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2022-04-25
Auito. Qui falliscono i Comuni
L’ultimo allarme è stato lanciato dal sindaco di Palermo. Leoluca Orlando, dopo la bocciatura del Consiglio comunale al raddoppio dell’Irpef, ha alzato il telefono e ha chiamato il premier Mario Draghi per chiedergli un intervento straordinario «simile a quello dato a Napoli, Torino e Roma che hanno avuto più di 1 miliardo» a fronte dei 180 milioni ricevuti dal capoluogo siciliano. La città è prossima al dissesto finanziario. Cosa significa? Lo sanno bene tutti coloro che operano con un ente locale, certi di trovarsi di fronte a soggetti che pagano le fatture in tempi accettabili, mentre si scontrano con lunghi tempi di attesa. Un Comune in dissesto finanziario non può garantire lo svolgimento delle funzioni e dei servizi indispensabili e deve approvare un nuovo bilancio basato principalmente sull’aumento delle proprie entrate, sino al massimo consentito dalla legge. Ciò vuol dire che tutte le imposte comunali saranno alzate il più possibile e, se fosse necessario anche un contenimento delle spese, saranno tagliati i servizi.
Nella situazione di dissesto si trovano 120 Comuni, mentre 266 sono in pre dissesto, cioè sull’orlo del baratro, come emerge dal rapporto della Commissione per la stabilità finanziaria degli enti locali. Sono quindi 386 gli enti in gravissima crisi. Il che vuol dire che su circa 8.000 Comuni, il 4,88%, 1 su 20, se fossero stati aziende avrebbero già dovuto dichiarare il fallimento e avrebbero chiuso. Poi ci sono Comuni che sono in sofferenza finanziaria, ma non ancora così grave da essere in pre dissesto, e sono il 15% del totale, 1 su 8.
Queste realtà sono state aggravate dalla pandemia e ora si trovano alle prese con i rincari energetici, con costi che sono aumentati del 30-40% e con materie prime, schizzate, già prima della guerra, a livelli insostenibili. I dati elaborati dal Viminale confermano una concentrazione delle dichiarazioni di dissesto nelle regioni meridionali, in particolare, 30 enti in Sicilia, 37 in Calabria, 26 in Campania. Gli altri casi si riscontrano in Abruzzo (tre casi), in Basilicata (tre casi), nel Lazio (nove casi), in Liguria con un caso, come nelle Marche, in Molise, in Piemonte, in Toscana e in Umbria. In Lombardia si contano tre casi come in Puglia. Nel corso del 2021 sono stati istruiti 51 piani di riequilibrio finanziario pluriennale.
Gli interventi del governo per tamponare gli aumenti dei prezzi energetici (circa 200 milioni su 1 miliardo di euro necessari, secondo la stima dell’Anci, l’Associazione dei Comuni) paiono una goccia nel deserto. Il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, ha messo in guardia dal rischio che i servizi pubblici non possano più essere erogati con continuità. Potrebbero saltare anche i piani di assunzione. I Comuni da anni sono in sofferenza per il blocco del turnover e avevano programmato di ampliare l’organico per gestire i soldi del Pnrr. Ma senza personale i progetti non si possono realizzare.
L’Anci ha stimato un aggravio della bolletta energetica di almeno 550 milioni di euro su una spesa complessiva annua per l’elettricità che oscilla tra 1,6 e 1,8 miliardi di euro. «Non vorremmo ritrovarci», ha detto Decaro, «a dover scegliere tra salvaguardare gli equilibri di bilancio ed erogare i servizi».
I Comuni potrebbero essere costretti anche ad aumentare imposte come l’Imu, l’addizionale Irpef, il canone per l’occupazione delle aree pubbliche, la tassa sulle affissioni e quella sui rifiuti. In numerosi enti le aliquote sono già al livello massimo, ma quelle che hanno ancora margini di manovra potrebbero essere usate per far cassa.
Un’altra voce importante è l’imposta di soggiorno, che introdotta nel 2011, aveva l’obiettivo di essere riutilizzata a sostegno del turismo per aumentare i servizi, ma con il tempo si è trasformata in un veicolo per drenare risorse utili ad altre funzioni o tamponare i disavanzi di bilancio. Chi non ce l’ha, potrebbe introdurla.
