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2020-12-12
All’estero si parla del report sparito. Speranza spara supercazzole in tv
Roberto Speranza (Ansa)
La parola utilizzata dal quotidiano britannico Guardian (non esattamente un pericoloso foglio sovranista) è «conspiring», che tradotta con benevolenza potrebbe anche indicare la stipula di un accordo segreto. Ma letteralmente potremmo anche renderla con «cospirare». Ieri l'articolo più letto sul sito del giornale inglese diceva proprio così: «L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata accusata di aver cospirato con il ministero della Salute italiano per rimuovere un rapporto che rivelava la cattiva gestione del Paese all'inizio della pandemia di coronavirus e la cui pubblicazione aveva lo scopo di prevenire morti future». Lapidario. Per chi avesse voglia di smanettare un po' sulla Rete, ci sono anche le versioni spagnole, tedesche e olandesi dell'articolo, ripreso da testate di tutta Europa. Una bella figura a livello internazionale...
Il Guardian ha rimesso il naso nella scabrosa materia già indagata nelle scorse settimane da Report e pure dal nostro giornale, ovvero la storia della relazione redatta dal ricercatore dell'Oms Francesco Zambon e da altri dieci studiosi. Come noto, Zambon ha denunciato a mezzo stampa di aver subito pesanti pressioni da Ranieri Guerra, vicedirettore generale della stessa Oms per le iniziative strategiche, nonché ex direttore generale per la Prevenzione presso il ministero della Salute tra il 2014 e il 2017.
Guerra avrebbe brigato per proteggere l'esecutivo giallorosso (con cui collabora da qualche tempo, distaccato a Roma) da un documento potenzialmente molto imbarazzante, ma anche per tutelare sé stesso. Il fatto è che dal rapporto di Zambon emergeva una verità confermata anche da altri esperti: l'Italia, al momento dell'esplosione del Covid, non aveva un piano pandemico aggiornato. Ne aveva uno vecchio, risalente al 2006, che i responsabili del ministero si sarebbero limitati a copiare e incollare senza alcuna modifica dieci anni dopo. Si capisce dunque perché Guerra volesse silenziare la ricerca: quando lavorava al ministero avrebbe dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico, ma così non è stato.
Secondo un ricercatore autorevole come Pier Paolo Lunelli, se avessimo avuto un piano pandemico aggiornato ci saremmo risparmiati almeno 10.000 morti, tanto per dare un'idea della gravità del problema. «Il piano obsoleto», scrive il Guardian, «è un elemento cruciale nelle indagini preliminari svolte dalla Procura di Bergamo [...] per possibile negligenza da parte delle autorità». Proprio la Procura di Bergamo ha convocato prima Ranieri Guerra, che è stato in effetti sentito, senza che trapelassero i contenuti del colloquio. Poi ha convocato varie volte Francesco Zambon, che però non si è potuto presentare. Motivo? L'Oms si è opposta invocando l'immunità diplomatica per i suoi ricercatori. L'ultima volta è accaduto il 10 dicembre. Zambon voleva parlare con gli investigatori ma non ha potuto farlo per volontà superiore.
In compenso il ricercatore ha parlato con il Guardian fornendo qualche informazione rilevante. «Zambon afferma che Guerra lo ha minacciato di licenziamento a meno che non avesse modificato la parte del testo che si riferiva al piano obsoleto», scrive il giornale inglese. «Ha affermato che, nonostante abbia informato gli alti funzionari dell'Oms delle minacce e dei rischi posti alla trasparenza e alla neutralità dell'organizzazione, non è stata condotta alcuna inchiesta interna». Fin qui potrebbe sembrare una faccenda tutta ambientata nel ventre dell'Oms. In realtà il governo italiano gioca una parte notevole in tutta la commedia.
Tanto per cominciare, nota il Guardian, esistono «email inviate a maggio a Zambon da Guerra e Hans Kluge, il direttore per l'Europa dell'Oms le quali sembrano rivelare un patto fatto con il ministero della Salute italiano per mantenere il rapporto segreto». Niente male. Ma c'è di più. Il ministro Speranza, a quanto sembra, era a conoscenza dei contenuti del rapporto poi censurato.
Zambon, infatti, «afferma che un mese prima della pubblicazione aveva inviato una bozza dei risultati a Guerra, che l'ha condivisa con il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza». Eccoci al punto: il ministero avrebbe letto il rapporto che lo metteva in cattiva luce e avrebbe stretto un patto con Ranieri Guerra e i vertici della sezione europea dell'Oms per farlo sparire, facendosi forza pure dei finanziamenti elargiti all'organizzazione sovranazionale.
