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2021-07-08
Roma alza la grande muraglia a difesa del 5G
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il governo Draghi conferma la linea guardinga sulla tecnologia cinese. Stando a quanto risulta alla Verità, il Consiglio dei ministri – su input del ministero dello Sviluppo economico – ha fatto ricorso il 30 giugno in occasione dell'ultimo cdm al golden power per imporre delle «prescrizioni» all'acquisizione, da parte di Fastweb, di un aggiornamento software del colosso cinese Huawei. Per quanto l'intesa non contempli l'acquisto di strutture fisiche o materiale hardware, il dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti ha ritenuto che tale acquisizione vada a riguardare un settore – quello delle reti 5G – particolarmente delicato in termini di sicurezza nazionale. In questo senso, il ministero – in accordo con il Dis – ha raccomandato dei paletti per «ridurre a livelli accettabili il rischio residuo derivante dall'utilizzo dei componenti oggetto di notifica secondo modalità che possono avere rilevanza per il sistema di difesa e sicurezza nazionale». Si tratta, a ben vedere, di una via non nuova: tra marzo e aprile, delle «prescrizioni» erano infatti già state imposte su forniture di 5G cinese alla stessa Fastweb.
Il trend, insomma, si sta consolidando. E si tratta di un processo che parte da lontano. Un momento di svolta può, per esempio, essere considerato la visita romana di Mike Pompeo lo scorso ottobre. In quell'occasione, l'allora segretario di Stato americano mise in guardia l'esecutivo giallorosso da un'eccessiva vicinanza a Pechino, concentrando inoltre la sua attenzione proprio sulla spinosa questione del 5G. Se il governo Conte bis si mosse quindi in alcune occasioni (soprattutto tra ottobre e dicembre dello scorso anno), è con l'avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi che l'allerta sulla Cina si è particolarmente rafforzata. In tal senso, la scelta di Giorgetti a capo del Mise non è forse stata casuale: il ministro leghista è una figura di comprovata fede atlantista e aveva non a caso mostrato una sensibilità per il tema del 5G cinese già ai tempi del governo gialloblù. Tra l'altro, l'attenzione che Draghi riserva a Pechino si muove in ambiti piuttosto estesi. A fine marzo, l'esecutivo ha usato il golden power per bloccare l'acquisizione dell'azienda italiana di semiconduttori Lpe da parte della società cinese Shenzen investment holdings. Tutto questo, mentre – ad aprile – un'azione di moral suasion, condotta dallo stesso Giorgetti, ha portato all'interruzione delle trattative per l'acquisto di Iveco da parte della cinese Faw Jiefang. Insomma, la linea del governo Draghi è chiara. È può essere letta da tre punti di vista complementari. In primis, è evidente che questa condotta rientri nel più generale quadro di un allineamento italiano agli Stati Uniti: allineamento su cui il premier ha sempre puntato molto in politica estera. Sotto questo aspetto, va quindi ricordato che, nonostante il cambio della guardia alla Casa Bianca, Washington continui a nutrire preoccupazione nei confronti del 5G cinese. In tal senso, Huawei compare nella blacklist delle 59 aziende cinesi stilata, a giugno, dal presidente americano, Joe Biden: aziende che, secondo l'inquilino della Casa Bianca, promuovono «l'uso della tecnologia di sorveglianza cinese per facilitare la repressione o gravi violazioni dei diritti umani» e che, proprio per questo, non potranno essere sostenute da investimenti statunitensi. Il secondo elemento da considerare è che, con questa linea, il governo Draghi punta forse indirettamente a spingere le società italiane, impegnate in settori strategici (o comunque delicati), ad evitare di intrattenere legami troppo stretti con le aziende cinesi. Realtà, queste ultime, che risultano notoriamente subordinate ai diretti interessi del governo di Pechino.
