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2020-12-12
All’estero si parla del report sparito. Speranza spara supercazzole in tv
Roberto Speranza (Ansa)
La parola utilizzata dal quotidiano britannico Guardian (non esattamente un pericoloso foglio sovranista) è «conspiring», che tradotta con benevolenza potrebbe anche indicare la stipula di un accordo segreto. Ma letteralmente potremmo anche renderla con «cospirare». Ieri l'articolo più letto sul sito del giornale inglese diceva proprio così: «L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata accusata di aver cospirato con il ministero della Salute italiano per rimuovere un rapporto che rivelava la cattiva gestione del Paese all'inizio della pandemia di coronavirus e la cui pubblicazione aveva lo scopo di prevenire morti future». Lapidario. Per chi avesse voglia di smanettare un po' sulla Rete, ci sono anche le versioni spagnole, tedesche e olandesi dell'articolo, ripreso da testate di tutta Europa. Una bella figura a livello internazionale...
Il Guardian ha rimesso il naso nella scabrosa materia già indagata nelle scorse settimane da Report e pure dal nostro giornale, ovvero la storia della relazione redatta dal ricercatore dell'Oms Francesco Zambon e da altri dieci studiosi. Come noto, Zambon ha denunciato a mezzo stampa di aver subito pesanti pressioni da Ranieri Guerra, vicedirettore generale della stessa Oms per le iniziative strategiche, nonché ex direttore generale per la Prevenzione presso il ministero della Salute tra il 2014 e il 2017.
Guerra avrebbe brigato per proteggere l'esecutivo giallorosso (con cui collabora da qualche tempo, distaccato a Roma) da un documento potenzialmente molto imbarazzante, ma anche per tutelare sé stesso. Il fatto è che dal rapporto di Zambon emergeva una verità confermata anche da altri esperti: l'Italia, al momento dell'esplosione del Covid, non aveva un piano pandemico aggiornato. Ne aveva uno vecchio, risalente al 2006, che i responsabili del ministero si sarebbero limitati a copiare e incollare senza alcuna modifica dieci anni dopo. Si capisce dunque perché Guerra volesse silenziare la ricerca: quando lavorava al ministero avrebbe dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico, ma così non è stato.
Secondo un ricercatore autorevole come Pier Paolo Lunelli, se avessimo avuto un piano pandemico aggiornato ci saremmo risparmiati almeno 10.000 morti, tanto per dare un'idea della gravità del problema. «Il piano obsoleto», scrive il Guardian, «è un elemento cruciale nelle indagini preliminari svolte dalla Procura di Bergamo [...] per possibile negligenza da parte delle autorità». Proprio la Procura di Bergamo ha convocato prima Ranieri Guerra, che è stato in effetti sentito, senza che trapelassero i contenuti del colloquio. Poi ha convocato varie volte Francesco Zambon, che però non si è potuto presentare. Motivo? L'Oms si è opposta invocando l'immunità diplomatica per i suoi ricercatori. L'ultima volta è accaduto il 10 dicembre. Zambon voleva parlare con gli investigatori ma non ha potuto farlo per volontà superiore.
In compenso il ricercatore ha parlato con il Guardian fornendo qualche informazione rilevante. «Zambon afferma che Guerra lo ha minacciato di licenziamento a meno che non avesse modificato la parte del testo che si riferiva al piano obsoleto», scrive il giornale inglese. «Ha affermato che, nonostante abbia informato gli alti funzionari dell'Oms delle minacce e dei rischi posti alla trasparenza e alla neutralità dell'organizzazione, non è stata condotta alcuna inchiesta interna». Fin qui potrebbe sembrare una faccenda tutta ambientata nel ventre dell'Oms. In realtà il governo italiano gioca una parte notevole in tutta la commedia.
Tanto per cominciare, nota il Guardian, esistono «email inviate a maggio a Zambon da Guerra e Hans Kluge, il direttore per l'Europa dell'Oms le quali sembrano rivelare un patto fatto con il ministero della Salute italiano per mantenere il rapporto segreto». Niente male. Ma c'è di più. Il ministro Speranza, a quanto sembra, era a conoscenza dei contenuti del rapporto poi censurato.
