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2025-01-28
Oggi sbarcano i 49 richiedenti asilo nell’hub in Albania. Giudici permettendo
Ansa
Il governo ricomincia da tre: dopo le due missioni naufragate (in termini giuridici) a ottobre e novembre 2024 per la mancata convalida dei trattenimenti da parte dei magistrati, il pattugliatore Cassiopea della Marina militare arriva in Albania con a bordo 49 migranti richiedenti asilo imbarcati nel corso dello scorso fine settimana nelle acque a Sud di Lampedusa.
Sono 49 i richiedenti asilo diretti verso Shengjin (l’arrivo è previsto tra la notte e le prime ore di questa mattina), tutti provenienti da Paesi sicuri, almeno secondo la lista stilata e rafforzata con un decreto legge da nostri governo: bengalesi, egiziani, ivoriani, tunisini, gambiani. Per tutti, quindi, può essere applicata la procedura rapida di rimpatrio alla base della costruzione dei centri in Albania. L’iter prevede un primo screening medico a Shengjin: chi dovesse risultare affetto da patologie che ne richiedono il trasferimento, verrà condotto in Italia. Tutti gli altri verranno trasferiti presso il vicino centro di Gjader, sulla base del trattenimento disposto dal questore di Roma.
Entro 48 ore la magistratura deciderà se convalidare o meno i provvedimenti della questura: a ottobre (12 trattenimenti per altrettanti migranti) e novembre (7), ricordiamolo, furono tutti annullati. I magistrati non convalidarono i trattenimenti motivando la decisione con la necessità di attendere la pronuncia della Corte di giustizia europea che, il prossimo 25 febbraio, dovrebbe esprimersi su una serie di ricorsi in materia di Paesi sicuri. In alcuni casi le toghe entrarono anche nel merito della questione, dichiarando Paesi non sicuri Bangladesh e Egitto, almeno non per tutti e non interamente, contraddicendo apertamente quanto stabilito dal governo.
Da quel momento, però, ci sono stati dei fatti nuovi che potrebbero portare a una convalida dei trattenimenti. Innanzitutto, la stessa convalida non è più affidata alla sezione immigrazione del tribunale ma spetta ai giudici della Corte di appello di Roma, che terranno una udienza in videoconferenza. Il cambiamento è stato deciso dal governo attraverso un emendamento al decreto flussi dello scorso dicembre. Sempre a dicembre, la Cassazione ha emanato una ordinanza interlocutoria che, in attesa della decisione della Corte di giustizia europea, ha chiarito che a stabilire se un Paese è sicuro o non sicuro è solo e soltanto il governo. La Cassazione ha «sospeso ogni provvedimento» in attesa che si pronunci la Corte di giustizia europea, offrendo al tempo stesso «nello spirito di leale cooperazione» la «propria ipotesi di lavoro», senza «tuttavia tradurla né in decisione del ricorso né in principio di diritto suscettibile di orientare le future applicazioni».
Sulla definizione di Paesi sicuri, «il giudice della convalida», ha scritto la Cassazione, «garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto». Dunque, non può essere il magistrato a giudicare se un Paese è sicuro o meno. «La procedura accelerata di frontiera», ha precisato la Cassazione, «non può applicarsi là dove, anche in sede di convalida del trattenimento, il giudice ravvisi sussistenti i gravi motivi per ritenere che il Paese non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova», ma «le eccezioni non possono essere ammesse senza limiti».
In sostanza, nessuno può prevedere se i giudici della Corte d’appello di Roma convalideranno o meno i trattenimenti, tutti o in parte. La Verità ha chiesto un parere a Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, responsabile del dipartimento immigrazione del partito e profonda conoscitrice della materia: «L’ordinanza interlocutoria del dicembre scorso della Corte di cassazione», dice la Kelany, «ha sostanzialmente detto di attendere cosa deciderà la Corte di giustizia europea il prossimo 25 febbraio. Un’ordinanza molto chiara sul fatto che sia di competenza dei governo stilare la lista dei Paesi sicuri e credo che sarebbe quanto meno singolare che le Corti di appello si discostassero da questo orientamento. Cosa mi aspetto? Non sono materie sulle quali si può divinare», sottolinea la parlamentare, «ma l’ordinanza della Cassazione ha confermato quello che abbiamo sempre detto: il giudice può sicuramente decidere sui casi singoli, scendere nel particolare rispetto alla protezione del singolo migrante, ma non può in via generale e astratta indicare un Paese come sicuro o non sicuro, perché questa è una competenza dei governi».