A Roma, questa imposta che è tra le più alte d’Italia, frutta in un anno 130 milioni di euro per circa 100 posti letto regolari. Sono oltre 1.000 i Comuni che la applicano e sono in crescita. Nel 2019 erano 1.020 e nel 2020 sono saliti a 1.041, secondo il Centro studi enti locali.
Qualche città ha cominciato a tagliare i costi. A Torino, a marzo, è stato abbassato a 18 gradi il riscaldamento negli uffici comunali ma è anche vero che si sta andando verso l’estate e bisognerà vedere se analoghi interventi saranno presi per il condizionamento dell’aria. Nel Pavese, Voghera pensa già per l’autunno di spegnere i riscaldamenti al sabato nei locali non frequentati delle scuole, mentre Garlasco ha scritto alle associazioni che usano gli immobili pubblici chiedendo di usare «la mano leggera» con i telecomandi dei condizionatori. Nella provincia di Verona alcuni piccoli Comuni hanno deciso di spegnere i lampioni stradali un’ora prima del solito alla mattina e di prorogare l’accensione automatica serale di mezz’ora, in modo da sfruttare le ultime luci del tramonto o lasciare al buio monumenti e strade secondarie.
Ci sono poi le ricadute sulle opere pubbliche già appaltate che ora costano il 30-40% in più. Quando sono state fatte le gare, le materie prime avevano costi inferiori a quelli di oggi, così le ditte chiedono di rivedere le cifre degli appalti oppure fermano i cantieri. Scuole progettate per costare una decina di milioni, adesso presentano un conto raddoppiato. Sicché il Comune decide di aspettare per trovare nuovi finanziamenti. Ma così la ripresa legata ai soldi del Pnrr, deve attendere.
«Luci accese e assistenza per tutti anche con bollette salite del 50%»
«Al momento non siamo intervenuti con tagli ai servizi e all’illuminazione. Mi sono limitato a non prorogare l’accensione del riscaldamento dopo il 31 marzo nelle scuole e nelle abitazioni, per una questione anche morale. Con un maglioncino in più si contribuisce a non finanziare Putin. Di certo però non so se potremmo andare avanti a lungo». Claudio Scajola è sindaco di un Comune, Imperia, classificato in pre-dissesto. «Abbiamo un piano di riequilibrio delle finanze e i rincari energetici sul nostro bilancio incidono forse più che in altre realtà».
Avete fatto una stima dei maggiori costi?
«Le nostre previsioni sono simili a quelle di tutta la provincia, cioè per l’illuminazione, andremo a spendere tra il 30 e il 40% in più. Poi c’è il riscaldamento e il condizionamento delle scuole e degli uffici pubblici. La bolletta del Comune sarà più pesante del 50%».
C’è un piano di riduzione dei consumi?
«Non dobbiamo lasciarci andare a gesti estremi come spegnere o ridurre l’illuminazione pubblica. Le conseguenze sarebbero una maggiore insicurezza dei cittadini e il rischio di crescita della delinquenza».
Taglio ai servizi sociali?
«Continueremo ad assistere le persone meno abbienti. Su questo non cambierà nulla. È significativo che il governo abbia provveduto ad alleggerire le bollette dei bassi redditi, ma ci vuole di più. Al momento l’unica iniziativa di riduzione dei costi è non aver prorogato dal 31 marzo l’accensione dei riscaldamenti nelle scuole e nelle abitazioni».
Pensate di aumentare le tariffe?
«No, nessun cambiamento».
E l’imposta di soggiorno?
«Lasciamo tutto come è. Il flusso turistico si sta profilando positivo secondo quanto emerge dalle prenotazioni nelle strutture alberghiere. Risentiamo meno della crisi russa. Soffre la Costa Azzurra. Riteniamo che sarà una buona estate dal punto di vista delle presenze straniere».
Ma se si dovesse arrivare alla decisione estrema di bloccare gli acquisti di gas russo, avete un piano B?
