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2024-12-19
Resa di Zelensky: «Crimea e Donbass sono perduti»
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
È alla stampa francese che Volodymyr Zelensky decide di voler confessare la più atroce delle verità: Donbass e Crimea sono perdute, non c’è modo di riaverle indietro con i mezzi militari. Nonostante tutti gli sforzi, è giunta l’ora di arrendersi all’evidenza. «Di fatto questi territori sono ora controllati dai russi. Non abbiamo la forza per riconquistarli», ha detto a Le Parisien. «Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative». Su questi due territori fin dall’inizio si è incentrata tutta la guerra tra Mosca e Kiev: quasi tre anni, migliaia di morti. Ma oggi il paradigma cambia: l’obiettivo è una pace duratura. «Vedo che c’è il desiderio per soluzioni rapide in Ucraina, ma siamo in una situazione in cui la Russia non vuole la pace e questo è un problema», ha detto l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas.
Eppure, in attesa del Consiglio Ue che si terrà oggi, dal quale dovrebbe uscire un messaggio sintetizzabile in «la Russia non deve prevalere» nel conflitto, sulla strategia da portare avanti non tutti sono d’accordo. «C’è una proposta di cessate il fuoco sul tavolo. Accettatela o lasciatela. È una vostra responsabilità», ha dichiarato il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, replicando a Zelensky, che metteva in dubbio la capacità dell’Ungheria di essere incisiva nei negoziati con la Russia. Per il cancelliere tedesco sfiduciato Olaf Scholz è cruciale che il conflitto in corso non porti a un’escalation con la Nato. «Deve essere chiaro che sosterremo l’Ucraina per tutto il tempo necessario. La questione fondamentale è sempre la stessa: la sovranità dell’Ucraina e l’assoluta opposizione a una pace imposta», ha detto arrivando con gli altri leader europei al vertice Ue-Balcani. «È altrettanto evidente per me che dobbiamo fare in modo che l’Ucraina possa sentirsi sicura. Oggi questo avviene attraverso le forniture di armi, e continuerà a essere così in futuro. Inoltre, dobbiamo garantire una sicurezza duratura, e su questo abbiamo già avuto numerose discussioni», ha chiarito il tedesco aggiungendo però che l’Ue non dovrebbe «fare il terzo e il quarto passo prima del primo», riferendosi alla possibilità di inviare forze di pace sul territorio ucraino. Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, anche lei in occasione del summit Ue-Balcani ha detto: «L’interferenza illegale della Russia ha reso l’allargamento una necessità geopolitica e strategica». Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha spiegato che «l’Ucraina deve essere messa in una posizione di forza, per poi decidere quando e come aprire i negoziati: se ora iniziamo a parlare fra di noi su che forma prenderà la pace, rendiamo la vita molto facile ai russi, che potranno rilassarsi, fumarsi un sigaro e seguire il nostro dibattito in televisione».
Anche per questo motivo le tensioni non accennano a placarsi. Due bombardieri strategici portamissili Tu-95ms dell’aviazione russa hanno volato nello spazio aereo sopra le acque neutrali dei mari di Bering e dei Ciukci, vicino alla costa occidentale dell’Alaska. Un viaggio «pianificato» secondo il ministero della Difesa di Mosca. «Tutti i voli degli aerei delle forze aerospaziali russe vengono effettuati nel rigoroso rispetto delle regole internazionali», ha chiarito il ministero russo. Accuse e controaccuse. Il presidente ucraino, pubblicando un video in cui si vedono truppe nordcoreane uccise al fronte, ha denunciato: «Anche dopo anni di guerra quando pensavamo che i russi non potessero essere più cinici, vediamo qualcosa di ancora peggiore. La Russia non solo invia le truppe nordcoreane per assaltare le posizioni ucraine ma cerca anche di nascondere le perdite bruciando i volti dei soldati nordcoreani uccisi in battaglia». Poi Kiev respinge le accuse russe secondo cui i droni ucraini avrebbero ripetutamente sganciato fosforo bianco lo scorso settembre, sottolineando di aver rispettato con attenzione gli obblighi internazionali in materia di controllo degli armamenti.