Zambon, infatti, «afferma che un mese prima della pubblicazione aveva inviato una bozza dei risultati a Guerra, che l'ha condivisa con il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza». Eccoci al punto: il ministero avrebbe letto il rapporto che lo metteva in cattiva luce e avrebbe stretto un patto con Ranieri Guerra e i vertici della sezione europea dell'Oms per farlo sparire, facendosi forza pure dei finanziamenti elargiti all'organizzazione sovranazionale.
Questa splendida storia è già emersa con prepotenza nelle scorse settimane grazie ad alcuni media italiani. E adesso anche uno dei più importanti quotidiani del mondo ha sparato a palle incatenate. Eppure, pensate un po', il nostro ministro della Salute ancora non ha fornito mezza spiegazione decente dell'accaduto. Anzi ha fatto di peggio. Venerdì sera si è presentato a Porta a porta con fare smargiasso e - il sorrisetto stampato sulle labbra - ha evitato accuratamente di rispondere nei dettagli alle domande di Bruno Vespa, che pure ha insistito parecchio sul tema. Speranza ha sostenuto una strampalata tesi: a suo dire, il piano pandemico di cui l'Italia era priva non riguardava affatto la questione Covid. Peccato che fior di esperti lo smentiscano. Tra questi c'è anche Stefano Merler, che è stato chiamato dal governo a realizzare le prime proiezioni sui dati provenienti dalla Cina (dunque parliamo di uno studioso la cui autorità è riconosciuta dallo stesso esecutivo). Un piano pandemico aggiornato ci avrebbe aiutato ad affrontare la pandemia, e non si può fingere che si trattasse di una difesa utile al massimo contro l'influenza. Il ministro non può cavarsela così: deve fare chiarezza. Sapeva che il nostro piano pandemico non era aggiornato? Se sì, perché non ha agito?
Speranza dovrebbe poi esprimersi riguardo la censura del report preparato da Zambon. Ma da Vespa ha tentato di liquidare con sufficienza anche tale questione: ha detto di aver letto il documento «che si trova su tanti siti» e di non averlo trovato particolarmente duro nei confronti dell'Italia. In breve, ha fatto credere che la vicenda sia irrilevante, tutta interna all'Oms, istituzione a chi per altro ha ribadito la fiducia. Di nuovo, le cose stanno diversamente. Se davvero un funzionario dell'Oms ha fatto oscurare un report critico per proteggere il governo, si tratta di un atto gravissimo.
È ora che Speranza parli. Può pure scrivere un nuovo libro per spiegare che cosa sia successo, se vuole. Basta poi che non lo ritiri prima che giunga in libreria come ha fatto l'ultima volta.
L’Italia impreparata alla pandemia si elogiava da sola
Per anni, l'Italia ha «dimenticato» di monitorare i propri progressi in campo sanitario. Quando l'ha fatto, però, si è sempre data voti altissimi. Superiori alla media europea. Poi è arrivata la pandemia. E l'unica classifica in cui abbiamo tristemente primeggiato, è stata quella della mortalità per Covid: secondo la Johns Hopkins University, siamo i terzi al mondo (a pari merito con il Regno Unito). Se calcoliamo i decessi ogni 100.000 persone, invece, siamo soli al comando del macabro ranking.
L'ennesima prova dell'impreparazione del nostro Paese arriva dall'analisi delle autovalutazioni sulle «capacità» sviluppate dal sistema sanitario negli ultimi nove anni. La necessità di tenere d'occhio questi indicatori era emersa nel 2005, quando l'Assemblea mondiale della sanità, l'organo legislativo dell'Oms, approvò il nuovo Regolamento sanitario internazionale, aggiornato in seguito allo scoppio dell'epidemia di Sars, nel 2003. Il Regolamento, entrato in vigore due anni dopo, prevedeva che i Paesi sottoscrittori sviluppassero una serie di «capacità» per far fronte a scenari di crisi: dagli attacchi chimici alle pandemie. Ogni anno, gli Stati avrebbero trasmesso all'agenzia Onu i risultati della propria valutazione sui miglioramenti apportati al sistema sanitario, in relazione a 13 parametri di riferimento (leggermente rivisti nel 2018).
