True
2023-04-24
Oro giallo
(IStock)
Lo zafferano si ricava dal fiore del Crocus sativus, pianta della famiglia delle Iridacee anche nota come zafferano vero. La pianta si eleva fino a circa 30 cm dal terreno in cerca del bacio del sole e poi sboccia in autunno in quattro bei grandi fiori, ognuno con tre stigmi che poi si raccolgono insieme agli steli, il tutto si secca e si usa come condimento e anche colorante. La pianta coltivata è l’addomesticazione di una selvatica che forse - non vi è certezza - è il Crocus cartwrightianus di Creta sottoposto a intensa selezione per ottenere stigmi più lunghi, forse il Crocus thomasii o il Crocus pallasii. Essa si espande dalla Grecia nel resto del mondo, diventando ben presto la spezia più pregiata e, in Occidente e nel Medioevo, l’unica spezia commerciata di provenienza indigena. Dalla fine del Medioevo iniziamo a coltivare lo zafferano anche noi e oggi ne produciamo tra i 450 e i 600 kg annui. Abbiamo i Dop, Zafferano dell’Aquila Dop, Zafferano di San Gimignano Dop e Zafferano di Sardegna Dop, ma lo produciamo, altrettanto magnifico, anche in Umbria, Toscana, Marche, Emilia Romagna, Sicilia, Campania, Piemonte e Lombardia. Oggi la produzione iraniana di zafferano rappresenta il 90% di quella mondiale, quindi aiutiamo la nostra economia e compriamolo italiano. Il caratteristico sapore dello zafferano è dovuto alla picrocrocina, il tipico odore al safranale, il leggendario colore alla crocina che, molecola simil Re Mida, trasforma non in oro, ma nel colore dell’oro tutto ciò che tocca. In base al contenuto di queste molecole, lo standard internazionale Iso 3632 stabilisce la categoria qualitativa di zafferano valutando anche la percentuale del contenuto che non proviene dagli stigmi («contenuto in scarti floreali») e di altre sostanze estranee come materiali inorganici (le «ceneri» residue dopo la combustione del campione).
Lo zafferano è una pianta sterile e si riproduce per mano umana: il cormo viene diviso in quattro e ripiantato, dando così luogo a un massimo di una decina di piccoli cormi che nella stagione successiva diventeranno nuove piante. I fiori, da cui gli stigmi, fioriscono in autunno e vanno raccolti velocemente perché appassiscono al tramonto della stessa giornata di fioritura: con 150 fiori otteniamo 1 g di pistilli secchi, con 1 kg di fiori 72 g di zafferano umido e poi 12 secco, poiché da 1 fiore si ricavano circa 30 mg di zafferano fresco o 7 mg secco. Lo zafferano secco è molto sensibile alla luce e ai mutamenti di ph, perciò va conservato in contenitori ermetici e al buio, resiste invece bene al calore. Non datevi alla raccolta amatoriale di presunti fiori di zafferano se non siete esperti, incorrete nel rischio di intossicarvi col cosiddetto zafferano falso, il Colchicum, un veleno assoluto per il quale non esiste antidoto. La storia dello zafferano è antica e lo è anche quella della sua adulterazione: chi in Europa vendeva curcuma, paprica, barbabietola e stami di croco da soli spacciandoli per zafferano o li usava per allungare lo zafferano vero nel Medioevo veniva giustiziato ai sensi del codice Safranschou. Allo zafferano si attribuiscono poteri antisettici, antidepressivi e anticonvulsivanti, certo è l’effetto digestivo, nonché quello antiossidante.
