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2021-03-10
Gianni Agnelli, nella beatificazione nessuna domanda sui miliardi di Stato
Gianni Agnelli (Ansa)
Da qualche giorno La Repubblica diretta da Maurizio Molinari che, per dirla con uno spot antico della sambuca, è convinto di essere senza pari, ci offre la canonizzazione di Gianni Agnelli in vista del centenario della nascita del fu «padrone» della Fiat che cade il 12 marzo. I quotidiani della Gedi per l'occasione non vengono stampati con l'inchiostro, ma con ettolitri di saliva per ricordare la rivelazione al mondo dell'Avvocato. Ha cominciato Massimo Giannini con un'intervista a John Elkann su La Stampa, ha proseguito Ezio Mauro con dei videoclip dedicati a sua maestà Gianni primo, ma il colmo lo ha toccato proprio Molinari, direttore senza pari, affidando a Diego Longhin l'ingrato compito di beatificare Gianni Agnelli nelle parole del nipote che ha traghettato la Fiat verso la fusione nell'iperuranio di Stellantis.
La Repubblica poteva farci sapere che il signore che stava parlando era il «padrone del giornale» e dunque degli stipendi dei giornalisti di Repubblica. Invece John Elkann viene così presentato: «Presidente di Exor, Stellantis, Ferrari e Gedi, designato da Gianni Agnelli a raccoglierne l'eredità industriale, prova a immaginare che cosa avrebbe fatto l'Avvocato per combattere la pandemia e dare un suo contributo». Ma ciò detto sapete cosa avrebbe fatto l'Avvocato? Si sarebbe vaccinato! Magari il nipotino avrebbe potuto spiegarci che per combattere la pandemia poteva evitare di esporre il governo italiano per 6,3 miliardi di euro di garanzie prestate a Fca che si era già industriata a portare le sedi legali prima a Londra poi in Olanda. Ma il nipotino disse a Giuseppe Conte, felice di ascoltarlo, che i miliardi servivano per mantenere l'occupazione in Italia. Per sostenere quelle fabbriche ora in mano ai francesi da cui non si sa quali modelli usciranno, con le produzioni che vengono decise dai parigini e il giovane Elkann che si bea di una presidenza senza incombenza nell'attesa di cospicui dividendi.
Nessuno del governo bis-Conte che s'è svenato per Fiat Chrysler ha chiesto al momento della fusione di Fca con Psa un piano industriale per sapere che cosa ne sarà del fu polo automobilistico italiano. Intano i contoterzisti e i fabbricanti di componentistica ormai non guardano più a Torino, ma alle case tedesche e giapponesi. All'erede industriale una domandina su questo potevano fargliela quelli di Repubblica, invece no. Del resto, se non ci ha pensato il governo che s'è fatto subalterno perché dovrebbero pensarci i dipendenti? La fusione con Psa dissolve ciò che restava della Fiat e fa diventare l'Italia un paese gregario: comandano la famiglia Peugeot e il governo di Parigi. Ma John Elkann il posto ce l'ha assicurato: è il presidente di Stellantis e anche la famiglia il suo pacchetto di azioni lo ha messo al sicuro e a reddito.