Ebbene, cosa ha combinato l'Italia? Ha condotto l'autovalutazione negli anni 2010 e 2011, assegnandosi ottimi risultati. Il primo anno, la media del progresso nelle «capacità» indicate dal Rsi era pari al 75%, salito di due punti l'anno successivo. Per farvi capire: la media globale era del 58% (2010) e del 63% (2011), quella europea del 68% (2010) e del 72% (2011). Poi, il black out: dal 2012 al 2015, il governo italiano, ovvero il ministero della Sanità, non hanno più comunicato alcun dato all'Oms. Hanno ripreso nel 2016, quando la media era schizzata al 90%, 11 punti in più rispetto a quella europea. C'è di nuovo un buco nel 2017; dopodiché, nel 2018, il voto si abbassa: 85%, che risale all'86% nel 2019. Ora, vi pare che la valutazione coincida con la realtà? I quasi 63.400 morti che piangiamo oggi sono degni di una nazione con «capacità» che sfiorano i 90 punti su 100? Non si direbbe. Per capirci: la Germania, che conta poco più di 21.000 decessi, nel 2019 si dava solo due punti percentuali in più di noi. In sostanza, ogni punto significa oltre 20.000 vittime in meno...
Ma vediamo qualche esempio. Alla voce «laboratori», nell'ultimo biennio, noi ci siamo concessi addirittura il 100%. Sapete, però, quante strutture, utili a processare i tamponi, avevamo a inizio pandemia? 31: lo dice il piano segreto, redatto il 19 febbraio 2020 e pubblicato dal Corriere qualche giorno fa, per il quale il dicastero della Sanità, il 22 dicembre, finirà al Tar del Lazio.
E la «sorveglianza»? 90% nel 2018 e nel 2019. Eppure, a febbraio, i protocolli sui tamponi erano basati sulle indicazioni fuorvianti dell'Oms, che imponevano il test solo nel caso in cui il soggetto in esame avesse avuto contatti con la Cina. L'infermiera di Codogno, non a caso, ammise di aver scoperto il paziente 1 violando le disposizioni governative.
Alla voce «risorse umane», nel 2019, abbiamo dato l'80%: eppure, c'è una drammatica penuria di medici e infermieri, tanto che abbiamo dovuto invocare l'aiuto dei neolaureati e dei camici bianchi in pensione. Anche la voce «comunicazione del rischio», nel 2019, esibiva un bell'80%, con una crescita di ben 20 punti rispetto all'anno precedente. Che ne dite? Vi è piaciuto come è stato comunicato il rischio dalle istituzioni? Ve lo ricordate lo spot del ministero con Michele Mirabella, che ci rassicurava: «Il contagio non è affatto facile»?
Ancora: su «legislazione e finanziamento», nel 2018 e nel 2019, ci siamo attribuiti un 87%. E allora, se siamo messi così bene con i flussi di risorse economiche, perché discutiamo dei 36 miliardi del Mes?
Da una rapida carrellata, insomma, affiorano due evidenze. Primo: a lungo, l'Italia se n'è infischiata di vigilare sull'attuazione dei requisiti del Regolamento sanitario internazionale. Per di più, il disinteresse s'è manifestato proprio nel periodo cruciale per l'adeguamento del nostro piano pandemico. Che, infatti, non è stato più aggiornato dal 2006, nonostante dovesse essere approntato entro il 2013, come da direttive dell'Oms e decisioni dell'Ue: nel 2017, il ministero, con l'allora capo della Prevenzione, Ranieri Guerra, si è limitato a fare un copia incolla del vecchio documento.
Secondo: siamo stati troppo generosi nel giudicare i nostri risultati. Un Paese con una media così alta di «capacità» per fronteggiare gli scenari di crisi, non precipita nel caos, nonostante la pandemia. Anche perché il Covid non è l'apocalisse zombi.
C'è anche un terzo elemento da considerare. È singolare, in effetti, che la sorveglianza sui progressi sia affidata alle autovalutazioni dei singoli Paesi. Nei quali si può, sì, recare un osservatore indipendente dell'Oms, ma solamente se a farne richiesta è la nazione stessa. Si tratta di un meccanismo che ha prodotto paradossi ben più eclatanti del caso italiano. Indovinate, a tal proposito, quanto si sono dati i cinesi in materia di prevenzione della zoonosi, cioè del passaggio degli agenti infettivi dagli animali all'uomo? Dal 2013 al 2019, ininterrottamente, il 100%. Non erano ancora spuntati i pipistrelli di Wuhan...
