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2021-07-08
Roma alza la grande muraglia a difesa del 5G
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il governo Draghi conferma la linea guardinga sulla tecnologia cinese. Stando a quanto risulta alla Verità, il Consiglio dei ministri – su input del ministero dello Sviluppo economico – ha fatto ricorso il 30 giugno in occasione dell'ultimo cdm al golden power per imporre delle «prescrizioni» all'acquisizione, da parte di Fastweb, di un aggiornamento software del colosso cinese Huawei. Per quanto l'intesa non contempli l'acquisto di strutture fisiche o materiale hardware, il dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti ha ritenuto che tale acquisizione vada a riguardare un settore – quello delle reti 5G – particolarmente delicato in termini di sicurezza nazionale. In questo senso, il ministero – in accordo con il Dis – ha raccomandato dei paletti per «ridurre a livelli accettabili il rischio residuo derivante dall'utilizzo dei componenti oggetto di notifica secondo modalità che possono avere rilevanza per il sistema di difesa e sicurezza nazionale». Si tratta, a ben vedere, di una via non nuova: tra marzo e aprile, delle «prescrizioni» erano infatti già state imposte su forniture di 5G cinese alla stessa Fastweb.
Il trend, insomma, si sta consolidando. E si tratta di un processo che parte da lontano. Un momento di svolta può, per esempio, essere considerato la visita romana di Mike Pompeo lo scorso ottobre. In quell'occasione, l'allora segretario di Stato americano mise in guardia l'esecutivo giallorosso da un'eccessiva vicinanza a Pechino, concentrando inoltre la sua attenzione proprio sulla spinosa questione del 5G. Se il governo Conte bis si mosse quindi in alcune occasioni (soprattutto tra ottobre e dicembre dello scorso anno), è con l'avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi che l'allerta sulla Cina si è particolarmente rafforzata. In tal senso, la scelta di Giorgetti a capo del Mise non è forse stata casuale: il ministro leghista è una figura di comprovata fede atlantista e aveva non a caso mostrato una sensibilità per il tema del 5G cinese già ai tempi del governo gialloblù. Tra l'altro, l'attenzione che Draghi riserva a Pechino si muove in ambiti piuttosto estesi. A fine marzo, l'esecutivo ha usato il golden power per bloccare l'acquisizione dell'azienda italiana di semiconduttori Lpe da parte della società cinese Shenzen investment holdings. Tutto questo, mentre – ad aprile – un'azione di moral suasion, condotta dallo stesso Giorgetti, ha portato all'interruzione delle trattative per l'acquisto di Iveco da parte della cinese Faw Jiefang. Insomma, la linea del governo Draghi è chiara. È può essere letta da tre punti di vista complementari. In primis, è evidente che questa condotta rientri nel più generale quadro di un allineamento italiano agli Stati Uniti: allineamento su cui il premier ha sempre puntato molto in politica estera. Sotto questo aspetto, va quindi ricordato che, nonostante il cambio della guardia alla Casa Bianca, Washington continui a nutrire preoccupazione nei confronti del 5G cinese. In tal senso, Huawei compare nella blacklist delle 59 aziende cinesi stilata, a giugno, dal presidente americano, Joe Biden: aziende che, secondo l'inquilino della Casa Bianca, promuovono «l'uso della tecnologia di sorveglianza cinese per facilitare la repressione o gravi violazioni dei diritti umani» e che, proprio per questo, non potranno essere sostenute da investimenti statunitensi. Il secondo elemento da considerare è che, con questa linea, il governo Draghi punta forse indirettamente a spingere le società italiane, impegnate in settori strategici (o comunque delicati), ad evitare di intrattenere legami troppo stretti con le aziende cinesi. Realtà, queste ultime, che risultano notoriamente subordinate ai diretti interessi del governo di Pechino.
Esiste, infine, un tema di spionaggio. Gli Stati Uniti ritengono infatti da tempo che il Dragone utilizzi la tecnologia 5G per attività di natura spionistica. Un problema, questo, che certo non sfugge al governo Draghi. Un problema reso tanto più urgente dal recente arresto di un politologo tedesco, accusato – insieme a sua moglie – di aver lavorato per l'intelligence cinese. La questione è finita al centro dell'attenzione in Italia, dopo che si è scoperto che la fondazione di cui costui era direttore avesse una sede nei pressi di Bolzano. Il che aveva portato a sospettare che la sua attività fosse stata condotta anche contro il nostro Paese: un'ipotesi tuttavia smentita dal sottosegretario con delega ai servizi segreti, Franco Gabrielli. «La vicenda della coppia di cittadini tedeschi, accusati in Germania di spionaggio a favore dell'intelligence cinese, si riferisce ad un'operazione condotta nel 2018 in collaborazione con l'Aisi», ha detto, definendo l'attività spionistica dei due come «non riguardante in alcun modo il nostro Paese, ma focalizzata sul quadrante indo-pacifico». Oggi sarà comunque ascoltato al Copasir il direttore dell'Aisi, Mario Parente. Nonostante si tratti di un'audizione programmata da tempo, Parente – secondo quanto risulta alla Verità – affronterà anche la questione del politologo tedesco. Segno che le preoccupazioni su eventuali condotte spionistiche cinesi in Italia restano elevate.
