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2024-02-24
Ursula «stravede» per le aziende tedesche
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ursula von der Leyen una ne pensa e cento ne incontra (di aziende): ora che è ufficialmente in campagna elettorale per il secondo mandato alla guida della Commissione europea, la presidente uscente sta moltiplicando i colloqui con i boss delle grandi imprese del continente e lobbisti. Lo rivela Politico.eu, con un’inchiesta che squarcia il velo dei soliti discorsi demagogici di qualunque esponente politico in campagna elettorale e va direttamente al sodo, snocciolando i dati delle riunioni alla quali la Von der Leyen ha presenziato, e paragonandole con quelle del suo predecessore. «Le informazioni sulle lobby», scrive Politico, «suggeriscono che la porta della Von der Leyen a Bruxelles è stata più aperta alle aziende tedesche durante il suo primo mandato». Tra il 2019 e il 2024, in particolare, Ursula von der Leyen e il suo governo hanno incontrato gruppi e compagnie di varie nazionalità. Al primo posto con il 18,4% ci sono imprese della Germania, patria di Ursula; seguono gli Stati Uniti con il 13,9% di riunioni; al terzo posto aziende e compagnie francesi, con il 13,1% delle riunioni; al quarto gli svedesi con il 9,3%; a seguire belgi (5,9%), olandesi (5,9%), danesi (4,8%), britannici (4,5%), italiani (4%), finlandesi (3,7%), spagnoli (3,7%), e via così. Il lussemburghese Jean-Claude Juncker, predecessore della von der Leyen al vertice della Commissione, nel corso del suo mandato, tra il 2014 e il 2019, ha incontrato solo 61 organizzazioni rispetto alle 163 della von der Leyen. Se il primo posto in termini di tempo riservato dalla von der Leyen e dal suo governo alle imprese tedesche non sorprende, considerato che la Germania è la più grande economia europea, fa impressione che al secondo posto ci siano gli Stati Uniti. «Non per niente Washington è una grande fan della Von der Leyen», commenta non senza ironia Politico, sottolineando quello che gli osservatori sanno molto bene: Ursula, come abbiamo avuto modo di constatare in questi due anni di guerra tra Russia e Ucraina, è stata molto attenta agli ordini che arrivavano dalla Casa Bianca, portando l’Europa a sostenere militarmente Kiev con investimenti di miliardi e miliardi di euro. Del resto, inutile essere ipocriti, in Occidente funziona così: se un governo vuole durare, deve seguire agli Stati Uniti, e evidentemente la Von der Leyen ha intenzione di durare altri cinque anni al vertice dell’Europa, e così, oltre ad allinearsi sulle strategie geopolitiche, non fa attendere troppo i lobbisti e gli industriali Usa che la vogliono incontrare. Come potete facilmente intuire, anche le giravolte sul green sono accompagnate da sostanziosi meeting con gli affari al centro dei colloqui: «La Von der Leyen», scrive Politico, «si sta facendo in quattro per ridurre i piani di regolamentazione, sia per il clima che per la salute umana che erano una parte fondamentale del suo programma. Martedì scorso, ad Anversa, si è intrattenuta con gli amministratori delegati delle grandi imprese che hanno presentato il loro piano per una nuova politica industriale guidato dal Cefic. Le informazioni dall’interno della sala erano scarse, ma dalle dichiarazioni della Von der Leyen sappiamo che la presidente sembra preferire la compagnia del settore privato: il 72% delle organizzazioni con cui si è incontrata erano aziende o associazioni di categoria». Il Cefic, acronimo del francese Conseil européen des fédérations de l’industrie chimique, è il Consiglio europeo delle industrie chimiche, e rappresenta 29.000 grandi, medie e piccole compagnie chimiche in Europa. «La Von der Leyen tiene incontri con una vasta gamma di associazioni imprenditoriali e rappresentanti dell’industria», ha dichiarato la portavoce della Commissione Arianna Podesta, che ha citato i regolari colloqui della presidente con i sindacati e l’associazione Business europe durante i vertici sociali tripartiti, nonché i dialoghi sulla transizione pulita. La portavoce, riferisce Politico, ha tuttavia sottolineato che gli incontri con la Von der Leyen e il suo gabinetto «non sono fissati in considerazione del Paese in cui si trovano. Le riunioni della Presidente e del suo Gabinetto riflettono pienamente le priorità politiche della Commissione», ha dichiarato. La transizione tecnologica della Ue è una di queste priorità, ha aggiunto la Podesta, evidenziando come molti degli incontri della Von der Leyen si sono svolti anche durante l’epidemia di Covid, quando la «nazionalità dei partecipanti non ha giocato alcun ruolo, ma solo la loro rilevanza per le azioni che la Commissione deve intraprendere». E il resto della Commissione? Il commissario per il Mercato unico Thierry Breton, francese, «si incontra in modo sproporzionato con altri dirigenti francesi», rivela Politico, che pubblica un grafico nel quale si vede che Breton ha riservato la maggior parte dei suoi incontri ai compatrioti, poi ai tedeschi e molto meno agli americani. In sostanza, siamo di fronte a una attività frenetica, che non ha certamente nulla di illegale, ma che dice molto di come Ursula von der Leyen e il suo governo abbiano agende piene zeppe di incontri e riunioni con gruppi industriali e lobbisti. È la politica, bellezza, e non possiamo farci niente. O quasi.
