True
2020-12-12
All’estero si parla del report sparito. Speranza spara supercazzole in tv
Roberto Speranza (Ansa)
La parola utilizzata dal quotidiano britannico Guardian (non esattamente un pericoloso foglio sovranista) è «conspiring», che tradotta con benevolenza potrebbe anche indicare la stipula di un accordo segreto. Ma letteralmente potremmo anche renderla con «cospirare». Ieri l'articolo più letto sul sito del giornale inglese diceva proprio così: «L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata accusata di aver cospirato con il ministero della Salute italiano per rimuovere un rapporto che rivelava la cattiva gestione del Paese all'inizio della pandemia di coronavirus e la cui pubblicazione aveva lo scopo di prevenire morti future». Lapidario. Per chi avesse voglia di smanettare un po' sulla Rete, ci sono anche le versioni spagnole, tedesche e olandesi dell'articolo, ripreso da testate di tutta Europa. Una bella figura a livello internazionale...
Il Guardian ha rimesso il naso nella scabrosa materia già indagata nelle scorse settimane da Report e pure dal nostro giornale, ovvero la storia della relazione redatta dal ricercatore dell'Oms Francesco Zambon e da altri dieci studiosi. Come noto, Zambon ha denunciato a mezzo stampa di aver subito pesanti pressioni da Ranieri Guerra, vicedirettore generale della stessa Oms per le iniziative strategiche, nonché ex direttore generale per la Prevenzione presso il ministero della Salute tra il 2014 e il 2017.
Guerra avrebbe brigato per proteggere l'esecutivo giallorosso (con cui collabora da qualche tempo, distaccato a Roma) da un documento potenzialmente molto imbarazzante, ma anche per tutelare sé stesso. Il fatto è che dal rapporto di Zambon emergeva una verità confermata anche da altri esperti: l'Italia, al momento dell'esplosione del Covid, non aveva un piano pandemico aggiornato. Ne aveva uno vecchio, risalente al 2006, che i responsabili del ministero si sarebbero limitati a copiare e incollare senza alcuna modifica dieci anni dopo. Si capisce dunque perché Guerra volesse silenziare la ricerca: quando lavorava al ministero avrebbe dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico, ma così non è stato.
Secondo un ricercatore autorevole come Pier Paolo Lunelli, se avessimo avuto un piano pandemico aggiornato ci saremmo risparmiati almeno 10.000 morti, tanto per dare un'idea della gravità del problema. «Il piano obsoleto», scrive il Guardian, «è un elemento cruciale nelle indagini preliminari svolte dalla Procura di Bergamo [...] per possibile negligenza da parte delle autorità». Proprio la Procura di Bergamo ha convocato prima Ranieri Guerra, che è stato in effetti sentito, senza che trapelassero i contenuti del colloquio. Poi ha convocato varie volte Francesco Zambon, che però non si è potuto presentare. Motivo? L'Oms si è opposta invocando l'immunità diplomatica per i suoi ricercatori. L'ultima volta è accaduto il 10 dicembre. Zambon voleva parlare con gli investigatori ma non ha potuto farlo per volontà superiore.
In compenso il ricercatore ha parlato con il Guardian fornendo qualche informazione rilevante. «Zambon afferma che Guerra lo ha minacciato di licenziamento a meno che non avesse modificato la parte del testo che si riferiva al piano obsoleto», scrive il giornale inglese. «Ha affermato che, nonostante abbia informato gli alti funzionari dell'Oms delle minacce e dei rischi posti alla trasparenza e alla neutralità dell'organizzazione, non è stata condotta alcuna inchiesta interna». Fin qui potrebbe sembrare una faccenda tutta ambientata nel ventre dell'Oms. In realtà il governo italiano gioca una parte notevole in tutta la commedia.
Tanto per cominciare, nota il Guardian, esistono «email inviate a maggio a Zambon da Guerra e Hans Kluge, il direttore per l'Europa dell'Oms le quali sembrano rivelare un patto fatto con il ministero della Salute italiano per mantenere il rapporto segreto». Niente male. Ma c'è di più. Il ministro Speranza, a quanto sembra, era a conoscenza dei contenuti del rapporto poi censurato.