Un formaggio per omaggiare i Dogi. Così la spezia diede origine al Bagòss
Una caratteristica cromatica della cucina lombarda è il giallo: è giallo il pan meino o pan de mej, un tempo fatto con la farina di miglio, oggi con quella di mais, è giallo il ben più noto risotto alla milanese per via dello zafferano ed è giallo per lo stesso motivo anche il bresciano Bagòss, un formaggio lucente come se fosse fatto d’oro. Il Bagòss è un Pat, un prodotto agroalimentare tradizionale della Lombardia, è un presidio Slowfood ed è stato chiesto il riconoscimento del Dop, una prima volta negli anni Novanta e di nuovo nel 2017 ai sensi dei nuovi regolamenti europei 28/4/2016. Lombardo, sì (e giallo), ma di un preciso punto della Lombardia. Il Bagòss è il formaggio tipico di Bagolino, delizioso paese montano al centro delle Alpi italiane. Bagòss è il nome del cittadino di Bagolino, «bagòssi» al plurale, e vien da dire senza retorica che sia il nome del formaggio poiché cittadino del territorio anch’esso, perché come, per esempio, la fontina in Valle d’Aosta, il territorio, con le sue caratteristiche, sembra letteralmente consustaziarsi nel prodotto. L’area di produzione e stagionatura è quella del Comune di Bagolino, con l’aggiunta di alcune zone confinanti: Malga Gera (Comune censuario di Prestine), Malghe Baremone e Spina con i prati e le Tese sottostanti (Comune censuario di Anfo), Rondenino Alto e Rondenino di Mezzo (Comune censuario di Bienno), Malghe Tonolo, Capre, Marzetta ed i prati in località Prespedè (Comune censuario di Storo-Lodrone). Seppure formalmente fuori dal comune, queste malghe e i loro pascoli, con erbatici simili a quelli di valle, erano (e sono) tappa fissa della monticazione, cioè la salita degli animali e dei pastori e casari a inizio estate in alpeggio, tanto da divenire «malghe da Bagòss»: perciò sono incluse nel territorio di produzione del Bagòss.
Si tratta di uno squisito formaggio semigrasso a lunga stagionatura (minimo 6 mesi) da latte crudo, che si produce tutto l’anno. Ha forma cilindrica, scalzo (il profilo) dritto da 10 a 12 cm, facce piane, diametro tra 40 e 50 cm e peso da 14 a 22 kg, un po’ più grande di una toma di montagna. Il suo sapore è sapido, importante, quasi piccante, l’odore è di zafferano, farina di castagne e fieno, intenso nel Bagòss invernale e ancor più intenso nel Bagòss estivo, fatto col latte delle mucche ai pascoli in quota che trattiene in sé profumi e sapori talvolta più concentrati di quella flora. Il Bagòss invernale, fatto col latte delle mucche che mangiano anche foraggio - sempre locale - è anche detto «invernengo». E il colore? Anche il colore così giallo del Bagòss deriva da... la storia. Onaf, l’Organizzazione Nazionale degli Assaggiatori di Formaggio dedicata anche alla divulgazione della conoscenza di formaggi italiani e stranieri, spiega: «Bisogna risalire, con ogni probabilità, al XVI secolo per collocare le origini del formaggio Bagòss di Bagolino. All’epoca il grazioso comune incorniciato dalle Alpi bresciane si trovava proprio al confine con la Repubblica di Venezia che ne influenzò tanto la cultura quanto le tradizioni. In seguito a un accordo tra gli ambasciatori della Repubblica di Venezia e i Consoli di Bagolino, intenzionati a fornire ai Dogi un formaggio prezioso, dal colore simile all’oro, nella produzione di questo formaggio introdussero lo zafferano, particolarmente diffuso sui mercati veneziani presso i quali si commerciavano prodotti provenienti da ogni parte del mondo. Preparato ancora oggi seguendo la ricetta secolare, è l’unico formaggio dell’arco alpino cui viene aggiunto lo zafferano durante la lavorazione». Un altro formaggio italiano, non alpino, con lo zafferano è il siciliano Piacentinu Ennese Dop, con zafferano coltivato localmente (oltre che grani di pepe). Come si fa il Bagòss?