Perfino Romano Prodi ha trovato modo di dire: «Sono preoccupato perché l'amministratore delegato, la maggioranza del consiglio di amministrazione, la presenza del governo francese fanno sì che il potere decisionale sia tutto sbilanciato verso la Francia». Cosa significa? Che se c'è da tutelare l'occupazione sarà tutelata quella francese. E qualche segnale si è già visto. Dall'agosto scorso Fca ha interrotto le forniture per le city car dalle ditte italiane. Ma Giuseppe Conte la garanzia per 6,3 miliardi l'ha data di fatto prosciugando le capacità di Sace mentre mezza industria italiana sta morendo causa Covid e la famosa potenza di fuoco annunciata per sostenere le imprese italiane si è risolta in un petardo, anche po' fioco. Un altro pericoloso bolscevico come Carlo Calenda affermò: «Ovviamente la sede legale e fiscale tornano a Torino, altrimenti siamo al surreale». La sede di Fca è rimasta dov'era e prima che la garanzia scada (è buona fino al 2024) s'è fatto il matrimonio con Peugeot e Fiat-Chrysler è rimasta solo per la storia. Stefano Fassinia (Leu), che allora faceva parte della maggioranza di governo, fu ancora più esplicito: «Condizioniamo l'aiuto dello Stato alla residenza giuridica e fiscale in Italia, a cancellare i dividendi non per un anno, ma fino a quando le garanzie dello Stato per essi immobilizzate non vengono liberate». È finita che Fca non esiste più, che Stellantis sta in Francia, l'Italia di fatto nell'indifferenza di tutti - sindacati compresi - non ha più una sua industria automobilistica, ma prima della dissoluzione Fiat Chrysler ha distribuito un dividendo straordinario pari a 2,9 miliardi e gli Agnelli, tramite la finanziaria Exor, ovviamente di diritto olandese (hai visto mai si dovessero pagare le tasse in Italia) si sono messi in tasca 843 milioni.
Ebbene, di questa singolare coincidenza nelle pensose pagine di La Repubblica non c'è una riga. Anzi nella laudatio del foglio di Maurizio Molinari si apprende che: «Di fronte alla pandemia, al lockdown, alla crisi mondiale, Gianni Agnelli avrebbe cercato di sostenere la ricerca e le menti più geniali per trovare il modo per combattere il virus. Fca, nel 2020, ha messo a disposizione manodopera e spazi per la produzione delle mascherine». Per quelle mascherine Fiat Chrysler ha contato su una benevolenza del governo pari a 6,3 miliardi di euro? Pare brutto chiederlo a John Elkann. Almeno a Repubblica. Che però una cosa l'ha azzeccata; del nipotino si potrebbe dire: tutto suo nonno! Ha imparato fin da piccolo a socializzare le perdite a privatizzare i profitti.
I servizi lanciano l’allarme sulle quattro ruote
Ci sono anche il settore automotive e soprattutto quello sul sistema finanziario nazionale nelle 122 pagine della relazione annuale sulla politica dell'informazione per la sicurezza inviata dai nostri servizi segreti al parlamento. Nel 2020 la nostra intelligence ha lavorato molto sulle possibili minacce alla nostra economia nazionale. Del resto, si legge nella relazione, «la crisi sanitaria ha messo in luce in modo ancora più marcato la postura aggressiva di attori esteri, determinati a conseguire posizioni di leadership commerciale e tecnologica in aderenza ad obiettivi ed indirizzi di carattere geopolitico».
Anche per questo motivo i nostri 007 hanno intensificato «l'azione di ricerca e d'analisi a supporto del decisore politico, anche ai fini dell'esercizio dei poteri speciali come il golden power e dell'implementazione della normativa di riferimento, il cui ambito di applicazione è stato ulteriormente esteso, nel 2020, proprio per garantire una maggiore protezione dell'economia nazionale». Se nel 2019 le notifiche per l'esercizio del potere speciale erano state 83, nel 2020 sono arrivate a 341. A quanto pare i tentativi di scalata stanno continuando nel 2021. E i settori più colpiti sono stati quelli delle telecomunicazioni e della difesa. In queste settimane all'attenzione del parlamento e del governo c'è il caso Iveco, azienda leader nella produzione di autobus e camion controllata dal gruppo Cnh e quindi di proprietà anche di Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli. Come è noto i cinesi di Faw starebbero trattando l'acquisto della società per una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 3,5 miliardi di euro. L'operazione garantirebbe alla famiglia torinese un maxi dividendo da 1,5 miliardi.