Intanto l’assassinio del generale russo Igor Kirillov, rivendicato da Kiev e considerato dal Cremlino un atto di terrorismo, ha scatenato le ire di Mosca che trovano nell’ex presidente Dmitry Medvedev il massimo dell’espressione: «Se il generale Kirillov era un obiettivo militare legittimo, lo sono anche tutti i funzionari della Nato che hanno preso la decisione sull’assistenza militare all’Ucraina e stanno partecipando a una guerra ibrida o convenzionale contro la Russia».
Nel frattempo sull’uccisione di Kirillov vengono fuori nuovi dettagli. L’autore del doppio omicidio del generale e del suo assistente sarebbe un cittadino uzbeko di 29 anni che è stato arrestato dall’Fsb, il Servizio di sicurezza federale russo. È stato accusato di omicidio, attacco terroristico e traffico illegale di armi e munizioni. L’uomo avrebbe dichiarato di essere stato reclutato dai servizi segreti ucraini e, seguendo le loro istruzioni, sarebbe giunto a Mosca dove avrebbe ricevuto un potente ordigno esplosivo artigianale. Poi lo avrebbe posizionato su un monopattino elettrico parcheggiato vicino all’ingresso della casa di Kirillov. Per l’uzbeko, in cambio dell’attentato, sarebbero stati promessi 100.000 dollari e un viaggio in uno dei Paesi dell’Ue.
Trump fiuta le paure di Putin e cambia tattica
Qualcosa sta iniziando a cambiare nell’atteggiamento di Donald Trump sul dossier ucraino. Il 17 novembre, fu riportato che Joe Biden aveva autorizzato l’Ucraina a usare i missili Atacms in territorio russo. Una notizia significativa, rispetto a cui il presidente americano in pectore rimase in silenzio. Non solo. Nelle settimane immediatamente successive, alcuni esponenti del suo team, dal consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz all’inviato speciale per l’Ucraina Keith Kellogg, non si erano mostrati in disaccordo con la mossa di Biden, ritenendo che essa avrebbe dato a Trump maggiore leva durante i negoziati con Mosca. Addirittura, il 24 novembre, Waltz disse che, sulle questioni internazionali, la squadra del tycoon lavorava «a stretto contatto» con quella di Biden.
Eppure, dopo quasi un mese dalla notizia dell’ok agli Atacms, Trump ha invertito la rotta. Il 12 dicembre, nella sua intervista a Time, ha preso nettamente le distanze dall’attuale inquilino della Casa Bianca. «Sono fortemente in disaccordo con l’invio di missili a centinaia di miglia in Russia», ha dichiarato. Una posizione che Trump ha ribadito lunedì scorso. Interpellato sull’autorizzazione data da Biden all’uso dei missili, ha replicato: «Non credo che ciò avrebbe dovuto essere consentito». Quando poi gli è stato chiesto se abbia intenzione di revocare la misura, ha risposto: «Potrei. Penso che sia stata una cosa molto stupida da fare». Lo stesso Waltz, parlando domenica alla Cbs di eventuali limitazioni all’Ucraina sull’uso di determinate armi, ha detto: «Un assegno in bianco semplicemente non è una strategia».
