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2021-03-10
Gianni Agnelli, nella beatificazione nessuna domanda sui miliardi di Stato
Gianni Agnelli (Ansa)
Da qualche giorno La Repubblica diretta da Maurizio Molinari che, per dirla con uno spot antico della sambuca, è convinto di essere senza pari, ci offre la canonizzazione di Gianni Agnelli in vista del centenario della nascita del fu «padrone» della Fiat che cade il 12 marzo. I quotidiani della Gedi per l'occasione non vengono stampati con l'inchiostro, ma con ettolitri di saliva per ricordare la rivelazione al mondo dell'Avvocato. Ha cominciato Massimo Giannini con un'intervista a John Elkann su La Stampa, ha proseguito Ezio Mauro con dei videoclip dedicati a sua maestà Gianni primo, ma il colmo lo ha toccato proprio Molinari, direttore senza pari, affidando a Diego Longhin l'ingrato compito di beatificare Gianni Agnelli nelle parole del nipote che ha traghettato la Fiat verso la fusione nell'iperuranio di Stellantis.
La Repubblica poteva farci sapere che il signore che stava parlando era il «padrone del giornale» e dunque degli stipendi dei giornalisti di Repubblica. Invece John Elkann viene così presentato: «Presidente di Exor, Stellantis, Ferrari e Gedi, designato da Gianni Agnelli a raccoglierne l'eredità industriale, prova a immaginare che cosa avrebbe fatto l'Avvocato per combattere la pandemia e dare un suo contributo». Ma ciò detto sapete cosa avrebbe fatto l'Avvocato? Si sarebbe vaccinato! Magari il nipotino avrebbe potuto spiegarci che per combattere la pandemia poteva evitare di esporre il governo italiano per 6,3 miliardi di euro di garanzie prestate a Fca che si era già industriata a portare le sedi legali prima a Londra poi in Olanda. Ma il nipotino disse a Giuseppe Conte, felice di ascoltarlo, che i miliardi servivano per mantenere l'occupazione in Italia. Per sostenere quelle fabbriche ora in mano ai francesi da cui non si sa quali modelli usciranno, con le produzioni che vengono decise dai parigini e il giovane Elkann che si bea di una presidenza senza incombenza nell'attesa di cospicui dividendi.
Nessuno del governo bis-Conte che s'è svenato per Fiat Chrysler ha chiesto al momento della fusione di Fca con Psa un piano industriale per sapere che cosa ne sarà del fu polo automobilistico italiano. Intano i contoterzisti e i fabbricanti di componentistica ormai non guardano più a Torino, ma alle case tedesche e giapponesi. All'erede industriale una domandina su questo potevano fargliela quelli di Repubblica, invece no. Del resto, se non ci ha pensato il governo che s'è fatto subalterno perché dovrebbero pensarci i dipendenti? La fusione con Psa dissolve ciò che restava della Fiat e fa diventare l'Italia un paese gregario: comandano la famiglia Peugeot e il governo di Parigi. Ma John Elkann il posto ce l'ha assicurato: è il presidente di Stellantis e anche la famiglia il suo pacchetto di azioni lo ha messo al sicuro e a reddito.
Perfino Romano Prodi ha trovato modo di dire: «Sono preoccupato perché l'amministratore delegato, la maggioranza del consiglio di amministrazione, la presenza del governo francese fanno sì che il potere decisionale sia tutto sbilanciato verso la Francia». Cosa significa? Che se c'è da tutelare l'occupazione sarà tutelata quella francese. E qualche segnale si è già visto. Dall'agosto scorso Fca ha interrotto le forniture per le city car dalle ditte italiane. Ma Giuseppe Conte la garanzia per 6,3 miliardi l'ha data di fatto prosciugando le capacità di Sace mentre mezza industria italiana sta morendo causa Covid e la famosa potenza di fuoco annunciata per sostenere le imprese italiane si è risolta in un petardo, anche po' fioco. Un altro pericoloso bolscevico come Carlo Calenda affermò: «Ovviamente la sede legale e fiscale tornano a Torino, altrimenti siamo al surreale». La sede di Fca è rimasta dov'era e prima che la garanzia scada (è buona fino al 2024) s'è fatto il matrimonio con Peugeot e Fiat-Chrysler è rimasta solo per la storia. Stefano Fassinia (Leu), che allora faceva parte della maggioranza di governo, fu ancora più esplicito: «Condizioniamo l'aiuto dello Stato alla residenza giuridica e fiscale in Italia, a cancellare i dividendi non per un anno, ma fino a quando le garanzie dello Stato per essi immobilizzate non vengono liberate». È finita che Fca non esiste più, che Stellantis sta in Francia, l'Italia di fatto nell'indifferenza di tutti - sindacati compresi - non ha più una sua industria automobilistica, ma prima della dissoluzione Fiat Chrysler ha distribuito un dividendo straordinario pari a 2,9 miliardi e gli Agnelli, tramite la finanziaria Exor, ovviamente di diritto olandese (hai visto mai si dovessero pagare le tasse in Italia) si sono messi in tasca 843 milioni.
