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2025-01-28
Oggi sbarcano i 49 richiedenti asilo nell’hub in Albania. Giudici permettendo
Ansa
Il governo ricomincia da tre: dopo le due missioni naufragate (in termini giuridici) a ottobre e novembre 2024 per la mancata convalida dei trattenimenti da parte dei magistrati, il pattugliatore Cassiopea della Marina militare arriva in Albania con a bordo 49 migranti richiedenti asilo imbarcati nel corso dello scorso fine settimana nelle acque a Sud di Lampedusa.
Sono 49 i richiedenti asilo diretti verso Shengjin (l’arrivo è previsto tra la notte e le prime ore di questa mattina), tutti provenienti da Paesi sicuri, almeno secondo la lista stilata e rafforzata con un decreto legge da nostri governo: bengalesi, egiziani, ivoriani, tunisini, gambiani. Per tutti, quindi, può essere applicata la procedura rapida di rimpatrio alla base della costruzione dei centri in Albania. L’iter prevede un primo screening medico a Shengjin: chi dovesse risultare affetto da patologie che ne richiedono il trasferimento, verrà condotto in Italia. Tutti gli altri verranno trasferiti presso il vicino centro di Gjader, sulla base del trattenimento disposto dal questore di Roma.
Entro 48 ore la magistratura deciderà se convalidare o meno i provvedimenti della questura: a ottobre (12 trattenimenti per altrettanti migranti) e novembre (7), ricordiamolo, furono tutti annullati. I magistrati non convalidarono i trattenimenti motivando la decisione con la necessità di attendere la pronuncia della Corte di giustizia europea che, il prossimo 25 febbraio, dovrebbe esprimersi su una serie di ricorsi in materia di Paesi sicuri. In alcuni casi le toghe entrarono anche nel merito della questione, dichiarando Paesi non sicuri Bangladesh e Egitto, almeno non per tutti e non interamente, contraddicendo apertamente quanto stabilito dal governo.
Da quel momento, però, ci sono stati dei fatti nuovi che potrebbero portare a una convalida dei trattenimenti. Innanzitutto, la stessa convalida non è più affidata alla sezione immigrazione del tribunale ma spetta ai giudici della Corte di appello di Roma, che terranno una udienza in videoconferenza. Il cambiamento è stato deciso dal governo attraverso un emendamento al decreto flussi dello scorso dicembre. Sempre a dicembre, la Cassazione ha emanato una ordinanza interlocutoria che, in attesa della decisione della Corte di giustizia europea, ha chiarito che a stabilire se un Paese è sicuro o non sicuro è solo e soltanto il governo. La Cassazione ha «sospeso ogni provvedimento» in attesa che si pronunci la Corte di giustizia europea, offrendo al tempo stesso «nello spirito di leale cooperazione» la «propria ipotesi di lavoro», senza «tuttavia tradurla né in decisione del ricorso né in principio di diritto suscettibile di orientare le future applicazioni».
Sulla definizione di Paesi sicuri, «il giudice della convalida», ha scritto la Cassazione, «garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto». Dunque, non può essere il magistrato a giudicare se un Paese è sicuro o meno. «La procedura accelerata di frontiera», ha precisato la Cassazione, «non può applicarsi là dove, anche in sede di convalida del trattenimento, il giudice ravvisi sussistenti i gravi motivi per ritenere che il Paese non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova», ma «le eccezioni non possono essere ammesse senza limiti».
In sostanza, nessuno può prevedere se i giudici della Corte d’appello di Roma convalideranno o meno i trattenimenti, tutti o in parte. La Verità ha chiesto un parere a Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, responsabile del dipartimento immigrazione del partito e profonda conoscitrice della materia: «L’ordinanza interlocutoria del dicembre scorso della Corte di cassazione», dice la Kelany, «ha sostanzialmente detto di attendere cosa deciderà la Corte di giustizia europea il prossimo 25 febbraio. Un’ordinanza molto chiara sul fatto che sia di competenza dei governo stilare la lista dei Paesi sicuri e credo che sarebbe quanto meno singolare che le Corti di appello si discostassero da questo orientamento. Cosa mi aspetto? Non sono materie sulle quali si può divinare», sottolinea la parlamentare, «ma l’ordinanza della Cassazione ha confermato quello che abbiamo sempre detto: il giudice può sicuramente decidere sui casi singoli, scendere nel particolare rispetto alla protezione del singolo migrante, ma non può in via generale e astratta indicare un Paese come sicuro o non sicuro, perché questa è una competenza dei governi».
