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2023-09-19
Gas e ora l’idrogeno. Gli acquisti comuni Ue uccidono il mercato
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Dopo aver rivelato l’intenzione di rendere strutturale il meccanismo di acquisti congiunti di gas sulla piattaforma AggregatEU, la commissione europea, a quanto risulta, sarebbe intenzionata ad allargare il meccanismo anche a biogas e all’idrogeno. Vi sarebbe già un documento in questo senso, trasmesso dalla commissione al Parlamento europeo.
L’idrogeno, sulla carta, dovrebbe avere un ruolo preminente nelle strategie di decarbonizzazione messe in pista dall’Unione europea, a patto che sia prodotto utilizzando fonti rinnovabili. Il che significa che sarà necessario installare capacità di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile non solo per sostituire l’attuale generazione a base di gas e carbone, ma anche per produrre idrogeno. Si stima sarà necessaria una produzione aggiuntiva di energia elettrica da fonte rinnovabile pari al 30% del totale, solo per produrre idrogeno. La produzione di idrogeno, dal punto di vista energetico, è altamente inefficiente.
Bisognerebbe chiedersi perché si è giunti a negare in radice l’essenza del mercato interno, vero totem dell’Unione europea, inventando un meccanismo di aggregazione della domanda e di una piattaforma con cui gli operatori vendono il gas. Il meccanismo di acquisto congiunti inventato dalla Commissione a guida Ursula von der Leyen doveva essere temporaneo ed era stato pensato soprattutto per aiutare Berlino dopo che i due gasdotti Nord Stream, che portavano in Germania il gas direttamente dalla Russia, sono stati resi inutilizzabili. Ma nei giorni scorsi si è saputo che la Commissione punta a rendere il meccanismo stabile, ed ora a questo si aggiungerebbe la piattaforma stabile per l’acquisto congiunto di idrogeno.
In barba al principio della concorrenza e del mercato interno fortemente competitivo, il totem dell’Unione europea.
Qualcuno si è spinto a dire recentemente che il meccanismo di acquisti congiunti è servito a contenere le quotazioni record del gas sui mercati finanziari nel momento più difficile della tempesta dei prezzi dell’energia. Questo è semplicemente falso, un po’ come l’oro di Bologna. Le quotazioni del gas hanno avuto il loro picco nell’agosto 2022, a seguito della folle corsa a riempire gli stoccaggi scatenata dalla Germania in crisi di gas, mentre la Ue lanciava il suo schizofrenico programma RepoweEU. Questo sanciva la rinuncia al gas russo mentre tutta Europa ne era ancora pienamente dipendente. Dal settembre 2022 i prezzi del gas sono calati in maniera abbastanza regolare, ma questo andamento non ha nulla a che fare né con il price cap (chi se lo ricorda?) né, tantomeno, con il meccanismo di acquisti congiunti. La piattaforma ha infatti emesso il primo bando per la richiesta di offerte il 25 aprile 2023, quando le quotazioni del gas erano già tornate attorno a 30 euro al megawattora, cioè dieci volte in meno rispetto al picco di agosto 2022. I quantitativi transati, poi, sono minimi rispetto al volume totale dei consumi europei. Sin qui la piattaforma ha lanciato due gare, una terza è prevista per il 3 ottobre prossimo, una quarta per dicembre. Nelle prime due gare, 91 acquirenti hanno espresso una richiesta di 27,5 miliardi di metri cubi. Contro i circa 400 miliardi di consumo totale annuale della Ue. Oltretutto gli operatori che vendono gas ai consumatori raramente ne sono anche produttori. Eliminata dal mercato occidentale Gazprom, ci sono Shell, Eni, la norvegese Equinor e pochissimi altri. Il resto del gas è algerino, ancora russo, azero, e poi c’è tanto Gnl, che arriva dagli Usa, dal Qatar e ancora dalla Russia.
