True
2025-01-28
Oggi sbarcano i 49 richiedenti asilo nell’hub in Albania. Giudici permettendo
Ansa
Il governo ricomincia da tre: dopo le due missioni naufragate (in termini giuridici) a ottobre e novembre 2024 per la mancata convalida dei trattenimenti da parte dei magistrati, il pattugliatore Cassiopea della Marina militare arriva in Albania con a bordo 49 migranti richiedenti asilo imbarcati nel corso dello scorso fine settimana nelle acque a Sud di Lampedusa.
Sono 49 i richiedenti asilo diretti verso Shengjin (l’arrivo è previsto tra la notte e le prime ore di questa mattina), tutti provenienti da Paesi sicuri, almeno secondo la lista stilata e rafforzata con un decreto legge da nostri governo: bengalesi, egiziani, ivoriani, tunisini, gambiani. Per tutti, quindi, può essere applicata la procedura rapida di rimpatrio alla base della costruzione dei centri in Albania. L’iter prevede un primo screening medico a Shengjin: chi dovesse risultare affetto da patologie che ne richiedono il trasferimento, verrà condotto in Italia. Tutti gli altri verranno trasferiti presso il vicino centro di Gjader, sulla base del trattenimento disposto dal questore di Roma.
Entro 48 ore la magistratura deciderà se convalidare o meno i provvedimenti della questura: a ottobre (12 trattenimenti per altrettanti migranti) e novembre (7), ricordiamolo, furono tutti annullati. I magistrati non convalidarono i trattenimenti motivando la decisione con la necessità di attendere la pronuncia della Corte di giustizia europea che, il prossimo 25 febbraio, dovrebbe esprimersi su una serie di ricorsi in materia di Paesi sicuri. In alcuni casi le toghe entrarono anche nel merito della questione, dichiarando Paesi non sicuri Bangladesh e Egitto, almeno non per tutti e non interamente, contraddicendo apertamente quanto stabilito dal governo.
Da quel momento, però, ci sono stati dei fatti nuovi che potrebbero portare a una convalida dei trattenimenti. Innanzitutto, la stessa convalida non è più affidata alla sezione immigrazione del tribunale ma spetta ai giudici della Corte di appello di Roma, che terranno una udienza in videoconferenza. Il cambiamento è stato deciso dal governo attraverso un emendamento al decreto flussi dello scorso dicembre. Sempre a dicembre, la Cassazione ha emanato una ordinanza interlocutoria che, in attesa della decisione della Corte di giustizia europea, ha chiarito che a stabilire se un Paese è sicuro o non sicuro è solo e soltanto il governo. La Cassazione ha «sospeso ogni provvedimento» in attesa che si pronunci la Corte di giustizia europea, offrendo al tempo stesso «nello spirito di leale cooperazione» la «propria ipotesi di lavoro», senza «tuttavia tradurla né in decisione del ricorso né in principio di diritto suscettibile di orientare le future applicazioni».
Sulla definizione di Paesi sicuri, «il giudice della convalida», ha scritto la Cassazione, «garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto». Dunque, non può essere il magistrato a giudicare se un Paese è sicuro o meno. «La procedura accelerata di frontiera», ha precisato la Cassazione, «non può applicarsi là dove, anche in sede di convalida del trattenimento, il giudice ravvisi sussistenti i gravi motivi per ritenere che il Paese non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova», ma «le eccezioni non possono essere ammesse senza limiti».
In sostanza, nessuno può prevedere se i giudici della Corte d’appello di Roma convalideranno o meno i trattenimenti, tutti o in parte. La Verità ha chiesto un parere a Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, responsabile del dipartimento immigrazione del partito e profonda conoscitrice della materia: «L’ordinanza interlocutoria del dicembre scorso della Corte di cassazione», dice la Kelany, «ha sostanzialmente detto di attendere cosa deciderà la Corte di giustizia europea il prossimo 25 febbraio. Un’ordinanza molto chiara sul fatto che sia di competenza dei governo stilare la lista dei Paesi sicuri e credo che sarebbe quanto meno singolare che le Corti di appello si discostassero da questo orientamento. Cosa mi aspetto? Non sono materie sulle quali si può divinare», sottolinea la parlamentare, «ma l’ordinanza della Cassazione ha confermato quello che abbiamo sempre detto: il giudice può sicuramente decidere sui casi singoli, scendere nel particolare rispetto alla protezione del singolo migrante, ma non può in via generale e astratta indicare un Paese come sicuro o non sicuro, perché questa è una competenza dei governi».
