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2024-12-19
Resa di Zelensky: «Crimea e Donbass sono perduti»
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
È alla stampa francese che Volodymyr Zelensky decide di voler confessare la più atroce delle verità: Donbass e Crimea sono perdute, non c’è modo di riaverle indietro con i mezzi militari. Nonostante tutti gli sforzi, è giunta l’ora di arrendersi all’evidenza. «Di fatto questi territori sono ora controllati dai russi. Non abbiamo la forza per riconquistarli», ha detto a Le Parisien. «Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative». Su questi due territori fin dall’inizio si è incentrata tutta la guerra tra Mosca e Kiev: quasi tre anni, migliaia di morti. Ma oggi il paradigma cambia: l’obiettivo è una pace duratura. «Vedo che c’è il desiderio per soluzioni rapide in Ucraina, ma siamo in una situazione in cui la Russia non vuole la pace e questo è un problema», ha detto l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas.
Eppure, in attesa del Consiglio Ue che si terrà oggi, dal quale dovrebbe uscire un messaggio sintetizzabile in «la Russia non deve prevalere» nel conflitto, sulla strategia da portare avanti non tutti sono d’accordo. «C’è una proposta di cessate il fuoco sul tavolo. Accettatela o lasciatela. È una vostra responsabilità», ha dichiarato il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, replicando a Zelensky, che metteva in dubbio la capacità dell’Ungheria di essere incisiva nei negoziati con la Russia. Per il cancelliere tedesco sfiduciato Olaf Scholz è cruciale che il conflitto in corso non porti a un’escalation con la Nato. «Deve essere chiaro che sosterremo l’Ucraina per tutto il tempo necessario. La questione fondamentale è sempre la stessa: la sovranità dell’Ucraina e l’assoluta opposizione a una pace imposta», ha detto arrivando con gli altri leader europei al vertice Ue-Balcani. «È altrettanto evidente per me che dobbiamo fare in modo che l’Ucraina possa sentirsi sicura. Oggi questo avviene attraverso le forniture di armi, e continuerà a essere così in futuro. Inoltre, dobbiamo garantire una sicurezza duratura, e su questo abbiamo già avuto numerose discussioni», ha chiarito il tedesco aggiungendo però che l’Ue non dovrebbe «fare il terzo e il quarto passo prima del primo», riferendosi alla possibilità di inviare forze di pace sul territorio ucraino. Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, anche lei in occasione del summit Ue-Balcani ha detto: «L’interferenza illegale della Russia ha reso l’allargamento una necessità geopolitica e strategica». Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha spiegato che «l’Ucraina deve essere messa in una posizione di forza, per poi decidere quando e come aprire i negoziati: se ora iniziamo a parlare fra di noi su che forma prenderà la pace, rendiamo la vita molto facile ai russi, che potranno rilassarsi, fumarsi un sigaro e seguire il nostro dibattito in televisione».
Anche per questo motivo le tensioni non accennano a placarsi. Due bombardieri strategici portamissili Tu-95ms dell’aviazione russa hanno volato nello spazio aereo sopra le acque neutrali dei mari di Bering e dei Ciukci, vicino alla costa occidentale dell’Alaska. Un viaggio «pianificato» secondo il ministero della Difesa di Mosca. «Tutti i voli degli aerei delle forze aerospaziali russe vengono effettuati nel rigoroso rispetto delle regole internazionali», ha chiarito il ministero russo. Accuse e controaccuse. Il presidente ucraino, pubblicando un video in cui si vedono truppe nordcoreane uccise al fronte, ha denunciato: «Anche dopo anni di guerra quando pensavamo che i russi non potessero essere più cinici, vediamo qualcosa di ancora peggiore. La Russia non solo invia le truppe nordcoreane per assaltare le posizioni ucraine ma cerca anche di nascondere le perdite bruciando i volti dei soldati nordcoreani uccisi in battaglia». Poi Kiev respinge le accuse russe secondo cui i droni ucraini avrebbero ripetutamente sganciato fosforo bianco lo scorso settembre, sottolineando di aver rispettato con attenzione gli obblighi internazionali in materia di controllo degli armamenti.
Intanto l’assassinio del generale russo Igor Kirillov, rivendicato da Kiev e considerato dal Cremlino un atto di terrorismo, ha scatenato le ire di Mosca che trovano nell’ex presidente Dmitry Medvedev il massimo dell’espressione: «Se il generale Kirillov era un obiettivo militare legittimo, lo sono anche tutti i funzionari della Nato che hanno preso la decisione sull’assistenza militare all’Ucraina e stanno partecipando a una guerra ibrida o convenzionale contro la Russia».
