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2025-11-16
«Ville, auto di lusso e prostitute per il cerchio magico di Zelensky»
Tra le iniziative maldestre per nascondere la polvere sotto al tappeto, il premier ucraino, Yulia Svyrydenko, ha detto a Politico: «La corruzione va combattuta con la stessa determinazione con cui combattiamo la minaccia esterna». E l’esecutivo pare promettere tolleranza zero: «Il compito del governo è dimostrare alla società ucraina e ai partner che non tollereremo la corruzione». Nella tardiva corsa ai ripari, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato: «Stiamo iniziando la riforma delle cruciali società statali nel settore energetico». Il progetto di pulizia sarebbe trasversale, visto che Zelensky ha rivelato che, oltre alla creazione di un board deputato alla supervisione di Energoatom, le misure coinvolgeranno anche la società idroelettrica Ukrhydroenergo e la compagnia energetica statale Naftogaz.
La lotta alla corruzione «è una questione di dignità», ha affermato Svyrydenko. Ma di «dignità» ce n’è molto poca. Oltre a water e bidet d’oro dell’ex socio di Zelensky, Tymur Mindich, considerato il presunto burattinaio dello schema corruttivo, ci sarebbe anche altro. Si parla di ville lussuose, auto costose e prostitute. In un editoriale su Ukrainska Pravda, la volontaria militare, Mariia Berlinska, ha scritto: «Questa guerra porterà via la maggior parte delle persone oneste e perbene, come la maggior parte di noi. Fa male pensare che, allo stesso tempo, gli amici del presidente stiano pagando per le prostitute, le auto, spendendo centinaia di milioni dei nostri soldi in nuove ville».
Intanto, nell’ambito dell’Operazione Mida, è stata chiesta la custodia cautelare per l’ex vicepremier ucraino, Oleksiy Chernyshov. Sull’uomo pende l’accusa di arricchimento illecito sempre nel caso di corruzione della società nucleare statale Energoatom.
Ma che la corruzione in Ucraina fosse endemica era evidente anche da una relazione della Corte dei Conti europea diffusa nel settembre 2021. Nel report si sottolineava come l’impegno dell’Ue per sostenere il programma di riforme in Ucraina non fosse stato sufficiente per arginare il fenomeno. Bruxelles, pur essendo consapevole dei legami tra oligarchi, politici, imprese statali e sistema giudiziario, non aveva «sviluppato una strategia concreta». A tal proposito, il membro della Corte, Juhan Parts, aveva dichiarato: «Nonostante le varie forme di sostegno offerte dall’Ue all’Ucraina, in questo Paese gli oligarchi e gli interessi costituiti continuano a minare lo stato di diritto e a compromettere lo sviluppo». Il supporto europeo era stato incanalato anche nelle riforme sul settore energetico ucraino. Dal 2014, tramite il fondo multidonatori (Ukraine Mda), 14 donatori, Ue inclusa, hanno fornito 53 milioni di euro a Kiev destinati a cinque pilastri, tra cui appunto l’energia. Peraltro, nella relazione, si ricordava che Naftogaz nel 2020 aveva nominato un amministratore delegato «senza seguire la procedura appropriata». Due anni dopo, nel 2022, ad assumere le redini di Naftogaz come Ceo sarà proprio l’ex vicepremier ucraino, Chernyshov. Inoltre, dal 2017 al 2021, Euratom ha fornito un prestito di 300 milioni di euro proprio a Energoatom per migliorare la sicurezza delle centrali. E la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) ha contribuito al progetto con altri 300 milioni.
Ciò che più sorprende è che questo allarme sulla corruzione dilagante in Ucraina è stato lanciato cinque mesi prima dell’inizio della guerra. Eppure, Bruxelles ha stanziato fondi a Kiev senza alcuna esitazione.
Ora il governo ucraino, oltre a cercare di salvare la faccia davanti ai partner internazionali, deve affrontare l’ondata di sdegno e rabbia del popolo ucraino. A spiegare bene il motivo per cui gli ucraini sono furiosi con Zelensky è sempre Mariia Berlinska. «Perché» l’inchiesta «ha colpito così duramente la società visto che la corruzione non è una novità per noi?», si chiede. I motivi sono molteplici. «Si tratta della cerchia ristretta del presidente», ergo, «la maggior parte delle persone non crede che il leader non fosse a conoscenza». E soprattutto, la bella vita degli indagati stride con la guerra. Nello stesso tempo in cui si sono arricchiti illegalmente, «le madri hanno pianto i loro figli», «centinaia di migliaia di persone sono morte, sono state catturate o sono gravemente ferite». Il pensiero di Berlinska è ampiamente condiviso nelle strade di Kiev, come emerge nelle testimonianze raccolte dal Kyiv Independent. La studentessa Elizaveta Demidova ha detto: «Mentre gli ucraini restano senza elettricità per 16 ore al giorno», gli altri «fanno riciclaggio». «Il nostro presidente sapeva tutto questo» ha affermato la guida turistica, Yevhen Makovsky. Gli ucraini sono anche consapevoli che, se non fosse stato per le proteste dello scorso luglio per ripristinare l’autorità delle agenzie anticorruzione Nabu e Sapo, «questo procedimento penale sarebbe stato semplicemente archiviato». Ecco quindi che ieri gli ucraini si sono trovati a piazza Maidan per protestare di nuovo, con cartelli che denunciano «la corruzione del governo».
