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2022-05-03
Ancora ci vaccinano con sieri vecchi. E aumentano i rischi di effetti collaterali
Imagoeconomica
Con l’intento di rovinarci la quasi ritrovata normalità (avremo ancora almeno un mese e mezzo di mascherine da indossare in diversi contesti e di obblighi vaccinali per gli over 50, per i sanitari addirittura fino a al 31 dicembre), Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, ama ricordare che «in autunno, poi, sarà necessaria una nuova dose per tutti».
Eppure non ci sono nuovi preparati, la vaccinazione prosegue con un vaccino obsoleto, come l’ha definito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. È sempre lo stesso «elaborato sul virus di Wuhan che non circola più», ha sottolineato due giorni fa sulla Verità. «Non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la professoressa.
Diventa uno spreco economico, aumenta il rischio di eventi avversi post inoculazione e forse, con eccessive vaccinazioni «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. Sulla necessità di mettere a punto nuovi vaccini, prima di pensare a ulteriori campagne di vaccinazioni e di proseguire nell’irragionevole proposito di dare dosi di anti Covid ai più piccoli, interviene un esperto.
In un preprint, appena accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Immunological Research, il biologo Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore della sanità, scrive che «è noto che vaccinazioni ripetute contro mutanti in evoluzione come Sars-CoV-2 hanno il rischio di incontrare il fenomeno denominato “peccato originale antigenico”», che corrisponde ad una sorta di «imprinting» a cui il sistema immunitario va incontro quando si trova a dover rispondere a una variante di un antigene, o patogeno, contro il quale si era precedentemente attivato».
La risposta della memoria immunitaria generata può influenzare la natura delle risposte anticorpali successive nei confronti di infezioni o a vaccinazioni contenenti antigeni simili, ma non identici. Stimolato dal virus mutante, il sistema immunitario tende ancora a produrre anticorpi contro «il vecchio», ormai sottorappresentato, «ma il risultato è la produzione di anticorpi inefficaci e la generazione di un’immunità debole», spiega il dirigente dell’Iss.
«La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori, spesso, si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», osserva nel preprint. E sono ancora sconosciuti i cosiddetti correlati immunologici di protezione, ovvero non è ancora completamente chiaro il ruolo e il contributo di ciascuna delle componenti del sistema immunitario per la protezione dalla infezione per Sars-CoV-2, quanto alti debbano essere i relativi livelli e per quanto tempo possano fornire una difesa affidabile.
Gli anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e forniscono un’immunità acquisita al virus, svolgono sicuramente un ruolo chiave nella protezione dalle infezioni. «Tuttavia», osserva il biologo «nel caso degli attuali vaccini, che si basano esclusivamente sull’immunità umorale (dipende dall’attivazione dei linfociti B che producono immunoglobuline in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo, ndr), la diminuzione degli anticorpi e l’incerta presenza/efficacia delle cellule della memoria nel tessuto polmonare rappresentano limiti non facilmente superabili».
Perciò, sfidare varianti Voc (variants of concern, ovvero di interesse per la sanità pubblica), con iniezioni ripetute di vaccini progettati per una variante virale praticamente scomparsa «potrebbe non essere la strategia migliore, come suggerisce anche la forte diminuzione dell’efficacia del vaccino calcolata dopo la quarta dose», sottolinea Federico, e «la probabilità che si verifichino effetti collaterali aumenta con il numero di iniezioni».
Non solo, c’è anche la questione dell’immunità mucosale «insoddisfacente», con gli attuali vaccini, che dovrebbero impedire la diffusione del virus attraverso le vie orali. Molti studi, invece, indicano che, a differenza dell’infezione naturale, la vaccinazione anti Covid a base di molecole a mRna sembra «incapace di indurre livelli di immunità adeguati a proteggere i vaccinati dalla replicazione nella mucosa e dalla trasmissione di virus infettanti».
