Doveva essere un momento passeggero. Il ministro delle Finanze italiano, Daniele Franco e la presidente della Bce, Christine Lagarde, lo hanno ribadito a più riprese negli ultimi mesi. Invece, i dati su inflazione e occupazione diffusi ieri dall’Istat farebbero accapponare la pelle anche dei più impavidi.
D’altronde, è stata la stessa numero uno della Bce a scusarsi durante l’ultima riunione in cui è stata annunciata una nuova stretta monetaria. «Me ne assumo la colpa perché sono il capo dell’istituzione. Abbiamo fatto degli errori nelle previsioni sull’inflazione, come tutte le istituzioni internazionali e come molti economisti, perché è virtualmente impossibile prevedere e includere nei modelli il Covid-19, la guerra in Ucraina, il ricatto sull’energia», aveva detto solo poche settimane fa. Al contrario, il ministro uscente del Tesoro, Daniele Franco, nella premessa alla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, ha ribadito che il tasso di inflazione tornerà a scendere «entro la fine di quest’anno», eventualità in realtà assai improbabile con l’inflazione di settembre all’8,9% e un tasso di occupazione in discesa per via della crisi energetica che ha messo in difficoltà le imprese. Senza considerare che tutti gli strumenti previsti dai vari governi e dalla stessa Bce per «sedare» il costo della vita al galoppo, in realtà, contribuiscono senza se e senza ma alla crescita dell’inflazione.
«A nostro avviso, le previsioni della Banca centrale europea sono ottimistiche, perché escludono una recessione», spiega Gero Jung, capo economista di Mirabaud Am. «La crescita del Pil dovrebbe raggiungere quasi l’1% l’anno prossimo, quasi il doppio di quanto previsto dagli economisti e una recessione non è lo scenario di base per gli economisti della Bce. Riteniamo che i rischi al ribasso siano i più importanti, come del resto sottolineato dalla stessa presidente Lagarde alcuni di questi rischi si sono già concretizzati».
In effetti la Bce non è riuscita a tenere a bada l’inflazione anche perché, a differenza di rialzi simili avvenuti in passato, in questo caso si tratta di una inflazione esogena che Francoforte non ha potuto prevedere. È questo il motivo per cui, tra gli economisti, ci sono dubbi sulla reale efficacia di un continuo rialzo dei tassi di interesse.
Ne è prova che a settembre in Italia, dopo che i tassi erano già stati toccati al rialzo, si è raggiunto il livello di inflazione più alto dal 1985 e non per merito dei prodotti energetici, ma per le merci da «carrello della spesa»: quelle, in realtà, il cui prezzo è più difficile da abbattere.
Così, al netto di energetici e alimentari freschi, l’inflazione di fondo è salita dal 4,4 al 5% e quella al netto dei soli beni energetici dal 5% al 5,5%.
Ad essere saliti, oltre ai beni alimentari, sono stati a settembre, in misura minore, anche i prezzi dei beni non durevoli (dal 3,8% al 4,7%) e di quelli semidurevoli (dal 2,3% al 2,8%). Hanno invece tirato il freno i beni i prezzi dei beni energetici (da 44,9% di agosto al 44,5% del mese appena concluso) sia regolamentati (da 47,9% a 47,7%), sia non regolamentati (da 41,6% a 41,2%). In ribasso anche i prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da 8,4 a 7,2%). Più in generale, su base annua sono saliti i prezzi dei beni (da un +11,8% a un +12,5%), mentre i livelli dei servizi sono rimasti sostanzialmente stabili (da +3,8% a +3,9%). Con i dati diffusi ieri è salito, così, anche il divario tra prezzi dei beni e quelli dei servizi (dal -8% di agosto al -8,6 di settembre).
Non c’è, però, solo l’inflazione al galoppo a destare preoccupazione. Ci sono anche i dati sull’occupazione italiana diffusi sempre dall’Istat. Ad agosto è infatti proseguito il calo dell’occupazi one già registrato a luglio. Il tasso di occupazione e quello di disoccupazione, rispetto a luglio 2022, sono entrambi scesi, attestandosi rispettivamente al 60% e al 7,8% mentre il tasso di inattività è salito, raggiungendo il 34,8%. Con il numero di occupati che resta superiore a 23 milioni di persone, secondo l’Istat il calo dell’occupazione (-0,3%, pari a -74.000 unità) si osserva per uomini e donne, per tutti i dipendenti e le classi d’età, con l’unica eccezione della fascia 15-24 anni, per la quale il dato rimane stabile; in aumento l’occupazione tra gli autonomi.
Il vero problema per i giovani lavoratori si nota nel confronto con agosto 2021, mese in cui il divario è del 6,3% al 21,2%, il livello più basso visto da luglio 2008. Inoltre, il tasso di disoccupazione tra i giovani misurato dall’Istat è di oltre 10 punti più basso rispetto ad agosto 2020 (32,7%) e quasi dimezzato rispetto ad agosto 2014 quando era al 42,2%. Con queste premesse sarà difficile, se non impossibile, che l’inflazione torni a scendere nel giro di pochi mesi, di certo non fino a quando non terminerà il conflitto russo ucraino.
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