«La politica ha dormito per anni sui temi della diversificazione e dell’efficientamento energetico, dimenticando che dipendere dai Paesi è sempre un rischio. Si dovrebbe semplificare l’accesso alle fonti alternative, investire di più nell’idroelettrico, intensificare la ricerca del gas sul territorio nazionale, investire di più sui rigassificatori fermi da 12 anni e riconsiderare il nucleare. So cosa significa avere i veti degli ambientalisti. L’ho sperimentato da ministro, nel 2008».
«In arrivo più multe e rincari di Imu e Irpef»
L’aumento dei costi energetici è stato al centro di una riunione dell’Ifel, l’Istituto della finanza degli enti locali, e degli assessori al bilancio delle varie città per fare il punto sulle diverse situazioni e su come affrontarle. Il rischio, confermato dal presidente dell’Ifel e sindaco di Novara, Alessandro Canelli, è che messi alle strette, con i bilanci che non quadrano, i Comuni siano costretti a tagliare i servizi e ad aumentare le tariffe.
Qual è la situazione dei Comuni?
«I rincari energetici impattano su una situazione già critica. In base al nostro monitoraggio il 15% dei Comuni, 1.400 città, è in difficoltà finanziaria. Sono per la maggior parte enti medio piccoli, ma troviamo anche Torino e Palermo. Ci sono inoltre 266 realtà in pre dissesto, tra cui Sesto San Giovanni, Imperia, Savona, Fiesole e Frosinone e 120 in dissesto. Ogni Comune ha la sua situazione particolare, c’è chi ha in atto contratti pluriennali e forme di approvvigionamento differenziate, altri più legati alle variazioni dei prezzi di mercato».
Quanto è rincarata la bolletta energetica?
«Con le differenze tra varie realtà, stimiamo un incremento medio di circa il 40%. L’impatto è differente in base allo stato di salute dei bilanci. Ma siccome le bollette si pagano sulla parte corrente, tutti avranno grossa difficoltà a chiudere i bilanci perché vengono da situazioni già critiche con la pandemia. Comuni come Milano, che traggono parte delle entrate dai dividendi delle partecipate e dai biglietti dei trasporti, con lo smart working e il calo dei trasferimenti hanno visto calare gli incassi da queste voci».
E altrove?
«Città turistiche come Firenze e Roma hanno registrato un minor gettito dall’imposta di soggiorno a causa del crollo del turismo. La mia città, Novara, aveva un costo dell’energia di 6 milioni di euro e abbiamo stimato un aumento di 1,8 milioni, il 30% in più. I sindaci vivono in una situazione di grande incertezza, nella necessità di aggiustare il bilancio durante l’anno per coprire i rincari. Per questo abbiamo chiesto al governo un intervento straordinario. Di 550 milioni di euro, ci sono stati riconosciuti per ora 200 milioni. Puntiamo ad avere qualcosa in più con la manovra da 5 miliardi legata al Def. Non pensiamo che si arrivi alla copertura integrale del fabbisogno, ma sarà una boccata di ossigeno per i bilanci previsionali».
I Comuni saranno costretti a rinviare gli incrementi di organico con nuove assunzioni?
«Questo è un bel problema. Dopo anni di blocco del turn over, tanti sindaci avevano pianificato nuove assunzioni. C’è anche il tema dell’adeguamento degli stipendi in base al contratto collettivo nazionale che peserà su tutti i Comuni per almeno 950 milioni».
Il taglio dei servizi, per abbattere i maggiori costi energetici, sarà inevitabile?
«Molti Comuni saranno costretti a trovare le coperture per i maggiori esborsi energetici. Significa rinunciare a servizi o alzare tariffe e imposte comunali».
Quali servizi rischiano il ridimensionamento?
«Tutti, in base alle difficoltà di ogni Comune. Dalla spesa sociale per i disabili, a quella per gli anziani. Poi ci sono le comunità famiglia per i minori, in particolari situazioni e i sostegni alle fasce deboli. Sarà difficile fare nuove assunzioni anche se i Comuni, negli ultimi dieci anni, hanno subito un taglio del personale del 25% con il conseguente impoverimento oltre che di numeri, di competenze. Gli organici sono all’osso, proprio ora che servirebbe più personale e con qualifiche precise, per gestire il Pnrr. Le fasce più basse saranno doppiamente penalizzate: dovranno pagare bollette più alte, avendo meno servizi».
