale «insoddisfacente», con gli attuali vaccini, che dovrebbero impedire la diffusione del virus attraverso le vie orali. Molti studi, invece, indicano che, a differenza dell’infezione naturale, la vaccinazione anti Covid a base di molecole a mRna sembra «incapace di indurre livelli di immunità adeguati a proteggere i vaccinati dalla replicazione nella mucosa e dalla trasmissione di virus infettanti».
Abbiamo già verificato quanti vaccinati si siano contagiati e quanti, a differenza di ciò che fu osservato a seguito delle infezioni con il virus originale (Wuhan), non siano stati adeguatamente protetti dalla malattia. Il biologo si attende nuovi preparati, e chiede «una valutazione molto più estesa e attenta» delle conseguenze cui si può andare incontro con una «vaccinazione di massa ripetuta delle popolazioni non a rischio, compresi neonati e adolescenti».
Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali
Il sistema sanitario italiano continua a essere uno dei bersagli preferiti degli hacker. A dimostrarlo non sono solo gli attacchi di domenica agli ospedali Fatebenefratelli, Sacco, Buzzi e Macedonio Melloni di Milano, con pronto soccorso in tilt, blocco dei siti, prenotazioni azzerate e il riutilizzo di vecchi strumenti come carta e penna. Da almeno tre anni, quindi prima ancora dell’emergenza Covid 19, le infrastrutture sanitarie sono state spesso colpite da cybercriminali. Di solito colpiscono e poi chiedono un riscatto in bitcoin. I dati sanitari continuano a essere molto ricercati come bottino. Non va dimenticato che ospedali e Asst (Azienda socio sanitaria territoriale) sono diventati, ormai, punti critici per il nostro Paese, esattamente come la produzione e la distribuzione di energia, i trasporti, anche la pubblica amministrazione. Sono, ormai, diventate strutture complesse, dipendenti da reti di dispositivi collegati.
Solo qualche anno fa, le reti elettriche e altre infrastrutture critiche funzionavano in modo isolato. Ora sono molto più interconnesse, sia in termini geografici che tra i settori. I cyber attacchi alle infrastrutture critiche possono causare impatti economici e sociali di massa. Non esistono strategie migliori dei cyber attacchi per causare ansia e instabilità, soprattutto quando a essere presi di mira sono i sistemi e le reti che consentono le nostre attività quotidiane o che mettono a rischio la salute dei cittadini.
Questi cyber attacchi sono, quindi, diventati una «potentissima arma di interruzione di massa», come ha più volte sottolineato Swascan, l’azienda controllata di Tinexta cyber (Tinexta group), polo italiano della cybersicurezza, che ha analizzato, di recente, il potenziale rischio cyber delle infrastrutture critiche italiane. «Non dimentichiamo che le strutture sanitarie sono tra le realtà più a rischio attacchi. Vuoi perché il comparto sanitario, più di ogni altro, ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia, vuoi perché le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi e quindi ambiti dai criminal hacker.
Al momento mancano i dettagli, ma la tensione attorno alla situazione Russia/Ucraina e le forti parole di monito rilasciate da Sergej Lavrov nei confronti del nostro Paese potrebbero portare ad una facile strumentalizzazione legata alle possibili motivazioni. Con grande probabilità, si tratta dell’ennesimo episodio di cyber crime. «Ma non possiamo ignorare la connivenza tra cyber crime e cyber war», spiega Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan (Tinexta cyber). Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e, di conseguenza, sia imperativo per l’Italia alzare il livello di guardia. Nel 2019 fu un’altra struttura sanitaria a essere colpita da un attacco ransomware. Più di 35.000 radiografie di pazienti passati dall’ospedale Fatebenefratelli di Erba furono trafugate dagli hacker. In cambio ci fu la richiesta di un riscatto in bitcoin, ma non arrivò neppure una risposta da parte dell’azienda.
