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2022-03-26
Al Cremlino potrebbe bastare il Donbass
Vladimir Putin (Ansa)
Mentre il conflitto in Ucraina prosegue, la giornata di ieri potrebbe aver rappresentato una svolta nella crisi in corso. Ovviamente bisogna andare con i piedi di piombo e la situazione generale resta precaria. Tuttavia si sono registrati due segnali tutt’altro che insignificanti.
Innanzitutto Mosca ha reso noto di volersi concentrare d’ora in poi sulla «liberazione del Donbass». «Gli obiettivi principali della prima fase dell’operazione sono stati generalmente raggiunti», ha affermato il capo della direzione operativa dello stato maggiore russo, Sergei Rudskoi. «Il potenziale di combattimento delle forze armate dell’Ucraina è stato notevolmente ridotto, il che rende possibile concentrare i nostri sforzi principali sul raggiungimento dell’obiettivo principale: la liberazione del Donbass», ha aggiunto. Ora, questa dichiarazione va collegata a un’altra presa di posizione, assunta sempre ieri da Kiev. «Il nemico è riuscito in parte a creare un corridoio terrestre tra la Repubblica autonoma di Crimea temporaneamente occupata e parte della regione di Donetsk», ha affermato il ministero della Difesa ucraino.
Ricordiamo che la Russia ha invaso e di fatto annesso la Crimea nel 2014 e che, nella crisi attuale, ha utilizzato la penisola come trampolino di lancio per estendersi militarmente nella parte meridionale dell’Ucraina. In questo senso, è chiaro per quale ragione Mosca si stia accanendo da settimane sulla città di Mariupol. Prendere questo centro offrirebbe svariati vantaggi al Cremlino: garantirebbe innanzitutto il controllo della suddetta lingua di terra per collegare la Crimea al Donbass; renderebbe di fatto il Mar d’Azov un lago russo; indebolirebbe l’economia dell’Ucraina; assicurerebbe una postazione per esercitare pressione su Odessa. La domanda da porsi a questo punto è: siamo vicini a una svolta nel conflitto? Va da sé che, vista l’entità delle forze e dei mezzi schierati, la Russia puntava originariamente a obiettivi molto più ambiziosi del solo Donbass: si riteneva, in particolare, che Mosca mirasse a spaccare in due l’Ucraina sulla linea del Dnepr, per instaurare un governo amico nella parte orientale del Paese. Qualcosa tuttavia è andato storto nella strategia russa. Le forze di Mosca non hanno potuto beneficiare pienamente dell’effetto sorpresa, hanno probabilmente sottovalutato la resistenza ucraina e, soprattutto, nei primi giorni dell’invasione, si sono mosse troppo velocemente, non consolidando in modo adeguato le posizioni conquistate e consentendo così alle forze ucraine di inserirsi nelle loro retrovie. Ottenere il corridoio di terra a Sud potrebbe quindi teoricamente permettere al leader russo di porre fine alle operazioni belliche senza perdere la faccia (un’interpretazione, questa, condivisa anche da una fonte diplomatica di Mosca, ascoltata da Reuters).
Ecco che quindi la questione del corridoio meridionale potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle trattative in corso. Non va del resto neppure trascurato che, l’altro ieri, Joe Biden abbia detto di non escludere che l’Ucraina possa valutare eventuali cessioni territoriali, per arrivare a una tregua. Resta semmai da capire se Kiev sia disposta a considerare quell’area un elemento trattabile nel processo negoziale. In tal caso, la Russia potrebbe a sua volta cedere sulla questione della demilitarizzazione e magari accettare uno status di neutralità che non spinga de facto l’Ucraina nell’orbita di Mosca. Si tratta ovviamente solo di supposizioni. Ma i segnali di ieri non dovrebbero essere sottovalutati. Secondo indiscrezioni, sembra inoltre che i soldati russi stiano ricevendo dai loro superiori l’indicazione che la guerra in Ucraina finirà entro il 9 maggio, data in cui la Russia celebra con una parata a Mosca la «giornata della vittoria» nella la seconda guerra mondiale. In questo quadro, non vanno neanche trascurate le parole ottimistiche, pronunciate da Tayyip Erdogan, che finora è stato tra i principali mediatori nella crisi. Pur riconoscendo delle difficoltà nelle trattative sul Donbass, il presidente turco ha detto che incontrerà Putin a breve, che Kiev e Mosca potrebbero trovare un compromesso su quattro delle sei questioni al centro dei negoziati e ha parlato di una «uscita onorevole» dalla guerra. Tutto questo, senza comunque dimenticare che, secondo le delegazioni di Ucraina e Russia, le trattative risulterebbero al momento piuttosto in salita.