Una riflessione che ricalca quanto la Verità ha registrato consultando fonti di governo, che ritengono che l’ordinanza della Cassazione possa rappresentare una svolta rispetto alle mancate convalide dei trattenimenti di ottobre e novembre. Nessuno, ovviamente, è in grado di azzardare previsioni su quelle che saranno le decisioni della Corte di appello: ancora un paio di giorni e sapremo se la missione-Albania ha preso il largo definitivamente oppure resta ancora incagliata.
Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano
Condividevano gli spazi dello stesso centro di prima accoglienza in un paesino della provincia di Teramo. La stessa mensa, le stesse aree ricreative, gli stessi corridoi. I quattro pakistani protagonisti dell’ennesima storia di mancata integrazione erano arrivati in Italia alla spicciolata con il classico barcone. E, subito dopo, avevano chiesto il riconoscimento dello status da rifugiato.
Per tre di loro, uno dei quali anche con precedenti penali, però, stando all’inchiesta del pm Elisabetta Labanti e dei carabinieri di Giulianova, il centro d’accoglienza, più che un rifugio, si sarebbe trasformato in un territorio di caccia. Un ambiente in cui le dinamiche di sopraffazione, dettate da solitudine e vulnerabilità degli altri ospiti, avrebbero creato un clima di paura e intimidazione. Nell’ottobre 2023, hanno ricostruito gli investigatori, durante un incontro al di fuori della struttura d’accoglienza, avrebbero abusato sessualmente del quarto connazionale (più giovane) e, dopo aver filmato le violenze, avrebbero tentato di ricattarlo chiedendogli dei soldi. La vittima, schiacciata dal peso del ricatto, avrebbe cominciato progressivamente a chiudersi in un silenzio carico di angoscia (descritto agli investigatori dagli operatori del centro, che si sono trasformati in testimoni dell’inchiesta). Ogni giorno il ragazzo era costretto a incontrare i suoi presunti aguzzini nei corridoi del centro, a incrociare i loro sguardi e a subire le continue richieste di soldi per evitare che il video delle violenze venisse mostrato agli altri ospiti.
La vittima, dopo lo stupro, insomma, avrebbe dovuto scegliere tra l’umiliazione per la diffusione del video e un’estorsione. Ma ha imboccato la terza strada: quella della denuncia. Ha prima raccontato tutto a un responsabile della struttura, poi ai carabinieri della Compagnia di Giulianova. I tre pakistani, dopo un anno di investigazioni descritte come particolarmente difficili, sono stati arrestati. I carabinieri hanno dovuto raccogliere le testimonianze degli altri ospiti del centro d’accoglienza che, ovviamente, per il clima che si era creato, temevano ritorsioni. Finché la cortina di silenzi che sembrava impermeabile non ha ceduto e i verbali dei testimoni sono finiti nelle informative dei carabinieri. Le intercettazioni hanno fatto il resto e la Procura, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori dell’Arma, è riuscita a chiedere la misura cautelare accolta l’altro giorno dal giudice per le indagini preliminari per tutti e tre gli indagati. I capi d’imputazione provvisori, stampati nell’ordinanza di custodia cautelare, riassumono le accuse di violenza sessuale di gruppo (precisando le singole condotte) e di estorsione.
I carabinieri sono riusciti a rintracciarli nelle province di Modena e di Bergamo dove, nel frattempo, gli indagati si erano trasferiti, ospitati da altri centri d’accoglienza. Uno di loro, invece, era già finito in carcere, detenuto per altri reati. Nei prossimi giorni dovranno comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e con molta probabilità vedranno andare in fumo la loro richiesta di permesso di soggiorno. Dopo aver presentato la denuncia e verbalizzato il suo racconto davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, ha chiesto di lasciare Teramo anche la vittima e, per garantire le necessarie misure di sicurezza, è stata trasferita in un altro centro d’accoglienza.
