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2022-05-03
Ancora ci vaccinano con sieri vecchi. E aumentano i rischi di effetti collaterali
Imagoeconomica
Con l’intento di rovinarci la quasi ritrovata normalità (avremo ancora almeno un mese e mezzo di mascherine da indossare in diversi contesti e di obblighi vaccinali per gli over 50, per i sanitari addirittura fino a al 31 dicembre), Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, ama ricordare che «in autunno, poi, sarà necessaria una nuova dose per tutti».
Eppure non ci sono nuovi preparati, la vaccinazione prosegue con un vaccino obsoleto, come l’ha definito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. È sempre lo stesso «elaborato sul virus di Wuhan che non circola più», ha sottolineato due giorni fa sulla Verità. «Non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la professoressa.
Diventa uno spreco economico, aumenta il rischio di eventi avversi post inoculazione e forse, con eccessive vaccinazioni «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. Sulla necessità di mettere a punto nuovi vaccini, prima di pensare a ulteriori campagne di vaccinazioni e di proseguire nell’irragionevole proposito di dare dosi di anti Covid ai più piccoli, interviene un esperto.
In un preprint, appena accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Immunological Research, il biologo Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore della sanità, scrive che «è noto che vaccinazioni ripetute contro mutanti in evoluzione come Sars-CoV-2 hanno il rischio di incontrare il fenomeno denominato “peccato originale antigenico”», che corrisponde ad una sorta di «imprinting» a cui il sistema immunitario va incontro quando si trova a dover rispondere a una variante di un antigene, o patogeno, contro il quale si era precedentemente attivato».
La risposta della memoria immunitaria generata può influenzare la natura delle risposte anticorpali successive nei confronti di infezioni o a vaccinazioni contenenti antigeni simili, ma non identici. Stimolato dal virus mutante, il sistema immunitario tende ancora a produrre anticorpi contro «il vecchio», ormai sottorappresentato, «ma il risultato è la produzione di anticorpi inefficaci e la generazione di un’immunità debole», spiega il dirigente dell’Iss.
«La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori, spesso, si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», osserva nel preprint. E sono ancora sconosciuti i cosiddetti correlati immunologici di protezione, ovvero non è ancora completamente chiaro il ruolo e il contributo di ciascuna delle componenti del sistema immunitario per la protezione dalla infezione per Sars-CoV-2, quanto alti debbano essere i relativi livelli e per quanto tempo possano fornire una difesa affidabile.
Gli anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e forniscono un’immunità acquisita al virus, svolgono sicuramente un ruolo chiave nella protezione dalle infezioni. «Tuttavia», osserva il biologo «nel caso degli attuali vaccini, che si basano esclusivamente sull’immunità umorale (dipende dall’attivazione dei linfociti B che producono immunoglobuline in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo, ndr), la diminuzione degli anticorpi e l’incerta presenza/efficacia delle cellule della memoria nel tessuto polmonare rappresentano limiti non facilmente superabili».
Perciò, sfidare varianti Voc (variants of concern, ovvero di interesse per la sanità pubblica), con iniezioni ripetute di vaccini progettati per una variante virale praticamente scomparsa «potrebbe non essere la strategia migliore, come suggerisce anche la forte diminuzione dell’efficacia del vaccino calcolata dopo la quarta dose», sottolinea Federico, e «la probabilità che si verifichino effetti collaterali aumenta con il numero di iniezioni».
Non solo, c’è anche la questione dell’immunità mucosale «insoddisfacente», con gli attuali vaccini, che dovrebbero impedire la diffusione del virus attraverso le vie orali. Molti studi, invece, indicano che, a differenza dell’infezione naturale, la vaccinazione anti Covid a base di molecole a mRna sembra «incapace di indurre livelli di immunità adeguati a proteggere i vaccinati dalla replicazione nella mucosa e dalla trasmissione di virus infettanti».