Questa splendida storia è già emersa con prepotenza nelle scorse settimane grazie ad alcuni media italiani. E adesso anche uno dei più importanti quotidiani del mondo ha sparato a palle incatenate. Eppure, pensate un po', il nostro ministro della Salute ancora non ha fornito mezza spiegazione decente dell'accaduto. Anzi ha fatto di peggio. Venerdì sera si è presentato a Porta a porta con fare smargiasso e - il sorrisetto stampato sulle labbra - ha evitato accuratamente di rispondere nei dettagli alle domande di Bruno Vespa, che pure ha insistito parecchio sul tema. Speranza ha sostenuto una strampalata tesi: a suo dire, il piano pandemico di cui l'Italia era priva non riguardava affatto la questione Covid. Peccato che fior di esperti lo smentiscano. Tra questi c'è anche Stefano Merler, che è stato chiamato dal governo a realizzare le prime proiezioni sui dati provenienti dalla Cina (dunque parliamo di uno studioso la cui autorità è riconosciuta dallo stesso esecutivo). Un piano pandemico aggiornato ci avrebbe aiutato ad affrontare la pandemia, e non si può fingere che si trattasse di una difesa utile al massimo contro l'influenza. Il ministro non può cavarsela così: deve fare chiarezza. Sapeva che il nostro piano pandemico non era aggiornato? Se sì, perché non ha agito?
Speranza dovrebbe poi esprimersi riguardo la censura del report preparato da Zambon. Ma da Vespa ha tentato di liquidare con sufficienza anche tale questione: ha detto di aver letto il documento «che si trova su tanti siti» e di non averlo trovato particolarmente duro nei confronti dell'Italia. In breve, ha fatto credere che la vicenda sia irrilevante, tutta interna all'Oms, istituzione a chi per altro ha ribadito la fiducia. Di nuovo, le cose stanno diversamente. Se davvero un funzionario dell'Oms ha fatto oscurare un report critico per proteggere il governo, si tratta di un atto gravissimo.
È ora che Speranza parli. Può pure scrivere un nuovo libro per spiegare che cosa sia successo, se vuole. Basta poi che non lo ritiri prima che giunga in libreria come ha fatto l'ultima volta.
L’Italia impreparata alla pandemia si elogiava da sola
Per anni, l'Italia ha «dimenticato» di monitorare i propri progressi in campo sanitario. Quando l'ha fatto, però, si è sempre data voti altissimi. Superiori alla media europea. Poi è arrivata la pandemia. E l'unica classifica in cui abbiamo tristemente primeggiato, è stata quella della mortalità per Covid: secondo la Johns Hopkins University, siamo i terzi al mondo (a pari merito con il Regno Unito). Se calcoliamo i decessi ogni 100.000 persone, invece, siamo soli al comando del macabro ranking.
L'ennesima prova dell'impreparazione del nostro Paese arriva dall'analisi delle autovalutazioni sulle «capacità» sviluppate dal sistema sanitario negli ultimi nove anni. La necessità di tenere d'occhio questi indicatori era emersa nel 2005, quando l'Assemblea mondiale della sanità, l'organo legislativo dell'Oms, approvò il nuovo Regolamento sanitario internazionale, aggiornato in seguito allo scoppio dell'epidemia di Sars, nel 2003. Il Regolamento, entrato in vigore due anni dopo, prevedeva che i Paesi sottoscrittori sviluppassero una serie di «capacità» per far fronte a scenari di crisi: dagli attacchi chimici alle pandemie. Ogni anno, gli Stati avrebbero trasmesso all'agenzia Onu i risultati della propria valutazione sui miglioramenti apportati al sistema sanitario, in relazione a 13 parametri di riferimento (leggermente rivisti nel 2018).
Ebbene, cosa ha combinato l'Italia? Ha condotto l'autovalutazione negli anni 2010 e 2011, assegnandosi ottimi risultati. Il primo anno, la media del progresso nelle «capacità» indicate dal Rsi era pari al 75%, salito di due punti l'anno successivo. Per farvi capire: la media globale era del 58% (2010) e del 63% (2011), quella europea del 68% (2010) e del 72% (2011). Poi, il black out: dal 2012 al 2015, il governo italiano, ovvero il ministero della Sanità, non hanno più comunicato alcun dato all'Oms. Hanno ripreso nel 2016, quando la media era schizzata al 90%, 11 punti in più rispetto a quella europea. C'è di nuovo un buco nel 2017; dopodiché, nel 2018, il voto si abbassa: 85%, che risale all'86% nel 2019. Ora, vi pare che la valutazione coincida con la realtà? I quasi 63.400 morti che piangiamo oggi sono degni di una nazione con «capacità» che sfiorano i 90 punti su 100? Non si direbbe. Per capirci: la Germania, che conta poco più di 21.000 decessi, nel 2019 si dava solo due punti percentuali in più di noi. In sostanza, ogni punto significa oltre 20.000 vittime in meno...
Ma vediamo qualche esempio. Alla voce «laboratori», nell'ultimo biennio, noi ci siamo concessi addirittura il 100%. Sapete, però, quante strutture, utili a processare i tamponi, avevamo a inizio pandemia? 31: lo dice il piano segreto, redatto il 19 febbraio 2020 e pubblicato dal Corriere qualche giorno fa, per il quale il dicastero della Sanità, il 22 dicembre, finirà al Tar del Lazio.