Continua a leggereRiduci
Arrivano da Paesi sicuri, per ognuno può essere applicato l’iter per il rimpatrio rapido. Ma le toghe hanno due giorni per dire no.Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano. Tutti avevano chiesto lo status di rifugiato politico. Ora gli stupratori, che avevano filmato la violenza, sono finiti in carcere.Lo speciale contiene due articoli.Il governo ricomincia da tre: dopo le due missioni naufragate (in termini giuridici) a ottobre e novembre 2024 per la mancata convalida dei trattenimenti da parte dei magistrati, il pattugliatore Cassiopea della Marina militare arriva in Albania con a bordo 49 migranti richiedenti asilo imbarcati nel corso dello scorso fine settimana nelle acque a Sud di Lampedusa.Sono 49 i richiedenti asilo diretti verso Shengjin (l’arrivo è previsto tra la notte e le prime ore di questa mattina), tutti provenienti da Paesi sicuri, almeno secondo la lista stilata e rafforzata con un decreto legge da nostri governo: bengalesi, egiziani, ivoriani, tunisini, gambiani. Per tutti, quindi, può essere applicata la procedura rapida di rimpatrio alla base della costruzione dei centri in Albania. L’iter prevede un primo screening medico a Shengjin: chi dovesse risultare affetto da patologie che ne richiedono il trasferimento, verrà condotto in Italia. Tutti gli altri verranno trasferiti presso il vicino centro di Gjader, sulla base del trattenimento disposto dal questore di Roma.Entro 48 ore la magistratura deciderà se convalidare o meno i provvedimenti della questura: a ottobre (12 trattenimenti per altrettanti migranti) e novembre (7), ricordiamolo, furono tutti annullati. I magistrati non convalidarono i trattenimenti motivando la decisione con la necessità di attendere la pronuncia della Corte di giustizia europea che, il prossimo 25 febbraio, dovrebbe esprimersi su una serie di ricorsi in materia di Paesi sicuri. In alcuni casi le toghe entrarono anche nel merito della questione, dichiarando Paesi non sicuri Bangladesh e Egitto, almeno non per tutti e non interamente, contraddicendo apertamente quanto stabilito dal governo.Da quel momento, però, ci sono stati dei fatti nuovi che potrebbero portare a una convalida dei trattenimenti. Innanzitutto, la stessa convalida non è più affidata alla sezione immigrazione del tribunale ma spetta ai giudici della Corte di appello di Roma, che terranno una udienza in videoconferenza. Il cambiamento è stato deciso dal governo attraverso un emendamento al decreto flussi dello scorso dicembre. Sempre a dicembre, la Cassazione ha emanato una ordinanza interlocutoria che, in attesa della decisione della Corte di giustizia europea, ha chiarito che a stabilire se un Paese è sicuro o non sicuro è solo e soltanto il governo. La Cassazione ha «sospeso ogni provvedimento» in attesa che si pronunci la Corte di giustizia europea, offrendo al tempo stesso «nello spirito di leale cooperazione» la «propria ipotesi di lavoro», senza «tuttavia tradurla né in decisione del ricorso né in principio di diritto suscettibile di orientare le future applicazioni».Sulla definizione di Paesi sicuri, «il giudice della convalida», ha scritto la Cassazione, «garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto». Dunque, non può essere il magistrato a giudicare se un Paese è sicuro o meno. «La procedura accelerata di frontiera», ha precisato la Cassazione, «non può applicarsi là dove, anche in sede di convalida del trattenimento, il giudice ravvisi sussistenti i gravi motivi per ritenere che il Paese non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova», ma «le eccezioni non possono essere ammesse senza limiti».In sostanza, nessuno può prevedere se i giudici della Corte d’appello di Roma convalideranno o meno i trattenimenti, tutti o in parte. La Verità ha chiesto un parere a Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, responsabile del dipartimento immigrazione del partito e profonda conoscitrice della materia: «L’ordinanza interlocutoria del dicembre scorso della Corte di cassazione», dice la Kelany, «ha sostanzialmente detto di attendere cosa deciderà la Corte di giustizia europea il prossimo 25 febbraio. Un’ordinanza molto chiara sul fatto che sia di competenza dei governo stilare la lista dei Paesi sicuri e credo che sarebbe quanto meno singolare che le Corti di appello si discostassero da questo orientamento. Cosa mi aspetto? Non sono materie sulle quali si può divinare», sottolinea la parlamentare, «ma l’ordinanza della Cassazione ha confermato quello