Nel frattempo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che chiederà chiarimenti sul presunto coinvolgimento del figlio di Biden, Hunter, nel finanziamento di laboratori ucraini dove - secondo le accuse di Mosca - si produrrebbero delle armi biologiche. «Chiederemo delle spiegazioni a riguardo. E non solo noi. Come sapete la Cina ha già chiesto chiarimenti», ha detto Peskov. In tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca è arrivato in Polonia, dove incontrerà il presidente polacco Andrzej Duda e dove ieri ha parlato davanti alle truppe americane di stanza nel Paese. «La democrazia deve prevalere e l’autocrazia fallire», ha detto Biden. Parole sacrosante. Sarebbe però opportuno che spiegasse perché, mentre decreta embarghi alla Russia, sta allentando la pressione statunitense su Venezuela e Iran: due autocrazie che intrattengono tra l’altro stretti legami proprio con Mosca. E intanto, proprio ieri, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si è recato in visita in India, lasciando intendere l’eventualità di un disgelo tra Pechino e Nuova Delhi: un segnale significativamente preoccupante per l’Occidente (e soprattutto per Washington).
L’ambasciatore querela «La Stampa». Il governo: «Da loro non c’è libertà»
Tornano gli anni di piombo in Piazzale Clodio. Ieri l’ambasciatore russo Sergey Razov ha depositato una denuncia per istigazione a delinquere e apologia di reato contro il quotidiano La Stampa e il suo giornalista Domenico Quirico. Sarebbero «colpevoli», secondo il diplomatico di stanza a Roma, di aver pubblicato un articolo in cui si ragionava sulla possibilità di uscire dalla crisi ucraina con l’uccisione di Vladimir Putin. Eppure nell’articolo contestato non si invitava all’omicidio del presidente russo, ma si faceva un ragionamento più o meno cinico sull’efficacia in generale dei tirannicidi. In realtà, la mossa di ieri di Razov sembra più che altro una forma di pressione contro un giornale italiano. Di sicuro, come mostrano anche gli ultimi report di Amnesty International, la Russia non sembra avere i titoli per impartire lezioni di giornalismo.
Razov ieri mattina si è presentato in Procura a Roma per presentare un esposto. È successo che il 22 marzo La Stampa, sotto un titolo un po’ infelice come «Se uccidere Putin è l’unica via d’uscita», ha pubblicato un lungo ragionamento di Quirico che rispondeva a una domanda banale: che succederebbe se qualcuno facesse fuori il presidente russo? Il tutto senza ovviamente auspicare tale eventualità.