Zambon, infatti, «afferma che un mese prima della pubblicazione aveva inviato una bozza dei risultati a Guerra, che l'ha condivisa con il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza». Eccoci al punto: il ministero avrebbe letto il rapporto che lo metteva in cattiva luce e avrebbe stretto un patto con Ranieri Guerra e i vertici della sezione europea dell'Oms per farlo sparire, facendosi forza pure dei finanziamenti elargiti all'organizzazione sovranazionale.
Questa splendida storia è già emersa con prepotenza nelle scorse settimane grazie ad alcuni media italiani. E adesso anche uno dei più importanti quotidiani del mondo ha sparato a palle incatenate. Eppure, pensate un po', il nostro ministro della Salute ancora non ha fornito mezza spiegazione decente dell'accaduto. Anzi ha fatto di peggio. Venerdì sera si è presentato a Porta a porta con fare smargiasso e - il sorrisetto stampato sulle labbra - ha evitato accuratamente di rispondere nei dettagli alle domande di Bruno Vespa, che pure ha insistito parecchio sul tema. Speranza ha sostenuto una strampalata tesi: a suo dire, il piano pandemico di cui l'Italia era priva non riguardava affatto la questione Covid. Peccato che fior di esperti lo smentiscano. Tra questi c'è anche Stefano Merler, che è stato chiamato dal governo a realizzare le prime proiezioni sui dati provenienti dalla Cina (dunque parliamo di uno studioso la cui autorità è riconosciuta dallo stesso esecutivo). Un piano pandemico aggiornato ci avrebbe aiutato ad affrontare la pandemia, e non si può fingere che si trattasse di una difesa utile al massimo contro l'influenza. Il ministro non può cavarsela così: deve fare chiarezza. Sapeva che il nostro piano pandemico non era aggiornato? Se sì, perché non ha agito?
Speranza dovrebbe poi esprimersi riguardo la censura del report preparato da Zambon. Ma da Vespa ha tentato di liquidare con sufficienza anche tale questione: ha detto di aver letto il documento «che si trova su tanti siti» e di non averlo trovato particolarmente duro nei confronti dell'Italia. In breve, ha fatto credere che la vicenda sia irrilevante, tutta interna all'Oms, istituzione a chi per altro ha ribadito la fiducia. Di nuovo, le cose stanno diversamente. Se davvero un funzionario dell'Oms ha fatto oscurare un report critico per proteggere il governo, si tratta di un atto gravissimo.
È ora che Speranza parli. Può pure scrivere un nuovo libro per spiegare che cosa sia successo, se vuole. Basta poi che non lo ritiri prima che giunga in libreria come ha fatto l'ultima volta.
L’Italia impreparata alla pandemia si elogiava da sola
Per anni, l'Italia ha «dimenticato» di monitorare i propri progressi in campo sanitario. Quando l'ha fatto, però, si è sempre data voti altissimi. Superiori alla media europea. Poi è arrivata la pandemia. E l'unica classifica in cui abbiamo tristemente primeggiato, è stata quella della mortalità per Covid: secondo la Johns Hopkins University, siamo i terzi al mondo (a pari merito con il Regno Unito). Se calcoliamo i decessi ogni 100.000 persone, invece, siamo soli al comando del macabro ranking.
L'ennesima prova dell'impreparazione del nostro Paese arriva dall'analisi delle autovalutazioni sulle «capacità» sviluppate dal sistema sanitario negli ultimi nove anni. La necessità di tenere d'occhio questi indicatori era emersa nel 2005, quando l'Assemblea mondiale della sanità, l'organo legislativo dell'Oms, approvò il nuovo Regolamento sanitario internazionale, aggiornato in seguito allo scoppio dell'epidemia di Sars, nel 2003. Il Regolamento, entrato in vigore due anni dopo, prevedeva che i Paesi sottoscrittori sviluppassero una serie di «capacità» per far fronte a scenari di crisi: dagli attacchi chimici alle pandemie. Ogni anno, gli Stati avrebbero trasmesso all'agenzia Onu i risultati della propria valutazione sui miglioramenti apportati al sistema sanitario, in relazione a 13 parametri di riferimento (leggermente rivisti nel 2018).