Dopo una o più munte di vacche di razze tipiche della montagna come Bruna, Grigio Alpina, Rendena e Pezzata Rossa, entro massimo due ore si versa il latte nelle ramine, si attende da 10 a 48 ore l’affioramento della panna, la si rimuove con la spannarola e poi questo latte parzialmente scremato viene trasferito in caldéra (la caldaia di rame) e scaldato - a legna o gas - fino a massimo 37-40°C. Poi si interviene con l’innesto (lattoinnesto, sieroinnesto e fermenti selezionati da solo latte, cagliata o siero del territorio), poi si aggiunge il caglio, poi si taglia la cagliata, prima con la spada, poi con spannarola e spino fino a ottenere granuli grandi come chicchi di riso. Proprio al quarto taglio, si aggiunge lo zafferano e la magia della doratura della pasta si compie. Dopo la rottura della cagliata, si cuoce da 47 a 52 °C per circa 10 minuti e dopo la sosta sotto siero e la compressione manuale si estrae la forma di Bagòss dalla caldaia e si pone in fascera di legno, aiutandosi col telo (mastella), poi ci si preme sopra il tondello, disco di legno su cui si pone il peso di una ventina di chili che aiuta il formaggio a spurgare il siero. L’applicazione della fascetta in plastica intorno allo scalzo è la fase successiva, marchia la forma e la contiene mentre la si gira e rigira, salando, per circa un mese, poi via la fascera e parte la stagionatura di almeno 6 mesi durante i quali la forma si raschia (solo all’inizio), si olia con olio di lino e si volta e rivolta. La crosta del Bagòss non è edibile e il Bagòss è anche detto Grana di Brescia: ha varie stagionature, più è stagionato, più è concentrato e duro e perciò in loco è usato anche come formaggio da grattugia. Fresco, si mangia crudo, a tocchi, oppure a fetta grigliato oppure, ancora, nelle note mericonde (o mariconde o mereconde), sorta di canederli di Lombardia o in polenta (vedi box).
Il Bagòss, col suo zafferano e quella manciata di malghe «diffuse» poco oltre confine comunale dimostra che il concetto di ingredienti e prodotti del territorio può vantare inclusioni che solo all’apparenza contraddicono il preciso perimetro del territorio: il normale acquisto o uso di un ingrediente proveniente da un altro luogo dà a quell’ingrediente una nuova vita locale. Ciò succede allo zafferano quando incontra il Bagòss (e il riso): non è certamente una spezia nata in Lombardia eppure in Lombardia ha trovato e ha conferito, al Bagòss e non soltanto, pensiamo appunto al risotto alla milanese, una consacrazione iconica senza pari.
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Lo zafferano è un antiossidante prezioso, tanto che nel Medioevo veniva giustiziato chi lo adulterava. Oggi il 90% della produzione mondiale proviene dall’Iran, ma l’Italia può vantare prestigiosi Dop.Il formaggio Bagòss, tipico del paese di Bagolino nel Bresciano, nacque nel XVI secolo in seguito a un accordo con gli ambasciatori della Serenissima. Che per l’occasione fornì la sostanza aromatica, molto diffusa a Venezia.Lo speciale contiene due articoli.Lo zafferano si ricava dal fiore del Crocus sativus, pianta della famiglia delle Iridacee anche nota come zafferano vero. La pianta si eleva fino a circa 30 cm dal terreno in cerca del bacio del sole e poi sboccia in autunno in quattro bei grandi fiori, ognuno con tre stigmi che poi si raccolgono insieme agli steli, il tutto si secca e si usa come condimento e anche colorante. La pianta coltivata è l’addomesticazione di una selvatica che forse - non vi è certezza - è il Crocus cartwrightianus di Creta sottoposto a intensa selezione per ottenere stigmi più lunghi, forse il Crocus thomasii o il Crocus pallasii. Essa si espande dalla Grecia nel resto del mondo, diventando ben presto la spezia più pregiata e, in Occidente e nel Medioevo, l’unica spezia commerciata di provenienza indigena. Dalla fine del Medioevo iniziamo a coltivare