Si profila l’aumento delle tariffe e delle imposte?
«Qualche sindaco potrebbe essere costretto ad aumentare il costo delle mense. Per le imposte ci sono i tetti. Quindi quei Comuni che hanno ancora un margine per alzare l’aliquota Imu e l’addizionale comunale Irpef, potrebbero sfruttare questa occasione per arrivare al livello massimo. I sindaci possono agire sulle entrate tributarie, sull’imposta di soggiorno, sul canone per l’occupazione del suolo pubblico e sulle affissioni pubblicitarie. Poi ci sono le entrate extra tributarie come le multe stradali, le sanzioni, i canoni di concessione. Basta mandare in giro più vigili e le entrate per questa voce aumentano».
I sindaci devono affrontare anche i costi dell’accoglienza dei profughi ucraini.
«Noi, qui a Novara, abbiamo sistemato più di mille ucraini nelle famiglie e non li abbiamo messi nei centri di accoglienza per stranieri. Tanti comuni hanno affrontato l’emergenza ma ancora non hanno visto riconosciuti i costi che hanno dovuto affrontare. L’Anci ha chiesto su questo l’attenzione del governo».
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Un’amministrazione su 20 in grave crisi finanziaria. Il 5%, se fosse un’azienda, avrebbe già dovuto dichiarare default. Gran parte dei casi è concentrata al Sud. I bilanci già malmessi si sono aggravati con pandemia e rincari. I municipi battono cassa al governo, i cui aiuti sono gocce nel deserto. Così i rimedi sono i soliti: tasse aumentate e servizi tagliati.«Luci accese e assistenza per tutti anche con bollette salite del 50%». Il primo cittadino di Imperia Claudio Scajola: «Gli aumenti si combattono diversificando le fonti».«In arrivo più multe e rincari di Imu e Irpef». Il presidente Ifel e sindaco di Novara Alessandro Canelli: «Per fare quadrare i conti la strada più facile è maggiorare le tariffe e sguinzagliare i vigili».Lo speciale comprende tre articoli. L’ultimo allarme è stato lanciato dal sindaco di Palermo. Leoluca Orlando, dopo la bocciatura del Consiglio comunale al raddoppio dell’Irpef, ha alzato il telefono e ha chiamato il premier Mario Draghi per chiedergli un intervento straordinario «simile a quello dato a Napoli, Torino e Roma che hanno avuto più di 1 miliardo» a fronte dei 180 milioni ricevuti dal capoluogo siciliano. La città è prossima al dissesto finanziario. Cosa significa? Lo sanno bene tutti coloro che operano con un ente locale, certi di trovarsi di fronte a soggetti che pagano le fatture in tempi accettabili, mentre si scontrano con lunghi tempi di attesa. Un Comune in dissesto finanziario non può garantire lo svolgimento delle funzioni e dei servizi indispensabili e deve approvare un nuovo bilancio basato principalmente sull’aumento delle proprie entrate, sino al massimo consentito dalla legge. Ciò vuol dire che tutte le imposte comunali saranno alzate il più possibile e, se fosse necessario anche un contenimento delle spese, saranno tagliati i servizi.Nella situazione di dissesto si trovano 120 Comuni, mentre 266 sono in pre dissesto, cioè sull’orlo del baratro, come emerge dal rapporto della Commissione per la stabilità finanziaria degli enti locali. Sono quindi 386 gli enti in gravissima crisi. Il che vuol dire che su circa 8.000 Comuni, il 4,88%, 1 su 20, se fossero stati aziende avrebbero già dovuto dichiarare il fallimento e avrebbero chiuso. Poi ci sono Comuni che sono in sofferenza finanziaria, ma non ancora così grave da essere in pre dissesto, e sono il 15% del totale, 1 su 8. Queste realtà sono state aggravate dalla pandemia e ora si trovano alle prese con i rincari energetici, con costi che sono aumentati del 30-40% e con materie prime, schizzate, già prima della guerra, a livelli insostenibili. I dati elaborati dal Viminale confermano una concentrazione delle dichiarazioni di dissesto nelle regioni meridionali, in particolare, 30 enti in Sicilia, 37 in Calabria, 26 in Campania. Gli altri casi si riscontrano in Abruzzo (tre casi), in Basilicata (tre casi), nel Lazio (nove casi), in Liguria