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2022-03-26
Al Cremlino potrebbe bastare il Donbass
Vladimir Putin (Ansa)
Mentre il conflitto in Ucraina prosegue, la giornata di ieri potrebbe aver rappresentato una svolta nella crisi in corso. Ovviamente bisogna andare con i piedi di piombo e la situazione generale resta precaria. Tuttavia si sono registrati due segnali tutt’altro che insignificanti.
Innanzitutto Mosca ha reso noto di volersi concentrare d’ora in poi sulla «liberazione del Donbass». «Gli obiettivi principali della prima fase dell’operazione sono stati generalmente raggiunti», ha affermato il capo della direzione operativa dello stato maggiore russo, Sergei Rudskoi. «Il potenziale di combattimento delle forze armate dell’Ucraina è stato notevolmente ridotto, il che rende possibile concentrare i nostri sforzi principali sul raggiungimento dell’obiettivo principale: la liberazione del Donbass», ha aggiunto. Ora, questa dichiarazione va collegata a un’altra presa di posizione, assunta sempre ieri da Kiev. «Il nemico è riuscito in parte a creare un corridoio terrestre tra la Repubblica autonoma di Crimea temporaneamente occupata e parte della regione di Donetsk», ha affermato il ministero della Difesa ucraino.
Ricordiamo che la Russia ha invaso e di fatto annesso la Crimea nel 2014 e che, nella crisi attuale, ha utilizzato la penisola come trampolino di lancio per estendersi militarmente nella parte meridionale dell’Ucraina. In questo senso, è chiaro per quale ragione Mosca si stia accanendo da settimane sulla città di Mariupol. Prendere questo centro offrirebbe svariati vantaggi al Cremlino: garantirebbe innanzitutto il controllo della suddetta lingua di terra per collegare la Crimea al Donbass; renderebbe di fatto il Mar d’Azov un lago russo; indebolirebbe l’economia dell’Ucraina; assicurerebbe una postazione per esercitare pressione su Odessa. La domanda da porsi a questo punto è: siamo vicini a una svolta nel conflitto? Va da sé che, vista l’entità delle forze e dei mezzi schierati, la Russia puntava originariamente a obiettivi molto più ambiziosi del solo Donbass: si riteneva, in particolare, che Mosca mirasse a spaccare in due l’Ucraina sulla linea del Dnepr, per instaurare un governo amico nella parte orientale del Paese. Qualcosa tuttavia è andato storto nella strategia russa. Le forze di Mosca non hanno potuto beneficiare pienamente dell’effetto sorpresa, hanno probabilmente sottovalutato la resistenza ucraina e, soprattutto, nei primi giorni dell’invasione, si sono mosse troppo velocemente, non consolidando in modo adeguato le posizioni conquistate e consentendo così alle forze ucraine di inserirsi nelle loro retrovie. Ottenere il corridoio di terra a Sud potrebbe quindi teoricamente permettere al leader russo di porre fine alle operazioni belliche senza perdere la faccia (un’interpretazione, questa, condivisa anche da una fonte diplomatica di Mosca, ascoltata da Reuters).
Ecco che quindi la questione del corridoio meridionale potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle trattative in corso. Non va del resto neppure trascurato che, l’altro ieri, Joe Biden abbia detto di non escludere che l’Ucraina possa valutare eventuali cessioni territoriali, per arrivare a una tregua. Resta semmai da capire se Kiev sia disposta a considerare quell’area un elemento trattabile nel processo negoziale. In tal caso, la Russia potrebbe a sua volta cedere sulla questione della demilitarizzazione e magari accettare uno status di neutralità che non spinga de facto l’Ucraina nell’orbita di Mosca. Si tratta ovviamente solo di supposizioni. Ma i segnali di ieri non dovrebbero essere sottovalutati. Secondo indiscrezioni, sembra inoltre che i soldati russi stiano ricevendo dai loro superiori l’indicazione che la guerra in Ucraina finirà entro il 9 maggio, data in cui la Russia celebra con una parata a Mosca la «giornata della vittoria» nella la seconda guerra mondiale. In questo quadro, non vanno neanche trascurate le parole ottimistiche, pronunciate da Tayyip Erdogan, che finora è stato tra i principali mediatori nella crisi. Pur riconoscendo delle difficoltà nelle trattative sul Donbass, il presidente turco ha detto che incontrerà Putin a breve, che Kiev e Mosca potrebbero trovare un compromesso su quattro delle sei questioni al centro dei negoziati e ha parlato di una «uscita onorevole» dalla guerra. Tutto questo, senza comunque dimenticare che, secondo le delegazioni di Ucraina e Russia, le trattative risulterebbero al momento piuttosto in salita.