Arriva un’altra mazzata sull’acciaio. Da Pechino disco rosso all’export
Sull'economia globale incombe lo spettro dell'aumento dei prezzi delle materie prime, una tendenza già in atto da tempo e che non sembra destinata a invertirsi. Anzi: ieri si è appreso che la Cina avrebbe intenzione di introdurre a breve una tassa del 15% sulle esportazioni di acciaio, in linea con l'analoga decisione adottata di recente dalla Russia. Due settimane fa Mosca aveva annunciato di prepararsi ad applicare nuove tasse tra agosto e dicembre sull'export di prodotti metallici – acciaio, ma anche nickel, alluminio e rame – che costeranno all'industria, secondo Reuters, un totale di 2,3 miliardi di dollari. A giorni dovrebbe arrivare anche la conferma della nuova tassa cinese, come hanno rivelato all'agenzia Ansa alcuni trader del settore siderurgico. «Già a fine aprile Pechino aveva avviato politiche di disincentivo alle esportazioni di acciaio, togliendo le sovvenzioni sull'Iva per il materiale siderurgico in uscita dal Paese», ha spiegato un operatore. L'ulteriore mossa cinese, secondo gli analisti, non farà altro che aggravare la situazione, già molto tesa, del mercato dell'acciaio in Europa, dove da tempo i prezzi delle materie prime sono in costante ascesa. Il prezzo dei coils, cioè i rotoli laminati a caldo, secondo gli operatori del settore «attualmente veleggia sui 1100 euro alla tonnellata» – 1142,06, secondo l'ultima rilevazione di Siderweb - ma il vero problema è la carenza di materiale, «che sta spingendo le aziende del settore a ridurre i turni di lavoro». Le decisioni di Russia e Cina, come ha spiegato a Siderweb Emanuele Norsa, editor della pubblicazione specializzata Kallanish, sono state dettate dall'esigenza di «mantenere il materiale in patria. L'Europa, invece, pare andare nella direzione opposta. L'impressione è che il mondo si stia dividendo in due, con Europa e Stati Uniti a prezzi galoppanti mentre da Oriente arriva la volontà centralizzata di controllare le quotazioni». Bruxelles ha infatti recentemente prorogato di altri tre anni, fino al 2024, le restrizioni alle importazioni di acciaio nell'Ue, introdotte nel 2018 per far fronte all'analoga misura adottata dagli Usa. Una decisione che non è piaciuta all'Acea, l'associazione dei costruttori automobilistici, che ha evidenziato come la proroga delle restrizioni sia stata decisa in un momento particolare, in cui si sono già verificate «gravi carenze nella catena di approvvigionamento siderurgica europea delle case automobilistiche». I costruttori di auto europei prendono infatti «quasi tutto il loro acciaio – oltre il 90% - nell'Ue», un mercato in cui «i prezzi continuano a salire. Da quando la produzione è ricominciata nell'estate 2020 c'è stata una grave carenza di materia prima sul mercato europeo», ha sottolineato l'associazione, secondo cui le restrizioni limitano «il potenziale dei produttori di equilibrare l'approvvigionamento attraverso le importazioni, fungendo da coperchio su un mercato già surriscaldato». La penuria di materie prime è solo uno dei fattori che stanno minacciando la ripresa dell'industria automobilistica, con ripercussioni sull'andamento dell'intera economia. Il settore è penalizzato in particolare dalla carenza di semiconduttori, che secondo la società di consulenza AlixPartners nel 2021 costerà 60,6 miliardi di dollari in mancati ricavi per l'industria globale dell'automotive. La frenata dell'auto rallenta anche l'industria del suo complesso: in Germania, ad esempio, a maggio la produzione industriale è calata a sorpresa dello 0,3% su aprile anche a causa delle difficoltà del settore automobilistico. Per il 2021 la locale associazione dei costruttori, la Vda, ha tagliato le stime di crescita della produzione al 3%, dal 13% previsto in precedenza: le nuove auto realizzate in Germania saranno 400.000 in meno. E la crescita dei prezzi dell'acciaio è destinata a peggiorare ulteriormente la situazione.
