True
2022-05-03
Ancora ci vaccinano con sieri vecchi. E aumentano i rischi di effetti collaterali
Imagoeconomica
Con l’intento di rovinarci la quasi ritrovata normalità (avremo ancora almeno un mese e mezzo di mascherine da indossare in diversi contesti e di obblighi vaccinali per gli over 50, per i sanitari addirittura fino a al 31 dicembre), Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, ama ricordare che «in autunno, poi, sarà necessaria una nuova dose per tutti».
Eppure non ci sono nuovi preparati, la vaccinazione prosegue con un vaccino obsoleto, come l’ha definito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. È sempre lo stesso «elaborato sul virus di Wuhan che non circola più», ha sottolineato due giorni fa sulla Verità. «Non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la professoressa.
Diventa uno spreco economico, aumenta il rischio di eventi avversi post inoculazione e forse, con eccessive vaccinazioni «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. Sulla necessità di mettere a punto nuovi vaccini, prima di pensare a ulteriori campagne di vaccinazioni e di proseguire nell’irragionevole proposito di dare dosi di anti Covid ai più piccoli, interviene un esperto.
In un preprint, appena accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Immunological Research, il biologo Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore della sanità, scrive che «è noto che vaccinazioni ripetute contro mutanti in evoluzione come Sars-CoV-2 hanno il rischio di incontrare il fenomeno denominato “peccato originale antigenico”», che corrisponde ad una sorta di «imprinting» a cui il sistema immunitario va incontro quando si trova a dover rispondere a una variante di un antigene, o patogeno, contro il quale si era precedentemente attivato».
La risposta della memoria immunitaria generata può influenzare la natura delle risposte anticorpali successive nei confronti di infezioni o a vaccinazioni contenenti antigeni simili, ma non identici. Stimolato dal virus mutante, il sistema immunitario tende ancora a produrre anticorpi contro «il vecchio», ormai sottorappresentato, «ma il risultato è la produzione di anticorpi inefficaci e la generazione di un’immunità debole», spiega il dirigente dell’Iss.
«La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori, spesso, si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», osserva nel preprint. E sono ancora sconosciuti i cosiddetti correlati immunologici di protezione, ovvero non è ancora completamente chiaro il ruolo e il contributo di ciascuna delle componenti del sistema immunitario per la protezione dalla infezione per Sars-CoV-2, quanto alti debbano essere i relativi livelli e per quanto tempo possano fornire una difesa affidabile.
Gli anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e forniscono un’immunità acquisita al virus, svolgono sicuramente un ruolo chiave nella protezione dalle infezioni. «Tuttavia», osserva il biologo «nel caso degli attuali vaccini, che si basano esclusivamente sull’immunità umorale (dipende dall’attivazione dei linfociti B che producono immunoglobuline in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo, ndr), la diminuzione degli anticorpi e l’incerta presenza/efficacia delle cellule della memoria nel tessuto polmonare rappresentano limiti non facilmente superabili».
Perciò, sfidare varianti Voc (variants of concern, ovvero di interesse per la sanità pubblica), con iniezioni ripetute di vaccini progettati per una variante virale praticamente scomparsa «potrebbe non essere la strategia migliore, come suggerisce anche la forte diminuzione dell’efficacia del vaccino calcolata dopo la quarta dose», sottolinea Federico, e «la probabilità che si verifichino effetti collaterali aumenta con il numero di iniezioni».
Non solo, c’è anche la questione dell’immunità mucosale «insoddisfacente», con gli attuali vaccini, che dovrebbero impedire la diffusione del virus attraverso le vie orali. Molti studi, invece, indicano che, a differenza dell’infezione naturale, la vaccinazione anti Covid a base di molecole a mRna sembra «incapace di indurre livelli di immunità adeguati a proteggere i vaccinati dalla replicazione nella mucosa e dalla trasmissione di virus infettanti».
Abbiamo già verificato quanti vaccinati si siano contagiati e quanti, a differenza di ciò che fu osservato a seguito delle infezioni con il virus originale (Wuhan), non siano stati adeguatamente protetti dalla malattia. Il biologo si attende nuovi preparati, e chiede «una valutazione molto più estesa e attenta» delle conseguenze cui si può andare incontro con una «vaccinazione di massa ripetuta delle popolazioni non a rischio, compresi neonati e adolescenti».
Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali
Il sistema sanitario italiano continua a essere uno dei bersagli preferiti degli hacker. A dimostrarlo non sono solo gli attacchi di domenica agli ospedali Fatebenefratelli, Sacco, Buzzi e Macedonio Melloni di Milano, con pronto soccorso in tilt, blocco dei siti, prenotazioni azzerate e il riutilizzo di vecchi strumenti come carta e penna. Da almeno tre anni, quindi prima ancora dell’emergenza Covid 19, le infrastrutture sanitarie sono state spesso colpite da cybercriminali. Di solito colpiscono e poi chiedono un riscatto in bitcoin. I dati sanitari continuano a essere molto ricercati come bottino. Non va dimenticato che ospedali e Asst (Azienda socio sanitaria territoriale) sono diventati, ormai, punti critici per il nostro Paese, esattamente come la produzione e la distribuzione di energia, i trasporti, anche la pubblica amministrazione. Sono, ormai, diventate strutture complesse, dipendenti da reti di dispositivi collegati.
Solo qualche anno fa, le reti elettriche e altre infrastrutture critiche funzionavano in modo isolato. Ora sono molto più interconnesse, sia in termini geografici che tra i settori. I cyber attacchi alle infrastrutture critiche possono causare impatti economici e sociali di massa. Non esistono strategie migliori dei cyber attacchi per causare ansia e instabilità, soprattutto quando a essere presi di mira sono i sistemi e le reti che consentono le nostre attività quotidiane o che mettono a rischio la salute dei cittadini.
Questi cyber attacchi sono, quindi, diventati una «potentissima arma di interruzione di massa», come ha più volte sottolineato Swascan, l’azienda controllata di Tinexta cyber (Tinexta group), polo italiano della cybersicurezza, che ha analizzato, di recente, il potenziale rischio cyber delle infrastrutture critiche italiane. «Non dimentichiamo che le strutture sanitarie sono tra le realtà più a rischio attacchi. Vuoi perché il comparto sanitario, più di ogni altro, ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia, vuoi perché le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi e quindi ambiti dai criminal hacker.
Al momento mancano i dettagli, ma la tensione attorno alla situazione Russia/Ucraina e le forti parole di monito rilasciate da Sergej Lavrov nei confronti del nostro Paese potrebbero portare ad una facile strumentalizzazione legata alle possibili motivazioni. Con grande probabilità, si tratta dell’ennesimo episodio di cyber crime. «Ma non possiamo ignorare la connivenza tra cyber crime e cyber war», spiega Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan (Tinexta cyber). Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e, di conseguenza, sia imperativo per l’Italia alzare il livello di guardia. Nel 2019 fu un’altra struttura sanitaria a essere colpita da un attacco ransomware. Più di 35.000 radiografie di pazienti passati dall’ospedale Fatebenefratelli di Erba furono trafugate dagli hacker. In cambio ci fu la richiesta di un riscatto in bitcoin, ma non arrivò neppure una risposta da parte dell’azienda.
Ma, nell’inverno dello scorso anno, a novembre, i cybercriminali attaccarono il data center di Regione Lombardia con il preciso intento di entrare dentro Aria spa, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti, centrale degli appalti sanitari in Lombardia. Ma lo scorso anno fu colpito anche l’ospedale di Lecco, causando ritardi nelle vaccinazioni. Senza contare gli attacchi agli altri ospedali in Italia, dal Veneto al Lazio.