Nel frattempo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che chiederà chiarimenti sul presunto coinvolgimento del figlio di Biden, Hunter, nel finanziamento di laboratori ucraini dove - secondo le accuse di Mosca - si produrrebbero delle armi biologiche. «Chiederemo delle spiegazioni a riguardo. E non solo noi. Come sapete la Cina ha già chiesto chiarimenti», ha detto Peskov. In tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca è arrivato in Polonia, dove incontrerà il presidente polacco Andrzej Duda e dove ieri ha parlato davanti alle truppe americane di stanza nel Paese. «La democrazia deve prevalere e l’autocrazia fallire», ha detto Biden. Parole sacrosante. Sarebbe però opportuno che spiegasse perché, mentre decreta embarghi alla Russia, sta allentando la pressione statunitense su Venezuela e Iran: due autocrazie che intrattengono tra l’altro stretti legami proprio con Mosca. E intanto, proprio ieri, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si è recato in visita in India, lasciando intendere l’eventualità di un disgelo tra Pechino e Nuova Delhi: un segnale significativamente preoccupante per l’Occidente (e soprattutto per Washington).
L’ambasciatore querela «La Stampa». Il governo: «Da loro non c’è libertà»
Tornano gli anni di piombo in Piazzale Clodio. Ieri l’ambasciatore russo Sergey Razov ha depositato una denuncia per istigazione a delinquere e apologia di reato contro il quotidiano La Stampa e il suo giornalista Domenico Quirico. Sarebbero «colpevoli», secondo il diplomatico di stanza a Roma, di aver pubblicato un articolo in cui si ragionava sulla possibilità di uscire dalla crisi ucraina con l’uccisione di Vladimir Putin. Eppure nell’articolo contestato non si invitava all’omicidio del presidente russo, ma si faceva un ragionamento più o meno cinico sull’efficacia in generale dei tirannicidi. In realtà, la mossa di ieri di Razov sembra più che altro una forma di pressione contro un giornale italiano. Di sicuro, come mostrano anche gli ultimi report di Amnesty International, la Russia non sembra avere i titoli per impartire lezioni di giornalismo.
Razov ieri mattina si è presentato in Procura a Roma per presentare un esposto. È successo che il 22 marzo La Stampa, sotto un titolo un po’ infelice come «Se uccidere Putin è l’unica via d’uscita», ha pubblicato un lungo ragionamento di Quirico che rispondeva a una domanda banale: che succederebbe se qualcuno facesse fuori il presidente russo? Il tutto senza ovviamente auspicare tale eventualità.