E la «sorveglianza»? 90% nel 2018 e nel 2019. Eppure, a febbraio, i protocolli sui tamponi erano basati sulle indicazioni fuorvianti dell'Oms, che imponevano il test solo nel caso in cui il soggetto in esame avesse avuto contatti con la Cina. L'infermiera di Codogno, non a caso, ammise di aver scoperto il paziente 1 violando le disposizioni governative.
Alla voce «risorse umane», nel 2019, abbiamo dato l'80%: eppure, c'è una drammatica penuria di medici e infermieri, tanto che abbiamo dovuto invocare l'aiuto dei neolaureati e dei camici bianchi in pensione. Anche la voce «comunicazione del rischio», nel 2019, esibiva un bell'80%, con una crescita di ben 20 punti rispetto all'anno precedente. Che ne dite? Vi è piaciuto come è stato comunicato il rischio dalle istituzioni? Ve lo ricordate lo spot del ministero con Michele Mirabella, che ci rassicurava: «Il contagio non è affatto facile»?
Ancora: su «legislazione e finanziamento», nel 2018 e nel 2019, ci siamo attribuiti un 87%. E allora, se siamo messi così bene con i flussi di risorse economiche, perché discutiamo dei 36 miliardi del Mes?
Da una rapida carrellata, insomma, affiorano due evidenze. Primo: a lungo, l'Italia se n'è infischiata di vigilare sull'attuazione dei requisiti del Regolamento sanitario internazionale. Per di più, il disinteresse s'è manifestato proprio nel periodo cruciale per l'adeguamento del nostro piano pandemico. Che, infatti, non è stato più aggiornato dal 2006, nonostante dovesse essere approntato entro il 2013, come da direttive dell'Oms e decisioni dell'Ue: nel 2017, il ministero, con l'allora capo della Prevenzione, Ranieri Guerra, si è limitato a fare un copia incolla del vecchio documento.
Secondo: siamo stati troppo generosi nel giudicare i nostri risultati. Un Paese con una media così alta di «capacità» per fronteggiare gli scenari di crisi, non precipita nel caos, nonostante la pandemia. Anche perché il Covid non è l'apocalisse zombi.
C'è anche un terzo elemento da considerare. È singolare, in effetti, che la sorveglianza sui progressi sia affidata alle autovalutazioni dei singoli Paesi. Nei quali si può, sì, recare un osservatore indipendente dell'Oms, ma solamente se a farne richiesta è la nazione stessa. Si tratta di un meccanismo che ha prodotto paradossi ben più eclatanti del caso italiano. Indovinate, a tal proposito, quanto si sono dati i cinesi in materia di prevenzione della zoonosi, cioè del passaggio degli agenti infettivi dagli animali all'uomo? Dal 2013 al 2019, ininterrottamente, il 100%. Non erano ancora spuntati i pipistrelli di Wuhan...
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Il «Guardian» scrive che dicastero e Oms hanno «cospirato» per rimuovere quel documento imbarazzante Eppure, l'esponente di Leu, da Vespa, mente sul piano pandemico mai adeguato: «Non serviva per il Covid»Per anni il ministero ha omesso di vigilare sui progressi sanitari. Quando l'ha fatto, si è dato voti altissimi (smentiti dall'evidenza)Lo speciale contiene due articoli La parola utilizzata dal quotidiano britannico Guardian (non esattamente un pericoloso foglio sovranista) è «conspiring», che tradotta con benevolenza potrebbe anche indicare la stipula di un accordo segreto. Ma letteralmente potremmo anche renderla con «cospirare». Ieri l'articolo più letto sul sito del giornale inglese diceva proprio così: «L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata accusata di aver cospirato con il ministero della Salute italiano per rimuovere un rapporto che rivelava la cattiva gestione del Paese all'inizio della pandemia di coronavirus e la cui pubblicazione aveva lo scopo di prevenire morti future». Lapidario. Per chi avesse voglia di smanettare un po' sulla Rete, ci sono anche le versioni spagnole, tedesche e olandesi dell'articolo, ripreso da testate di tutta Europa. Una bella figura a livello internazionale... Il Guardian ha rimesso il naso nella scabrosa materia già indagata nelle scorse settimane da Report e pure dal nostro giornale, ovvero la storia della relazione redatta dal ricercatore dell'Oms Francesco Zambon e da altri dieci studiosi. Come noto, Zambon ha denunciato a mezzo stampa di aver subito pesanti pressioni da Ranieri Guerra, vicedirettore generale della stessa Oms per le iniziative strategiche, nonché ex direttore generale per la Prevenzione presso il ministero della Salute tra il 2014 e il 2017. Guerra avrebbe brigato per proteggere l'esecutivo giallorosso (con cui collabora da qualche tempo, distaccato a Roma) da un documento potenzialmente molto imbarazzante, ma anche per tutelare sé stesso. Il fatto è che dal rapporto di Zambon emergeva una verità confermata anche da altri esperti: l'Italia, al momento dell'esplosione del Covid, non aveva un piano pandemico aggiornato. Ne aveva uno vecchio, risalente al 2006, che i responsabili del ministero si sarebbero limitati a copiare e incollare senza alcuna modifica dieci anni dopo. Si capisce dunque perché Guerra volesse silenziare la ricerca: quando lavorava al ministero avrebbe dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico, ma così non è