Una riflessione che ricalca quanto la Verità ha registrato consultando fonti di governo, che ritengono che l’ordinanza della Cassazione possa rappresentare una svolta rispetto alle mancate convalide dei trattenimenti di ottobre e novembre. Nessuno, ovviamente, è in grado di azzardare previsioni su quelle che saranno le decisioni della Corte di appello: ancora un paio di giorni e sapremo se la missione-Albania ha preso il largo definitivamente oppure resta ancora incagliata.
Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano
Condividevano gli spazi dello stesso centro di prima accoglienza in un paesino della provincia di Teramo. La stessa mensa, le stesse aree ricreative, gli stessi corridoi. I quattro pakistani protagonisti dell’ennesima storia di mancata integrazione erano arrivati in Italia alla spicciolata con il classico barcone. E, subito dopo, avevano chiesto il riconoscimento dello status da rifugiato.
Per tre di loro, uno dei quali anche con precedenti penali, però, stando all’inchiesta del pm Elisabetta Labanti e dei carabinieri di Giulianova, il centro d’accoglienza, più che un rifugio, si sarebbe trasformato in un territorio di caccia. Un ambiente in cui le dinamiche di sopraffazione, dettate da solitudine e vulnerabilità degli altri ospiti, avrebbero creato un clima di paura e intimidazione. Nell’ottobre 2023, hanno ricostruito gli investigatori, durante un incontro al di fuori della struttura d’accoglienza, avrebbero abusato sessualmente del quarto connazionale (più giovane) e, dopo aver filmato le violenze, avrebbero tentato di ricattarlo chiedendogli dei soldi. La vittima, schiacciata dal peso del ricatto, avrebbe cominciato progressivamente a chiudersi in un silenzio carico di angoscia (descritto agli investigatori dagli operatori del centro, che si sono trasformati in testimoni dell’inchiesta). Ogni giorno il ragazzo era costretto a incontrare i suoi presunti aguzzini nei corridoi del centro, a incrociare i loro sguardi e a subire le continue richieste di soldi per evitare che il video delle violenze venisse mostrato agli altri ospiti.
La vittima, dopo lo stupro, insomma, avrebbe dovuto scegliere tra l’umiliazione per la diffusione del video e un’estorsione. Ma ha imboccato la terza strada: quella della denuncia. Ha prima raccontato tutto a un responsabile della struttura, poi ai carabinieri della Compagnia di Giulianova. I tre pakistani, dopo un anno di investigazioni descritte come particolarmente difficili, sono stati arrestati. I carabinieri hanno dovuto raccogliere le testimonianze degli altri ospiti del centro d’accoglienza che, ovviamente, per il clima che si era creato, temevano ritorsioni. Finché la cortina di silenzi che sembrava impermeabile non ha ceduto e i verbali dei testimoni sono finiti nelle informative dei carabinieri. Le intercettazioni hanno fatto il resto e la Procura, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori dell’Arma, è riuscita a chiedere la misura cautelare accolta l’altro giorno dal giudice per le indagini preliminari per tutti e tre gli indagati. I capi d’imputazione provvisori, stampati nell’ordinanza di custodia cautelare, riassumono le accuse di violenza sessuale di gruppo (precisando le singole condotte) e di estorsione.
I carabinieri sono riusciti a rintracciarli nelle province di Modena e di Bergamo dove, nel frattempo, gli indagati si erano trasferiti, ospitati da altri centri d’accoglienza. Uno di loro, invece, era già finito in carcere, detenuto per altri reati. Nei prossimi giorni dovranno comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e con molta probabilità vedranno andare in fumo la loro richiesta di permesso di soggiorno. Dopo aver presentato la denuncia e verbalizzato il suo racconto davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, ha chiesto di lasciare Teramo anche la vittima e, per garantire le necessarie misure di sicurezza, è stata trasferita in un altro centro d’accoglienza.
