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2022-05-03
Ancora ci vaccinano con sieri vecchi. E aumentano i rischi di effetti collaterali
Imagoeconomica
Con l’intento di rovinarci la quasi ritrovata normalità (avremo ancora almeno un mese e mezzo di mascherine da indossare in diversi contesti e di obblighi vaccinali per gli over 50, per i sanitari addirittura fino a al 31 dicembre), Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, ama ricordare che «in autunno, poi, sarà necessaria una nuova dose per tutti».
Eppure non ci sono nuovi preparati, la vaccinazione prosegue con un vaccino obsoleto, come l’ha definito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. È sempre lo stesso «elaborato sul virus di Wuhan che non circola più», ha sottolineato due giorni fa sulla Verità. «Non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la professoressa.
Diventa uno spreco economico, aumenta il rischio di eventi avversi post inoculazione e forse, con eccessive vaccinazioni «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. Sulla necessità di mettere a punto nuovi vaccini, prima di pensare a ulteriori campagne di vaccinazioni e di proseguire nell’irragionevole proposito di dare dosi di anti Covid ai più piccoli, interviene un esperto.
In un preprint, appena accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Immunological Research, il biologo Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore della sanità, scrive che «è noto che vaccinazioni ripetute contro mutanti in evoluzione come Sars-CoV-2 hanno il rischio di incontrare il fenomeno denominato “peccato originale antigenico”», che corrisponde ad una sorta di «imprinting» a cui il sistema immunitario va incontro quando si trova a dover rispondere a una variante di un antigene, o patogeno, contro il quale si era precedentemente attivato».
La risposta della memoria immunitaria generata può influenzare la natura delle risposte anticorpali successive nei confronti di infezioni o a vaccinazioni contenenti antigeni simili, ma non identici. Stimolato dal virus mutante, il sistema immunitario tende ancora a produrre anticorpi contro «il vecchio», ormai sottorappresentato, «ma il risultato è la produzione di anticorpi inefficaci e la generazione di un’immunità debole», spiega il dirigente dell’Iss.
«La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori, spesso, si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», osserva nel preprint. E sono ancora sconosciuti i cosiddetti correlati immunologici di protezione, ovvero non è ancora completamente chiaro il ruolo e il contributo di ciascuna delle componenti del sistema immunitario per la protezione dalla infezione per Sars-CoV-2, quanto alti debbano essere i relativi livelli e per quanto tempo possano fornire una difesa affidabile.
Gli anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e forniscono un’immunità acquisita al virus, svolgono sicuramente un ruolo chiave nella protezione dalle infezioni. «Tuttavia», osserva il biologo «nel caso degli attuali vaccini, che si basano esclusivamente sull’immunità umorale (dipende dall’attivazione dei linfociti B che producono immunoglobuline in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo, ndr), la diminuzione degli anticorpi e l’incerta presenza/efficacia delle cellule della memoria nel tessuto polmonare rappresentano limiti non facilmente superabili».
Perciò, sfidare varianti Voc (variants of concern, ovvero di interesse per la sanità pubblica), con iniezioni ripetute di vaccini progettati per una variante virale praticamente scomparsa «potrebbe non essere la strategia migliore, come suggerisce anche la forte diminuzione dell’efficacia del vaccino calcolata dopo la quarta dose», sottolinea Federico, e «la probabilità che si verifichino effetti collaterali aumenta con il numero di iniezioni».
Non solo, c’è anche la questione dell’immunità mucosale «insoddisfacente», con gli attuali vaccini, che dovrebbero impedire la diffusione del virus attraverso le vie orali. Molti studi, invece, indicano che, a differenza dell’infezione naturale, la vaccinazione anti Covid a base di molecole a mRna sembra «incapace di indurre livelli di immunità adeguati a proteggere i vaccinati dalla replicazione nella mucosa e dalla trasmissione di virus infettanti».