Continua a leggereRiduci
Uno studio di un biologo dell’Iss spiega l’inutilità di continuare con iniezioni progettate contro il virus di Wuhan, ora scomparso.Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali. Pronto soccorso in tilt, siti e prenotazioni bloccate: Italia sempre più nel mirino di questa «arma di interruzione di massa».Lo speciale contiene due articoli.Con l’intento di rovinarci la quasi ritrovata normalità (avremo ancora almeno un mese e mezzo di mascherine da indossare in diversi contesti e di obblighi vaccinali per gli over 50, per i sanitari addirittura fino a al 31 dicembre), Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, ama ricordare che «in autunno, poi, sarà necessaria una nuova dose per tutti». Eppure non ci sono nuovi preparati, la vaccinazione prosegue con un vaccino obsoleto, come l’ha definito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. È sempre lo stesso «elaborato sul virus di Wuhan che non circola più», ha sottolineato due giorni fa sulla Verità. «Non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la professoressa. Diventa uno spreco economico, aumenta il rischio di eventi avversi post inoculazione e forse, con eccessive vaccinazioni «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. Sulla necessità di mettere a punto nuovi vaccini, prima di pensare a ulteriori campagne di vaccinazioni e di proseguire nell’irragionevole proposito di dare dosi di anti Covid ai più piccoli, interviene un esperto. In un preprint, appena accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Immunological Research, il biologo Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore della sanità, scrive che «è noto che vaccinazioni ripetute contro mutanti in evoluzione come Sars-CoV-2 hanno il rischio di incontrare il fenomeno denominato “peccato originale antigenico”», che corrisponde ad una sorta di «imprinting» a cui il sistema immunitario va incontro quando si trova a dover rispondere a una variante di un antigene, o patogeno, contro il quale si era precedentemente attivato». La risposta della memoria immunitaria generata può influenzare la natura delle risposte anticorpali successive nei confronti di infezioni o a vaccinazioni contenenti antigeni simili, ma non identici. Stimolato dal virus mutante, il sistema immunitario tende ancora a produrre anticorpi contro «il vecchio», ormai sottorappresentato, «ma il risultato è la produzione di anticorpi inefficaci e la generazione di un’immunità debole», spiega il dirigente dell’Iss. «La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori, spesso, si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», osserva nel preprint. E sono ancora sconosciuti i cosiddetti correlati immunologici di protezione, ovvero non è ancora completamente chiaro il ruolo e il contributo di ciascuna delle componenti del sistema immunitario per la protezione dalla infezione per Sars-CoV-2, quanto alti debbano essere i relativi livelli e per quanto tempo possano fornire una difesa affidabile. Gli anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e forniscono un’immunità acquisita al virus, svolgono sicuramente un ruolo chiave nella protezione dalle infezioni. «Tuttavia», osserva il biologo «nel caso degli attuali vaccini, che si basano esclusivamente sull’immunità umorale (dipende dall’attivazione dei linfociti B che producono immunoglobuline in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo, ndr), la diminuzione degli anticorpi e l’incerta presenza/efficacia delle cellule della memoria nel tessuto polmonare rappresentano limiti non facilmente superabili». Perciò, sfidare varianti Voc (variants of concern, ovvero di interesse per la sanità pubblica), con iniezioni ripetute di vaccini progettati per una variante virale praticamente scomparsa «potrebbe non essere la strategia migliore, come suggerisce anche la forte diminuzione dell’efficacia del vaccino calcolata dopo la quarta dose», sottolinea Federico, e «la probabilità che si verifichino effetti collaterali aumenta con il numero di iniezioni». Non solo, c’è anche la questione dell’immunità mucosale «insoddisfacente», con gli attuali vaccini, che dovrebbero impedire la diffusione del virus attraverso le vie orali. Molti studi, invece, indicano che, a differenza dell’infezione naturale, la vaccinazione anti Covid a base di molecole a mRna sembra «incapace di indurre livelli di immunità adeguati a proteggere i vaccinati dalla replicazione nella mucosa e dalla trasmissione di virus infettanti». Abbiamo già verificato quanti vaccinati si siano contagiati e quanti, a differenza di ciò che fu osservato a seguito delle infezioni con il virus originale (Wuhan), non siano stati