Nel frattempo sull’uccisione di Kirillov vengono fuori nuovi dettagli. L’autore del doppio omicidio del generale e del suo assistente sarebbe un cittadino uzbeko di 29 anni che è stato arrestato dall’Fsb, il Servizio di sicurezza federale russo. È stato accusato di omicidio, attacco terroristico e traffico illegale di armi e munizioni. L’uomo avrebbe dichiarato di essere stato reclutato dai servizi segreti ucraini e, seguendo le loro istruzioni, sarebbe giunto a Mosca dove avrebbe ricevuto un potente ordigno esplosivo artigianale. Poi lo avrebbe posizionato su un monopattino elettrico parcheggiato vicino all’ingresso della casa di Kirillov. Per l’uzbeko, in cambio dell’attentato, sarebbero stati promessi 100.000 dollari e un viaggio in uno dei Paesi dell’Ue.
Trump fiuta le paure di Putin e cambia tattica
Qualcosa sta iniziando a cambiare nell’atteggiamento di Donald Trump sul dossier ucraino. Il 17 novembre, fu riportato che Joe Biden aveva autorizzato l’Ucraina a usare i missili Atacms in territorio russo. Una notizia significativa, rispetto a cui il presidente americano in pectore rimase in silenzio. Non solo. Nelle settimane immediatamente successive, alcuni esponenti del suo team, dal consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz all’inviato speciale per l’Ucraina Keith Kellogg, non si erano mostrati in disaccordo con la mossa di Biden, ritenendo che essa avrebbe dato a Trump maggiore leva durante i negoziati con Mosca. Addirittura, il 24 novembre, Waltz disse che, sulle questioni internazionali, la squadra del tycoon lavorava «a stretto contatto» con quella di Biden.
Eppure, dopo quasi un mese dalla notizia dell’ok agli Atacms, Trump ha invertito la rotta. Il 12 dicembre, nella sua intervista a Time, ha preso nettamente le distanze dall’attuale inquilino della Casa Bianca. «Sono fortemente in disaccordo con l’invio di missili a centinaia di miglia in Russia», ha dichiarato. Una posizione che Trump ha ribadito lunedì scorso. Interpellato sull’autorizzazione data da Biden all’uso dei missili, ha replicato: «Non credo che ciò avrebbe dovuto essere consentito». Quando poi gli è stato chiesto se abbia intenzione di revocare la misura, ha risposto: «Potrei. Penso che sia stata una cosa molto stupida da fare». Lo stesso Waltz, parlando domenica alla Cbs di eventuali limitazioni all’Ucraina sull’uso di determinate armi, ha detto: «Un assegno in bianco semplicemente non è una strategia».
Insomma, dopo quasi un mese di silenzio-assenso, il presidente americano in pectore ha esplicitamente criticato la mossa di Biden sugli Atacms. Che cosa sta succedendo? Va innanzitutto detto che fa parte della strategia negoziale di Trump il cambiare posizione repentinamente: si tratta di un modo che il tycoon utilizza per spiazzare gli interlocutori e metterli sotto pressione. Tanto più che Trump non ha rinunciato alla sua ambiguità strategica. Prova ne è il fatto che, come abbiamo visto, non ha dichiarato esplicitamente che abrogherà la decisione di Biden. Ha parlato in modo più vago, dicendo: «Potrei». Il tycoon lancia così un duplice avvertimento: a Vladimir Putin dice di non dare la revoca per scontata, mentre a Volodymyr Zelensky fa capire che, se non si siederà al tavolo delle trattative, potrebbe bloccare l’autorizzazione all’uso degli Atacms in territorio russo.
C’è poi una seconda ipotesi che potrebbe spiegare il mutamento di Trump: un’ipotesi che non necessariamente cozzerebbe, in caso, con la prima. Il tycoon sa bene che, nelle ultimissime settimane, il quadro è cambiato. Putin si è ritrovato all’improvviso con un’influenza assai ridotta in Siria. Inoltre, martedì il servizio di sicurezza ucraino ha rivendicato l’attentato a Igor Kirillov: il militare russo più alto in grado ucciso da quando Mosca ha iniziato l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Trump teme che, di fronte a queste novità, Putin possa irrigidirsi in vista dei negoziati.