Quindi, il gas che arriva in vendita sulla piattaforma spesso è già di seconda o di terza mano, cioè a prezzi non bassi. In più, la domanda partecipa alla piattaforma in forma di aggregazione, curata dai venditori a clienti finali, oppure vi accedono i grandissimi consumatori. Se la partecipazione alla piattaforma di acquisti congiunti fosse davvero vantaggiosa, non si vede il motivo per cui un piccolo fornitore che non partecipa al meccanismo debba pagare il gas di più di un altro che invece partecipa. La concorrenza diventa una parola vuota, si creano delle discriminazioni tra consumatori. In barba ai trattati e a tutta la filosofia d’accatto sul mercato fortemente competitivo, sul divieto di aiuti di Stato, sulle distorsioni della concorrenza e tutto l’armamentario ideologico unionista. L’idrogeno, poi, al momento è soprattutto una grande incognita. Vi sono faraonici progetti e piani di sviluppo che mostrano grafici con crescite «esponenziali» nella produzione di H2. Entro il 2030, l’Ue ha l’obiettivo di raggiungere una capacità produttiva annuale di circa 20 milioni di tonnellate. Ad oggi, però, produrre idrogeno su larga scala è antieconomico. Dunque, ancora una volta, l’Unione, con le sue politiche dissennate, mette l’intero sistema energetico continentale in crisi, per poi trovare soluzioni che peggiorano ulteriormente la situazione.
In fondo, anche in questo caso il mantra europeista si ripete: l’Europa non funziona? Ci vuole più Europa!
Caro bollette per aiutare il clima? Sì, solo se l’aumento è sotto il 2%
I fatti hanno la testa dura, pare abbia detto Lenin. In estrema sintesi, è ciò che dice anche l’ultimo rapporto annuale sul mondo dell’energia pubblicato da Bain & Company, prestigiosa società di consulenza americana, partner strategico del World economic forum ed entusiasta aderente alla cosiddetta agenda di Davos.
L’analisi di Bain è strutturata come una indagine condotta tra oltre 600 alti dirigenti di 125 aziende dei settori dell’energia e delle risorse naturali in 46 paesi e si nutre anche di altre indagini condotte tra i consumatori di tutto il mondo. Il campione è dunque molto significativo.
Cosa dice il rapporto? Tre cose. La prima è che per raggiungere il net zero (cioè emissioni zero di CO2) al 2050, gli investimenti infrastrutturali annuali in energia verde dovrebbero essere triplicati, rispetto alle cifre di adesso.
La seconda è che tale necessità di investimenti è ben lontana dall’essere soddisfatta: il settore minerario, ad esempio, reinvestirà nella crescita solo il 44% del capitale, in calo rispetto al 56% dell’anno precedente. Il settore del petrolio e gas reinvestirà solo il 43% del capitale, in calo rispetto al 58% del 2018.
Il terzo concetto chiave nello studio di Bain, per noi il più rilevante, è che sebbene i consumatori si dicano preoccupati per il cambiamento climatico, nella maggior parte dei casi si dichiarano non disposti a pagare bollette più onerose per contribuire alla risoluzione del problema. Per dirlo con i numeri, secondo un sondaggio di Bain del febbraio 2023, solo il 30% dei consumatori accetterebbe un aumento del 2% della bolletta per fronteggiare il cambiamento climatico.
Decisamente un pessimo risultato per le politiche green, soprattutto europee. Secondo Bain, per quasi l’80% dei manager intervistati gli ostacoli maggiori alla transizione energetica sono «la mancanza di chiarezza regolatoria e la quasi nulla disponibilità da parte dei clienti a pagare un premio per partecipare attivamente a un percorso green».
Al di là del costo del capitale, in aumento, il problema diventa il rientro degli investimenti, visto che i consumatori non sembrano disposti a concedere ritorni significativi agli investitori. Infatti, il rapporto di Bain riporta un dato interessante. Per ogni miliardo di euro investito in una iniziativa «emissioni zero», con un costo del capitale del 5%, considerati tasse ed ammortamenti, assumendo 20 anni di vita utile, sono necessari 108 milioni di euro all’anno di ricavo, al netto delle spese operative. Cioè, servono ricavi per 108 milioni l’anno solo per ripagare il debito, ammortizzare l’investimento e avere un ritorno finanziario. A questo andrebbero aggiunti i costi operativi. Ciò significa che, per rientrare dell’investimento, l’energia deve costare di più, altrimenti l’iniziativa non si giustifica economicamente. Se i tassi aumentano, aumentano anche i ricavi necessari, e dunque il prezzo dell’energia.