lo zafferano anche noi e oggi ne produciamo tra i 450 e i 600 kg annui. Abbiamo i Dop, Zafferano dell’Aquila Dop, Zafferano di San Gimignano Dop e Zafferano di Sardegna Dop, ma lo produciamo, altrettanto magnifico, anche in Umbria, Toscana, Marche, Emilia Romagna, Sicilia, Campania, Piemonte e Lombardia. Oggi la produzione iraniana di zafferano rappresenta il 90% di quella mondiale, quindi aiutiamo la nostra economia e compriamolo italiano. Il caratteristico sapore dello zafferano è dovuto alla picrocrocina, il tipico odore al safranale, il leggendario colore alla crocina che, molecola simil Re Mida, trasforma non in oro, ma nel colore dell’oro tutto ciò che tocca. In base al contenuto di queste molecole, lo standard internazionale Iso 3632 stabilisce la categoria qualitativa di zafferano valutando anche la percentuale del contenuto che non proviene dagli stigmi («contenuto in scarti floreali») e di altre sostanze estranee come materiali inorganici (le «ceneri» residue dopo la combustione del campione).Lo zafferano è una pianta sterile e si riproduce per mano umana: il cormo viene diviso in quattro e ripiantato, dando così luogo a un massimo di una decina di piccoli cormi che nella stagione successiva diventeranno nuove piante. I fiori, da cui gli stigmi, fioriscono in autunno e vanno raccolti velocemente perché appassiscono al tramonto della stessa giornata di fioritura: con 150 fiori otteniamo 1 g di pistilli secchi, con 1 kg di fiori 72 g di zafferano umido e poi 12 secco, poiché da 1 fiore si ricavano circa 30 mg di zafferano fresco o 7 mg secco. Lo zafferano secco è molto sensibile alla luce e ai mutamenti di ph, perciò va conservato in contenitori ermetici e al buio, resiste invece bene al calore. Non datevi alla raccolta amatoriale di presunti fiori di zafferano se non siete esperti, incorrete nel rischio di intossicarvi col cosiddetto zafferano falso, il Colchicum, un veleno assoluto per il quale non esiste antidoto. La storia dello zafferano è antica e lo è anche quella della sua adulterazione: chi in Europa vendeva curcuma, paprica, barbabietola e stami di croco da soli spacciandoli per zafferano o li usava per allungare lo zafferano vero nel Medioevo veniva giustiziato ai sensi del codice Safranschou. Allo zafferano si attribuiscono poteri antisettici, antidepressivi e anticonvulsivanti, certo è l’effetto digestivo, nonché quello antiossidante.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zafferano-salute-benessere-2659899301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-formaggio-per-omaggiare-i-dogi-cosi-la-spezia-diede-origine-al-bagoss" data-post-id="2659899301" data-published-at="1682327674" data-use-pagination="False"> Un formaggio per omaggiare i Dogi. Così la spezia diede origine al Bagòss Una caratteristica cromatica della cucina lombarda è il giallo: è giallo il pan meino o pan de mej, un tempo fatto con la farina di miglio, oggi con quella di mais, è giallo il ben più noto risotto alla milanese per via dello zafferano ed è giallo per lo stesso motivo anche il bresciano Bagòss, un formaggio lucente come se fosse fatto d’oro. Il Bagòss è un Pat, un prodotto agroalimentare tradizionale della Lombardia, è un presidio Slowfood ed è stato chiesto il riconoscimento del Dop, una prima volta negli anni Novanta e di nuovo nel 2017 ai sensi dei nuovi regolamenti europei 28/4/2016. Lombardo, sì (e giallo), ma di un preciso punto della Lombardia. Il Bagòss è il formaggio tipico di Bagolino, delizioso paese montano al centro delle Alpi italiane. Bagòss è il nome del cittadino di Bagolino, «bagòssi» al plurale, e vien da dire senza retorica che sia il nome del formaggio poiché cittadino del territorio anch’esso, perché come, per esempio, la fontina in Valle d’Aosta, il territorio, con le sue caratteristiche, sembra letteralmente consustaziarsi nel prodotto. L’area di produzione e