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2025-01-28
Oggi sbarcano i 49 richiedenti asilo nell’hub in Albania. Giudici permettendo
Ansa
Il governo ricomincia da tre: dopo le due missioni naufragate (in termini giuridici) a ottobre e novembre 2024 per la mancata convalida dei trattenimenti da parte dei magistrati, il pattugliatore Cassiopea della Marina militare arriva in Albania con a bordo 49 migranti richiedenti asilo imbarcati nel corso dello scorso fine settimana nelle acque a Sud di Lampedusa.
Sono 49 i richiedenti asilo diretti verso Shengjin (l’arrivo è previsto tra la notte e le prime ore di questa mattina), tutti provenienti da Paesi sicuri, almeno secondo la lista stilata e rafforzata con un decreto legge da nostri governo: bengalesi, egiziani, ivoriani, tunisini, gambiani. Per tutti, quindi, può essere applicata la procedura rapida di rimpatrio alla base della costruzione dei centri in Albania. L’iter prevede un primo screening medico a Shengjin: chi dovesse risultare affetto da patologie che ne richiedono il trasferimento, verrà condotto in Italia. Tutti gli altri verranno trasferiti presso il vicino centro di Gjader, sulla base del trattenimento disposto dal questore di Roma.
Entro 48 ore la magistratura deciderà se convalidare o meno i provvedimenti della questura: a ottobre (12 trattenimenti per altrettanti migranti) e novembre (7), ricordiamolo, furono tutti annullati. I magistrati non convalidarono i trattenimenti motivando la decisione con la necessità di attendere la pronuncia della Corte di giustizia europea che, il prossimo 25 febbraio, dovrebbe esprimersi su una serie di ricorsi in materia di Paesi sicuri. In alcuni casi le toghe entrarono anche nel merito della questione, dichiarando Paesi non sicuri Bangladesh e Egitto, almeno non per tutti e non interamente, contraddicendo apertamente quanto stabilito dal governo.
Da quel momento, però, ci sono stati dei fatti nuovi che potrebbero portare a una convalida dei trattenimenti. Innanzitutto, la stessa convalida non è più affidata alla sezione immigrazione del tribunale ma spetta ai giudici della Corte di appello di Roma, che terranno una udienza in videoconferenza. Il cambiamento è stato deciso dal governo attraverso un emendamento al decreto flussi dello scorso dicembre. Sempre a dicembre, la Cassazione ha emanato una ordinanza interlocutoria che, in attesa della decisione della Corte di giustizia europea, ha chiarito che a stabilire se un Paese è sicuro o non sicuro è solo e soltanto il governo. La Cassazione ha «sospeso ogni provvedimento» in attesa che si pronunci la Corte di giustizia europea, offrendo al tempo stesso «nello spirito di leale cooperazione» la «propria ipotesi di lavoro», senza «tuttavia tradurla né in decisione del ricorso né in principio di diritto suscettibile di orientare le future applicazioni».
Sulla definizione di Paesi sicuri, «il giudice della convalida», ha scritto la Cassazione, «garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto». Dunque, non può essere il magistrato a giudicare se un Paese è sicuro o meno. «La procedura accelerata di frontiera», ha precisato la Cassazione, «non può applicarsi là dove, anche in sede di convalida del trattenimento, il giudice ravvisi sussistenti i gravi motivi per ritenere che il Paese non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova», ma «le eccezioni non possono essere ammesse senza limiti».
In sostanza, nessuno può prevedere se i giudici della Corte d’appello di Roma convalideranno o meno i trattenimenti, tutti o in parte. La Verità ha chiesto un parere a Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, responsabile del dipartimento immigrazione del partito e profonda conoscitrice della materia: «L’ordinanza interlocutoria del dicembre scorso della Corte di cassazione», dice la Kelany, «ha sostanzialmente detto di attendere cosa deciderà la Corte di giustizia europea il prossimo 25 febbraio. Un’ordinanza molto chiara sul fatto che sia di competenza dei governo stilare la lista dei Paesi sicuri e credo che sarebbe quanto meno singolare che le Corti di appello si discostassero da questo orientamento. Cosa mi aspetto? Non sono materie sulle quali si può divinare», sottolinea la parlamentare, «ma l’ordinanza della Cassazione ha confermato quello che abbiamo sempre detto: il giudice può sicuramente decidere sui casi singoli, scendere nel particolare rispetto alla protezione del singolo migrante, ma non può in via generale e astratta indicare un Paese come sicuro o non sicuro, perché questa è una competenza dei governi».