con un caso, come nelle Marche, in Molise, in Piemonte, in Toscana e in Umbria. In Lombardia si contano tre casi come in Puglia. Nel corso del 2021 sono stati istruiti 51 piani di riequilibrio finanziario pluriennale.Gli interventi del governo per tamponare gli aumenti dei prezzi energetici (circa 200 milioni su 1 miliardo di euro necessari, secondo la stima dell’Anci, l’Associazione dei Comuni) paiono una goccia nel deserto. Il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, ha messo in guardia dal rischio che i servizi pubblici non possano più essere erogati con continuità. Potrebbero saltare anche i piani di assunzione. I Comuni da anni sono in sofferenza per il blocco del turnover e avevano programmato di ampliare l’organico per gestire i soldi del Pnrr. Ma senza personale i progetti non si possono realizzare. L’Anci ha stimato un aggravio della bolletta energetica di almeno 550 milioni di euro su una spesa complessiva annua per l’elettricità che oscilla tra 1,6 e 1,8 miliardi di euro. «Non vorremmo ritrovarci», ha detto Decaro, «a dover scegliere tra salvaguardare gli equilibri di bilancio ed erogare i servizi». I Comuni potrebbero essere costretti anche ad aumentare imposte come l’Imu, l’addizionale Irpef, il canone per l’occupazione delle aree pubbliche, la tassa sulle affissioni e quella sui rifiuti. In numerosi enti le aliquote sono già al livello massimo, ma quelle che hanno ancora margini di manovra potrebbero essere usate per far cassa.Un’altra voce importante è l’imposta di soggiorno, che introdotta nel 2011, aveva l’obiettivo di essere riutilizzata a sostegno del turismo per aumentare i servizi, ma con il tempo si è trasformata in un veicolo per drenare risorse utili ad altre funzioni o tamponare i disavanzi di bilancio. Chi non ce l’ha, potrebbe introdurla. A Roma, questa imposta che è tra le più alte d’Italia, frutta in un anno 130 milioni di euro per circa 100 posti letto regolari. Sono oltre 1.000 i Comuni che la applicano e sono in crescita. Nel 2019 erano 1.020 e nel 2020 sono saliti a 1.041, secondo il Centro studi enti locali. Qualche città ha cominciato a tagliare i costi. A Torino, a marzo, è stato abbassato a 18 gradi il riscaldamento negli uffici comunali ma è anche vero che si sta andando verso l’estate e bisognerà vedere se analoghi interventi saranno presi per il condizionamento dell’aria. Nel Pavese, Voghera pensa già per l’autunno di spegnere i riscaldamenti al sabato nei locali non frequentati delle scuole, mentre Garlasco ha scritto alle associazioni che usano gli immobili pubblici chiedendo di usare «la mano leggera» con i telecomandi dei condizionatori. Nella provincia di Verona alcuni piccoli Comuni hanno deciso di spegnere i lampioni stradali un’ora prima del solito alla mattina e di prorogare l’accensione automatica serale di mezz’ora, in modo da sfruttare le ultime luci del tramonto o lasciare al buio monumenti e strade secondarie.Ci sono poi le ricadute sulle opere pubbliche già appaltate che ora costano il 30-40% in più. Quando sono state fatte le gare, le materie prime avevano costi inferiori a quelli di oggi, così le ditte chiedono di rivedere le cifre degli appalti oppure fermano i cantieri. Scuole progettate per costare una decina di milioni, adesso presentano un conto raddoppiato. Sicché il Comune decide di aspettare per trovare nuovi finanziamenti. Ma così la ripresa legata ai soldi del Pnrr, deve attendere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aiuto-qui-falliscono-i-comuni-2657205861.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="luci-accese-e-assistenza-per-tutti-anche-con-bollette-salite-del-50" data-post-id="2657205861" data-published-at="1650832151" data-use-pagination="False"> «Luci accese e assistenza per tutti anche con bollette salite del 50%» «Al momento non siamo intervenuti con tagli ai servizi e all’illuminazione. 