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2023-09-19
Gas e ora l’idrogeno. Gli acquisti comuni Ue uccidono il mercato
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Dopo aver rivelato l’intenzione di rendere strutturale il meccanismo di acquisti congiunti di gas sulla piattaforma AggregatEU, la commissione europea, a quanto risulta, sarebbe intenzionata ad allargare il meccanismo anche a biogas e all’idrogeno. Vi sarebbe già un documento in questo senso, trasmesso dalla commissione al Parlamento europeo.
L’idrogeno, sulla carta, dovrebbe avere un ruolo preminente nelle strategie di decarbonizzazione messe in pista dall’Unione europea, a patto che sia prodotto utilizzando fonti rinnovabili. Il che significa che sarà necessario installare capacità di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile non solo per sostituire l’attuale generazione a base di gas e carbone, ma anche per produrre idrogeno. Si stima sarà necessaria una produzione aggiuntiva di energia elettrica da fonte rinnovabile pari al 30% del totale, solo per produrre idrogeno. La produzione di idrogeno, dal punto di vista energetico, è altamente inefficiente.
Bisognerebbe chiedersi perché si è giunti a negare in radice l’essenza del mercato interno, vero totem dell’Unione europea, inventando un meccanismo di aggregazione della domanda e di una piattaforma con cui gli operatori vendono il gas. Il meccanismo di acquisto congiunti inventato dalla Commissione a guida Ursula von der Leyen doveva essere temporaneo ed era stato pensato soprattutto per aiutare Berlino dopo che i due gasdotti Nord Stream, che portavano in Germania il gas direttamente dalla Russia, sono stati resi inutilizzabili. Ma nei giorni scorsi si è saputo che la Commissione punta a rendere il meccanismo stabile, ed ora a questo si aggiungerebbe la piattaforma stabile per l’acquisto congiunto di idrogeno.
In barba al principio della concorrenza e del mercato interno fortemente competitivo, il totem dell’Unione europea.
Qualcuno si è spinto a dire recentemente che il meccanismo di acquisti congiunti è servito a contenere le quotazioni record del gas sui mercati finanziari nel momento più difficile della tempesta dei prezzi dell’energia. Questo è semplicemente falso, un po’ come l’oro di Bologna. Le quotazioni del gas hanno avuto il loro picco nell’agosto 2022, a seguito della folle corsa a riempire gli stoccaggi scatenata dalla Germania in crisi di gas, mentre la Ue lanciava il suo schizofrenico programma RepoweEU. Questo sanciva la rinuncia al gas russo mentre tutta Europa ne era ancora pienamente dipendente. Dal settembre 2022 i prezzi del gas sono calati in maniera abbastanza regolare, ma questo andamento non ha nulla a che fare né con il price cap (chi se lo ricorda?) né, tantomeno, con il meccanismo di acquisti congiunti. La piattaforma ha infatti emesso il primo bando per la richiesta di offerte il 25 aprile 2023, quando le quotazioni del gas erano già tornate attorno a 30 euro al megawattora, cioè dieci volte in meno rispetto al picco di agosto 2022. I quantitativi transati, poi, sono minimi rispetto al volume totale dei consumi europei. Sin qui la piattaforma ha lanciato due gare, una terza è prevista per il 3 ottobre prossimo, una quarta per dicembre. Nelle prime due gare, 91 acquirenti hanno espresso una richiesta di 27,5 miliardi di metri cubi. Contro i circa 400 miliardi di consumo totale annuale della Ue. Oltretutto gli operatori che vendono gas ai consumatori raramente ne sono anche produttori. Eliminata dal mercato occidentale Gazprom, ci sono Shell, Eni, la norvegese Equinor e pochissimi altri. Il resto del gas è algerino, ancora russo, azero, e poi c’è tanto Gnl, che arriva dagli Usa, dal Qatar e ancora dalla Russia.