Primo: in Siria lo smacco è stato significativo. E adesso lo zar punta quasi tutte le sue carte sulla guerra con l’Ucraina. In secondo luogo, Putin teme per la solidità della propria leadership interna. L’uccisione di Kirillov è avvenuta a pochi chilometri dal Cremlino e ha evidenziato falle nella gestione della sicurezza. Del resto, è chiaro che, prendendo di mira un militare di quel livello, l’obiettivo fosse (anche) quello di creare turbolenze intorno allo zar. In vista dei negoziati, Trump teme dunque uno scenario ben preciso: e, cioè, che Putin possa ritenere che la posta in gioco non sia rappresentata dalle trattative sui territori ma dal suo stesso futuro personale e politico. D’altronde, nel 2022, l’Atlantic riportò che Putin è perseguitato da un’ossessione: fare la fine di Muammar Gheddafi. Agli occhi di Trump, è chiaro che, se lo zar vedesse in prospettiva l’eventualità di un regime change ai suoi danni, si configurerebbero due rischi. Primo: i margini di manovra dal punto di vista diplomatico si ridurrebbero enormemente. Secondo: perseguitato dallo spettro di Gheddafi, Putin potrebbe ricorrere a scelte estreme. Sarà un caso, ma, l’altro ieri, la Duma ha approvato un disegno di legge che mira a inasprire le pene per chi compia ribellioni armate.
Ora, è evidente come Trump non punti assolutamente a un regime change: già durante il primo mandato, il tycoon si è sempre opposto a questa pratica, da lui considerata eccessivamente dispendiosa e foriera di caos. Non a caso, ha recentemente detto di non perseguirlo neanche nei confronti di quell’Iran su cui vuole comunque reimporre la politica della «massima pressione». Il punto è che, ragionano verosimilmente nel team del tycoon, Putin potrebbe temere comunque quello scenario. Il che farebbe deragliare le trattative in partenza. Trump ha quindi un problema non facile da risolvere. Da una parte, se vuole salvaguardare il processo diplomatico, deve evitare che lo zar tema per il proprio futuro politico e personale. Dall’altra, sa di non potersi permettere un appeasement verso Mosca, visto che, a causa di un effetto domino, lo pagherebbe in altri contesti (a partire dall’Indo-pacifico). Senza trascurare che il tycoon aspetta anche di capire come si collocheranno i vari Paesi della Nato rispetto alle trattative. Il rebus è complicato. E, per avere successo, Trump punta a dosare dialogo e minaccia nei confronti di tutte le parti coinvolte. Più o meno direttamente.
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Il presidente ammette che Kiev non ha le forze per riconquistare i territori. Trump cambia strategia e prova a ottenere il cessate il fuoco. Ma l’uccisione di Kirillov a un passo dal Cremlino complica tutto.È alla stampa francese che Volodymyr Zelensky decide di voler confessare la più atroce delle verità: Donbass e Crimea sono perdute, non c’è modo di riaverle indietro con i mezzi militari. Nonostante tutti gli sforzi, è giunta l’ora di arrendersi all’evidenza. «Di fatto questi territori sono ora controllati dai russi. Non abbiamo la forza per riconquistarli», ha detto a Le Parisien. «Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative». Su questi due territori fin dall’inizio si è incentrata tutta la guerra tra Mosca e Kiev: quasi tre anni, migliaia di morti. Ma oggi il paradigma cambia: l’obiettivo è una pace duratura. «Vedo che c’è il desiderio per soluzioni rapide in Ucraina, ma siamo in una situazione in cui la Russia non vuole la pace e questo è un problema», ha detto l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas. Eppure, in attesa del Consiglio Ue che si terrà oggi, dal quale dovrebbe uscire un messaggio sintetizzabile in «la Russia non deve prevalere» nel conflitto, sulla strategia da portare avanti non tutti sono d’accordo. «C’è una proposta di cessate il fuoco sul tavolo. Accettatela o lasciatela. È una vostra responsabilità», ha dichiarato il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, replicando a Zelensky, che metteva in dubbio la capacità dell’Ungheria di essere incisiva nei negoziati con la Russia. Per il cancelliere tedesco sfiduciato Olaf Scholz è cruciale che il conflitto in corso non porti a un’escalation con la Nato. «Deve essere chiaro che sosterremo l’Ucraina per tutto il tempo necessario. La questione fondamentale è sempre la stessa: la sovranità dell’Ucraina e l’assoluta opposizione a una pace imposta», ha detto arrivando con gli altri leader europei al vertice Ue-Balcani. «È altrettanto evidente per me che dobbiamo fare in modo che l’Ucraina possa sentirsi sicura. Oggi questo avviene attraverso le forniture di armi, e continuerà a essere così in futuro. Inoltre, dobbiamo garantire una sicurezza duratura, e su questo abbiamo già avuto numerose discussioni», ha chiarito il tedesco aggiungendo però che l’Ue non dovrebbe «fare il terzo e il quarto passo prima del primo», riferendosi alla possibilità di inviare forze di pace sul territorio ucraino. Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, anche lei in occasione del summit Ue-Balcani ha detto: «L’interferenza illegale della Russia ha reso l’allargamento una necessità geopolitica e strategica». Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha spiegato che «l’Ucraina deve essere messa in una posizione di forza, per poi decidere quando e come aprire i negoziati: se ora iniziamo a parlare fra di noi su che forma prenderà la pace, rendiamo la vita molto facile ai russi, che potranno rilassarsi, fumarsi un sigaro e seguire il nostro dibattito in televisione». Anche per questo motivo le tensioni non accennano a placarsi. Due bombardieri strategici portamissili Tu-95ms dell’aviazione russa hanno volato nello spazio aereo sopra le acque neutrali dei mari di Bering e dei Ciukci, vicino alla costa occidentale dell’Alaska. Un viaggio «pianificato» secondo il ministero della Difesa di Mosca. «Tutti i voli degli aerei delle forze aerospaziali russe vengono effettuati nel rigoroso rispetto delle regole internazionali», ha chiarito il ministero russo. Accuse e controaccuse. Il presidente ucraino, pubblicando un video in cui si vedono truppe nordcoreane uccise al fronte, ha denunciato: «Anche dopo anni di guerra quando pensavamo che i russi non potessero essere più cinici, vediamo qualcosa di ancora peggiore. La Russia non solo invia le truppe nordcoreane per assaltare le posizioni ucraine ma cerca anche di nascondere le perdite bruciando i volti dei soldati nordcoreani uccisi in battaglia». Poi Kiev respinge le accuse russe secondo cui i droni ucraini avrebbero ripetutamente sganciato fosforo bianco lo scorso settembre, sottolineando di aver rispettato con attenzione gli obblighi internazionali in materia di controllo degli armamenti. Intanto l’assassinio del generale russo Igor Kirillov, rivendicato da Kiev e considerato dal Cremlino un atto di terrorismo, ha scatenato le ire di Mosca che trovano nell’ex presidente Dmitry Medvedev il massimo dell’espressione: «Se il generale Kirillov era un obiettivo militare legittimo, lo sono anche tutti i funzionari della Nato che hanno preso la decisione sull’assistenza militare all’Ucraina e stanno partecipando a una guerra ibrida o convenzionale contro la Russia». Nel frattempo sull’uccisione di Kirillov vengono fuori nuovi dettagli. L’autore del doppio omicidio del generale e del suo assistente sarebbe un cittadino uzbeko di 29 anni che è stato arrestato dall’Fsb, il Servizio di sicurezza federale russo. È stato accusato di omicidio, attacco terroristico e traffico illegale di armi e munizioni. L’uomo avrebbe dichiarato di essere stato reclutato dai servizi segreti ucraini e, seguendo le loro istruzioni, sarebbe giunto a Mosca dove avrebbe ricevuto un potente ordigno esplosivo artigianale. Poi lo avrebbe posizionato su un monopattino elettrico parcheggiato vicino all’ingresso della casa di Kirillov. Per l’uzbeko, in cambio dell’attentato, sarebbero stati promessi 100.000 dollari e un viaggio in uno dei Paesi dell’Ue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-crimea-donbass-sono-perduti-2670492148.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-fiuta-le-paure-di-putin-e-cambia-tattica" data-post-id="2670492148" data-published-at="1734554961" data-use-pagination="False"> Trump fiuta le paure di Putin e cambia tattica Qualcosa sta iniziando a cambiare nell’atteggiamento di Donald Trump sul dossier ucraino. Il 17 novembre, fu riportato che Joe Biden aveva autorizzato l’Ucraina a usare i missili Atacms in territorio russo. Una notizia significativa, rispetto a cui il presidente americano in pectore rimase in silenzio. Non solo. Nelle settimane immediatamente successive, alcuni esponenti del suo team, dal consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz all’inviato speciale per l’Ucraina Keith Kellogg, non si erano mostrati in disaccordo con la mossa di Biden, ritenendo che essa avrebbe dato a Trump maggiore leva durante i negoziati con Mosca. Addirittura, il 24 novembre, Waltz disse che, sulle questioni internazionali, la squadra del tycoon lavorava «a stretto contatto» con quella di Biden.Eppure, dopo quasi un mese dalla notizia dell’ok agli Atacms, Trump ha invertito la rotta. Il 12 dicembre, nella sua intervista a Time, ha preso nettamente le distanze dall’attuale inquilino della Casa Bianca. «Sono fortemente