Abbiamo già verificato quanti vaccinati si siano contagiati e quanti, a differenza di ciò che fu osservato a seguito delle infezioni con il virus originale (Wuhan), non siano stati adeguatamente protetti dalla malattia. Il biologo si attende nuovi preparati, e chiede «una valutazione molto più estesa e attenta» delle conseguenze cui si può andare incontro con una «vaccinazione di massa ripetuta delle popolazioni non a rischio, compresi neonati e adolescenti».
Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali
Il sistema sanitario italiano continua a essere uno dei bersagli preferiti degli hacker. A dimostrarlo non sono solo gli attacchi di domenica agli ospedali Fatebenefratelli, Sacco, Buzzi e Macedonio Melloni di Milano, con pronto soccorso in tilt, blocco dei siti, prenotazioni azzerate e il riutilizzo di vecchi strumenti come carta e penna. Da almeno tre anni, quindi prima ancora dell’emergenza Covid 19, le infrastrutture sanitarie sono state spesso colpite da cybercriminali. Di solito colpiscono e poi chiedono un riscatto in bitcoin. I dati sanitari continuano a essere molto ricercati come bottino. Non va dimenticato che ospedali e Asst (Azienda socio sanitaria territoriale) sono diventati, ormai, punti critici per il nostro Paese, esattamente come la produzione e la distribuzione di energia, i trasporti, anche la pubblica amministrazione. Sono, ormai, diventate strutture complesse, dipendenti da reti di dispositivi collegati.
Solo qualche anno fa, le reti elettriche e altre infrastrutture critiche funzionavano in modo isolato. Ora sono molto più interconnesse, sia in termini geografici che tra i settori. I cyber attacchi alle infrastrutture critiche possono causare impatti economici e sociali di massa. Non esistono strategie migliori dei cyber attacchi per causare ansia e instabilità, soprattutto quando a essere presi di mira sono i sistemi e le reti che consentono le nostre attività quotidiane o che mettono a rischio la salute dei cittadini.
Questi cyber attacchi sono, quindi, diventati una «potentissima arma di interruzione di massa», come ha più volte sottolineato Swascan, l’azienda controllata di Tinexta cyber (Tinexta group), polo italiano della cybersicurezza, che ha analizzato, di recente, il potenziale rischio cyber delle infrastrutture critiche italiane. «Non dimentichiamo che le strutture sanitarie sono tra le realtà più a rischio attacchi. Vuoi perché il comparto sanitario, più di ogni altro, ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia, vuoi perché le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi e quindi ambiti dai criminal hacker.
Al momento mancano i dettagli, ma la tensione attorno alla situazione Russia/Ucraina e le forti parole di monito rilasciate da Sergej Lavrov nei confronti del nostro Paese potrebbero portare ad una facile strumentalizzazione legata alle possibili motivazioni. Con grande probabilità, si tratta dell’ennesimo episodio di cyber crime. «Ma non possiamo ignorare la connivenza tra cyber crime e cyber war», spiega Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan (Tinexta cyber). Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e, di conseguenza, sia imperativo per l’Italia alzare il livello di guardia. Nel 2019 fu un’altra struttura sanitaria a essere colpita da un attacco ransomware. Più di 35.000 radiografie di pazienti passati dall’ospedale Fatebenefratelli di Erba furono trafugate dagli hacker. In cambio ci fu la richiesta di un riscatto in bitcoin, ma non arrivò neppure una risposta da parte dell’azienda.
Ma, nell’inverno dello scorso anno, a novembre, i cybercriminali attaccarono il data center di Regione Lombardia con il preciso intento di entrare dentro Aria spa, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti, centrale degli appalti sanitari in Lombardia. Ma lo scorso anno fu colpito anche l’ospedale di Lecco, causando ritardi nelle vaccinazioni. Senza contare gli attacchi agli altri ospedali in Italia, dal Veneto al Lazio.