Ebbene, di questa singolare coincidenza nelle pensose pagine di La Repubblica non c'è una riga. Anzi nella laudatio del foglio di Maurizio Molinari si apprende che: «Di fronte alla pandemia, al lockdown, alla crisi mondiale, Gianni Agnelli avrebbe cercato di sostenere la ricerca e le menti più geniali per trovare il modo per combattere il virus. Fca, nel 2020, ha messo a disposizione manodopera e spazi per la produzione delle mascherine». Per quelle mascherine Fiat Chrysler ha contato su una benevolenza del governo pari a 6,3 miliardi di euro? Pare brutto chiederlo a John Elkann. Almeno a Repubblica. Che però una cosa l'ha azzeccata; del nipotino si potrebbe dire: tutto suo nonno! Ha imparato fin da piccolo a socializzare le perdite a privatizzare i profitti.
I servizi lanciano l’allarme sulle quattro ruote
Ci sono anche il settore automotive e soprattutto quello sul sistema finanziario nazionale nelle 122 pagine della relazione annuale sulla politica dell'informazione per la sicurezza inviata dai nostri servizi segreti al parlamento. Nel 2020 la nostra intelligence ha lavorato molto sulle possibili minacce alla nostra economia nazionale. Del resto, si legge nella relazione, «la crisi sanitaria ha messo in luce in modo ancora più marcato la postura aggressiva di attori esteri, determinati a conseguire posizioni di leadership commerciale e tecnologica in aderenza ad obiettivi ed indirizzi di carattere geopolitico».
Anche per questo motivo i nostri 007 hanno intensificato «l'azione di ricerca e d'analisi a supporto del decisore politico, anche ai fini dell'esercizio dei poteri speciali come il golden power e dell'implementazione della normativa di riferimento, il cui ambito di applicazione è stato ulteriormente esteso, nel 2020, proprio per garantire una maggiore protezione dell'economia nazionale». Se nel 2019 le notifiche per l'esercizio del potere speciale erano state 83, nel 2020 sono arrivate a 341. A quanto pare i tentativi di scalata stanno continuando nel 2021. E i settori più colpiti sono stati quelli delle telecomunicazioni e della difesa. In queste settimane all'attenzione del parlamento e del governo c'è il caso Iveco, azienda leader nella produzione di autobus e camion controllata dal gruppo Cnh e quindi di proprietà anche di Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli. Come è noto i cinesi di Faw starebbero trattando l'acquisto della società per una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 3,5 miliardi di euro. L'operazione garantirebbe alla famiglia torinese un maxi dividendo da 1,5 miliardi.
A opporsi è quasi tutto l'arco parlamentare italiano, da Forza Italia fino ai sindacati. Ma è soprattutto il vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, ad aver da tempo lanciato l'allarme su «un'importante realtà» del sistema industriale italiano «che vede nel gruppo anche Iveco defence, ramo aziendale strategico che lavora per la nostra Difesa. Faw non ha presentato offerte per la parte militare, ma negli ambienti dell'esercito c'è comunque chi mette in guardia sul rischio del dual use, cioè prodotti che potrebbero non essere usati solo in ambito civile. Il ministro per lo Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha già parlato del possibile utilizzo del golden power, ma per farlo il governo deve emanare un decreto ad hoc. Il punto è che la famiglia Agnelli sembra aver ormai avviato le trattative, in una strategia che passa chiaramente dalla nascita di Stellantis, il nuovo colosso dell'automotive nato dalla fusione tra Fca e i francesi di Psa. È ormai assodato che l'operazione è a favore dei francesi, considerazione facile guardando l'organigramma dell'azienda con 43 manager di espressione transalpina e solo 18 di Fiat Chrysler. E come ricordava pochi giorni l'ex direttore dell'area studi di Mediobanca, Fulvio Coltorti, su Startmag, il ceo Carlo Tavares avrebbe già iniziato a smontare la presenza in Italia «cercando di salvare l'occupazione in Francia». Per di più gli Agnelli hanno aperto ormai un canale con la Francia, tanto che ieri è diventata di pubblico dominio la notizia dell'entrata di Exor nel capitale del produttore di scarpe Christian Louboutin, 541 milioni di euro per diventare azionista al 24%. Ma il problema Francia non si esaurisce qui. A tenere banco nelle piazze finanziarie è l'acquisto di Borsa Italiana da parte di Euronext, la borsa paneuropea di controllo franco-olandese.