Ebbene, cosa ha combinato l'Italia? Ha condotto l'autovalutazione negli anni 2010 e 2011, assegnandosi ottimi risultati. Il primo anno, la media del progresso nelle «capacità» indicate dal Rsi era pari al 75%, salito di due punti l'anno successivo. Per farvi capire: la media globale era del 58% (2010) e del 63% (2011), quella europea del 68% (2010) e del 72% (2011). Poi, il black out: dal 2012 al 2015, il governo italiano, ovvero il ministero della Sanità, non hanno più comunicato alcun dato all'Oms. Hanno ripreso nel 2016, quando la media era schizzata al 90%, 11 punti in più rispetto a quella europea. C'è di nuovo un buco nel 2017; dopodiché, nel 2018, il voto si abbassa: 85%, che risale all'86% nel 2019. Ora, vi pare che la valutazione coincida con la realtà? I quasi 63.400 morti che piangiamo oggi sono degni di una nazione con «capacità» che sfiorano i 90 punti su 100? Non si direbbe. Per capirci: la Germania, che conta poco più di 21.000 decessi, nel 2019 si dava solo due punti percentuali in più di noi. In sostanza, ogni punto significa oltre 20.000 vittime in meno...
Ma vediamo qualche esempio. Alla voce «laboratori», nell'ultimo biennio, noi ci siamo concessi addirittura il 100%. Sapete, però, quante strutture, utili a processare i tamponi, avevamo a inizio pandemia? 31: lo dice il piano segreto, redatto il 19 febbraio 2020 e pubblicato dal Corriere qualche giorno fa, per il quale il dicastero della Sanità, il 22 dicembre, finirà al Tar del Lazio.
E la «sorveglianza»? 90% nel 2018 e nel 2019. Eppure, a febbraio, i protocolli sui tamponi erano basati sulle indicazioni fuorvianti dell'Oms, che imponevano il test solo nel caso in cui il soggetto in esame avesse avuto contatti con la Cina. L'infermiera di Codogno, non a caso, ammise di aver scoperto il paziente 1 violando le disposizioni governative.
Alla voce «risorse umane», nel 2019, abbiamo dato l'80%: eppure, c'è una drammatica penuria di medici e infermieri, tanto che abbiamo dovuto invocare l'aiuto dei neolaureati e dei camici bianchi in pensione. Anche la voce «comunicazione del rischio», nel 2019, esibiva un bell'80%, con una crescita di ben 20 punti rispetto all'anno precedente. Che ne dite? Vi è piaciuto come è stato comunicato il rischio dalle istituzioni? Ve lo ricordate lo spot del ministero con Michele Mirabella, che ci rassicurava: «Il contagio non è affatto facile»?
Ancora: su «legislazione e finanziamento», nel 2018 e nel 2019, ci siamo attribuiti un 87%. E allora, se siamo messi così bene con i flussi di risorse economiche, perché discutiamo dei 36 miliardi del Mes?
Da una rapida carrellata, insomma, affiorano due evidenze. Primo: a lungo, l'Italia se n'è infischiata di vigilare sull'attuazione dei requisiti del Regolamento sanitario internazionale. Per di più, il disinteresse s'è manifestato proprio nel periodo cruciale per l'adeguamento del nostro piano pandemico. Che, infatti, non è stato più aggiornato dal 2006, nonostante dovesse essere approntato entro il 2013, come da direttive dell'Oms e decisioni dell'Ue: nel 2017, il ministero, con l'allora capo della Prevenzione, Ranieri Guerra, si è limitato a fare un copia incolla del vecchio documento.
Secondo: siamo stati troppo generosi nel giudicare i nostri risultati. Un Paese con una media così alta di «capacità» per fronteggiare gli scenari di crisi, non precipita nel caos, nonostante la pandemia. Anche perché il Covid non è l'apocalisse zombi.
C'è anche un terzo elemento da considerare. È singolare, in effetti, che la sorveglianza sui progressi sia affidata alle autovalutazioni dei singoli Paesi. Nei quali si può, sì, recare un osservatore indipendente dell'Oms, ma solamente se a farne richiesta è la nazione stessa. Si tratta di un meccanismo che ha prodotto paradossi ben più eclatanti del caso italiano. Indovinate, a tal proposito, quanto si sono dati i cinesi in materia di prevenzione della zoonosi, cioè del passaggio degli agenti infettivi dagli animali all'uomo? Dal 2013 al 2019, ininterrottamente, il 100%. Non erano ancora spuntati i pipistrelli di Wuhan...