Quindi, il gas che arriva in vendita sulla piattaforma spesso è già di seconda o di terza mano, cioè a prezzi non bassi. In più, la domanda partecipa alla piattaforma in forma di aggregazione, curata dai venditori a clienti finali, oppure vi accedono i grandissimi consumatori. Se la partecipazione alla piattaforma di acquisti congiunti fosse davvero vantaggiosa, non si vede il motivo per cui un piccolo fornitore che non partecipa al meccanismo debba pagare il gas di più di un altro che invece partecipa. La concorrenza diventa una parola vuota, si creano delle discriminazioni tra consumatori. In barba ai trattati e a tutta la filosofia d’accatto sul mercato fortemente competitivo, sul divieto di aiuti di Stato, sulle distorsioni della concorrenza e tutto l’armamentario ideologico unionista. L’idrogeno, poi, al momento è soprattutto una grande incognita. Vi sono faraonici progetti e piani di sviluppo che mostrano grafici con crescite «esponenziali» nella produzione di H2. Entro il 2030, l’Ue ha l’obiettivo di raggiungere una capacità produttiva annuale di circa 20 milioni di tonnellate. Ad oggi, però, produrre idrogeno su larga scala è antieconomico. Dunque, ancora una volta, l’Unione, con le sue politiche dissennate, mette l’intero sistema energetico continentale in crisi, per poi trovare soluzioni che peggiorano ulteriormente la situazione.
In fondo, anche in questo caso il mantra europeista si ripete: l’Europa non funziona? Ci vuole più Europa!
Caro bollette per aiutare il clima? Sì, solo se l’aumento è sotto il 2%
I fatti hanno la testa dura, pare abbia detto Lenin. In estrema sintesi, è ciò che dice anche l’ultimo rapporto annuale sul mondo dell’energia pubblicato da Bain & Company, prestigiosa società di consulenza americana, partner strategico del World economic forum ed entusiasta aderente alla cosiddetta agenda di Davos.
L’analisi di Bain è strutturata come una indagine condotta tra oltre 600 alti dirigenti di 125 aziende dei settori dell’energia e delle risorse naturali in 46 paesi e si nutre anche di altre indagini condotte tra i consumatori di tutto il mondo. Il campione è dunque molto significativo.
Cosa dice il rapporto? Tre cose. La prima è che per raggiungere il net zero (cioè emissioni zero di CO2) al 2050, gli investimenti infrastrutturali annuali in energia verde dovrebbero essere triplicati, rispetto alle cifre di adesso.
La seconda è che tale necessità di investimenti è ben lontana dall’essere soddisfatta: il settore minerario, ad esempio, reinvestirà nella crescita solo il 44% del capitale, in calo rispetto al 56% dell’anno precedente. Il settore del petrolio e gas reinvestirà solo il 43% del capitale, in calo rispetto al 58% del 2018.
Il terzo concetto chiave nello studio di Bain, per noi il più rilevante, è che sebbene i consumatori si dicano preoccupati per il cambiamento climatico, nella maggior parte dei casi si dichiarano non disposti a pagare bollette più onerose per contribuire alla risoluzione del problema. Per dirlo con i numeri, secondo un sondaggio di Bain del febbraio 2023, solo il 30% dei consumatori accetterebbe un aumento del 2% della bolletta per fronteggiare il cambiamento climatico.
Decisamente un pessimo risultato per le politiche green, soprattutto europee. Secondo Bain, per quasi l’80% dei manager intervistati gli ostacoli maggiori alla transizione energetica sono «la mancanza di chiarezza regolatoria e la quasi nulla disponibilità da parte dei clienti a pagare un premio per partecipare attivamente a un percorso green».
Al di là del costo del capitale, in aumento, il problema diventa il rientro degli investimenti, visto che i consumatori non sembrano disposti a concedere ritorni significativi agli investitori. Infatti, il rapporto di Bain riporta un dato interessante. Per ogni miliardo di euro investito in una iniziativa «emissioni zero», con un costo del capitale del 5%, considerati tasse ed ammortamenti, assumendo 20 anni di vita utile, sono necessari 108 milioni di euro all’anno di ricavo, al netto delle spese operative. Cioè, servono ricavi per 108 milioni l’anno solo per ripagare il debito, ammortizzare l’investimento e avere un ritorno finanziario. A questo andrebbero aggiunti i costi operativi. Ciò significa che, per rientrare dell’investimento, l’energia deve costare di più, altrimenti l’iniziativa non si giustifica economicamente. Se i tassi aumentano, aumentano anche i ricavi necessari, e dunque il prezzo dell’energia.