Per l’ambasciatore russo, «Questo articolo d’autore considerava la possibilità dell’uccisione del presidente della Russia. Non c’è bisogno di dire che questo è fuori dell’etica, dalla morale e dalle regole del giornalismo». E visto che, continua Razov, «nel codice penale dell’Italia si prevede possibilità di istigazione a delinquere e apologia di reato, in precisa conformità alla legislazione italiana mi sono recato alla procura della Repubblica e confido nella giustizia italiana». L’ambasciatore ha poi allargato le lamentele, sostenendo che «ogni giorno, sulla stampa italiana, vedo foto sulla cui provenienza ci sono dubbi». E ha concluso con una considerazione poco rassicurante: «La cosa che ci preoccupa è che gli armamenti italiani saranno usati per uccidere cittadini russi». Il diplomatico ha anche detto che sulle armi nucleari «dalla Russia non è stata avanzata alcuna minaccia», anche se «ogni nostra dichiarazione viene letta come minacciosa, anche se tacciamo». Razov ha poi citato la missione russa nel nostro Paese durante il Covid: «Al popolo italiano è stata tesa una mano di aiuto, ma se qualcuno morde quella mano non è onorevole», ha detto. Certo, quando lo stesso Razov parla di un articolo che «considera la possibilità dell’uccisione» di Putin, probabilmente si è risposto da solo sulla reale istigazione all’omicidio. Per il resto, ancora il 28 febbraio scorso, Amnesty International scriveva che «il Cremlino continua a ridurre al silenzio le proteste e obbliga gli organi di stampa nazionali a sostenere le sue posizioni, usando la forza per disperdere le manifestazioni contro la guerra». Insomma, forse neppure i giornaloni italiani meritavano una lezione di giornalismo da Mosca. Intanto, ieri, il ministro Luigi Di Maio ha risposto su Twitter: «La Stampa, come tutti i nostri organi di informazione, fa il suo mestiere: raccontare quello che succede, comprese le atrocità della guerra in Ucraina. In Italia la libertà di stampa è intoccabile. Avanti senza censure. Solidarietà a Massimo Giannini e alla sua redazione». In serata è arrivata anche il commento del premier Mario Draghi, che, dopo aver espresso solidarietà alla Stampa, ha detto: «Non è una sorpresa che l’ambasciatore russo si sia inquietato, perché è l’ambasciatore di un Paese in cui non c’è la libertà di stampa. E si sta meglio da noi»
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Lo stato maggiore russo svela per la prima volta l’obbiettivo della missione: «liberare» l’area russofona. E Kiev ammette: «Il nemico controlla il corridoio tra Crimea e Donetsk». Tra i soldati circola la voce di una fine delle ostilità entro il 9 maggio.L’ambasciatore querela La Stampa. Il governo: «Da loro non c’è libertà». Nel mirino un articolo che ipotizzava, pur senza giustificarla, l’uccisione di Vladimir Putin.Lo speciale comprende due articoli. Mentre il conflitto in Ucraina prosegue, la giornata di ieri potrebbe aver rappresentato una svolta nella crisi in corso. Ovviamente bisogna andare con i piedi di piombo e la situazione generale resta precaria. Tuttavia si sono registrati due segnali tutt’altro che insignificanti. Innanzitutto Mosca ha reso noto di volersi concentrare d’ora in poi sulla «liberazione del Donbass». «Gli obiettivi principali della prima fase dell’operazione sono stati generalmente raggiunti», ha affermato il capo della direzione operativa dello stato maggiore russo, Sergei Rudskoi. «Il potenziale di combattimento delle forze armate dell’Ucraina è stato notevolmente ridotto, il che rende possibile concentrare i nostri sforzi principali sul raggiungimento dell’obiettivo principale: la liberazione del Donbass», ha aggiunto. Ora, questa dichiarazione va collegata a un’altra presa di posizione, assunta sempre ieri da Kiev. «Il nemico è riuscito in parte a creare un corridoio terrestre tra la Repubblica autonoma di Crimea temporaneamente occupata e parte della regione di Donetsk», ha affermato il ministero della Difesa ucraino. Ricordiamo che la Russia ha invaso e di fatto annesso la Crimea nel 2014 e che, nella crisi attuale, ha utilizzato la penisola come trampolino di lancio per estendersi militarmente nella parte meridionale dell’Ucraina. In questo senso, è chiaro per quale ragione Mosca si stia accanendo da settimane sulla città di Mariupol. Prendere questo centro offrirebbe svariati vantaggi al Cremlino: garantirebbe innanzitutto il controllo della suddetta lingua di terra per collegare la Crimea al Donbass; renderebbe di fatto il Mar d’Azov un lago russo; indebolirebbe l’economia dell’Ucraina; assicurerebbe una postazione per esercitare