adeguatamente protetti dalla malattia. Il biologo si attende nuovi preparati, e chiede «una valutazione molto più estesa e attenta» delle conseguenze cui si può andare incontro con una «vaccinazione di massa ripetuta delle popolazioni non a rischio, compresi neonati e adolescenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-vaccinano-sieri-vecchi-2657250781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attacco-hacker-a-milano-paralizzati-quattro-ospedali" data-post-id="2657250781" data-published-at="1651516550" data-use-pagination="False"> Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali Il sistema sanitario italiano continua a essere uno dei bersagli preferiti degli hacker. A dimostrarlo non sono solo gli attacchi di domenica agli ospedali Fatebenefratelli, Sacco, Buzzi e Macedonio Melloni di Milano, con pronto soccorso in tilt, blocco dei siti, prenotazioni azzerate e il riutilizzo di vecchi strumenti come carta e penna. Da almeno tre anni, quindi prima ancora dell’emergenza Covid 19, le infrastrutture sanitarie sono state spesso colpite da cybercriminali. Di solito colpiscono e poi chiedono un riscatto in bitcoin. I dati sanitari continuano a essere molto ricercati come bottino. Non va dimenticato che ospedali e Asst (Azienda socio sanitaria territoriale) sono diventati, ormai, punti critici per il nostro Paese, esattamente come la produzione e la distribuzione di energia, i trasporti, anche la pubblica amministrazione. Sono, ormai, diventate strutture complesse, dipendenti da reti di dispositivi collegati. Solo qualche anno fa, le reti elettriche e altre infrastrutture critiche funzionavano in modo isolato. Ora sono molto più interconnesse, sia in termini geografici che tra i settori. I cyber attacchi alle infrastrutture critiche possono causare impatti economici e sociali di massa. Non esistono strategie migliori dei cyber attacchi per causare ansia e instabilità, soprattutto quando a essere presi di mira sono i sistemi e le reti che consentono le nostre attività quotidiane o che mettono a rischio la salute dei cittadini. Questi cyber attacchi sono, quindi, diventati una «potentissima arma di interruzione di massa», come ha più volte sottolineato Swascan, l’azienda controllata di Tinexta cyber (Tinexta group), polo italiano della cybersicurezza, che ha analizzato, di recente, il potenziale rischio cyber delle infrastrutture critiche italiane. «Non dimentichiamo che le strutture sanitarie sono tra le realtà più a rischio attacchi. Vuoi perché il comparto sanitario, più di ogni altro, ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia, vuoi perché le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi e quindi ambiti dai criminal hacker. Al momento mancano i dettagli, ma la tensione attorno alla situazione Russia/Ucraina e le forti parole di monito rilasciate da Sergej Lavrov nei confronti del nostro Paese potrebbero portare ad una facile strumentalizzazione legata alle possibili motivazioni. Con grande probabilità, si tratta dell’ennesimo episodio di cyber crime. «Ma non possiamo ignorare la connivenza tra cyber crime e cyber war», spiega Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan (Tinexta cyber). Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e, di conseguenza, sia imperativo per l’Italia alzare il livello di guardia. Nel 2019 fu un’altra struttura sanitaria a essere colpita da un attacco ransomware. Più di 35.000 radiografie di pazienti passati dall’ospedale Fatebenefratelli di Erba furono trafugate dagli hacker. In cambio ci fu la richiesta di un riscatto in bitcoin, ma non arrivò neppure una risposta da parte dell’azienda. Ma, nell’inverno dello scorso anno, a novembre, i cybercriminali attaccarono il data center di Regione Lombardia con il preciso intento di entrare dentro Aria spa, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti, centrale degli appalti sanitari in Lombardia. Ma lo scorso anno fu colpito anche l’ospedale di Lecco, causando ritardi nelle vaccinazioni. Senza contare gli attacchi agli altri ospedali in Italia, dal Veneto al Lazio.
Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
Continua a leggereRiduci
Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
Continua a leggereRiduci
Fontana di Trevi (iStock). Nel riquadro, la locandina dell'evento Lgbt
«Rimango sconcertato, a caratteri cubitali», dichiara Angelo Mellone componente, designato dal ministro della Cultura, del cda dell’Istituto centrale per la grafica. Assieme ad altri due consiglieri, Gianfranco Ferroni e Paolo Corsini, si era subito dissociato dall’iniziativa promossa dal direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, inventore del Grafica Pride.