stagionatura è quella del Comune di Bagolino, con l’aggiunta di alcune zone confinanti: Malga Gera (Comune censuario di Prestine), Malghe Baremone e Spina con i prati e le Tese sottostanti (Comune censuario di Anfo), Rondenino Alto e Rondenino di Mezzo (Comune censuario di Bienno), Malghe Tonolo, Capre, Marzetta ed i prati in località Prespedè (Comune censuario di Storo-Lodrone). Seppure formalmente fuori dal comune, queste malghe e i loro pascoli, con erbatici simili a quelli di valle, erano (e sono) tappa fissa della monticazione, cioè la salita degli animali e dei pastori e casari a inizio estate in alpeggio, tanto da divenire «malghe da Bagòss»: perciò sono incluse nel territorio di produzione del Bagòss. Si tratta di uno squisito formaggio semigrasso a lunga stagionatura (minimo 6 mesi) da latte crudo, che si produce tutto l’anno. Ha forma cilindrica, scalzo (il profilo) dritto da 10 a 12 cm, facce piane, diametro tra 40 e 50 cm e peso da 14 a 22 kg, un po’ più grande di una toma di montagna. Il suo sapore è sapido, importante, quasi piccante, l’odore è di zafferano, farina di castagne e fieno, intenso nel Bagòss invernale e ancor più intenso nel Bagòss estivo, fatto col latte delle mucche ai pascoli in quota che trattiene in sé profumi e sapori talvolta più concentrati di quella flora. Il Bagòss invernale, fatto col latte delle mucche che mangiano anche foraggio - sempre locale - è anche detto «invernengo». E il colore? Anche il colore così giallo del Bagòss deriva da... la storia. Onaf, l’Organizzazione Nazionale degli Assaggiatori di Formaggio dedicata anche alla divulgazione della conoscenza di formaggi italiani e stranieri, spiega: «Bisogna risalire, con ogni probabilità, al XVI secolo per collocare le origini del formaggio Bagòss di Bagolino. All’epoca il grazioso comune incorniciato dalle Alpi bresciane si trovava proprio al confine con la Repubblica di Venezia che ne influenzò tanto la cultura quanto le tradizioni. In seguito a un accordo tra gli ambasciatori della Repubblica di Venezia e i Consoli di Bagolino, intenzionati a fornire ai Dogi un formaggio prezioso, dal colore simile all’oro, nella produzione di questo formaggio introdussero lo zafferano, particolarmente diffuso sui mercati veneziani presso i quali si commerciavano prodotti provenienti da ogni parte del mondo. Preparato ancora oggi seguendo la ricetta secolare, è l’unico formaggio dell’arco alpino cui viene aggiunto lo zafferano durante la lavorazione». Un altro formaggio italiano, non alpino, con lo zafferano è il siciliano Piacentinu Ennese Dop, con zafferano coltivato localmente (oltre che grani di pepe). Come si fa il Bagòss? Dopo una o più munte di vacche di razze tipiche della montagna come Bruna, Grigio Alpina, Rendena e Pezzata Rossa, entro massimo due ore si versa il latte nelle ramine, si attende da 10 a 48 ore l’affioramento della panna, la si rimuove con la spannarola e poi questo latte parzialmente scremato viene trasferito in caldéra (la caldaia di rame) e scaldato - a legna o gas - fino a massimo 37-40°C. Poi si interviene con l’innesto (lattoinnesto, sieroinnesto e fermenti selezionati da solo latte, cagliata o siero del territorio), poi si aggiunge il caglio, poi si taglia la cagliata, prima con la spada, poi con spannarola e spino fino a ottenere granuli grandi come chicchi di riso. Proprio al quarto taglio, si aggiunge lo zafferano e la magia della doratura della pasta si compie. Dopo la rottura della cagliata, si cuoce da 47 a 52 °C per circa 10 minuti e dopo la sosta sotto siero e la compressione manuale si estrae la forma di Bagòss dalla caldaia e si pone in fascera di legno, aiutandosi col telo (mastella), poi ci si preme sopra il tondello, disco di legno su cui si pone il peso di una ventina di chili che aiuta il formaggio a spurgare il siero. L’applicazione della fascetta in plastica intorno allo scalzo