pressione su Odessa. La domanda da porsi a questo punto è: siamo vicini a una svolta nel conflitto? Va da sé che, vista l’entità delle forze e dei mezzi schierati, la Russia puntava originariamente a obiettivi molto più ambiziosi del solo Donbass: si riteneva, in particolare, che Mosca mirasse a spaccare in due l’Ucraina sulla linea del Dnepr, per instaurare un governo amico nella parte orientale del Paese. Qualcosa tuttavia è andato storto nella strategia russa. Le forze di Mosca non hanno potuto beneficiare pienamente dell’effetto sorpresa, hanno probabilmente sottovalutato la resistenza ucraina e, soprattutto, nei primi giorni dell’invasione, si sono mosse troppo velocemente, non consolidando in modo adeguato le posizioni conquistate e consentendo così alle forze ucraine di inserirsi nelle loro retrovie. Ottenere il corridoio di terra a Sud potrebbe quindi teoricamente permettere al leader russo di porre fine alle operazioni belliche senza perdere la faccia (un’interpretazione, questa, condivisa anche da una fonte diplomatica di Mosca, ascoltata da Reuters). Ecco che quindi la questione del corridoio meridionale potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle trattative in corso. Non va del resto neppure trascurato che, l’altro ieri, Joe Biden abbia detto di non escludere che l’Ucraina possa valutare eventuali cessioni territoriali, per arrivare a una tregua. Resta semmai da capire se Kiev sia disposta a considerare quell’area un elemento trattabile nel processo negoziale. In tal caso, la Russia potrebbe a sua volta cedere sulla questione della demilitarizzazione e magari accettare uno status di neutralità che non spinga de facto l’Ucraina nell’orbita di Mosca. Si tratta ovviamente solo di supposizioni. Ma i segnali di ieri non dovrebbero essere sottovalutati. Secondo indiscrezioni, sembra inoltre che i soldati russi stiano ricevendo dai loro superiori l’indicazione che la guerra in Ucraina finirà entro il 9 maggio, data in cui la Russia celebra con una parata a Mosca la «giornata della vittoria» nella la seconda guerra mondiale. In questo quadro, non vanno neanche trascurate le parole ottimistiche, pronunciate da Tayyip Erdogan, che finora è stato tra i principali mediatori nella crisi. Pur riconoscendo delle difficoltà nelle trattative sul Donbass, il presidente turco ha detto che incontrerà Putin a breve, che Kiev e Mosca potrebbero trovare un compromesso su quattro delle sei questioni al centro dei negoziati e ha parlato di una «uscita onorevole» dalla guerra. Tutto questo, senza comunque dimenticare che, secondo le delegazioni di Ucraina e Russia, le trattative risulterebbero al momento piuttosto in salita. Nel frattempo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha fatto sapere che chiederà chiarimenti sul presunto coinvolgimento del figlio di Biden, Hunter, nel finanziamento di laboratori ucraini dove - secondo le accuse di Mosca - si produrrebbero delle armi biologiche. «Chiederemo delle spiegazioni a riguardo. E non solo noi. Come sapete la Cina ha già chiesto chiarimenti», ha detto Peskov. In tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca è arrivato in Polonia, dove incontrerà il presidente polacco Andrzej Duda e dove ieri ha parlato davanti alle truppe americane di stanza nel Paese. «La democrazia deve prevalere e l’autocrazia fallire», ha detto Biden. Parole sacrosante. Sarebbe però opportuno che spiegasse perché, mentre decreta embarghi alla Russia, sta allentando la pressione statunitense su Venezuela e Iran: due autocrazie che intrattengono tra l’altro stretti legami proprio con Mosca. E intanto, proprio ieri, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si è recato in visita in India, lasciando intendere l’eventualità di un disgelo tra Pechino e Nuova Delhi: un segnale significativamente preoccupante per l’Occidente (e soprattutto per Washington). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/al-cremlino-potrebbe-bastare-il-donbass-2657040669.