Peccato però che queste cifre siano proibitive, soprattutto se si guardano i risultati del sondaggio di Bain. Il 70% dei consumatori europei non è disposto a sostenere un aumento delle bollette, neppure di un misero 2%, per sostenere il green deal. Solo il 15% sarebbe disposto a sostenere un aumento del 10%. Il 60% dei consumatori, invece, vedrebbe di buon occhio una tassa sulle famiglie più ricche, suggerendo in qualche modo che per pagare la transizione agli investitori privati sia necessario un riequilibrio fiscale. Va detto però che la strada di un aumento delle tasse appare improponibile. In primis perché la transizione energetica costerà cifre talmente gigantesche che non c’è al mondo sistema fiscale che possa adeguarvisi. In secondo luogo, la pressione fiscale sulle persone fisiche, almeno in Italia, è già soffocante. In terzo luogo, sono ben pochi i contribuenti che ricadrebbero nella fattispecie. A meno di passare direttamente all’esproprio, non proletario ma ecologico.
La narrazione green, insomma, si schianta ogni giorno contro il muro della realtà. La propaganda sul cambiamento climatico genera ansia ma non farà aprire il portafoglio di chi fa già fatica ad arrivare alla fine del mese.
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La Commissione vuole estendere lo schema nato con la guerra ad altri derivati. Salterà la concorrenza e servirà più energia.Caro bollette: il 30% dei consumatori interpellati accetta un sacrificio minimo. L’eco-ansia non esiste.Lo speciale contiene due articoli.Dopo aver rivelato l’intenzione di rendere strutturale il meccanismo di acquisti congiunti di gas sulla piattaforma AggregatEU, la commissione europea, a quanto risulta, sarebbe intenzionata ad allargare il meccanismo anche a biogas e all’idrogeno. Vi sarebbe già un documento in questo senso, trasmesso dalla commissione al Parlamento europeo.L’idrogeno, sulla carta, dovrebbe avere un ruolo preminente nelle strategie di decarbonizzazione messe in pista dall’Unione europea, a patto che sia prodotto utilizzando fonti rinnovabili. Il che significa che sarà necessario installare capacità di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile non solo per sostituire l’attuale generazione a base di gas e carbone, ma anche per produrre idrogeno. Si stima sarà necessaria una produzione aggiuntiva di energia elettrica da fonte rinnovabile pari al 30% del totale, solo per produrre idrogeno. La produzione di idrogeno, dal punto di vista energetico, è altamente inefficiente.Bisognerebbe chiedersi perché si è giunti a negare in radice l’essenza del mercato interno, vero totem dell’Unione europea, inventando un meccanismo di aggregazione della domanda e di una piattaforma con cui gli operatori vendono il gas. Il meccanismo di acquisto congiunti inventato dalla Commissione a guida Ursula von der Leyen doveva essere temporaneo ed era stato pensato soprattutto per aiutare Berlino dopo che i due gasdotti Nord Stream, che portavano in Germania il gas direttamente dalla Russia, sono stati resi inutilizzabili. Ma nei giorni scorsi si è saputo che la Commissione punta a rendere il meccanismo stabile, ed ora a questo si aggiungerebbe la piattaforma stabile per l’acquisto congiunto di idrogeno. In barba al principio della concorrenza e del mercato interno fortemente competitivo, il totem dell’Unione europea.Qualcuno si è spinto a dire recentemente che il meccanismo di acquisti congiunti è servito a contenere le quotazioni record del gas sui mercati finanziari nel momento più difficile della tempesta dei prezzi dell’energia. Questo è semplicemente falso, un po’ come l’oro di Bologna. Le quotazioni del gas hanno avuto il loro picco nell’agosto 2022, a seguito della folle corsa a riempire gli stoccaggi scatenata dalla Germania in crisi di gas, mentre la Ue lanciava il suo schizofrenico programma RepoweEU. Questo sanciva la rinuncia al gas russo mentre tutta Europa ne era ancora pienamente dipendente. Dal settembre 