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L' esecutivo nell'ultimo cdm fa ricorso al golden power per imporre a Fastweb limitazioni all'acquisto di software fatti da Huawei.Palazzo Chigi prosegue nella linea della fermezza nei confronti della tecnologia cinese per rischi collegati a difesa e sicurezza.Pronta l'ennesima tassa del 15%. Così boccheggia l'industria automobilistica Ue.Lo speciale contiene due articoli.Il governo Draghi conferma la linea guardinga sulla tecnologia cinese. Stando a quanto risulta alla Verità, il Consiglio dei ministri – su input del ministero dello Sviluppo economico – ha fatto ricorso il 30 giugno in occasione dell'ultimo cdm al golden power per imporre delle «prescrizioni» all'acquisizione, da parte di Fastweb, di un aggiornamento software del colosso cinese Huawei. Per quanto l'intesa non contempli l'acquisto di strutture fisiche o materiale hardware, il dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti ha ritenuto che tale acquisizione vada a riguardare un settore – quello delle reti 5G – particolarmente delicato in termini di sicurezza nazionale. In questo senso, il ministero – in accordo con il Dis – ha raccomandato dei paletti per «ridurre a livelli accettabili il rischio residuo derivante dall'utilizzo dei componenti oggetto di notifica secondo modalità che possono avere rilevanza per il sistema di difesa e sicurezza nazionale». Si tratta, a ben vedere, di una via non nuova: tra marzo e aprile, delle «prescrizioni» erano infatti già state imposte su forniture di 5G cinese alla stessa Fastweb. Il trend, insomma, si sta consolidando. E si tratta di un processo che parte da lontano. Un momento di svolta può, per esempio, essere considerato la visita romana di Mike Pompeo lo scorso ottobre. In quell'occasione, l'allora segretario di Stato americano mise in guardia l'esecutivo giallorosso da un'eccessiva vicinanza a Pechino, concentrando inoltre la sua attenzione proprio sulla spinosa questione del 5G. Se il governo Conte bis si mosse quindi in alcune occasioni (soprattutto tra ottobre e dicembre dello scorso anno), è con l'avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi che l'allerta sulla Cina si è particolarmente rafforzata. In tal senso, la scelta di Giorgetti a capo del Mise non è forse stata casuale: il ministro leghista è una figura di comprovata fede atlantista e aveva non a caso mostrato una sensibilità per il tema del 5G cinese già ai tempi del governo gialloblù. Tra l'altro, l'attenzione che Draghi riserva a Pechino si muove in ambiti piuttosto estesi. A fine marzo, l'esecutivo ha usato il golden power per bloccare l'acquisizione dell'azienda italiana di semiconduttori Lpe da parte della società cinese Shenzen investment holdings. Tutto questo, mentre – ad aprile – un'azione di moral suasion, condotta dallo stesso Giorgetti, ha portato all'interruzione delle trattative per l'acquisto di Iveco da parte della cinese Faw Jiefang. Insomma, la linea del governo Draghi è chiara. È può essere letta da tre punti di vista complementari. In primis, è evidente che questa condotta rientri nel più generale quadro di un allineamento italiano agli Stati Uniti: allineamento su cui il premier ha sempre puntato molto in politica estera. Sotto questo aspetto, va quindi ricordato che, nonostante il cambio della guardia alla Casa Bianca, Washington continui a nutrire preoccupazione nei confronti del 5G cinese. In tal senso, Huawei compare nella blacklist delle 59 aziende cinesi stilata, a giugno, dal presidente americano, Joe Biden: aziende che, secondo l'inquilino della Casa Bianca, promuovono «l'uso della tecnologia di sorveglianza cinese per facilitare la repressione o gravi violazioni dei diritti umani» e che, proprio per questo, non potranno essere sostenute da investimenti statunitensi. Il secondo elemento da considerare è che, con questa linea, il governo Draghi punta forse indirettamente a spingere le società italiane, impegnate in settori strategici (o comunque delicati), ad evitare di intrattenere legami troppo stretti con le aziende cinesi. Realtà, queste ultime, che risultano notoriamente subordinate ai diretti interessi del governo di Pechino. Esiste, infine, un tema di spionaggio. Gli Stati Uniti ritengono infatti da tempo che il Dragone utilizzi la tecnologia 5G per attività di natura spionistica. Un problema, questo, che certo non sfugge al governo Draghi. Un problema reso tanto più urgente dal recente arresto di un politologo tedesco, accusato – insieme a sua moglie – di aver lavorato per l'intelligence cinese. La questione è finita al centro dell'attenzione in Italia, dopo che si è scoperto che la fondazione di cui costui era direttore avesse una sede nei pressi di Bolzano. Il che aveva portato a sospettare che la sua attività fosse stata condotta anche contro il nostro Paese: un'ipotesi tuttavia smentita dal sottosegretario con delega ai servizi segreti, Franco Gabrielli. «La vicenda della coppia di cittadini tedeschi, accusati in Germania di spionaggio a favore dell'intelligence cinese, si riferisce ad un'operazione condotta nel 2018 in collaborazione con l'Aisi», ha detto, definendo l'attività spionistica dei due come «non riguardante in alcun modo il nostro Paese, ma focalizzata sul quadrante indo-pacifico». Oggi sarà comunque ascoltato al Copasir il direttore dell'Aisi, Mario Parente. Nonostante si tratti di un'audizione programmata da tempo, Parente – secondo quanto risulta alla Verità – affronterà anche la questione del politologo tedesco. Segno che le preoccupazioni su eventuali condotte spionistiche cinesi in Italia restano elevate.