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Uno studio di un biologo dell’Iss spiega l’inutilità di continuare con iniezioni progettate contro il virus di Wuhan, ora scomparso.Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali. Pronto soccorso in tilt, siti e prenotazioni bloccate: Italia sempre più nel mirino di questa «arma di interruzione di massa».Lo speciale contiene due articoli.Con l’intento di rovinarci la quasi ritrovata normalità (avremo ancora almeno un mese e mezzo di mascherine da indossare in diversi contesti e di obblighi vaccinali per gli over 50, per i sanitari addirittura fino a al 31 dicembre), Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, ama ricordare che «in autunno, poi, sarà necessaria una nuova dose per tutti». Eppure non ci sono nuovi preparati, la vaccinazione prosegue con un vaccino obsoleto, come l’ha definito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. È sempre lo stesso «elaborato sul virus di Wuhan che non circola più», ha sottolineato due giorni fa sulla Verità. «Non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la professoressa. Diventa uno spreco economico, aumenta il rischio di eventi avversi post inoculazione e forse, con eccessive vaccinazioni «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. Sulla necessità di mettere a punto nuovi vaccini, prima di pensare a ulteriori campagne di vaccinazioni e di proseguire nell’irragionevole proposito di dare dosi di anti Covid ai più piccoli, interviene un esperto. In un preprint, appena accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Immunological Research, il biologo Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore della sanità, scrive che «è noto che vaccinazioni ripetute contro mutanti in evoluzione come Sars-CoV-2 hanno il rischio di incontrare il fenomeno denominato “peccato originale antigenico”», che corrisponde ad una sorta di «imprinting» a cui il sistema immunitario va incontro quando si trova a dover rispondere a una variante di un antigene, o patogeno, contro il quale si era precedentemente attivato». La risposta della memoria immunitaria generata può influenzare la natura delle risposte anticorpali successive nei confronti di infezioni o a vaccinazioni contenenti antigeni simili, ma non identici. Stimolato dal virus mutante, il sistema immunitario tende ancora a produrre anticorpi contro «il vecchio», ormai sottorappresentato, «ma il risultato è la produzione di anticorpi inefficaci e la generazione di un’immunità debole», spiega il dirigente dell’Iss. «La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori, spesso, si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», osserva nel preprint. E sono ancora sconosciuti i cosiddetti correlati immunologici di protezione, ovvero non è ancora completamente chiaro il ruolo e il contributo di ciascuna delle componenti del sistema immunitario per la protezione dalla infezione per Sars-CoV-2, quanto alti debbano essere i relativi livelli e per quanto tempo possano fornire una difesa affidabile. Gli anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e forniscono un’immunità acquisita al virus, svolgono sicuramente un ruolo chiave nella protezione dalle infezioni. «Tuttavia», osserva il biologo «nel caso degli attuali vaccini, che si basano esclusivamente sull’immunità umorale (dipende dall’attivazione dei linfociti B che producono immunoglobuline in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo, ndr), la diminuzione degli anticorpi e l’incerta presenza/efficacia delle cellule della memoria nel tessuto polmonare rappresentano limiti non facilmente superabili». Perciò, sfidare varianti Voc (variants of concern, ovvero di interesse per la sanità pubblica), con iniezioni ripetute di vaccini progettati per una variante virale praticamente scomparsa «potrebbe non essere la strategia migliore, come suggerisce anche la forte diminuzione dell’efficacia del vaccino calcolata dopo la quarta dose», sottolinea Federico, e «la probabilità che si verifichino effetti collaterali aumenta con il numero di iniezioni». Non solo, c’è anche la questione dell’immunità mucosale «insoddisfacente», con gli attuali vaccini, che dovrebbero impedire la diffusione del virus attraverso le vie orali. Molti studi, invece, indicano che, a differenza dell’infezione naturale, la vaccinazione anti Covid a base di molecole a mRna sembra «incapace di indurre livelli di immunità adeguati a proteggere