stato. Secondo un ricercatore autorevole come Pier Paolo Lunelli, se avessimo avuto un piano pandemico aggiornato ci saremmo risparmiati almeno 10.000 morti, tanto per dare un'idea della gravità del problema. «Il piano obsoleto», scrive il Guardian, «è un elemento cruciale nelle indagini preliminari svolte dalla Procura di Bergamo [...] per possibile negligenza da parte delle autorità». Proprio la Procura di Bergamo ha convocato prima Ranieri Guerra, che è stato in effetti sentito, senza che trapelassero i contenuti del colloquio. Poi ha convocato varie volte Francesco Zambon, che però non si è potuto presentare. Motivo? L'Oms si è opposta invocando l'immunità diplomatica per i suoi ricercatori. L'ultima volta è accaduto il 10 dicembre. Zambon voleva parlare con gli investigatori ma non ha potuto farlo per volontà superiore. In compenso il ricercatore ha parlato con il Guardian fornendo qualche informazione rilevante. «Zambon afferma che Guerra lo ha minacciato di licenziamento a meno che non avesse modificato la parte del testo che si riferiva al piano obsoleto», scrive il giornale inglese. «Ha affermato che, nonostante abbia informato gli alti funzionari dell'Oms delle minacce e dei rischi posti alla trasparenza e alla neutralità dell'organizzazione, non è stata condotta alcuna inchiesta interna». Fin qui potrebbe sembrare una faccenda tutta ambientata nel ventre dell'Oms. In realtà il governo italiano gioca una parte notevole in tutta la commedia. Tanto per cominciare, nota il Guardian, esistono «email inviate a maggio a Zambon da Guerra e Hans Kluge, il direttore per l'Europa dell'Oms le quali sembrano rivelare un patto fatto con il ministero della Salute italiano per mantenere il rapporto segreto». Niente male. Ma c'è di più. Il ministro Speranza, a quanto sembra, era a conoscenza dei contenuti del rapporto poi censurato. Zambon, infatti, «afferma che un mese prima della pubblicazione aveva inviato una bozza dei risultati a Guerra, che l'ha condivisa con il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza». Eccoci al punto: il ministero avrebbe letto il rapporto che lo metteva in cattiva luce e avrebbe stretto un patto con Ranieri Guerra e i vertici della sezione europea dell'Oms per farlo sparire, facendosi forza pure dei finanziamenti elargiti all'organizzazione sovranazionale. Questa splendida storia è già emersa con prepotenza nelle scorse settimane grazie ad alcuni media italiani. E adesso anche uno dei più importanti quotidiani del mondo ha sparato a palle incatenate. Eppure, pensate un po', il nostro ministro della Salute ancora non ha fornito mezza spiegazione decente dell'accaduto. Anzi ha fatto di peggio. Venerdì sera si è presentato a Porta a porta con fare smargiasso e - il sorrisetto stampato sulle labbra - ha evitato accuratamente di rispondere nei dettagli alle domande di Bruno Vespa, che pure ha insistito parecchio sul tema. Speranza ha sostenuto una strampalata tesi: a suo dire, il piano pandemico di cui l'Italia era priva non riguardava affatto la questione Covid. Peccato che fior di esperti lo smentiscano. Tra questi c'è anche Stefano Merler, che è stato chiamato dal governo a realizzare le prime proiezioni sui dati provenienti dalla Cina (dunque parliamo di uno studioso la cui autorità è riconosciuta dallo stesso esecutivo). Un piano pandemico aggiornato ci avrebbe aiutato ad affrontare la pandemia, e non si può fingere che si trattasse di una difesa utile al massimo contro l'influenza. Il ministro non può cavarsela così: deve fare chiarezza. Sapeva che il nostro piano pandemico non era aggiornato? Se sì, perché non ha agito? Speranza dovrebbe poi esprimersi riguardo la censura del report preparato da Zambon. Ma da Vespa ha tentato di liquidare con sufficienza anche tale questione: ha detto di aver letto il documento «che si trova su tanti siti» e di non averlo trovato particolarmente duro nei confronti dell'Italia. In breve, ha fatto credere che la vicenda sia irrilevante, tutta interna all'Oms, istituzione a chi per altro ha ribadito la fiducia. Di nuovo, le cose stanno diversamente. Se davvero un funzionario dell'Oms ha fatto oscurare un report critico per proteggere il governo, si tratta di un atto gravissimo. È ora che Speranza parli. Può pure scrivere un nuovo libro per spiegare che cosa sia successo, se vuole. Basta poi che non lo ritiri prima che giunga in libreria come ha fatto l'ultima volta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allestero-si-parla-del-report-sparito-speranza-spara-supercazzole-in-tv-2649454267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-impreparata-alla-pandemia-si-elogiava-da-sola" data-post-id="2649454267" data-published-at="1607716151" data-use-pagination="False"> L’Italia impreparata alla pandemia si elogiava da sola Per anni, l'Italia ha «dimenticato» di monitorare i propri progressi in campo sanitario. Quando l'ha fatto, però, si è sempre data voti altissimi. Superiori alla media europea. Poi è arrivata la pandemia. E l'unica classifica in cui abbiamo tristemente primeggiato, è stata quella della mortalità per Covid: secondo