A opporsi è quasi tutto l'arco parlamentare italiano, da Forza Italia fino ai sindacati. Ma è soprattutto il vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, ad aver da tempo lanciato l'allarme su «un'importante realtà» del sistema industriale italiano «che vede nel gruppo anche Iveco defence, ramo aziendale strategico che lavora per la nostra Difesa. Faw non ha presentato offerte per la parte militare, ma negli ambienti dell'esercito c'è comunque chi mette in guardia sul rischio del dual use, cioè prodotti che potrebbero non essere usati solo in ambito civile. Il ministro per lo Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha già parlato del possibile utilizzo del golden power, ma per farlo il governo deve emanare un decreto ad hoc. Il punto è che la famiglia Agnelli sembra aver ormai avviato le trattative, in una strategia che passa chiaramente dalla nascita di Stellantis, il nuovo colosso dell'automotive nato dalla fusione tra Fca e i francesi di Psa. È ormai assodato che l'operazione è a favore dei francesi, considerazione facile guardando l'organigramma dell'azienda con 43 manager di espressione transalpina e solo 18 di Fiat Chrysler. E come ricordava pochi giorni l'ex direttore dell'area studi di Mediobanca, Fulvio Coltorti, su Startmag, il ceo Carlo Tavares avrebbe già iniziato a smontare la presenza in Italia «cercando di salvare l'occupazione in Francia». Per di più gli Agnelli hanno aperto ormai un canale con la Francia, tanto che ieri è diventata di pubblico dominio la notizia dell'entrata di Exor nel capitale del produttore di scarpe Christian Louboutin, 541 milioni di euro per diventare azionista al 24%. Ma il problema Francia non si esaurisce qui. A tenere banco nelle piazze finanziarie è l'acquisto di Borsa Italiana da parte di Euronext, la borsa paneuropea di controllo franco-olandese.
L'operazione potrebbe essere perfezionata prima dell'estate e rappresenta, sempre secondo alcuni rapporti dell'intelligence, un rischio strategico per l'Italia. Perché in questo modo la Francia potrebbe tramite Euronext ottenere informazioni e acquistare altre aziende italiane, a trazione sempre transalpina. La governance non è ancora stata perfezionata e gli accordi presi dall'ex ministro Roberto Gualtieri non prevedono garanzie su quell'autonomia decisionale di Borsa tanto cara al presidente di Consob, Paolo Savona, né sugli investimenti.
Al momento nelle posizioni apicali ci sono soprattutto uomini legati all'Eliseo, da ultimo Nicolas Jegou, ex collaboratore del presidente Emmanuel Macron. Nelle prossime settimane il dossier sarà valutato proprio da Consob che dovrà valutare gli aspetti tecnici dell'operazione. A ottobre dello scorso anno il sistema Euronext andò in tilt per 3 ore. I vertici dell'azienda smentirono un attacco informatico, parlando di un problema di middleware. Ma in questi giorni in Francia fanno rumore le polemiche sulla fuga di dati da alcuni laboratori medici che avrebbero compromesso la segretezza del personale militare e dell'intelligence.
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Il governo Conte bis si è svenato senza chiedere nulla in cambio. La fusione con Psa dissolve Fca: l'Italia ora è un Paese gregario.La relazione degli 007: «La crisi evidenzia l'aggressività di attori esteri». E Iveco è nel radar del golden power.Lo speciale contiene due articoli.Da qualche giorno La Repubblica diretta da Maurizio Molinari che, per dirla con uno spot antico della sambuca, è convinto di essere senza pari, ci offre la canonizzazione di Gianni Agnelli in vista del centenario della nascita del fu «padrone» della Fiat che cade il 12 marzo. I quotidiani della Gedi per l'occasione non vengono stampati con l'inchiostro, ma con ettolitri di saliva per ricordare la rivelazione al mondo dell'Avvocato. Ha cominciato Massimo Giannini con un'intervista a John Elkann su La Stampa, ha proseguito Ezio Mauro con dei videoclip dedicati a sua maestà Gianni primo, ma il colmo lo ha toccato proprio Molinari, direttore senza pari, affidando a Diego Longhin l'ingrato compito di beatificare Gianni Agnelli nelle parole del nipote che ha traghettato la Fiat verso la fusione nell'iperuranio di Stellantis.La Repubblica poteva farci sapere che il signore che stava parlando era il «padrone del giornale» e dunque degli stipendi dei giornalisti di Repubblica. Invece John Elkann viene così presentato: «Presidente di