Esiste, infine, un tema di spionaggio. Gli Stati Uniti ritengono infatti da tempo che il Dragone utilizzi la tecnologia 5G per attività di natura spionistica. Un problema, questo, che certo non sfugge al governo Draghi. Un problema reso tanto più urgente dal recente arresto di un politologo tedesco, accusato – insieme a sua moglie – di aver lavorato per l'intelligence cinese. La questione è finita al centro dell'attenzione in Italia, dopo che si è scoperto che la fondazione di cui costui era direttore avesse una sede nei pressi di Bolzano. Il che aveva portato a sospettare che la sua attività fosse stata condotta anche contro il nostro Paese: un'ipotesi tuttavia smentita dal sottosegretario con delega ai servizi segreti, Franco Gabrielli. «La vicenda della coppia di cittadini tedeschi, accusati in Germania di spionaggio a favore dell'intelligence cinese, si riferisce ad un'operazione condotta nel 2018 in collaborazione con l'Aisi», ha detto, definendo l'attività spionistica dei due come «non riguardante in alcun modo il nostro Paese, ma focalizzata sul quadrante indo-pacifico». Oggi sarà comunque ascoltato al Copasir il direttore dell'Aisi, Mario Parente. Nonostante si tratti di un'audizione programmata da tempo, Parente – secondo quanto risulta alla Verità – affronterà anche la questione del politologo tedesco. Segno che le preoccupazioni su eventuali condotte spionistiche cinesi in Italia restano elevate.
Arriva un’altra mazzata sull’acciaio. Da Pechino disco rosso all’export
Sull'economia globale incombe lo spettro dell'aumento dei prezzi delle materie prime, una tendenza già in atto da tempo e che non sembra destinata a invertirsi. Anzi: ieri si è appreso che la Cina avrebbe intenzione di introdurre a breve una tassa del 15% sulle esportazioni di acciaio, in linea con l'analoga decisione adottata di recente dalla Russia. Due settimane fa Mosca aveva annunciato di prepararsi ad applicare nuove tasse tra agosto e dicembre sull'export di prodotti metallici – acciaio, ma anche nickel, alluminio e rame – che costeranno all'industria, secondo Reuters, un totale di 2,3 miliardi di dollari. A giorni dovrebbe arrivare anche la conferma della nuova tassa cinese, come hanno rivelato all'agenzia Ansa alcuni trader del settore siderurgico. «Già a fine aprile Pechino aveva avviato politiche di disincentivo alle esportazioni di acciaio, togliendo le sovvenzioni sull'Iva per il materiale siderurgico in uscita dal Paese», ha spiegato un operatore. L'ulteriore mossa cinese, secondo gli analisti, non farà altro che aggravare la situazione, già molto tesa, del mercato dell'acciaio in Europa, dove da tempo i prezzi delle materie prime sono in costante ascesa. Il prezzo dei coils, cioè i rotoli laminati a caldo, secondo gli operatori del settore «attualmente veleggia sui 1100 euro alla tonnellata» – 1142,06, secondo l'ultima rilevazione di Siderweb - ma il vero problema è la carenza di materiale, «che sta spingendo le aziende del settore a ridurre i turni di lavoro». Le decisioni di Russia e Cina, come ha spiegato a Siderweb Emanuele Norsa, editor della pubblicazione specializzata Kallanish, sono state dettate dall'esigenza di «mantenere il materiale in patria. L'Europa, invece, pare andare nella direzione opposta. L'impressione è che il mondo si stia dividendo in due, con Europa e Stati Uniti a prezzi galoppanti mentre da Oriente arriva la volontà centralizzata di controllare le quotazioni». Bruxelles ha infatti recentemente prorogato di altri tre anni, fino al 2024, le restrizioni alle importazioni di acciaio nell'Ue, introdotte nel 2018 per far fronte all'analoga misura adottata dagli Usa. Una decisione che non è piaciuta all'Acea, l'associazione dei costruttori automobilistici, che ha evidenziato come la proroga delle restrizioni sia stata decisa in un momento particolare, in cui si sono già verificate «gravi carenze nella catena di approvvigionamento siderurgica europea delle case automobilistiche». I costruttori di auto europei prendono infatti «quasi tutto il loro acciaio – oltre il 90% - nell'Ue», un mercato in cui «i prezzi continuano a salire. Da quando la produzione è ricominciata nell'estate 2020 c'è stata una grave carenza di materia prima sul mercato europeo», ha sottolineato l'associazione, secondo cui le restrizioni limitano «il potenziale dei produttori di equilibrare l'approvvigionamento attraverso le importazioni, fungendo da coperchio su un mercato già surriscaldato». La penuria di materie prime è solo uno dei fattori che stanno minacciando la ripresa dell'industria automobilistica, con ripercussioni sull'andamento dell'intera economia. Il settore è penalizzato in particolare dalla carenza di semiconduttori, che secondo la società di consulenza AlixPartners nel 2021 costerà 60,6 miliardi di dollari in mancati ricavi per l'industria globale dell'automotive. La frenata dell'auto rallenta anche l'industria del suo complesso: in Germania, ad esempio, a maggio la produzione industriale è calata a sorpresa dello 0,3% su aprile anche a causa delle difficoltà del settore automobilistico. Per il 2021 la locale associazione dei costruttori, la Vda, ha tagliato le stime di crescita della produzione al 3%, dal 13% previsto in precedenza: le nuove auto realizzate in Germania saranno 400.000 in meno. E la crescita dei prezzi dell'acciaio è destinata a peggiorare ulteriormente la situazione.