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lambasciatore-querela-la-stampa-il-governo-da-loro-non-ce-liberta" data-post-id="2657040669" data-published-at="1648239285" data-use-pagination="False"> L’ambasciatore querela «La Stampa». Il governo: «Da loro non c’è libertà» Tornano gli anni di piombo in Piazzale Clodio. Ieri l’ambasciatore russo Sergey Razov ha depositato una denuncia per istigazione a delinquere e apologia di reato contro il quotidiano La Stampa e il suo giornalista Domenico Quirico. Sarebbero «colpevoli», secondo il diplomatico di stanza a Roma, di aver pubblicato un articolo in cui si ragionava sulla possibilità di uscire dalla crisi ucraina con l’uccisione di Vladimir Putin. Eppure nell’articolo contestato non si invitava all’omicidio del presidente russo, ma si faceva un ragionamento più o meno cinico sull’efficacia in generale dei tirannicidi. In realtà, la mossa di ieri di Razov sembra più che altro una forma di pressione contro un giornale italiano. Di sicuro, come mostrano anche gli ultimi report di Amnesty International, la Russia non sembra avere i titoli per impartire lezioni di giornalismo. Razov ieri mattina si è presentato in Procura a Roma per presentare un esposto. È successo che il 22 marzo La Stampa, sotto un titolo un po’ infelice come «Se uccidere Putin è l’unica via d’uscita», ha pubblicato un lungo ragionamento di Quirico che rispondeva a una domanda banale: che succederebbe se qualcuno facesse fuori il presidente russo? Il tutto senza ovviamente auspicare tale eventualità. Per l’ambasciatore russo, «Questo articolo d’autore considerava la possibilità dell’uccisione del presidente della Russia. Non c’è bisogno di dire che questo è fuori dell’etica, dalla morale e dalle regole del giornalismo». E visto che, continua Razov, «nel codice penale dell’Italia si prevede possibilità di istigazione a delinquere e apologia di reato, in precisa conformità alla legislazione italiana mi sono recato alla procura della Repubblica e confido nella giustizia italiana». L’ambasciatore ha poi allargato le lamentele, sostenendo che «ogni giorno, sulla stampa italiana, vedo foto sulla cui provenienza ci sono dubbi». E ha concluso con una considerazione poco rassicurante: «La cosa che ci preoccupa è che gli armamenti italiani saranno usati per uccidere cittadini russi». Il diplomatico ha anche detto che sulle armi nucleari «dalla Russia non è stata avanzata alcuna minaccia», anche se «ogni nostra dichiarazione viene letta come minacciosa, anche se tacciamo». Razov ha poi citato la missione russa nel nostro Paese durante il Covid: «Al popolo italiano è stata tesa una mano di aiuto, ma se qualcuno morde quella mano non è onorevole», ha detto. Certo, quando lo stesso Razov parla di un articolo che «considera la possibilità dell’uccisione» di Putin, probabilmente si è risposto da solo sulla reale istigazione all’omicidio. Per il resto, ancora il 28 febbraio scorso, Amnesty International scriveva che «il Cremlino continua a ridurre al silenzio le proteste e obbliga gli organi di stampa nazionali a sostenere le sue posizioni, usando la forza per disperdere le manifestazioni contro la guerra». Insomma, forse neppure i giornaloni italiani meritavano una lezione di giornalismo da Mosca. Intanto, ieri, il ministro Luigi Di Maio ha risposto su Twitter: «La Stampa, come tutti i nostri organi di informazione, fa il suo mestiere: raccontare quello che succede, comprese le atrocità della guerra in Ucraina. In Italia la libertà di stampa è intoccabile. Avanti senza censure. Solidarietà a Massimo Giannini e alla sua redazione». In serata è arrivata anche il commento del premier Mario Draghi, che, dopo aver espresso solidarietà alla Stampa, ha detto: «Non è una sorpresa che l’ambasciatore russo si sia inquietato, perché è l’ambasciatore di un Paese in cui non c’è la libertà di stampa. E si sta meglio da noi»
Sono 337 i beni culturali rimpatriati dagli Stati Uniti e presentati alla Caserma «La Marmora», sede del reparto operativo dei Carabinieri TPC (Tutela Patrimonio Culturale), alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli e dell’ambasciatore Usa in Italia Tilman J. Fertitta.
Tra i reperti figurano oggetti archeologici di epoca romana, bizantina e della Magna Grecia, oltre a opere d’arte e materiali d’archivio, in larga parte provenienti da scavi clandestini o sottratti a istituzioni. Tra i pezzi più rilevanti anche una testa di Alessandro Magno proveniente dalla Basilica Aemilia del Foro Romano. Il rimpatrio è il risultato di operazioni concluse tra dicembre e aprile 2026. Dei 337 beni, 221 sono stati recuperati grazie alla collaborazione con il Manhattan District Attorney’s Office, mentre gli altri 116 sono stati restituiti attraverso attività congiunte di FBI e Homeland Security Investigations.
L'amministratore delegato di Italo, Gianbattista La Rocca (Imagoeconomica)
La Germania, spiega, non è una suggestione ma il primo passo di una strategia di internazionalizzazione. E non si parte da zero: la società tedesca è già stata costituita, la licenza ferroviaria è stata ottenuta e il percorso per il certificato di sicurezza è in corso. La macchina, insomma ha acceso il motore e non è più parcheggiata in garage.