che abbiamo sempre detto: il giudice può sicuramente decidere sui casi singoli, scendere nel particolare rispetto alla protezione del singolo migrante, ma non può in via generale e astratta indicare un Paese come sicuro o non sicuro, perché questa è una competenza dei governi».Una riflessione che ricalca quanto la Verità ha registrato consultando fonti di governo, che ritengono che l’ordinanza della Cassazione possa rappresentare una svolta rispetto alle mancate convalide dei trattenimenti di ottobre e novembre. Nessuno, ovviamente, è in grado di azzardare previsioni su quelle che saranno le decisioni della Corte di appello: ancora un paio di giorni e sapremo se la missione-Albania ha preso il largo definitivamente oppure resta ancora incagliata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/49-richiedenti-asilo-hub-albania-2671006545.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-pakistani-violentano-un-connazionale-e-lo-ricattano" data-post-id="2671006545" data-published-at="1738008148" data-use-pagination="False"> Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano Condividevano gli spazi dello stesso centro di prima accoglienza in un paesino della provincia di Teramo. La stessa mensa, le stesse aree ricreative, gli stessi corridoi. I quattro pakistani protagonisti dell’ennesima storia di mancata integrazione erano arrivati in Italia alla spicciolata con il classico barcone. E, subito dopo, avevano chiesto il riconoscimento dello status da rifugiato. Per tre di loro, uno dei quali anche con precedenti penali, però, stando all’inchiesta del pm Elisabetta Labanti e dei carabinieri di Giulianova, il centro d’accoglienza, più che un rifugio, si sarebbe trasformato in un territorio di caccia. Un ambiente in cui le dinamiche di sopraffazione, dettate da solitudine e vulnerabilità degli altri ospiti, avrebbero creato un clima di paura e intimidazione. Nell’ottobre 2023, hanno ricostruito gli investigatori, durante un incontro al di fuori della struttura d’accoglienza, avrebbero abusato sessualmente del quarto connazionale (più giovane) e, dopo aver filmato le violenze, avrebbero tentato di ricattarlo chiedendogli dei soldi. La vittima, schiacciata dal peso del ricatto, avrebbe cominciato progressivamente a chiudersi in un silenzio carico di angoscia (descritto agli investigatori dagli operatori del centro, che si sono trasformati in testimoni dell’inchiesta). Ogni giorno il ragazzo era costretto a incontrare i suoi presunti aguzzini nei corridoi del centro, a incrociare i loro sguardi e a subire le continue richieste di soldi per evitare che il video delle violenze venisse mostrato agli altri ospiti. La vittima, dopo lo stupro, insomma, avrebbe dovuto scegliere tra l’umiliazione per la diffusione del video e un’estorsione. Ma ha imboccato la terza strada: quella della denuncia. Ha prima raccontato tutto a un responsabile della struttura, poi ai carabinieri della Compagnia di Giulianova. I tre pakistani, dopo un anno di investigazioni descritte come particolarmente difficili, sono stati arrestati. I carabinieri hanno dovuto raccogliere le testimonianze degli altri ospiti del centro d’accoglienza che, ovviamente, per il clima che si era creato, temevano ritorsioni. Finché la cortina di silenzi che sembrava impermeabile non ha ceduto e i verbali dei testimoni sono finiti nelle informative dei carabinieri. Le intercettazioni hanno fatto il resto e la Procura, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori dell’Arma, è riuscita a chiedere la misura cautelare accolta l’altro giorno dal giudice per le indagini preliminari per tutti e tre gli indagati. I capi d’imputazione provvisori, stampati nell’ordinanza di custodia cautelare, riassumono le accuse di violenza sessuale di gruppo (precisando le singole condotte) e di estorsione. I carabinieri sono riusciti a rintracciarli nelle province di Modena e di Bergamo dove, nel frattempo, gli indagati si erano trasferiti, ospitati da altri centri d’accoglienza. Uno di loro, invece, era già finito in carcere, detenuto per altri reati. Nei prossimi giorni dovranno comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e con molta probabilità vedranno andare in fumo la loro richiesta di permesso di soggiorno. Dopo aver presentato la denuncia e verbalizzato il suo racconto davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, ha chiesto di lasciare Teramo anche la vittima e, per garantire le necessarie misure di sicurezza, è stata trasferita in un altro centro d’accoglienza.