la Johns Hopkins University, siamo i terzi al mondo (a pari merito con il Regno Unito). Se calcoliamo i decessi ogni 100.000 persone, invece, siamo soli al comando del macabro ranking. L'ennesima prova dell'impreparazione del nostro Paese arriva dall'analisi delle autovalutazioni sulle «capacità» sviluppate dal sistema sanitario negli ultimi nove anni. La necessità di tenere d'occhio questi indicatori era emersa nel 2005, quando l'Assemblea mondiale della sanità, l'organo legislativo dell'Oms, approvò il nuovo Regolamento sanitario internazionale, aggiornato in seguito allo scoppio dell'epidemia di Sars, nel 2003. Il Regolamento, entrato in vigore due anni dopo, prevedeva che i Paesi sottoscrittori sviluppassero una serie di «capacità» per far fronte a scenari di crisi: dagli attacchi chimici alle pandemie. Ogni anno, gli Stati avrebbero trasmesso all'agenzia Onu i risultati della propria valutazione sui miglioramenti apportati al sistema sanitario, in relazione a 13 parametri di riferimento (leggermente rivisti nel 2018). Ebbene, cosa ha combinato l'Italia? Ha condotto l'autovalutazione negli anni 2010 e 2011, assegnandosi ottimi risultati. Il primo anno, la media del progresso nelle «capacità» indicate dal Rsi era pari al 75%, salito di due punti l'anno successivo. Per farvi capire: la media globale era del 58% (2010) e del 63% (2011), quella europea del 68% (2010) e del 72% (2011). Poi, il black out: dal 2012 al 2015, il governo italiano, ovvero il ministero della Sanità, non hanno più comunicato alcun dato all'Oms. Hanno ripreso nel 2016, quando la media era schizzata al 90%, 11 punti in più rispetto a quella europea. C'è di nuovo un buco nel 2017; dopodiché, nel 2018, il voto si abbassa: 85%, che risale all'86% nel 2019. Ora, vi pare che la valutazione coincida con la realtà? I quasi 63.400 morti che piangiamo oggi sono degni di una nazione con «capacità» che sfiorano i 90 punti su 100? Non si direbbe. Per capirci: la Germania, che conta poco più di 21.000 decessi, nel 2019 si dava solo due punti percentuali in più di noi. In sostanza, ogni punto significa oltre 20.000 vittime in meno... Ma vediamo qualche esempio. Alla voce «laboratori», nell'ultimo biennio, noi ci siamo concessi addirittura il 100%. Sapete, però, quante strutture, utili a processare i tamponi, avevamo a inizio pandemia? 31: lo dice il piano segreto, redatto il 19 febbraio 2020 e pubblicato dal Corriere qualche giorno fa, per il quale il dicastero della Sanità, il 22 dicembre, finirà al Tar del Lazio. E la «sorveglianza»? 90% nel 2018 e nel 2019. Eppure, a febbraio, i protocolli sui tamponi erano basati sulle indicazioni fuorvianti dell'Oms, che imponevano il test solo nel caso in cui il soggetto in esame avesse avuto contatti con la Cina. L'infermiera di Codogno, non a caso, ammise di aver scoperto il paziente 1 violando le disposizioni governative. Alla voce «risorse umane», nel 2019, abbiamo dato l'80%: eppure, c'è una drammatica penuria di medici e infermieri, tanto che abbiamo dovuto invocare l'aiuto dei neolaureati e dei camici bianchi in pensione. Anche la voce «comunicazione del rischio», nel 2019, esibiva un bell'80%, con una crescita di ben 20 punti rispetto all'anno precedente. Che ne dite? Vi è piaciuto come è stato comunicato il rischio dalle istituzioni? Ve lo ricordate lo spot del ministero con Michele Mirabella, che ci rassicurava: «Il contagio non è affatto facile»? Ancora: su «legislazione e finanziamento», nel 2018 e nel 2019, ci siamo attribuiti un 87%. E allora, se siamo messi così bene con i flussi di risorse economiche, perché discutiamo dei 36 miliardi del Mes? Da una rapida carrellata, insomma, affiorano due evidenze. Primo: a lungo, l'Italia se n'è infischiata di vigilare sull'attuazione dei requisiti del Regolamento sanitario internazionale. Per di più, il disinteresse s'è manifestato proprio nel periodo cruciale per l'adeguamento del nostro piano pandemico. Che, infatti, non è stato più aggiornato dal 2006, nonostante dovesse essere approntato entro il 2013, come da direttive dell'Oms e decisioni dell'Ue: nel 2017, il ministero, con l'allora capo della Prevenzione, Ranieri Guerra, si è limitato a fare un copia incolla del vecchio documento. Secondo: siamo stati troppo generosi nel giudicare i nostri risultati. Un Paese con una media così alta di «capacità» per fronteggiare gli scenari di crisi, non precipita nel caos, nonostante la pandemia. Anche perché il Covid non è l'apocalisse zombi. C'è anche un terzo elemento da considerare. È singolare, in effetti, che la sorveglianza sui progressi sia affidata alle autovalutazioni dei singoli Paesi. Nei quali si può, sì, recare un osservatore indipendente dell'Oms, ma solamente se a farne richiesta è la nazione stessa. Si tratta di un meccanismo che ha prodotto paradossi ben più eclatanti del caso italiano. Indovinate, a tal proposito, quanto si sono dati i cinesi in materia di prevenzione della zoonosi, cioè del passaggio degli agenti infettivi dagli animali all'uomo? Dal 2013 al 2019, ininterrottamente, il 100%. Non erano ancora spuntati i pipistrelli di Wuhan...