C’è poi un altro elemento chiave che rende l’operazione particolarmente solida: l’accordo già impostato con Siemens per la fornitura dei treni. Qui entra in gioco uno dei passaggi più delicati di tutta la partita: i tempi. La Rocca lo dice chiaramente: entro maggio devono arrivare le autorizzazioni dall’Autorithy del settore. Servono indicazioni precise sugli orari e sugli spazi nelle stazioni. In altre parole: quando e dove potranno circolare i treni. Senza queste informazioni, non si può firmare con Siemens entro giugno. E quella scadenza non è negoziabile: se salta, non partirà l’ordine per acquistare i teni e l’intero progetto rischia di perdere sostenibilità economica. Un effetto domino che nessuno vuole innescare. Il piano industriale è ampio. Si parte con 26 convogli, con la possibilità di arrivare a 40 grazie a un’opzione già prevista. L’investimento iniziale per l’acquisto dell’armamenti è di circa 1,2 miliardi di euro. Ma è solo una parte del quadro: altri 2,4 miliardi serviranno per la manutenzione trentennale, la formazione del personale, i sistemi informatici e tutta l’organizzazione necessaria a far funzionare il servizio. Non si tratta quindi solo di comprare treni, ma di costruire un sistema. Anche la rete su cui opererà Italo in Germania è pensata per avere un impatto significativo. Il progetto prevede collegamenti tra 18 città, su circa 1.300 chilometri di rete, con 50 servizi giornalieri. Due le direttrici principali: Monaco di Baviera-Colonia-Dortmund e Monaco di Baviera-Berlino-Amburgo. Corridoi strategici, che attraversano alcune delle aree più importanti del Paese e intercettano una domanda già molto forte.
A dare una lettura più ampia dell’operazione è Luca Montezemolo, presidente e fondatore di Italo. Spiega che il mercato tedesco oggi ricorda quello italiano prima dell’arrivo della concorrenza. Un sistema dominato da un unico grande operatore, con margini di miglioramento evidenti. Ed è proprio in questo spazio che Italo vede un’opportunità.
Montezemolo sottolinea un aspetto spesso poco evidenziato: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’alta velocità è gestita anche da un operatore interamente privato. Un modello che ha funzionato, al punto da essere preso come riferimento a livello europeo. L’introduzione della concorrenza, insieme a un sistema di regolazione più strutturato, ha portato a un miglioramento della qualità del servizio. Naturalmente, il percorso non è stato lineare. «Abbiamo imparato molto dagli errori», ammette Montezemolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell’espansione in Germania: Italo non arriva come un operatore nuovo, ma come un’azienda che ha già attraversato una fase complessa di crescita, aggiustamenti e consolidamento. Un bagaglio di esperienza che ora diventa parte integrante dell’offerta.
L’obiettivo è chiaro: costruire fin dall’inizio un’attività sostenibile, evitando gli errori tipici delle fasi di avvio. E per farlo, oltre agli investimenti, sarà fondamentale il radicamento locale. Non a caso, l’azienda prevede di iniziare già nei prossimi mesi ad assumere personale in Germania, costruendo progressivamente la propria struttura operativa.
Il debutto è fissato tra aprile e metà del 2028. Una scadenza che sembra lontana, ma che in realtà richiede decisioni immediate. Perché progetti di questa dimensione non si improvvisano: hanno bisogno di preparazione, coordinamento e investimenti. Sullo sfondo resta una domanda che rende tutta la vicenda ancora più interessante: c’è spazio, in Germania, per un nuovo operatore ferroviario ad alta velocità? La risposta arriverà dal mercato, ma anche dalla capacità del sistema di aprirsi davvero alla concorrenza.
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l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.
Anthony Fauci (Ansa foto)
Morens, in libertà vigilata, avrebbe utilizzato un account gmail per nascondere comunicazioni ufficiali relative a progetti finanziati dal governo federale sui coronavirus nei pipistrelli. Se riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa resi pubblici lunedì presso il tribunale federale del Maryland, dove è comparso venendo poi rilasciato dietro cauzione, l’alto funzionario che aveva lavorato con Fauci rischia fino a 51 anni di carcere. Il potentissimo infettivologo, ex direttore di lunga data del Niaid, aveva preso le distanze da Morens durante un’audizione al Congresso nel 2024, affermando che non avevano lavorato a stretto contatto.
