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2020-12-12
All’estero si parla del report sparito. Speranza spara supercazzole in tv
Roberto Speranza (Ansa)
La parola utilizzata dal quotidiano britannico Guardian (non esattamente un pericoloso foglio sovranista) è «conspiring», che tradotta con benevolenza potrebbe anche indicare la stipula di un accordo segreto. Ma letteralmente potremmo anche renderla con «cospirare». Ieri l'articolo più letto sul sito del giornale inglese diceva proprio così: «L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata accusata di aver cospirato con il ministero della Salute italiano per rimuovere un rapporto che rivelava la cattiva gestione del Paese all'inizio della pandemia di coronavirus e la cui pubblicazione aveva lo scopo di prevenire morti future». Lapidario. Per chi avesse voglia di smanettare un po' sulla Rete, ci sono anche le versioni spagnole, tedesche e olandesi dell'articolo, ripreso da testate di tutta Europa. Una bella figura a livello internazionale...
Il Guardian ha rimesso il naso nella scabrosa materia già indagata nelle scorse settimane da Report e pure dal nostro giornale, ovvero la storia della relazione redatta dal ricercatore dell'Oms Francesco Zambon e da altri dieci studiosi. Come noto, Zambon ha denunciato a mezzo stampa di aver subito pesanti pressioni da Ranieri Guerra, vicedirettore generale della stessa Oms per le iniziative strategiche, nonché ex direttore generale per la Prevenzione presso il ministero della Salute tra il 2014 e il 2017.
Guerra avrebbe brigato per proteggere l'esecutivo giallorosso (con cui collabora da qualche tempo, distaccato a Roma) da un documento potenzialmente molto imbarazzante, ma anche per tutelare sé stesso. Il fatto è che dal rapporto di Zambon emergeva una verità confermata anche da altri esperti: l'Italia, al momento dell'esplosione del Covid, non aveva un piano pandemico aggiornato. Ne aveva uno vecchio, risalente al 2006, che i responsabili del ministero si sarebbero limitati a copiare e incollare senza alcuna modifica dieci anni dopo. Si capisce dunque perché Guerra volesse silenziare la ricerca: quando lavorava al ministero avrebbe dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico, ma così non è stato.
Secondo un ricercatore autorevole come Pier Paolo Lunelli, se avessimo avuto un piano pandemico aggiornato ci saremmo risparmiati almeno 10.000 morti, tanto per dare un'idea della gravità del problema. «Il piano obsoleto», scrive il Guardian, «è un elemento cruciale nelle indagini preliminari svolte dalla Procura di Bergamo [...] per possibile negligenza da parte delle autorità». Proprio la Procura di Bergamo ha convocato prima Ranieri Guerra, che è stato in effetti sentito, senza che trapelassero i contenuti del colloquio. Poi ha convocato varie volte Francesco Zambon, che però non si è potuto presentare. Motivo? L'Oms si è opposta invocando l'immunità diplomatica per i suoi ricercatori. L'ultima volta è accaduto il 10 dicembre. Zambon voleva parlare con gli investigatori ma non ha potuto farlo per volontà superiore.
In compenso il ricercatore ha parlato con il Guardian fornendo qualche informazione rilevante. «Zambon afferma che Guerra lo ha minacciato di licenziamento a meno che non avesse modificato la parte del testo che si riferiva al piano obsoleto», scrive il giornale inglese. «Ha affermato che, nonostante abbia informato gli alti funzionari dell'Oms delle minacce e dei rischi posti alla trasparenza e alla neutralità dell'organizzazione, non è stata condotta alcuna inchiesta interna». Fin qui potrebbe sembrare una faccenda tutta ambientata nel ventre dell'Oms. In realtà il governo italiano gioca una parte notevole in tutta la commedia.
Tanto per cominciare, nota il Guardian, esistono «email inviate a maggio a Zambon da Guerra e Hans Kluge, il direttore per l'Europa dell'Oms le quali sembrano rivelare un patto fatto con il ministero della Salute italiano per mantenere il rapporto segreto». Niente male. Ma c'è di più. Il ministro Speranza, a quanto sembra, era a conoscenza dei contenuti del rapporto poi censurato.
Zambon, infatti, «afferma che un mese prima della pubblicazione aveva inviato una bozza dei risultati a Guerra, che l'ha condivisa con il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza». Eccoci al punto: il ministero avrebbe letto il rapporto che lo metteva in cattiva luce e avrebbe stretto un patto con Ranieri Guerra e i vertici della sezione europea dell'Oms per farlo sparire, facendosi forza pure dei finanziamenti elargiti all'organizzazione sovranazionale.