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L' esecutivo nell'ultimo cdm fa ricorso al golden power per imporre a Fastweb limitazioni all'acquisto di software fatti da Huawei.Palazzo Chigi prosegue nella linea della fermezza nei confronti della tecnologia cinese per rischi collegati a difesa e sicurezza.Pronta l'ennesima tassa del 15%. Così boccheggia l'industria automobilistica Ue.Lo speciale contiene due articoli.Il governo Draghi conferma la linea guardinga sulla tecnologia cinese. Stando a quanto risulta alla Verità, il Consiglio dei ministri – su input del ministero dello Sviluppo economico – ha fatto ricorso il 30 giugno in occasione dell'ultimo cdm al golden power per imporre delle «prescrizioni» all'acquisizione, da parte di Fastweb, di un aggiornamento software del colosso cinese Huawei. Per quanto l'intesa non contempli l'acquisto di strutture fisiche o materiale hardware, il dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti ha ritenuto che tale acquisizione vada a riguardare un settore – quello delle reti 5G – particolarmente delicato in termini di sicurezza nazionale. In questo senso, il ministero – in accordo con il Dis – ha raccomandato dei paletti per «ridurre a livelli accettabili il rischio residuo derivante dall'utilizzo dei componenti oggetto di notifica secondo modalità che possono avere rilevanza per il sistema di difesa e sicurezza nazionale». Si tratta, a ben vedere, di una via non nuova: tra marzo e aprile, delle «prescrizioni» erano infatti già state imposte su forniture di 5G cinese alla stessa Fastweb. Il trend, insomma, si sta consolidando. E si tratta di un processo che parte da lontano. Un momento di svolta può, per esempio, essere considerato la visita romana di Mike Pompeo lo scorso ottobre. In quell'occasione, l'allora segretario di Stato americano mise in guardia l'esecutivo giallorosso da un'eccessiva vicinanza a Pechino, concentrando inoltre la sua attenzione proprio sulla spinosa questione del 5G. Se il governo Conte bis si mosse quindi in alcune occasioni (soprattutto tra ottobre e dicembre dello scorso anno), è con l'avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi che l'allerta sulla Cina si è particolarmente rafforzata. In tal senso, la scelta di Giorgetti a capo del Mise non è forse stata casuale: il ministro leghista è una figura di comprovata fede atlantista e aveva non a caso mostrato una sensibilità per il tema del 5G cinese già ai tempi del governo gialloblù. Tra l'altro, l'attenzione che Draghi riserva a Pechino si muove in ambiti piuttosto estesi. A fine marzo, l'esecutivo ha usato il golden power per bloccare l'acquisizione dell'azienda italiana di semiconduttori Lpe da parte della società cinese Shenzen investment holdings. Tutto questo, mentre – ad aprile – un'azione di moral suasion, condotta dallo stesso Giorgetti, ha portato all'interruzione delle trattative per l'acquisto di Iveco da parte della cinese Faw Jiefang. Insomma, la linea del governo Draghi è chiara. È può essere letta da tre punti di vista complementari. In primis, è evidente che questa condotta rientri nel più generale quadro di un allineamento italiano agli Stati Uniti: allineamento su cui il premier ha sempre puntato molto in politica estera. Sotto questo aspetto, va quindi ricordato che, nonostante il cambio della guardia alla Casa Bianca, Washington continui a nutrire preoccupazione nei confronti del 5G cinese. In tal senso, Huawei compare nella blacklist delle 59 aziende cinesi stilata, a giugno, dal presidente americano, Joe Biden: aziende