Ma, nell’inverno dello scorso anno, a novembre, i cybercriminali attaccarono il data center di Regione Lombardia con il preciso intento di entrare dentro Aria spa, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti, centrale degli appalti sanitari in Lombardia. Ma lo scorso anno fu colpito anche l’ospedale di Lecco, causando ritardi nelle vaccinazioni. Senza contare gli attacchi agli altri ospedali in Italia, dal Veneto al Lazio.
Continua a leggereRiduci
Uno studio di un biologo dell’Iss spiega l’inutilità di continuare con iniezioni progettate contro il virus di Wuhan, ora scomparso.Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali. Pronto soccorso in tilt, siti e prenotazioni bloccate: Italia sempre più nel mirino di questa «arma di interruzione di massa».Lo speciale contiene due articoli.Con l’intento di rovinarci la quasi ritrovata normalità (avremo ancora almeno un mese e mezzo di mascherine da indossare in diversi contesti e di obblighi vaccinali per gli over 50, per i sanitari addirittura fino a al 31 dicembre), Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, ama ricordare che «in autunno, poi, sarà necessaria una nuova dose per tutti». Eppure non ci sono nuovi preparati, la vaccinazione prosegue con un vaccino obsoleto, come l’ha definito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. È sempre lo stesso «elaborato sul virus di Wuhan che non circola più», ha sottolineato due giorni fa sulla Verità. «Non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la professoressa. Diventa uno spreco economico, aumenta il rischio di eventi avversi post inoculazione e forse, con eccessive vaccinazioni «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. Sulla necessità di mettere a punto nuovi vaccini, prima di pensare a ulteriori campagne di vaccinazioni e di proseguire nell’irragionevole proposito di dare dosi di anti Covid ai più piccoli, interviene un esperto. In un preprint, appena accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Immunological Research, il biologo Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore della sanità, scrive che «è noto che vaccinazioni ripetute contro mutanti in evoluzione come Sars-CoV-2 hanno il rischio di incontrare il fenomeno denominato “peccato originale antigenico”», che corrisponde ad una sorta di «imprinting» a cui il sistema immunitario va incontro quando si trova a dover rispondere a una variante di un antigene, o patogeno, contro il quale si era precedentemente attivato». La risposta della memoria immunitaria generata può influenzare la natura delle risposte anticorpali successive nei confronti di infezioni o a vaccinazioni contenenti antigeni simili, ma non identici. Stimolato dal virus mutante, il sistema immunitario tende ancora a produrre anticorpi contro «il vecchio», ormai sottorappresentato, «ma il risultato è la produzione di anticorpi inefficaci e la generazione di un’immunità debole», spiega il dirigente dell’Iss. «La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori, spesso, si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», osserva nel preprint. E sono ancora sconosciuti i cosiddetti correlati immunologici di protezione, ovvero non è ancora completamente chiaro il ruolo e il contributo di ciascuna delle componenti del sistema immunitario per la protezione dalla infezione per Sars-CoV-2, quanto alti debbano essere i relativi livelli e per quanto tempo possano fornire una difesa affidabile. Gli anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e forniscono un’immunità acquisita al virus, svolgono sicuramente un ruolo chiave nella protezione dalle infezioni. «Tuttavia», osserva il biologo «nel caso degli attuali vaccini, che si basano esclusivamente sull’immunità umorale (dipende dall’attivazione dei linfociti B che producono immunoglobuline in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo, ndr), la diminuzione degli anticorpi e l’incerta presenza/efficacia delle cellule della memoria nel tessuto polmonare rappresentano limiti non facilmente superabili». Perciò, sfidare varianti Voc (variants of concern, ovvero di interesse per la sanità pubblica), con iniezioni ripetute di vaccini progettati per una variante virale praticamente scomparsa «potrebbe non essere la strategia migliore, come suggerisce anche la forte diminuzione dell’efficacia del vaccino calcolata dopo la quarta dose», sottolinea Federico, e «la probabilità che si verifichino effetti collaterali aumenta con il numero di iniezioni». Non solo, c’è anche la questione dell’immunità mucosale «insoddisfacente», con gli attuali vaccini, che dovrebbero