Peccato però che queste cifre siano proibitive, soprattutto se si guardano i risultati del sondaggio di Bain. Il 70% dei consumatori europei non è disposto a sostenere un aumento delle bollette, neppure di un misero 2%, per sostenere il green deal. Solo il 15% sarebbe disposto a sostenere un aumento del 10%. Il 60% dei consumatori, invece, vedrebbe di buon occhio una tassa sulle famiglie più ricche, suggerendo in qualche modo che per pagare la transizione agli investitori privati sia necessario un riequilibrio fiscale. Va detto però che la strada di un aumento delle tasse appare improponibile. In primis perché la transizione energetica costerà cifre talmente gigantesche che non c’è al mondo sistema fiscale che possa adeguarvisi. In secondo luogo, la pressione fiscale sulle persone fisiche, almeno in Italia, è già soffocante. In terzo luogo, sono ben pochi i contribuenti che ricadrebbero nella fattispecie. A meno di passare direttamente all’esproprio, non proletario ma ecologico.
La narrazione green, insomma, si schianta ogni giorno contro il muro della realtà. La propaganda sul cambiamento climatico genera ansia ma non farà aprire il portafoglio di chi fa già fatica ad arrivare alla fine del mese.
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La Commissione vuole estendere lo schema nato con la guerra ad altri derivati. Salterà la concorrenza e servirà più energia.Caro bollette: il 30% dei consumatori interpellati accetta un sacrificio minimo. L’eco-ansia non esiste.Lo speciale contiene due articoli.Dopo aver rivelato l’intenzione di rendere strutturale il meccanismo di acquisti congiunti di gas sulla piattaforma AggregatEU, la commissione europea, a quanto risulta, sarebbe intenzionata ad allargare il meccanismo anche a biogas e all’idrogeno. Vi sarebbe già un documento in questo senso, trasmesso dalla commissione al Parlamento europeo.L’idrogeno, sulla carta, dovrebbe avere un ruolo preminente nelle strategie di decarbonizzazione messe in pista dall’Unione europea, a patto che sia prodotto utilizzando fonti rinnovabili. Il che significa che sarà necessario installare capacità di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile non solo per sostituire l’attuale generazione a base di gas e carbone, ma anche per produrre idrogeno. Si stima sarà necessaria una produzione aggiuntiva di energia elettrica da fonte rinnovabile pari al 30% del totale, solo per produrre idrogeno. La produzione di idrogeno, dal punto di vista energetico, è altamente inefficiente.Bisognerebbe chiedersi perché si è giunti a negare in radice l’essenza del mercato interno, vero totem dell’Unione europea, inventando un meccanismo di aggregazione della domanda e di una piattaforma con cui gli operatori vendono il gas. Il meccanismo di acquisto congiunti inventato dalla Commissione a guida Ursula von der Leyen doveva essere temporaneo ed era stato pensato soprattutto per aiutare Berlino dopo che i due gasdotti Nord Stream, che portavano in Germania il gas direttamente dalla Russia, sono stati resi inutilizzabili. Ma nei giorni scorsi si è saputo che la Commissione punta a rendere il meccanismo stabile, ed ora a questo si aggiungerebbe la piattaforma stabile per l’acquisto congiunto di idrogeno. In barba al principio della concorrenza e del mercato interno fortemente competitivo, il totem dell’Unione europea.Qualcuno si è spinto a dire recentemente che il meccanismo di acquisti congiunti è servito a contenere le quotazioni record del gas sui mercati finanziari nel momento più difficile della tempesta dei prezzi dell’energia. Questo è semplicemente falso, un po’ come l’oro di Bologna. Le quotazioni del gas hanno avuto il loro picco nell’agosto 2022, a seguito della folle corsa a riempire gli stoccaggi scatenata dalla Germania in crisi di gas, mentre la Ue lanciava il suo schizofrenico programma RepoweEU. Questo sanciva la rinuncia al