Exor, Stellantis, Ferrari e Gedi, designato da Gianni Agnelli a raccoglierne l'eredità industriale, prova a immaginare che cosa avrebbe fatto l'Avvocato per combattere la pandemia e dare un suo contributo». Ma ciò detto sapete cosa avrebbe fatto l'Avvocato? Si sarebbe vaccinato! Magari il nipotino avrebbe potuto spiegarci che per combattere la pandemia poteva evitare di esporre il governo italiano per 6,3 miliardi di euro di garanzie prestate a Fca che si era già industriata a portare le sedi legali prima a Londra poi in Olanda. Ma il nipotino disse a Giuseppe Conte, felice di ascoltarlo, che i miliardi servivano per mantenere l'occupazione in Italia. Per sostenere quelle fabbriche ora in mano ai francesi da cui non si sa quali modelli usciranno, con le produzioni che vengono decise dai parigini e il giovane Elkann che si bea di una presidenza senza incombenza nell'attesa di cospicui dividendi. Nessuno del governo bis-Conte che s'è svenato per Fiat Chrysler ha chiesto al momento della fusione di Fca con Psa un piano industriale per sapere che cosa ne sarà del fu polo automobilistico italiano. Intano i contoterzisti e i fabbricanti di componentistica ormai non guardano più a Torino, ma alle case tedesche e giapponesi. All'erede industriale una domandina su questo potevano fargliela quelli di Repubblica, invece no. Del resto, se non ci ha pensato il governo che s'è fatto subalterno perché dovrebbero pensarci i dipendenti? La fusione con Psa dissolve ciò che restava della Fiat e fa diventare l'Italia un paese gregario: comandano la famiglia Peugeot e il governo di Parigi. Ma John Elkann il posto ce l'ha assicurato: è il presidente di Stellantis e anche la famiglia il suo pacchetto di azioni lo ha messo al sicuro e a reddito. Perfino Romano Prodi ha trovato modo di dire: «Sono preoccupato perché l'amministratore delegato, la maggioranza del consiglio di amministrazione, la presenza del governo francese fanno sì che il potere decisionale sia tutto sbilanciato verso la Francia». Cosa significa? Che se c'è da tutelare l'occupazione sarà tutelata quella francese. E qualche segnale si è già visto. Dall'agosto scorso Fca ha interrotto le forniture per le city car dalle ditte italiane. Ma Giuseppe Conte la garanzia per 6,3 miliardi l'ha data di fatto prosciugando le capacità di Sace mentre mezza industria italiana sta morendo causa Covid e la famosa potenza di fuoco annunciata per sostenere le imprese italiane si è risolta in un petardo, anche po' fioco. Un altro pericoloso bolscevico come Carlo Calenda affermò: «Ovviamente la sede legale e fiscale tornano a Torino, altrimenti siamo al surreale». La sede di Fca è rimasta dov'era e prima che la garanzia scada (è buona fino al 2024) s'è fatto il matrimonio con Peugeot e Fiat-Chrysler è rimasta solo per la storia. Stefano Fassinia (Leu), che allora faceva parte della maggioranza di governo, fu ancora più esplicito: «Condizioniamo l'aiuto dello Stato alla residenza giuridica e fiscale in Italia, a cancellare i dividendi non per un anno, ma fino a quando le garanzie dello Stato per essi immobilizzate non vengono liberate». È finita che Fca non esiste più, che Stellantis sta in Francia, l'Italia di fatto nell'indifferenza di tutti - sindacati compresi - non ha più una sua industria automobilistica, ma prima della dissoluzione Fiat Chrysler ha distribuito un dividendo straordinario pari a 2,9 miliardi e gli Agnelli, tramite la finanziaria Exor, ovviamente di diritto olandese (hai visto mai si dovessero pagare le tasse in Italia) si sono messi in tasca 843 milioni. Ebbene, di questa singolare coincidenza nelle pensose pagine di La Repubblica non c'è una riga. Anzi nella laudatio del foglio di Maurizio Molinari si apprende che: «Di fronte alla pandemia, al lockdown, alla crisi mondiale, Gianni Agnelli avrebbe cercato di sostenere la ricerca e le menti più geniali per trovare il modo per combattere il virus. Fca, nel 2020, ha messo a disposizione manodopera e spazi per la produzione delle mascherine». Per quelle mascherine Fiat Chrysler ha contato su una benevolenza del governo pari a 6,3 miliardi di euro? Pare brutto chiederlo a John Elkann. Almeno a Repubblica. Che però una cosa l'ha azzeccata; del nipotino si potrebbe dire: tutto suo nonno! Ha imparato fin da piccolo a socializzare le perdite a privatizzare i