Questa splendida storia è già emersa con prepotenza nelle scorse settimane grazie ad alcuni media italiani. E adesso anche uno dei più importanti quotidiani del mondo ha sparato a palle incatenate. Eppure, pensate un po', il nostro ministro della Salute ancora non ha fornito mezza spiegazione decente dell'accaduto. Anzi ha fatto di peggio. Venerdì sera si è presentato a Porta a porta con fare smargiasso e - il sorrisetto stampato sulle labbra - ha evitato accuratamente di rispondere nei dettagli alle domande di Bruno Vespa, che pure ha insistito parecchio sul tema. Speranza ha sostenuto una strampalata tesi: a suo dire, il piano pandemico di cui l'Italia era priva non riguardava affatto la questione Covid. Peccato che fior di esperti lo smentiscano. Tra questi c'è anche Stefano Merler, che è stato chiamato dal governo a realizzare le prime proiezioni sui dati provenienti dalla Cina (dunque parliamo di uno studioso la cui autorità è riconosciuta dallo stesso esecutivo). Un piano pandemico aggiornato ci avrebbe aiutato ad affrontare la pandemia, e non si può fingere che si trattasse di una difesa utile al massimo contro l'influenza. Il ministro non può cavarsela così: deve fare chiarezza. Sapeva che il nostro piano pandemico non era aggiornato? Se sì, perché non ha agito?
Speranza dovrebbe poi esprimersi riguardo la censura del report preparato da Zambon. Ma da Vespa ha tentato di liquidare con sufficienza anche tale questione: ha detto di aver letto il documento «che si trova su tanti siti» e di non averlo trovato particolarmente duro nei confronti dell'Italia. In breve, ha fatto credere che la vicenda sia irrilevante, tutta interna all'Oms, istituzione a chi per altro ha ribadito la fiducia. Di nuovo, le cose stanno diversamente. Se davvero un funzionario dell'Oms ha fatto oscurare un report critico per proteggere il governo, si tratta di un atto gravissimo.
È ora che Speranza parli. Può pure scrivere un nuovo libro per spiegare che cosa sia successo, se vuole. Basta poi che non lo ritiri prima che giunga in libreria come ha fatto l'ultima volta.
L’Italia impreparata alla pandemia si elogiava da sola
Per anni, l'Italia ha «dimenticato» di monitorare i propri progressi in campo sanitario. Quando l'ha fatto, però, si è sempre data voti altissimi. Superiori alla media europea. Poi è arrivata la pandemia. E l'unica classifica in cui abbiamo tristemente primeggiato, è stata quella della mortalità per Covid: secondo la Johns Hopkins University, siamo i terzi al mondo (a pari merito con il Regno Unito). Se calcoliamo i decessi ogni 100.000 persone, invece, siamo soli al comando del macabro ranking.
L'ennesima prova dell'impreparazione del nostro Paese arriva dall'analisi delle autovalutazioni sulle «capacità» sviluppate dal sistema sanitario negli ultimi nove anni. La necessità di tenere d'occhio questi indicatori era emersa nel 2005, quando l'Assemblea mondiale della sanità, l'organo legislativo dell'Oms, approvò il nuovo Regolamento sanitario internazionale, aggiornato in seguito allo scoppio dell'epidemia di Sars, nel 2003. Il Regolamento, entrato in vigore due anni dopo, prevedeva che i Paesi sottoscrittori sviluppassero una serie di «capacità» per far fronte a scenari di crisi: dagli attacchi chimici alle pandemie. Ogni anno, gli Stati avrebbero trasmesso all'agenzia Onu i risultati della propria valutazione sui miglioramenti apportati al sistema sanitario, in relazione a 13 parametri di riferimento (leggermente rivisti nel 2018).
Ebbene, cosa ha combinato l'Italia? Ha condotto l'autovalutazione negli anni 2010 e 2011, assegnandosi ottimi risultati. Il primo anno, la media del progresso nelle «capacità» indicate dal Rsi era pari al 75%, salito di due punti l'anno successivo. Per farvi capire: la media globale era del 58% (2010) e del 63% (2011), quella europea del 68% (2010) e del 72% (2011). Poi, il black out: dal 2012 al 2015, il governo italiano, ovvero il ministero della Sanità, non hanno più comunicato alcun dato all'Oms. Hanno ripreso nel 2016, quando la media era schizzata al 90%, 11 punti in più rispetto a quella europea. C'è di nuovo un buco nel 2017; dopodiché, nel 2018, il voto si abbassa: 85%, che risale all'86% nel 2019. Ora, vi pare che la valutazione coincida con la realtà? I quasi 63.400 morti che piangiamo oggi sono degni di una nazione con «capacità» che sfiorano i 90 punti su 100? Non si direbbe. Per capirci: la Germania, che conta poco più di 21.000 decessi, nel 2019 si dava solo due punti percentuali in più di noi. In sostanza, ogni punto significa oltre 20.000 vittime in meno...
Ma vediamo qualche esempio. Alla voce «laboratori», nell'ultimo biennio, noi ci siamo concessi addirittura il 100%. Sapete, però, quante strutture, utili a processare i tamponi, avevamo a inizio pandemia? 31: lo dice il piano segreto, redatto il 19 febbraio 2020 e pubblicato dal Corriere qualche giorno fa, per il quale il dicastero della Sanità, il 22 dicembre, finirà al Tar del Lazio.
E la «sorveglianza»? 90% nel 2018 e nel 2019. Eppure, a febbraio, i protocolli sui tamponi erano basati sulle indicazioni fuorvianti dell'Oms, che imponevano il test solo nel caso in cui il soggetto in esame avesse avuto contatti con la Cina. L'infermiera di Codogno, non a caso, ammise di aver scoperto il paziente 1 violando le disposizioni governative.