Jannik Sinner festeggia la vittoria contro Casper Ruud nella finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 (Getty Images)
Mezzo secolo dopo l’ultimo sussulto azzurro sulla terra rossa di Roma un tennista italiano torna a conquistare gli Internazionali. Nel 1976 fu Adriano Panatta. Oggi è stato Jannik Sinner a vincere il Masters 1000 di casa e lo ha fatto dominando la finale contro Casper Ruud. Una vittoria con vista su Parigi. Sei Masters 1000 consecutivi, il nono in carriera, la trentaquattresima vittoria di fila: numeri che raccontano solo in parte la superiorità mostrata dal numero uno del mondo anche sulla terra battuta, superficie che fino a poco tempo fa sembrava la meno adatta al suo tennis. Ora invece Sinner arriva al Roland Garros da uomo da battere.
Sul Centrale del Foro Italico, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a un pubblico interamente schierato dalla sua parte, l’altoatesino ha chiuso la pratica in due set, 6-4 6-4, dopo un’ora e quarantacinque minuti. Un successo mai realmente in discussione, nonostante un avvio complicato.
Ruud, specialista della terra e due volte finalista al Roland Garros nel 2022 e nel 2023, era partito meglio. Il norvegese aveva strappato subito il servizio a Sinner approfittando di qualche esitazione iniziale dell’azzurro, ancora contratto nei primi game. Ma la sensazione è stata immediata: appena alzato il livello, il match avrebbe preso una direzione precisa. E infatti il controbreak è arrivato subito, accompagnato da una crescita costante nelle percentuali al servizio e nella qualità degli scambi da fondo. Dal 2-0 Ruud del primo set si è passati rapidamente a un’altra partita. Sinner ha iniziato a comandare con il rovescio, ha trovato profondità con il dritto e soprattutto ha tolto ritmo al norvegese con palle corte continue, quasi una sfida tecnica oltre che tattica. Sul 4-4 è arrivato il break decisivo del primo parziale, chiuso poi a zero al servizio con la sicurezza dei più forti. Il secondo set è stato ancora più eloquente. Sinner ha strappato subito la battuta a Ruud e da quel momento ha gestito il vantaggio senza concedere quasi nulla. Il norvegese ha avuto una sola vera chance per rientrare, sul 4-3, quando si è procurato una palla break. Lì però il numero uno del mondo ha risposto come fanno i campioni: prima pesante, aggressione immediata dello scambio e occasione cancellata. Da quel momento il Centrale ha iniziato ad assaporare il momento storico. Sul 5-4 Sinner è andato a servire per il titolo e lo ha fatto senza tremare: quattro punti rapidi, braccia al cielo e festa romana. Cinquant’anni dopo Panatta, l’Italia ritrova un campione capace di vincere gli Internazionali da favorito e non da sorpresa.
La sensazione, più ancora del titolo, è che il dominio di Sinner stia diventando trasversale a ogni superficie. Ruud arrivava da un torneo eccellente, con vittorie importanti contro giocatori solidi sulla terra, ma in finale è sembrato quasi soffocato dal ritmo imposto dall’azzurro. Ogni volta che il norvegese provava ad allungare lo scambio, Sinner trovava un’accelerazione. Ogni tentativo di variazione veniva neutralizzato. L'altoatesino adesso guarda già a Parigi. Perché se negli ultimi anni il Roland Garros sembrava il territorio più difficile per il tennis di Sinner, oggi lo scenario è cambiato. Complice anche l'assenza già annunciata di Carlos Alcaraz, l’azzurro arriva allo Slam francese da numero uno del mondo, da dominatore del circuito e soprattutto con la sensazione di avere ormai aggiunto anche la terra al proprio repertorio.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
Erano solo illeciti amministrativi, bastava un’ammenda disposta ad esempio dal prefetto e notificata attraverso un verbale. Ha dovuto intervenire la Cassazione, e a Belluno un giudice che conosce il Codice penale, annullando i capi di imputazione perché «per la legge il fatto non è reato».