Una riflessione che ricalca quanto la Verità ha registrato consultando fonti di governo, che ritengono che l’ordinanza della Cassazione possa rappresentare una svolta rispetto alle mancate convalide dei trattenimenti di ottobre e novembre. Nessuno, ovviamente, è in grado di azzardare previsioni su quelle che saranno le decisioni della Corte di appello: ancora un paio di giorni e sapremo se la missione-Albania ha preso il largo definitivamente oppure resta ancora incagliata.
Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano
Condividevano gli spazi dello stesso centro di prima accoglienza in un paesino della provincia di Teramo. La stessa mensa, le stesse aree ricreative, gli stessi corridoi. I quattro pakistani protagonisti dell’ennesima storia di mancata integrazione erano arrivati in Italia alla spicciolata con il classico barcone. E, subito dopo, avevano chiesto il riconoscimento dello status da rifugiato.
Per tre di loro, uno dei quali anche con precedenti penali, però, stando all’inchiesta del pm Elisabetta Labanti e dei carabinieri di Giulianova, il centro d’accoglienza, più che un rifugio, si sarebbe trasformato in un territorio di caccia. Un ambiente in cui le dinamiche di sopraffazione, dettate da solitudine e vulnerabilità degli altri ospiti, avrebbero creato un clima di paura e intimidazione. Nell’ottobre 2023, hanno ricostruito gli investigatori, durante un incontro al di fuori della struttura d’accoglienza, avrebbero abusato sessualmente del quarto connazionale (più giovane) e, dopo aver filmato le violenze, avrebbero tentato di ricattarlo chiedendogli dei soldi. La vittima, schiacciata dal peso del ricatto, avrebbe cominciato progressivamente a chiudersi in un silenzio carico di angoscia (descritto agli investigatori dagli operatori del centro, che si sono trasformati in testimoni dell’inchiesta). Ogni giorno il ragazzo era costretto a incontrare i suoi presunti aguzzini nei corridoi del centro, a incrociare i loro sguardi e a subire le continue richieste di soldi per evitare che il video delle violenze venisse mostrato agli altri ospiti.
La vittima, dopo lo stupro, insomma, avrebbe dovuto scegliere tra l’umiliazione per la diffusione del video e un’estorsione. Ma ha imboccato la terza strada: quella della denuncia. Ha prima raccontato tutto a un responsabile della struttura, poi ai carabinieri della Compagnia di Giulianova. I tre pakistani, dopo un anno di investigazioni descritte come particolarmente difficili, sono stati arrestati. I carabinieri hanno dovuto raccogliere le testimonianze degli altri ospiti del centro d’accoglienza che, ovviamente, per il clima che si era creato, temevano ritorsioni. Finché la cortina di silenzi che sembrava impermeabile non ha ceduto e i verbali dei testimoni sono finiti nelle informative dei carabinieri. Le intercettazioni hanno fatto il resto e la Procura, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori dell’Arma, è riuscita a chiedere la misura cautelare accolta l’altro giorno dal giudice per le indagini preliminari per tutti e tre gli indagati. I capi d’imputazione provvisori, stampati nell’ordinanza di custodia cautelare, riassumono le accuse di violenza sessuale di gruppo (precisando le singole condotte) e di estorsione.
I carabinieri sono riusciti a rintracciarli nelle province di Modena e di Bergamo dove, nel frattempo, gli indagati si erano trasferiti, ospitati da altri centri d’accoglienza. Uno di loro, invece, era già finito in carcere, detenuto per altri reati. Nei prossimi giorni dovranno comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e con molta probabilità vedranno andare in fumo la loro richiesta di permesso di soggiorno. Dopo aver presentato la denuncia e verbalizzato il suo racconto davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, ha chiesto di lasciare Teramo anche la vittima e, per garantire le necessarie misure di sicurezza, è stata trasferita in un altro centro d’accoglienza.