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Medici che avrebbero emesso falsi certificati contro il rimpatrio degli stranieri irregolari. Le indagini in corso a Ravenna vogliono accertare una prassi nota, sebbene sottovalutata dalle autorità giudiziarie e dagli Ordini professionali. La Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), da anni esorta i medici a dare un parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), prima dell’espulsione. Il primo marzo del 2024, assieme alla Rete Mai più lager -No ai Cpr (che ha il sostegno dell’Anci) e all’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (con progetti finanziati da Soros), lanciarono un appello chiedendo «a tutto il personale sanitario una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr».
Non si limitavano a parlare di «pessime condizioni igienico-sanitarie di questi centri», di non attenzione ai problemi di salute mentale dei migranti e di abuso di psicofarmaci, ma invitavano proprio a commettere falso ideologico, l’ipotesi di reato (con l’aggravante del continuato in concorso in atti pubblici) formulata per l’indagine sui medici dell’Ospedale di Ravenna. Proponevano, infatti, «diversi elementi di riflessione e azione di sanità pubblica, medico-legali e di deontologia medica per poter aiutare i medici coinvolti a dichiarare l’inidoneità alla vita in luoghi pericolosi per la salute e patogeni quali i Cpr, di fatto, sono». Allegata all’appello c’era anche una bozza di modello da utilizzare per negare l’idoneità. Tra i vari punti, il camice bianco doveva dichiarare che rifiutava il trattenimento di uno straniero nei centri per «indisponibilità di una documentata anamnesi e del ridottissimo tempo concesso per l’effettuazione di un approfondimento clinico meritevole invece di ben altri tempi, competenze e mezzi diagnostici anche multidisciplinari». Ricordate il tempo «zero» utilizzato negli hub vaccinali per far firmare il consenso informato e inocularti la dose imposta? Guai a chi sollevava dubbi sulla pericolosità di una procedura, che ignorava le effettive condizioni di salute di chi era costretto a porgere il braccio.
Nel giugno del 2024, La Nuova Ferrara dedicava un articolo ai primi casi di non idoneità a entrare nei Centri di permanenza per i rimpatri, dichiarati da medici dell’ospedale Sant’Anna di Cona che accertavano le condizioni sanitarie di stranieri. Nicola Cocco, medico della Rete «Mai più lager - No ai Cpr», affermava: «Ma cosa accade se rilascio l’idoneità e dopo pochi giorni la persona, per esempio, ha crisi epilettiche o va in ipoglicemia o accusa una depressione forte che lo porta a tentativi di suicidio […] Quel medico che ha rilasciato l’idoneità, siamo sicuri che non sia responsabile dal punto di vista penale?».
Cocco parlava di «forti criticità deontologiche», nell’avere solo dieci minuti di tempo per rilasciare il nullaosta a entrare in un Cpr. In epoca Covid, c’era forse più tempo e attenzione prima di vaccinare la popolazione? Qualcuno negli hub si ribellava alla pratica o aveva scrupoli di coscienza? Lo stesso Cocco, dopo le perquisizioni all’ospedale e nelle abitazioni di sei medici, venerdì ha lanciato su Change.org un appello dal titolo «La cura non è un reato. In difesa dell’autonomia medica e del diritto alla salute».
Dichiara che «il medico ha il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute». Bella ipocrisia, chiedere la mobilitazione a sostegno di chi avrebbe dichiarato il falso sulle condizioni fisiche o mentali dei migranti, mentre si è invocata a gran voce la radiazione dei medici che rilasciavano certificati di non idoneità al vaccino Covid, o che curavano non con «Tachipirina e vigile attesa».
Nel giugno 2025, il Comitato centrale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) accoglieva l’appello della Simm «a una presa di posizione affinché si proceda nell’immediato alla chiusura dei Cpr» e perché nessun professionista della salute «possa fornire prestazioni» in quei centri «tramite la sottoscrizione di valutazioni di idoneità alla reclusione nei Cpr», richieste dalle autorità di polizia.