è la fase successiva, marchia la forma e la contiene mentre la si gira e rigira, salando, per circa un mese, poi via la fascera e parte la stagionatura di almeno 6 mesi durante i quali la forma si raschia (solo all’inizio), si olia con olio di lino e si volta e rivolta. La crosta del Bagòss non è edibile e il Bagòss è anche detto Grana di Brescia: ha varie stagionature, più è stagionato, più è concentrato e duro e perciò in loco è usato anche come formaggio da grattugia. Fresco, si mangia crudo, a tocchi, oppure a fetta grigliato oppure, ancora, nelle note mericonde (o mariconde o mereconde), sorta di canederli di Lombardia o in polenta (vedi box). Il Bagòss, col suo zafferano e quella manciata di malghe «diffuse» poco oltre confine comunale dimostra che il concetto di ingredienti e prodotti del territorio può vantare inclusioni che solo all’apparenza contraddicono il preciso perimetro del territorio: il normale acquisto o uso di un ingrediente proveniente da un altro luogo dà a quell’ingrediente una nuova vita locale. Ciò succede allo zafferano quando incontra il Bagòss (e il riso): non è certamente una spezia nata in Lombardia eppure in Lombardia ha trovato e ha conferito, al Bagòss e non soltanto, pensiamo appunto al risotto alla milanese, una consacrazione iconica senza pari.
Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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Francesca Lollobrigida trionfa davanti alla canadese Valerie Maltais nella gara dei 3000 metri femminili di pattinaggio di velocità ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Milano-Cortina regala subito grandi emozioni all’Italia. Dopo le prime medaglie nello sci con l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris nella discesa libera maschile, arriva anche il primo oro della spedizione azzurra, grazie a Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità.
La pattinatrice laziale, nel giorno del suo 35° compleanno, ha conquistato la medaglia nei 3000 metri, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 3:54.28. La prova di Lollobrigida è stata straordinaria fin dalle prime manche: «Ultime due in gara per capire quale sarà il metallo della medaglia di Francesca Lollobrigida», si leggeva durante la gara, mentre lei continuava a segnare tempi inarrivabili per le avversarie. Alla fine, la canadese Valerie Maltais si è dovuta arrendere al miglior tempo della giornata, mentre l’argento è andato alla Norvegia e il bronzo al Canada. Subito dopo aver realizzato di aver conquistato il metallo più prezioso, Lollobrigida è corsa incontro al figlio di due anni e mezzo, Tommaso, per abbracciarlo e festeggiare insieme a lui. Una scena che si candida a entrare di diritto tra gli highlights più belli ed emozionanti di questi Giochi. Il trionfo di Lollobrigida completa una giornata intensa per l’Italia tra neve e ghiaccio. Nello sci maschile, Franzoni e Paris avevano già regalato due podi nella discesa libera di Bormio, rispettivamente argento e bronzo, con lo svizzero Franjo von Allmen sul gradino più alto del podio.
Tra le altre competizioni, nello slopestyle maschile a Livigno Snow Park Miro Tabanelli non è riuscito a qualificarsi per la finale, chiudendo diciassettesimo con 51.93 punti. La sessione è stata dominata dai norvegesi, con Birk Ruud e Tormod Frostad al comando.
Intanto, tra le donne dello sci alpino, Federica Brignone sarà al via della discesa libera di domani domenica 8 febbraio, accanto a Sofia Goggia, Nicol Delago e Laura Pirovano. «Per Brignone è la seconda discesa olimpica della carriera: nel 2018 a PyeongChang si ritirò. Goggia è invece alla terza esperienza dopo l’oro di PeyongChang 2018 e l’argento di Pechino 2022, così come Delago, mentre per Pirovano si tratta di una prima assoluta», si legge nelle note tecniche dello staff azzurro.
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