in disaccordo con l’invio di missili a centinaia di miglia in Russia», ha dichiarato. Una posizione che Trump ha ribadito lunedì scorso. Interpellato sull’autorizzazione data da Biden all’uso dei missili, ha replicato: «Non credo che ciò avrebbe dovuto essere consentito». Quando poi gli è stato chiesto se abbia intenzione di revocare la misura, ha risposto: «Potrei. Penso che sia stata una cosa molto stupida da fare». Lo stesso Waltz, parlando domenica alla Cbs di eventuali limitazioni all’Ucraina sull’uso di determinate armi, ha detto: «Un assegno in bianco semplicemente non è una strategia».Insomma, dopo quasi un mese di silenzio-assenso, il presidente americano in pectore ha esplicitamente criticato la mossa di Biden sugli Atacms. Che cosa sta succedendo? Va innanzitutto detto che fa parte della strategia negoziale di Trump il cambiare posizione repentinamente: si tratta di un modo che il tycoon utilizza per spiazzare gli interlocutori e metterli sotto pressione. Tanto più che Trump non ha rinunciato alla sua ambiguità strategica. Prova ne è il fatto che, come abbiamo visto, non ha dichiarato esplicitamente che abrogherà la decisione di Biden. Ha parlato in modo più vago, dicendo: «Potrei». Il tycoon lancia così un duplice avvertimento: a Vladimir Putin dice di non dare la revoca per scontata, mentre a Volodymyr Zelensky fa capire che, se non si siederà al tavolo delle trattative, potrebbe bloccare l’autorizzazione all’uso degli Atacms in territorio russo.C’è poi una seconda ipotesi che potrebbe spiegare il mutamento di Trump: un’ipotesi che non necessariamente cozzerebbe, in caso, con la prima. Il tycoon sa bene che, nelle ultimissime settimane, il quadro è cambiato. Putin si è ritrovato all’improvviso con un’influenza assai ridotta in Siria. Inoltre, martedì il servizio di sicurezza ucraino ha rivendicato l’attentato a Igor Kirillov: il militare russo più alto in grado ucciso da quando Mosca ha iniziato l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Trump teme che, di fronte a queste novità, Putin possa irrigidirsi in vista dei negoziati.Primo: in Siria lo smacco è stato significativo. E adesso lo zar punta quasi tutte le sue carte sulla guerra con l’Ucraina. In secondo luogo, Putin teme per la solidità della propria leadership interna. L’uccisione di Kirillov è avvenuta a pochi chilometri dal Cremlino e ha evidenziato falle nella gestione della sicurezza. Del resto, è chiaro che, prendendo di mira un militare di quel livello, l’obiettivo fosse (anche) quello di creare turbolenze intorno allo zar. In vista dei negoziati, Trump teme dunque uno scenario ben preciso: e, cioè, che Putin possa ritenere che la posta in gioco non sia rappresentata dalle trattative sui territori ma dal suo stesso futuro personale e politico. D’altronde, nel 2022, l’Atlantic riportò che Putin è perseguitato da un’ossessione: fare la fine di Muammar Gheddafi. Agli occhi di Trump, è chiaro che, se lo zar vedesse in prospettiva l’eventualità di un regime change ai suoi danni, si configurerebbero due rischi. Primo: i margini di manovra dal punto di vista diplomatico si ridurrebbero enormemente. Secondo: perseguitato dallo spettro di Gheddafi, Putin potrebbe ricorrere a scelte estreme. Sarà un caso, ma, l’altro ieri, la Duma ha approvato un disegno di legge che mira a inasprire le pene per chi compia ribellioni armate.Ora, è evidente come Trump non punti assolutamente a un regime change: già durante il primo mandato, il tycoon si è sempre opposto a questa pratica, da lui considerata eccessivamente dispendiosa e foriera di caos. Non a caso, ha recentemente detto di non perseguirlo neanche nei confronti di quell’Iran su cui vuole comunque reimporre la politica della «massima pressione». Il punto è che, ragionano verosimilmente nel team del tycoon, Putin potrebbe temere comunque quello scenario. Il che farebbe deragliare le trattative in partenza. Trump ha quindi un problema non facile da risolvere. Da una parte, se vuole salvaguardare il processo diplomatico, deve evitare che lo zar tema per il proprio futuro politico e personale. Dall’altra, sa di non potersi permettere un appeasement verso Mosca, visto che, a causa di un effetto domino, lo pagherebbe in altri contesti (a partire dall’Indo-pacifico). Senza trascurare che il tycoon aspetta anche di capire come si collocheranno i vari Paesi della Nato rispetto alle trattative. Il rebus è complicato. E, per avere successo, Trump punta a dosare dialogo e minaccia nei confronti di tutte le parti coinvolte. Più o meno direttamente.
«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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