che, secondo l'inquilino della Casa Bianca, promuovono «l'uso della tecnologia di sorveglianza cinese per facilitare la repressione o gravi violazioni dei diritti umani» e che, proprio per questo, non potranno essere sostenute da investimenti statunitensi. Il secondo elemento da considerare è che, con questa linea, il governo Draghi punta forse indirettamente a spingere le società italiane, impegnate in settori strategici (o comunque delicati), ad evitare di intrattenere legami troppo stretti con le aziende cinesi. Realtà, queste ultime, che risultano notoriamente subordinate ai diretti interessi del governo di Pechino. Esiste, infine, un tema di spionaggio. Gli Stati Uniti ritengono infatti da tempo che il Dragone utilizzi la tecnologia 5G per attività di natura spionistica. Un problema, questo, che certo non sfugge al governo Draghi. Un problema reso tanto più urgente dal recente arresto di un politologo tedesco, accusato – insieme a sua moglie – di aver lavorato per l'intelligence cinese. La questione è finita al centro dell'attenzione in Italia, dopo che si è scoperto che la fondazione di cui costui era direttore avesse una sede nei pressi di Bolzano. Il che aveva portato a sospettare che la sua attività fosse stata condotta anche contro il nostro Paese: un'ipotesi tuttavia smentita dal sottosegretario con delega ai servizi segreti, Franco Gabrielli. «La vicenda della coppia di cittadini tedeschi, accusati in Germania di spionaggio a favore dell'intelligence cinese, si riferisce ad un'operazione condotta nel 2018 in collaborazione con l'Aisi», ha detto, definendo l'attività spionistica dei due come «non riguardante in alcun modo il nostro Paese, ma focalizzata sul quadrante indo-pacifico». Oggi sarà comunque ascoltato al Copasir il direttore dell'Aisi, Mario Parente. Nonostante si tratti di un'audizione programmata da tempo, Parente – secondo quanto risulta alla Verità – affronterà anche la questione del politologo tedesco. Segno che le preoccupazioni su eventuali condotte spionistiche cinesi in Italia restano elevate.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/5g-roma-governo-2653712801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arriva-unaltra-mazzata-sullacciaio-da-pechino-disco-rosso-allexport" data-post-id="2653712801" data-published-at="1625737667" data-use-pagination="False"> Arriva un’altra mazzata sull’acciaio. Da Pechino disco rosso all’export Sull'economia globale incombe lo spettro dell'aumento dei prezzi delle materie prime, una tendenza già in atto da tempo e che non sembra destinata a invertirsi. Anzi: ieri si è appreso che la Cina avrebbe intenzione di introdurre a breve una tassa del 15% sulle esportazioni di acciaio, in linea con l'analoga decisione adottata di recente dalla Russia. Due settimane fa Mosca aveva annunciato di prepararsi ad applicare nuove tasse tra agosto e dicembre sull'export di prodotti metallici – acciaio, ma anche nickel, alluminio e rame – che costeranno all'industria, secondo Reuters, un totale di 2,3 miliardi di dollari. A giorni dovrebbe arrivare anche la conferma della nuova tassa cinese, come hanno rivelato all'agenzia Ansa alcuni trader del settore siderurgico. «Già a fine aprile Pechino aveva avviato politiche di disincentivo alle esportazioni di acciaio, togliendo le sovvenzioni sull'Iva per il materiale siderurgico in uscita dal Paese», ha spiegato un operatore. L'ulteriore mossa cinese, secondo gli analisti, non farà altro che aggravare la situazione, già molto tesa, del mercato dell'acciaio in Europa, dove da tempo i prezzi