Alla voce «risorse umane», nel 2019, abbiamo dato l'80%: eppure, c'è una drammatica penuria di medici e infermieri, tanto che abbiamo dovuto invocare l'aiuto dei neolaureati e dei camici bianchi in pensione. Anche la voce «comunicazione del rischio», nel 2019, esibiva un bell'80%, con una crescita di ben 20 punti rispetto all'anno precedente. Che ne dite? Vi è piaciuto come è stato comunicato il rischio dalle istituzioni? Ve lo ricordate lo spot del ministero con Michele Mirabella, che ci rassicurava: «Il contagio non è affatto facile»?
Ancora: su «legislazione e finanziamento», nel 2018 e nel 2019, ci siamo attribuiti un 87%. E allora, se siamo messi così bene con i flussi di risorse economiche, perché discutiamo dei 36 miliardi del Mes?
Da una rapida carrellata, insomma, affiorano due evidenze. Primo: a lungo, l'Italia se n'è infischiata di vigilare sull'attuazione dei requisiti del Regolamento sanitario internazionale. Per di più, il disinteresse s'è manifestato proprio nel periodo cruciale per l'adeguamento del nostro piano pandemico. Che, infatti, non è stato più aggiornato dal 2006, nonostante dovesse essere approntato entro il 2013, come da direttive dell'Oms e decisioni dell'Ue: nel 2017, il ministero, con l'allora capo della Prevenzione, Ranieri Guerra, si è limitato a fare un copia incolla del vecchio documento.
Secondo: siamo stati troppo generosi nel giudicare i nostri risultati. Un Paese con una media così alta di «capacità» per fronteggiare gli scenari di crisi, non precipita nel caos, nonostante la pandemia. Anche perché il Covid non è l'apocalisse zombi.
C'è anche un terzo elemento da considerare. È singolare, in effetti, che la sorveglianza sui progressi sia affidata alle autovalutazioni dei singoli Paesi. Nei quali si può, sì, recare un osservatore indipendente dell'Oms, ma solamente se a farne richiesta è la nazione stessa. Si tratta di un meccanismo che ha prodotto paradossi ben più eclatanti del caso italiano. Indovinate, a tal proposito, quanto si sono dati i cinesi in materia di prevenzione della zoonosi, cioè del passaggio degli agenti infettivi dagli animali all'uomo? Dal 2013 al 2019, ininterrottamente, il 100%. Non erano ancora spuntati i pipistrelli di Wuhan...
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Il «Guardian» scrive che dicastero e Oms hanno «cospirato» per rimuovere quel documento imbarazzante Eppure, l'esponente di Leu, da Vespa, mente sul piano pandemico mai adeguato: «Non serviva per il Covid»Per anni il ministero ha omesso di vigilare sui progressi sanitari. Quando l'ha fatto, si è dato voti altissimi (smentiti dall'evidenza)Lo speciale contiene due articoli La parola utilizzata dal quotidiano britannico Guardian (non esattamente un pericoloso foglio sovranista) è «conspiring», che tradotta con benevolenza potrebbe anche indicare la stipula di un accordo segreto. Ma letteralmente potremmo anche renderla con «cospirare». Ieri l'articolo più letto sul sito del giornale inglese diceva proprio così: «L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata accusata di aver cospirato con il ministero della Salute italiano per rimuovere un rapporto che rivelava la cattiva gestione del Paese all'inizio della pandemia di coronavirus e la cui pubblicazione aveva lo scopo di prevenire morti future». Lapidario. Per chi avesse voglia di smanettare un po' sulla Rete, ci sono anche le versioni spagnole, tedesche e olandesi dell'articolo, ripreso da testate di tutta Europa. Una bella figura a livello internazionale... Il Guardian ha rimesso il naso nella scabrosa materia già indagata nelle scorse settimane da Report e pure dal nostro giornale, ovvero la storia della relazione redatta dal ricercatore dell'Oms Francesco Zambon e da altri dieci studiosi. Come noto, Zambon ha denunciato a mezzo stampa di aver subito pesanti pressioni da Ranieri Guerra, vicedirettore generale della stessa Oms per le iniziative strategiche, nonché ex direttore generale per la Prevenzione presso il ministero della Salute tra il 2014 e il 2017. Guerra avrebbe brigato per proteggere l'esecutivo giallorosso (con cui collabora da qualche tempo, distaccato a Roma) da un documento potenzialmente molto imbarazzante, ma anche per tutelare sé stesso. Il fatto è che dal rapporto di Zambon emergeva una verità confermata anche da altri esperti: l'Italia, al momento dell'esplosione del Covid, non aveva un piano pandemico aggiornato. Ne aveva uno vecchio, risalente al 2006, che i responsabili del ministero si sarebbero limitati a copiare e incollare senza alcuna modifica dieci anni dopo. Si capisce dunque perché Guerra volesse silenziare la ricerca: quando lavorava al ministero avrebbe dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico, ma così non è stato. Secondo un ricercatore autorevole come Pier Paolo Lunelli, se avessimo avuto un piano pandemico aggiornato ci saremmo risparmiati almeno 10.000 morti, tanto per dare un'idea della gravità del problema. «Il piano obsoleto», scrive il