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Le conseguenze sarebbero una maggiore insicurezza dei cittadini e il rischio di crescita della delinquenza». Taglio ai servizi sociali? «Continueremo ad assistere le persone meno abbienti. Su questo non cambierà nulla. È significativo che il governo abbia provveduto ad alleggerire le bollette dei bassi redditi, ma ci vuole di più. Al momento l’unica iniziativa di riduzione dei costi è non aver prorogato dal 31 marzo l’accensione dei riscaldamenti nelle scuole e nelle abitazioni». Pensate di aumentare le tariffe? «No, nessun cambiamento». E l’imposta di soggiorno? «Lasciamo tutto come è. Il flusso turistico si sta profilando positivo secondo quanto emerge dalle prenotazioni nelle strutture alberghiere. Risentiamo meno della crisi russa. Soffre la Costa Azzurra. Riteniamo che sarà una buona estate dal punto di vista delle presenze straniere». Ma se si dovesse arrivare alla decisione estrema di bloccare gli acquisti di gas russo, avete un piano B? «La politica ha dormito per anni sui temi della diversificazione e dell’efficientamento energetico, dimenticando che dipendere dai Paesi è sempre un rischio. Si dovrebbe semplificare l’accesso alle fonti alternative, investire di più nell’idroelettrico, intensificare la ricerca del gas sul territorio nazionale, investire di più sui rigassificatori fermi da 12 anni e riconsiderare il nucleare. So cosa significa avere i veti degli ambientalisti. 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Qual è la situazione dei Comuni? «I rincari energetici impattano su una situazione già critica. In base al nostro monitoraggio il 15% dei Comuni, 1.400 città, è in difficoltà finanziaria. Sono per la maggior parte enti medio piccoli, ma troviamo anche Torino e Palermo. Ci sono inoltre 266 realtà in pre dissesto, tra cui Sesto San Giovanni, Imperia, Savona, Fiesole e Frosinone e 120 in dissesto. Ogni Comune ha la sua situazione particolare, c’è chi ha in atto contratti pluriennali e forme di approvvigionamento differenziate, altri più legati alle variazioni dei prezzi di mercato». Quanto è rincarata la bolletta energetica? «Con le differenze tra varie realtà, stimiamo un incremento medio di circa il 40%. L’impatto è differente in base allo stato di salute dei bilanci. Ma siccome le bollette si pagano sulla parte corrente, tutti avranno grossa difficoltà a chiudere i bilanci perché vengono da situazioni già critiche con la pandemia. Comuni come Milano, che traggono parte delle entrate dai dividendi delle partecipate e dai biglietti dei trasporti, con lo smart working e il calo dei trasferimenti hanno visto calare gli incassi da queste voci». E altrove? «Città turistiche come Firenze e Roma hanno registrato un minor gettito dall’imposta di soggiorno a causa del crollo del turismo. La mia città, Novara, aveva un costo dell’energia di 6 milioni di euro e abbiamo stimato un aumento di 1,8 milioni, il 30% in più. I sindaci vivono in una situazione di grande incertezza, nella necessità di aggiustare il bilancio durante l’anno per coprire i rincari. Per questo abbiamo chiesto al governo un intervento straordinario. Di 550 milioni di euro, ci sono stati riconosciuti per ora 200 milioni. Puntiamo ad avere qualcosa in più con la manovra da 5 miliardi legata al Def. Non pensiamo che si arrivi alla copertura integrale del fabbisogno, ma sarà una boccata di ossigeno per i bilanci previsionali». I Comuni saranno costretti a rinviare gli incrementi di organico con nuove assunzioni? «Questo è un bel problema. Dopo anni di blocco del turn over, tanti sindaci avevano pianificato nuove assunzioni. C’è anche il tema dell’adeguamento degli stipendi in base al contratto collettivo nazionale che peserà su tutti i Comuni per almeno 950 milioni». Il taglio dei servizi, per abbattere i maggiori costi energetici, sarà inevitabile? «Molti Comuni saranno costretti a trovare le coperture per i maggiori esborsi energetici. Significa rinunciare a servizi o alzare tariffe e imposte comunali». Quali servizi rischiano il ridimensionamento? «Tutti, in base alle difficoltà di ogni Comune. Dalla spesa sociale per i