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Non solo i water d’oro: dettagli choc nell’inchiesta che scuote i vertici del Paese. I media locali: la gente è senza luce e quelli se la spassano. La Corte dei Conti Ue già nel 2021 parlava di corruzione insanabile.Con lo scandalo nel settore energetico è iniziato il momento più buio per il presidente Zelensky. I vertici di Kiev tentano di prendere le distanze dai protagonisti dell’inchiesta sulla corruzione. Ma con scarsi risultati. Il popolo è ben consapevole che chi conduceva una vita agiata faceva parte della cerchia ristretta del leader.Tra le iniziative maldestre per nascondere la polvere sotto al tappeto, il premier ucraino, Yulia Svyrydenko, ha detto a Politico: «La corruzione va combattuta con la stessa determinazione con cui combattiamo la minaccia esterna». E l’esecutivo pare promettere tolleranza zero: «Il compito del governo è dimostrare alla società ucraina e ai partner che non tollereremo la corruzione». Nella tardiva corsa ai ripari, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato: «Stiamo iniziando la riforma delle cruciali società statali nel settore energetico». Il progetto di pulizia sarebbe trasversale, visto che Zelensky ha rivelato che, oltre alla creazione di un board deputato alla supervisione di Energoatom, le misure coinvolgeranno anche la società idroelettrica Ukrhydroenergo e la compagnia energetica statale Naftogaz.La lotta alla corruzione «è una questione di dignità», ha affermato Svyrydenko. Ma di «dignità» ce n’è molto poca. Oltre a water e bidet d’oro dell’ex socio di Zelensky, Tymur Mindich, considerato il presunto burattinaio dello schema corruttivo, ci sarebbe anche altro. Si parla di ville lussuose, auto costose e prostitute. In un editoriale su Ukrainska Pravda, la volontaria militare, Mariia Berlinska, ha scritto: «Questa guerra porterà via la maggior parte delle persone oneste e perbene, come la maggior parte di noi. Fa male pensare che, allo stesso tempo, gli amici del presidente stiano pagando per le prostitute, le auto, spendendo centinaia di milioni dei nostri soldi in nuove ville».Intanto, nell’ambito dell’Operazione Mida, è stata chiesta la custodia cautelare per l’ex vicepremier ucraino, Oleksiy Chernyshov. Sull’uomo pende l’accusa di arricchimento illecito sempre nel caso di corruzione della società nucleare statale Energoatom.Ma che la corruzione in Ucraina fosse endemica era evidente anche da una relazione della Corte dei Conti europea diffusa nel settembre 2021. Nel report si sottolineava come l’impegno dell’Ue per sostenere il programma di riforme in Ucraina non fosse stato sufficiente per arginare il fenomeno. Bruxelles, pur essendo consapevole dei legami tra oligarchi, politici, imprese statali e sistema giudiziario, non aveva «sviluppato una strategia concreta». A tal proposito, il membro della Corte, Juhan Parts, aveva dichiarato: «Nonostante le varie forme di sostegno offerte dall’Ue all’Ucraina, in questo Paese gli oligarchi e gli interessi costituiti continuano a minare lo stato di diritto e a compromettere lo sviluppo». Il supporto europeo era stato incanalato anche nelle riforme sul settore energetico ucraino. Dal 2014, tramite il fondo multidonatori (Ukraine Mda), 14 donatori, Ue inclusa, hanno fornito 53 milioni di euro a Kiev destinati a cinque pilastri, tra cui appunto l’energia. Peraltro, nella relazione, si ricordava che Naftogaz nel 2020 aveva nominato un amministratore delegato «senza seguire la procedura appropriata». Due anni dopo, nel 2022, ad assumere le redini di Naftogaz come Ceo sarà proprio l’ex vicepremier ucraino, Chernyshov. Inoltre, dal 2017 al 2021, Euratom ha fornito un prestito di 300 milioni di euro proprio a Energoatom per migliorare la sicurezza delle centrali. E la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) ha contribuito al progetto con altri 300 milioni.Ciò che più sorprende è che questo allarme sulla corruzione dilagante in Ucraina è stato lanciato cinque mesi prima dell’inizio della guerra. Eppure, Bruxelles ha stanziato fondi a Kiev senza alcuna esitazione.Ora il governo ucraino, oltre a cercare di salvare la faccia davanti ai partner internazionali, deve affrontare l’ondata di sdegno e rabbia del popolo ucraino. A spiegare bene il motivo per cui gli ucraini sono furiosi con Zelensky è sempre Mariia Berlinska. «Perché» l’inchiesta «ha colpito così duramente la società visto che la corruzione non è una novità per noi?», si chiede. I motivi sono molteplici. «Si tratta della cerchia ristretta del presidente», ergo, «la maggior parte delle persone non crede che il leader non fosse a conoscenza». E soprattutto, la bella vita degli indagati stride con la guerra. Nello stesso tempo in cui si sono arricchiti illegalmente, «le madri hanno pianto i loro figli», «centinaia di migliaia di persone sono morte, sono state catturate o sono gravemente ferite». Il pensiero di Berlinska è ampiamente condiviso nelle strade di Kiev, come emerge nelle testimonianze raccolte dal Kyiv Independent. La studentessa Elizaveta Demidova ha detto: «Mentre gli ucraini restano senza elettricità per 16 ore al giorno», gli altri «fanno riciclaggio». «Il nostro presidente sapeva tutto questo» ha affermato la guida turistica, Yevhen Makovsky. Gli ucraini sono anche consapevoli che, se non fosse stato per le proteste dello scorso luglio per ripristinare l’autorità delle agenzie anticorruzione Nabu e Sapo, «questo procedimento penale sarebbe stato semplicemente archiviato». Ecco quindi che ieri gli ucraini si sono trovati a piazza Maidan per protestare di nuovo, con cartelli che denunciano «la corruzione del governo».
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.