Certo è che, se l’ex consigliere senior aveva utilizzato il suo account privato per eludere almeno otto richieste di accesso agli atti presentate ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) «riguardanti la cosiddetta ricerca “gain-of-function”, che può rendere gli agenti patogeni più letali o più trasmissibili a scopo di studio», come evidenzia Politico, difficile credere che Fauci fosse estraneo all’operazione.
Da giugno 2014 a maggio 2019, infatti, sotto la guida dell’infettivologo il Niaid aveva sovvenzionato per oltre 3 milioni di dollari la EcoHealth Alliance, una Ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak che aveva dirottato fondi dei contribuenti americani (più di 1,4 milioni di dollari secondo un rapporto del Government accountability office del giugno 2023) a Shi Zhengli, la «bat-woman», principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology.
Il presidente della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei rappresentanti, James Comer, ha dichiarato: «La sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus ha scoperto prove che rivelano come il dottor Morens, uno dei principali consiglieri del dottor Fauci, abbia intenzionalmente agito per occultare e falsificare documenti sulle origini della pandemia di Covid-19». Per poi aggiungere: «Mi congratulo con il dipartimento di Giustizia di Trump per aver agito, per ritenere questo funzionario pubblico responsabile di aver nascosto informazioni al popolo americano».
Nel rapporto finale della commissione del dicembre 2024, a conclusione dell’indagine biennale sulla pandemia di Covid-19, si leggeva tra l’altro che «la pubblicazione L’origine prossimale del Sars-CoV-2, utilizzata ripetutamente dai funzionari della sanità pubblica e dai media per screditare la teoria della fuga dal laboratorio, è stata sollecitata dal dottor Fauci per promuovere la narrativa preferita secondo cui il Covid-19 ha avuto origine in natura». Dall’indagine invece emergeva che «un incidente di laboratorio legato alla ricerca di effetto gain-of-function è molto probabilmente all’origine del Covid-19. Gli attuali meccanismi governativi per la supervisione di questa pericolosa ricerca di effetto gain-of-function sono incompleti, estremamente complessi e privi di applicabilità a livello globale».
Nell’atto di accusa contro Morens si fa riferimento a due co-cospiratori, non incriminati e nemmeno citati ma dai documenti è stato facile identificarli. Si tratta di Peter Daszake e di Gerald Keusch, medico ed ex vicedirettore del laboratorio di malattie infettive della Boston University, beneficiario di una sovvenzione del National institutes of health (Nih). Tra aprile 2020 e giugno 2023, i due co-cospiratori avrebbero hanno cercato di ottenere con lui il ripristino di milioni di dollari di finanziamenti federali per EcoHealth e di migliorarne l’immagine pubblica.
Il dottor Richard Ebright, biologo molecolare presso la Rutgers University, ha dichiarato che «le prove contro i tre sono schiaccianti», addirittura si parla di «tangenti» come riferisce il New York Post. «A meno che uno o più di loro non collaborino e forniscano prove contro Fauci e altri in cambio dell’immunità, tutti e tre dovrebbero essere, e probabilmente saranno, condannati», ha aggiunto, ricordando che nel 2002 Keusch approvò il primo finanziamento EcoHealth all’Istituto di virologia di Wuhan.
In una mail del 26 aprile 2020 inviata dal suo account privato, Morens scriveva a Daszak e Keusch: «Ci sono cose che non posso dire, tranne che Tony (Fauci, molto presumibilmente, ndr) ne è a conoscenza e ho appreso che all’interno del Nih sono in corso degli sforzi per portare avanti la questione riducendo al minimo i danni per te, Peter, e i tuoi colleghi, nonché per il Nih e il Niaid».
Brad Wenstrup, ex presidente della sottocommissione Covid della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato al Washington Post che «potrebbero seguire ulteriori incriminazioni», considerato che «le ripercussioni di queste azioni hanno causato danni significativi al sistema sanitario pubblico».
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