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Arrivano da Paesi sicuri, per ognuno può essere applicato l’iter per il rimpatrio rapido. Ma le toghe hanno due giorni per dire no.Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano. Tutti avevano chiesto lo status di rifugiato politico. Ora gli stupratori, che avevano filmato la violenza, sono finiti in carcere.Lo speciale contiene due articoli.Il governo ricomincia da tre: dopo le due missioni naufragate (in termini giuridici) a ottobre e novembre 2024 per la mancata convalida dei trattenimenti da parte dei magistrati, il pattugliatore Cassiopea della Marina militare arriva in Albania con a bordo 49 migranti richiedenti asilo imbarcati nel corso dello scorso fine settimana nelle acque a Sud di Lampedusa.Sono 49 i richiedenti asilo diretti verso Shengjin (l’arrivo è previsto tra la notte e le prime ore di questa mattina), tutti provenienti da Paesi sicuri, almeno secondo la lista stilata e rafforzata con un decreto legge da nostri governo: bengalesi, egiziani, ivoriani, tunisini, gambiani. Per tutti, quindi, può essere applicata la procedura rapida di rimpatrio alla base della costruzione dei centri in Albania. L’iter prevede un primo screening medico a Shengjin: chi dovesse risultare affetto da patologie che ne richiedono il trasferimento, verrà condotto in Italia. Tutti gli altri verranno trasferiti presso il vicino centro di Gjader, sulla base del trattenimento disposto dal questore di Roma.Entro 48 ore la magistratura deciderà se convalidare o meno i provvedimenti della questura: a ottobre (12 trattenimenti per altrettanti migranti) e novembre (7), ricordiamolo, furono tutti annullati. I magistrati non convalidarono i trattenimenti motivando la decisione con la necessità di attendere la pronuncia della Corte di giustizia europea che, il prossimo 25 febbraio, dovrebbe esprimersi su una serie di ricorsi in materia di Paesi sicuri. In alcuni casi le toghe entrarono anche nel merito della questione, dichiarando Paesi non sicuri Bangladesh e Egitto, almeno non per tutti e non interamente, contraddicendo apertamente quanto stabilito dal governo.Da quel momento, però, ci sono stati dei fatti nuovi che potrebbero portare a una convalida dei trattenimenti. Innanzitutto, la stessa convalida non è più affidata alla sezione immigrazione del tribunale ma spetta ai giudici della Corte di appello di Roma, che terranno una udienza in videoconferenza. Il cambiamento è stato deciso dal governo attraverso un emendamento al decreto flussi dello scorso dicembre. Sempre a dicembre, la Cassazione ha emanato una ordinanza interlocutoria che, in attesa della decisione della Corte di giustizia europea, ha chiarito che a stabilire se un Paese è sicuro o non sicuro è solo e soltanto il governo. La Cassazione ha «sospeso ogni provvedimento» in attesa che si pronunci la Corte di giustizia europea, offrendo al tempo stesso «nello spirito di leale cooperazione» la «propria ipotesi di lavoro», senza «tuttavia tradurla né in decisione del ricorso né in principio di diritto suscettibile di orientare le future applicazioni».Sulla definizione di Paesi sicuri, «il giudice della convalida», ha scritto la Cassazione, «garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto». Dunque, non può essere il magistrato a giudicare se un Paese è sicuro o meno. «La procedura accelerata di frontiera», ha precisato la Cassazione, «non può applicarsi là dove, anche in sede di convalida del trattenimento, il giudice ravvisi sussistenti i gravi motivi per ritenere che il Paese non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova», ma «le eccezioni non possono essere ammesse senza limiti».In sostanza, nessuno può prevedere se i giudici della Corte d’appello di Roma convalideranno o meno i trattenimenti, tutti o in parte. La Verità ha chiesto un parere a Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, responsabile del dipartimento immigrazione del partito e profonda conoscitrice della materia: «L’ordinanza interlocutoria del dicembre scorso della Corte di cassazione», dice la Kelany, «ha sostanzialmente detto di attendere cosa deciderà la Corte di giustizia europea il prossimo 25 febbraio. Un’ordinanza molto chiara sul fatto che sia di competenza dei governo stilare la lista dei Paesi sicuri e credo che sarebbe quanto meno singolare che le Corti di appello si discostassero da questo orientamento. Cosa mi aspetto? Non sono materie sulle quali si può divinare», sottolinea la parlamentare, «ma l’ordinanza della Cassazione ha confermato quello che abbiamo sempre detto: il giudice può sicuramente decidere sui casi singoli, scendere nel particolare rispetto alla protezione del singolo migrante, ma non può in via generale e astratta indicare un Paese come sicuro o non sicuro, perché questa è una competenza dei governi».Una riflessione che ricalca quanto la Verità ha registrato consultando fonti di governo, che ritengono che l’ordinanza della Cassazione possa rappresentare una svolta rispetto alle mancate convalide dei trattenimenti di ottobre e novembre. 