disabili, a quella per gli anziani. Poi ci sono le comunità famiglia per i minori, in particolari situazioni e i sostegni alle fasce deboli. Sarà difficile fare nuove assunzioni anche se i Comuni, negli ultimi dieci anni, hanno subito un taglio del personale del 25% con il conseguente impoverimento oltre che di numeri, di competenze. Gli organici sono all’osso, proprio ora che servirebbe più personale e con qualifiche precise, per gestire il Pnrr. Le fasce più basse saranno doppiamente penalizzate: dovranno pagare bollette più alte, avendo meno servizi». Si profila l’aumento delle tariffe e delle imposte? «Qualche sindaco potrebbe essere costretto ad aumentare il costo delle mense. Per le imposte ci sono i tetti. Quindi quei Comuni che hanno ancora un margine per alzare l’aliquota Imu e l’addizionale comunale Irpef, potrebbero sfruttare questa occasione per arrivare al livello massimo. I sindaci possono agire sulle entrate tributarie, sull’imposta di soggiorno, sul canone per l’occupazione del suolo pubblico e sulle affissioni pubblicitarie. Poi ci sono le entrate extra tributarie come le multe stradali, le sanzioni, i canoni di concessione. Basta mandare in giro più vigili e le entrate per questa voce aumentano». I sindaci devono affrontare anche i costi dell’accoglienza dei profughi ucraini. «Noi, qui a Novara, abbiamo sistemato più di mille ucraini nelle famiglie e non li abbiamo messi nei centri di accoglienza per stranieri. Tanti comuni hanno affrontato l’emergenza ma ancora non hanno visto riconosciuti i costi che hanno dovuto affrontare. L’Anci ha chiesto su questo l’attenzione del governo».
Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Il ministro del Lavoro Marina Calderone
Intervistata dal direttore Maurizio Belpietro, il ministro del Lavoro Marina Calderone ha fatto il punto su salari, formazione e occupazione sul palco de Il giorno della Verità.
Salari, formazione e occupazione. Questi i temi fondamentali toccati dal ministro del Lavoro Marina Calderone, intervistata dal direttore Maurizio Belpietro in occasione de Il giorno della Verità.
Belpietro menziona innanzitutto i dati estremamente positivi sulla disoccupazione al 5,1% (ai minimi dal 2004). Questi risultati, secondo Calderone, derivano da tutto un insieme di fattori che funzionano, ma soprattutto dalla fiducia che le imprese hanno riacquisito grazie alla stabilità del governo Meloni. «Questo fattore è davvero importante quando un imprenditore vuole costruire qualcosa». Inoltre, afferma il ministro con orgoglio «sono in crescita i contratti a tempo indeterminato. Non è vero, come dicono le opposizioni, che il lavoro è precario. Quest'ultimo rappresenta una percentuale normale, che deriva dai periodi dell'anno in cui le aziende hanno bisogno di una certa flessibilità».
I quattro anni di governo, dunque «sono stati anni di dati positivi, costruiti gradualmente, numero su numero. Il governo, ora, deve continuare a dare fiducia e stabilità, a costruire norme che irrobustiscano il lavoro e diano prospettive ai giovani. Le condizioni del nostro mercato del lavoro ci permettono di tenere cinque generazioni diverse a lavorare. Il problema, invece, è trovare lavoratori per le aziende che li richiedono. Ma non bisogna alimentare la competizione fra giovani e anziani. Occorre far entrare prima i giovani nel mondo del lavoro».
Sul fronte dell’occupazione giovanile, Calderone si ritiene soddisfatta del fatto che negli ultimi anni la percentuale dei giovani che non lavorano si sia ridotta sensibilmente, mentre è aumentata quella delle giovani donne che lavorano. Un altro elemento positivo è il cambiamento della mentalità delle famiglie italiane: un tempo si insegnava che bisognava privilegiare i licei, mentre l’istituto professionale era considerato di Serie C. Ora, al contrario, i dati dimostrano che chi fa studi professionali ha possibilità molto elevate di trovare lavoro. Bisogna dunque spiegare ai giovani queste opportunità, al fine di valorizzare talenti diversi».