Abbiamo già verificato quanti vaccinati si siano contagiati e quanti, a differenza di ciò che fu osservato a seguito delle infezioni con il virus originale (Wuhan), non siano stati adeguatamente protetti dalla malattia. Il biologo si attende nuovi preparati, e chiede «una valutazione molto più estesa e attenta» delle conseguenze cui si può andare incontro con una «vaccinazione di massa ripetuta delle popolazioni non a rischio, compresi neonati e adolescenti».
Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali
Il sistema sanitario italiano continua a essere uno dei bersagli preferiti degli hacker. A dimostrarlo non sono solo gli attacchi di domenica agli ospedali Fatebenefratelli, Sacco, Buzzi e Macedonio Melloni di Milano, con pronto soccorso in tilt, blocco dei siti, prenotazioni azzerate e il riutilizzo di vecchi strumenti come carta e penna. Da almeno tre anni, quindi prima ancora dell’emergenza Covid 19, le infrastrutture sanitarie sono state spesso colpite da cybercriminali. Di solito colpiscono e poi chiedono un riscatto in bitcoin. I dati sanitari continuano a essere molto ricercati come bottino. Non va dimenticato che ospedali e Asst (Azienda socio sanitaria territoriale) sono diventati, ormai, punti critici per il nostro Paese, esattamente come la produzione e la distribuzione di energia, i trasporti, anche la pubblica amministrazione. Sono, ormai, diventate strutture complesse, dipendenti da reti di dispositivi collegati.
Solo qualche anno fa, le reti elettriche e altre infrastrutture critiche funzionavano in modo isolato. Ora sono molto più interconnesse, sia in termini geografici che tra i settori. I cyber attacchi alle infrastrutture critiche possono causare impatti economici e sociali di massa. Non esistono strategie migliori dei cyber attacchi per causare ansia e instabilità, soprattutto quando a essere presi di mira sono i sistemi e le reti che consentono le nostre attività quotidiane o che mettono a rischio la salute dei cittadini.
Questi cyber attacchi sono, quindi, diventati una «potentissima arma di interruzione di massa», come ha più volte sottolineato Swascan, l’azienda controllata di Tinexta cyber (Tinexta group), polo italiano della cybersicurezza, che ha analizzato, di recente, il potenziale rischio cyber delle infrastrutture critiche italiane. «Non dimentichiamo che le strutture sanitarie sono tra le realtà più a rischio attacchi. Vuoi perché il comparto sanitario, più di ogni altro, ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia, vuoi perché le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi e quindi ambiti dai criminal hacker.
Al momento mancano i dettagli, ma la tensione attorno alla situazione Russia/Ucraina e le forti parole di monito rilasciate da Sergej Lavrov nei confronti del nostro Paese potrebbero portare ad una facile strumentalizzazione legata alle possibili motivazioni. Con grande probabilità, si tratta dell’ennesimo episodio di cyber crime. «Ma non possiamo ignorare la connivenza tra cyber crime e cyber war», spiega Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan (Tinexta cyber). Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e, di conseguenza, sia imperativo per l’Italia alzare il livello di guardia. Nel 2019 fu un’altra struttura sanitaria a essere colpita da un attacco ransomware. Più di 35.000 radiografie di pazienti passati dall’ospedale Fatebenefratelli di Erba furono trafugate dagli hacker. In cambio ci fu la richiesta di un riscatto in bitcoin, ma non arrivò neppure una risposta da parte dell’azienda.
Ma, nell’inverno dello scorso anno, a novembre, i cybercriminali attaccarono il data center di Regione Lombardia con il preciso intento di entrare dentro Aria spa, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti, centrale degli appalti sanitari in Lombardia. Ma lo scorso anno fu colpito anche l’ospedale di Lecco, causando ritardi nelle vaccinazioni. Senza contare gli attacchi agli altri ospedali in Italia, dal Veneto al Lazio.