Abbiamo già verificato quanti vaccinati si siano contagiati e quanti, a differenza di ciò che fu osservato a seguito delle infezioni con il virus originale (Wuhan), non siano stati adeguatamente protetti dalla malattia. Il biologo si attende nuovi preparati, e chiede «una valutazione molto più estesa e attenta» delle conseguenze cui si può andare incontro con una «vaccinazione di massa ripetuta delle popolazioni non a rischio, compresi neonati e adolescenti».
Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali
Il sistema sanitario italiano continua a essere uno dei bersagli preferiti degli hacker. A dimostrarlo non sono solo gli attacchi di domenica agli ospedali Fatebenefratelli, Sacco, Buzzi e Macedonio Melloni di Milano, con pronto soccorso in tilt, blocco dei siti, prenotazioni azzerate e il riutilizzo di vecchi strumenti come carta e penna. Da almeno tre anni, quindi prima ancora dell’emergenza Covid 19, le infrastrutture sanitarie sono state spesso colpite da cybercriminali. Di solito colpiscono e poi chiedono un riscatto in bitcoin. I dati sanitari continuano a essere molto ricercati come bottino. Non va dimenticato che ospedali e Asst (Azienda socio sanitaria territoriale) sono diventati, ormai, punti critici per il nostro Paese, esattamente come la produzione e la distribuzione di energia, i trasporti, anche la pubblica amministrazione. Sono, ormai, diventate strutture complesse, dipendenti da reti di dispositivi collegati.
Solo qualche anno fa, le reti elettriche e altre infrastrutture critiche funzionavano in modo isolato. Ora sono molto più interconnesse, sia in termini geografici che tra i settori. I cyber attacchi alle infrastrutture critiche possono causare impatti economici e sociali di massa. Non esistono strategie migliori dei cyber attacchi per causare ansia e instabilità, soprattutto quando a essere presi di mira sono i sistemi e le reti che consentono le nostre attività quotidiane o che mettono a rischio la salute dei cittadini.
Questi cyber attacchi sono, quindi, diventati una «potentissima arma di interruzione di massa», come ha più volte sottolineato Swascan, l’azienda controllata di Tinexta cyber (Tinexta group), polo italiano della cybersicurezza, che ha analizzato, di recente, il potenziale rischio cyber delle infrastrutture critiche italiane. «Non dimentichiamo che le strutture sanitarie sono tra le realtà più a rischio attacchi. Vuoi perché il comparto sanitario, più di ogni altro, ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia, vuoi perché le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi e quindi ambiti dai criminal hacker.
Al momento mancano i dettagli, ma la tensione attorno alla situazione Russia/Ucraina e le forti parole di monito rilasciate da Sergej Lavrov nei confronti del nostro Paese potrebbero portare ad una facile strumentalizzazione legata alle possibili motivazioni. Con grande probabilità, si tratta dell’ennesimo episodio di cyber crime. «Ma non possiamo ignorare la connivenza tra cyber crime e cyber war», spiega Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan (Tinexta cyber). Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e, di conseguenza, sia imperativo per l’Italia alzare il livello di guardia. Nel 2019 fu un’altra struttura sanitaria a essere colpita da un attacco ransomware. Più di 35.000 radiografie di pazienti passati dall’ospedale Fatebenefratelli di Erba furono trafugate dagli hacker. In cambio ci fu la richiesta di un riscatto in bitcoin, ma non arrivò neppure una risposta da parte dell’azienda.
Ma, nell’inverno dello scorso anno, a novembre, i cybercriminali attaccarono il data center di Regione Lombardia con il preciso intento di entrare dentro Aria spa, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti, centrale degli appalti sanitari in Lombardia. Ma lo scorso anno fu colpito anche l’ospedale di Lecco, causando ritardi nelle vaccinazioni. Senza contare gli attacchi agli altri ospedali in Italia, dal Veneto al Lazio.
