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2023-09-19
Gas e ora l’idrogeno. Gli acquisti comuni Ue uccidono il mercato
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Dopo aver rivelato l’intenzione di rendere strutturale il meccanismo di acquisti congiunti di gas sulla piattaforma AggregatEU, la commissione europea, a quanto risulta, sarebbe intenzionata ad allargare il meccanismo anche a biogas e all’idrogeno. Vi sarebbe già un documento in questo senso, trasmesso dalla commissione al Parlamento europeo.
L’idrogeno, sulla carta, dovrebbe avere un ruolo preminente nelle strategie di decarbonizzazione messe in pista dall’Unione europea, a patto che sia prodotto utilizzando fonti rinnovabili. Il che significa che sarà necessario installare capacità di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile non solo per sostituire l’attuale generazione a base di gas e carbone, ma anche per produrre idrogeno. Si stima sarà necessaria una produzione aggiuntiva di energia elettrica da fonte rinnovabile pari al 30% del totale, solo per produrre idrogeno. La produzione di idrogeno, dal punto di vista energetico, è altamente inefficiente.
Bisognerebbe chiedersi perché si è giunti a negare in radice l’essenza del mercato interno, vero totem dell’Unione europea, inventando un meccanismo di aggregazione della domanda e di una piattaforma con cui gli operatori vendono il gas. Il meccanismo di acquisto congiunti inventato dalla Commissione a guida Ursula von der Leyen doveva essere temporaneo ed era stato pensato soprattutto per aiutare Berlino dopo che i due gasdotti Nord Stream, che portavano in Germania il gas direttamente dalla Russia, sono stati resi inutilizzabili. Ma nei giorni scorsi si è saputo che la Commissione punta a rendere il meccanismo stabile, ed ora a questo si aggiungerebbe la piattaforma stabile per l’acquisto congiunto di idrogeno.
In barba al principio della concorrenza e del mercato interno fortemente competitivo, il totem dell’Unione europea.
Qualcuno si è spinto a dire recentemente che il meccanismo di acquisti congiunti è servito a contenere le quotazioni record del gas sui mercati finanziari nel momento più difficile della tempesta dei prezzi dell’energia. Questo è semplicemente falso, un po’ come l’oro di Bologna. Le quotazioni del gas hanno avuto il loro picco nell’agosto 2022, a seguito della folle corsa a riempire gli stoccaggi scatenata dalla Germania in crisi di gas, mentre la Ue lanciava il suo schizofrenico programma RepoweEU. Questo sanciva la rinuncia al gas russo mentre tutta Europa ne era ancora pienamente dipendente. Dal settembre 2022 i prezzi del gas sono calati in maniera abbastanza regolare, ma questo andamento non ha nulla a che fare né con il price cap (chi se lo ricorda?) né, tantomeno, con il meccanismo di acquisti congiunti. La piattaforma ha infatti emesso il primo bando per la richiesta di offerte il 25 aprile 2023, quando le quotazioni del gas erano già tornate attorno a 30 euro al megawattora, cioè dieci volte in meno rispetto al picco di agosto 2022. I quantitativi transati, poi, sono minimi rispetto al volume totale dei consumi europei. Sin qui la piattaforma ha lanciato due gare, una terza è prevista per il 3 ottobre prossimo, una quarta per dicembre. Nelle prime due gare, 91 acquirenti hanno espresso una richiesta di 27,5 miliardi di metri cubi. Contro i circa 400 miliardi di consumo totale annuale della Ue. Oltretutto gli operatori che vendono gas ai consumatori raramente ne sono anche produttori. Eliminata dal mercato occidentale Gazprom, ci sono Shell, Eni, la norvegese Equinor e pochissimi altri. Il resto del gas è algerino, ancora russo, azero, e poi c’è tanto Gnl, che arriva dagli Usa, dal Qatar e ancora dalla Russia.
Quindi, il gas che arriva in vendita sulla piattaforma spesso è già di seconda o di terza mano, cioè a prezzi non bassi. In più, la domanda partecipa alla piattaforma in forma di aggregazione, curata dai venditori a clienti finali, oppure vi accedono i grandissimi consumatori. Se la partecipazione alla piattaforma di acquisti congiunti fosse davvero vantaggiosa, non si vede il motivo per cui un piccolo fornitore che non partecipa al meccanismo debba pagare il gas di più di un altro che invece partecipa. La concorrenza diventa una parola vuota, si creano delle discriminazioni tra consumatori. In barba ai trattati e a tutta la filosofia d’accatto sul mercato fortemente competitivo, sul divieto di aiuti di Stato, sulle distorsioni della concorrenza e tutto l’armamentario ideologico unionista. L’idrogeno, poi, al momento è soprattutto una grande incognita. Vi sono faraonici progetti e piani di sviluppo che mostrano grafici con crescite «esponenziali» nella produzione di H2. Entro il 2030, l’Ue ha l’obiettivo di raggiungere una capacità produttiva annuale di circa 20 milioni di tonnellate. Ad oggi, però, produrre idrogeno su larga scala è antieconomico. Dunque, ancora una volta, l’Unione, con le sue politiche dissennate, mette l’intero sistema energetico continentale in crisi, per poi trovare soluzioni che peggiorano ulteriormente la situazione.