«Una speciale apertura serale dedicata all’inclusione, al dialogo culturale e alle voci del mondo queer», così da giorni veniva pubblicizzato sui social l’evento, con biglietti a prezzo intero da 10 euro e da 5 euro (per gli under 30) andati, ovviamente, esauriti. Sì, perché oltre a momenti culturali queer, era possibile l’affaccio sulla Fontana di Trevi sorseggiando un cocktail. Vuoi mettere il brivido. Anche se molti Millennials che masticano di gender nemmeno sanno che cosa sia la Dolce vita di Federico Fellini.
Forse l’evento Lgbt serviva a rimpinguare le casse dell’istituto, che nel bilancio 2026 prevede solo 2.000 euro di entrate dalla biglietteria? «Grafica Pride è un evento pensato anche per avvicinare un pubblico giovane e per rafforzare la missione dell’Istituto: rendere il patrimonio culturale sempre più accessibile, partecipato e inclusivo», si annunciava sul sito dell’ente.
«Non ne sapevamo nulla», chiarisce Mellone. «Noi del consiglio di amministrazione non facciamo attività di vigilanza, però nemmeno era stata ventilata una simile iniziativa. Almeno c’era il dovere di comunicarla». Aggiunge: «Mi lascia molto perplesso ritrovare un istituto nazionale, che non gode di una visibilità estrema, al centro di un interesse mediatico per un evento del genere che non c’entra nulla con la missione istituzionale, e che impegna ideologicamente un organismo che fa tutt’altro. Mi chiedo il perché di tanta protervia, di tanta ostentazione ideologica. E non si venga a dire che sono intollerante, il rispetto è altra cosa».
Custode del patrimonio grafico italiano nelle sue differenti tipologie, stiamo parlando di un centro museale di rilevanza internazionale che, nel complesso architettonico costituito da Palazzo Poli e Palazzo della Calcografia, ospita tra le più importanti collezioni di disegni, stampe, matrici e fotografie, dalla pratica artistica dal Rinascimento all’epoca contemporanea. «Noi del cda chiederemo spiegazioni, ma ormai l’evento, una cosa senza senso, ha avuto luogo. E chi cercava visibilità l’ha ottenuta. Povera Fontana di Trevi», conclude Mellone.
In programma ieri sera c’erano «sound performance, DJ set live» e la presentazione del libro Musei, genere e queerness, volume che «indaga le modalità attraverso cui le istituzioni culturali, e i musei in particolare, possono assumere un ruolo attivo nell’interpretazione dei cambiamenti sociali relativi alle dimensioni del genere, della sessualità e delle relazioni, in un’ottica queer. Pensato come uno strumento di avvicinamento di tali argomenti per un pubblico di professionist*, student*, ma anche per chiunque insegni, scriva o faccia ricerca sociale, si tratta del primo saggio in italiano interamente dedicato all’approfondimento del rapporto tra queerness e museologia».
La kermesse di ieri sarà costata diverse migliaia di euro e come ha sottolineato il portavoce di Pro Vita & Famiglia Jacopo Coghe, nel bilancio di previsione 2026 dell’istituto ci sono 88.623 euro destinati a manifestazioni culturali come mostre, convegni ed eventi. Abbiamo pagato anche noi contribuenti, il Grafica Pride.
«Bene ha fatto il ministro Alessandro Giuli ad avviare una procedura di accertamento per capire responsabilità, dettagli e uso di fondi pubblici sull’ideologico evento Lgbt», ha commentato l’associazione. Alla Verità, il ministro aveva detto di ritenere l’iniziativa «incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica [...] Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale».
Il contributo diretto per quest’anno, da parte del ministero della Cultura, ammonta a 800.000 euro destinati al funzionamento ordinario dell’istituto (più altri 52.000 euro tra buoni pasti e «servizi di sicurezza»). Ovviamente la pensa diversamente Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride che oggi porterà il consueto carrozzone per le vie della Capitale con partenza alle 15 da piazza della Repubblica. «Apprezzo il gesto dell’istituto, perché in un mondo dove la destra per ogni cosa che qualcuno fa poi va lì a puntare il dito e punire, ci vuole coraggio», ha commentato, invitando il ministro Giuli ad «occuparsi di altre battaglie, questa mi sembra la minore di tutte».