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Uno studio di un biologo dell’Iss spiega l’inutilità di continuare con iniezioni progettate contro il virus di Wuhan, ora scomparso.Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali. Pronto soccorso in tilt, siti e prenotazioni bloccate: Italia sempre più nel mirino di questa «arma di interruzione di massa».Lo speciale contiene due articoli.Con l’intento di rovinarci la quasi ritrovata normalità (avremo ancora almeno un mese e mezzo di mascherine da indossare in diversi contesti e di obblighi vaccinali per gli over 50, per i sanitari addirittura fino a al 31 dicembre), Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, ama ricordare che «in autunno, poi, sarà necessaria una nuova dose per tutti». Eppure non ci sono nuovi preparati, la vaccinazione prosegue con un vaccino obsoleto, come l’ha definito Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. È sempre lo stesso «elaborato sul virus di Wuhan che non circola più», ha sottolineato due giorni fa sulla Verità. «Non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la professoressa. Diventa uno spreco economico, aumenta il rischio di eventi avversi post inoculazione e forse, con eccessive vaccinazioni «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. Sulla necessità di mettere a punto nuovi vaccini, prima di pensare a ulteriori campagne di vaccinazioni e di proseguire nell’irragionevole proposito di dare dosi di anti Covid ai più piccoli, interviene un esperto. In un preprint, appena accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Immunological Research, il biologo Maurizio Federico, responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore della sanità, scrive che «è noto che vaccinazioni ripetute contro mutanti in evoluzione come Sars-CoV-2 hanno il rischio di incontrare il fenomeno denominato “peccato originale antigenico”», che corrisponde ad una sorta di «imprinting» a cui il sistema immunitario va incontro quando si trova a dover rispondere a una variante di un antigene, o patogeno, contro il quale si era precedentemente attivato». La risposta della memoria immunitaria generata può influenzare la natura delle risposte anticorpali successive nei confronti di infezioni o a vaccinazioni contenenti antigeni simili, ma non identici. Stimolato dal virus mutante, il sistema immunitario tende ancora a produrre anticorpi contro «il vecchio», ormai sottorappresentato, «ma il risultato è la produzione di anticorpi inefficaci e la generazione di un’immunità debole», spiega il dirigente dell’Iss. «La somministrazione sistemica di vaccini contro i virus respiratori, spesso, si associa a esiti insoddisfacenti. Ad esempio, l’efficacia dei vaccini antinfluenzali stagionali raramente supera il 50% della protezione», osserva nel preprint. E sono ancora sconosciuti i cosiddetti correlati immunologici di protezione, ovvero non è ancora completamente chiaro il ruolo e il contributo di ciascuna delle componenti del sistema immunitario per la protezione dalla infezione per Sars-CoV-2, quanto alti debbano essere i relativi livelli e per quanto tempo possano fornire una difesa affidabile. Gli anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano in seguito al vaccino o alla malattia e forniscono un’immunità acquisita al virus, svolgono sicuramente un ruolo chiave nella protezione dalle infezioni. «Tuttavia», osserva il biologo «nel caso degli attuali vaccini, che si basano esclusivamente sull’immunità umorale (dipende dall’attivazione dei linfociti B che producono immunoglobuline in risposta alla penetrazione di un antigene nell’organismo, ndr), la diminuzione degli anticorpi e l’incerta presenza/efficacia delle cellule della memoria nel tessuto polmonare rappresentano limiti non facilmente superabili». Perciò, sfidare varianti Voc (variants of concern, ovvero di interesse per la sanità pubblica), con iniezioni ripetute di vaccini progettati per una variante virale praticamente scomparsa «potrebbe non essere la strategia migliore, come suggerisce anche la forte diminuzione dell’efficacia del vaccino calcolata dopo la quarta dose», sottolinea Federico, e «la probabilità che si verifichino effetti collaterali aumenta con il numero di iniezioni». Non solo, c’è anche la questione dell’immunità mucosale «insoddisfacente», con gli attuali vaccini, che dovrebbero impedire la diffusione del virus attraverso le vie orali. Molti studi, invece, indicano che, a differenza dell’infezione naturale, la vaccinazione anti Covid a base di