Continua a leggereRiduci
Il «Guardian» scrive che dicastero e Oms hanno «cospirato» per rimuovere quel documento imbarazzante Eppure, l'esponente di Leu, da Vespa, mente sul piano pandemico mai adeguato: «Non serviva per il Covid»Per anni il ministero ha omesso di vigilare sui progressi sanitari. Quando l'ha fatto, si è dato voti altissimi (smentiti dall'evidenza)Lo speciale contiene due articoli La parola utilizzata dal quotidiano britannico Guardian (non esattamente un pericoloso foglio sovranista) è «conspiring», che tradotta con benevolenza potrebbe anche indicare la stipula di un accordo segreto. Ma letteralmente potremmo anche renderla con «cospirare». Ieri l'articolo più letto sul sito del giornale inglese diceva proprio così: «L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata accusata di aver cospirato con il ministero della Salute italiano per rimuovere un rapporto che rivelava la cattiva gestione del Paese all'inizio della pandemia di coronavirus e la cui pubblicazione aveva lo scopo di prevenire morti future». Lapidario. Per chi avesse voglia di smanettare un po' sulla Rete, ci sono anche le versioni spagnole, tedesche e olandesi dell'articolo, ripreso da testate di tutta Europa. Una bella figura a livello internazionale... Il Guardian ha rimesso il naso nella scabrosa materia già indagata nelle scorse settimane da Report e pure dal nostro giornale, ovvero la storia della relazione redatta dal ricercatore dell'Oms Francesco Zambon e da altri dieci studiosi. Come noto, Zambon ha denunciato a mezzo stampa di aver subito pesanti pressioni da Ranieri Guerra, vicedirettore generale della stessa Oms per le iniziative strategiche, nonché ex direttore generale per la Prevenzione presso il ministero della Salute tra il 2014 e il 2017. Guerra avrebbe brigato per proteggere l'esecutivo giallorosso (con cui collabora da qualche tempo, distaccato a Roma) da un documento potenzialmente molto imbarazzante, ma anche per tutelare sé stesso. Il fatto è che dal rapporto di Zambon emergeva una verità confermata anche da altri esperti: l'Italia, al momento dell'esplosione del Covid, non aveva un piano pandemico aggiornato. Ne aveva uno vecchio, risalente al 2006, che i responsabili del ministero si sarebbero limitati a copiare e incollare senza alcuna modifica dieci anni dopo. Si capisce dunque perché Guerra volesse silenziare la ricerca: quando lavorava al ministero avrebbe dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico, ma così non è stato. Secondo un ricercatore autorevole come Pier Paolo Lunelli, se avessimo avuto un piano pandemico aggiornato ci saremmo risparmiati almeno 10.000 morti, tanto per dare un'idea della gravità del problema. «Il piano obsoleto», scrive il Guardian, «è un elemento cruciale nelle indagini preliminari svolte dalla Procura di Bergamo [...] per possibile negligenza da parte delle autorità». Proprio la Procura di Bergamo ha convocato prima Ranieri Guerra, che è stato in effetti sentito, senza che trapelassero i contenuti del colloquio. Poi ha convocato varie volte Francesco Zambon, che però non si è potuto presentare. Motivo? L'Oms si è opposta invocando l'immunità diplomatica per i suoi ricercatori. L'ultima volta è accaduto il 10 dicembre. Zambon voleva parlare con gli investigatori ma non ha potuto farlo per volontà superiore. In compenso il ricercatore ha parlato con il Guardian fornendo qualche informazione rilevante. «Zambon afferma che Guerra lo ha minacciato di licenziamento a meno che non avesse modificato la parte del testo che si riferiva al piano obsoleto», scrive il giornale inglese. «Ha affermato che, nonostante abbia informato gli alti funzionari dell'Oms delle minacce e dei rischi posti alla trasparenza e alla neutralità dell'organizzazione, non è stata condotta alcuna inchiesta interna». Fin qui potrebbe sembrare una faccenda tutta ambientata nel ventre dell'Oms. In realtà il governo italiano gioca una parte notevole in tutta la commedia. Tanto per cominciare, nota il Guardian, esistono «email inviate a maggio a Zambon da Guerra e Hans Kluge, il direttore per l'Europa dell'Oms le quali sembrano rivelare un patto fatto con il ministero della Salute italiano per mantenere il rapporto segreto». Niente male. Ma c'è di più. Il ministro Speranza, a quanto