Dopo la mediazione del Comune di Roma, sfilerà anche l’associazione ebraica Lgbtq+ Keshet, però solo a piedi e senza carro (che ha per bandiera i colori dell’arcobaleno con al centro la stella di David) e in uno «spezzone» del percorso, «nell’ottica di garantire la sicurezza di tutte le persone presenti», ha precisato Colamarino.
Continua a leggereRiduci
Dario Franceschini
Fortuna che Repubblica ci è venuta incontro con una corposa intervista realizzata nella «officina meccanica adibita a studio» del fine pensatore. Il quale ci ha reso edotti di un grave pericolo di cui non sospettavamo l’esistenza: il ritorno del fascismo.
Franceschini, parlando al suo invero sterminato pubblico, ha fornito informazioni rilevantissime anche e soprattutto per la destra italiana. «Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci», ha ragionato il senatore dem. «Ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero». Ah, perbacco: stai a vedere che la Meloni è un pericolo per la democrazia, chi lo avrebbe mai detto.
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo», spiega Franceschini. «Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Colpita da tanta arguzia, la collega di Repubblica Giovanna Vitale ha posto una domanda cristallina: non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra? Ed ecco la risposta memorabile: «C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato. Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Insomma, in queste condizioni Giorgia prenderebbe i «pieni poteri» e, aggiunge Franceschini, «non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo...».
La riflessione è fulminante, e svela con inaudita chiarezza quale sia il pensiero prevalente nella sinistra italiana. In pratica, Franceschini dice: se vinceremo noi andrà tutto bene, perché potremo eleggere il capo dello Stato e comandare in ogni caso. Se vince la destra ci sarà la dittatura. Perché? Perché la destra è totalitaria e la sinistra invece è buona e democratica. Quindi non va bene una legge che consenta a entrambi gli schieramenti di governare sul serio in caso di vittoria: quel che conta è che la destra non elegga il presidente, perché è brutta è cattiva. Davvero fenomenale: superiorità antropologia e vocazione autoritaria in purezza.
C’è però un altro elemento da valutare con attenzione oltre al consueto disprezzo per l’avversario e la democrazia. Queste parole di Franceschini segnano un cambio di atteggiamento. Finora la linea fra i liberal-progressisti prevedeva di spingere sulla mostrificazione di Vannacci, e di chiedere contestualmente alla Meloni di prendere le distanze facendosi più moderata. Vecchio gioco: gli illustri soloni dicono alla destra di farsi meno destra, nella speranza che si snaturi, si sbricioli e perda. Ma Franceschini apre a uno sguardo diverso. Sotto sotto, suggerisce che la vittoria della sinistra non è affatto scontata. E spiega agli alleati che occorre fare fronte comune: «Niente gelosie, veti, rancori, astio; bisogna guardare avanti, non indietro, e mettersi tutti in un’alleanza costituzionale che difenda i valori e la democrazia. Come gli italiani hanno fatto al referendum». In sostanza propone di costituire una sorta di fronte antifascista come quello creato in Francia contro Marine Le Pen: tutti dentro, compresi i centristi, perché l’unica cosa che conta è che la destra non vinca. Per la serie: contano i programmi e le idee...
Emerge, da questa visione, la netta preoccupazione dei progressisti, la cui sicumera dal referendum in avanti è andata spegnendosi. Ed emerge, volendo, un segnale per il centrodestra: annacquarsi e dividersi significa fare ciò che desiderano gli avversari. I quali sono atterriti al pensiero che una futura coalizione possa includere anche Futuro nazionale. Occorre allora chiedersi: se la prospettiva di una destra-destra compatta spaventa i progressisti al punto che un volpone come Franceschini si mette a teorizzare la grande ammucchiata contro i nemici, perché non insistere proprio su questo terreno? Meglio inseguire Calenda come suggeriscono i falsi amici o meglio regalare qualche notte insonne ai maggiorenti del Pd? Chi ha ancora dei dubbi forse gioca nella squadra sbagliata.
Continua a leggereRiduci