2022 i prezzi del gas sono calati in maniera abbastanza regolare, ma questo andamento non ha nulla a che fare né con il price cap (chi se lo ricorda?) né, tantomeno, con il meccanismo di acquisti congiunti. La piattaforma ha infatti emesso il primo bando per la richiesta di offerte il 25 aprile 2023, quando le quotazioni del gas erano già tornate attorno a 30 euro al megawattora, cioè dieci volte in meno rispetto al picco di agosto 2022. I quantitativi transati, poi, sono minimi rispetto al volume totale dei consumi europei. Sin qui la piattaforma ha lanciato due gare, una terza è prevista per il 3 ottobre prossimo, una quarta per dicembre. Nelle prime due gare, 91 acquirenti hanno espresso una richiesta di 27,5 miliardi di metri cubi. Contro i circa 400 miliardi di consumo totale annuale della Ue. Oltretutto gli operatori che vendono gas ai consumatori raramente ne sono anche produttori. Eliminata dal mercato occidentale Gazprom, ci sono Shell, Eni, la norvegese Equinor e pochissimi altri. Il resto del gas è algerino, ancora russo, azero, e poi c’è tanto Gnl, che arriva dagli Usa, dal Qatar e ancora dalla Russia. Quindi, il gas che arriva in vendita sulla piattaforma spesso è già di seconda o di terza mano, cioè a prezzi non bassi. In più, la domanda partecipa alla piattaforma in forma di aggregazione, curata dai venditori a clienti finali, oppure vi accedono i grandissimi consumatori. Se la partecipazione alla piattaforma di acquisti congiunti fosse davvero vantaggiosa, non si vede il motivo per cui un piccolo fornitore che non partecipa al meccanismo debba pagare il gas di più di un altro che invece partecipa. La concorrenza diventa una parola vuota, si creano delle discriminazioni tra consumatori. In barba ai trattati e a tutta la filosofia d’accatto sul mercato fortemente competitivo, sul divieto di aiuti di Stato, sulle distorsioni della concorrenza e tutto l’armamentario ideologico unionista. L’idrogeno, poi, al momento è soprattutto una grande incognita. Vi sono faraonici progetti e piani di sviluppo che mostrano grafici con crescite «esponenziali» nella produzione di H2. Entro il 2030, l’Ue ha l’obiettivo di raggiungere una capacità produttiva annuale di circa 20 milioni di tonnellate. Ad oggi, però, produrre idrogeno su larga scala è antieconomico. Dunque, ancora una volta, l’Unione, con le sue politiche dissennate, mette l’intero sistema energetico continentale in crisi, per poi trovare soluzioni che peggiorano ulteriormente la situazione.In fondo, anche in questo caso il mantra europeista si ripete: l’Europa non funziona? 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L’analisi di Bain è strutturata come una indagine condotta tra oltre 600 alti dirigenti di 125 aziende dei settori dell’energia e delle risorse naturali in 46 paesi e si nutre anche di altre indagini condotte tra i consumatori di tutto il mondo. Il campione è dunque molto significativo. Cosa dice il rapporto? Tre cose. La prima è che per raggiungere il net zero (cioè emissioni zero di CO2) al 2050, gli investimenti infrastrutturali annuali in energia verde dovrebbero essere triplicati, rispetto alle cifre di adesso. La seconda è che tale necessità di investimenti è ben lontana dall’essere soddisfatta: il settore minerario, ad esempio, reinvestirà nella crescita solo il 44% del capitale, in calo rispetto al 56% dell’anno precedente. Il settore del petrolio e gas reinvestirà solo il 43% del capitale, in calo rispetto al 58% del 2018. Il terzo concetto chiave nello studio di Bain, per noi il più rilevante, è che sebbene i consumatori si dicano preoccupati per il cambiamento climatico, nella maggior parte dei casi si dichiarano non disposti a pagare bollette più onerose per contribuire alla risoluzione del problema. Per dirlo con i numeri, secondo un sondaggio di Bain del febbraio 2023, solo il 30% dei consumatori accetterebbe un aumento del 2% della bolletta per fronteggiare il cambiamento climatico. Decisamente