Lo scorso mese, la Simm è tornata alla carica chiedendo una mobilitazione «contro violazioni sistematiche dei diritti e logiche da “istituzioni totali”», quali sarebbero i centri. Il suo presidente, Marco Mazzetti, pediatra e psichiatra, sostiene che i migranti «partono sani e sani arrivano da noi; questo è vero sia per quanto riguarda la salute fisica sia per quella mentale. Si ammalano poi nel nostro Paese a causa delle condizioni di vita che trovano». A tenere alta l’attenzione è anche l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che ha progetti finanziati dalla Open Society Foundation del magnate americano di origine ungherese George Soros, la cui lobby ha l’obiettivo dichiarato di influenzare le politiche dei governi verso una «società aperta». Per il prossimo 23 febbraio l’Asgi organizza «un’arena pubblica» di confronto sul tema «Il confinamento globale dei migranti come anticamera del totalitarismo».
Avvocati e studiosi di migrazioni anticipano alcuni dei temi: «I cittadini stranieri sono tra i gruppi sociali maggiormente colpiti da una proliferazione normativa finalizzata a creare uno status giuridico differenziato, che conduce milioni di persone in una condizione di vulnerabilità». Non ce ne eravamo accorti, soprattutto considerando l’occhio di riguardo che i giudici hanno verso i migranti che delinquono.
Paragoni col Covid? Ora tutti muti
«Si tratta di un reato, che va denunciato all’autorità giudiziaria. In parallelo, l’Ordine valuterà i connessi aspetti disciplinari» ha dichiarato Filippo Anelli Presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri). Ma attenzione: non lo ha detto a commento dei sei medici dell’ospedale di Ravenna indagati con l’accusa di aver fornito certificati falsi a migranti illegali per salvarli dal trasferimento nei Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri); quella frase Anelli l’aveva pronunciata nel 2021, riguardo a quei medici che avevano attestato finte vaccinazioni contro il Covid-19. «L’invito è di concludere al più presto l’iter per la sospensione e la comunicazione dei nominativi agli Ordini per gli opportuni adempimenti»: aveva ordinato anche le liste di proscrizione, il presidente della Fnomceo, mentre scoppiava il putiferio sul paragone fatto dai No green pass con gli ebrei ghettizzati durante il nazismo. Allora i lager e le discriminazioni non si potevano nominare, oggi chi strepita contro le «misure intimidatorie» usate con i medici indagati è un movimento che si chiama «Mai più lager - No ai Cpr», ma tant’è.
E per chi ha graziato i delinquenti, nessuna condanna, anzi: due pesi e due misure, neanche di fronte ai numerosi esempi di migranti illegali «salvati» dai camici bianchi per poi tornare in strada a delinquere, come quel senegalese irregolare di 25 anni, fermato dopo aver molestato sette donne e poi sottratto al rimpatrio grazie a un certificato medico falso che lo ha attestato «inidoneo» al Cpr. Come lui, tanti altri irregolari, su cui sta indagando la Procura di Ravenna.
E se il leader della Lega Matteo Salvini invoca per questi medici «licenziamento, radiazione e arresto», Anelli replica ribaltando i principi del codice deontologico: «Doveri del medico sono (…) il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza (…) senza discriminazione alcuna», trascurando il dettaglio che i clandestini graziati erano in buona salute psico-fisica e non abbattuti da «dolore e sofferenza» fisica. Si attacca poi, Anelli, all’«indipendenza, autonomia e responsabilità» dei medici, invocando la «libertà di mettere in pratica il proprio dovere»: quello di rimettere in circolazione, di fatto, persone che commettono reati. Non contento, il presidente Fnomceo esprime solidarietà per il «trauma della perquisizione alle prime luci dell’alba»: «Hanno visto interrompere la loro attività lavorativa, la loro vita familiare (…) ad essere messa in discussione è la loro professionalità». Quella negata, negli anni della pandemia, ai medici che avevano certificato vaccinazioni non avvenute: migliaia di camici bianchi sospesi dall’ordine (e poi dallo stipendio) su decisione del presidente della FnomCeo, che oggi sembra chiudere un occhio, anzi tutti e due, riguardo i colleghi accusati di aver rimesso delinquenti in libertà.
Anche l’ex sindaco di Ravenna e attuale governatore della regione Emilia Romagna Michele De Pascale soffia sul fuoco: «Il problema è che la normativa scarica sui medici delle Ausl italiane una responsabilità enorme, quella di stabilire o meno l’idoneità all’invio al Cpr per malattie infettive o psichiatriche. La politica non si assume le proprie responsabilità» denuncia De Pascale, insieme con Anelli che lamenta che «utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore». Assolverli quando si arrogano il diritto di esercitarlo, quel controllo, mettendo in pericolo i cittadini, invece sembra non essere «un errore».