In fondo, anche in questo caso il mantra europeista si ripete: l’Europa non funziona? Ci vuole più Europa!
Caro bollette per aiutare il clima? Sì, solo se l’aumento è sotto il 2%
I fatti hanno la testa dura, pare abbia detto Lenin. In estrema sintesi, è ciò che dice anche l’ultimo rapporto annuale sul mondo dell’energia pubblicato da Bain & Company, prestigiosa società di consulenza americana, partner strategico del World economic forum ed entusiasta aderente alla cosiddetta agenda di Davos.
L’analisi di Bain è strutturata come una indagine condotta tra oltre 600 alti dirigenti di 125 aziende dei settori dell’energia e delle risorse naturali in 46 paesi e si nutre anche di altre indagini condotte tra i consumatori di tutto il mondo. Il campione è dunque molto significativo.
Cosa dice il rapporto? Tre cose. La prima è che per raggiungere il net zero (cioè emissioni zero di CO2) al 2050, gli investimenti infrastrutturali annuali in energia verde dovrebbero essere triplicati, rispetto alle cifre di adesso.
La seconda è che tale necessità di investimenti è ben lontana dall’essere soddisfatta: il settore minerario, ad esempio, reinvestirà nella crescita solo il 44% del capitale, in calo rispetto al 56% dell’anno precedente. Il settore del petrolio e gas reinvestirà solo il 43% del capitale, in calo rispetto al 58% del 2018.
Il terzo concetto chiave nello studio di Bain, per noi il più rilevante, è che sebbene i consumatori si dicano preoccupati per il cambiamento climatico, nella maggior parte dei casi si dichiarano non disposti a pagare bollette più onerose per contribuire alla risoluzione del problema. Per dirlo con i numeri, secondo un sondaggio di Bain del febbraio 2023, solo il 30% dei consumatori accetterebbe un aumento del 2% della bolletta per fronteggiare il cambiamento climatico.
Decisamente un pessimo risultato per le politiche green, soprattutto europee. Secondo Bain, per quasi l’80% dei manager intervistati gli ostacoli maggiori alla transizione energetica sono «la mancanza di chiarezza regolatoria e la quasi nulla disponibilità da parte dei clienti a pagare un premio per partecipare attivamente a un percorso green».
Al di là del costo del capitale, in aumento, il problema diventa il rientro degli investimenti, visto che i consumatori non sembrano disposti a concedere ritorni significativi agli investitori. Infatti, il rapporto di Bain riporta un dato interessante. Per ogni miliardo di euro investito in una iniziativa «emissioni zero», con un costo del capitale del 5%, considerati tasse ed ammortamenti, assumendo 20 anni di vita utile, sono necessari 108 milioni di euro all’anno di ricavo, al netto delle spese operative. Cioè, servono ricavi per 108 milioni l’anno solo per ripagare il debito, ammortizzare l’investimento e avere un ritorno finanziario. A questo andrebbero aggiunti i costi operativi. Ciò significa che, per rientrare dell’investimento, l’energia deve costare di più, altrimenti l’iniziativa non si giustifica economicamente. Se i tassi aumentano, aumentano anche i ricavi necessari, e dunque il prezzo dell’energia.
Peccato però che queste cifre siano proibitive, soprattutto se si guardano i risultati del sondaggio di Bain. Il 70% dei consumatori europei non è disposto a sostenere un aumento delle bollette, neppure di un misero 2%, per sostenere il green deal. Solo il 15% sarebbe disposto a sostenere un aumento del 10%. Il 60% dei consumatori, invece, vedrebbe di buon occhio una tassa sulle famiglie più ricche, suggerendo in qualche modo che per pagare la transizione agli investitori privati sia necessario un riequilibrio fiscale. Va detto però che la strada di un aumento delle tasse appare improponibile. In primis perché la transizione energetica costerà cifre talmente gigantesche che non c’è al mondo sistema fiscale che possa adeguarvisi. In secondo luogo, la pressione fiscale sulle persone fisiche, almeno in Italia, è già soffocante. In terzo luogo, sono ben pochi i contribuenti che ricadrebbero nella fattispecie. A meno di passare direttamente all’esproprio, non proletario ma ecologico.