Per l’ambasciatore russo, «Questo articolo d’autore considerava la possibilità dell’uccisione del presidente della Russia. Non c’è bisogno di dire che questo è fuori dell’etica, dalla morale e dalle regole del giornalismo». E visto che, continua Razov, «nel codice penale dell’Italia si prevede possibilità di istigazione a delinquere e apologia di reato, in precisa conformità alla legislazione italiana mi sono recato alla procura della Repubblica e confido nella giustizia italiana». L’ambasciatore ha poi allargato le lamentele, sostenendo che «ogni giorno, sulla stampa italiana, vedo foto sulla cui provenienza ci sono dubbi». E ha concluso con una considerazione poco rassicurante: «La cosa che ci preoccupa è che gli armamenti italiani saranno usati per uccidere cittadini russi». Il diplomatico ha anche detto che sulle armi nucleari «dalla Russia non è stata avanzata alcuna minaccia», anche se «ogni nostra dichiarazione viene letta come minacciosa, anche se tacciamo». Razov ha poi citato la missione russa nel nostro Paese durante il Covid: «Al popolo italiano è stata tesa una mano di aiuto, ma se qualcuno morde quella mano non è onorevole», ha detto. Certo, quando lo stesso Razov parla di un articolo che «considera la possibilità dell’uccisione» di Putin, probabilmente si è risposto da solo sulla reale istigazione all’omicidio. Per il resto, ancora il 28 febbraio scorso, Amnesty International scriveva che «il Cremlino continua a ridurre al silenzio le proteste e obbliga gli organi di stampa nazionali a sostenere le sue posizioni, usando la forza per disperdere le manifestazioni contro la guerra». Insomma, forse neppure i giornaloni italiani meritavano una lezione di giornalismo da Mosca. Intanto, ieri, il ministro Luigi Di Maio ha risposto su Twitter: «La Stampa, come tutti i nostri organi di informazione, fa il suo mestiere: raccontare quello che succede, comprese le atrocità della guerra in Ucraina. In Italia la libertà di stampa è intoccabile. Avanti senza censure. Solidarietà a Massimo Giannini e alla sua redazione». In serata è arrivata anche il commento del premier Mario Draghi, che, dopo aver espresso solidarietà alla Stampa, ha detto: «Non è una sorpresa che l’ambasciatore russo si sia inquietato, perché è l’ambasciatore di un Paese in cui non c’è la libertà di stampa. E si sta meglio da noi»
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Lo stato maggiore russo svela per la prima volta l’obbiettivo della missione: «liberare» l’area russofona. E Kiev ammette: «Il nemico controlla il corridoio tra Crimea e Donetsk». Tra i soldati circola la voce di una fine delle ostilità entro il 9 maggio.L’ambasciatore querela La Stampa. Il governo: «Da loro non c’è libertà». Nel mirino un articolo che ipotizzava, pur senza giustificarla, l’uccisione di Vladimir Putin.Lo speciale comprende due articoli. Mentre il conflitto in Ucraina prosegue, la giornata di ieri potrebbe aver rappresentato una svolta nella crisi in corso. Ovviamente bisogna andare con i piedi di piombo e la situazione generale resta precaria. Tuttavia si sono registrati due segnali tutt’altro che insignificanti. Innanzitutto Mosca ha reso noto di volersi concentrare d’ora in poi sulla «liberazione del Donbass». «Gli obiettivi principali della prima fase dell’operazione sono stati generalmente raggiunti», ha affermato il capo della direzione operativa dello stato maggiore russo, Sergei Rudskoi. «Il potenziale di combattimento delle forze armate dell’Ucraina è stato notevolmente ridotto, il che rende possibile concentrare i nostri sforzi principali sul raggiungimento dell’obiettivo principale: la liberazione del Donbass», ha aggiunto. Ora, questa dichiarazione va collegata a un’altra presa di posizione, assunta sempre ieri da Kiev. «Il nemico è riuscito in parte a creare un corridoio terrestre tra la Repubblica autonoma di Crimea temporaneamente occupata e parte della regione di Donetsk», ha affermato il ministero della Difesa ucraino. Ricordiamo che la Russia ha invaso e di fatto annesso la Crimea nel 2014 e che, nella crisi attuale, ha utilizzato la penisola come trampolino di lancio per estendersi militarmente nella parte meridionale dell’Ucraina. In questo senso, è chiaro per quale ragione Mosca si stia accanendo da settimane sulla città di Mariupol. Prendere questo centro offrirebbe svariati vantaggi al Cremlino: garantirebbe innanzitutto il controllo della suddetta lingua di terra per collegare la Crimea al Donbass; renderebbe di fatto il Mar d’Azov un lago russo; indebolirebbe l’economia dell’Ucraina; assicurerebbe