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E, subito dopo, avevano chiesto il riconoscimento dello status da rifugiato. Per tre di loro, uno dei quali anche con precedenti penali, però, stando all’inchiesta del pm Elisabetta Labanti e dei carabinieri di Giulianova, il centro d’accoglienza, più che un rifugio, si sarebbe trasformato in un territorio di caccia. Un ambiente in cui le dinamiche di sopraffazione, dettate da solitudine e vulnerabilità degli altri ospiti, avrebbero creato un clima di paura e intimidazione. Nell’ottobre 2023, hanno ricostruito gli investigatori, durante un incontro al di fuori della struttura d’accoglienza, avrebbero abusato sessualmente del quarto connazionale (più giovane) e, dopo aver filmato le violenze, avrebbero tentato di ricattarlo chiedendogli dei soldi. La vittima, schiacciata dal peso del ricatto, avrebbe cominciato progressivamente a chiudersi in un silenzio carico di angoscia (descritto agli investigatori dagli operatori del centro, che si sono trasformati in testimoni dell’inchiesta). Ogni giorno il ragazzo era costretto a incontrare i suoi presunti aguzzini nei corridoi del centro, a incrociare i loro sguardi e a subire le continue richieste di soldi per evitare che il video delle violenze venisse mostrato agli altri ospiti. La vittima, dopo lo stupro, insomma, avrebbe dovuto scegliere tra l’umiliazione per la diffusione del video e un’estorsione. Ma ha imboccato la terza strada: quella della denuncia. Ha prima raccontato tutto a un responsabile della struttura, poi ai carabinieri della Compagnia di Giulianova. I tre pakistani, dopo un anno di investigazioni descritte come particolarmente difficili, sono stati arrestati. I carabinieri hanno dovuto raccogliere le testimonianze degli altri ospiti del centro d’accoglienza che, ovviamente, per il clima che si era creato, temevano ritorsioni. Finché la cortina di silenzi che sembrava impermeabile non ha ceduto e i verbali dei testimoni sono finiti nelle informative dei carabinieri. Le intercettazioni hanno fatto il resto e la Procura, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori dell’Arma, è riuscita a chiedere la misura cautelare accolta l’altro giorno dal giudice per le indagini preliminari per tutti e tre gli indagati. I capi d’imputazione provvisori, stampati nell’ordinanza di custodia cautelare, riassumono le accuse di violenza sessuale di gruppo (precisando le singole condotte) e di estorsione. I carabinieri sono riusciti a rintracciarli nelle province di Modena e di Bergamo dove, nel frattempo, gli indagati si erano trasferiti, ospitati da altri centri d’accoglienza. Uno di loro, invece, era già finito in carcere, detenuto per altri reati. Nei prossimi giorni dovranno comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e con molta probabilità vedranno andare in fumo la loro richiesta di permesso di soggiorno. Dopo aver presentato la denuncia e verbalizzato il suo racconto davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, ha chiesto di lasciare Teramo anche la vittima e, per garantire le necessarie misure di sicurezza, è stata trasferita in un altro centro d’accoglienza.
Monica Montefalcone (Ansa)
Ieri le squadre di soccorso nell’arcipelago hanno recuperato il primo corpo, quello di Gianluca Benedetti. Ancora disperse, invece, le altre quattro vittime di quello che le autorità locali hanno definito il più grave incidente subacqueo nella storia del Paese. Le immersioni di soccorso, considerate di per sé ad alto rischio, sono state interrotte per il maltempo dopo l’una di ieri e riprenderanno oggi.
Dopo il ritrovamento del corpo di Benedetti, il presidente delle Maldive Mohamed Muizzu, ha espresso su X «le nostre più sentite condoglianze a Sergio Mattarella e al popolo italiano per il tragico incidente». «Siamo profondamente addolorati per questa tragedia», ha detto Muizzu, «e i nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolti alle famiglie del cittadino italiano deceduto, ai quattro italiani dispersi e a tutti coloro che sono stati colpiti da questo evento. La ricerca dei quattro subacquei ancora dispersi rimane la nostra massima priorità e il governo delle Maldive ringrazia l’Italia per il supporto fornito alle vaste operazioni di recupero in corso».