Insomma, dopo quasi un mese di silenzio-assenso, il presidente americano in pectore ha esplicitamente criticato la mossa di Biden sugli Atacms. Che cosa sta succedendo? Va innanzitutto detto che fa parte della strategia negoziale di Trump il cambiare posizione repentinamente: si tratta di un modo che il tycoon utilizza per spiazzare gli interlocutori e metterli sotto pressione. Tanto più che Trump non ha rinunciato alla sua ambiguità strategica. Prova ne è il fatto che, come abbiamo visto, non ha dichiarato esplicitamente che abrogherà la decisione di Biden. Ha parlato in modo più vago, dicendo: «Potrei». Il tycoon lancia così un duplice avvertimento: a Vladimir Putin dice di non dare la revoca per scontata, mentre a Volodymyr Zelensky fa capire che, se non si siederà al tavolo delle trattative, potrebbe bloccare l’autorizzazione all’uso degli Atacms in territorio russo.
C’è poi una seconda ipotesi che potrebbe spiegare il mutamento di Trump: un’ipotesi che non necessariamente cozzerebbe, in caso, con la prima. Il tycoon sa bene che, nelle ultimissime settimane, il quadro è cambiato. Putin si è ritrovato all’improvviso con un’influenza assai ridotta in Siria. Inoltre, martedì il servizio di sicurezza ucraino ha rivendicato l’attentato a Igor Kirillov: il militare russo più alto in grado ucciso da quando Mosca ha iniziato l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Trump teme che, di fronte a queste novità, Putin possa irrigidirsi in vista dei negoziati.
Primo: in Siria lo smacco è stato significativo. E adesso lo zar punta quasi tutte le sue carte sulla guerra con l’Ucraina. In secondo luogo, Putin teme per la solidità della propria leadership interna. L’uccisione di Kirillov è avvenuta a pochi chilometri dal Cremlino e ha evidenziato falle nella gestione della sicurezza. Del resto, è chiaro che, prendendo di mira un militare di quel livello, l’obiettivo fosse (anche) quello di creare turbolenze intorno allo zar. In vista dei negoziati, Trump teme dunque uno scenario ben preciso: e, cioè, che Putin possa ritenere che la posta in gioco non sia rappresentata dalle trattative sui territori ma dal suo stesso futuro personale e politico. D’altronde, nel 2022, l’Atlantic riportò che Putin è perseguitato da un’ossessione: fare la fine di Muammar Gheddafi. Agli occhi di Trump, è chiaro che, se lo zar vedesse in prospettiva l’eventualità di un regime change ai suoi danni, si configurerebbero due rischi. Primo: i margini di manovra dal punto di vista diplomatico si ridurrebbero enormemente. Secondo: perseguitato dallo spettro di Gheddafi, Putin potrebbe ricorrere a scelte estreme. Sarà un caso, ma, l’altro ieri, la Duma ha approvato un disegno di legge che mira a inasprire le pene per chi compia ribellioni armate.
Ora, è evidente come Trump non punti assolutamente a un regime change: già durante il primo mandato, il tycoon si è sempre opposto a questa pratica, da lui considerata eccessivamente dispendiosa e foriera di caos. Non a caso, ha recentemente detto di non perseguirlo neanche nei confronti di quell’Iran su cui vuole comunque reimporre la politica della «massima pressione». Il punto è che, ragionano verosimilmente nel team del tycoon, Putin potrebbe temere comunque quello scenario. Il che farebbe deragliare le trattative in partenza. Trump ha quindi un problema non facile da risolvere. Da una parte, se vuole salvaguardare il processo diplomatico, deve evitare che lo zar tema per il proprio futuro politico e personale. Dall’altra, sa di non potersi permettere un appeasement verso Mosca, visto che, a causa di un effetto domino, lo pagherebbe in altri contesti (a partire dall’Indo-pacifico). Senza trascurare che il tycoon aspetta anche di capire come si collocheranno i vari Paesi della Nato rispetto alle trattative. Il rebus è complicato. E, per avere successo, Trump punta a dosare dialogo e minaccia nei confronti di tutte le parti coinvolte. Più o meno direttamente.