un pessimo risultato per le politiche green, soprattutto europee. Secondo Bain, per quasi l’80% dei manager intervistati gli ostacoli maggiori alla transizione energetica sono «la mancanza di chiarezza regolatoria e la quasi nulla disponibilità da parte dei clienti a pagare un premio per partecipare attivamente a un percorso green». Al di là del costo del capitale, in aumento, il problema diventa il rientro degli investimenti, visto che i consumatori non sembrano disposti a concedere ritorni significativi agli investitori. Infatti, il rapporto di Bain riporta un dato interessante. Per ogni miliardo di euro investito in una iniziativa «emissioni zero», con un costo del capitale del 5%, considerati tasse ed ammortamenti, assumendo 20 anni di vita utile, sono necessari 108 milioni di euro all’anno di ricavo, al netto delle spese operative. Cioè, servono ricavi per 108 milioni l’anno solo per ripagare il debito, ammortizzare l’investimento e avere un ritorno finanziario. A questo andrebbero aggiunti i costi operativi. Ciò significa che, per rientrare dell’investimento, l’energia deve costare di più, altrimenti l’iniziativa non si giustifica economicamente. Se i tassi aumentano, aumentano anche i ricavi necessari, e dunque il prezzo dell’energia. Peccato però che queste cifre siano proibitive, soprattutto se si guardano i risultati del sondaggio di Bain. Il 70% dei consumatori europei non è disposto a sostenere un aumento delle bollette, neppure di un misero 2%, per sostenere il green deal. Solo il 15% sarebbe disposto a sostenere un aumento del 10%. Il 60% dei consumatori, invece, vedrebbe di buon occhio una tassa sulle famiglie più ricche, suggerendo in qualche modo che per pagare la transizione agli investitori privati sia necessario un riequilibrio fiscale. Va detto però che la strada di un aumento delle tasse appare improponibile. In primis perché la transizione energetica costerà cifre talmente gigantesche che non c’è al mondo sistema fiscale che possa adeguarvisi. In secondo luogo, la pressione fiscale sulle persone fisiche, almeno in Italia, è già soffocante. In terzo luogo, sono ben pochi i contribuenti che ricadrebbero nella fattispecie. A meno di passare direttamente all’esproprio, non proletario ma ecologico. La narrazione green, insomma, si schianta ogni giorno contro il muro della realtà. La propaganda sul cambiamento climatico genera ansia ma non farà aprire il portafoglio di chi fa già fatica ad arrivare alla fine del mese.
(Ansa)
L’affare, costruito, secondo la Procura, su assunzioni fantasma e pratiche amministrative solo formalmente impeccabili, aveva al centro una società: la Vittoria srls, della quale Megahed detiene la metà delle quote con il suo socio, egiziano pure lui, Mohamed Eid Abd Faragalla. Il gip Manuela Castellabate descrive le attività per aggirare le regole del decreto Flussi come «seriali». Al costo di 5.000 (a volte 6.000) euro a pratica. A volte in anticipo, altre con saldo finale dopo l’arrivo in Italia. Le conversazioni captate hanno un tono freddo, quasi commerciale. In cui i migranti diventavano delle «pratiche». Ma la storia che ricostruisce l’ordinanza con la quale la Castellabate ha disposto l’arresto per i due imprenditori egiziani, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e tre decreti di perquisizione nei confronti di quattro persone (tra cui la moglie di uno dei due arrestati), va oltre il presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È il racconto di una zona grigia in cui illegalità, idealismo radicale e burocrazia finiscono per sovrapporsi quasi perfettamente. Il motore dell’organizzazione sarebbe Megahed, l’uomo che cercava i clienti all’estero, prendeva contatti con persone interessate a entrare in Italia, organizzava le pratiche e gestiva i rapporti economici, era anche molto altro. Già il 4 ottobre 2024 Megahed, fino a quel momento imprenditore insospettabile, emerge «in contesti informativi in qualità di