L'operazione potrebbe essere perfezionata prima dell'estate e rappresenta, sempre secondo alcuni rapporti dell'intelligence, un rischio strategico per l'Italia. Perché in questo modo la Francia potrebbe tramite Euronext ottenere informazioni e acquistare altre aziende italiane, a trazione sempre transalpina. La governance non è ancora stata perfezionata e gli accordi presi dall'ex ministro Roberto Gualtieri non prevedono garanzie su quell'autonomia decisionale di Borsa tanto cara al presidente di Consob, Paolo Savona, né sugli investimenti.
Al momento nelle posizioni apicali ci sono soprattutto uomini legati all'Eliseo, da ultimo Nicolas Jegou, ex collaboratore del presidente Emmanuel Macron. Nelle prossime settimane il dossier sarà valutato proprio da Consob che dovrà valutare gli aspetti tecnici dell'operazione. A ottobre dello scorso anno il sistema Euronext andò in tilt per 3 ore. I vertici dell'azienda smentirono un attacco informatico, parlando di un problema di middleware. Ma in questi giorni in Francia fanno rumore le polemiche sulla fuga di dati da alcuni laboratori medici che avrebbero compromesso la segretezza del personale militare e dell'intelligence.
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Il governo Conte bis si è svenato senza chiedere nulla in cambio. La fusione con Psa dissolve Fca: l'Italia ora è un Paese gregario.La relazione degli 007: «La crisi evidenzia l'aggressività di attori esteri». E Iveco è nel radar del golden power.Lo speciale contiene due articoli.Da qualche giorno La Repubblica diretta da Maurizio Molinari che, per dirla con uno spot antico della sambuca, è convinto di essere senza pari, ci offre la canonizzazione di Gianni Agnelli in vista del centenario della nascita del fu «padrone» della Fiat che cade il 12 marzo. I quotidiani della Gedi per l'occasione non vengono stampati con l'inchiostro, ma con ettolitri di saliva per ricordare la rivelazione al mondo dell'Avvocato. Ha cominciato Massimo Giannini con un'intervista a John Elkann su La Stampa, ha proseguito Ezio Mauro con dei videoclip dedicati a sua maestà Gianni primo, ma il colmo lo ha toccato proprio Molinari, direttore senza pari, affidando a Diego Longhin l'ingrato compito di beatificare Gianni Agnelli nelle parole del nipote che ha traghettato la Fiat verso la fusione nell'iperuranio di Stellantis.La Repubblica poteva farci sapere che il signore che stava parlando era il «padrone del giornale» e dunque degli stipendi dei giornalisti di Repubblica. Invece John Elkann viene così presentato: «Presidente di Exor, Stellantis, Ferrari e Gedi, designato da Gianni Agnelli a raccoglierne l'eredità industriale, prova a immaginare che cosa avrebbe fatto l'Avvocato per combattere la pandemia e dare un suo contributo». Ma ciò detto sapete cosa avrebbe fatto l'Avvocato? Si sarebbe vaccinato! Magari il nipotino avrebbe potuto spiegarci che per combattere la pandemia poteva evitare di esporre il governo italiano per 6,3 miliardi di euro di garanzie prestate a Fca che si era già industriata a portare le sedi legali prima a Londra poi in Olanda. Ma il nipotino disse a Giuseppe Conte, felice di ascoltarlo, che i miliardi servivano per mantenere l'occupazione in Italia. Per sostenere quelle fabbriche ora in mano ai francesi da cui non si sa quali modelli usciranno, con le produzioni che vengono decise dai parigini e il giovane Elkann che si bea di una presidenza senza incombenza nell'attesa di cospicui dividendi. Nessuno del governo bis-Conte che s'è svenato per Fiat Chrysler ha chiesto al momento della fusione di Fca con Psa un piano industriale per sapere che cosa ne sarà del fu polo automobilistico italiano. Intano i contoterzisti e i fabbricanti di componentistica ormai non guardano più a Torino, ma alle case tedesche e giapponesi. All'erede industriale una domandina su questo potevano fargliela quelli di Repubblica, invece no. Del resto, se non ci ha pensato il governo che s'è fatto subalterno perché dovrebbero pensarci i dipendenti? La