Guardian, «è un elemento cruciale nelle indagini preliminari svolte dalla Procura di Bergamo [...] per possibile negligenza da parte delle autorità». Proprio la Procura di Bergamo ha convocato prima Ranieri Guerra, che è stato in effetti sentito, senza che trapelassero i contenuti del colloquio. Poi ha convocato varie volte Francesco Zambon, che però non si è potuto presentare. Motivo? L'Oms si è opposta invocando l'immunità diplomatica per i suoi ricercatori. L'ultima volta è accaduto il 10 dicembre. Zambon voleva parlare con gli investigatori ma non ha potuto farlo per volontà superiore. In compenso il ricercatore ha parlato con il Guardian fornendo qualche informazione rilevante. «Zambon afferma che Guerra lo ha minacciato di licenziamento a meno che non avesse modificato la parte del testo che si riferiva al piano obsoleto», scrive il giornale inglese. «Ha affermato che, nonostante abbia informato gli alti funzionari dell'Oms delle minacce e dei rischi posti alla trasparenza e alla neutralità dell'organizzazione, non è stata condotta alcuna inchiesta interna». Fin qui potrebbe sembrare una faccenda tutta ambientata nel ventre dell'Oms. In realtà il governo italiano gioca una parte notevole in tutta la commedia. Tanto per cominciare, nota il Guardian, esistono «email inviate a maggio a Zambon da Guerra e Hans Kluge, il direttore per l'Europa dell'Oms le quali sembrano rivelare un patto fatto con il ministero della Salute italiano per mantenere il rapporto segreto». Niente male. Ma c'è di più. Il ministro Speranza, a quanto sembra, era a conoscenza dei contenuti del rapporto poi censurato. Zambon, infatti, «afferma che un mese prima della pubblicazione aveva inviato una bozza dei risultati a Guerra, che l'ha condivisa con il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza». Eccoci al punto: il ministero avrebbe letto il rapporto che lo metteva in cattiva luce e avrebbe stretto un patto con Ranieri Guerra e i vertici della sezione europea dell'Oms per farlo sparire, facendosi forza pure dei finanziamenti elargiti all'organizzazione sovranazionale. Questa splendida storia è già emersa con prepotenza nelle scorse settimane grazie ad alcuni media italiani. E adesso anche uno dei più importanti quotidiani del mondo ha sparato a palle incatenate. Eppure, pensate un po', il nostro ministro della Salute ancora non ha fornito mezza spiegazione decente dell'accaduto. Anzi ha fatto di peggio. Venerdì sera si è presentato a Porta a porta con fare smargiasso e - il sorrisetto stampato sulle labbra - ha evitato accuratamente di rispondere nei dettagli alle domande di Bruno Vespa, che pure ha insistito parecchio sul tema. Speranza ha sostenuto una strampalata tesi: a suo dire, il piano pandemico di cui l'Italia era priva non riguardava affatto la questione Covid. Peccato che fior di esperti lo smentiscano. Tra questi c'è anche Stefano Merler, che è stato chiamato dal governo a realizzare le prime proiezioni sui dati provenienti dalla Cina (dunque parliamo di uno studioso la cui autorità è riconosciuta dallo stesso esecutivo). Un piano pandemico aggiornato ci avrebbe aiutato ad affrontare la pandemia, e non si può fingere che si trattasse di una difesa utile al massimo contro l'influenza. Il ministro non può cavarsela così: deve fare chiarezza. Sapeva che il nostro piano pandemico non era aggiornato? Se sì, perché non ha agito? Speranza dovrebbe poi esprimersi riguardo la censura del report preparato da Zambon. Ma da Vespa ha tentato di liquidare con sufficienza anche tale questione: ha detto di aver letto il documento «che si trova su tanti siti» e di non averlo trovato particolarmente duro nei confronti dell'Italia. In breve, ha fatto credere che la vicenda sia irrilevante, tutta interna all'Oms, istituzione a chi per altro ha ribadito la fiducia. Di nuovo, le cose stanno diversamente. Se davvero un funzionario dell'Oms ha fatto oscurare un report critico per proteggere il governo, si tratta di un atto gravissimo. È ora che Speranza parli. Può pure scrivere un nuovo libro per spiegare che cosa sia successo, se vuole. Basta poi che non lo ritiri prima che giunga in libreria come ha fatto l'ultima volta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allestero-si-parla-del-report-sparito-speranza-spara-supercazzole-in-tv-2649454267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-impreparata-alla-pandemia-si-elogiava-da-sola" data-post-id="2649454267" data-published-at="1607716151" data-use-pagination="False"> L’Italia impreparata alla pandemia si elogiava da sola Per anni, l'Italia ha «dimenticato» di monitorare i propri progressi in campo sanitario. Quando l'ha fatto, però, si è sempre data voti altissimi. Superiori alla media europea. Poi è arrivata la pandemia. E l'unica classifica in cui abbiamo tristemente primeggiato, è stata quella della mortalità per Covid: secondo la Johns Hopkins University, siamo i terzi al mondo (a pari merito con il Regno Unito). Se calcoliamo i decessi ogni 