appartenente e militante alla dissidenza egiziana di area Fratellanza musulmana». Ma anche come «membro» dei Volontari dell’alleanza islamica d’Italia, «sodalizio», evidenziano gli investigatori, «di mutua assistenza, ramificazione del movimento della Fratellanza musulmana», impegnato «in attività di solidarietà consistenti nell’invio di aiuti umanitari in Palestina». L’indirizzo indicato è a Sesto San Giovanni, dove avrebbe sede anche l’Associazione giovani mussulmani d’Italia. È da qui che prende forma un’attività investigativa definita negli atti «serrata», sviluppata inizialmente attraverso il monitoraggio dei profili social dell’indagato. Gli accertamenti avrebbero consentito di documentare la partecipazione di Megahed a diverse manifestazioni organizzate dal comitato pro Pal. Gli investigatori sottolineano come il suo numero telefonico comparisse persino nei volantini degli eventi quale contatto di riferimento. E non solo Milano. La presenza dell’indagato sarebbe stata rilevata anche nel corso di iniziative fuori provincia e in attività promosse dall’Abspp di Mohammad Hannoun. L’inchiesta retrodata questa militanza almeno al 2017, quando Megahed frequentava il Centro islamico di Cinisello Balsamo. Ma gli investigatori scavano ancora. Nelle carte viene ricordato anche il suo coinvolgimento, nel 2016, nella nascita del «Consiglio rivoluzionario egiziano Cre», noto come Consiglio degli egiziani, formazione associativa sorta, riportano gli inquirenti, «a seguito di dissapori interni tra le correnti interne al Comitato libertà e democrazia per l’Egitto e Alleanza islamica d’Italia». Megahed, insomma, viene considerato uno della vecchia guardia. Uno degli elementi che colpiscono maggiormente gli investigatori è il contenuto del profilo Facebook attribuito all’indagato, identificato con il vanity-name Il Combattente. Nell’autunno del 2024 quel profilo avrebbe superato i 4.000 follower. Ed è proprio su quella pagina che, secondo la prima annotazione trasmessa al giudice, si assisterebbe a una «continua, e quasi ossessiva, pubblicazione di diversi contenuti dai toni radicali». «Nell’esprimere solidarietà al popolo palestinese di fronte all’escalation militare di Tel Aviv», l’indagato avrebbe, «anche attraverso l’aperta esaltazione di Hamas e altri gruppi armati palestinesi», tracimato «in esternazioni oltraggiose e discriminatorie nei confronti del popolo israeliano». Nella stessa annotazione si parla anche di «parziale minimizzazione del genocidio subito dal popolo ebraico». Ma l’attività di Megahed non si sarebbe limitata ai social network. La giudice richiama infatti una «militanza strettamente politica», sviluppata attraverso la partecipazione alle iniziative di piazza organizzate nel capoluogo lombardo dall’Abspp onlus, associazione che gli investigatori descrivono come «da sempre vicina alle posizioni politico-religiose della Fratellanza musulmana». Ed è qui che emerge un altro snodo delicato dell’inchiesta. Perché, secondo quanto riportato nell’ordinanza (che richiama alcune informative), la sede ligure della stessa onlus sarebbe stata oggetto nel 2021 di approfondimenti tecnici da parte dell’Antiriciclaggio «per presunti finanziamenti ritenuti destinati alle casse dell’organizzazione terroristica palestinese», circostanza che avrebbe portato «alla conseguente chiusura di alcuni conti bancari riferibili alla onlus». Finché l’egiziano non si è presentato allo Sportello unico per l’Immigrazione di Milano con una cinquantina di pratiche. È stato il passo falso.
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Lo sgomento e la rabbia dilagano a Belfast. Qui, a Kinnaird Avenue, un quartiere residenziale a Nord, un immigrato originario del Sudan ha provato a decapitare un quarantenne lo scorso lunedì sera. Solo il coraggio dei passanti ha evitato il peggio. Adesso la vittima è ricoverata in ospedale con gravi lesioni agli occhi, al collo e alla testa, mentre lo sgozzatore è stato arrestato.