fusione con Psa dissolve ciò che restava della Fiat e fa diventare l'Italia un paese gregario: comandano la famiglia Peugeot e il governo di Parigi. Ma John Elkann il posto ce l'ha assicurato: è il presidente di Stellantis e anche la famiglia il suo pacchetto di azioni lo ha messo al sicuro e a reddito. Perfino Romano Prodi ha trovato modo di dire: «Sono preoccupato perché l'amministratore delegato, la maggioranza del consiglio di amministrazione, la presenza del governo francese fanno sì che il potere decisionale sia tutto sbilanciato verso la Francia». Cosa significa? Che se c'è da tutelare l'occupazione sarà tutelata quella francese. E qualche segnale si è già visto. Dall'agosto scorso Fca ha interrotto le forniture per le city car dalle ditte italiane. Ma Giuseppe Conte la garanzia per 6,3 miliardi l'ha data di fatto prosciugando le capacità di Sace mentre mezza industria italiana sta morendo causa Covid e la famosa potenza di fuoco annunciata per sostenere le imprese italiane si è risolta in un petardo, anche po' fioco. Un altro pericoloso bolscevico come Carlo Calenda affermò: «Ovviamente la sede legale e fiscale tornano a Torino, altrimenti siamo al surreale». La sede di Fca è rimasta dov'era e prima che la garanzia scada (è buona fino al 2024) s'è fatto il matrimonio con Peugeot e Fiat-Chrysler è rimasta solo per la storia. Stefano Fassinia (Leu), che allora faceva parte della maggioranza di governo, fu ancora più esplicito: «Condizioniamo l'aiuto dello Stato alla residenza giuridica e fiscale in Italia, a cancellare i dividendi non per un anno, ma fino a quando le garanzie dello Stato per essi immobilizzate non vengono liberate». È finita che Fca non esiste più, che Stellantis sta in Francia, l'Italia di fatto nell'indifferenza di tutti - sindacati compresi - non ha più una sua industria automobilistica, ma prima della dissoluzione Fiat Chrysler ha distribuito un dividendo straordinario pari a 2,9 miliardi e gli Agnelli, tramite la finanziaria Exor, ovviamente di diritto olandese (hai visto mai si dovessero pagare le tasse in Italia) si sono messi in tasca 843 milioni. Ebbene, di questa singolare coincidenza nelle pensose pagine di La Repubblica non c'è una riga. Anzi nella laudatio del foglio di Maurizio Molinari si apprende che: «Di fronte alla pandemia, al lockdown, alla crisi mondiale, Gianni Agnelli avrebbe cercato di sostenere la ricerca e le menti più geniali per trovare il modo per combattere il virus. Fca, nel 2020, ha messo a disposizione manodopera e spazi per la produzione delle mascherine». Per quelle mascherine Fiat Chrysler ha contato su una benevolenza del governo pari a 6,3 miliardi di euro? Pare brutto chiederlo a John Elkann. Almeno a Repubblica. Che però una cosa l'ha azzeccata; del nipotino si potrebbe dire: tutto suo nonno! Ha imparato fin da piccolo a socializzare le perdite a privatizzare i profitti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/agnelli-beatificazione-miliardi-di-stato-2650998267.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-servizi-lanciano-lallarme-sulle-quattro-ruote" data-post-id="2650998267" data-published-at="1615331282" data-use-pagination="False"> I servizi lanciano l’allarme sulle quattro ruote Ci sono anche il settore automotive e soprattutto quello sul sistema finanziario nazionale nelle 122 pagine della relazione annuale sulla politica dell'informazione per la sicurezza inviata dai nostri servizi segreti al parlamento. Nel 2020 la nostra intelligence ha lavorato molto sulle possibili minacce alla nostra economia nazionale. Del resto, si legge nella relazione, «la crisi sanitaria ha messo in luce in modo ancora più marcato la postura aggressiva di attori esteri, determinati a conseguire posizioni di leadership commerciale e tecnologica in aderenza ad obiettivi ed indirizzi di carattere geopolitico». Anche per questo motivo i nostri 007 hanno intensificato «l'azione di ricerca e d'analisi a supporto del decisore politico, anche ai fini dell'esercizio dei poteri