La narrazione green, insomma, si schianta ogni giorno contro il muro della realtà. La propaganda sul cambiamento climatico genera ansia ma non farà aprire il portafoglio di chi fa già fatica ad arrivare alla fine del mese.
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La Commissione vuole estendere lo schema nato con la guerra ad altri derivati. Salterà la concorrenza e servirà più energia.Caro bollette: il 30% dei consumatori interpellati accetta un sacrificio minimo. L’eco-ansia non esiste.Lo speciale contiene due articoli.Dopo aver rivelato l’intenzione di rendere strutturale il meccanismo di acquisti congiunti di gas sulla piattaforma AggregatEU, la commissione europea, a quanto risulta, sarebbe intenzionata ad allargare il meccanismo anche a biogas e all’idrogeno. Vi sarebbe già un documento in questo senso, trasmesso dalla commissione al Parlamento europeo.L’idrogeno, sulla carta, dovrebbe avere un ruolo preminente nelle strategie di decarbonizzazione messe in pista dall’Unione europea, a patto che sia prodotto utilizzando fonti rinnovabili. Il che significa che sarà necessario installare capacità di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile non solo per sostituire l’attuale generazione a base di gas e carbone, ma anche per produrre idrogeno. Si stima sarà necessaria una produzione aggiuntiva di energia elettrica da fonte rinnovabile pari al 30% del totale, solo per produrre idrogeno. La produzione di idrogeno, dal punto di vista energetico, è altamente inefficiente.Bisognerebbe chiedersi perché si è giunti a negare in radice l’essenza del mercato interno, vero totem dell’Unione europea, inventando un meccanismo di aggregazione della domanda e di una piattaforma con cui gli operatori vendono il gas. Il meccanismo di acquisto congiunti inventato dalla Commissione a guida Ursula von der Leyen doveva essere temporaneo ed era stato pensato soprattutto per aiutare Berlino dopo che i due gasdotti Nord Stream, che portavano in Germania il gas direttamente dalla Russia, sono stati resi inutilizzabili. Ma nei giorni scorsi si è saputo che la Commissione punta a rendere il meccanismo stabile, ed ora a questo si aggiungerebbe la piattaforma stabile per l’acquisto congiunto di idrogeno. In barba al principio della concorrenza e del mercato interno fortemente competitivo, il totem dell’Unione europea.Qualcuno si è spinto a dire recentemente che il meccanismo di acquisti congiunti è servito a contenere le quotazioni record del gas sui mercati finanziari nel momento più difficile della tempesta dei prezzi dell’energia. Questo è semplicemente falso, un po’ come l’oro di Bologna. Le quotazioni del gas hanno avuto il loro picco nell’agosto 2022, a seguito della folle corsa a riempire gli stoccaggi scatenata dalla Germania in crisi di gas, mentre la Ue lanciava il suo schizofrenico programma RepoweEU. Questo sanciva la rinuncia al gas russo mentre tutta Europa ne era ancora pienamente dipendente. Dal settembre 2022 i prezzi del gas sono calati in maniera abbastanza regolare, ma questo andamento non ha nulla a che fare né con il price cap (chi se lo ricorda?) né, tantomeno, con il meccanismo di acquisti congiunti. La piattaforma ha infatti emesso il primo bando per la richiesta di offerte il 25 aprile 2023, quando le quotazioni del gas erano già tornate attorno a 30 euro al megawattora, cioè dieci volte in meno rispetto al picco di agosto 2022. I quantitativi transati, poi, sono minimi rispetto al volume totale dei consumi europei. Sin qui la piattaforma ha lanciato due gare, una terza è prevista per il 3 ottobre prossimo, una quarta per dicembre. Nelle prime due gare, 91 acquirenti hanno espresso una richiesta di 27,5 miliardi di metri cubi. Contro i circa 400 miliardi di consumo totale annuale della Ue. Oltretutto gli operatori che vendono gas ai consumatori raramente ne sono anche produttori. Eliminata dal mercato occidentale Gazprom, ci sono Shell, Eni, la norvegese Equinor e pochissimi altri. Il resto del gas è algerino, ancora russo, azero, e poi c’è tanto Gnl, che arriva dagli Usa, dal Qatar e ancora dalla Russia. Quindi, il gas che arriva in vendita sulla piattaforma spesso è già di seconda o di terza mano, cioè a prezzi non bassi. In più, la domanda partecipa alla piattaforma in forma di aggregazione, curata dai venditori a clienti finali, oppure vi accedono i grandissimi consumatori. Se la partecipazione alla piattaforma di acquisti congiunti fosse davvero vantaggiosa, non si vede il motivo per cui un piccolo fornitore che non partecipa al meccanismo debba pagare il gas di più di un altro che invece partecipa. La concorrenza diventa una parola vuota, si creano delle discriminazioni tra consumatori. In barba ai trattati e a tutta