delle materie prime sono in costante ascesa. Il prezzo dei coils, cioè i rotoli laminati a caldo, secondo gli operatori del settore «attualmente veleggia sui 1100 euro alla tonnellata» – 1142,06, secondo l'ultima rilevazione di Siderweb - ma il vero problema è la carenza di materiale, «che sta spingendo le aziende del settore a ridurre i turni di lavoro». Le decisioni di Russia e Cina, come ha spiegato a Siderweb Emanuele Norsa, editor della pubblicazione specializzata Kallanish, sono state dettate dall'esigenza di «mantenere il materiale in patria. L'Europa, invece, pare andare nella direzione opposta. L'impressione è che il mondo si stia dividendo in due, con Europa e Stati Uniti a prezzi galoppanti mentre da Oriente arriva la volontà centralizzata di controllare le quotazioni». Bruxelles ha infatti recentemente prorogato di altri tre anni, fino al 2024, le restrizioni alle importazioni di acciaio nell'Ue, introdotte nel 2018 per far fronte all'analoga misura adottata dagli Usa. Una decisione che non è piaciuta all'Acea, l'associazione dei costruttori automobilistici, che ha evidenziato come la proroga delle restrizioni sia stata decisa in un momento particolare, in cui si sono già verificate «gravi carenze nella catena di approvvigionamento siderurgica europea delle case automobilistiche». I costruttori di auto europei prendono infatti «quasi tutto il loro acciaio – oltre il 90% - nell'Ue», un mercato in cui «i prezzi continuano a salire. Da quando la produzione è ricominciata nell'estate 2020 c'è stata una grave carenza di materia prima sul mercato europeo», ha sottolineato l'associazione, secondo cui le restrizioni limitano «il potenziale dei produttori di equilibrare l'approvvigionamento attraverso le importazioni, fungendo da coperchio su un mercato già surriscaldato». La penuria di materie prime è solo uno dei fattori che stanno minacciando la ripresa dell'industria automobilistica, con ripercussioni sull'andamento dell'intera economia. Il settore è penalizzato in particolare dalla carenza di semiconduttori, che secondo la società di consulenza AlixPartners nel 2021 costerà 60,6 miliardi di dollari in mancati ricavi per l'industria globale dell'automotive. La frenata dell'auto rallenta anche l'industria del suo complesso: in Germania, ad esempio, a maggio la produzione industriale è calata a sorpresa dello 0,3% su aprile anche a causa delle difficoltà del settore automobilistico. Per il 2021 la locale associazione dei costruttori, la Vda, ha tagliato le stime di crescita della produzione al 3%, dal 13% previsto in precedenza: le nuove auto realizzate in Germania saranno 400.000 in meno. E la crescita dei prezzi dell'acciaio è destinata a peggiorare ulteriormente la situazione.
Gli svizzeri Marco Odermatt e Loic Meillard applaudono il brasiliano Lucas Pinheiro-Braathen durante la cerimonia di premiazione per lo slalom Gigante maschile delle gare di sci alpino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Durante la pausa aveva detto: «Quest’anno ho già fatto delle belle rimonte, bisogna tirare fuori tutto, vado all-in». Invece è out. Lo sguardo finisce su Giovanni Franzoni, cognome che finora ha significato salvezza. Niente da fare, il bresciano è sfinito (24º), l’argento nella Libera può bastare. «Sono esausto, non vedo l’ora di staccare un po’ a casa. Gli avversari erano più freschi, mi è uscita la spalla prima di partire, sono al limite. La mia priorità è la velocità, in gigante non mi sono allenato molto. Ho dato tutto e va bene, prima olimpiade positiva, mi darei 8,5».