A chiudere il cerchio del folle sistema dove chi delinque resta libero e spesso uccide, mentre medici accecati dall’ideologia rimettono in libertà persone che hanno commesso reati, arrivano anche le dichiarazioni della Cgil. Si tratta della stessa Cgil che, durante gli anni del covid, premeva per l’obbligo vaccinale dei medici, chiedendo pesanti sanzioni a chi non rispettava la legge, e oggi è solidale con i medici indagati: per questo motivo il sindacato aderisce al flash mob di solidarietà in programma domani a Ravenna. Si finge stupore.
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L’EPA cancella le norme del 2009 sulle emissioni delle auto. Francia, sempre più nucleare e meno rinnovabili. Alluminio, scende il prezzo. Gli USA a caccia di materiali critici.
Il Cpr di Gjader in Albania (Ansa)
Da questa vicenda nasce una sentenza che per la prima volta condanna lo Stato italiano a risarcire un migrante trasferito nei centri albanesi. Il risarcimento arriva grazie a una decisione firmata da un giudice del tribunale di Roma e dopo che la vicenda era uscita dai confini dell’aula di giustizia, attraverso l’intervento dell’europarlamentare Cecilia Strada, contattata dalla compagna dell’algerino rimasta per giorni senza notizie. Settecento euro sono una cifra modesta, ma sufficiente a sollevare una questione che, guardata da vicino, appare paradossale: il risarcimento viene riconosciuto in un contesto in cui, per anni, la corte di Cassazione aveva fissato criteri molto più rigorosi, arrivando spesso a negare i danni anche in situazioni oggettivamente più dure. Anche per questo motivo, il Viminale, dopo aver letto le motivazioni, potrebbe impugnare la sentenza davanti alla Corte d’Appello di Roma.
La decisione è del 10 febbraio 2026. Il giudice Corrado Bile, del tribunale di Roma, accoglie il ricorso e, «per l’effetto, condanna il ministero dell’Interno al pagamento di euro 700 a titolo di risarcimento del danno». Nelle motivazioni, il tribunale parla apertamente di «condotta colposa» dell’amministrazione e di «mancata osservanza delle regole di buona amministrazione», da cui sarebbe derivata «l’incisione dannosa della sfera privata dei diritti della persona». Il punto centrale, secondo il giudice, è che il trasferimento è avvenuto «in assenza di un provvedimento scritto e motivato», incidendo direttamente su diritti fondamentali del ricorrente.
Pur senza incarichi formali, Bile, magistrato della sezione civile del tribunale di Roma, viene spesso accostato all’area di Magistratura democratica, anche per contributi pubblicati su Questione Giustizia, la rivista storicamente legata a quella corrente. Nel 2024 ha firmato la sentenza sul caso «Asso 29», condannando lo Stato per il respingimento verso la Libia di migranti soccorsi in mare e affermando che lo Stato africano non può essere considerata un luogo sicuro. Più di recente ha annullato la maxi sanzione da 150.000 euro inflitta dal Garante della privacy al giornalista Sigfrido Ranucci di Report, per la diffusione dell’audio tra l’allora ministro Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini nell’affaire Boccia.
Per capire perché la decisione venga letta come un precedente esplosivo basta ricordare che non si tratta di un migrante appena arrivato, ma di un cittadino algerino irregolare da quasi vent’anni. L’avvocato Gennaro Santoro, che segue il caso e altri due analoghi, sostiene infatti che la sentenza possa mettere in discussione l’intero sistema dei trasferimenti nei Cpr. Il tribunale di Roma ha ritenuto che l’operazione abbia interferito con il diritto alla vita privata e familiare tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, affermando che la persona deve essere sempre posta in condizione di sapere dove, quando e perché viene trasferita.
Ma è qui che la decisione si espone alla critica più forte, perché si discosta da una linea che la Cassazione aveva tracciato negli ultimi anni. Nel 2016, nel caso del Cie di Ponte Galeria, un migrante aveva chiesto i danni sostenendo di aver vissuto condizioni di trattenimento umilianti e degradanti. La Cassazione gli diede torto: spiegò che la sofferenza legata alla detenzione amministrativa, per quanto dura, non basta da sola a far scattare un risarcimento. Se si vuole ottenere un indennizzo, bisogna dimostrare un danno concreto. Tre anni dopo, nel 2019, un altro caso riguardava il Cpr di Bari, dove erano emersi anche problemi procedurali nella gestione del trattenimento. Anche lì la Cassazione fu chiara: il fatto che un atto presenti irregolarità non significa automaticamente che lo Stato debba pagare. Un errore formale o una gestione discutibile non coincidono automaticamente con un danno risarcibile; serve provare che da quell’errore sia derivato un pregiudizio concreto e ulteriore rispetto alla normale restrizione della libertà.
Nel 2020 la Suprema Corte tornò sul tema con un’altra decisione, relativa ancora a un Cpr, ribadendo lo stesso concetto: la detenzione amministrativa comporta inevitabilmente disagi, limitazioni, sofferenze. Ma questi, se rientrano nella misura prevista dalla legge e convalidata da un giudice, non generano automaticamente un diritto al risarcimento. Ecco perché la condanna del Viminale appare come un cambio di passo che abbassa la soglia richiesta finora per dimostrare il danno.
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