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Il presidente ammette che Kiev non ha le forze per riconquistare i territori. Trump cambia strategia e prova a ottenere il cessate il fuoco. Ma l’uccisione di Kirillov a un passo dal Cremlino complica tutto.È alla stampa francese che Volodymyr Zelensky decide di voler confessare la più atroce delle verità: Donbass e Crimea sono perdute, non c’è modo di riaverle indietro con i mezzi militari. Nonostante tutti gli sforzi, è giunta l’ora di arrendersi all’evidenza. «Di fatto questi territori sono ora controllati dai russi. Non abbiamo la forza per riconquistarli», ha detto a Le Parisien. «Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative». Su questi due territori fin dall’inizio si è incentrata tutta la guerra tra Mosca e Kiev: quasi tre anni, migliaia di morti. Ma oggi il paradigma cambia: l’obiettivo è una pace duratura. «Vedo che c’è il desiderio per soluzioni rapide in Ucraina, ma siamo in una situazione in cui la Russia non vuole la pace e questo è un problema», ha detto l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas. Eppure, in attesa del Consiglio Ue che si terrà oggi, dal quale dovrebbe uscire un messaggio sintetizzabile in «la Russia non deve prevalere» nel conflitto, sulla strategia da portare avanti non tutti sono d’accordo. «C’è una proposta di cessate il fuoco sul tavolo. Accettatela o lasciatela. È una vostra responsabilità», ha dichiarato il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, replicando a Zelensky, che metteva in dubbio la capacità dell’Ungheria di essere incisiva nei negoziati con la Russia. Per il cancelliere tedesco sfiduciato Olaf Scholz è cruciale che il conflitto in corso non porti a un’escalation con la Nato. «Deve essere chiaro che sosterremo l’Ucraina per tutto il tempo necessario. La questione fondamentale è sempre la stessa: la sovranità dell’Ucraina e l’assoluta opposizione a una pace imposta», ha detto arrivando con gli altri leader europei al vertice Ue-Balcani. «È altrettanto evidente per me che dobbiamo fare in modo che l’Ucraina possa sentirsi sicura. Oggi questo avviene attraverso le forniture di armi, e continuerà a essere così in futuro. Inoltre, dobbiamo garantire una sicurezza duratura, e su questo abbiamo già avuto numerose discussioni», ha chiarito il tedesco aggiungendo però che l’Ue non dovrebbe «fare il terzo e il quarto passo prima del primo», riferendosi alla possibilità di inviare forze di pace sul territorio ucraino. Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, anche lei in occasione del summit Ue-Balcani ha detto: «L’interferenza illegale della Russia ha reso l’allargamento una necessità geopolitica e strategica». Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha spiegato che «l’Ucraina deve essere messa in una posizione di forza, per poi decidere quando e come aprire i negoziati: se ora iniziamo a parlare fra di noi su che forma prenderà la pace, rendiamo la vita molto facile ai russi, che potranno rilassarsi, fumarsi un sigaro e seguire il nostro dibattito in televisione». Anche per questo motivo le tensioni non accennano a placarsi. Due bombardieri strategici portamissili Tu-95ms dell’aviazione russa hanno volato nello spazio aereo sopra le acque neutrali dei mari di Bering e dei Ciukci, vicino alla costa occidentale dell’Alaska. Un viaggio «pianificato» secondo il ministero della Difesa di Mosca. «Tutti i voli degli aerei delle forze aerospaziali russe vengono effettuati nel rigoroso rispetto delle regole internazionali», ha chiarito il ministero russo. Accuse e controaccuse. Il presidente ucraino, pubblicando un video in cui si vedono truppe nordcoreane uccise al fronte, ha denunciato: «Anche dopo anni di guerra quando pensavamo che i russi non potessero essere più cinici, vediamo qualcosa di ancora