Stimolata sul tema dell'impresa privata dal direttore Belpietro, il ministro spiega che «esiste un percorso di adattamento a crisi profonde come è stato il Covid. Era già successo nel 2008 e 2010, quando c’era stata la bolla economica e il mondo del lavoro si era fermato. Per farlo ripartire ci vogliono anni. A ogni modo, negli ultimi due anni, l'Italia, anche a livello di salari, è cresciuta molto più di altri Paesi europei».
L'ultimo tema affrontato è quello delIa denatalità e dell'intelligenza artificiale, che potrebbero mettere a rischio l'occupazione e l'Inps. Su questo tema, tuttavia, Calderone ha rassicurato, citando il Rapporto fine mandato consiglio vigilanza dell’Inps: «I conti sono in equilibrio, ma bisogna accompagnare la dinamica demografica che purtroppo non gioca a nostro favore. Bisogna far crescere i montanti contributivi, riducendo gli interventi a sostegno del reddito e trasformando le ore di cassa integrazione in ore di lavoro. Così facendo avremo la possibilità di sostenere il sistema delle pensioni».
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Al «Giorno della Verità» Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma; Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A; e Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, si sono confrontati sul ruolo delle infrastrutture strategiche tra sicurezza energetica, sostenibilità e innovazione tecnologica. Al centro del dibattito aeroporti, reti energetiche, gestione dell’acqua e intelligenza artificiale.
Sicurezza energetica, infrastrutture strategiche e innovazione tecnologica sono stati i temi al centro del panel Le reti della sovranità – Infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi, moderato dalla giornalista Rai Manuela Moreno al «Giorno della Verità».
Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma, ha illustrato il percorso di sostenibilità intrapreso dal gruppo, spiegando come la decarbonizzazione rappresenti non soltanto un obiettivo ambientale ma un approccio strutturale allo sviluppo delle infrastrutture aeroportuali.
Tra gli interventi già realizzati, Giordano ha ricordato l’installazione di oltre 55.000 pannelli fotovoltaici nell’area di Fiumicino, visibili anche durante le fasi di atterraggio. Un investimento che rientra nella strategia di riduzione delle emissioni e che viene sostenuto attraverso strumenti di finanza sostenibile.
Lo stesso manager ha poi affrontato il tema dello sviluppo dello scalo romano, evidenziando come il traffico dell’aeroporto cresca mediamente del 3% ogni anno. Secondo le previsioni di Aeroporti di Roma, dopo il 2040 Fiumicino potrebbe superare la soglia dei 100 milioni di passeggeri annui.
In questo quadro si inserisce il progetto di una nuova pista, che secondo Giordano potrebbe generare una ricaduta economica stimata in circa 18 miliardi di euro e migliaia di nuovi posti di lavoro. Una prospettiva che si lega anche alla crescente competizione con altri grandi hub internazionali del Mediterraneo e d’Europa, da Istanbul a Barcellona fino a Londra.
Sul fronte della sicurezza delle infrastrutture è intervenuto Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, che ha sottolineato come oggi la protezione delle reti non possa più essere considerata soltanto in termini fisici.
«La sicurezza ha ormai anche una dimensione digitale», ha spiegato, soffermandosi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella gestione delle infrastrutture idriche. Secondo Naranjo, le nuove tecnologie consentono di passare da un approccio reattivo a uno preventivo, grazie alla capacità di monitorare i sistemi, individuare anomalie e segnalare possibili criticità prima che si trasformino in guasti o interruzioni del servizio.
In collegamento video è intervenuto anche Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A, che ha affrontato il tema dell’autonomia energetica. Secondo Giussani, l’obiettivo deve essere quello di rendere il sistema energetico meno esposto a condizionamenti esterni e più resiliente rispetto alle crisi.
Per raggiungere questo risultato, ha osservato, occorre puntare sulle fonti rinnovabili, che oggi presentano costi inferiori rispetto a quelle fossili, ma che necessitano di infrastrutture e investimenti adeguati per garantire stabilità e continuità della produzione.
Dal confronto è emersa una visione comune: infrastrutture moderne, innovazione tecnologica e investimenti rappresentano elementi essenziali per rafforzare la competitività del Paese e affrontare le sfide energetiche e industriali dei prossimi anni.
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