E in Polonia aiuta il governo amico: sbloccati 134 miliardi di fondi Ue
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato ieri che la Commissione sbloccherà i 134 miliardi di euro destinati alla Polonia, la cui erogazione era bloccata da tempo per le presunte violazioni delle regole europee sullo stato di diritto da parte del precedente governo.
Da Varsavia, dove ha parlato in conferenza stampa assieme al nuovo premier polacco Donald Tusk e al presidente di turno dell’Ue, il belga Alexander De Croo, von der Leyen ha detto che «La prossima settimana il Collegio presenterà due decisioni sui fondi europei attualmente bloccati per la Polonia».
I fondi in via di sblocco sono relativi a due tipi di finanziamento, quello per le politiche di coesione, per 74 miliardi, e quello relativo al Recovery & resilience Fund per altri 60 miliardi. Si tratta di cifre che sinora non hanno influito sulle finanze pubbliche della Polonia, poiché si tratta di impegni di spese future su un arco temporale che arriva al 2030.
Per quanto riguarda il programma Rrf, si tratta del Pnrr polacco, per il quale già a dicembre, pochi giorni dopo la formazione del nuovo governo, il premier Donald Tusk si era affrettato a chiedere l’erogazione della prima tranche di 6,3 dei 60 miliardi complessivi a disposizione di Varsavia, tra sovvenzioni e prestiti. «Questa è una grande notizia per il popolo polacco e per l’Europa, e questo è il vostro risultato», ha detto von der Leyen, rivolgendosi a Tusk.
I fondi diretti alla Polonia erano stati bloccati negli anni scorsi in relazione alla riforma del sistema giudiziario attuata dal precedente governo, guidato dal partito Diritto e Giustizia (PiS). La Commissione aveva chiesto al governo polacco di ritirare le riforme per ripristinare l’indipendenza della magistratura. Ma sinora Varsavia non aveva convinto la Commissione sbloccare i fondi. Il miracolo è riuscito al neo-premier Tusk, che a dicembre ha presentato un piano d’azione, ancora non attuato, con ben nove provvedimenti che modificheranno sostanzialmente, quando saranno attuati, il sistema giudiziario polacco secondo i dettami di Bruxelles.
I rapporti tra Varsavia e Bruxelles dunque sembrano avviati alla distensione, dopo anni di confronti aspri tra il governo del partito conservatore PiS, durato otto anni, e la Commissione a guida von der Leyen. Il nuovo governo di centro-sinistra sembra certo più affine al corso politico dell’Unione. La mossa della Presidente della Commissione, dal punto di vista politico, è perfettamente comprensibile. Con lo sblocco dei fondi, von der Leyen aiuta a rafforzare internamente un governo gradito a Bruxelles, quello di Donald Tusk, da poco al potere sulla base di una maggioranza politica fragile nel paese. Niente di meglio di una iniezione di spesa pubblica per tenere a galla l’economia e generare consenso (la Polonia è un percettore netto di fondi dall’Unione europea). Allo stesso tempo, von der Leyen si assicura il supporto della Polonia nella sua corsa per ottenere un secondo mandato come presidente della Commissione.
Già lunedì scorso, infatti, Tusk aveva annunciato che il suo partito, Piattaforma Civica (che al Parlamento europeo è nel gruppo del Ppe) sosterrà la candidatura di von der Leyen come presidente della prossima Commissione, dopo le elezioni del prossimo giugno. Manovre di reciproca sponda, insomma, che sollevano più di qualche dubbio sulle tanto celebrate «regole» europee e sulla discrezionalità di cui palazzo Berlaymont fa ampio uso. Proprio due giorni fa la Corte dei conti europea aveva sottolineato come il blocco dei fondi alla Polonia non sia stato deciso sulla base del regolamento sullo stato di diritto, sollevando dubbi sulla trasparenza delle decisioni della Commissione.
Oltre alla personale campagna elettorale di Ursula von der Leyen, sulla decisione di sbloccare i fondi alla Polonia ha pesato certamente anche la guerra tra Russia e Ucraina. La Polonia è a ridosso della prima linea del conflitto e all’Unione europea (e alla Nato) serve che Varsavia non defletta dal sostegno alla difesa ucraina.