sembra, era a conoscenza dei contenuti del rapporto poi censurato. Zambon, infatti, «afferma che un mese prima della pubblicazione aveva inviato una bozza dei risultati a Guerra, che l'ha condivisa con il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza». Eccoci al punto: il ministero avrebbe letto il rapporto che lo metteva in cattiva luce e avrebbe stretto un patto con Ranieri Guerra e i vertici della sezione europea dell'Oms per farlo sparire, facendosi forza pure dei finanziamenti elargiti all'organizzazione sovranazionale. Questa splendida storia è già emersa con prepotenza nelle scorse settimane grazie ad alcuni media italiani. E adesso anche uno dei più importanti quotidiani del mondo ha sparato a palle incatenate. Eppure, pensate un po', il nostro ministro della Salute ancora non ha fornito mezza spiegazione decente dell'accaduto. Anzi ha fatto di peggio. Venerdì sera si è presentato a Porta a porta con fare smargiasso e - il sorrisetto stampato sulle labbra - ha evitato accuratamente di rispondere nei dettagli alle domande di Bruno Vespa, che pure ha insistito parecchio sul tema. Speranza ha sostenuto una strampalata tesi: a suo dire, il piano pandemico di cui l'Italia era priva non riguardava affatto la questione Covid. Peccato che fior di esperti lo smentiscano. Tra questi c'è anche Stefano Merler, che è stato chiamato dal governo a realizzare le prime proiezioni sui dati provenienti dalla Cina (dunque parliamo di uno studioso la cui autorità è riconosciuta dallo stesso esecutivo). Un piano pandemico aggiornato ci avrebbe aiutato ad affrontare la pandemia, e non si può fingere che si trattasse di una difesa utile al massimo contro l'influenza. Il ministro non può cavarsela così: deve fare chiarezza. Sapeva che il nostro piano pandemico non era aggiornato? Se sì, perché non ha agito? Speranza dovrebbe poi esprimersi riguardo la censura del report preparato da Zambon. Ma da Vespa ha tentato di liquidare con sufficienza anche tale questione: ha detto di aver letto il documento «che si trova su tanti siti» e di non averlo trovato particolarmente duro nei confronti dell'Italia. In breve, ha fatto credere che la vicenda sia irrilevante, tutta interna all'Oms, istituzione a chi per altro ha ribadito la fiducia. Di nuovo, le cose stanno diversamente. Se davvero un funzionario dell'Oms ha fatto oscurare un report critico per proteggere il governo, si tratta di un atto gravissimo. È ora che Speranza parli. Può pure scrivere un nuovo libro per spiegare che cosa sia successo, se vuole. Basta poi che non lo ritiri prima che giunga in libreria come ha fatto l'ultima volta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allestero-si-parla-del-report-sparito-speranza-spara-supercazzole-in-tv-2649454267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-impreparata-alla-pandemia-si-elogiava-da-sola" data-post-id="2649454267" data-published-at="1607716151" data-use-pagination="False"> L’Italia impreparata alla pandemia si elogiava da sola Per anni, l'Italia ha «dimenticato» di monitorare i propri progressi in campo sanitario. Quando l'ha fatto, però, si è sempre data voti altissimi. Superiori alla media europea. Poi è arrivata la pandemia. E l'unica classifica in cui abbiamo tristemente primeggiato, è stata quella della mortalità per Covid: secondo la Johns Hopkins University, siamo i terzi al mondo (a pari merito con il Regno Unito). Se calcoliamo i decessi ogni 100.000 persone, invece, siamo soli al comando del macabro ranking. L'ennesima prova dell'impreparazione del nostro Paese arriva dall'analisi delle autovalutazioni sulle «capacità» sviluppate dal sistema sanitario negli ultimi nove anni. La necessità di tenere d'occhio questi indicatori era emersa nel 2005, quando l'Assemblea mondiale della sanità, l'organo legislativo dell'Oms, approvò il nuovo Regolamento sanitario internazionale, aggiornato in seguito allo scoppio dell'epidemia di Sars, nel 2003. Il Regolamento, entrato in vigore due anni dopo, prevedeva che i Paesi sottoscrittori sviluppassero una serie di «capacità» per far fronte a scenari di crisi: dagli attacchi chimici alle pandemie. Ogni anno, gli Stati avrebbero trasmesso all'agenzia Onu i risultati della propria valutazione sui miglioramenti apportati al sistema sanitario, in relazione