Una riflessione che ricalca quanto la Verità ha registrato consultando fonti di governo, che ritengono che l’ordinanza della Cassazione possa rappresentare una svolta rispetto alle mancate convalide dei trattenimenti di ottobre e novembre. Nessuno, ovviamente, è in grado di azzardare previsioni su quelle che saranno le decisioni della Corte di appello: ancora un paio di giorni e sapremo se la missione-Albania ha preso il largo definitivamente oppure resta ancora incagliata.
Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano
Condividevano gli spazi dello stesso centro di prima accoglienza in un paesino della provincia di Teramo. La stessa mensa, le stesse aree ricreative, gli stessi corridoi. I quattro pakistani protagonisti dell’ennesima storia di mancata integrazione erano arrivati in Italia alla spicciolata con il classico barcone. E, subito dopo, avevano chiesto il riconoscimento dello status da rifugiato.
Per tre di loro, uno dei quali anche con precedenti penali, però, stando all’inchiesta del pm Elisabetta Labanti e dei carabinieri di Giulianova, il centro d’accoglienza, più che un rifugio, si sarebbe trasformato in un territorio di caccia. Un ambiente in cui le dinamiche di sopraffazione, dettate da solitudine e vulnerabilità degli altri ospiti, avrebbero creato un clima di paura e intimidazione. Nell’ottobre 2023, hanno ricostruito gli investigatori, durante un incontro al di fuori della struttura d’accoglienza, avrebbero abusato sessualmente del quarto connazionale (più giovane) e, dopo aver filmato le violenze, avrebbero tentato di ricattarlo chiedendogli dei soldi. La vittima, schiacciata dal peso del ricatto, avrebbe cominciato progressivamente a chiudersi in un silenzio carico di angoscia (descritto agli investigatori dagli operatori del centro, che si sono trasformati in testimoni dell’inchiesta). Ogni giorno il ragazzo era costretto a incontrare i suoi presunti aguzzini nei corridoi del centro, a incrociare i loro sguardi e a subire le continue richieste di soldi per evitare che il video delle violenze venisse mostrato agli altri ospiti.
La vittima, dopo lo stupro, insomma, avrebbe dovuto scegliere tra l’umiliazione per la diffusione del video e un’estorsione. Ma ha imboccato la terza strada: quella della denuncia. Ha prima raccontato tutto a un responsabile della struttura, poi ai carabinieri della Compagnia di Giulianova. I tre pakistani, dopo un anno di investigazioni descritte come particolarmente difficili, sono stati arrestati. I carabinieri hanno dovuto raccogliere le testimonianze degli altri ospiti del centro d’accoglienza che, ovviamente, per il clima che si era creato, temevano ritorsioni. Finché la cortina di silenzi che sembrava impermeabile non ha ceduto e i verbali dei testimoni sono finiti nelle informative dei carabinieri. Le intercettazioni hanno fatto il resto e la Procura, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori dell’Arma, è riuscita a chiedere la misura cautelare accolta l’altro giorno dal giudice per le indagini preliminari per tutti e tre gli indagati. I capi d’imputazione provvisori, stampati nell’ordinanza di custodia cautelare, riassumono le accuse di violenza sessuale di gruppo (precisando le singole condotte) e di estorsione.
I carabinieri sono riusciti a rintracciarli nelle province di Modena e di Bergamo dove, nel frattempo, gli indagati si erano trasferiti, ospitati da altri centri d’accoglienza. Uno di loro, invece, era già finito in carcere, detenuto per altri reati. Nei prossimi giorni dovranno comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e con molta probabilità vedranno andare in fumo la loro richiesta di permesso di soggiorno. Dopo aver presentato la denuncia e verbalizzato il suo racconto davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, ha chiesto di lasciare Teramo anche la vittima e, per garantire le necessarie misure di sicurezza, è stata trasferita in un altro centro d’accoglienza.