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Uno studio di un biologo dell’Iss spiega l’inutilità di continuare con iniezioni progettate contro il virus di Wuhan, ora scomparso.Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali. Pronto soccorso in tilt, siti e prenotazioni bloccate: Italia sempre più nel mirino di questa «arma di interruzione di massa».Lo speciale contiene due articoli.Con l’intento di rovinarci la quasi ritrovata normalità (avremo ancora almeno un mese e mezzo di mascherine da indossare in diversi contesti e di obblighi vaccinali per gli over 50, per i sanitari addirittura fino a al 31 dicembre), Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, ama ricordare che «in autunno, poi, sarà necessaria una nuova dose per tutti». Eppure non ci sono nuovi preparati, la vaccinazione prosegue con un vaccino obsoleto, come l’ha definito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. È sempre lo stesso «elaborato sul virus di Wuhan che non circola più», ha sottolineato due giorni fa sulla Verità. «Non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la professoressa. Diventa uno spreco economico, aumenta il rischio di eventi avversi post inoculazione e forse, con eccessive vaccinazioni «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. Sulla necessità di mettere a punto nuovi vaccini, prima di pensare a ulteriori campagne di vaccinazioni e di proseguire nell’irragionevole proposito di dare dosi di anti Covid ai più piccoli, interviene un esperto. In un preprint, appena accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Immunological Research, il biologo Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore della sanità, scrive che «è noto che vaccinazioni ripetute contro mutanti in evoluzione come Sars-CoV-2 hanno il rischio di incontrare il fenomeno denominato “peccato originale antigenico”», che corrisponde ad una sorta di «imprinting» a cui il sistema immunitario va incontro quando si trova a dover rispondere a una variante di un antigene, o patogeno, contro il quale si era precedentemente attivato». La risposta della memoria immunitaria generata può influenzare la natura delle risposte anticorpali successive nei confronti di infezioni o a vaccinazioni contenenti antigeni simili, ma non identici. Stimolato dal virus mutante, il sistema immunitario tende ancora a produrre anticorpi contro «il vecchio», ormai sottorappresentato, «ma il risultato è la produzione di anticorpi inefficaci e la generazione di un’immunità debole», spiega il dirigente dell’Iss. «La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori, spesso, si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», osserva nel preprint. E sono ancora sconosciuti i cosiddetti correlati immunologici di protezione, ovvero non è ancora completamente chiaro il ruolo e il contributo di ciascuna delle componenti del sistema immunitario per la protezione dalla infezione per Sars-CoV-2, quanto alti debbano essere i relativi livelli e per quanto tempo possano fornire una difesa affidabile. Gli anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e forniscono un’immunità acquisita al virus, svolgono sicuramente un ruolo chiave nella protezione dalle infezioni. «Tuttavia», osserva il biologo «nel caso degli attuali vaccini, che si basano esclusivamente sull’immunità umorale (dipende dall’attivazione dei linfociti B che producono immunoglobuline in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo, ndr), la diminuzione degli anticorpi e l’incerta presenza/efficacia delle cellule della memoria nel tessuto polmonare rappresentano limiti non facilmente superabili». Perciò, sfidare varianti Voc (variants of concern, ovvero di interesse per la sanità pubblica), con iniezioni ripetute di vaccini progettati per una variante virale praticamente scomparsa «potrebbe non essere la strategia migliore, come suggerisce anche la forte diminuzione dell’efficacia del vaccino calcolata dopo la quarta dose», sottolinea Federico, e «la probabilità che si verifichino effetti collaterali aumenta con il numero di iniezioni». Non solo, c’è anche la questione dell’immunità mucosale «insoddisfacente», con gli attuali vaccini, che dovrebbero impedire la diffusione del virus attraverso le vie orali. Molti studi, invece, indicano che, a differenza dell’infezione naturale, la vaccinazione anti Covid a base di molecole a mRna sembra «incapace