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/5g-roma-governo-2653712801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arriva-unaltra-mazzata-sullacciaio-da-pechino-disco-rosso-allexport" data-post-id="2653712801" data-published-at="1625737667" data-use-pagination="False"> Arriva un’altra mazzata sull’acciaio. Da Pechino disco rosso all’export Sull'economia globale incombe lo spettro dell'aumento dei prezzi delle materie prime, una tendenza già in atto da tempo e che non sembra destinata a invertirsi. Anzi: ieri si è appreso che la Cina avrebbe intenzione di introdurre a breve una tassa del 15% sulle esportazioni di acciaio, in linea con l'analoga decisione adottata di recente dalla Russia. Due settimane fa Mosca aveva annunciato di prepararsi ad applicare nuove tasse tra agosto e dicembre sull'export di prodotti metallici – acciaio, ma anche nickel, alluminio e rame – che costeranno all'industria, secondo Reuters, un totale di 2,3 miliardi di dollari. A giorni dovrebbe arrivare anche la conferma della nuova tassa cinese, come hanno rivelato all'agenzia Ansa alcuni trader del settore siderurgico. «Già a fine aprile Pechino aveva avviato politiche di disincentivo alle esportazioni di acciaio, togliendo le sovvenzioni sull'Iva per il materiale siderurgico in uscita dal Paese», ha spiegato un operatore. L'ulteriore mossa cinese, secondo gli analisti, non farà altro che aggravare la situazione, già molto tesa, del mercato dell'acciaio in Europa, dove da tempo i prezzi delle materie prime sono in costante ascesa. Il prezzo dei coils, cioè i rotoli laminati a caldo, secondo gli operatori del settore «attualmente veleggia sui 1100 euro alla tonnellata» – 1142,06, secondo l'ultima rilevazione di Siderweb - ma il vero problema è la carenza di materiale, «che sta spingendo le aziende del settore a ridurre i turni di lavoro». Le decisioni di Russia e Cina, come ha spiegato a Siderweb Emanuele Norsa, editor della pubblicazione specializzata Kallanish, sono state dettate dall'esigenza di «mantenere il materiale in patria. L'Europa, invece, pare andare nella direzione opposta. L'impressione è che il mondo si stia dividendo in due, con Europa e Stati Uniti a prezzi galoppanti mentre da Oriente arriva la volontà centralizzata di controllare le quotazioni». Bruxelles ha infatti recentemente prorogato di altri tre anni, fino al 2024, le restrizioni alle importazioni di acciaio nell'Ue, introdotte nel 2018 per far fronte all'analoga misura adottata dagli Usa. Una decisione che non è piaciuta all'Acea, l'associazione dei costruttori automobilistici, che ha evidenziato come la proroga delle restrizioni sia stata decisa in un momento particolare, in cui si sono già verificate «gravi carenze nella catena di approvvigionamento siderurgica europea delle case automobilistiche». I costruttori di auto europei prendono infatti «quasi tutto il loro acciaio – oltre il 90% - nell'Ue», un mercato in cui «i prezzi continuano a salire. Da quando la produzione è ricominciata nell'estate 2020 c'è stata una grave carenza di materia prima sul mercato europeo», ha sottolineato l'associazione, secondo cui le restrizioni limitano «il potenziale dei produttori di equilibrare l'approvvigionamento attraverso le importazioni, fungendo da coperchio su un mercato già surriscaldato». La penuria di materie prime è solo uno dei fattori che stanno minacciando la ripresa dell'industria automobilistica, con ripercussioni sull'andamento dell'intera economia. Il settore è penalizzato in particolare dalla carenza di semiconduttori, che secondo la società di consulenza AlixPartners nel 2021 costerà 60,6 miliardi di dollari in mancati ricavi per l'industria globale dell'automotive. La frenata dell'auto rallenta anche l'industria del suo complesso: in Germania, ad esempio, a maggio la produzione industriale è calata a sorpresa dello 0,3% su aprile anche a causa delle difficoltà del settore automobilistico. Per il 2021 la locale associazione dei costruttori, la Vda, ha tagliato le stime di crescita della produzione al 3%, dal 13% previsto in precedenza: le nuove auto realizzate in Germania saranno 400.000 in meno. E la crescita dei prezzi dell'acciaio è destinata a peggiorare ulteriormente la situazione.
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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