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Arrivano da Paesi sicuri, per ognuno può essere applicato l’iter per il rimpatrio rapido. Ma le toghe hanno due giorni per dire no.Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano. Tutti avevano chiesto lo status di rifugiato politico. Ora gli stupratori, che avevano filmato la violenza, sono finiti in carcere.Lo speciale contiene due articoli.Il governo ricomincia da tre: dopo le due missioni naufragate (in termini giuridici) a ottobre e novembre 2024 per la mancata convalida dei trattenimenti da parte dei magistrati, il pattugliatore Cassiopea della Marina militare arriva in Albania con a bordo 49 migranti richiedenti asilo imbarcati nel corso dello scorso fine settimana nelle acque a Sud di Lampedusa.Sono 49 i richiedenti asilo diretti verso Shengjin (l’arrivo è previsto tra la notte e le prime ore di questa mattina), tutti provenienti da Paesi sicuri, almeno secondo la lista stilata e rafforzata con un decreto legge da nostri governo: bengalesi, egiziani, ivoriani, tunisini, gambiani. Per tutti, quindi, può essere applicata la procedura rapida di rimpatrio alla base della costruzione dei centri in Albania. L’iter prevede un primo screening medico a Shengjin: chi dovesse risultare affetto da patologie che ne richiedono il trasferimento, verrà condotto in Italia. Tutti gli altri verranno trasferiti presso il vicino centro di Gjader, sulla base del trattenimento disposto dal questore di Roma.Entro 48 ore la magistratura deciderà se convalidare o meno i provvedimenti della questura: a ottobre (12 trattenimenti per altrettanti migranti) e novembre (7), ricordiamolo, furono tutti annullati. I magistrati non convalidarono i trattenimenti motivando la decisione con la necessità di attendere la pronuncia della Corte di giustizia europea che, il prossimo 25 febbraio, dovrebbe esprimersi su una serie di ricorsi in materia di Paesi sicuri. In alcuni casi le toghe entrarono anche nel merito della questione, dichiarando Paesi non sicuri Bangladesh e Egitto, almeno non per tutti e non interamente, contraddicendo apertamente quanto stabilito dal governo.Da quel momento, però, ci sono stati dei fatti nuovi che potrebbero portare a una convalida dei trattenimenti. Innanzitutto, la stessa convalida non è più affidata alla sezione immigrazione del tribunale ma spetta ai giudici della Corte di appello di Roma, che terranno una udienza in videoconferenza. Il cambiamento è stato deciso dal governo attraverso un emendamento al decreto flussi dello scorso dicembre. Sempre a dicembre, la Cassazione ha emanato una ordinanza interlocutoria che, in attesa della decisione della Corte di giustizia europea, ha chiarito che a stabilire se un Paese è sicuro o non sicuro è solo e soltanto il governo. La Cassazione ha «sospeso ogni provvedimento» in attesa che si pronunci la Corte di giustizia europea, offrendo al tempo stesso «nello spirito di leale cooperazione» la «propria ipotesi di lavoro», senza «tuttavia tradurla né in decisione del ricorso né in principio di diritto suscettibile di orientare le future applicazioni».Sulla definizione di Paesi sicuri, «il giudice della convalida», ha scritto la Cassazione, «garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto». Dunque, non può essere il magistrato a giudicare se un Paese è sicuro o meno. «La procedura accelerata di frontiera», ha precisato la Cassazione, «non può applicarsi là dove, anche in sede di convalida del trattenimento, il giudice ravvisi sussistenti i gravi motivi per ritenere che il Paese non è sicuro per la situazione particolare in cui il richiedente si trova», ma «le eccezioni non possono essere ammesse senza limiti».In sostanza, nessuno può prevedere se i giudici della Corte d’appello di Roma convalideranno o meno i trattenimenti, tutti o in parte. La Verità ha chiesto un parere a Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, responsabile del dipartimento immigrazione del partito e profonda conoscitrice della materia: «L’ordinanza interlocutoria del dicembre scorso della Corte di cassazione», dice la Kelany, «ha sostanzialmente detto di attendere cosa deciderà la Corte di giustizia europea il prossimo 25 febbraio. Un’ordinanza molto chiara sul fatto che sia di competenza dei governo stilare la lista dei Paesi sicuri e credo che sarebbe quanto meno singolare che le Corti di appello si discostassero da questo orientamento. Cosa mi aspetto? Non sono materie sulle quali si può divinare», sottolinea la parlamentare, «ma l’ordinanza della Cassazione ha confermato quello che abbiamo sempre detto: il giudice può sicuramente decidere sui casi singoli, scendere nel particolare rispetto alla protezione del singolo migrante, ma non può in via generale e astratta indicare un Paese come sicuro o non sicuro, perché questa è una competenza dei governi».Una riflessione che ricalca quanto la Verità ha registrato consultando fonti di governo, che ritengono che l’ordinanza della Cassazione possa rappresentare una svolta rispetto alle mancate convalide dei trattenimenti di ottobre e novembre. Nessuno, ovviamente, è in grado di azzardare previsioni su quelle che saranno le decisioni della Corte di appello: ancora un paio di giorni e sapremo se la missione-Albania ha preso il largo definitivamente oppure resta ancora incagliata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/49-richiedenti-asilo-hub-albania-2671006545.