la filosofia d’accatto sul mercato fortemente competitivo, sul divieto di aiuti di Stato, sulle distorsioni della concorrenza e tutto l’armamentario ideologico unionista. L’idrogeno, poi, al momento è soprattutto una grande incognita. Vi sono faraonici progetti e piani di sviluppo che mostrano grafici con crescite «esponenziali» nella produzione di H2. Entro il 2030, l’Ue ha l’obiettivo di raggiungere una capacità produttiva annuale di circa 20 milioni di tonnellate. Ad oggi, però, produrre idrogeno su larga scala è antieconomico. Dunque, ancora una volta, l’Unione, con le sue politiche dissennate, mette l’intero sistema energetico continentale in crisi, per poi trovare soluzioni che peggiorano ulteriormente la situazione.In fondo, anche in questo caso il mantra europeista si ripete: l’Europa non funziona? 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L’analisi di Bain è strutturata come una indagine condotta tra oltre 600 alti dirigenti di 125 aziende dei settori dell’energia e delle risorse naturali in 46 paesi e si nutre anche di altre indagini condotte tra i consumatori di tutto il mondo. Il campione è dunque molto significativo. Cosa dice il rapporto? Tre cose. La prima è che per raggiungere il net zero (cioè emissioni zero di CO2) al 2050, gli investimenti infrastrutturali annuali in energia verde dovrebbero essere triplicati, rispetto alle cifre di adesso. La seconda è che tale necessità di investimenti è ben lontana dall’essere soddisfatta: il settore minerario, ad esempio, reinvestirà nella crescita solo il 44% del capitale, in calo rispetto al 56% dell’anno precedente. Il settore del petrolio e gas reinvestirà solo il 43% del capitale, in calo rispetto al 58% del 2018. Il terzo concetto chiave nello studio di Bain, per noi il più rilevante, è che sebbene i consumatori si dicano preoccupati per il cambiamento climatico, nella maggior parte dei casi si dichiarano non disposti a pagare bollette più onerose per contribuire alla risoluzione del problema. Per dirlo con i numeri, secondo un sondaggio di Bain del febbraio 2023, solo il 30% dei consumatori accetterebbe un aumento del 2% della bolletta per fronteggiare il cambiamento climatico. Decisamente un pessimo risultato per le politiche green, soprattutto europee. Secondo Bain, per quasi l’80% dei manager intervistati gli ostacoli maggiori alla transizione energetica sono «la mancanza di chiarezza regolatoria e la quasi nulla disponibilità da parte dei clienti a pagare un premio per partecipare attivamente a un percorso green». Al di là del costo del capitale, in aumento, il problema diventa il rientro degli investimenti, visto che i consumatori non sembrano disposti a concedere ritorni significativi agli investitori. Infatti, il rapporto di Bain riporta un dato interessante. Per ogni miliardo di euro investito in una iniziativa «emissioni zero», con un costo del capitale del 5%, considerati tasse ed ammortamenti, assumendo 20 anni di vita utile, sono necessari 108 milioni di euro all’anno di ricavo, al netto delle spese operative. Cioè, servono ricavi per 108 milioni l’anno solo per ripagare il debito, ammortizzare l’investimento e avere un ritorno finanziario. A questo andrebbero aggiunti i costi operativi. Ciò significa che, per rientrare dell’investimento, l’energia deve costare di più, altrimenti l’iniziativa non si giustifica economicamente. Se i tassi aumentano, aumentano anche i ricavi necessari, e dunque il prezzo dell’energia. Peccato però che queste cifre siano proibitive, soprattutto se si guardano i risultati del sondaggio di Bain. Il 70% dei consumatori europei non è disposto a sostenere un aumento delle bollette, neppure di un misero 2%, per sostenere il green deal. Solo il 15% sarebbe disposto a sostenere un aumento del 10%. Il 60% dei consumatori, invece, vedrebbe di buon occhio una tassa sulle famiglie più ricche, suggerendo in qualche modo che per pagare la transizione agli investitori privati sia necessario un riequilibrio fiscale. Va detto però che la strada di un aumento delle tasse appare improponibile. In primis perché la transizione energetica costerà cifre talmente gigantesche che non c’è al mondo sistema fiscale che possa adeguarvisi. In secondo luogo, la pressione fiscale sulle persone fisiche, almeno in Italia, è già soffocante. In terzo luogo, sono ben pochi i contribuenti che ricadrebbero nella fattispecie. A meno di passare direttamente all’esproprio, non proletario ma ecologico. La narrazione green, insomma, si schianta ogni giorno contro il muro della realtà. La propaganda sul cambiamento climatico genera ansia ma non farà aprire il portafoglio di chi fa già fatica ad arrivare alla fine del mese.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.