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Arrivano da Paesi sicuri, per ognuno può essere applicato l’iter per il rimpatrio rapido. Ma le toghe hanno due giorni per dire no.Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano. Tutti avevano chiesto lo status di rifugiato politico. Ora gli stupratori, che avevano filmato la violenza, sono finiti in carcere.Lo speciale contiene due articoli.Il governo ricomincia da tre: dopo le due missioni naufragate (in termini giuridici) a ottobre e novembre 2024 per la mancata convalida dei trattenimenti da parte dei magistrati, il pattugliatore Cassiopea della Marina militare arriva in Albania con a bordo 49 migranti richiedenti asilo imbarcati nel corso dello scorso fine settimana nelle acque a Sud di Lampedusa.Sono 49 i richiedenti asilo diretti verso Shengjin (l’arrivo è previsto tra la notte e le prime ore di questa mattina), tutti provenienti da Paesi sicuri, almeno secondo la lista stilata e rafforzata con un decreto legge da nostri governo: bengalesi, egiziani, ivoriani, tunisini, gambiani. Per tutti, quindi, può essere applicata la procedura rapida di rimpatrio alla base della costruzione dei centri in Albania. L’iter prevede un primo screening medico a Shengjin: chi dovesse risultare affetto da patologie che ne richiedono il trasferimento, verrà condotto in Italia. Tutti gli altri verranno trasferiti presso il vicino centro di Gjader, sulla base del trattenimento disposto dal questore di Roma.Entro 48 ore la magistratura deciderà se convalidare o meno i provvedimenti della questura: a ottobre (12 trattenimenti per altrettanti migranti) e novembre (7), ricordiamolo, furono tutti annullati. I magistrati non convalidarono i trattenimenti motivando la decisione con la necessità di attendere la pronuncia della Corte di giustizia europea che, il prossimo 25 febbraio, dovrebbe esprimersi su una serie di ricorsi in materia di Paesi sicuri. In alcuni casi le toghe entrarono anche nel merito della questione, dichiarando Paesi non sicuri Bangladesh e Egitto, almeno non per tutti e non interamente, contraddicendo apertamente quanto stabilito dal governo.Da quel momento, però, ci sono stati dei fatti nuovi che potrebbero portare a una convalida dei trattenimenti. Innanzitutto, la stessa convalida non è più affidata alla sezione immigrazione del tribunale ma spetta ai giudici della Corte di appello di Roma, che terranno una udienza in videoconferenza. Il cambiamento è stato deciso dal governo attraverso un emendamento al decreto flussi dello scorso dicembre. Sempre a dicembre, la Cassazione ha emanato una ordinanza interlocutoria che, in attesa della decisione della Corte di giustizia europea, ha chiarito che a stabilire se un Paese è sicuro o non sicuro è solo e soltanto il governo. La Cassazione ha «sospeso ogni provvedimento» in attesa che si pronunci la Corte di giustizia europea, offrendo al tempo stesso «nello spirito di leale cooperazione» la «propria ipotesi di lavoro», senza «tuttavia tradurla né in decisione del ricorso né in principio di diritto suscettibile di orientare le future applicazioni».Sulla definizione di Paesi sicuri, «il giudice della convalida», ha scritto la Cassazione, «garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto». Dunque, non può essere il magistrato a giudicare se un Paese è sicuro o meno. «La procedura accelerata di frontiera», ha precisato la Cassazione, «non può applicarsi là dove, anche in sede di convalida del trattenimento, il giudice ravvisi sussistenti i gravi motivi per ritenere che il Paese non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova», ma «le eccezioni non possono essere ammesse senza limiti».In sostanza, nessuno può prevedere se i giudici della Corte d’appello di Roma convalideranno o meno i trattenimenti, tutti o in parte. La Verità ha chiesto un parere a Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, responsabile del dipartimento immigrazione del partito e profonda conoscitrice della materia: «L’ordinanza interlocutoria del dicembre scorso della Corte di cassazione», dice la Kelany, «ha sostanzialmente detto di attendere cosa deciderà la Corte di giustizia europea il prossimo 25 febbraio. Un’ordinanza molto chiara sul fatto che sia di competenza dei governo stilare la lista dei Paesi sicuri e credo che sarebbe quanto meno singolare che le Corti di appello si discostassero da questo orientamento. Cosa mi aspetto? Non sono materie sulle quali si può divinare», sottolinea la parlamentare, «ma l’ordinanza della Cassazione ha confermato quello che abbiamo sempre detto: il giudice può sicuramente