di indurre livelli di immunità adeguati a proteggere i vaccinati dalla replicazione nella mucosa e dalla trasmissione di virus infettanti». Abbiamo già verificato quanti vaccinati si siano contagiati e quanti, a differenza di ciò che fu osservato a seguito delle infezioni con il virus originale (Wuhan), non siano stati adeguatamente protetti dalla malattia. Il biologo si attende nuovi preparati, e chiede «una valutazione molto più estesa e attenta» delle conseguenze cui si può andare incontro con una «vaccinazione di massa ripetuta delle popolazioni non a rischio, compresi neonati e adolescenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-vaccinano-sieri-vecchi-2657250781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attacco-hacker-a-milano-paralizzati-quattro-ospedali" data-post-id="2657250781" data-published-at="1651516550" data-use-pagination="False"> Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali Il sistema sanitario italiano continua a essere uno dei bersagli preferiti degli hacker. A dimostrarlo non sono solo gli attacchi di domenica agli ospedali Fatebenefratelli, Sacco, Buzzi e Macedonio Melloni di Milano, con pronto soccorso in tilt, blocco dei siti, prenotazioni azzerate e il riutilizzo di vecchi strumenti come carta e penna. Da almeno tre anni, quindi prima ancora dell’emergenza Covid 19, le infrastrutture sanitarie sono state spesso colpite da cybercriminali. Di solito colpiscono e poi chiedono un riscatto in bitcoin. I dati sanitari continuano a essere molto ricercati come bottino. Non va dimenticato che ospedali e Asst (Azienda socio sanitaria territoriale) sono diventati, ormai, punti critici per il nostro Paese, esattamente come la produzione e la distribuzione di energia, i trasporti, anche la pubblica amministrazione. Sono, ormai, diventate strutture complesse, dipendenti da reti di dispositivi collegati. Solo qualche anno fa, le reti elettriche e altre infrastrutture critiche funzionavano in modo isolato. Ora sono molto più interconnesse, sia in termini geografici che tra i settori. I cyber attacchi alle infrastrutture critiche possono causare impatti economici e sociali di massa. Non esistono strategie migliori dei cyber attacchi per causare ansia e instabilità, soprattutto quando a essere presi di mira sono i sistemi e le reti che consentono le nostre attività quotidiane o che mettono a rischio la salute dei cittadini. Questi cyber attacchi sono, quindi, diventati una «potentissima arma di interruzione di massa», come ha più volte sottolineato Swascan, l’azienda controllata di Tinexta cyber (Tinexta group), polo italiano della cybersicurezza, che ha analizzato, di recente, il potenziale rischio cyber delle infrastrutture critiche italiane. «Non dimentichiamo che le strutture sanitarie sono tra le realtà più a rischio attacchi. Vuoi perché il comparto sanitario, più di ogni altro, ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia, vuoi perché le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi e quindi ambiti dai criminal hacker. Al momento mancano i dettagli, ma la tensione attorno alla situazione Russia/Ucraina e le forti parole di monito rilasciate da Sergej Lavrov nei confronti del nostro Paese potrebbero portare ad una facile strumentalizzazione legata alle possibili motivazioni. Con grande probabilità, si tratta dell’ennesimo episodio di cyber crime. «Ma non possiamo ignorare la connivenza tra cyber crime e cyber war», spiega Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan (Tinexta cyber). Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e, di conseguenza, sia imperativo per l’Italia alzare il livello di guardia. Nel 2019 fu un’altra struttura sanitaria a essere colpita da un attacco ransomware. Più di 35.000 radiografie di pazienti passati dall’ospedale Fatebenefratelli di Erba furono trafugate dagli hacker. In cambio ci fu la richiesta di un riscatto in bitcoin, ma non arrivò neppure una risposta da parte dell’azienda. Ma, nell’inverno dello scorso anno, a novembre, i cybercriminali attaccarono il data center di Regione Lombardia con il preciso intento di entrare dentro Aria spa, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti, centrale degli appalti sanitari in Lombardia. Ma lo scorso anno fu colpito anche l’ospedale di Lecco, causando ritardi nelle vaccinazioni. Senza contare gli attacchi agli altri ospedali in Italia, dal Veneto al Lazio.