100.000 persone, invece, siamo soli al comando del macabro ranking. L'ennesima prova dell'impreparazione del nostro Paese arriva dall'analisi delle autovalutazioni sulle «capacità» sviluppate dal sistema sanitario negli ultimi nove anni. La necessità di tenere d'occhio questi indicatori era emersa nel 2005, quando l'Assemblea mondiale della sanità, l'organo legislativo dell'Oms, approvò il nuovo Regolamento sanitario internazionale, aggiornato in seguito allo scoppio dell'epidemia di Sars, nel 2003. Il Regolamento, entrato in vigore due anni dopo, prevedeva che i Paesi sottoscrittori sviluppassero una serie di «capacità» per far fronte a scenari di crisi: dagli attacchi chimici alle pandemie. Ogni anno, gli Stati avrebbero trasmesso all'agenzia Onu i risultati della propria valutazione sui miglioramenti apportati al sistema sanitario, in relazione a 13 parametri di riferimento (leggermente rivisti nel 2018). Ebbene, cosa ha combinato l'Italia? Ha condotto l'autovalutazione negli anni 2010 e 2011, assegnandosi ottimi risultati. Il primo anno, la media del progresso nelle «capacità» indicate dal Rsi era pari al 75%, salito di due punti l'anno successivo. Per farvi capire: la media globale era del 58% (2010) e del 63% (2011), quella europea del 68% (2010) e del 72% (2011). Poi, il black out: dal 2012 al 2015, il governo italiano, ovvero il ministero della Sanità, non hanno più comunicato alcun dato all'Oms. Hanno ripreso nel 2016, quando la media era schizzata al 90%, 11 punti in più rispetto a quella europea. C'è di nuovo un buco nel 2017; dopodiché, nel 2018, il voto si abbassa: 85%, che risale all'86% nel 2019. Ora, vi pare che la valutazione coincida con la realtà? I quasi 63.400 morti che piangiamo oggi sono degni di una nazione con «capacità» che sfiorano i 90 punti su 100? Non si direbbe. Per capirci: la Germania, che conta poco più di 21.000 decessi, nel 2019 si dava solo due punti percentuali in più di noi. In sostanza, ogni punto significa oltre 20.000 vittime in meno... Ma vediamo qualche esempio. Alla voce «laboratori», nell'ultimo biennio, noi ci siamo concessi addirittura il 100%. Sapete, però, quante strutture, utili a processare i tamponi, avevamo a inizio pandemia? 31: lo dice il piano segreto, redatto il 19 febbraio 2020 e pubblicato dal Corriere qualche giorno fa, per il quale il dicastero della Sanità, il 22 dicembre, finirà al Tar del Lazio. E la «sorveglianza»? 90% nel 2018 e nel 2019. Eppure, a febbraio, i protocolli sui tamponi erano basati sulle indicazioni fuorvianti dell'Oms, che imponevano il test solo nel caso in cui il soggetto in esame avesse avuto contatti con la Cina. L'infermiera di Codogno, non a caso, ammise di aver scoperto il paziente 1 violando le disposizioni governative. Alla voce «risorse umane», nel 2019, abbiamo dato l'80%: eppure, c'è una drammatica penuria di medici e infermieri, tanto che abbiamo dovuto invocare l'aiuto dei neolaureati e dei camici bianchi in pensione. Anche la voce «comunicazione del rischio», nel 2019, esibiva un bell'80%, con una crescita di ben 20 punti rispetto all'anno precedente. Che ne dite? Vi è piaciuto come è stato comunicato il rischio dalle istituzioni? Ve lo ricordate lo spot del ministero con Michele Mirabella, che ci rassicurava: «Il contagio non è affatto facile»? Ancora: su «legislazione e finanziamento», nel 2018 e nel 2019, ci siamo attribuiti un 87%. E allora, se siamo messi così bene con i flussi di risorse economiche, perché discutiamo dei 36 miliardi del Mes? Da una rapida carrellata, insomma, affiorano due evidenze. Primo: a lungo, l'Italia se n'è infischiata di vigilare sull'attuazione dei requisiti del Regolamento sanitario internazionale. Per di più, il disinteresse s'è manifestato proprio nel periodo cruciale per l'adeguamento del nostro piano pandemico. Che, infatti, non è stato più aggiornato dal 2006, nonostante dovesse essere approntato entro il 2013, come da direttive dell'Oms e decisioni dell'Ue: nel 2017, il ministero, con l'allora capo della Prevenzione, Ranieri Guerra, si è limitato a fare un copia incolla del vecchio documento. Secondo: siamo stati troppo generosi nel giudicare i nostri risultati. Un Paese con una media così alta di «capacità» per fronteggiare gli scenari di crisi, non precipita nel caos, nonostante la pandemia. Anche perché il Covid non è l'apocalisse zombi. C'è anche un terzo elemento da considerare. È singolare, in effetti, che la sorveglianza sui progressi sia affidata alle autovalutazioni dei singoli Paesi. Nei quali si può, sì, recare un osservatore indipendente dell'Oms, ma solamente se a farne richiesta è la nazione stessa. Si tratta di un meccanismo che ha prodotto paradossi ben più eclatanti del caso italiano. Indovinate, a tal proposito, quanto si sono dati i cinesi in materia di prevenzione della zoonosi, cioè del passaggio degli agenti infettivi dagli animali all'uomo? Dal 2013 al 2019, ininterrottamente, il 100%. Non erano ancora spuntati i pipistrelli di Wuhan...
Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
A margine della riunione, il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulides, in veste di presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, hanno apposto le loro firme sulla tabella di marcia «Un’Europa, un mercato». Oltre 40 punti d’azione, scadenze, impegni istituzionali che riprendono iter già avviati e obiettivi già annunciati. Niente di nuovo, la solita liturgia europea per mostrare qualche passo di lato.
Al netto delle cerimonie, il contenuto politico del vertice si concentra in tre linee di frattura piuttosto nette.
La prima riguarda il Patto di stabilità e l’emergenza energetica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha scaricato sull’economia europea un costo che Von der Leyen stessa ha quantificato in 22 miliardi di euro in 44 giorni. Su questo, l’Italia si è presentata a Cipro con le idee chiare. Appena atterrata sull’isola, Giorgia Meloni ha dichiarato che «l’Europa deve essere molto più coraggiosa» sul fronte energetico, che il piano della Commissione «è un passo in avanti ma non sufficiente» e che questo ragionamento «riguarda anche il tema del Patto di stabilità». Per il premier gli aiuti per l’energia non devono essere conteggiati ai fini del rispetto del Patto, sul modello delle spese militari con lo strumento Safe. «Lo spazio fiscale non è lo stesso per tutti i Paesi», ha ribadito. Una posizione che tiene conto del fatto che l’Italia resta inchiodata nella procedura per disavanzo eccessivo, con il deficit al 3,1% del Pil. Da Roma, il vicepremier Matteo Salvini ha aggiunto che «se l’Europa ci consentisse oggi di fare uno scostamento per le spese militari, vorrei che ci consentisse uno scostamento pari per spese economiche e sociali».
A margine dei lavori Meloni ha avuto un bilaterale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nel punto stampa conclusivo, il presidente del Consiglio ha riferito che i tedeschi «si rendono conto di quanto sia difficile la situazione», che «c’è la volontà di venirsi incontro» e che «si parte da posizioni leggermente distanti, ma si sta cercando di avvicinarsi».
Dalla Commissione, però, la risposta è quella di sempre. Von der Leyen ha ribadito che la clausola di salvaguardia «può essere attivata solo in caso di grave recessione economica» e che «fortunatamente questa non è la situazione attuale», pur aggiungendo che «l’Ecofin discuterà la questione nel dettaglio». Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha confermato la linea dal Delphi economic forum in Grecia, precisando che «siamo in uno scenario di rallentamento economico» e che «riteniamo siano necessarie misure fiscali temporanee e mirate». Il premier belga, Bart De Wever, si è affiancato a Meloni sulle critiche alla proposta della Commissione, spingendo per «revisioni più radicali del Sistema di scambio di quote di emissioni» e giudicando «un peccato» l’assenza di una tassa europea sugli extraprofitti delle major energetiche.
La seconda frattura emersa dalla due giorni mediterranea riguarda il bilancio pluriennale. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha definito il tema «urgente» annunciando che vi tornerà «regolarmente» nel 2026. Von der Leyen ha spinto per un bilancio più corposo, sostenendo che senza nuove risorse proprie «la scelta è netta: o si aumentano i contributi nazionali, oppure si riduce la capacità di spesa». L’Olanda ha risposto che invece le dimensioni del bilancio «devono ridursi sostanzialmente», mentre Merz ha chiuso la porta al debito comune e a qualsiasi prelievo fiscale europeo sulle imprese, avvertendo che «avremo bisogno di tagli orizzontali su tutte le voci della proposta» e che «si tratterà di negoziati difficili». Si attende dunque un lungo negoziato sul bilancio, tra chi vorrebbe una espansione, che significa maggiore ingerenza della sovrastruttura di Bruxelles, e chi invece difende le scelte nazionali. Vale la pena sottolineare che un bilancio Ue più sostanzioso significa che i Paesi contributori netti dovranno versare ancora di più e che ci dovranno essere nuove tasse europee.
La terza linea di divisione che emerge dagli incontri contrappone chi governa con mandato democratico a chi applica regole da Bruxelles, senza rispondere a nessun elettore. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva già reso l’idea prima del vertice, paragonando i titolari dei conti pubblici nazionali a «medici nell’ospedale da campo che vedono arrivare feriti da tutte le parti», mentre i vertici europei «hanno problemi diversi». Von der Leyen ha continuato a illustrare il catalogo degli strumenti disponibili come risposta sufficiente, citando «circa 300 miliardi di euro per investimenti nel settore energia, di cui 95 miliardi non ancora usati». Costa ha concluso che «per l’Europa esiste un’unica strada strategica, quella di accelerare la diffusione di fonti energetiche nazionali, pulite e a prezzi accessibili». Torna ancora il mito dell’unica strada percorribile dall’Europa, senza alternative, uno dei topos preferiti dalla narrativa europea.
Il prossimo appuntamento utile sarà l’Ecofin del 5 maggio, dove la discussione sul Patto riprenderà, verosimilmente con le stesse posizioni di partenza.