Il capo della polizia nordirlandese, Jon Boutcher, ha dichiarato che si ritiene che il sospettato abbia viaggiato dal Sudan a Parigi, e poi da Parigi a Dublino, in date imprecisate, prima di prendere un autobus per Belfast nel febbraio 2023. Secondo quanto affermato da Boutcher, l’uomo ha immediatamente richiesto asilo e nel settembre del 2023 gli è stato concesso il permesso di soggiorno nel Regno Unito valido per 5 anni.
Tutto è avvenuto alle 22.30 dello scorso lunedì, quando un quarantenne nordirlandese è stato bloccato a terra e percosso, tra le strade della periferia di Belfast. Lo straniero ha mostrato l’intenzione di tagliare la testa al primo malcapitato e tra le mani teneva un coltello da cucina, poi rinvenuto dalle forze dell’ordine.
Un video girato da alcuni passanti e poi diffuso sul web ritrae la scena: la vittima è una maschera di sangue, prova a dimenarsi da terra, nella morsa dell’immigrato. Solo l’intervento di alcuni presenti, armati di bastoni da hurling, uno sport irlandese, ha salvato la vita dell’uomo, disarmato e allontanato l’aggressore. Successivamente l’arrivo della polizia ha consentito l’arresto e l’avvio delle indagini. L’ipotesi di reato riguarda il tentato omicidio, escludendo però la matrice terroristica, almeno per il momento.
«L’attacco di Belfast è rivoltante e orribile. I miei pensieri vanno innanzitutto alla vittima e ringrazio i primi soccorritori», ha dichiarato Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito. Gli fanno eco gli altri politici di governo che invitano a mantenere la calma. In primis Michelle O’Neill, primo ministro dell’Irlanda del Nord, che ha pensato bene di lanciare appelli... contro il razzismo: «Questa è una società accogliente e inclusiva. Non voglio vedere nessuno vivere nella paura e dobbiamo dire no al razzismo e all’odio».
Sul Web, però, la protesta monta, soprattutto di fronte al video dell’accaduto. A legittimare il concreto malcontento sono soprattutto i leader dei partiti di opposizione. «Questo è stato un attacco medievale, barbarico e agghiacciante», la sentenza di Gavin Robinson, deputato di Belfast East, «l’autore, che viveva nel Regno Unito con un visto quinquennale, deve essere condannato e deportato con il primo volo di sola andata. La vittima appartiene a Belfast, l’aggressore no». «Ciò che è accaduto a Belfast ieri sera è orribile. Le autorità devono rivelare immediatamente l’identità e lo status dell’aggressore. Il pubblico ha diritto alla verità» ha dichiarato, invece, Nigel Farage, chiaramente riferendosi al rifiuto di Downing Street di confermare ufficialmente lo status dell’aggressore. Ma più in generale il riferimento è anche al clima generale che si respira al di là della Manica, nel segno continuo di reati commessi dagli immigrati e insabbiati dalle istituzioni.
Ieri sera l’onda di protesta ha investito anche le piazze: gruppi di patrioti e cittadini sono scesi tra le strade di diverse città del Regno Unito per chiedere maggiore sicurezza e una stretta sull’immigrazione clandestina. In primis a Belfast, diversi hotel e negozi commerciali hanno chiuso i battenti e le forze dell’ordine hanno aumentato i controlli. Dublin Express ha cancellato tutti i suoi servizi di autobus da e per Belfast in previsione delle proteste programmate.
Nel frattempo, le tensioni sono esplose durante la notte. Le manifestazioni contro l'immigrazione si sono trasformate in violenti disordini in diverse aree di Belfast, dove sono stati incendiati autobus, automobili e alcune abitazioni. La polizia nordirlandese è stata presa di mira con lanci di oggetti e costretta a intervenire in assetto antisommossa, mentre i vigili del fuoco hanno effettuato decine di interventi per spegnere i roghi divampati nei quartieri interessati dalle proteste. In alcune zone della città gruppi di uomini con il volto coperto hanno sfilato scandendo slogan contro gli immigrati e prendendo di mira soprattutto famiglie di origine africana, tanto che alcuni residenti hanno offerto protezione ai vicini stranieri.