Intanto, due cittadini sono stati sotto procedimento penale quattro anni prima di essere assolti, spendendo soldi in avvocati e rovinandosi la vita. «I procedimenti non dovevano nemmeno essere avviati, i miei assistiti non dovevano neppure essere iscritti nel registro degli indagati», commenta l’avvocato Alberto Poli, che adesso chiederà allo Stato il pagamento di quanto hanno dovuto ingiustamente sborsare.
La Cassazione è intervenuta nel ricorso presentato contro la condanna alla pena pecuniaria di 150 euro, inflitta il 21 marzo 2025 dal giudice di Treviso Laura Contini a un professore di storia e di latino di Rovigo, Moreno Ferrari, per il reato dell’articolo 650 del Codice penale, che punisce l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Il professore, il 19 giugno 2021, in qualità di organizzatore di una manifestazione sulle politiche per il contenimento dell’emergenza sanitaria, non avrebbe osservato le prescrizioni imposte dal questore della provincia di Treviso.
«Ometteva di avvisare i partecipanti con ogni mezzo a propria disposizione del divieto di assembramento e dell’obbligo dell’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie». Ferrari aveva fatto appello, convertito in ricorso in Cassazione. Gli Ermellini l’hanno ritenuto fondato, disponendo l’annullamento «senza rinvio» della sentenza impugnata «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato».
I giudici della Suprema Corte ricordano, infatti, che la disposizione dell’art. 3, comma 4, del decreto legge 23 febbraio 2020 che qualificava reato punibile ai sensi dell’art. 650 c.p. il mancato rispetto delle misure di contenimento emanate per fronteggiare lo stato di emergenza dovuto alla diffusione del Covid-19 «è stata sostituita dall’art. 4, comma 1, del d.l. 25 marzo 2020, n.19, in vigore dal giorno successivo e convertito con modificazioni dalla legge 22 maggio 2020, n.35, che ha depenalizzato, trasformandola in illecito amministrativo, la condotta di mancato rispetto delle citate misure di contenimento».
Ma il pm di Treviso, Daniela Brunetti, e il giudice Contini non sapevano che non è reato? Perché hanno avviato un processo, con diverse udienze e perché si è arrivati a una sentenza di condanna? Se la legge del 2020 stabiliva che «le disposizioni del presente articolo che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto», figuriamoci se non andava depenalizzato quanto sarebbe stato commesso un anno dopo, a giugno 2021.
La Cassazione non si limita a sottolineare che Procura e tribunale hanno preso un abbaglio, ma aggiunge che «è, peraltro, consolidato l’orientamento di questa Corte, al di là dell’esplicita previsione normativa ora illustrata, che la contravvenzione di cui all’art. 650 cod. penale, anche per l’espressa clausola di sussidiarietà, può ritenersi integrata solo qualora la condotta contestata sia relativa alla violazione di provvedimenti emessi per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o di igiene legittimamente adottati rispetto a situazioni non previste da una norma specifica, mentre va esclusa la sua applicazione per l’inottemperanza ad ordinanze applicative di leggi o regolamenti considerato che in queste ipotesi l’omissione è sanzionata, come il caso in esame, in via amministrativa».
Giudice e pm bocciati in pieno, ma intanto un cittadino ha dovuto subire un processo e presentare ricorso contro una sentenza assurda, che nemmeno riconosceva le attenuanti generiche. Senza contare che non era compito del professore far rispettare ai partecipanti l’utilizzo della mascherina (li aveva comunque avvertiti) e che egli godeva di un’esenzione terapeutica.
Per fortuna, a Belluno, il giudice Domenico Riposati è arrivato alle stesse conclusioni della Cassazione, ritenendo in primo grado che ciò di cui era imputata una mamma «non è reato». Patrizia Baldovin, il 14 febbraio 2022 aveva chiesto di non far indossare la mascherina al bimbo più piccolo che allora frequentava la terza elementare. Davanti al rifiuto della scuola, li aveva riportati a casa ma anche alla signora è stata imputata la violazione dell’art. 650 c.p.