gas russo mentre tutta Europa ne era ancora pienamente dipendente. Dal settembre 2022 i prezzi del gas sono calati in maniera abbastanza regolare, ma questo andamento non ha nulla a che fare né con il price cap (chi se lo ricorda?) né, tantomeno, con il meccanismo di acquisti congiunti. La piattaforma ha infatti emesso il primo bando per la richiesta di offerte il 25 aprile 2023, quando le quotazioni del gas erano già tornate attorno a 30 euro al megawattora, cioè dieci volte in meno rispetto al picco di agosto 2022. I quantitativi transati, poi, sono minimi rispetto al volume totale dei consumi europei. Sin qui la piattaforma ha lanciato due gare, una terza è prevista per il 3 ottobre prossimo, una quarta per dicembre. Nelle prime due gare, 91 acquirenti hanno espresso una richiesta di 27,5 miliardi di metri cubi. Contro i circa 400 miliardi di consumo totale annuale della Ue. Oltretutto gli operatori che vendono gas ai consumatori raramente ne sono anche produttori. Eliminata dal mercato occidentale Gazprom, ci sono Shell, Eni, la norvegese Equinor e pochissimi altri. Il resto del gas è algerino, ancora russo, azero, e poi c’è tanto Gnl, che arriva dagli Usa, dal Qatar e ancora dalla Russia. Quindi, il gas che arriva in vendita sulla piattaforma spesso è già di seconda o di terza mano, cioè a prezzi non bassi. In più, la domanda partecipa alla piattaforma in forma di aggregazione, curata dai venditori a clienti finali, oppure vi accedono i grandissimi consumatori. Se la partecipazione alla piattaforma di acquisti congiunti fosse davvero vantaggiosa, non si vede il motivo per cui un piccolo fornitore che non partecipa al meccanismo debba pagare il gas di più di un altro che invece partecipa. La concorrenza diventa una parola vuota, si creano delle discriminazioni tra consumatori. In barba ai trattati e a tutta la filosofia d’accatto sul mercato fortemente competitivo, sul divieto di aiuti di Stato, sulle distorsioni della concorrenza e tutto l’armamentario ideologico unionista. L’idrogeno, poi, al momento è soprattutto una grande incognita. Vi sono faraonici progetti e piani di sviluppo che mostrano grafici con crescite «esponenziali» nella produzione di H2. Entro il 2030, l’Ue ha l’obiettivo di raggiungere una capacità produttiva annuale di circa 20 milioni di tonnellate. Ad oggi, però, produrre idrogeno su larga scala è antieconomico. Dunque, ancora una volta, l’Unione, con le sue politiche dissennate, mette l’intero sistema energetico continentale in crisi, per poi trovare soluzioni che peggiorano ulteriormente la situazione.In fondo, anche in questo caso il mantra europeista si ripete: l’Europa non funziona? 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L’analisi di Bain è strutturata come una indagine condotta tra oltre 600 alti dirigenti di 125 aziende dei settori dell’energia e delle risorse naturali in 46 paesi e si nutre anche di altre indagini condotte tra i consumatori di tutto il mondo. Il campione è dunque molto significativo. Cosa dice il rapporto? Tre cose. La prima è che per raggiungere il net zero (cioè emissioni zero di CO2) al 2050, gli investimenti infrastrutturali annuali in energia verde dovrebbero essere triplicati, rispetto alle cifre di adesso. La seconda è che tale necessità di investimenti è ben lontana dall’essere soddisfatta: il settore minerario, ad esempio, reinvestirà nella crescita solo il 44% del capitale, in calo rispetto al 56% dell’anno precedente. Il settore del petrolio e gas reinvestirà solo il 43% del capitale, in calo rispetto al 58% del 2018. Il terzo concetto chiave nello studio di Bain, per noi il più rilevante, è che sebbene i consumatori si dicano preoccupati per il cambiamento climatico, nella maggior parte dei casi si dichiarano non disposti a pagare bollette più onerose per contribuire alla risoluzione del problema. Per dirlo con i numeri, secondo un