Durissima la reazione della premier nordirlandese Michelle O'Neill, che ha definito i responsabili delle violenze «teppisti» e «delinquenti», parlando di attacchi condotti da «codardi disgustosi» contro persone indifese. Intanto il trentenne sudanese arrestato per il tentato omicidio del quarantenne dovrebbe comparire oggi davanti ai giudici, mentre le autorità mantengono alta l'allerta per il rischio di nuove rivolte. Anche il clima politico resta incandescente: Nigel Farage ha nuovamente chiesto piena trasparenza sullo status migratorio dell'aggressore, mentre sui social il caso continua ad alimentare polemiche e divisioni nel Regno Unito.
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Matteo Salvini (Ansa)
Rilancio che passa dal coinvolgimento di Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale veneto, e Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia e della Conferenza Stato-Regioni (carica paragonabile a quella di un ministro). I due rappresentati del Nordest dovrebbero essere, nei pensieri di Matteo Salvini, protagonisti del partito in vista della lunga campagna elettorale verso le Politiche 2027. I risultati delle amministrative non sono stati né disastrosi né eccezionali. Nessun tracollo, come vaticinava qualcuno dopo l’exploit mediatico di Roberto Vannacci da quando ha deposto lo spadone di Alberto da Giussano per issare il vessillo di Futuro Nazionale. Si può dunque lavorare a una proposta di rinnovamento del movimento più vecchio in Parlamento in vista del «ritiro» di inizio luglio previsto a Treviso, quella Marca da dove il Doge ha iniziato i suoi primi passi politici.
Non ci sono novità rispetto agli ultimi giorni. «Si va al vedo», dicono alcuni partecipanti al Consiglio federale, che «è stato convocato per l’approvazione del bilancio. io sto lavorando da mesi leggendo numeri, vittorie e sconfitte e nelle prossime settimane sistemeremo quello che va sistemato», ha detto ieri mattina il vicepremier e ministro delle Infrastrutture a margine di un sopralluogo ad alcune case Aler, a Milano, rispondendo ai cronisti che gli hanno chiesto della sua affermazione sui «lavori in corso» nel partito. Quanto all’ipotesi di una Lega «Nord» federata con una Lega Centro-Sud sotto il cappello di una Lega nazionale, Salvini ha replicato secco: «Leggo tante fantasie».
D’altronde, anche se si volesse rivoluzionare il partito, bisognerebbe cambiare lo statuto che necessita dell’approvazione di un congresso. Tempi lunghi, certo. Fissare un calendario tuttavia è possibile. Ma perché c’è chi spinge per provare a dare vita a una Lega sul modello federalista? Perché la squadra nordista capitanata da Zaia e Fedriga, e supportata dagli altri governatori oltre che dalla storica base lumbard impersonificata da Massimiliano Romeo, vorrebbe avere una sorta di mani libere nelle candidature, locali e nazionali, e ovviamente nella gestione finanziaria del movimento. Richiesta troppo grande per Salvini? «Ci sono lavori in corso da mesi, non da tre giorni, evidentemente è un percorso lungo e il nostro obiettivo è vincere le politiche dell’anno prossimo», ha ribadito sempre da Milano il segretario federale. Come dire: nessuna fretta di rivoluzionare il Carroccio, ma certamente delle novità ci saranno. Magari non oggi pomeriggio, ma nemmeno fra mesi. Di sicuro, per la prima volta nella decennale storia della Lega, la discussione è alla luce del sole. E la trasparenza è già segno di voglia di ripartire bene.
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Meloni: «Contro Salvini un gesto grave»
Il premier ha commentato sui social quanto avvenuto alla Sapienza di Roma dove alcuni studenti di Cambiare Rotta hanno bruciato manifesti con il volto del leader della Lega e vicepremier. «Solidarietà a Matteo Salvini per il grave episodio avvenuto oggi alla Sapienza. Bruciare il volto di chi la pensa diversamente non è protesta: è odio ideologico. Un gesto intollerante, che nulla ha a che vedere con il confronto democratico. Noi continueremo a portare avanti il nostro lavoro con determinazione e senza sconti, nonostante il clima di odio che qualcuno cerca di alimentare»