decidere sui casi singoli, scendere nel particolare rispetto alla protezione del singolo migrante, ma non può in via generale e astratta indicare un Paese come sicuro o non sicuro, perché questa è una competenza dei governi».Una riflessione che ricalca quanto la Verità ha registrato consultando fonti di governo, che ritengono che l’ordinanza della Cassazione possa rappresentare una svolta rispetto alle mancate convalide dei trattenimenti di ottobre e novembre. Nessuno, ovviamente, è in grado di azzardare previsioni su quelle che saranno le decisioni della Corte di appello: ancora un paio di giorni e sapremo se la missione-Albania ha preso il largo definitivamente oppure resta ancora incagliata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/49-richiedenti-asilo-hub-albania-2671006545.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-pakistani-violentano-un-connazionale-e-lo-ricattano" data-post-id="2671006545" data-published-at="1738008148" data-use-pagination="False"> Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano Condividevano gli spazi dello stesso centro di prima accoglienza in un paesino della provincia di Teramo. La stessa mensa, le stesse aree ricreative, gli stessi corridoi. I quattro pakistani protagonisti dell’ennesima storia di mancata integrazione erano arrivati in Italia alla spicciolata con il classico barcone. E, subito dopo, avevano chiesto il riconoscimento dello status da rifugiato. Per tre di loro, uno dei quali anche con precedenti penali, però, stando all’inchiesta del pm Elisabetta Labanti e dei carabinieri di Giulianova, il centro d’accoglienza, più che un rifugio, si sarebbe trasformato in un territorio di caccia. Un ambiente in cui le dinamiche di sopraffazione, dettate da solitudine e vulnerabilità degli altri ospiti, avrebbero creato un clima di paura e intimidazione. Nell’ottobre 2023, hanno ricostruito gli investigatori, durante un incontro al di fuori della struttura d’accoglienza, avrebbero abusato sessualmente del quarto connazionale (più giovane) e, dopo aver filmato le violenze, avrebbero tentato di ricattarlo chiedendogli dei soldi. La vittima, schiacciata dal peso del ricatto, avrebbe cominciato progressivamente a chiudersi in un silenzio carico di angoscia (descritto agli investigatori dagli operatori del centro, che si sono trasformati in testimoni dell’inchiesta). Ogni giorno il ragazzo era costretto a incontrare i suoi presunti aguzzini nei corridoi del centro, a incrociare i loro sguardi e a subire le continue richieste di soldi per evitare che il video delle violenze venisse mostrato agli altri ospiti. La vittima, dopo lo stupro, insomma, avrebbe dovuto scegliere tra l’umiliazione per la diffusione del video e un’estorsione. Ma ha imboccato la terza strada: quella della denuncia. Ha prima raccontato tutto a un responsabile della struttura, poi ai carabinieri della Compagnia di Giulianova. I tre pakistani, dopo un anno di investigazioni descritte come particolarmente difficili, sono stati arrestati. I carabinieri hanno dovuto raccogliere le testimonianze degli altri ospiti del centro d’accoglienza che, ovviamente, per il clima che si era creato, temevano ritorsioni. Finché la cortina di silenzi che sembrava impermeabile non ha ceduto e i verbali dei testimoni sono finiti nelle informative dei carabinieri. Le intercettazioni hanno fatto il resto e la Procura, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori dell’Arma, è riuscita a chiedere la misura cautelare accolta l’altro giorno dal giudice per le indagini preliminari per tutti e tre gli indagati. I capi d’imputazione provvisori, stampati nell’ordinanza di custodia cautelare, riassumono le accuse di violenza sessuale di gruppo (precisando le singole condotte) e di estorsione. I carabinieri sono riusciti a rintracciarli nelle province di Modena e di Bergamo dove, nel frattempo, gli indagati si erano trasferiti, ospitati da altri centri d’accoglienza. Uno di loro, invece, era già finito in carcere, detenuto per altri reati. Nei prossimi giorni dovranno comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e con molta probabilità vedranno andare in fumo la loro richiesta di permesso di soggiorno. Dopo aver presentato la denuncia e verbalizzato il suo racconto davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, ha chiesto di lasciare Teramo anche la vittima e, per garantire le necessarie misure di sicurezza, è stata trasferita in un altro centro d’accoglienza.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa dell'8 giugno con Carlo Cambi
A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.
Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.
Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.
Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Nicole Minetti (Getty Images)
In pratica, la testimone chiave smonta le accuse che secondo il giornale di Marco Travaglio lei stessa aveva formulato e fa intendere che le sue parole siano state strumentalizzate. Ovviamente non fa cenno a chi sia l’autore della manipolazione, ma si capisce che l’ex dipendente del ranch non ha alcuna intenzione di puntellare le traballanti accuse del Fatto, lasciando dunque il quotidiano con il cerino in mano.
E la fiammella ora rischia di scottare i polpastrelli di Travaglio e compagni, prova ne sia che il giornale, dopo aver letto la relazione con cui la Procura generale della corte d’appello di Milano spazzava via le insinuazioni circa la vita di Minetti in Spagna e Uruguay, ha spedito un cronista direttamente a Punta dell’Est, alla disperata ricerca di nuovi testimoni. La lettera della procuratrice Francesca Nanni non era infatti tenerissima nei confronti del Fatto.
Anche se con un linguaggio burocratico, la magistratura incaricata dal Quirinale di verificare se Minetti continuasse la vita di prima, e dunque non fosse meritevole di un provvedimento di clemenza da parte del presidente della Repubblica, ha accusato il giornale di aver diffuso «notizie non veritiere». Un pugno in faccia per quello che un tempo era definito l’organo delle Procure, che ha costretto Travaglio a pronunciare, come un Oscar Luigi Scalfaro qualsiasi, «non ci sto», minacciando querela nei confronti della stessa Procura generale.
Tuttavia, il problema non è quanto ha scritto Francesca Nanni, ma che cosa ha firmato Graciela di fronte al notaio. Per questo l’inviato in Uruguay insegue tassisti, cronisti e poliziotti, nella speranza non soltanto di riuscire a parlare con Graciela e strapparle la smentita della smentita, ma anche nel tentativo di trovare altri che possano confermare che nel ranch di Cipriani e Minetti si svolgessero incontri a luci rosse. Al momento, il cronista in trasferta è costretto a registrare solo mezze frasi e qualche suggestione: troppo poco per riuscire a ribaltare la «sentenza» della procuratrice generale.
Forse Graciela si è spaventata del clamore della faccenda e teme di fare la fine del vaso di coccio fra vasi di ferro. Forse qualcuno l’ha minacciata. Forse è stata inghiottita dal mare. Insomma, gli scenari evocati sono misteriosi. L’unico non preso in considerazione è che la donna, magari risentita per essere stata licenziata, abbia voluto vendicarsi di Cipriani e pure di Minetti. Un’ipotesi che certo lascerebbe ancor più esposto il Fatto, che in questa storia sembra giocarsi la partita della vita.
Già, perché oltre a doversi difendere dalle accuse che la procuratrice generale Francesca Nanni ha rivolto contro la testata, Travaglio e compagni hanno un grosso problema costituito dalla causa che l’ex igienista dentale e il compagno hanno intentato contro il giornale. Non in Italia ma di fronte al tribunale di New York. I procedimenti giudiziari per diffamazione e per danni, in America non seguono l’iter a cui siamo abituati da noi. E nemmeno vengono applicati i parametri risarcitori in vigore a Milano o Roma. Dover ingaggiare uno studio legale rischia di costare molte centinaia di migliaia di euro e in caso di condanna l’esborso potrebbe essere pesantissimo. Insomma, oltre alla reputazione del giornale, che secondo Travaglio sarebbe stata lesa dalla relazione di Francesca Nanni, in gioco c’è la sopravvivenza stessa del quotidiano. Il caso dunque non è più costituito dalla grazia a Minetti, ma dalla disgrazia che rischia di abbattersi sul Fatto. L’aspetto paradossale della faccenda è che il giornale, dopo aver a lungo beneficiato dei guai giudiziari di Berlusconi, ora da una costola dei processi a Berlusconi rischia di subire il danno più grave nei suoi vent’anni di storia. Per la sinistra e per la corrente giudiziaria dei compagni sarebbe un colpo mortale.
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