i vaccinati dalla replicazione nella mucosa e dalla trasmissione di virus infettanti». Abbiamo già verificato quanti vaccinati si siano contagiati e quanti, a differenza di ciò che fu osservato a seguito delle infezioni con il virus originale (Wuhan), non siano stati adeguatamente protetti dalla malattia. Il biologo si attende nuovi preparati, e chiede «una valutazione molto più estesa e attenta» delle conseguenze cui si può andare incontro con una «vaccinazione di massa ripetuta delle popolazioni non a rischio, compresi neonati e adolescenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-vaccinano-sieri-vecchi-2657250781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attacco-hacker-a-milano-paralizzati-quattro-ospedali" data-post-id="2657250781" data-published-at="1651516550" data-use-pagination="False"> Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali Il sistema sanitario italiano continua a essere uno dei bersagli preferiti degli hacker. A dimostrarlo non sono solo gli attacchi di domenica agli ospedali Fatebenefratelli, Sacco, Buzzi e Macedonio Melloni di Milano, con pronto soccorso in tilt, blocco dei siti, prenotazioni azzerate e il riutilizzo di vecchi strumenti come carta e penna. Da almeno tre anni, quindi prima ancora dell’emergenza Covid 19, le infrastrutture sanitarie sono state spesso colpite da cybercriminali. Di solito colpiscono e poi chiedono un riscatto in bitcoin. I dati sanitari continuano a essere molto ricercati come bottino. Non va dimenticato che ospedali e Asst (Azienda socio sanitaria territoriale) sono diventati, ormai, punti critici per il nostro Paese, esattamente come la produzione e la distribuzione di energia, i trasporti, anche la pubblica amministrazione. Sono, ormai, diventate strutture complesse, dipendenti da reti di dispositivi collegati. Solo qualche anno fa, le reti elettriche e altre infrastrutture critiche funzionavano in modo isolato. Ora sono molto più interconnesse, sia in termini geografici che tra i settori. I cyber attacchi alle infrastrutture critiche possono causare impatti economici e sociali di massa. Non esistono strategie migliori dei cyber attacchi per causare ansia e instabilità, soprattutto quando a essere presi di mira sono i sistemi e le reti che consentono le nostre attività quotidiane o che mettono a rischio la salute dei cittadini. Questi cyber attacchi sono, quindi, diventati una «potentissima arma di interruzione di massa», come ha più volte sottolineato Swascan, l’azienda controllata di Tinexta cyber (Tinexta group), polo italiano della cybersicurezza, che ha analizzato, di recente, il potenziale rischio cyber delle infrastrutture critiche italiane. «Non dimentichiamo che le strutture sanitarie sono tra le realtà più a rischio attacchi. Vuoi perché il comparto sanitario, più di ogni altro, ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia, vuoi perché le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi e quindi ambiti dai criminal hacker. Al momento mancano i dettagli, ma la tensione attorno alla situazione Russia/Ucraina e le forti parole di monito rilasciate da Sergej Lavrov nei confronti del nostro Paese potrebbero portare ad una facile strumentalizzazione legata alle possibili motivazioni. Con grande probabilità, si tratta dell’ennesimo episodio di cyber crime. «Ma non possiamo ignorare la connivenza tra cyber crime e cyber war», spiega Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan (Tinexta cyber). Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e, di conseguenza, sia imperativo per l’Italia alzare il livello di guardia. Nel 2019 fu un’altra struttura sanitaria a essere colpita da un attacco ransomware. Più di 35.000 radiografie di pazienti passati dall’ospedale Fatebenefratelli di Erba furono trafugate dagli hacker. In cambio ci fu la richiesta di un riscatto in bitcoin, ma non arrivò neppure una risposta da parte dell’azienda. Ma, nell’inverno dello scorso anno, a novembre, i cybercriminali attaccarono il data center di Regione Lombardia con il preciso intento di entrare dentro Aria spa, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti, centrale degli appalti sanitari in Lombardia. Ma lo scorso anno fu colpito anche l’ospedale di Lecco, causando ritardi nelle vaccinazioni. Senza contare gli attacchi agli altri ospedali in Italia, dal Veneto al Lazio.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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