speciali come il golden power e dell'implementazione della normativa di riferimento, il cui ambito di applicazione è stato ulteriormente esteso, nel 2020, proprio per garantire una maggiore protezione dell'economia nazionale». Se nel 2019 le notifiche per l'esercizio del potere speciale erano state 83, nel 2020 sono arrivate a 341. A quanto pare i tentativi di scalata stanno continuando nel 2021. E i settori più colpiti sono stati quelli delle telecomunicazioni e della difesa. In queste settimane all'attenzione del parlamento e del governo c'è il caso Iveco, azienda leader nella produzione di autobus e camion controllata dal gruppo Cnh e quindi di proprietà anche di Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli. Come è noto i cinesi di Faw starebbero trattando l'acquisto della società per una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 3,5 miliardi di euro. L'operazione garantirebbe alla famiglia torinese un maxi dividendo da 1,5 miliardi. A opporsi è quasi tutto l'arco parlamentare italiano, da Forza Italia fino ai sindacati. Ma è soprattutto il vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, ad aver da tempo lanciato l'allarme su «un'importante realtà» del sistema industriale italiano «che vede nel gruppo anche Iveco defence, ramo aziendale strategico che lavora per la nostra Difesa. Faw non ha presentato offerte per la parte militare, ma negli ambienti dell'esercito c'è comunque chi mette in guardia sul rischio del dual use, cioè prodotti che potrebbero non essere usati solo in ambito civile. Il ministro per lo Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha già parlato del possibile utilizzo del golden power, ma per farlo il governo deve emanare un decreto ad hoc. Il punto è che la famiglia Agnelli sembra aver ormai avviato le trattative, in una strategia che passa chiaramente dalla nascita di Stellantis, il nuovo colosso dell'automotive nato dalla fusione tra Fca e i francesi di Psa. È ormai assodato che l'operazione è a favore dei francesi, considerazione facile guardando l'organigramma dell'azienda con 43 manager di espressione transalpina e solo 18 di Fiat Chrysler. E come ricordava pochi giorni l'ex direttore dell'area studi di Mediobanca, Fulvio Coltorti, su Startmag, il ceo Carlo Tavares avrebbe già iniziato a smontare la presenza in Italia «cercando di salvare l'occupazione in Francia». Per di più gli Agnelli hanno aperto ormai un canale con la Francia, tanto che ieri è diventata di pubblico dominio la notizia dell'entrata di Exor nel capitale del produttore di scarpe Christian Louboutin, 541 milioni di euro per diventare azionista al 24%. Ma il problema Francia non si esaurisce qui. A tenere banco nelle piazze finanziarie è l'acquisto di Borsa Italiana da parte di Euronext, la borsa paneuropea di controllo franco-olandese. L'operazione potrebbe essere perfezionata prima dell'estate e rappresenta, sempre secondo alcuni rapporti dell'intelligence, un rischio strategico per l'Italia. Perché in questo modo la Francia potrebbe tramite Euronext ottenere informazioni e acquistare altre aziende italiane, a trazione sempre transalpina. La governance non è ancora stata perfezionata e gli accordi presi dall'ex ministro Roberto Gualtieri non prevedono garanzie su quell'autonomia decisionale di Borsa tanto cara al presidente di Consob, Paolo Savona, né sugli investimenti. Al momento nelle posizioni apicali ci sono soprattutto uomini legati all'Eliseo, da ultimo Nicolas Jegou, ex collaboratore del presidente Emmanuel Macron. Nelle prossime settimane il dossier sarà valutato proprio da Consob che dovrà valutare gli aspetti tecnici dell'operazione. A ottobre dello scorso anno il sistema Euronext andò in tilt per 3 ore. I vertici dell'azienda smentirono un attacco informatico, parlando di un problema di middleware. Ma in questi giorni in Francia fanno rumore le polemiche sulla fuga di dati da alcuni laboratori medici che avrebbero compromesso la segretezza del personale militare e dell'intelligence.