sondaggio di Bain del febbraio 2023, solo il 30% dei consumatori accetterebbe un aumento del 2% della bolletta per fronteggiare il cambiamento climatico. Decisamente un pessimo risultato per le politiche green, soprattutto europee. Secondo Bain, per quasi l’80% dei manager intervistati gli ostacoli maggiori alla transizione energetica sono «la mancanza di chiarezza regolatoria e la quasi nulla disponibilità da parte dei clienti a pagare un premio per partecipare attivamente a un percorso green». Al di là del costo del capitale, in aumento, il problema diventa il rientro degli investimenti, visto che i consumatori non sembrano disposti a concedere ritorni significativi agli investitori. Infatti, il rapporto di Bain riporta un dato interessante. Per ogni miliardo di euro investito in una iniziativa «emissioni zero», con un costo del capitale del 5%, considerati tasse ed ammortamenti, assumendo 20 anni di vita utile, sono necessari 108 milioni di euro all’anno di ricavo, al netto delle spese operative. Cioè, servono ricavi per 108 milioni l’anno solo per ripagare il debito, ammortizzare l’investimento e avere un ritorno finanziario. A questo andrebbero aggiunti i costi operativi. Ciò significa che, per rientrare dell’investimento, l’energia deve costare di più, altrimenti l’iniziativa non si giustifica economicamente. Se i tassi aumentano, aumentano anche i ricavi necessari, e dunque il prezzo dell’energia. Peccato però che queste cifre siano proibitive, soprattutto se si guardano i risultati del sondaggio di Bain. Il 70% dei consumatori europei non è disposto a sostenere un aumento delle bollette, neppure di un misero 2%, per sostenere il green deal. Solo il 15% sarebbe disposto a sostenere un aumento del 10%. Il 60% dei consumatori, invece, vedrebbe di buon occhio una tassa sulle famiglie più ricche, suggerendo in qualche modo che per pagare la transizione agli investitori privati sia necessario un riequilibrio fiscale. Va detto però che la strada di un aumento delle tasse appare improponibile. In primis perché la transizione energetica costerà cifre talmente gigantesche che non c’è al mondo sistema fiscale che possa adeguarvisi. In secondo luogo, la pressione fiscale sulle persone fisiche, almeno in Italia, è già soffocante. In terzo luogo, sono ben pochi i contribuenti che ricadrebbero nella fattispecie. A meno di passare direttamente all’esproprio, non proletario ma ecologico. La narrazione green, insomma, si schianta ogni giorno contro il muro della realtà. La propaganda sul cambiamento climatico genera ansia ma non farà aprire il portafoglio di chi fa già fatica ad arrivare alla fine del mese.
INEOS Grenadier al Grenadier pub
Lo scorso 19 maggio, The Grenadier pub ha ricevuto lo status di World Origin Site: il riconoscimento ufficiale, certificato da un organismo registrato presso il Governo britannico, che fissa per sempre il luogo esatto in cui un’idea ha cambiato le cose. È un registro che non conosce gerarchie tra i propri iscritti: la scoperta della penicillina da parte di Alexander Fleming, la prima proiezione cinematografica dei Fratelli Lumière e il locale del primo concerto dei Beatles condividono lo stesso sigillo verde. Il Grenadier è il primo veicolo nella storia ad entrarvi.
Fu qui, nel 2017, che Sir Jim Ratcliffe — fondatore di INEOS Automotive — decise di costruire un 4x4 senza compromessi in un’epoca in cui l’intera categoria stava cedendo al design urbano. Mentre il mercato inseguiva linee morbide, schermi touch e promesse di elettrificazione, il Grenadier nasceva con telaio separato, trazione integrale permanente e tre differenziali bloccabili: un fuoristrada progettato per fare il fuoristrada, senza mediazioni. Tre anni dopo arrivava il primo prototipo; oggi conta oltre 36.000 unità consegnate nel mondo e una targa verde sul muro del pub dove tutto è cominciato, svelata da Ratcliffe in persona.