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Il «Guardian» scrive che dicastero e Oms hanno «cospirato» per rimuovere quel documento imbarazzante Eppure, l'esponente di Leu, da Vespa, mente sul piano pandemico mai adeguato: «Non serviva per il Covid»Per anni il ministero ha omesso di vigilare sui progressi sanitari. Quando l'ha fatto, si è dato voti altissimi (smentiti dall'evidenza)Lo speciale contiene due articoli La parola utilizzata dal quotidiano britannico Guardian (non esattamente un pericoloso foglio sovranista) è «conspiring», che tradotta con benevolenza potrebbe anche indicare la stipula di un accordo segreto. Ma letteralmente potremmo anche renderla con «cospirare». Ieri l'articolo più letto sul sito del giornale inglese diceva proprio così: «L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata accusata di aver cospirato con il ministero della Salute italiano per rimuovere un rapporto che rivelava la cattiva gestione del Paese all'inizio della pandemia di coronavirus e la cui pubblicazione aveva lo scopo di prevenire morti future». Lapidario. Per chi avesse voglia di smanettare un po' sulla Rete, ci sono anche le versioni spagnole, tedesche e olandesi dell'articolo, ripreso da testate di tutta Europa. Una bella figura a livello internazionale... Il Guardian ha rimesso il naso nella scabrosa materia già indagata nelle scorse settimane da Report e pure dal nostro giornale, ovvero la storia della relazione redatta dal ricercatore dell'Oms Francesco Zambon e da altri dieci studiosi. Come noto, Zambon ha denunciato a mezzo stampa di aver subito pesanti pressioni da Ranieri Guerra, vicedirettore generale della stessa Oms per le iniziative strategiche, nonché ex direttore generale per la Prevenzione presso il ministero della Salute tra il 2014 e il 2017. Guerra avrebbe brigato per proteggere l'esecutivo giallorosso (con cui collabora da qualche tempo, distaccato a Roma) da un documento potenzialmente molto imbarazzante, ma anche per tutelare sé stesso. Il fatto è che dal rapporto di Zambon emergeva una verità confermata anche da altri esperti: l'Italia, al momento dell'esplosione del Covid, non aveva un piano pandemico aggiornato. Ne aveva uno vecchio, risalente al 2006, che i responsabili del ministero si sarebbero limitati a copiare e incollare senza alcuna modifica dieci anni dopo. Si capisce dunque perché Guerra volesse silenziare la ricerca: quando lavorava al ministero avrebbe dovuto occuparsi di aggiornare il piano pandemico, ma così non è stato. Secondo un ricercatore autorevole come Pier Paolo Lunelli, se avessimo avuto un piano pandemico aggiornato ci saremmo risparmiati almeno 10.000 morti, tanto per dare un'idea della gravità del problema. «Il piano obsoleto», scrive il Guardian, «è un elemento cruciale nelle indagini preliminari svolte dalla Procura di Bergamo [...] per possibile negligenza da parte delle autorità». Proprio la Procura di Bergamo ha convocato prima Ranieri Guerra, che è stato in effetti sentito, senza che trapelassero i contenuti del colloquio. Poi ha convocato varie volte Francesco Zambon, che però non si è potuto presentare. Motivo? L'Oms si è opposta invocando l'immunità diplomatica per i suoi ricercatori. L'ultima volta è accaduto il 10 dicembre. Zambon voleva parlare con gli investigatori ma non ha potuto farlo per volontà superiore. In compenso il ricercatore ha parlato con il Guardian fornendo qualche informazione rilevante. «Zambon afferma che Guerra lo ha minacciato di licenziamento a meno che non avesse modificato la parte del testo che si riferiva al piano obsoleto», scrive il giornale inglese. «Ha affermato che, nonostante abbia informato gli alti funzionari dell'Oms delle minacce e dei rischi posti alla trasparenza e alla neutralità dell'organizzazione, non è stata condotta alcuna inchiesta interna». Fin qui potrebbe sembrare una faccenda tutta ambientata nel ventre dell'Oms. In realtà il governo italiano gioca una parte notevole in tutta la commedia. Tanto per cominciare, nota il Guardian, esistono «email inviate a maggio a Zambon da Guerra e Hans Kluge, il direttore per l'Europa dell'Oms le quali sembrano rivelare un patto fatto con il ministero della Salute italiano per mantenere il rapporto segreto». Niente male. Ma c'è di più. Il ministro Speranza, a quanto