Francesca Pascale (Ansa)
La Lega mette in luce la sua anima moderata, attenta ai diritti civili, e lancia la sfida: ieri a Rivisondoli (L’Aquila) si è aperta la kermesse del Carroccio intitolata «Idee in movimento», che ha l’obiettivo di sgretolare tanti luoghi comuni costruiti intorno al partito guidato da Matteo Salvini. Tocca all’ex presidente del Veneto, Luca Zaia, da sempre su posizioni liberal in tema di diritti civili, lanciare la sfida: «Sui temi dei diritti civili e dell’eutanasia», dice Zaia in videocollegamento, «io credo che non sono di dominio di qualcun altro, dobbiamo avere il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Sull’eutanasia non abbiamo ancora un Parlamento che riesce a esprimersi, ci vuole una legge. Io sono convinto che vinca sempre la destra liberale. Una destra liberticida e troppo concentrata sugli aspetti fondamentalisti», aggiunge Zaia, «non può portare ai risultati che i cittadini si aspettano».
A Zaia replica il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, leader di Forza Italia: «Siamo sempre stati disposti ad affrontare queste questioni. Sui diritti», sottolinea Tajani, «siamo sempre stati in prima fila. Siamo sempre stati a favore dello ius Italiae, quindi i diritti anche dei giovani cittadini o che stanno per diventare cittadini. Sulle questioni più di coscienza, ovviamente abbiamo sempre dato la libertà ai nostri parlamentari di votare in base alla loro scelta personale. Quindi massima libertà di discussione e anche massima libertà di voto».
Partecipa all’evento anche Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi e attivista dei diritti civili, accolta con simpatia dai tanti militanti intervenuti. Pace fatta pure con Matteo Salvini: «Sinceramente», dice la Pascale, «posso dire che trovo più libertà qui nella Lega che per esempio in altri partiti, non dico Forza Italia, ma in altri. Qui ho avuto la libertà e la possibilità di salutare tutti anche se sono sempre stata molto ostile e aggressiva con la Lega. Invece ho trovato coesione e in particolare le donne della Lega mi hanno sorpreso sul tema dell’Iran, sono state presenti a differenza del femminismo di sinistra. Salvini? Lo ringrazierò», aggiunge la Pascale, «perché sono stati ospitalissimi. Ho avuto modo finalmente di dire qualcosa sul mio tema preferito nell’ambito del centrodestra che è la mia area politica».
Fittissimo il parterre dei partecipanti, tra i quali il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, che nel suo intervento affronta il delicato e attualissimo tema dell’equilibrio tra sicurezza e libertà: «Da una parte», argomenta Fontana, «più sicurezza tendenzialmente significa anche dire magari meno libertà; e quindi dobbiamo stare molto attenti a garantire la giusta sicurezza, affinché tutti i cittadini onesti possano vivere tranquillamente, senza ovviamente trasformarci da un Paese libero a un Paese dove queste libertà non sono concesse». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, innanzitutto dà una notizia: «Penso che lo spirito della rottamazione delle cartelle esattoriali», sottolinea Giorgetti, «valga anche per i Comuni. L’auspicio è che per andare rapidamente allo smaltimento di quell’immenso magazzino di crediti accertati che sono lì da decenni, la soluzione transattiva con i contribuenti potrebbe aprire una stagione nuova. È lo spirito con cui la Lega ha lavorato». Un’idea, quella di estendere ai tributi comunali la possibilità della rottamazione, che è destinata a riscuotere (è il caso di dirlo) grande apprezzamento tra gli italiani. Molto attuale anche l’intervento di Luca Palamara, ex magistrato ed ex presidente dell’Anm: «Quando tutto ciò che non è sinistra è al governo», sostiene Palamara, «una parte della magistratura, che è preponderante, va in tilt. Lo vediamo sull’immigrazione, tema che porta a questo corto circuito fra una parte della magistratura e una parte della politica». Sul caso Striano, aggiunge Palamara, «bisogna capire cosa è successo. Non sono normali 230.000 accessi informatici. Mettere in circolo le informazioni sulle segnalazioni di operazioni sospette su cui non ci sono ancora indagini aperte, significa sostituire alla prova il sospetto per eliminare questo o quel rivale politico».