profitti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/agnelli-beatificazione-miliardi-di-stato-2650998267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-servizi-lanciano-lallarme-sulle-quattro-ruote" data-post-id="2650998267" data-published-at="1615331282" data-use-pagination="False"> I servizi lanciano l’allarme sulle quattro ruote Ci sono anche il settore automotive e soprattutto quello sul sistema finanziario nazionale nelle 122 pagine della relazione annuale sulla politica dell'informazione per la sicurezza inviata dai nostri servizi segreti al parlamento. Nel 2020 la nostra intelligence ha lavorato molto sulle possibili minacce alla nostra economia nazionale. Del resto, si legge nella relazione, «la crisi sanitaria ha messo in luce in modo ancora più marcato la postura aggressiva di attori esteri, determinati a conseguire posizioni di leadership commerciale e tecnologica in aderenza ad obiettivi ed indirizzi di carattere geopolitico». Anche per questo motivo i nostri 007 hanno intensificato «l'azione di ricerca e d'analisi a supporto del decisore politico, anche ai fini dell'esercizio dei poteri speciali come il golden power e dell'implementazione della normativa di riferimento, il cui ambito di applicazione è stato ulteriormente esteso, nel 2020, proprio per garantire una maggiore protezione dell'economia nazionale». Se nel 2019 le notifiche per l'esercizio del potere speciale erano state 83, nel 2020 sono arrivate a 341. A quanto pare i tentativi di scalata stanno continuando nel 2021. E i settori più colpiti sono stati quelli delle telecomunicazioni e della difesa. In queste settimane all'attenzione del parlamento e del governo c'è il caso Iveco, azienda leader nella produzione di autobus e camion controllata dal gruppo Cnh e quindi di proprietà anche di Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli. Come è noto i cinesi di Faw starebbero trattando l'acquisto della società per una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 3,5 miliardi di euro. L'operazione garantirebbe alla famiglia torinese un maxi dividendo da 1,5 miliardi. A opporsi è quasi tutto l'arco parlamentare italiano, da Forza Italia fino ai sindacati. Ma è soprattutto il vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, ad aver da tempo lanciato l'allarme su «un'importante realtà» del sistema industriale italiano «che vede nel gruppo anche Iveco defence, ramo aziendale strategico che lavora per la nostra Difesa. Faw non ha presentato offerte per la parte militare, ma negli ambienti dell'esercito c'è comunque chi mette in guardia sul rischio del dual use, cioè prodotti che potrebbero non essere usati solo in ambito civile. Il ministro per lo Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha già parlato del possibile utilizzo del golden power, ma per farlo il governo deve emanare un decreto ad hoc. Il punto è che la famiglia Agnelli sembra aver ormai avviato le trattative, in una strategia che passa chiaramente dalla nascita di Stellantis, il nuovo colosso dell'automotive nato dalla fusione tra Fca e i francesi di Psa. È ormai assodato che l'operazione è a favore dei francesi, considerazione facile guardando l'organigramma dell'azienda con 43 manager di espressione transalpina e solo 18 di Fiat Chrysler. E come ricordava pochi giorni l'ex direttore dell'area studi di Mediobanca, Fulvio Coltorti, su Startmag, il ceo Carlo Tavares avrebbe già iniziato a smontare la presenza in Italia «cercando di salvare l'occupazione in Francia». Per di più gli Agnelli hanno aperto ormai un canale con la Francia, tanto che ieri è diventata di pubblico dominio la notizia dell'entrata di Exor nel capitale del produttore di scarpe Christian Louboutin, 541 milioni di euro per diventare azionista al 24%. Ma il problema Francia non si esaurisce qui. A tenere banco nelle piazze finanziarie è l'acquisto di Borsa Italiana da parte di Euronext, la borsa paneuropea di controllo franco-olandese. L'operazione potrebbe essere perfezionata prima dell'estate e rappresenta, sempre secondo alcuni rapporti dell'intelligence, un rischio strategico per l'Italia. Perché in questo modo la Francia potrebbe tramite Euronext ottenere informazioni e acquistare altre aziende italiane, a trazione sempre transalpina. La governance non è ancora stata perfezionata e gli accordi presi dall'ex ministro Roberto Gualtieri non prevedono garanzie su quell'autonomia decisionale di Borsa tanto cara al presidente di Consob, Paolo Savona, né sugli investimenti. Al momento nelle posizioni apicali ci sono soprattutto uomini legati all'Eliseo, da ultimo Nicolas Jegou, ex collaboratore del presidente Emmanuel Macron. Nelle prossime settimane il dossier sarà valutato proprio da Consob che dovrà valutare gli aspetti tecnici dell'operazione. A ottobre dello scorso anno il sistema Euronext andò in tilt per 3 ore. I vertici dell'azienda smentirono un attacco informatico, parlando di un problema di middleware. Ma in questi giorni in Francia fanno rumore le polemiche sulla fuga di dati da alcuni laboratori medici che avrebbero compromesso la segretezza del personale militare e dell'intelligence.
Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.
Pierbattista Pizzaballa (Getty Images)
La lettera, indirizzata alla chiesa di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, Palestina, Giordania e Cipro, offre innanzitutto una diagnosi lucida del presente. La guerra, scrive il Patriarca, «è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». In questo orizzonte, «i civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo». La guerra, insomma, «agisce come fine a sé stessa».
Da questa constatazione emergono interrogativi etici inediti, specialmente di fronte all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. «Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane». Il patriarca si chiede: «Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo?».
La lettera affronta poi il tema del dolore e della vittimizzazione che nascono dalla guerra, con una distinzione che non può passare inosservata, specialmente con riferimento proprio alla situazione in Medio Oriente e a Gaza. «Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta», ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Al cuore della riflessione del patriarca c’è Gerusalemme, non solo come realtà fisica ma come «modello di riferimento ideale». Uno sguardo che il Patriarca sviluppa a partire dal libro dell’Apocalisse. La città, nella visione biblica, «ha un cielo. Può sembrare banale o scontato», scrive Pizzaballa, «ma è il suo tratto distintivo più eloquente». Così il cuore della questione non è tecnico o politico, ma teologico: per costruire la città e tessere relazioni autentiche, «si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, il primato di Dio, la fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale - la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa - è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa».
La lettera si sofferma quindi sulla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, «che scende dal cielo, da Dio», e ne trae una lezione decisiva per la città terrena. «Giovanni afferma: “Non vidi alcun tempio”. Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato». Di conseguenza, «non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta». Per la Gerusalemme terrena, spesso lacerata dall’«ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà», questo è un monito severo: l’uso di Dio per giustificare barriere o esclusioni nega la sua stessa natura.
Per abitare questa storia martoriata, occorre quindi un nuovo modo di vedere la realtà attraverso la «lampada dell’Agnello», una luce «pasquale», scrive Pizzaballa, che appartiene a chi ha donato la vita per amore. Questa luce permette di scorgere la vita anche tra le macerie, insegnando a riconoscere in ogni persona una creatura fatta a immagine di Dio.
La terza parte della lettera delinea 13 ambiti pastorali, dal dialogo ecumenico all’accoglienza, dalla cura degli anziani al rifiuto della cultura di violenza. Vie da percorrere per incarnare questa luce nuova. È significativo però che il Patriarca indichi come primo ambito «il primato della liturgia e della preghiera». Perché, scrive, «c’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro, fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. […] Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose».
La lettera si chiude con l’immagine evangelica che le dà il titolo: i discepoli che, dopo l’ascensione, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». «Anche noi», conclude il Patriarca, «desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana - le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano - con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio». Questa gioia è la vera resistenza per quella che papa Leone XIV ha definito «ora oscura della storia».