La condotta penalmente perseguibile sarebbe consistita nell’aver accompagnato i figli minorenni presso un istituto scolastico senza dispositivi di protezione delle vie respiratorie, in violazione dell’ordinanza ministeriale dell’8 febbraio 2022 emanata per ragioni di igiene e sanità pubblica. Ma sempre la legge 35 del 2020 riportata dalla Cassazione, «escludeva l’applicazione dell’art. 650 per le violazioni delle misure di contenimento Covid-19, prevedendo, invece, una sanzione amministrativa pecuniaria», ribadisce l’avvocato Poli.
Si trattava di un illecito amministrativo, il giudice di Belluno ad aprile di quest’anno ha assolto la mamma ma la domanda rimane la stessa: perché si è messo in piedi un processo penale sapendo che non si trattava di un reato?
Continua a leggereRiduci
Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
Nemmeno venti giorni fa, il Papa ha difeso il celibato dei sacerdoti. Ieri, il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, capofila del cattoprogressismo bolognese, ha dato l’impressione di pensarla diversamente: al Salone del libro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha sostenuto che «probabilmente sì», la Chiesa cattolica aprirà ai preti sposati. «Ci sono già», ha aggiunto. «Qualcuno sorride e dice: “Sì, però…”. No no, è tutto regolare. Ci sono nelle Chiese orientali cattoliche, nelle Chiese di rito bizantino, come gli ucraini cattolici, i rumeni cattolici, gli albanesi cattolici». Il presidente della Conferenza episcopale, qui, ha omesso un paio di dettagli cruciali. Il primo è che, in quelle comunità, tra cui i maroniti e i melchiti, si possono ordinare uomini già coniugati, ma dopo l’ordinazione nessuno è autorizzato a contrarre matrimonio; inoltre, i vescovi sono scelti quasi sempre tra i celibi. In più, la prassi non è una innovazione modernista - tale apparirebbe in Occidente - bensì una antica e consolidata usanza. Dopodiché, bisogna tenere conto che già prima dell’editto di Costantino del 313, con cui l’Impero romano pose fine alle persecuzioni, i concili proibirono ai ministri i rapporti con le mogli e la generazione dei figli. «Continenza» e «castità» vennero qualificate come virtù di ascendenza apostolica dal Concilio di Cartagine del 390. La regola del celibato - una regola, non un dogma - fu introdotta dal Concilio Lateranense IV, nel 1215, dopo una lunga lotta contro il concubinato, comportamento che turbava i fedeli e che era stato duramente contrastato già durante il pontificato di Gregorio VII.
Questa ricchezza e questa fecondità storiche vengono ridotte, nel ragionamento di Zuppi, a una questione di apertura e inclusività: «L’importante», ha predicato ieri il porporato, «è che la Chiesa non si chiuda, perché questa è la visione che papa Francesco ci ha trasmesso con forza: una Chiesa missionaria, che non vive per sé stessa. Non si tratta semplicemente di cambiare le regole del club, ma di capire che cosa sia meglio perché la Chiesa raggiunga tutti, comunichi il Vangelo e risponda alla domanda spirituale e umana delle persone». È il pretesto per aprire una breccia nel muro? Già dai tempi del Sinodo per l’Amazzonia ricordato ieri dal cardinale, si proponeva di utilizzare i «viri probati», cioè uomini sposati ma di condotta esemplare e fede matura, «per garantire l’Eucarestia dove non ci sono preti». Tipico metodo bergogliano: avviare un processo e lasciare che, da un fiocco di neve, pian piano si origini una valanga.
Solo che il Papa è cambiato. E quello americano ha le idee chiare. Il 26 aprile scorso, ai nuovi sacerdoti ordinati nella Basilica di San Pietro, ha trasmesso un messaggio difficilmente equivocabile: «Come l’amore degli sposi», ha detto Leone XIV, «così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato». Custodire, rinnovare. Zuppi, purtroppo, si infila nel ginepraio delle distinzioni tra «situazioni molto diverse dal Nord Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia»; e nelle formulette sentimentali, per cui «il problema è il dono di sé» e, quindi, basta andare dove porta il cuore. Il paradosso dello spirito progressista sta nella sua torsione finale: l’innovazione rischia di tramutarsi nel ritorno al passato più deteriore. Tipo quello di preti che giacevano con le donne e che scandalizzavano il popolo, inducendo il pontefice a intervenire.