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Il 20% delle imprese incontrate dal presidente della Commissione è del suo Paese. Seguono gruppi Usa, francesi e svedesi. A Bruxelles negli ultimi 5 anni i vertici con lobbisti e imprenditori sono triplicati. E ora che vuole la rielezione accelera ancora.In Polonia la presidente della Commissione Ue sblocca 134 miliardi di fondi per il governo «amico» di Donald Tusk.Lo speciale contiene due articoli.Ursula von der Leyen una ne pensa e cento ne incontra (di aziende): ora che è ufficialmente in campagna elettorale per il secondo mandato alla guida della Commissione europea, la presidente uscente sta moltiplicando i colloqui con i boss delle grandi imprese del continente e lobbisti. Lo rivela Politico.eu, con un’inchiesta che squarcia il velo dei soliti discorsi demagogici di qualunque esponente politico in campagna elettorale e va direttamente al sodo, snocciolando i dati delle riunioni alla quali la Von der Leyen ha presenziato, e paragonandole con quelle del suo predecessore. «Le informazioni sulle lobby», scrive Politico, «suggeriscono che la porta della Von der Leyen a Bruxelles è stata più aperta alle aziende tedesche durante il suo primo mandato». Tra il 2019 e il 2024, in particolare, Ursula von der Leyen e il suo governo hanno incontrato gruppi e compagnie di varie nazionalità. Al primo posto con il 18,4% ci sono imprese della Germania, patria di Ursula; seguono gli Stati Uniti con il 13,9% di riunioni; al terzo posto aziende e compagnie francesi, con il 13,1% delle riunioni; al quarto gli svedesi con il 9,3%; a seguire belgi (5,9%), olandesi (5,9%), danesi (4,8%), britannici (4,5%), italiani (4%), finlandesi (3,7%), spagnoli (3,7%), e via così. Il lussemburghese Jean-Claude Juncker, predecessore della von der Leyen al vertice della Commissione, nel corso del suo mandato, tra il 2014 e il 2019, ha incontrato solo 61 organizzazioni rispetto alle 163 della von der Leyen. Se il primo posto in termini di tempo riservato dalla von der Leyen e dal suo governo alle imprese tedesche non sorprende, considerato che la Germania è la più grande economia europea, fa impressione che al secondo posto ci siano gli Stati Uniti. «Non per niente Washington è una grande fan della Von der Leyen», commenta non senza ironia Politico, sottolineando quello che gli osservatori sanno molto bene: Ursula, come abbiamo avuto modo di constatare in questi due anni di guerra tra Russia e Ucraina, è stata molto attenta agli ordini che arrivavano dalla Casa Bianca, portando l’Europa a sostenere militarmente Kiev con investimenti di miliardi e miliardi di euro. Del resto, inutile essere ipocriti, in Occidente funziona così: se un governo vuole durare, deve seguire agli Stati Uniti, e evidentemente la Von der Leyen ha intenzione di durare altri cinque anni al vertice dell’Europa, e così, oltre ad allinearsi sulle strategie geopolitiche, non fa attendere troppo i lobbisti e gli industriali Usa che la vogliono incontrare. Come potete facilmente intuire, anche le giravolte sul green sono accompagnate da sostanziosi meeting con gli affari al centro dei colloqui: «La Von der Leyen», scrive Politico, «si sta facendo in quattro per ridurre i piani di regolamentazione, sia per il clima che per la salute umana che erano una parte fondamentale del suo programma. Martedì scorso, ad Anversa, si è intrattenuta con gli amministratori delegati delle grandi imprese che hanno presentato il loro piano per una nuova politica industriale guidato dal Cefic. Le informazioni dall’interno della sala erano scarse, ma dalle dichiarazioni della Von der Leyen sappiamo che la presidente sembra preferire la compagnia del settore privato: il 72% delle organizzazioni con cui si è incontrata erano aziende o associazioni di categoria». Il Cefic, acronimo del francese Conseil européen des fédérations de l’industrie chimique, è il Consiglio europeo delle industrie chimiche, e rappresenta 29.000 grandi, medie e piccole compagnie chimiche in Europa. «La Von der Leyen tiene incontri con una vasta gamma di associazioni imprenditoriali e rappresentanti dell’industria», ha dichiarato la portavoce della Commissione Arianna Podesta, che ha citato i regolari colloqui della presidente con i sindacati e l’associazione Business europe durante i vertici sociali tripartiti, nonché i dialoghi sulla transizione pulita. La portavoce, riferisce Politico, ha tuttavia sottolineato che gli incontri con la Von der Leyen e il suo gabinetto «non sono fissati in considerazione del Paese in cui si trovano. Le riunioni della Presidente e del suo Gabinetto riflettono pienamente le priorità politiche della Commissione», ha dichiarato. La transizione tecnologica della Ue è una di queste priorità, ha aggiunto la Podesta, evidenziando come molti degli incontri della Von der Leyen si sono svolti anche durante l’epidemia di Covid, quando la «nazionalità dei partecipanti non ha giocato alcun ruolo, ma solo la loro rilevanza per le azioni che la Commissione deve intraprendere». E il resto della Commissione? Il commissario per il Mercato unico Thierry Breton, francese, «si incontra in modo sproporzionato con altri dirigenti francesi», rivela Politico, che pubblica un grafico nel quale si vede che Breton ha riservato la maggior parte dei suoi incontri ai compatrioti, poi ai tedeschi e molto meno agli americani. In sostanza, siamo di fronte a una attività frenetica, che non ha certamente nulla di illegale, ma che dice molto di come Ursula von der Leyen e il suo governo abbiano agende piene zeppe di incontri e riunioni con gruppi industriali e lobbisti. È la politica, bellezza, e non possiamo farci niente. 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Da Varsavia, dove ha parlato in conferenza stampa assieme al nuovo premier polacco Donald Tusk e al presidente di turno dell’Ue, il belga Alexander De Croo, von der Leyen ha detto che «La prossima settimana il Collegio presenterà due decisioni sui fondi europei attualmente bloccati per la Polonia». I fondi in via di sblocco sono relativi a due tipi di finanziamento, quello per le politiche di coesione, per 74 miliardi, e quello relativo al Recovery & resilience Fund per altri 60 miliardi. Si tratta di cifre che sinora non hanno influito sulle finanze pubbliche della Polonia, poiché si tratta di impegni di spese future su un arco temporale che arriva al 2030. Per quanto riguarda il programma Rrf, si tratta del Pnrr polacco, per il quale già a dicembre, pochi giorni dopo la formazione del nuovo governo, il premier Donald Tusk si era affrettato a chiedere l’erogazione della prima tranche di 6,3 dei 60 miliardi complessivi a disposizione di Varsavia, tra sovvenzioni e prestiti. «Questa è una grande notizia per il popolo polacco e per l’Europa, e questo è il vostro risultato», ha detto von der Leyen, rivolgendosi a Tusk. I fondi diretti alla Polonia erano stati bloccati negli anni scorsi in relazione alla riforma del sistema giudiziario attuata dal precedente governo, guidato dal partito Diritto e Giustizia (PiS). La Commissione aveva chiesto al governo polacco di ritirare le riforme per ripristinare l’indipendenza della magistratura. Ma sinora Varsavia non aveva convinto la Commissione sbloccare i fondi. Il miracolo è riuscito al neo-premier Tusk, che a dicembre ha presentato un piano d’azione, ancora non attuato, con ben nove provvedimenti che modificheranno sostanzialmente, quando saranno attuati, il sistema giudiziario polacco secondo i dettami di Bruxelles. I rapporti tra Varsavia e Bruxelles dunque sembrano avviati alla distensione, dopo anni di confronti aspri tra il governo del partito conservatore PiS, durato otto anni, e la Commissione a guida von der Leyen. Il nuovo governo di centro-sinistra sembra certo più affine al corso politico dell’Unione. La mossa della Presidente della Commissione, dal punto di vista politico, è perfettamente comprensibile. Con lo sblocco dei fondi, von der Leyen aiuta a rafforzare internamente un governo gradito a Bruxelles, quello di Donald Tusk, da poco al potere sulla base di una maggioranza politica fragile nel paese. Niente di meglio di una iniezione di spesa pubblica per tenere a galla l’economia e generare consenso (la Polonia è un percettore netto di fondi dall’Unione europea). Allo stesso tempo, von der Leyen si assicura il supporto della Polonia nella sua corsa per ottenere un secondo mandato come presidente della Commissione. Già lunedì scorso, infatti, Tusk aveva annunciato che il suo partito, Piattaforma Civica (che al Parlamento europeo è nel gruppo del Ppe) sosterrà la candidatura di von der Leyen come presidente della prossima Commissione, dopo le elezioni del prossimo giugno. Manovre di reciproca sponda, insomma, che sollevano più di qualche dubbio sulle tanto celebrate «regole» europee e sulla discrezionalità di cui palazzo Berlaymont fa ampio uso. Proprio due giorni fa la Corte dei conti europea aveva sottolineato come il blocco dei fondi alla Polonia non sia stato deciso sulla base del regolamento sullo stato di diritto, sollevando dubbi sulla trasparenza delle decisioni della Commissione. Oltre alla personale campagna elettorale di Ursula von der Leyen, sulla decisione di sbloccare i fondi alla Polonia ha pesato certamente anche la guerra tra Russia e Ucraina. La Polonia è a ridosso della prima linea del conflitto e all’Unione europea (e alla Nato) serve che Varsavia non defletta dal sostegno alla difesa ucraina.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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