peggiore. La Russia non solo invia le truppe nordcoreane per assaltare le posizioni ucraine ma cerca anche di nascondere le perdite bruciando i volti dei soldati nordcoreani uccisi in battaglia». Poi Kiev respinge le accuse russe secondo cui i droni ucraini avrebbero ripetutamente sganciato fosforo bianco lo scorso settembre, sottolineando di aver rispettato con attenzione gli obblighi internazionali in materia di controllo degli armamenti. Intanto l’assassinio del generale russo Igor Kirillov, rivendicato da Kiev e considerato dal Cremlino un atto di terrorismo, ha scatenato le ire di Mosca che trovano nell’ex presidente Dmitry Medvedev il massimo dell’espressione: «Se il generale Kirillov era un obiettivo militare legittimo, lo sono anche tutti i funzionari della Nato che hanno preso la decisione sull’assistenza militare all’Ucraina e stanno partecipando a una guerra ibrida o convenzionale contro la Russia». Nel frattempo sull’uccisione di Kirillov vengono fuori nuovi dettagli. L’autore del doppio omicidio del generale e del suo assistente sarebbe un cittadino uzbeko di 29 anni che è stato arrestato dall’Fsb, il Servizio di sicurezza federale russo. È stato accusato di omicidio, attacco terroristico e traffico illegale di armi e munizioni. L’uomo avrebbe dichiarato di essere stato reclutato dai servizi segreti ucraini e, seguendo le loro istruzioni, sarebbe giunto a Mosca dove avrebbe ricevuto un potente ordigno esplosivo artigianale. Poi lo avrebbe posizionato su un monopattino elettrico parcheggiato vicino all’ingresso della casa di Kirillov. Per l’uzbeko, in cambio dell’attentato, sarebbero stati promessi 100.000 dollari e un viaggio in uno dei Paesi dell’Ue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-crimea-donbass-sono-perduti-2670492148.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-fiuta-le-paure-di-putin-e-cambia-tattica" data-post-id="2670492148" data-published-at="1734554961" data-use-pagination="False"> Trump fiuta le paure di Putin e cambia tattica Qualcosa sta iniziando a cambiare nell’atteggiamento di Donald Trump sul dossier ucraino. Il 17 novembre, fu riportato che Joe Biden aveva autorizzato l’Ucraina a usare i missili Atacms in territorio russo. Una notizia significativa, rispetto a cui il presidente americano in pectore rimase in silenzio. Non solo. Nelle settimane immediatamente successive, alcuni esponenti del suo team, dal consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz all’inviato speciale per l’Ucraina Keith Kellogg, non si erano mostrati in disaccordo con la mossa di Biden, ritenendo che essa avrebbe dato a Trump maggiore leva durante i negoziati con Mosca. Addirittura, il 24 novembre, Waltz disse che, sulle questioni internazionali, la squadra del tycoon lavorava «a stretto contatto» con quella di Biden.Eppure, dopo quasi un mese dalla notizia dell’ok agli Atacms, Trump ha invertito la rotta. Il 12 dicembre, nella sua intervista a Time, ha preso nettamente le distanze dall’attuale inquilino della Casa Bianca. «Sono fortemente in disaccordo con l’invio di missili a centinaia di miglia in Russia», ha dichiarato. Una posizione che Trump ha ribadito lunedì scorso. Interpellato sull’autorizzazione data da Biden all’uso dei missili, ha replicato: «Non credo che ciò avrebbe dovuto essere consentito». Quando poi gli è stato chiesto se abbia intenzione di revocare la misura, ha risposto: «Potrei. Penso che sia stata una cosa molto stupida da fare». Lo stesso Waltz, parlando domenica alla Cbs di eventuali limitazioni all’Ucraina sull’uso di determinate armi, ha detto: «Un assegno in bianco semplicemente non è una strategia».Insomma, dopo quasi un mese di silenzio-assenso, il presidente americano in pectore ha esplicitamente criticato la mossa di Biden sugli Atacms. Che cosa sta succedendo? Va innanzitutto