una postazione per esercitare pressione su Odessa. La domanda da porsi a questo punto è: siamo vicini a una svolta nel conflitto? Va da sé che, vista l’entità delle forze e dei mezzi schierati, la Russia puntava originariamente a obiettivi molto più ambiziosi del solo Donbass: si riteneva, in particolare, che Mosca mirasse a spaccare in due l’Ucraina sulla linea del Dnepr, per instaurare un governo amico nella parte orientale del Paese. Qualcosa tuttavia è andato storto nella strategia russa. Le forze di Mosca non hanno potuto beneficiare pienamente dell’effetto sorpresa, hanno probabilmente sottovalutato la resistenza ucraina e, soprattutto, nei primi giorni dell’invasione, si sono mosse troppo velocemente, non consolidando in modo adeguato le posizioni conquistate e consentendo così alle forze ucraine di inserirsi nelle loro retrovie. Ottenere il corridoio di terra a Sud potrebbe quindi teoricamente permettere al leader russo di porre fine alle operazioni belliche senza perdere la faccia (un’interpretazione, questa, condivisa anche da una fonte diplomatica di Mosca, ascoltata da Reuters). Ecco che quindi la questione del corridoio meridionale potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle trattative in corso. Non va del resto neppure trascurato che, l’altro ieri, Joe Biden abbia detto di non escludere che l’Ucraina possa valutare eventuali cessioni territoriali, per arrivare a una tregua. Resta semmai da capire se Kiev sia disposta a considerare quell’area un elemento trattabile nel processo negoziale. In tal caso, la Russia potrebbe a sua volta cedere sulla questione della demilitarizzazione e magari accettare uno status di neutralità che non spinga de facto l’Ucraina nell’orbita di Mosca. Si tratta ovviamente solo di supposizioni. Ma i segnali di ieri non dovrebbero essere sottovalutati. Secondo indiscrezioni, sembra inoltre che i soldati russi stiano ricevendo dai loro superiori l’indicazione che la guerra in Ucraina finirà entro il 9 maggio, data in cui la Russia celebra con una parata a Mosca la «giornata della vittoria» nella la seconda guerra mondiale. In questo quadro, non vanno neanche trascurate le parole ottimistiche, pronunciate da Tayyip Erdogan, che finora è stato tra i principali mediatori nella crisi. Pur riconoscendo delle difficoltà nelle trattative sul Donbass, il presidente turco ha detto che incontrerà Putin a breve, che Kiev e Mosca potrebbero trovare un compromesso su quattro delle sei questioni al centro dei negoziati e ha parlato di una «uscita onorevole» dalla guerra. Tutto questo, senza comunque dimenticare che, secondo le delegazioni di Ucraina e Russia, le trattative risulterebbero al momento piuttosto in salita. Nel frattempo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che chiederà chiarimenti sul presunto coinvolgimento del figlio di Biden, Hunter, nel finanziamento di laboratori ucraini dove - secondo le accuse di Mosca - si produrrebbero delle armi biologiche. «Chiederemo delle spiegazioni a riguardo. E non solo noi. Come sapete la Cina ha già chiesto chiarimenti», ha detto Peskov. In tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca è arrivato in Polonia, dove incontrerà il presidente polacco Andrzej Duda e dove ieri ha parlato davanti alle truppe americane di stanza nel Paese. «La democrazia deve prevalere e l’autocrazia fallire», ha detto Biden. Parole sacrosante. Sarebbe però opportuno che spiegasse perché, mentre decreta embarghi alla Russia, sta allentando la pressione statunitense su Venezuela e Iran: due autocrazie che intrattengono tra l’altro stretti legami proprio con Mosca. E intanto, proprio ieri, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si è recato in visita in India, lasciando intendere l’eventualità di un disgelo tra Pechino e Nuova Delhi: un segnale significativamente preoccupante per l’Occidente (e soprattutto per Washington). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/al-cremlino-potrebbe-bastare-il-donbass-2657040669.