Sui dettagli delle ricerche è intervenuto portavoce del governo, Mohamed Hussain Shareef, che ha dichiarato che le autorità hanno delimitato l’area di ricerca e che riprenderanno le operazioni non appena le condizioni meteorologiche miglioreranno. Si ritiene che le vittime siano intrappolate all’interno di una grotta a una profondità di 62 metri. «Le condizioni meteorologiche non sono ideali per le immersioni e il mare è molto agitato. Abbiamo inviato nella zona la nostra nave più grande della Guardia costiera e anche i diplomatici italiani sono sul posto», ha dichiarato Shareef. Ha aggiunto che ai turisti non è consentito immergersi al di sotto dei 30 metri. «Verrà avviata un’indagine separata per accertare come questi subacquei siano finiti al di sotto della profondità consentita, ma al momento la nostra priorità è la ricerca e il salvataggio», ha concluso Shareef.
Intanto, anche la Procura di Roma ha fatto sapere che aprirà un fascicolo di indagine in relazione al decesso di cinque cittadini italiani durante un’immersione nel mare delle Maldive. Formalmente i pm capitolini attendono la comunicazione del consolato e, a quel punto, affideranno una delega di indagine per compiere tutti gli accertamenti necessari a stabilire le cause dei decessi. «Il tempo ieri (giovedì, ndr) al momento dell’immersione era bello, il mare non era perturbato e la visibilità ottima», ha raccontato all’Ansa una delle persone a bordo della safari boat Duke of York da cui si sono tuffati i cinque italiani morti durante l’immersione alle grotte di Alimathà. «Non abbiamo idea di cosa possa essere successo in quegli antri», ha aggiunto, «è presto per fare ipotesi. Bisogna ancora recuperare quattro corpi. Stiamo bene ma sotto choc».
«Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto 5.000 immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà»: Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone, ha appena finito di parlare con l’ambasciata. La figlia Giorgia si doveva laureare tra un mese, laurea triennale di Ingegneria biomedica. Quando ieri ha ricevuto la telefonata dall’ambasciata «mi sono crollate le gambe. E da lì non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui». Il marito spera che ritrovino i corpi anche perché «di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo».
In una nota, la Farnesina ha rassicurato sulle condizioni degli altri 20 italiani a bordo del Duke of York che hanno partecipato alla spedizione insieme ai cinque connazionali deceduti. L’ambasciata d’Italia a Colombo sta offrendo loro assistenza e ha preso contatto con la Mezzaluna rossa che si è offerta di inviare volontari addestrati a offrire primo soccorso psicologico per gli italiani ancora a bordo del battello tra cui non si registrano feriti.
Tuttavia, a causa del maltempo, non è chiaro se i soccorritori potranno raggiungere la barca, che intanto si è spostata in cerca di un approdo sicuro, in attesa dl miglioramento delle condizioni meteo per poter fare rientro a Malè. La sede diplomatica è anche in contatto con il gruppo Dan, compagnia assicurativa specializzata in copertura dei subacquei. Dan ha in programma di coordinarsi con le autorità locali per dare supporto sia alle operazioni di recupero delle salme, sia per il rimpatrio delle stesse.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, segue da vicino situazione connazionali alle Maldive e ha dato indicazioni all’ambasciata e al consolato di tenersi in stretto contatto con le autorità locali. L’isola Alimathà, il luogo delle Maldive dove sono morti i cinque italiani, fa parte dell’atollo di Vaavu, a circa un’ora di motoscafo o 20 minuti di idrovolante dalla capitale Malè.
L’ambasciatore Italiano alle Maldive, Damiano Francovigh, intervistato dalla trasmissione di Rete 4 Diario del giorno, ha spiegato: «La grotta consiste in tre ambienti successivi: sono riusciti (i soccorritori, ndr) a raggiungere i primi due ma non il terzo. Nei primi due non sono riusciti a intravedere i corpi dei connazionali. Anche domani (oggi, ndr) cercheranno di fare un’ulteriore immersione, hanno garantito che domani dovrebbero riuscire a raggiungere l’ultimo degli ambienti quindi verosimilmente vedere i corpi dei nostri connazionali».
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Impossibile quindi? Non proprio. Ed è qui che entra in gioco, anche se sarebbe meglio dire in scena, la nuova Sv Ultra, che rappresenta l’apice del lusso e della distinzione Range Rover, fondendo con eleganza finiture di altissimo livello con tecnologie audio uniche al mondo, per arricchire il legame tra comfort, benessere ed esperienza d’ascolto.
Quest’auto, nella storia di Range Rover, rappresenta un vero e proprio primato visto che si tratta dell’auto più lussuosa e tecnologicamente avanzata di sempre realizzata da questa casa automobilistica. La gamma di tecnologie audio coinvolgenti della Range Rover Sv Ultra, infatti, include il rivoluzionario sistema Sv Electrostatic Sound, che trasforma l’abitacolo in una sala da concerto, affiancato dai Body and Soul Seats (Bass) e dal Sensory Haptic Floor.