Diverse curiosità legano il registro World Origin Site anche all’Italia. Il numero 22 di Frith Street, nel quartiere londinese di Soho, è il luogo in cui John Logie Baird realizzò la prima dimostrazione pubblica della televisione al mondo, il 26 gennaio 1926: lo stesso indirizzo che dal 1949 ospita il Bar Italia. Tra i primissimi siti e prodotti certificati in assoluto figura la stazione radio di Guglielmo Marconi, identificata con la targa WOS0002 e protagonista della prima trasmissione radio senza fili della storia. Tra i luoghi attualmente in fase di certificazione rientrano anche quelli legati all’invenzione del barometro di Torricelli, del pianoforte di Cristofori e della mappa iconografica di Leonardo da Vinci.
Una forte presenza italiana si ritrova anche a bordo del Grenadier: diversi componenti chiave nascono infatti nel nostro Paese. Gli assali rigidi sono prodotti dal Gruppo Carraro a Maniago, i sistemi frenanti portano la firma di Brembo, alcuni elementi di sterzo e sospensioni sono realizzati da Frap di Bruino, nel torinese, mentre le tiranterie dei differenziali provengono da Cofle di Trezzo sull’Adda. Non capita spesso che una grande idea abbia così tanti indirizzi precisi.
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Donald Trump (Ansa)
Non si tratta soltanto di un aggiornamento tecnico delle strategie precedenti, ma di una vera e propria dichiarazione politica che riflette la visione dell'attuale presidente e la sua dottrina basata sul principio dell'«America First» e della «pace attraverso la forza». Nella prefazione, Trump sostiene che il suo ritorno alla Casa Bianca abbia segnato la fine di un periodo caratterizzato da «debolezza» e «umiliazioni» per gli Stati Uniti. Il presidente rivendica una serie di risultati ottenuti durante il primo anno del suo secondo mandato, tra cui il rilascio di oltre cento ostaggi americani detenuti all'estero, l'arresto del responsabile dell'attentato di Abbey Gate in Afghanistan e la designazione di importanti sezioni dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche. Il documento cita inoltre le operazioni militari «Midnight Hammer» ed «Epic Fury», presentate come azioni decisive contro il programma nucleare iraniano e contro le capacità militari della Repubblica Islamica. L'aspetto più innovativo della strategia riguarda la classificazione delle minacce. Secondo la Casa Bianca, il terrorismo contemporaneo non è rappresentato esclusivamente dalle organizzazioni jihadiste, ma si articola in tre grandi categorie. La prima è costituita dai cartelli della droga e dalle organizzazioni criminali transnazionali che operano soprattutto nell'emisfero occidentale. La seconda comprende i gruppi islamisti tradizionali come al-Qaeda e lo Stato Islamico. La terza categoria è invece rappresentata dagli estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e movimenti antifascisti radicali. Una definizione destinata a generare polemiche, poiché amplia notevolmente il concetto di minaccia terroristica adottato dall'amministrazione americana.
Nel documento emerge con chiarezza la convinzione che il terrorismo islamista continui a rappresentare un pericolo concreto per il territorio americano. Per questo motivo la strategia individua come priorità assoluta la neutralizzazione dei gruppi jihadisti che dispongono sia dell'intenzione sia delle capacità operative necessarie per colpire cittadini e interessi statunitensi. In particolare vengono menzionati al-Qaeda, soprattutto la sua branca nella Penisola Arabica, e l'ISIS-Khorasan, considerato uno dei segmenti più aggressivi e pericolosi dello Stato Islamico. Un intero capitolo è dedicato ai Fratelli Musulmani, descritti come l'origine ideologica del terrorismo islamista moderno. Secondo la Casa Bianca, tutte le principali organizzazioni jihadiste contemporanee, da Hamas ad al-Qaeda fino all'ISIS, affondano le proprie radici nella visione politica e religiosa sviluppata dalla Fratellanza musulmana. Per questo motivo l'amministrazione Trump annuncia l'intenzione di proseguire con la designazione come organizzazioni terroristiche straniere delle diverse ramificazioni del movimento presenti in Medio Oriente, Africa e Asia. Si tratta di una posizione che segna una netta discontinuità rispetto ad altre amministrazioni americane e che potrebbe avere conseguenze significative nei rapporti con numerosi Paesi della regione.