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lambasciatore-querela-la-stampa-il-governo-da-loro-non-ce-liberta" data-post-id="2657040669" data-published-at="1648239285" data-use-pagination="False"> L’ambasciatore querela «La Stampa». Il governo: «Da loro non c’è libertà» Tornano gli anni di piombo in Piazzale Clodio. Ieri l’ambasciatore russo Sergey Razov ha depositato una denuncia per istigazione a delinquere e apologia di reato contro il quotidiano La Stampa e il suo giornalista Domenico Quirico. Sarebbero «colpevoli», secondo il diplomatico di stanza a Roma, di aver pubblicato un articolo in cui si ragionava sulla possibilità di uscire dalla crisi ucraina con l’uccisione di Vladimir Putin. Eppure nell’articolo contestato non si invitava all’omicidio del presidente russo, ma si faceva un ragionamento più o meno cinico sull’efficacia in generale dei tirannicidi. In realtà, la mossa di ieri di Razov sembra più che altro una forma di pressione contro un giornale italiano. Di sicuro, come mostrano anche gli ultimi report di Amnesty International, la Russia non sembra avere i titoli per impartire lezioni di giornalismo. Razov ieri mattina si è presentato in Procura a Roma per presentare un esposto. È successo che il 22 marzo La Stampa, sotto un titolo un po’ infelice come «Se uccidere Putin è l’unica via d’uscita», ha pubblicato un lungo ragionamento di Quirico che rispondeva a una domanda banale: che succederebbe se qualcuno facesse fuori il presidente russo? Il tutto senza ovviamente auspicare tale eventualità. Per l’ambasciatore russo, «Questo articolo d’autore considerava la possibilità dell’uccisione del presidente della Russia. Non c’è bisogno di dire che questo è fuori dell’etica, dalla morale e dalle regole del giornalismo». E visto che, continua Razov, «nel codice penale dell’Italia si prevede possibilità di istigazione a delinquere e apologia di reato, in precisa conformità alla legislazione italiana mi sono recato alla procura della Repubblica e confido nella giustizia italiana». L’ambasciatore ha poi allargato le lamentele, sostenendo che «ogni giorno, sulla stampa italiana, vedo foto sulla cui provenienza ci sono dubbi». E ha concluso con una considerazione poco rassicurante: «La cosa che ci preoccupa è che gli armamenti italiani saranno usati per uccidere cittadini russi». Il diplomatico ha anche detto che sulle armi nucleari «dalla Russia non è stata avanzata alcuna minaccia», anche se «ogni nostra dichiarazione viene letta come minacciosa, anche se tacciamo». Razov ha poi citato la missione russa nel nostro Paese durante il Covid: «Al popolo italiano è stata tesa una mano di aiuto, ma se qualcuno morde quella mano non è onorevole», ha detto. Certo, quando lo stesso Razov parla di un articolo che «considera la possibilità dell’uccisione» di Putin, probabilmente si è risposto da solo sulla reale istigazione all’omicidio. Per il resto, ancora il 28 febbraio scorso, Amnesty International scriveva che «il Cremlino continua a ridurre al silenzio le proteste e obbliga gli organi di stampa nazionali a sostenere le sue posizioni, usando la forza per disperdere le manifestazioni contro la guerra». Insomma, forse neppure i giornaloni italiani meritavano una lezione di giornalismo da Mosca. Intanto, ieri, il ministro Luigi Di Maio ha risposto su Twitter: «La Stampa, come tutti i nostri organi di informazione, fa il suo mestiere: raccontare quello che succede, comprese le atrocità della guerra in Ucraina. In Italia la libertà di stampa è intoccabile. Avanti senza censure. Solidarietà a Massimo Giannini e alla sua redazione». In serata è arrivata anche il commento del premier Mario Draghi, che, dopo aver espresso solidarietà alla Stampa, ha detto: «Non è una sorpresa che l’ambasciatore russo si sia inquietato, perché è l’ambasciatore di un Paese in cui non c’è la libertà di stampa. E si sta meglio da noi»
Carmelo Cinturrino in ambulanza a Rogoredo (Ansa)
Il poliziotto ha ribadito di aver sparato per «paura». Poi, quando ha visto che Abderrahim Mansouri stava morendo, ha detto di essersi sentito «perso». «Sa bene cosa accade a loro quando sparano», ha spiegato il difensore. Cinturrino ha riferito di essere entrato nel panico subito dopo lo sparo, temendo di restare per anni intrappolato in un procedimento giudiziario, come accaduto ai carabinieri coinvolti nella vicenda di Giuseppe Uva, poi assolti dopo undici anni di iter processuale. Da lì, l’idea folle di «mettere una toppa»: l’ordine al collega di andare al commissariato Mecenate a prendere la replica di una pistola, un’arma giocattolo che - secondo quanto riferito dalla difesa - avrebbe trovato anni prima in zona Ponte Lambro e tenuto con sé. Sul martello, oggetto ricorrente nei verbali, la difesa ha chiarito che si trattava di un «martelletto» usato per dissotterrare la droga nascosta nel bosco. «Qualche volta aveva anche una paletta», ha aggiunto Porciani. Ma mentre in carcere, durante le due ore di interrogatorio, Cinturrino chiede scusa e ammette di aver sbagliato, nelle carte dell’inchiesta emergono accuse pesantissime che arrivano proprio dai colleghi che erano con lui quel pomeriggio.