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Il premier, Pedro Sánchez, ha minimizzato: «Nessuna preoccupazione, lavoriamo sulla base di documenti ufficiali». Quelli, in effetti, mancano. Non potrebbe essere altrimenti: il trattato istitutivo non prevede nulla a riguardo e tutte le decisioni si prendono all’unanimità. Gli iberici dovrebbero votare contro sé stessi. Semmai, gli Usa potrebbero decidere in maniera unilaterale di escludere Madrid da alcune operazioni da loro coordinate, oppure negare la condivisione di informazioni. Non sarebbe poco, vista l’aria che tira nel blocco occidentale. È anche per questo che ieri, al vertice di Cipro, i membri dell’Unione hanno iniziato a precisare il funzionamento dell’articolo 42 del Trattato Ue, sulla mutua assistenza in caso di attacco. Il presidente del Consigio Ue, António Costa, ha però preferito glissare sulla paventata rappresaglia trumpiana: «Cooperiamo con la Nato», ha tagliato corto, «ma non discutiamo le sue questioni interne».
In verità, il governo socialista spagnolo si è comportato più o meno come l’Italia: ha concesso l’uso delle basi per le attività previste dagli accordi in vigore. Perciò Roma ha potuto rifiutare un atterraggio a Sigonella: occorreva un’autorizzazione preventiva e il velivolo non aveva meri scopi logistici, essendo diretto, dopo lo scalo, in Iran. Tanto era bastato a Trump, il quale esige dai soci la pubblica genuflessione, per dirsi «scioccato» da Giorgia Meloni e per scrivere sui social che gli Usa «non ci saranno» per noi nel bisogno. Il tycoon ha il dente ancora più avvelenato con Sánchez, il più filocinese degli europei, che per compattare una ballerina maggioranza di sinistra radicale ci ha tenuto a sbandierare la sua posizione critica sul conflitto. Non a caso, Podemos, che all’esecutivo ha concesso soltanto un appoggio esterno, ieri ha invocato l’uscita unilaterale dalla Nato.
Il nervosismo dell’America, però, non deriva solo dalle pretese imperiali della Casa Bianca. Oltreoceano si starà incrinando la fiducia nella potenza militare a stelle e strisce, che gli Usa hanno spesso esibito in questi mesi.
Gli allarmi sullo svuotamento degli arsenali si stanno moltiplicando. Il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia Turmp durante le discussioni preliminari su Epic fury. La Cnn ha pubblicato una lista dettagliata degli armamenti consumati in quaranta giorni di bombardamenti. È all’incirca la stessa valutazione di ieri del New York Times, basata su rapporti del dipartimento della Difesa. Durante le ostilità, sono stati lanciati 1.100 cruise stealth a lungo raggio; 1.000 Tomahawk, dieci volte quelli che vengono acquistati in un anno per 3,6 milioni l’uno; 1.200 intercettori Patriot, da 4 milioni ciascuno; 1.000 testate di precisione e aria-superficie. Il conto: tra i 28 e i 35 miliardi di dollari, quasi 1 miliardo al dì, 5,6 bruciati solo nel primo giorno di raid massicci. E per ricostituire le scorte potrebbero servirne fino a 47, senza contare il fattore tempo. Così, già a novembre, il Pentagono aveva convocato i vertici delle case automobilistiche, esortandoli a riconvertire a finalità belliche alcune delle loro linee di produzione.
Ma il vero guaio è che, per combattere il regime sciita, l’America ha lasciato scoperti altri teatri. Sicuramente l’Europa occidentale, dove scarseggiano droni da ricognizione e d’attacco; insieme alla riduzione di addestramenti ed esercitazioni, ne esce compromessa la capacità di deterrenza nei confronti della Russia. Certo, per Trump potrebbe essere un problema trascurabile: agli Usa interessa più strappare Mosca dalle grinfie dei cinesi, che proteggere il Vecchio continente dalle provocazioni di Vladimir Putin. È in Asia che casca l’asino.
L’Indo-Pacifico era uno dei settori prioritari individuati dal compasso strategico dello scorso dicembre: almeno dagli anni di Barack Obama, è il «perno» degli interessi nazionali all’estero. Dall’inizio della guerra agli ayatollah, tuttavia, gli americani sono stati costretti a smobilitare: hanno spostato in Medio Oriente 2.200 Marines, nonché le contraeree Thaad stanziate in Corea del Sud, unico Paese partner a ospitare tale sofisticato sistema di difesa, utile a fronteggiare le minacce di Pyongyang. Pure i missili da crociera impiegati in Iran, in teoria, erano stati progettati per un eventuale confronto con Pechino. Peraltro, la prontezza operativa Usa era stata già limitata dal supporto offerto a Israele, quando i blitz degli Huthi avevano indotto Washington a dirottare navi e aerei nel Mar Rosso.