Archiviata la pratica italiana rimane una gara storica, con la prima medaglia d’oro del Brasile sugli sci: la ghermisce come un’aquila reale Luca Pinheiro-Braaten, superfigo in tuta, con due manche da guerriero delle Alpi come Alberto Tomba, capace di tenersi dietro nella tormenta Marco Odermatt e l’altro svizzero Loic Meillard. Padre norvegese e madre brasiliana, Pinheiro-Braaten ha trascorso i suoi primi 25 anni di vita a fare la spola fra le due sponde dell’Atlantico: a Oslo quando i genitori erano insieme, a San Paolo dopo la separazione, di nuovo in Norvegia per gareggiare con la squadra più organizzata. Ma tre anni fa, per una questione legata agli sponsor, ecco la rottura con la federazione, la fuga in Brasile da mamma Alessandra, un anno per riorganizzarsi e l’invenzione della samba bianca. Bohèmien, casinista il giusto nelle notti di Coppa del Mondo (sei vittorie sempre fra i pali), Pinheiro-Braaten si percepisce manager etico di se stesso. E al traguardo, prima di mettersi l’oro al collo, ha pure il tempo per un messaggio gandhiano: «Spero che i brasiliani capiscano che la differenza è un superpotere. Non importa il background, il colore della pelle, da dove arrivi. Se credi fortemente nel tuo sogno, lo realizzi». Lo diceva già Ayrton Senna, ma va bene uguale. Facile ripeterlo per lui, che guadagna milioni dagli sponsor, può permettersi di pagare uno staff personale da paura, investe in immobili e ha preso casa a Milano: «Dell’Italia amo tutto, le montagne, il sistema di vita, questa città così creativa». Tomba lo chiama al telefono: «Sei il migliore, adesso ci credi?». Il brasiliano piange di gioia. Si scende da Bormio con l’illusione che quell’exploit sia anche un po’ nostro.
Un angelo vola, un angelo cade. È il Superman del pattinaggio artistico, lo statunitense Ilia Malinin (genitori uzbeki), presentato come un genio assoluto, l’oro più scontato (non perdeva dal 2023) con copertina su Sport Illustrated, l’imperatore del quadruplo Axel, un Rudolf Nureyev con le lame sotto i piedi. Morale: ottavo nella gara della vita dopo due cadute rovinose. Un incubo psicologico lo accompagnava da giorni, era obbligato a vincere ed è crollato. Se la testa non è fredda, lo Sport diventa una scimmia sulla schiena; ora il suo mental coach avrà di che lavorare. Mentre l’Italia di hockey subisce una dura lezione dalla Finlandia (11-0) e va a casa con tre sconfitte, contiamo le altre ferite di giornata. Solo dignitosa la staffetta femminile di Fondo (6ª), delude il Biathlon donne sprint dove Lisa Vittozzi non riesce a ripetere l’impresa di una settimana fa e arriva quinta mentre la leader più accreditata Dorothea Wierer scompare nelle retrovie dopo sequenze imbarazzanti al poligono. Oro alla norvegese Maren Kirkeide. Neppure sulla pista milanese di Pattinaggio velocità va meglio: nella 500 maschile Jeffrey Rosanelli sbiadisce al 17º posto nella gara dominata dal fuoriclasse statunitense Jordan Stolz (già oro nei 1000). Ci va male anche in allenamento: ieri la mascotte italiana, la napoletana di 16 anni Giada D’Antonio cade in slalom e si rompe un legamento crociato. Adieu.
È una giornata così, sarà il clima di San Valentino distrutto a colpi di insulti nel curling, dove gli svedesi sconfitti accusano due volte i canadesi di aver toccato la stone con una mano dopo il lancio. Il FairPlay va a farsi benedire e il Var non c’è. Allora ci pensa il capitano canadese Marc Kennedy a chiudere la polemica con un «Fuck you, la scopa puoi mettertela…» che ci costringe a ripensamenti sulla proverbiale compostezza anglosassone.
Oggi riparte la caccia al record delle 20 medaglie di Lillehammer. Per l’Italia tornano in pista i grossi calibri: Federica Brignone e Sofia Goggia (Gigante), Michela Moioli (Snowboard) e Francesca Lollobrigida (Pattinaggio), obiettivi preferiti dei fotografi. Ieri a Bormio non si capiva perché i paparazzi girassero attorno al gigantista argentino Tiziano Gravier, finito nelle retrovie. È il figlio dell’ex modella Valeria Mazza, cercavano tutti la mamma.
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