impedire la diffusione del virus attraverso le vie orali. Molti studi, invece, indicano che, a differenza dell’infezione naturale, la vaccinazione anti Covid a base di molecole a mRna sembra «incapace di indurre livelli di immunità adeguati a proteggere i vaccinati dalla replicazione nella mucosa e dalla trasmissione di virus infettanti». Abbiamo già verificato quanti vaccinati si siano contagiati e quanti, a differenza di ciò che fu osservato a seguito delle infezioni con il virus originale (Wuhan), non siano stati adeguatamente protetti dalla malattia. Il biologo si attende nuovi preparati, e chiede «una valutazione molto più estesa e attenta» delle conseguenze cui si può andare incontro con una «vaccinazione di massa ripetuta delle popolazioni non a rischio, compresi neonati e adolescenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-vaccinano-sieri-vecchi-2657250781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attacco-hacker-a-milano-paralizzati-quattro-ospedali" data-post-id="2657250781" data-published-at="1651516550" data-use-pagination="False"> Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali Il sistema sanitario italiano continua a essere uno dei bersagli preferiti degli hacker. A dimostrarlo non sono solo gli attacchi di domenica agli ospedali Fatebenefratelli, Sacco, Buzzi e Macedonio Melloni di Milano, con pronto soccorso in tilt, blocco dei siti, prenotazioni azzerate e il riutilizzo di vecchi strumenti come carta e penna. Da almeno tre anni, quindi prima ancora dell’emergenza Covid 19, le infrastrutture sanitarie sono state spesso colpite da cybercriminali. Di solito colpiscono e poi chiedono un riscatto in bitcoin. I dati sanitari continuano a essere molto ricercati come bottino. Non va dimenticato che ospedali e Asst (Azienda socio sanitaria territoriale) sono diventati, ormai, punti critici per il nostro Paese, esattamente come la produzione e la distribuzione di energia, i trasporti, anche la pubblica amministrazione. Sono, ormai, diventate strutture complesse, dipendenti da reti di dispositivi collegati. Solo qualche anno fa, le reti elettriche e altre infrastrutture critiche funzionavano in modo isolato. Ora sono molto più interconnesse, sia in termini geografici che tra i settori. I cyber attacchi alle infrastrutture critiche possono causare impatti economici e sociali di massa. Non esistono strategie migliori dei cyber attacchi per causare ansia e instabilità, soprattutto quando a essere presi di mira sono i sistemi e le reti che consentono le nostre attività quotidiane o che mettono a rischio la salute dei cittadini. Questi cyber attacchi sono, quindi, diventati una «potentissima arma di interruzione di massa», come ha più volte sottolineato Swascan, l’azienda controllata di Tinexta cyber (Tinexta group), polo italiano della cybersicurezza, che ha analizzato, di recente, il potenziale rischio cyber delle infrastrutture critiche italiane. «Non dimentichiamo che le strutture sanitarie sono tra le realtà più a rischio attacchi. Vuoi perché il comparto sanitario, più di ogni altro, ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia, vuoi perché le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi e quindi ambiti dai criminal hacker. Al momento mancano i dettagli, ma la tensione attorno alla situazione Russia/Ucraina e le forti parole di monito rilasciate da Sergej Lavrov nei confronti del nostro Paese potrebbero portare ad una facile strumentalizzazione legata alle possibili motivazioni. Con grande probabilità, si tratta dell’ennesimo episodio di cyber crime. «Ma non possiamo ignorare la connivenza tra cyber crime e cyber war», spiega Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan (Tinexta cyber). Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e, di conseguenza, sia imperativo per l’Italia alzare il livello di guardia. Nel 2019 fu un’altra struttura sanitaria a essere colpita da un attacco ransomware. Più di 35.000 radiografie di pazienti passati dall’ospedale Fatebenefratelli di Erba furono trafugate dagli hacker. In cambio ci fu la richiesta di un riscatto in bitcoin, ma non arrivò neppure una risposta da parte dell’azienda. Ma, nell’inverno dello scorso anno, a novembre, i cybercriminali attaccarono il data center di Regione Lombardia con il preciso intento di entrare dentro Aria spa, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti, centrale degli appalti sanitari in Lombardia. Ma lo scorso anno fu colpito anche l’ospedale di Lecco, causando ritardi nelle vaccinazioni. Senza contare gli attacchi agli altri ospedali in Italia, dal Veneto al Lazio.