Non esiste più un poliziotto del mondo. Non c’è più una superpotenza dominante. Ognuno ha risorse limitate e deve saperle dosare bene. Le difficoltà del Golia a stelle e strisce sono il segnale inequivocabile della fine dell’egemonia statunitense; una condizione che la dottrina Donroe di Trump sembrava attrezzata a gestire e che, invece, sta esplodendo in mano al presidente. Anche perché la performance militare in Iran, finora, è stata tanto mastodontica quanto confusionaria. E la Cina, che ha le grinfie su Taiwan, l’ha osservata. Sogghignando: con Sun Tzu, Xi Jinping sa che l’arte della guerra consiste nel vincere senza dover combattere.
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L'inviato speciale degli Stati Uniti per le missioni di pace Steve Witkoff (Ansa)
Inizia forse a sbloccarsi lo stallo diplomatico sulla crisi iraniana. Ieri, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, è partito per Islamabad. Reuters ha inizialmente riportato che, prima di ripartire alla volta di Oman e Russia, avrebbe dovuto incontrarsi con dei funzionari pakistani, per discutere con loro dell’eventualità di un secondo round di colloqui con gli Stati Uniti e per presentare la risposta iraniana al piano di pace americano. Tuttavia, alcune ore più tardi, la Cnn ha riferito che Donald Trump avrebbe mandato in Pakistan Steve Witkoff e Jared Kushner per degli incontri con il ministro iraniano da tenersi nel corso del fine settimana. La Casa Bianca ha confermato che i due inviati statunitensi partiranno stamane. Inoltre, sempre secondo la Cnn, potrebbe successivamente muoversi anche JD Vance, qualora il processo diplomatico dovesse prendere slancio. È del resto verosimile che la situazione si stia sbloccando anche in conseguenza dell’estensione del cessate il fuoco tra Israele e Libano, annunciata l’altro ieri dal presidente americano.
Ricordiamo che la seconda tornata di colloqui tra americani e iraniani avrebbe dovuto originariamente tenersi martedì, tanto che la delegazione di Washington, guidata da Vance, era pronta a partire alla volta di Islamabad. In un primo momento, anche gli iraniani avevano acconsentito a prendere parte al meeting. Poi, a causa di divisioni interne al regime khomeinista, Teheran aveva fatto sapere che avrebbe partecipato soltanto a patto che gli Usa avessero revocato il blocco imposto ai porti iraniani: una pretesa che la Casa Bianca aveva respinto, puntando a usare lo sbarramento navale come leva negoziale con la Repubblica islamica.
In tutto questo, secondo Iran International, sembrerebbe essersi verificato una sorta di terremoto in seno al team di Teheran: parrebbe infatti che il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, si sia dimesso da capo della squadra negoziale a causa di disaccordi interni. In particolare, il diretto interessato sarebbe stato criticato per aver cercato di inserire la questione del nucleare iraniano nelle trattative con Washington. Se la notizia fosse confermata, è probabile che Ghalibaf possa essere sostituito da un esponente dell’ala intransigente del regime khomeinista, come Saeed Jalili. Araghchi, dal canto suo, starebbe tuttavia cercando di assumere la guida del team negoziale: del resto, sarà un caso, ma è stato proprio lui a recarsi in Pakistan ieri.
Negli Stati Uniti si registra frattanto un cauto ottimismo. Ieri, Pete Hegseth ha detto che l’Iran ha la possibilità di raggiungere un «buon accordo» con Washington. Parole significative, visto che, differentemente da Vance e Marco Rubio, il capo del Pentagono è stato finora tra le voci più scettiche, nell’amministrazione Trump, verso la diplomazia con Teheran. Al contempo, Hegseth ha difeso il blocco navale americano. «Il nostro blocco si sta ampliando e sta diventando globale. Nessuno può navigare dallo Stretto di Hormuz verso qualsiasi parte del mondo senza il permesso della Marina degli Stati Uniti», ha affermato. «Se ci saranno tentativi di posare altre mine in modo sconsiderato e irresponsabile, interverremo. Si tratta di una violazione del cessate il fuoco», ha anche detto. E così - mentre Ursula von der Leyen proponeva di «ampliare» l’operazione Aspides, «passando dalla mera protezione a un sofisticato coordinamento marittimo congiunto» - Hegseth lanciava una stoccata agli europei. «Non contiamo sull’Europa, ma loro hanno bisogno dello Stretto di Hormuz molto più di noi», ha affermato.
Il nodo di Hormuz continua, insomma, a rivelarsi centrale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, il conflitto in corso ha portato alla perdita di 120 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto per il periodo 2026-2030. Dall’altra parte, è vero che gli Usa dipendono meno dallo Stretto rispetto agli europei. Ma la sua chiusura ha un impatto sui costi energetici a livello globale: il che ha determinato un deciso aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti. Si tratta di un problema che Trump deve risolvere urgentemente, se vuole rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Il problema, per lui, sono le divisioni in seno al regime khomeinista che finora non è riuscito a mostrarsi compatto sulla linea da seguire. Da una parte, si registra un’ala dialogante (di cui fa parte Araghchi), che auspica la soluzione diplomatica, temendo gli effetti della pressione economica statunitense. Dall’altra, emerge un’ala ostile ai negoziati, che fa capo ai pasdaran. Ghalibaf ha cercato finora di trovare una sintesi tra queste sue istanze contrapposte, ma non c’è riuscito. Il suo passo indietro da capo negoziatore potrebbe essere legato (anche) a questa circostanza.
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Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
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