detto che fa parte della strategia negoziale di Trump il cambiare posizione repentinamente: si tratta di un modo che il tycoon utilizza per spiazzare gli interlocutori e metterli sotto pressione. Tanto più che Trump non ha rinunciato alla sua ambiguità strategica. Prova ne è il fatto che, come abbiamo visto, non ha dichiarato esplicitamente che abrogherà la decisione di Biden. Ha parlato in modo più vago, dicendo: «Potrei». Il tycoon lancia così un duplice avvertimento: a Vladimir Putin dice di non dare la revoca per scontata, mentre a Volodymyr Zelensky fa capire che, se non si siederà al tavolo delle trattative, potrebbe bloccare l’autorizzazione all’uso degli Atacms in territorio russo.C’è poi una seconda ipotesi che potrebbe spiegare il mutamento di Trump: un’ipotesi che non necessariamente cozzerebbe, in caso, con la prima. Il tycoon sa bene che, nelle ultimissime settimane, il quadro è cambiato. Putin si è ritrovato all’improvviso con un’influenza assai ridotta in Siria. Inoltre, martedì il servizio di sicurezza ucraino ha rivendicato l’attentato a Igor Kirillov: il militare russo più alto in grado ucciso da quando Mosca ha iniziato l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Trump teme che, di fronte a queste novità, Putin possa irrigidirsi in vista dei negoziati.Primo: in Siria lo smacco è stato significativo. E adesso lo zar punta quasi tutte le sue carte sulla guerra con l’Ucraina. In secondo luogo, Putin teme per la solidità della propria leadership interna. L’uccisione di Kirillov è avvenuta a pochi chilometri dal Cremlino e ha evidenziato falle nella gestione della sicurezza. Del resto, è chiaro che, prendendo di mira un militare di quel livello, l’obiettivo fosse (anche) quello di creare turbolenze intorno allo zar. In vista dei negoziati, Trump teme dunque uno scenario ben preciso: e, cioè, che Putin possa ritenere che la posta in gioco non sia rappresentata dalle trattative sui territori ma dal suo stesso futuro personale e politico. D’altronde, nel 2022, l’Atlantic riportò che Putin è perseguitato da un’ossessione: fare la fine di Muammar Gheddafi. Agli occhi di Trump, è chiaro che, se lo zar vedesse in prospettiva l’eventualità di un regime change ai suoi danni, si configurerebbero due rischi. Primo: i margini di manovra dal punto di vista diplomatico si ridurrebbero enormemente. Secondo: perseguitato dallo spettro di Gheddafi, Putin potrebbe ricorrere a scelte estreme. Sarà un caso, ma, l’altro ieri, la Duma ha approvato un disegno di legge che mira a inasprire le pene per chi compia ribellioni armate.Ora, è evidente come Trump non punti assolutamente a un regime change: già durante il primo mandato, il tycoon si è sempre opposto a questa pratica, da lui considerata eccessivamente dispendiosa e foriera di caos. Non a caso, ha recentemente detto di non perseguirlo neanche nei confronti di quell’Iran su cui vuole comunque reimporre la politica della «massima pressione». Il punto è che, ragionano verosimilmente nel team del tycoon, Putin potrebbe temere comunque quello scenario. Il che farebbe deragliare le trattative in partenza. Trump ha quindi un problema non facile da risolvere. Da una parte, se vuole salvaguardare il processo diplomatico, deve evitare che lo zar tema per il proprio futuro politico e personale. Dall’altra, sa di non potersi permettere un appeasement verso Mosca, visto che, a causa di un effetto domino, lo pagherebbe in altri contesti (a partire dall’Indo-pacifico). Senza trascurare che il tycoon aspetta anche di capire come si collocheranno i vari Paesi della Nato rispetto alle trattative. Il rebus è complicato. E, per avere successo, Trump punta a dosare dialogo e minaccia nei confronti di tutte le parti coinvolte. Più o meno direttamente.
Ansa
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?