Ieri, tra l’altro, il porporato ha pensato bene di mettersi anche a battere cassa: ha svelato che il Papa argentino era preoccupato «che noi non facessimo le cose perché avevamo pochi soldi. Cioè la Chiesa con l’8 per mille ha una sua… Poi non basta, davvero non basta». Cazzullo gli ha chiesto quanto guadagni un vescovo: «Millequattro e qualcosa», ha risposto lui. Chissà: vuol chiedere un adeguamento all’inflazione?
Fatto sta che la questione del celibato sacerdotale, nell’ultimo periodo, è diventata un tema pop. Alberto Ravagnani, il «don» noto per i dibattiti social con Fedez, ha abbandonato la tonaca, in polemica con il divieto di intrattenere relazioni sentimentali. Alla sua «scelta» ha dedicato pure un libro. Giovanni Gatto, parroco in una frazione dell’Aquila, era finito sulle cronache nazionali per l’annuncio rivolto al suo vescovo e al Papa in persona: «Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Leone, però, già a febbraio aveva spiegato come stanno le cose: «Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». Zuppi condivide?
Le veglie gay dividono l’episcopato
Oggi, i gruppi Lgbt del mondo intero celebrano l’ennesima Giornata internazionale contro l’omofobia, in attesa dei pride di giugno. Nel Belpaese, poi, già da alcuni anni, ogni maggio, il mese di Maria è anche il mese delle «veglie e dei culti contro l’omobitransfobia»: una locuzione che è divenuta uno slogan e una moralistica clava per i «cattolici arcobaleno» di Gionata, l’avanguardia catto-gay italiana. Secondo il loro conteggio, «sono oltre sessanta» le veglie che si terranno (o che si sono già tenute) durante questo mese in Europa, di cui ben 54 in Italia. La lista di parrocchie, conventi e santuari coinvolti è lunga: da Milano a Reggio Calabria, da Genova a Bolzano, da Catania a Cagliari, da Avellino a Padova e perfino a Bologna, nella diocesi di cui è ordinario il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. È utile indicare i nomi di quei vescovi che non solo hanno concesso dei luoghi di culto a queste discusse cerimonie - la cui cifra di fondo è l’ambiguità semantica e concettuale - ma si sono esposti in prima persona, presiedendo, approvando e omaggiando queste coloratissime manifestazioni.Si va da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma, a monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; da monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze, a monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena; da monsignor Gero Marino, vescovo di Savona, a monsignor Andrea Andreozzi, vescovo di Fano; da monsignor Sandro Salvucci, arcivescovo di Pesaro, a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona; da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari, a monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e a monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo. Pensare che, proprio per evitare «gravi fraintendimenti» dottrinali ed etici sul punto, papa Karol Woytjla chiese ai vescovi italiani di ritirare «ogni appoggio» a «qualunque organizzazione» che volesse «sovvertire l’insegnamento della Chiesa». Vietando espressamente l’uso degli «edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi» (Lettera ai vescovi sulla cura delle persone omosessuali, 1986, n. 17).Toni Brandi, il battagliero presidente di Pro vita e famiglia, ha scritto un’accorata lettera ai vescovi italiani, comunicando «sentimenti di confusione» dinnanzi alle «veglie arcobaleno», che in nome della lotta all’omofobia, sembrano «incentivare comportamenti contrari alla dottrina cristiana» e «ispirati ai princìpi dell’ideologia gender». «Con sentimenti di filiale devozione», Pro vita e famiglia «implora» dunque i vescovi affinché non si dia spazio nelle chiese cattoliche delle loro diocesi ad «alcuna iniziativa» contraria al Vangelo e ai chiari «insegnamenti di papa Francesco e di papa Leone». I vescovi delle diocesi di Venezia, Vicenza, Cuneo, Reggio Calabria, Parma, Bolzano e Latina hanno risposto (o hanno fatto rispondere) al presidente Brandi. Cercando di rassicurarlo sulla «non eterodossia» delle veglie di preghiera da loro presiedute e associandosi volentieri a Pro vita sia nella difesa della famiglia e della morale, sia nella disapprovazione netta della funesta «ideologia del gender». Ma il problema è lungi dall’essere risolto.
Continua a leggereRiduci