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-pakistani-violentano-un-connazionale-e-lo-ricattano" data-post-id="2671006545" data-published-at="1738008148" data-use-pagination="False"> Tre pakistani violentano un connazionale e lo ricattano Condividevano gli spazi dello stesso centro di prima accoglienza in un paesino della provincia di Teramo. La stessa mensa, le stesse aree ricreative, gli stessi corridoi. I quattro pakistani protagonisti dell’ennesima storia di mancata integrazione erano arrivati in Italia alla spicciolata con il classico barcone. E, subito dopo, avevano chiesto il riconoscimento dello status da rifugiato. Per tre di loro, uno dei quali anche con precedenti penali, però, stando all’inchiesta del pm Elisabetta Labanti e dei carabinieri di Giulianova, il centro d’accoglienza, più che un rifugio, si sarebbe trasformato in un territorio di caccia. Un ambiente in cui le dinamiche di sopraffazione, dettate da solitudine e vulnerabilità degli altri ospiti, avrebbero creato un clima di paura e intimidazione. Nell’ottobre 2023, hanno ricostruito gli investigatori, durante un incontro al di fuori della struttura d’accoglienza, avrebbero abusato sessualmente del quarto connazionale (più giovane) e, dopo aver filmato le violenze, avrebbero tentato di ricattarlo chiedendogli dei soldi. La vittima, schiacciata dal peso del ricatto, avrebbe cominciato progressivamente a chiudersi in un silenzio carico di angoscia (descritto agli investigatori dagli operatori del centro, che si sono trasformati in testimoni dell’inchiesta). Ogni giorno il ragazzo era costretto a incontrare i suoi presunti aguzzini nei corridoi del centro, a incrociare i loro sguardi e a subire le continue richieste di soldi per evitare che il video delle violenze venisse mostrato agli altri ospiti. La vittima, dopo lo stupro, insomma, avrebbe dovuto scegliere tra l’umiliazione per la diffusione del video e un’estorsione. Ma ha imboccato la terza strada: quella della denuncia. Ha prima raccontato tutto a un responsabile della struttura, poi ai carabinieri della Compagnia di Giulianova. I tre pakistani, dopo un anno di investigazioni descritte come particolarmente difficili, sono stati arrestati. I carabinieri hanno dovuto raccogliere le testimonianze degli altri ospiti del centro d’accoglienza che, ovviamente, per il clima che si era creato, temevano ritorsioni. Finché la cortina di silenzi che sembrava impermeabile non ha ceduto e i verbali dei testimoni sono finiti nelle informative dei carabinieri. Le intercettazioni hanno fatto il resto e la Procura, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori dell’Arma, è riuscita a chiedere la misura cautelare accolta l’altro giorno dal giudice per le indagini preliminari per tutti e tre gli indagati. I capi d’imputazione provvisori, stampati nell’ordinanza di custodia cautelare, riassumono le accuse di violenza sessuale di gruppo (precisando le singole condotte) e di estorsione. I carabinieri sono riusciti a rintracciarli nelle province di Modena e di Bergamo dove, nel frattempo, gli indagati si erano trasferiti, ospitati da altri centri d’accoglienza. Uno di loro, invece, era già finito in carcere, detenuto per altri reati. Nei prossimi giorni dovranno comparire davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e con molta probabilità vedranno andare in fumo la loro richiesta di permesso di soggiorno. Dopo aver presentato la denuncia e verbalizzato il suo racconto davanti ai carabinieri e al pubblico ministero, ha chiesto di lasciare Teramo anche la vittima e, per garantire le necessarie misure di sicurezza, è stata trasferita in un altro centro d’accoglienza.
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L’ayatollah ha inoltre bollato le proteste come frutto di una «cospirazione americana». «L’obiettivo dell’America è quello di inghiottire l’Iran», ha proseguito. «Per grazia di Dio, la nazione iraniana deve spezzare la schiena dei sediziosi, proprio come ha spezzato la schiena della sedizione», ha continuato Khamenei. Non solo. Il procuratore di Teheran, Ali Salehi, ha anche platealmente smentito Trump, il quale, nei giorni scorsi, aveva affermato che il regime khomeinista aveva annullato alcune centinaia di esecuzioni. «Dovrebbe farsi gli affari suoi», ha affermato Salehi, riferendosi al presidente americano, per poi promettere una risposta «decisa» della magistratura iraniana contro i manifestanti.