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Maurizio Landini
Si tratta di decisioni da adottare in una fase molto complicata, perché il tema delle risorse finanziare resta centrale in un quadro di forte incertezza, causata dall’impatto economico e energetico del conflitto in Medio Oriente e dal mancato rispetto dell’obiettivo di deficit al 3%. Che come è noto comporta il mantenimento della procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia e lascia aperta la possibilità, da parte del nostro governo, di valutare un possibile scostamento di bilancio. Tutte questioni che dovranno essere oggetto di un auspicabile confronto con la Commissione europea, con l’obiettivo di ottenere una maggiore flessibilità finanziaria.
Immaginiamo già le critiche dell’opposizione di sinistra nei confronti del governo reo di non aver fatto nulla per impedire questo stato di cose e persino di aver strumentalmente convocato il cdm per assumere le decisioni sul lavoro a ridosso del Primo Maggio, solo per silenziare i sindacati e i lavoratori, saturando lo spazio mediatico, e inviando messaggi rassicuranti per garantire in qualche modo che il potere d’acquisto non sarà ulteriormente intaccato dall’onda lunga delle speculazioni.
La verità è che l’anno appena trascorso ha segnato un punto di svolta nel modo in cui la questione salariale è stata affrontata nel dibattito pubblico italiano. Dopo anni di attenzione discontinua, il tema è emerso come problema strutturale. Anche nelle zone economicamente più avanzate del Paese, la dinamica salariale è oggi al centro delle attenzioni non solo perché è una questione nazionale ma anche perché è sempre più evidente che non riguarda soltanto l’equità sociale, ma incide direttamente sulla competitività del sistema economico.
Ma al di là dei compiti che un governo deve avere nell’attivare politiche fiscali a favore del lavoro e nella predisposizione di un quadro macroeconomico che permetta al sistema produttivo di operare nel migliore dei modi, vi è da dire che l’esecutivo, in quanto datore di lavoro pubblico, ha agito relativamente bene, rinnovando i contratti della scuola e degli enti locali e predisponendo il tavolo per il rinnovo del contratto della sanità pubblica. Possiamo dire altrettanto delle organizzazioni sindacali e datoriali?
Non sarebbe davvero stato male se nel recente dibattito il segretario Cgil e il presidente di Confindustria avessero preso coscienza dei loro compiti e delle loro responsabilità nell’affrontare i problemi del mondo del lavoro e dei lavoratori. Ad esempio prendendo atto che nonostante il sistema contrattuale italiano sia da considerarsi tra i migliori in Europa, in realtà la contrattazione ha mostrato limiti strutturali: oltre agli enormi ritardi nei rinnovi del settore privato, non è riuscita a garantire aumenti adeguati, spesso legati a una produttività ferma a diversi anni fa. Sindacati e imprese dovrebbero sapere che le ragioni di questo ritardo persistente sono note e strutturali: il peso elevato delle pmi, la centralità di settori a basso valore aggiunto come il turismo, edilizia e i servizi alla persona, un sistema di relazioni industriali frammentato e in alcuni comparti molto debole, livelli di competenze ancora insufficienti - sia dal lato dei lavoratori sia dei manager - e un passaggio scuola-lavoro ampiamente migliorabile - continuano a comprimere la dinamica delle retribuzioni.
Soprattutto appare evidente l’incapacità di adattarsi alle trasformazioni tecnologiche e di mercato e di conseguenza mantenendosi non raramente minimi retributivi molto bassi. Inoltre in questi anni si è assistito ad una proliferazione di contratti siglati da organizzazioni sindacali e datoriali con una bassa rappresentatività, generando effetti perversi di «dumping salariale e contrattuale».
A queste criticità si aggiunge un paradosso, ovvero che i record occupazionali possono costituire il terreno per una nuova stagnazione salariale. Con l’aumento del costo del capitale, molte imprese hanno scelto di espandere il fattore lavoro rinviando investimenti e digitalizzazione. In definitiva sé si vuole affrontare la questione salariale, il governo dovrà fare la sua parte ma le parti sociali, sindacato e datori di lavoro, non possono essere da meno e dovrebbero mostrare più coraggio e lungimiranza. Ingredienti che finora hanno dimostrato di non avere.
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