Ancora più severa è la valutazione nei confronti dell'Iran, definito senza mezzi termini il principale sponsor del terrorismo a livello globale. Secondo il documento, la minaccia iraniana si manifesta sia direttamente attraverso il programma nucleare e missilistico di Teheran sia indirettamente mediante il sostegno economico, militare e logistico fornito a una vasta rete di organizzazioni armate e gruppi estremisti. Hezbollah viene indicato come il più importante tra questi proxy e come uno degli strumenti principali utilizzati dalla Repubblica Islamica per proiettare la propria influenza nella regione. La strategia sottolinea che le operazioni condotte contro le infrastrutture nucleari iraniane rappresentano soltanto una fase di una campagna più ampia. Washington afferma infatti che continuerà a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – militari, diplomatici, economici e informatici – fino a quando Teheran non sarà più in grado di minacciare direttamente gli Stati Uniti o di sostenere organizzazioni terroristiche. Allo stesso tempo viene ribadita la volontà di colpire i gruppi sostenuti dall'Iran che pianificano attacchi contro cittadini americani, obiettivi israeliani o dissidenti iraniani presenti all'estero.
Un'altra sezione destinata a far discutere è quella dedicata all'Europa. La Casa Bianca riconosce il ruolo storico degli alleati europei nella lotta al terrorismo ma sostiene che il continente sia diventato, negli ultimi anni, un ambiente operativo particolarmente favorevole alle reti estremiste. Secondo il documento, gruppi jihadisti, cartelli della droga e Stati ostili avrebbero approfittato delle frontiere deboli, delle carenze nei controlli e delle limitate risorse dedicate all'antiterrorismo per trasformare diverse aree europee in centri logistici, finanziari e di reclutamento. La strategia afferma esplicitamente che la migrazione di massa abbia rappresentato una delle principali vie di penetrazione utilizzate dai terroristi. Gli autori sostengono che l'Europa debba recuperare il controllo delle proprie frontiere, affrontare apertamente il problema dell'islamismo radicale e incrementare significativamente gli investimenti nelle attività di intelligence e sicurezza. Secondo Washington, la sopravvivenza della civiltà occidentale dipenderà anche dalla capacità degli Stati europei di contrastare efficacemente queste minacce.
Accanto alle tradizionali attività di intelligence e alle operazioni militari, il documento dedica particolare attenzione alla guerra informativa e alla propaganda. La Casa Bianca ritiene che le organizzazioni terroristiche abbiano saputo sfruttare efficacemente le nuove tecnologie per reclutare sostenitori, diffondere ideologie estremiste e coordinare operazioni. Di conseguenza gli Stati Uniti intendono rafforzare le capacità di contropropaganda e sviluppare nuovi strumenti per individuare e neutralizzare le campagne di radicalizzazione online. Particolare rilevanza viene attribuita anche alla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Il documento definisce «imperativo» impedire che gruppi terroristici possano acquisire capacità nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche. Viene inoltre evidenziato come i progressi tecnologici, inclusi l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le nuove tecnologie energetiche, possano essere sfruttati da organizzazioni ostili per sviluppare nuove forme di attacco. Per questo motivo Washington prevede un rafforzamento delle capacità di monitoraggio, prevenzione e risposta. Nel complesso, la Strategia antiterrorismo 2026 segna una svolta profonda rispetto agli approcci adottati negli anni precedenti. Il documento abbandona molte delle formulazioni utilizzate durante l'amministrazione Biden e torna a una visione fondata sulla deterrenza, sulla superiorità militare e sulla centralità dell'interesse nazionale americano. Iran, Hezbollah, Hamas e Fratelli Musulmani vengono identificati come componenti di un'unica architettura della minaccia islamista, mentre l'Europa viene invitata ad assumersi una quota molto maggiore della responsabilità per la propria sicurezza. Una dottrina destinata a influenzare non soltanto la politica estera degli Stati Uniti, ma anche il dibattito internazionale sulla lotta al terrorismo negli anni a venire.
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