sembra, era a conoscenza dei contenuti del rapporto poi censurato. Zambon, infatti, «afferma che un mese prima della pubblicazione aveva inviato una bozza dei risultati a Guerra, che l'ha condivisa con il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza». Eccoci al punto: il ministero avrebbe letto il rapporto che lo metteva in cattiva luce e avrebbe stretto un patto con Ranieri Guerra e i vertici della sezione europea dell'Oms per farlo sparire, facendosi forza pure dei finanziamenti elargiti all'organizzazione sovranazionale. Questa splendida storia è già emersa con prepotenza nelle scorse settimane grazie ad alcuni media italiani. E adesso anche uno dei più importanti quotidiani del mondo ha sparato a palle incatenate. Eppure, pensate un po', il nostro ministro della Salute ancora non ha fornito mezza spiegazione decente dell'accaduto. Anzi ha fatto di peggio. Venerdì sera si è presentato a Porta a porta con fare smargiasso e - il sorrisetto stampato sulle labbra - ha evitato accuratamente di rispondere nei dettagli alle domande di Bruno Vespa, che pure ha insistito parecchio sul tema. Speranza ha sostenuto una strampalata tesi: a suo dire, il piano pandemico di cui l'Italia era priva non riguardava affatto la questione Covid. Peccato che fior di esperti lo smentiscano. Tra questi c'è anche Stefano Merler, che è stato chiamato dal governo a realizzare le prime proiezioni sui dati provenienti dalla Cina (dunque parliamo di uno studioso la cui autorità è riconosciuta dallo stesso esecutivo). Un piano pandemico aggiornato ci avrebbe aiutato ad affrontare la pandemia, e non si può fingere che si trattasse di una difesa utile al massimo contro l'influenza. Il ministro non può cavarsela così: deve fare chiarezza. Sapeva che il nostro piano pandemico non era aggiornato? Se sì, perché non ha agito? Speranza dovrebbe poi esprimersi riguardo la censura del report preparato da Zambon. Ma da Vespa ha tentato di liquidare con sufficienza anche tale questione: ha detto di aver letto il documento «che si trova su tanti siti» e di non averlo trovato particolarmente duro nei confronti dell'Italia. In breve, ha fatto credere che la vicenda sia irrilevante, tutta interna all'Oms, istituzione a chi per altro ha ribadito la fiducia. Di nuovo, le cose stanno diversamente. Se davvero un funzionario dell'Oms ha fatto oscurare un report critico per proteggere il governo, si tratta di un atto gravissimo. È ora che Speranza parli. Può pure scrivere un nuovo libro per spiegare che cosa sia successo, se vuole. Basta poi che non lo ritiri prima che giunga in libreria come ha fatto l'ultima volta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allestero-si-parla-del-report-sparito-speranza-spara-supercazzole-in-tv-2649454267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-impreparata-alla-pandemia-si-elogiava-da-sola" data-post-id="2649454267" data-published-at="1607716151" data-use-pagination="False"> L’Italia impreparata alla pandemia si elogiava da sola Per anni, l'Italia ha «dimenticato» di monitorare i propri progressi in campo sanitario. Quando l'ha fatto, però, si è sempre data voti altissimi. Superiori alla media europea. Poi è arrivata la pandemia. E l'unica classifica in cui abbiamo tristemente primeggiato, è stata quella della mortalità per Covid: secondo la Johns Hopkins University, siamo i terzi al mondo (a pari merito con il Regno Unito). Se calcoliamo i decessi ogni 100.000 persone, invece, siamo soli al comando del macabro ranking. L'ennesima prova dell'impreparazione del nostro Paese arriva dall'analisi delle autovalutazioni sulle «capacità» sviluppate dal sistema sanitario negli ultimi nove anni. La necessità di tenere d'occhio questi indicatori era emersa nel 2005, quando l'Assemblea mondiale della sanità, l'organo legislativo dell'Oms, approvò il nuovo Regolamento sanitario internazionale, aggiornato in seguito allo scoppio dell'epidemia di Sars, nel 2003. Il Regolamento, entrato in vigore due anni dopo, prevedeva che i Paesi sottoscrittori sviluppassero una serie di «capacità» per far fronte a scenari di crisi: dagli attacchi chimici alle pandemie. Ogni anno, gli Stati avrebbero trasmesso all'agenzia Onu i risultati della propria valutazione sui miglioramenti apportati al sistema sanitario, in relazione a 13 