Uno dei tanti punti forti di quest’auto è il design. La carrozzeria della Range Rover SV Ultra è disponibile in una vasta scelta di colori e introduce il Titan Silver, esclusivo della Sv Ultra, grazie alla sua formulazione dedicata. Come spiega la casa automobilistica, «questa nuova tinta incarna una rappresentazione sofisticata dell’autentico metallo in forma liquida». Ma come si realizza questo colore così particolare? Il Titan Silver utilizza fini lamelle di alluminio reale e una tecnologia avanzata dei pigmenti per creare una superficie luminosa e altamente riflettente, con una qualità iridescente e simile a uno specchio. Il risultato? Una finitura che si distingue per la sua unicità e la sua lavorazione meticolosa. Gli accenti Satin Platinum Atlas e Silver Chrome valorizzano poi la finitura esterna Titan Silver, esaltando la griglia e la grafica laterale, mentre i cerchi in lega da 23" sono rifiniti con inserti Satin Platinum e nuovi coprimozzi Range Rover.
C’è poi l’interno, dove la Sv Ultra svela un nuovo ed esclusivo abitacolo bicolore nelle tonalità chiare in Ultrafabrics™ Orchid White e Cinder Grey, che coniuga l’innovazione avanzata dei materiali con un’atmosfera serena e improntata al design. I sedili presentano per la prima volta un intricato nuovo motivo a mosaico lavorato al laser, applicato sulle sezioni superiori sagomate e ripreso negli inserti e negli schienali per creare un trattamento superficiale unitario e altamente dettagliato.
Un nuovo intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo una texture delicata e una profondità materica attraverso la sua naturale armonia strutturale. Grazie poi a una tecnica brevettata che ne preserva le caratteristiche naturali, la venatura unica dell’intarsio è valorizzata da una tinta Orchid White che ne esalta la texture a poro aperto e la forma lineare. La sua struttura cellulare tubolare consente tagli precisi in sezione trasversale che assorbono il colorante, creando una tonalità calda derivata dalle resine naturali del materiale. Per la SV Ultra, l’intarsio è rifinito in una tonalità più chiara per conferire un aspetto più contemporaneo. Si estende sotto il singolo touchscreen e prosegue nell’abitacolo fino al Club Table elettrico nella parte posteriore, nonché allo sportello motorizzato del vano refrigerante integrato.
La caratteristica finitura in ceramica bianco lucido di Range Rover SV prosegue il tema chiaro, affiancata da altoparlanti SV Orchid Pearl abbinati al colore, cinture di sicurezza Orchid White e pedane con marchio SV Ultra.
Un nuovo cuscino decorativo allungato incorpora il tessile Kvadrat remix, un’alternativa alla pelle realizzata con un mix durevole di lana e poliestere riciclato, che offre una forma morbida e contemporanea accuratamente ottimizzata per il comfort.
Phoebe Lindsay, Range Rover Materiality Manager, ha dichiarato: «Sv Ultra rappresenta la nostra interpretazione più modernista della materialità, coniugando linee pulite con una palette neutra attentamente bilanciata e un uso disciplinato dei materiali naturali. La scelta di Ultrafabrics™ rispetto alla pelle è stata intenzionale: la sua morbidezza ingegnerizzata consente il raffinato motivo lavorato al laser e la complessa perforazione che caratterizzano l’interno. L’intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo un’espressione materica completamente nuova, con il suo poro aperto naturale e il rivestimento chiaro che aumentano la luminosità visiva e rafforzano un senso di design calmo e coerente».
Infine, la Range Rover Sv Ultra porta alla perfezione acustica dei migliori posti di una sala da concerto, introducendo per la prima volta in assoluto la tecnologia audio elettrostatica ad alta fedeltà a bordo di un veicolo. Il nuovo sistema SV Electrostatic Sound (disponibile come optional esclusivamente sui modelli SV) garantisce che ogni nota armoniosa e ogni dettaglio nitido pongano l’occupante al cuore di ogni performance, riproducendo la musica fedelmente come l’artista aveva concepito.
La Range Rover Sv Ultra sarà disponibile con una scelta tra la motorizzazione ibrida plug-in P550e e il V8 P540”. Una versione completamente elettrica arriverà entro la fine dell’anno.
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Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
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Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.