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Gnl nel 2026 tanta nuova offerta. In Groenlandia servono enormi investimenti. Riparte la nuova Via della Seta. In Giappone nucleare al riavvio. Litio, mercato in subbuglio.
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Poi, passando dagli studi televisivi alle aule dei tribunali, ti imbatti nell’assoluzione di due giovani dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza ubriaca: «Era cosciente di quel che stava accadendo», hanno dichiarato all’unisono il giudice di primo grado, quello di Appello e pure la Cassazione. Noi non abbiamo elementi per sostenere se sia la decisione giusta o sbagliata (forse lo è visto il filotto di assoluzioni), ma non riusciamo a capire come sia possibile che fatti pressoché uguali abbiano esiti giudiziari così diversi a seconda che tu stia a Ravenna (dove era accaduto il fatto in questione) o a Tempio Pausania, in Sardegna, dove i giudici di primo grado hanno condannato il figlio di Beppe Grillo con i suoi tre amici. Davvero bastano sfumature nei fatti per far scattare una condanna o una assoluzione, una violenza o un rapporto consensuale?
Lo ripeto non vogliamo entrare nei tecnicismi, ma tutto il clamore generato da tali fatti di cronaca, dai processi per violenze e stupri, e dalle bagarre in Parlamento per una formulazione legislativa piuttosto che un’altra, alimentano discussioni su dinamiche sociali non di poco conto. Alle ragazze, alle donne, diciamo di raccontare, di denunciare, di fidarsi delle istituzioni; poi una volta superato questo scoglio, ti fai il segno della croce nella speranza che il giudice capisca la tua decisione travagliata. Perché alla fine resta solo lui, il giudice, a sancire se vi è stata violenza oppure no, stupro oppure no. Forse ci sarebbe bisogno di una univocità di comportamento da parte dei giudici più che di nuove norme.
Torniamo allora a Ravenna. Ci sono una ragazza (diciottenne all’epoca dei fatti) e due ragazzi poco più che trentenni, che si incontrano in un locale. Fanno serata. I due la portano a spalla in un appartamento del centro, le fanno fare una doccia e le offrono un caffè. Qui, nell’appartamento, la giovane ha un rapporto sessuale con uno dei due, mentre l’altro la riprende col cellulare. I due imputati, entrambi stranieri, sono abbastanza noti perché uno giocava nel Ravenna calcio, l’altro era un commerciante d’auto usate.
Ebbene, la Cassazione ha chiuso la questione dichiarando inammissibile il ricorso dell’accusa e rendendo così definitiva l’assoluzione dei due imputati perché «il fatto non costituisce reato»: la giovane, anche se aveva bevuto, era consenziente la notte nella quale fu filmata da uno dei due ragazzi mentre faceva sesso con l’amico. Lo ripeto, non vogliamo entrare nelle dinamiche processuali e nei tecnicismi, perché sicuramente ci saranno delle differenze importanti tra questo caso e - lo dico a mo’ di esempio assai noto - la condanna del figlio di Grillo, ma non è strampalato domandarsi come si faccia ad avere delle sentenze così diverse rispetto a fatti descritti allo stesso modo?
Secondo l’accusa ravennate, la ragazza era stata stuprata e filmata; filmati che avrebbero dimostrato - sempre a detta del pm - uno «stato di inconfutabile incoscienza» di una ragazza «completamente indifesa» e in balia del «comportamento denigratorio dei presenti». Tra l’altro nessun giudice di quelli interessati ha contestato il fatto che la ragazza avesse bevuto molto, tanto da dover essere portata in spalla. Allora è normale domandarsi se una ragazza che non si regga in piedi, quindi in evidente stato di alterazione, possa essere consenziente a un rapporto con tanto di «filmino». Qui la politica non c’entra. C’entrano i giudici, i quali con lo stesso codice e con le stesse leggi, condannano o assolvono.
Non vorrei che di fronte a tante differenziazioni nei tribunali, alla fine saranno proprio le vittime a non fidarsi più e a desistere dal denunciare.
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