molecole a mRna sembra «incapace di indurre livelli di immunità adeguati a proteggere i vaccinati dalla replicazione nella mucosa e dalla trasmissione di virus infettanti». Abbiamo già verificato quanti vaccinati si siano contagiati e quanti, a differenza di ciò che fu osservato a seguito delle infezioni con il virus originale (Wuhan), non siano stati adeguatamente protetti dalla malattia. Il biologo si attende nuovi preparati, e chiede «una valutazione molto più estesa e attenta» delle conseguenze cui si può andare incontro con una «vaccinazione di massa ripetuta delle popolazioni non a rischio, compresi neonati e adolescenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-vaccinano-sieri-vecchi-2657250781.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attacco-hacker-a-milano-paralizzati-quattro-ospedali" data-post-id="2657250781" data-published-at="1651516550" data-use-pagination="False"> Attacco hacker a Milano, paralizzati quattro ospedali Il sistema sanitario italiano continua a essere uno dei bersagli preferiti degli hacker. A dimostrarlo non sono solo gli attacchi di domenica agli ospedali Fatebenefratelli, Sacco, Buzzi e Macedonio Melloni di Milano, con pronto soccorso in tilt, blocco dei siti, prenotazioni azzerate e il riutilizzo di vecchi strumenti come carta e penna. Da almeno tre anni, quindi prima ancora dell’emergenza Covid 19, le infrastrutture sanitarie sono state spesso colpite da cybercriminali. Di solito colpiscono e poi chiedono un riscatto in bitcoin. I dati sanitari continuano a essere molto ricercati come bottino. Non va dimenticato che ospedali e Asst (Azienda socio sanitaria territoriale) sono diventati, ormai, punti critici per il nostro Paese, esattamente come la produzione e la distribuzione di energia, i trasporti, anche la pubblica amministrazione. Sono, ormai, diventate strutture complesse, dipendenti da reti di dispositivi collegati. Solo qualche anno fa, le reti elettriche e altre infrastrutture critiche funzionavano in modo isolato. Ora sono molto più interconnesse, sia in termini geografici che tra i settori. I cyber attacchi alle infrastrutture critiche possono causare impatti economici e sociali di massa. Non esistono strategie migliori dei cyber attacchi per causare ansia e instabilità, soprattutto quando a essere presi di mira sono i sistemi e le reti che consentono le nostre attività quotidiane o che mettono a rischio la salute dei cittadini. Questi cyber attacchi sono, quindi, diventati una «potentissima arma di interruzione di massa», come ha più volte sottolineato Swascan, l’azienda controllata di Tinexta cyber (Tinexta group), polo italiano della cybersicurezza, che ha analizzato, di recente, il potenziale rischio cyber delle infrastrutture critiche italiane. «Non dimentichiamo che le strutture sanitarie sono tra le realtà più a rischio attacchi. Vuoi perché il comparto sanitario, più di ogni altro, ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia, vuoi perché le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi e quindi ambiti dai criminal hacker. Al momento mancano i dettagli, ma la tensione attorno alla situazione Russia/Ucraina e le forti parole di monito rilasciate da Sergej Lavrov nei confronti del nostro Paese potrebbero portare ad una facile strumentalizzazione legata alle possibili motivazioni. Con grande probabilità, si tratta dell’ennesimo episodio di cyber crime. «Ma non possiamo ignorare la connivenza tra cyber crime e cyber war», spiega Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan (Tinexta cyber). Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e, di conseguenza, sia imperativo per l’Italia alzare il livello di guardia. Nel 2019 fu un’altra struttura sanitaria a essere colpita da un attacco ransomware. Più di 35.000 radiografie di pazienti passati dall’ospedale Fatebenefratelli di Erba furono trafugate dagli hacker. In cambio ci fu la richiesta di un riscatto in bitcoin, ma non arrivò neppure una risposta da parte dell’azienda. Ma, nell’inverno dello scorso anno, a novembre, i cybercriminali attaccarono il data center di Regione Lombardia con il preciso intento di entrare dentro Aria spa, l’azienda regionale per l’innovazione e gli acquisti, centrale degli appalti sanitari in Lombardia. Ma lo scorso anno fu colpito anche l’ospedale di Lecco, causando ritardi nelle vaccinazioni. Senza contare gli attacchi agli altri ospedali in Italia, dal Veneto al Lazio.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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