a 13 parametri di riferimento (leggermente rivisti nel 2018). Ebbene, cosa ha combinato l'Italia? Ha condotto l'autovalutazione negli anni 2010 e 2011, assegnandosi ottimi risultati. Il primo anno, la media del progresso nelle «capacità» indicate dal Rsi era pari al 75%, salito di due punti l'anno successivo. Per farvi capire: la media globale era del 58% (2010) e del 63% (2011), quella europea del 68% (2010) e del 72% (2011). Poi, il black out: dal 2012 al 2015, il governo italiano, ovvero il ministero della Sanità, non hanno più comunicato alcun dato all'Oms. Hanno ripreso nel 2016, quando la media era schizzata al 90%, 11 punti in più rispetto a quella europea. C'è di nuovo un buco nel 2017; dopodiché, nel 2018, il voto si abbassa: 85%, che risale all'86% nel 2019. Ora, vi pare che la valutazione coincida con la realtà? I quasi 63.400 morti che piangiamo oggi sono degni di una nazione con «capacità» che sfiorano i 90 punti su 100? Non si direbbe. Per capirci: la Germania, che conta poco più di 21.000 decessi, nel 2019 si dava solo due punti percentuali in più di noi. In sostanza, ogni punto significa oltre 20.000 vittime in meno... Ma vediamo qualche esempio. Alla voce «laboratori», nell'ultimo biennio, noi ci siamo concessi addirittura il 100%. Sapete, però, quante strutture, utili a processare i tamponi, avevamo a inizio pandemia? 31: lo dice il piano segreto, redatto il 19 febbraio 2020 e pubblicato dal Corriere qualche giorno fa, per il quale il dicastero della Sanità, il 22 dicembre, finirà al Tar del Lazio. E la «sorveglianza»? 90% nel 2018 e nel 2019. Eppure, a febbraio, i protocolli sui tamponi erano basati sulle indicazioni fuorvianti dell'Oms, che imponevano il test solo nel caso in cui il soggetto in esame avesse avuto contatti con la Cina. L'infermiera di Codogno, non a caso, ammise di aver scoperto il paziente 1 violando le disposizioni governative. Alla voce «risorse umane», nel 2019, abbiamo dato l'80%: eppure, c'è una drammatica penuria di medici e infermieri, tanto che abbiamo dovuto invocare l'aiuto dei neolaureati e dei camici bianchi in pensione. Anche la voce «comunicazione del rischio», nel 2019, esibiva un bell'80%, con una crescita di ben 20 punti rispetto all'anno precedente. Che ne dite? Vi è piaciuto come è stato comunicato il rischio dalle istituzioni? Ve lo ricordate lo spot del ministero con Michele Mirabella, che ci rassicurava: «Il contagio non è affatto facile»? Ancora: su «legislazione e finanziamento», nel 2018 e nel 2019, ci siamo attribuiti un 87%. E allora, se siamo messi così bene con i flussi di risorse economiche, perché discutiamo dei 36 miliardi del Mes? Da una rapida carrellata, insomma, affiorano due evidenze. Primo: a lungo, l'Italia se n'è infischiata di vigilare sull'attuazione dei requisiti del Regolamento sanitario internazionale. Per di più, il disinteresse s'è manifestato proprio nel periodo cruciale per l'adeguamento del nostro piano pandemico. Che, infatti, non è stato più aggiornato dal 2006, nonostante dovesse essere approntato entro il 2013, come da direttive dell'Oms e decisioni dell'Ue: nel 2017, il ministero, con l'allora capo della Prevenzione, Ranieri Guerra, si è limitato a fare un copia incolla del vecchio documento. Secondo: siamo stati troppo generosi nel giudicare i nostri risultati. Un Paese con una media così alta di «capacità» per fronteggiare gli scenari di crisi, non precipita nel caos, nonostante la pandemia. Anche perché il Covid non è l'apocalisse zombi. C'è anche un terzo elemento da considerare. È singolare, in effetti, che la sorveglianza sui progressi sia affidata alle autovalutazioni dei singoli Paesi. Nei quali si può, sì, recare un osservatore indipendente dell'Oms, ma solamente se a farne richiesta è la nazione stessa. Si tratta di un meccanismo che ha prodotto paradossi ben più eclatanti del caso italiano. Indovinate, a tal proposito, quanto si sono dati i cinesi in materia di prevenzione della zoonosi, cioè del passaggio degli agenti infettivi dagli animali all'uomo? Dal 2013 al 2019, ininterrottamente, il 100%. Non erano ancora spuntati i pipistrelli di Wuhan...
Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
Continua a leggereRiduci
Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
Continua a leggereRiduci