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«Scarpetta» (Amazon Prime Video)
La celebre anatomopatologa dei romanzi di Patricia Cornwell diventa protagonista di una serie Amazon. Nicole Kidman interpreta Kay Scarpetta in otto episodi che riprendono l’universo narrativo del crime letterario, tra indagini forensi e un caso riemerso dal passato.
Quando, nel 1994, Postmortem è comparso sugli scaffali delle librerie, Kay Scarpetta era nessuno: un prodotto di fantasia, rimasto recluso a lungo nella mente della sua scrittrice. Il tempo le ha dato sostanza, una forma che i tanti romanzi successivi avrebbero reso familiare. Bionda, le proporzioni generose e femminili, ha gli occhi azzurri e il più classico senso estetico. Ama il bello Kay Scarpetta, quando il bello non fa rumore. Non porta gioielli, grandi firme. Ha una passione genuina per le cose semplici, quelle classiche. Ed è così, con i suoi abiti eleganti, scelti perché possano enfatizzare curve che non rinnega, che ha camminato fra le pagine dei suoi libri, per anni arrivati a trenta. Kay Scarpetta, nata dal guizzo creativo di Patricia Cornwell, è stata protagonista di ventinove romanzi. Infine, Amazon ha deciso di prendere quel bagaglio immenso di letteratura e condensarlo all'interno di una serie televisiva.
Scarpetta, al debutto online mercoledì 11 marzo, non è l'adattamento di un solo libro, ma la sublimazione di un'intera carriera, di quei trent'anni di parole e fatti divenuti pietre miliari del genere crime. Non è più quella degli esordi, Kay Scarpetta. Gli anta li ha passati da un po', il volto segnato dal tempo. Porta i capelli raccolti e gli occhiali, sotto le lenti gli occhi di sempre, blue profondo. Più magra di quanto Patricia Cornwell l'aveva immaginata, ha il corpo agile e lo sguardo furbo. Negli otto episodi della serie televisiva, a muovere entrambi è Nicole Kidman, che tanto ha preso a cuore la parte da aver deciso di studiare, gomito e gomito, con un medico legale. Kay Scarpetta non è, infatti, una detective, ma un'anatomopatologa forense, capo - nei romanzi - dell'Istituto di Medicina Legale della Virginia. Fatto, questo, che ha spinto l'attrice a voler approfondire la materia. Nicole Kidman, ospite negli Stati Uniti di Jimmy Fallon, ha spiegato di aver assistito a decine di autopsie per prepararsi alla parte. Così tante da poter aprire, a oggi, un corpo umano, tirando fuori ogni organo si trovi al suo interno e nominandolo senza indugi: come farebbe Kay Scarpetta, la cui professione ha consentito alla Cornwell di riscrivere le regole del crime, infilando tra le pagine dei propri romanzi un'accuratezza scientifica allora inesistente. La Scarpetta, in ogni libro, ha arricchito il giallo con i dettagli di un mestiere a tratti disturbante. Metformina, bisturi, cadaveri numerati, dentro loculi gelati. Dando un nome alla morte, ha trovato sempre una ragione. E il tempo è passato, consentendo ad Amazon di avere una trentina di casi cui attingere per la serie tv.
Non ne è stato scelto uno. Si è optato, invece, per riportare a galla un'indagine del passato, una che, ai tempi, si diceva avesse dato lustro e slancio alla carriera di Kay Scarpetta: un serial killer che, ventotto anni dopo essere stato identificato, sembra, però, ripresentarsi. Allora, sarà Nicole Kidman ad indagare, accanto a lei, Bobby Cannavale nei panni del fidato detective Pete Marino. I due dovranno ripercorrere ogni passo di quell'indagine, riportando a galla i mostri dell'epoca, i fantasmi che credevano sepolti. Questo, tanto sul fronte professionale quanto su quello personale, agitato, per Kay Scarpetta, dal rapporto con la sorella (Jamie Lee Curtis).
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Ansa
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
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