parametri di riferimento (leggermente rivisti nel 2018). Ebbene, cosa ha combinato l'Italia? Ha condotto l'autovalutazione negli anni 2010 e 2011, assegnandosi ottimi risultati. Il primo anno, la media del progresso nelle «capacità» indicate dal Rsi era pari al 75%, salito di due punti l'anno successivo. Per farvi capire: la media globale era del 58% (2010) e del 63% (2011), quella europea del 68% (2010) e del 72% (2011). Poi, il black out: dal 2012 al 2015, il governo italiano, ovvero il ministero della Sanità, non hanno più comunicato alcun dato all'Oms. Hanno ripreso nel 2016, quando la media era schizzata al 90%, 11 punti in più rispetto a quella europea. C'è di nuovo un buco nel 2017; dopodiché, nel 2018, il voto si abbassa: 85%, che risale all'86% nel 2019. Ora, vi pare che la valutazione coincida con la realtà? I quasi 63.400 morti che piangiamo oggi sono degni di una nazione con «capacità» che sfiorano i 90 punti su 100? Non si direbbe. Per capirci: la Germania, che conta poco più di 21.000 decessi, nel 2019 si dava solo due punti percentuali in più di noi. In sostanza, ogni punto significa oltre 20.000 vittime in meno... Ma vediamo qualche esempio. Alla voce «laboratori», nell'ultimo biennio, noi ci siamo concessi addirittura il 100%. Sapete, però, quante strutture, utili a processare i tamponi, avevamo a inizio pandemia? 31: lo dice il piano segreto, redatto il 19 febbraio 2020 e pubblicato dal Corriere qualche giorno fa, per il quale il dicastero della Sanità, il 22 dicembre, finirà al Tar del Lazio. E la «sorveglianza»? 90% nel 2018 e nel 2019. Eppure, a febbraio, i protocolli sui tamponi erano basati sulle indicazioni fuorvianti dell'Oms, che imponevano il test solo nel caso in cui il soggetto in esame avesse avuto contatti con la Cina. L'infermiera di Codogno, non a caso, ammise di aver scoperto il paziente 1 violando le disposizioni governative. Alla voce «risorse umane», nel 2019, abbiamo dato l'80%: eppure, c'è una drammatica penuria di medici e infermieri, tanto che abbiamo dovuto invocare l'aiuto dei neolaureati e dei camici bianchi in pensione. Anche la voce «comunicazione del rischio», nel 2019, esibiva un bell'80%, con una crescita di ben 20 punti rispetto all'anno precedente. Che ne dite? Vi è piaciuto come è stato comunicato il rischio dalle istituzioni? Ve lo ricordate lo spot del ministero con Michele Mirabella, che ci rassicurava: «Il contagio non è affatto facile»? Ancora: su «legislazione e finanziamento», nel 2018 e nel 2019, ci siamo attribuiti un 87%. E allora, se siamo messi così bene con i flussi di risorse economiche, perché discutiamo dei 36 miliardi del Mes? Da una rapida carrellata, insomma, affiorano due evidenze. Primo: a lungo, l'Italia se n'è infischiata di vigilare sull'attuazione dei requisiti del Regolamento sanitario internazionale. Per di più, il disinteresse s'è manifestato proprio nel periodo cruciale per l'adeguamento del nostro piano pandemico. Che, infatti, non è stato più aggiornato dal 2006, nonostante dovesse essere approntato entro il 2013, come da direttive dell'Oms e decisioni dell'Ue: nel 2017, il ministero, con l'allora capo della Prevenzione, Ranieri Guerra, si è limitato a fare un copia incolla del vecchio documento. Secondo: siamo stati troppo generosi nel giudicare i nostri risultati. Un Paese con una media così alta di «capacità» per fronteggiare gli scenari di crisi, non precipita nel caos, nonostante la pandemia. Anche perché il Covid non è l'apocalisse zombi. C'è anche un terzo elemento da considerare. È singolare, in effetti, che la sorveglianza sui progressi sia affidata alle autovalutazioni dei singoli Paesi. Nei quali si può, sì, recare un osservatore indipendente dell'Oms, ma solamente se a farne richiesta è la nazione stessa. Si tratta di un meccanismo che ha prodotto paradossi ben più eclatanti del caso italiano. Indovinate, a tal proposito, quanto si sono dati i cinesi in materia di prevenzione della zoonosi, cioè del passaggio degli agenti infettivi dagli animali all'uomo? Dal 2013 al 2019, ininterrottamente, il 100%. Non erano ancora spuntati i pipistrelli di Wuhan...
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
www.carlopelanda.com
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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