Un video ricostruisce, sulla base delle analisi tecniche e delle perizie della Commissione parlamentare d’inchiesta, cosa potrebbe essere accaduto all’interno dell’ufficio di David Rossi nei momenti che hanno preceduto la caduta dalla finestra del suo ufficio nella sede di Banca Monte dei Paschi di Siena, a Rocca Salimbeni, il 6 marzo 2013.
Il video è stato diffuso in concomitanza con la visita della Commissione d’inchiesta a Siena. Si tratta di una ricostruzione realizzata a partire dagli elementi raccolti in questi mesi di lavoro: le lesioni riscontrate sul corpo, la posizione della finestra e gli ultimi movimenti ricostruiti dagli investigatori.
Un contributo che, secondo i consulenti della Commissione, il tenente del Ris Adolfo Gregori e il medico legale Robbi Manghi, avvalorerebbe la tesi dell’omicidio.
Enrico Grosso, presidente del Comitato del No (Imagoeconomica)
Ma siccome a intrallazzare con la magistratura per proteggere il proprio cliente con imbarazzante complicità e confidenza è stato beccato il presidente del Comitato del No, espressione dell’Associazione nazionale magistrati, il professor Enrico Grosso, allora nessuno fiata, il caso viene velocemente archiviato dai media e dalla sinistra come un incidente di percorso di nessuna rilevanza etica e giudiziaria. Eppure la questione di cui stiamo parlando è di una gravità assoluta e ben dimostra che cosa ci sia dietro la maschera moralista dei fautori del No: mantenere il rapporto insano, ovviamente clandestino, tra la magistratura e quel sistema opaco che è il governo della giustizia. È accaduto l’altra sera all’Università di Aosta durante un convegno organizzato per discutere dell’imminente referendum.
Prima che iniziassero i lavori, Enrico Grosso e il presidente del tribunale, Giuseppe Marra, parlottano tra di loro non sapendo che microfoni e videocamere della diretta streaming sono già accesi. Grosso è il consulente del governatore della Regione, Renzo Testolin, sulla cui recente elezione pende un ricorso per incompatibilità. Grosso perora, Marra annuisce, rassicura e fornisce dettagli probabilmente utili alla difesa. La registrazione, poi cancellata, finisce su alcuni siti e non lascia spazio ad equivoci: il presidente del Comitato del No prova a trattare fuori dalle aule di tribunale con un magistrato evidentemente amico per di più titolare dell’ufficio che deve redimere la causa.
Ora si capisce meglio perché questi non ne vogliono sapere di sorteggi e carriere separate: chissà mai che con la riforma incappino in magistrato che se li avvicini a un convegno per parlargli di una tua causa quello invece di ascoltarti e annuire chiami i carabinieri.
Continua a leggereRiduci
«Una delle più importanti sfide che deve affrontare la pubblica amministrazione è quella dell’attrattività. Non possiamo illuderci del fatto che la pubblica amministrazione italiana sia qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre organizzazioni. Oggi i giovani hanno voglia di entrare in un’organizzazione che dia loro formazione, che dia loro possibilità di crescita, che dia loro un corretto equilibrio tra l’impegno professionale e la vita personale. Tutte queste cose che concorrono a definire l’attrattività di un’organizzazione sono cose sulle quali noi dobbiamo lavorare». A dirlo è il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo al forum Ansa.