Negli interrogatori del 19 febbraio, i secondi dopo quelli iniziali in cui avevano sostanzialmente confermato la linea dell’assistente capo, gli agenti Davide Picciotto, Gaetano Raimondi e Luigi Ramundo tracciano un quadro che va oltre il 26 gennaio e descrivono un metodo di intervento definito dagli inquirenti «allarmante».
Picciotto, in particolare, nel secondo interrogatorio racconta di aver temuto per la propria incolumità: dice di aver avuto paura che Cinturrino potesse «sparargli alle spalle» mentre eseguiva l’ordine di andare al commissariato a prendere la valigetta. Un timore che, riferisce, nasce da una consuetudine, descrivendo il collega come rude e aggressivo. Raimondi conferma quella paura e aggiunge che nel bosco «se ne parlava», che si sapeva che Cinturrino «non era tutto pulito e lineare”, senza che però nessuno avesse mai denunciato.
È proprio questo silenzio protratto per anni a pesare nell’inchiesta: gli stessi agenti che oggi parlano di violenze e intimidazioni hanno lavorato con Cinturrino per oltre un decennio senza segnalare nulla. Negli atti compare anche l’episodio che riguarda Puskas, un uomo disabile che frequentava il bosco e che, secondo più testimoni, sarebbe stato picchiato e derubato, inserendosi in un quadro di condotte violente mai emerse prima dell’omicidio di Abderrahim Mansouri. La domanda resta sullo sfondo, e pesa quanto le accuse: se davvero Cinturrino era temuto, se il suo comportamento era noto, perché nessuno ha parlato prima? Perché solo dopo lo sparo del 26 gennaio - e poco prima del fermo - quelle stesse voci si sono fatte precise, dettagliate, convergenti?
A fare da contrappunto alle accuse dei colleghi c’è la testimonianza di Valeria, portinaia al Corvetto e fidanzata di Cinturrino da oltre otto anni. Ieri la sua casa è stata perquisita. Valeria ricorda di averlo conosciuto durante un intervento nel suo palazzo e di aver costruito con lui un rapporto di amicizia profonda, al punto che nel 2019, durante la sua malattia, Cinturrino l’avrebbe accompagnata per mesi alle sedute di chemioterapia, aspettandola anche sei ore fuori dall’ospedale per riportarla a casa. «È sempre stato gentile e disponibile», dice, descrivendolo come un poliziotto operativo, impegnato nei contesti più difficili - dal boschetto di Rogoredo a piazza Gabriele Rosa - e spesso elogiato, a suo dire, da dirigenti e colleghi. Valeria respinge con decisione le accuse di pizzo e intimidazioni: racconta di non aver mai visto favori, tangenti o rapporti opachi, e si dice sorpresa che proprio ora emergano queste contestazioni: «Se davvero si comportava così, possibile che chi era in macchina con lui non se ne sia mai accorto prima?». Ricorda anzi un clima di rispetto diffuso attorno a Cinturrino, anche da parte di chi viveva ai margini, e sottolinea come fosse spesso contattato fuori servizio da colleghi più giovani.
Nel fratempo Angelo Bonelli (Avs) parla di «vergognosa campagna» e accusa Meloni, Salvini e Piantedosi di aver «attaccato giudici e magistrati» per propaganda, chiedendo ancora le loro scuse. Sulla stessa linea Ilaria Cucchi, che avverte: «Con questo clima politico di terrorismo sulla magistratura, il processo per mio fratello non ci sarebbe mai stato».
Dal centrodestra arriva la replica. Cristian Garavaglia difende lo il dl sicurezza sostenendo che «chi sbaglia paga, sempre», mentre Ignazio La Russa afferma: «Io mi rifarei a quello che diceva Giorgio Almirante ai tempi del terrorismo: se il terrorista è di sinistra chiedo la pena di morte, se il terrorista è di destra chiedo una doppia pena di morte. Impossibile ma rende l'idea». Intanto ieri una troupe di Telelombardia è stata aggredita ieri sera a Rogoredo. Operatore e giornalista sono stati bersagliati da un lancio di pietre che ha danneggiato l’auto, senza provocare feriti.
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Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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