Donald Trump (Ansa)
Washington ha trasmesso la proposta ai mediatori la scorsa settimana sotto forma di un memorandum d’intesa in 14 punti, che prevede anche un mese di negoziati successivi per affrontare le questioni più delicate, a partire dal dossier nucleare e dalla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende cedere alle pressioni occidentali nonostante i negoziati in corso con Washington. «Non ci inchineremo mai di fronte al nemico», ha scritto sui social, precisando che il dialogo con gli Stati Uniti «non significa resa o ritirata», ma serve a «difendere i diritti della nazione iraniana e proteggere gli interessi nazionali con ferma determinazione». La tv di Stato iraniana, inoltre, riferisce che Teheran cerca di porre fine alla guerra su tutti i fronti, compreso il Libano.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la risposta iraniana inviata a Washington contiene aperture sulla graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e sulla cessazione delle ostilità, ma non soddisfa la richiesta americana di assumere impegni preliminari sul futuro del programma nucleare e sulle scorte di uranio altamente arricchito. I nodi sul dossier atomico verrebbero rinviati a una seconda fase di negoziati della durata di 30 giorni. Donald Trump ha reagito duramente al documento inviato da Teheran: «Ho appena letto la risposta dei cosiddetti rappresentanti iraniani. Non mi piace per niente, è assolutamente inaccettabile», ha dichiarato il presidente americano.
Sui negoziati pesa anche l’incognita legata alla nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, successore del padre Ali Khamenei, ucciso nei bombardamenti di Usa e Israele. Dopo mesi di assenza pubblica e voci contrastanti sul suo stato di salute, i media iraniani hanno riferito di un incontro con il comandante del quartier generale Khatam al-Anbiya, Ali Abdollahi, che avrebbe illustrato lo stato di preparazione delle forze armate iraniane. Secondo la televisione iraniana, Mojtaba Khamenei avrebbe ordinato di continuare a «contrastare i nemici con forza e determinazione». Lo stesso comando militare iraniano e le Guardie Rivoluzionarie hanno minacciato risposte rapide contro basi americane e «navi nemiche» in caso di nuovi attacchi. Intanto cresce la tensione nello Stretto di Hormuz. La Marina iraniana ha annunciato il dispiegamento dei sottomarini leggeri soprannominati «delfini del Golfo Persico». Il comandante della Marina, il contrammiraglio Shahram Irani, ha spiegato che questi mezzi possono restare nascosti per lunghi periodi sul fondale marino delle acque strategiche dello stretto, monitorando e, se necessario, attaccando navi considerate ostili. L’Iran ha minacciato Gran Bretagna e Francia avvertendo che qualsiasi nave da guerra inviata nello Stretto di Hormuz riceverà una «risposta decisiva e immediata» da parte delle forze armate iraniane.
Da Washington, Donald Trump ha rilanciato i toni minacciosi sul programma nucleare iraniano. Commentando le scorte di uranio arricchito sepolte sotto le macerie dei siti bombardati, il presidente americano ha dichiarato: «Prima o poi lo prenderemo... Lo teniamo sotto sorveglianza. Ho creato una cosa chiamata Space Force, e loro lo stanno monitorando... Se qualcuno si avvicina a quel posto, lo sapremo e lo faremo saltare in aria». In un’intervista anticipata dalla Cbs, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto che «la guerra contro l’Iran non è finita» perché Teheran conserva ancora uranio arricchito che dovrebbe essere rimosso dal Paese. «Penso che si sia ottenuto molto, ma non è finita perché c’è ancora materiale nucleare, uranio arricchito, che deve essere portato fuori dall’Iran», ha dichiarato. Alla domanda su come rimuoverlo, il premier israeliano ha risposto: «Si entra e lo si porta via». Netanyahu ha inoltre riferito che Trump gli avrebbe detto: «Voglio entrare lì dentro». E ha aggiunto: «Se c’è un accordo e si entra e lo si porta via, perché no? È il modo migliore».
Il fragile cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile continua inoltre a mostrare segnali di cedimento. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato due droni iraniani diretti verso il loro territorio. Nella città portuale iraniana di Chabahar, sul Golfo dell’Oman, una forte esplosione ha scosso l’area: secondo l’agenzia Mehr sarebbe stata provocata da ordigni inesplosi risalenti alla guerra. A Teheran il clima resta apertamente ostile agli Stati Uniti. «La pazienza è finita», ha scritto su X Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, minacciando una «risposta pesante» contro basi e navi americane in caso di nuove aggressioni contro imbarcazioni iraniane. «Gli americani devono abituarsi al nuovo ordine regionale», ha aggiunto. Intanto continuano le trattative dietro le quinte. Il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff hanno incontrato a Miami il premier del Qatar Mohammed bin Abdulrahman al-Thani. Doha, insieme a Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia, sta cercando di favorire un memorandum d’intesa per congelare il conflitto, riaprire lo Stretto di Hormuz e rinviare a una fase successiva il dossier nucleare iraniano. Secondo fonti diplomatiche, Washington considera il Qatar un attore decisivo per evitare una nuova escalation regionale.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 maggio con Carlo Cambi
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale