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2025-01-28
Oggi sbarcano i 49 richiedenti asilo nell’hub in Albania. Giudici permettendo
Ansa
Il governo ricomincia da tre: dopo le due missioni naufragate (in termini giuridici) a ottobre e novembre 2024 per la mancata convalida dei trattenimenti da parte dei magistrati, il pattugliatore Cassiopea della Marina militare arriva in Albania con a bordo 49 migranti richiedenti asilo imbarcati nel corso dello scorso fine settimana nelle acque a Sud di Lampedusa.
Sono 49 i richiedenti asilo diretti verso Shengjin (l’arrivo è previsto tra la notte e le prime ore di questa mattina), tutti provenienti da Paesi sicuri, almeno secondo la lista stilata e rafforzata con un decreto legge da nostri governo: bengalesi, egiziani, ivoriani, tunisini, gambiani. Per tutti, quindi, può essere applicata la procedura rapida di rimpatrio alla base della costruzione dei centri in Albania. L’iter prevede un primo screening medico a Shengjin: chi dovesse risultare affetto da patologie che ne richiedono il trasferimento, verrà condotto in Italia. Tutti gli altri verranno trasferiti presso il vicino centro di Gjader, sulla base del trattenimento disposto dal questore di Roma.
Entro 48 ore la magistratura deciderà se convalidare o meno i provvedimenti della questura: a ottobre (12 trattenimenti per altrettanti migranti) e novembre (7), ricordiamolo, furono tutti annullati. I magistrati non convalidarono i trattenimenti motivando la decisione con la necessità di attendere la pronuncia della Corte di giustizia europea che, il prossimo 25 febbraio, dovrebbe esprimersi su una serie di ricorsi in materia di Paesi sicuri. In alcuni casi le toghe entrarono anche nel merito della questione, dichiarando Paesi non sicuri Bangladesh e Egitto, almeno non per tutti e non interamente, contraddicendo apertamente quanto stabilito dal governo.
Da quel momento, però, ci sono stati dei fatti nuovi che potrebbero portare a una convalida dei trattenimenti. Innanzitutto, la stessa convalida non è più affidata alla sezione immigrazione del tribunale ma spetta ai giudici della Corte di appello di Roma, che terranno una udienza in videoconferenza. Il cambiamento è stato deciso dal governo attraverso un emendamento al decreto flussi dello scorso dicembre. Sempre a dicembre, la Cassazione ha emanato una ordinanza interlocutoria che, in attesa della decisione della Corte di giustizia europea, ha chiarito che a stabilire se un Paese è sicuro o non sicuro è solo e soltanto il governo. La Cassazione ha «sospeso ogni provvedimento» in attesa che si pronunci la Corte di giustizia europea, offrendo al tempo stesso «nello spirito di leale cooperazione» la «propria ipotesi di lavoro», senza «tuttavia tradurla né in decisione del ricorso né in principio di diritto suscettibile di orientare le future applicazioni».
Sulla definizione di Paesi sicuri, «il giudice della convalida», ha scritto la Cassazione, «garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto». Dunque, non può essere il magistrato a giudicare se un Paese è sicuro o meno. «La procedura accelerata di frontiera», ha precisato la Cassazione, «non può applicarsi là dove, anche in sede di convalida del trattenimento, il giudice ravvisi sussistenti i gravi motivi per ritenere che il Paese non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova», ma «le eccezioni non possono essere ammesse senza limiti».
In sostanza, nessuno può prevedere se i giudici della Corte d’appello di Roma convalideranno o meno i trattenimenti, tutti o in parte. La Verità ha chiesto un parere a Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, responsabile del dipartimento immigrazione del partito e profonda conoscitrice della materia: «L’ordinanza interlocutoria del dicembre scorso della Corte di cassazione», dice la Kelany, «ha sostanzialmente detto di attendere cosa deciderà la Corte di giustizia europea il prossimo 25 febbraio. Un’ordinanza molto chiara sul fatto che sia di competenza dei governo stilare la lista dei Paesi sicuri e credo che sarebbe quanto meno singolare che le Corti di appello si discostassero da questo orientamento. Cosa mi aspetto? Non sono materie sulle quali si può divinare», sottolinea la parlamentare, «ma l’ordinanza della Cassazione ha confermato quello che abbiamo sempre detto: il giudice può sicuramente decidere sui casi singoli, scendere nel particolare rispetto alla protezione del singolo migrante, ma non può in via generale e astratta indicare un Paese come sicuro o non sicuro, perché questa è una competenza dei governi».
Una riflessione che ricalca quanto la Verità ha registrato consultando fonti di governo, che ritengono che l’ordinanza della Cassazione possa rappresentare una svolta rispetto alle mancate convalide dei trattenimenti di ottobre e novembre. Nessuno, ovviamente, è in grado di azzardare previsioni su quelle che saranno le decisioni della Corte di appello: ancora un paio di giorni e sapremo se la missione-Albania ha preso il largo definitivamente oppure resta ancora incagliata.
Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano
Condividevano gli spazi dello stesso centro di prima accoglienza in un paesino della provincia di Teramo. La stessa mensa, le stesse aree ricreative, gli stessi corridoi. I quattro pakistani protagonisti dell’ennesima storia di mancata integrazione erano arrivati in Italia alla spicciolata con il classico barcone. E, subito dopo, avevano chiesto il riconoscimento dello status da rifugiato.
Per tre di loro, uno dei quali anche con precedenti penali, però, stando all’inchiesta del pm Elisabetta Labanti e dei carabinieri di Giulianova, il centro d’accoglienza, più che un rifugio, si sarebbe trasformato in un territorio di caccia. Un ambiente in cui le dinamiche di sopraffazione, dettate da solitudine e vulnerabilità degli altri ospiti, avrebbero creato un clima di paura e intimidazione. Nell’ottobre 2023, hanno ricostruito gli investigatori, durante un incontro al di fuori della struttura d’accoglienza, avrebbero abusato sessualmente del quarto connazionale (più giovane) e, dopo aver filmato le violenze, avrebbero tentato di ricattarlo chiedendogli dei soldi. La vittima, schiacciata dal peso del ricatto, avrebbe cominciato progressivamente a chiudersi in un silenzio carico di angoscia (descritto agli investigatori dagli operatori del centro, che si sono trasformati in testimoni dell’inchiesta). Ogni giorno il ragazzo era costretto a incontrare i suoi presunti aguzzini nei corridoi del centro, a incrociare i loro sguardi e a subire le continue richieste di soldi per evitare che il video delle violenze venisse mostrato agli altri ospiti.
La vittima, dopo lo stupro, insomma, avrebbe dovuto scegliere tra l’umiliazione per la diffusione del video e un’estorsione. Ma ha imboccato la terza strada: quella della denuncia. Ha prima raccontato tutto a un responsabile della struttura, poi ai carabinieri della Compagnia di Giulianova. I tre pakistani, dopo un anno di investigazioni descritte come particolarmente difficili, sono stati arrestati. I carabinieri hanno dovuto raccogliere le testimonianze degli altri ospiti del centro d’accoglienza che, ovviamente, per il clima che si era creato, temevano ritorsioni. Finché la cortina di silenzi che sembrava impermeabile non ha ceduto e i verbali dei testimoni sono finiti nelle informative dei carabinieri. Le intercettazioni hanno fatto il resto e la Procura, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori dell’Arma, è riuscita a chiedere la misura cautelare accolta l’altro giorno dal giudice per le indagini preliminari per tutti e tre gli indagati. I capi d’imputazione provvisori, stampati nell’ordinanza di custodia cautelare, riassumono le accuse di violenza sessuale di gruppo (precisando le singole condotte) e di estorsione.
I carabinieri sono riusciti a rintracciarli nelle province di Modena e di Bergamo dove, nel frattempo, gli indagati si erano trasferiti, ospitati da altri centri d’accoglienza. Uno di loro, invece, era già finito in carcere, detenuto per altri reati. Nei prossimi giorni dovranno comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e con molta probabilità vedranno andare in fumo la loro richiesta di permesso di soggiorno. Dopo aver presentato la denuncia e verbalizzato il suo racconto davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, ha chiesto di lasciare Teramo anche la vittima e, per garantire le necessarie misure di sicurezza, è stata trasferita in un altro centro d’accoglienza.
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Arrivano da Paesi sicuri, per ognuno può essere applicato l’iter per il rimpatrio rapido. Ma le toghe hanno due giorni per dire no.Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano. Tutti avevano chiesto lo status di rifugiato politico. Ora gli stupratori, che avevano filmato la violenza, sono finiti in carcere.Lo speciale contiene due articoli.Il governo ricomincia da tre: dopo le due missioni naufragate (in termini giuridici) a ottobre e novembre 2024 per la mancata convalida dei trattenimenti da parte dei magistrati, il pattugliatore Cassiopea della Marina militare arriva in Albania con a bordo 49 migranti richiedenti asilo imbarcati nel corso dello scorso fine settimana nelle acque a Sud di Lampedusa.Sono 49 i richiedenti asilo diretti verso Shengjin (l’arrivo è previsto tra la notte e le prime ore di questa mattina), tutti provenienti da Paesi sicuri, almeno secondo la lista stilata e rafforzata con un decreto legge da nostri governo: bengalesi, egiziani, ivoriani, tunisini, gambiani. Per tutti, quindi, può essere applicata la procedura rapida di rimpatrio alla base della costruzione dei centri in Albania. L’iter prevede un primo screening medico a Shengjin: chi dovesse risultare affetto da patologie che ne richiedono il trasferimento, verrà condotto in Italia. Tutti gli altri verranno trasferiti presso il vicino centro di Gjader, sulla base del trattenimento disposto dal questore di Roma.Entro 48 ore la magistratura deciderà se convalidare o meno i provvedimenti della questura: a ottobre (12 trattenimenti per altrettanti migranti) e novembre (7), ricordiamolo, furono tutti annullati. I magistrati non convalidarono i trattenimenti motivando la decisione con la necessità di attendere la pronuncia della Corte di giustizia europea che, il prossimo 25 febbraio, dovrebbe esprimersi su una serie di ricorsi in materia di Paesi sicuri. In alcuni casi le toghe entrarono anche nel merito della questione, dichiarando Paesi non sicuri Bangladesh e Egitto, almeno non per tutti e non interamente, contraddicendo apertamente quanto stabilito dal governo.Da quel momento, però, ci sono stati dei fatti nuovi che potrebbero portare a una convalida dei trattenimenti. Innanzitutto, la stessa convalida non è più affidata alla sezione immigrazione del tribunale ma spetta ai giudici della Corte di appello di Roma, che terranno una udienza in videoconferenza. Il cambiamento è stato deciso dal governo attraverso un emendamento al decreto flussi dello scorso dicembre. Sempre a dicembre, la Cassazione ha emanato una ordinanza interlocutoria che, in attesa della decisione della Corte di giustizia europea, ha chiarito che a stabilire se un Paese è sicuro o non sicuro è solo e soltanto il governo. La Cassazione ha «sospeso ogni provvedimento» in attesa che si pronunci la Corte di giustizia europea, offrendo al tempo stesso «nello spirito di leale cooperazione» la «propria ipotesi di lavoro», senza «tuttavia tradurla né in decisione del ricorso né in principio di diritto suscettibile di orientare le future applicazioni».Sulla definizione di Paesi sicuri, «il giudice della convalida», ha scritto la Cassazione, «garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto». Dunque, non può essere il magistrato a giudicare se un Paese è sicuro o meno. «La procedura accelerata di frontiera», ha precisato la Cassazione, «non può applicarsi là dove, anche in sede di convalida del trattenimento, il giudice ravvisi sussistenti i gravi motivi per ritenere che il Paese non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova», ma «le eccezioni non possono essere ammesse senza limiti».In sostanza, nessuno può prevedere se i giudici della Corte d’appello di Roma convalideranno o meno i trattenimenti, tutti o in parte. La Verità ha chiesto un parere a Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, responsabile del dipartimento immigrazione del partito e profonda conoscitrice della materia: «L’ordinanza interlocutoria del dicembre scorso della Corte di cassazione», dice la Kelany, «ha sostanzialmente detto di attendere cosa deciderà la Corte di giustizia europea il prossimo 25 febbraio. Un’ordinanza molto chiara sul fatto che sia di competenza dei governo stilare la lista dei Paesi sicuri e credo che sarebbe quanto meno singolare che le Corti di appello si discostassero da questo orientamento. Cosa mi aspetto? Non sono materie sulle quali si può divinare», sottolinea la parlamentare, «ma l’ordinanza della Cassazione ha confermato quello che abbiamo sempre detto: il giudice può sicuramente decidere sui casi singoli, scendere nel particolare rispetto alla protezione del singolo migrante, ma non può in via generale e astratta indicare un Paese come sicuro o non sicuro, perché questa è una competenza dei governi».Una riflessione che ricalca quanto la Verità ha registrato consultando fonti di governo, che ritengono che l’ordinanza della Cassazione possa rappresentare una svolta rispetto alle mancate convalide dei trattenimenti di ottobre e novembre. Nessuno, ovviamente, è in grado di azzardare previsioni su quelle che saranno le decisioni della Corte di appello: ancora un paio di giorni e sapremo se la missione-Albania ha preso il largo definitivamente oppure resta ancora incagliata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/49-richiedenti-asilo-hub-albania-2671006545.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-pakistani-violentano-un-connazionale-e-lo-ricattano" data-post-id="2671006545" data-published-at="1738008148" data-use-pagination="False"> Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano Condividevano gli spazi dello stesso centro di prima accoglienza in un paesino della provincia di Teramo. La stessa mensa, le stesse aree ricreative, gli stessi corridoi. I quattro pakistani protagonisti dell’ennesima storia di mancata integrazione erano arrivati in Italia alla spicciolata con il classico barcone. E, subito dopo, avevano chiesto il riconoscimento dello status da rifugiato. Per tre di loro, uno dei quali anche con precedenti penali, però, stando all’inchiesta del pm Elisabetta Labanti e dei carabinieri di Giulianova, il centro d’accoglienza, più che un rifugio, si sarebbe trasformato in un territorio di caccia. Un ambiente in cui le dinamiche di sopraffazione, dettate da solitudine e vulnerabilità degli altri ospiti, avrebbero creato un clima di paura e intimidazione. Nell’ottobre 2023, hanno ricostruito gli investigatori, durante un incontro al di fuori della struttura d’accoglienza, avrebbero abusato sessualmente del quarto connazionale (più giovane) e, dopo aver filmato le violenze, avrebbero tentato di ricattarlo chiedendogli dei soldi. La vittima, schiacciata dal peso del ricatto, avrebbe cominciato progressivamente a chiudersi in un silenzio carico di angoscia (descritto agli investigatori dagli operatori del centro, che si sono trasformati in testimoni dell’inchiesta). Ogni giorno il ragazzo era costretto a incontrare i suoi presunti aguzzini nei corridoi del centro, a incrociare i loro sguardi e a subire le continue richieste di soldi per evitare che il video delle violenze venisse mostrato agli altri ospiti. La vittima, dopo lo stupro, insomma, avrebbe dovuto scegliere tra l’umiliazione per la diffusione del video e un’estorsione. Ma ha imboccato la terza strada: quella della denuncia. Ha prima raccontato tutto a un responsabile della struttura, poi ai carabinieri della Compagnia di Giulianova. I tre pakistani, dopo un anno di investigazioni descritte come particolarmente difficili, sono stati arrestati. I carabinieri hanno dovuto raccogliere le testimonianze degli altri ospiti del centro d’accoglienza che, ovviamente, per il clima che si era creato, temevano ritorsioni. Finché la cortina di silenzi che sembrava impermeabile non ha ceduto e i verbali dei testimoni sono finiti nelle informative dei carabinieri. Le intercettazioni hanno fatto il resto e la Procura, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori dell’Arma, è riuscita a chiedere la misura cautelare accolta l’altro giorno dal giudice per le indagini preliminari per tutti e tre gli indagati. I capi d’imputazione provvisori, stampati nell’ordinanza di custodia cautelare, riassumono le accuse di violenza sessuale di gruppo (precisando le singole condotte) e di estorsione. I carabinieri sono riusciti a rintracciarli nelle province di Modena e di Bergamo dove, nel frattempo, gli indagati si erano trasferiti, ospitati da altri centri d’accoglienza. Uno di loro, invece, era già finito in carcere, detenuto per altri reati. Nei prossimi giorni dovranno comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e con molta probabilità vedranno andare in fumo la loro richiesta di permesso di soggiorno. Dopo aver presentato la denuncia e verbalizzato il suo racconto davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, ha chiesto di lasciare Teramo anche la vittima e, per garantire le necessarie misure di sicurezza, è stata trasferita in un altro centro d’accoglienza.
Matteo Salvini (Ansa)
Salvini ha spiegato di averci lavorato a lungo con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aggiungendo anche che il titolare del Mef ha svolto un ruolo «da protagonista. Insieme ad altri colleghi del governo». E poi: «Noi come Lega da giorni sosteniamo che è un momento di emergenza» perché «come qualche anno fa superati i 2 euro al litro per il gasolio, si era sorpassata la soglia d’allarme». Circa la possibilità di renderlo strutturale ha precisato che bisognerà vedere come va il primo mese e «cosa succede in Medio Oriente, cosa succede in Iran, a Teheran e nello stretto di Hormuz. L’auspicio è che non si debba andare avanti per altri mesi perché se fosse così, il problema, ed è emerso al tavolo, non sarebbe quanto costa il carburante ma che non c’è più carburante».
Il tavolo carburanti, secondo Unem, l’associazione che lega le principali imprese che operano in Italia nei settori della raffinazione, si è svolto in «un clima costruttivo e collaborativo». «I principali operatori hanno mantenuto un approccio prudenziale nel trasferire al consumo i rialzi delle quotazioni internazionali» ha precisato l’associazione. Da parte delle imprese c’è stato un «approccio responsabile, in linea con gli inviti provenienti dalle istituzioni, che ha permesso di attenuare gli impatti sui consumatori a discapito dei margini di distribuzione lordi delle singole aziende del settore». Unem nel confronto con Salvini ha anche «illustrato le possibili criticità che potrebbero emergere qualora il conflitto in atto dovesse protrarsi, con particolare attenzione non solo ad una potenziale ulteriore crescita delle quotazioni internazionali, ma anche dell’approvvigionamento di prodotti provenienti dallo stretto di Hormuz».
Il vicepremier leghista ha spiegato che se l’intervento sulle accise non dovesse essere sufficiente e «se ci fosse nelle settimane a venire da parte delle compagnie un aumento che rende vano l’intervento del governo, non staremo fermi».
Non solo compagnie petrolifere ma anche i concessionari autostradali sono stati coinvolti nel ragionamento: «Aggiungeremo anche una richiesta ai concessionari autostradali di tagliare una parte dei loro profitti. Se tutti fanno la loro parte, con la regia del governo, diciamo che gli italiani a breve avranno un po’ di respiro sul caro carburante, sperando che poi la guerra non vada avanti per settimane e per mesi». Sono state le stesse compagnie, infatti, a evidenziare che almeno 10 centesimi al litro fanno riferimento ai concessionari autostradali. «È chiaro che si tratta di contratti fra privati e quindi bisogna fare un intervento che regga giuridicamente che non si esponga al ricorso». Anche se infine ha precisato: «La speculazione non è del benzinaio che è l’ultimo ad avere un margine».
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Jessie Buckley (Ansa)
Jessie Buckley ha 36 anni, è irlandese, ha una voce talmente bella che le ha consentito perfino di interpretare cover di Sinead O’ Connor senza farsi tirare i pomodori. È uscita da un talent della Bbc, ma a un certo punto ha interrotto la carriera da stellina per studiare e diplomarsi alla Royal Academy of Dramatic Art. È arrivata dove è arrivata per una miscela fuori dal normale di talenti e studio. Ha vinto il suo primo Oscar per come ha impersonato Agnes, la moglie di William Shakespeare, in Hamnet, film di Chloé Zhao. Ma moglie è davvero riduttivo. Nel film, ambientato nella seconda metà del Cinquecento, Jessie è una madre un po’ strega, quasi selvatica, guidata da una forza e un amore per la sua famiglia invincibili. Nella buona e, soprattutto, nella cattiva sorte. Segue sempre quello che ha dentro, a cominciare dall’attaccamento per i figli, e lo fa prevalere sulle convenzioni, sull’ambiente esterno, sulla violenza, sul dolore.
Nella vita, invece, la Buckley non è né strega né selvatica. Diversamente, fasciata nel suo sontuoso abito rosso, non avrebbe approfittato di un palcoscenico come la serata degli Oscar per far passare alcuni concetti. Ha parlato più volte di maternità e di sua figlia di otto mesi, della quale non si sapeva il nome: Isla.
«Isla non ha assolutamente idea di cosa stia succedendo e probabilmente in questo momento starà sognando il latte, ma questo è un momento importante e amo essere la tua mamma», ha detto sul palco. Per poi condividere qualche immagine intima: «Mia figlia ha messo il suo primo dentino questa settimana. Mi sono svegliata con lei sdraiata sul mio petto, che mi coccolava».
Interpretare quel ruolo materno in Hamnet, dove muore anche un figlio di 11 anni, le è rimasto dentro e lo ha detto senza problemi: «Sento che è un dono poter esplorare la maternità attraverso questa incredibile madre che è Agnes, e poi diventarlo anch’io».
A Chloé Zhao e Maggie O’Farrell, la scrittrice che ha costruito la storia del film, Buckley ha dedicato un pensiero di enorme gratitudine: «Comprendere la capacità dell’amore di una madre è stata la più grande collisione della mia vita». Anche perché poi, mamma lo è diventata davvero. Quindi è passata alla parte in qualche modo politica della sua esperienza e ha spiegato: «Veniamo tutte da una stirpe di donne che continuano a creare nonostante tutto». Già, il segreto che passa di madre in figlia senza che gli uomini possano capirci nulla. Il motivo principale per cui sul corpo delle donne è giusto che decidano le donne, ma è meglio se lo fanno quando questo patrimonio naturale e morale viene compreso, meditato e difeso, in piena autonomia. Infine, la dedica dell’attrice irlandese: «Voglio dedicare questo premio al bellissimo caos del cuore di una madre». In platea, ci sono state lacrime. E questa bellissima dedica è stata il titolo scelto da gran parte dei giornali inglesi e americani per l’imprevedibile show di Jessie.
Decisamente impossibile da ridurre a maschera bigotta, l’attrice è stata quasi ignorata dai media italiani, se non per il vestito e la bellezza. Le cronache nostrane erano focalizzate sul livello di protesta nei confronti di Donald Trump, un mostruoso catalizzatore di negatività che alla fine divora ogni messaggio e immiserisce il dibattito, seccando anche le poche vene d’acqua fresca. Qualche titolo in ordine sparso: «Trionfa la New Hollywood ma i film scomodi sono fuori» (Repubblica); «Oscar noiosi e fifoni. Nessuna critica a Trump» (Il Fatto quotidiano). E La Stampa, solitamente attenta ai temi cari al neofemminismo, si è occupata solo della vittoria di Paul Anderson e ha fatto un approfondimento su Michael B. Jordan. Idem sul Messaggero, che ha oscurato il discorso dell’attrice irlandese e le ha dedicato due righe con un aggettivo che la riduce parecchio: «dolente moglie di Shakespeare in Hamnet».
Dolente è una certa cecità. Davvero non ci sono coerenza, ma neppure capacità di interpretare il contesto, laddove si lasciano cadere parole come quelle pronunciate da Jessie Buckley agli Oscar. Chi aspetta con fede l’impeachment di Trump per i suoi rapporti con il finanziere pedofilo Epstein ha sicuramente a cuore anche i bambini e ciò che li origina. E lo stesso varrà per chi ha combattuto e combatte ogni giorno per portare nel discorso pubblico il termine «genocidio». Ci piacciono i bambini da usare in battaglia, molto meno quelli da concepire e crescere con amore.
Uno scivolone, comunque, l’ha fatto anche la nostra eroina irlandese. Ha voluto ringraziare perfino il marito Freddie: «Sei il papà più incredibile, sei il mio migliore amico. Vorrei avere altri 20.000 figli con te». Nessuno le ha spiegato che queste cose si pensano, ma non si dicono. Non è cool.
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«Sognando Rosso» (Sky)
Non è un prodotto inedito, ma un film che, lo scorso anno, non ha mancato di suscitare qualche polemica. Chris Harris, giornalista britannico noto, soprattutto, per essere diventato volto di Top Gear, avrebbe fallito nella ricerca di un contraddittorio, forse sopraffatto da un'incontenibile ammirazione.
Sognando Rosso, che Sky Documentaries ha deciso di proporre in prima serata venerdì 20 marzo, si sarebbe trasformato così in una fanatica celebrazione di Luca Cordero di Montezemolo, dei suoi anni d'oro, di racconti e ricordi cui nessuno, meno che mai Harris, avrebbe osato contrapporre una versione alternativa. Il documentario sarebbe fazioso, figlio dell'entusiasmo di Harris, che mai ha nascosto la sua sconfinata passione per i motori e per chi ha saputo farne la storia.
Questo è stato detto, quando Sognando Rosso ha debuttato. E questo si ripete, ma le parole si perdono fra le immagini che il giornalista ha collezionato: memorie inedite, repertori mai visti, strappati ad archivi rimasti privati.Sognando Rosso, formalmente costruito come una chiacchierata intima fra Harris e Montezemolo, attraversa la memoria per restituirle concretezza. Dunque, i luoghi tornano ad essere tridimensionali e il passato, in un soffio, si fa presente. Luca Cordero di Montezemolo parla, come in un flusso di coscienza. Lo fa seduto in casa propria, nella villa nascosta fra i colli bolognesi. Intorno, ha la vita di agi e lussi che ha saputo costruirsi. Non la mistifica né tenta di renderla ordinaria, anzi. Quando torna al principio della propria carriera, sembra farlo con orgoglio, quasi che il senno del poi gli avessi dato quella consapevolezza che negli anni Settanta mancava. A tratti, si magnifica, Montezemolo, intrecciando il racconto della propria vita con quello della Ferrari. La retrospettiva atta a ripercorrere le tappe salienti della sua carriera, dunque, si trasforma. Diventa un viaggio nel glorioso passato del Cavallino, permettendo a chi guardi di rivivere i trionfi di Niki Lauda e Michael Schumacher. Montezemolo parte dal principio, il suo.
Dal 1973, anno in cui Enzo Ferrari lo ha scelto personalmente per guidare la Scuderia Ferrari e consegnarla al successo. Si addentra nei meandri del rapporto con la famiglia Agnelli e tira dritto, fino agli anni Novanta, ha quando ha assunto la direzione dell'azienda, facendo del Cavallino una potenza delle corse e, parimenti, un'icona globale del lusso. «Ho vissuto la mia vita a tutta velocità e questo film cattura questo spirito sullo sfondo della bellezza senza tempo dell'Italia. È una storia di passione, resilienza e ricerca dell'eccellenza, valori che definiscono la Ferrari e che, spero, ispirino gli altri. Dai trionfi nei campionati mondiali alle sfide che mi hanno messo alla prova, Sognando Rosso riflette non solo il mio percorso, ma anche le persone e i momenti incredibili che lo hanno plasmato», ha commentato Montezemolo.
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Bettina Orlopp (Ansa)
Merz aveva chiuso la porta. Orlopp l’ha riaperta. Non spalancata, si badi bene. Uno spiraglio. Quanto basta, però, per capire che politica e banca non stanno leggendo lo stesso copione.
Prima a Bloomberg TV, poi alla Morgan Stanley European Financial Conference di Londra il capo di Commerzbank ha confezionato un discorso costruttivamente ambiguo. Ha detto un no che somigliava molto a un sì condizionato. «Per portarci al tavolo delle trattative non è necessario presentare un’offerta pubblica di acquisto», ha evidenziato, «abbiamo ripetutamente manifestato la disponibilità a discutere una proposta avanzata da Unicredit qualora ne avessimo ricevuta una». Insomma la porta è aperta. Il buffet no.
Il lancio dell'offerta pubblica di scambio da parte di Andrea Orcel che punta a superare la soglia del 30% di Commerzbank non era concordata. E qui sta il primo elemento di attrito: il blitz era inatteso, dice Orlopp, così come la dichiarata intenzione di Unicredit di non puntare al controllo. Due sorprese in una.
Ma la super-manager va oltre. Si addentra nella valutazione del prezzo: 30,8 euro per azione proposti da Unicredit contro un target price indicato dagli analisti di 37 euro. Sette euro di distanza, che nelle geometrie di Borsa sono un abisso.
Che la banca tedesca non sia in posizione di debolezza lo si capisce dall’elenco di risultati che la Orlopp mette sul tavolo: «Abbiamo chiuso il 2025 con risultati record. Abbiamo un ottimo inizio per il 2026, buone previsioni fio al 2028». E non è finita: nel corso dell’anno arriveranno obiettivi «aggiornati e migliorati» che si spingeranno fino al 2030.
Sulle manovre di difesa la Orlopp è altrettanto tranquilla: il buyback azionario andrà avanti perché «è impossibile che qualcuno superi la soglia del 30% senza che noi possiamo mettere in atto delle contromisure». In ogni caso esiste un «preavviso di un paio di mesi». Ovvero: abbiamo tutto il tempo per accendere i fumogeni. Tanto più che all’interno della banca non mancano atteggiamenti fortemente ostili. «La proposta di acquisizione di Commerzbank avanzata dall’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel è oltraggiosa» dichiara il presidente del consiglio dei lavoratori di Commerzbank, Sascha Uebel. «E’ oltraggioso che Orcel annunci l’offerta in un momento di elevata incertezza a causa della guerra in Iran e dell’aumento dei prezzi dell’energia».
In mezzo alle polemiche c’è un dettaglio che ha il sapore del retroscena di qualità: Orcel aveva informato Palazzo Chigi prima di lanciare l'Ops. Una cortesia istituzionale, ma anche un segnale. Soprattutto dopo gli scontri a proposito del Golden Power che ha costretto Orcel a rinunciare a Banco Bpm. Unicredit, stavolta, non agisce in un vuoto politico, e il governo Meloni sa cosa sta succedendo sul dossier tedesco. Che questa consapevolezza si traduca in sostegno attivo o in silenzio benevolo, è ancora da vedere.
Orlopp è stata esplicita su cosa servirebbe per sedersi davvero al tavolo: una proposta concreta, non un'Ops che la banca considera «tattica». Ha anche elencato tutti gli ostacoli che una fusione del genere comporterebbe: le integrazioni post-acquisizione «sono sempre difficili», soprattutto «in un ambiente ostile». La velocità di integrazione conta. La struttura dell’integrazione conta. Il prezzo conta.
E poi c’è il fattore umano, che l’ad inserisce con una certa enfasi: «Un'entità combinata avrebbe il mercato più grande, quello tedesco, date le dimensioni, e non abbiamo solo azionisti e stakeholder, ma anche clienti e personale». La violenta presa di posizione del presidente del consiglio dei lavoratori non lascia dubbi sulle intenzioni. Una fusione si traduce in esuberi, proteste sindacali e dichiarazioni parlamentari indignate. Un promemoria per ricordare che la partita non si gioca soltanto tra bilanci e listini azionari. Morale della storia: Merz ha detto no, Orlopp ha detto «forse». Il mercato, continua a chiedersi quando arriverà l’offerta vera. Quella con il prezzo giusto, la governance condivisa e il piano d'integrazione che non spaventi i sindacati.
Per ora, quel documento non esiste. Esiste però una porta socchiusa che ieri non c’era. È già qualcosa.
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