Dopo queste dichiarazioni, Trump ha rilasciato a Politico un commento lapidario. «È tempo di cercare una nuova leadership in Iran», ha dichiarato. Poi, riferendosi a Khamenei, ha aggiunto: «Questo è un uomo malato che dovrebbe governare il suo Paese come si deve e smettere di uccidere. Il suo Paese è il posto peggiore in cui vivere al mondo a causa della sua pessima leadership». Particolarmente duro si è mostrato anche il Dipartimento di Stato americano che, in un post sul suo account X in lingua farsi, ha affermato: «Abbiamo ricevuto notizie secondo cui la Repubblica islamica starebbe preparando opzioni per colpire le basi americane. Come ha ripetutamente sottolineato il presidente Trump, tutte le opzioni restano sul tavolo e, se il regime della Repubblica islamica attaccasse gli asset americani, la Repubblica islamica si troverebbe ad affrontare una forza molto, molto potente». Insomma, se negli ultimi giorni la tensione sembrava essersi parzialmente smorzata, è chiaro che ieri le fibrillazioni tra Washington e Teheran sono tornate a salire. Sotto questo aspetto, le parole di Khamenei e di Salehi hanno notevolmente gettato benzina sul fuoco. Non dimentichiamo infatti che, venerdì, Trump aveva lasciato intendere di aver cancellato (o comunque rimandato) l’attacco militare proprio in conseguenza dell’annullamento di 800 esecuzioni da parte del regime. Non solo. Nei giorni scorsi, il presidente americano aveva espresso più volte scetticismo verso l’ipotesi che il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, potesse guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran, lasciando così intendere di non essere troppo convinto di un regime change in piena regola. Certo, la Casa Bianca non aveva rinunciato a esercitare pressione sul governo iraniano tra nuove sanzioni e spostamento della portaerei Lincoln verso il Mediterraneo. Tuttavia, tra giovedì e venerdì, Trump era sembrato meno propenso a ricorrere all’opzione bellica. Dall’altra parte, non è un mistero che, già a partire dallo scorso fine settimana, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si fosse mosso diplomaticamente per cercare di scongiurare un’operazione militare da parte di Washington. Una serie di manovre, quelle di Araghchi, che rischiano di essere state affossate dalle recenti parole di Khamenei e Salehi.
Il regime khomeinista, che potrebbe tenere bloccato internet fino a fine marzo, è del resto internamente spaccato. Delle divisioni erano già emerse a giugno, a seguito dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani. In quell’occasione, si registrò un contrasto tra la linea maggiormente diplomatica dello stesso Araghchi e quella più battagliera dei pasdaran. È dunque probabile che oggi si stiano ripresentando delle dinamiche simili in seno al regime. E adesso, le dure parole di Khamenei hanno portato Trump a propendere per un regime change. Un regime change che, qualora dovesse essere attuato, sarebbe tuttavia più simile alla «soluzione venezuelana», che a quella «afgana» o «irachena». Il presidente americano potrebbe, in altre parole, colpire il vertice del regime e scegliere poi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Se questa è la linea che Trump intende seguire, è chiaro che a rischiare di più sarebbero Khamenei, il suo entourage e i capi dei pasdaran. La rivista specializzata 19FortyFive ha definito questa strategia «coercizione senza proprietà». Come ha fatto in Venezuela, Trump, anche in Iran, non procederebbe a un regime change completo né tantomeno a un’operazione di nation building: due politiche, queste, rispetto a cui l’attuale presidente americano si è sempre mostrato scettico, considerandole rischiose, costose e foriere di instabilità. La soluzione migliore, per lui, sarebbe quella di «domare» il regime avversario (magari epurandone gli esponenti più problematici), per riorientare la sua politica estera, evitando al contempo che gli Usa restino impelagati in un pantano. È così che sta spingendo oggi il governo chavista «de-madurizzato» lontano dalla Cina. Ed è così che potrebbe presto fare con il governo iraniano. Non a caso, ieri il presidente americano ha appuntato i suoi strali soprattutto contro Khamenei, definendolo un «uomo malato». Chi ha orecchie per intendere...
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