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2024-02-24
Ursula «stravede» per le aziende tedesche
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ursula von der Leyen una ne pensa e cento ne incontra (di aziende): ora che è ufficialmente in campagna elettorale per il secondo mandato alla guida della Commissione europea, la presidente uscente sta moltiplicando i colloqui con i boss delle grandi imprese del continente e lobbisti. Lo rivela Politico.eu, con un’inchiesta che squarcia il velo dei soliti discorsi demagogici di qualunque esponente politico in campagna elettorale e va direttamente al sodo, snocciolando i dati delle riunioni alla quali la Von der Leyen ha presenziato, e paragonandole con quelle del suo predecessore. «Le informazioni sulle lobby», scrive Politico, «suggeriscono che la porta della Von der Leyen a Bruxelles è stata più aperta alle aziende tedesche durante il suo primo mandato». Tra il 2019 e il 2024, in particolare, Ursula von der Leyen e il suo governo hanno incontrato gruppi e compagnie di varie nazionalità. Al primo posto con il 18,4% ci sono imprese della Germania, patria di Ursula; seguono gli Stati Uniti con il 13,9% di riunioni; al terzo posto aziende e compagnie francesi, con il 13,1% delle riunioni; al quarto gli svedesi con il 9,3%; a seguire belgi (5,9%), olandesi (5,9%), danesi (4,8%), britannici (4,5%), italiani (4%), finlandesi (3,7%), spagnoli (3,7%), e via così. Il lussemburghese Jean-Claude Juncker, predecessore della von der Leyen al vertice della Commissione, nel corso del suo mandato, tra il 2014 e il 2019, ha incontrato solo 61 organizzazioni rispetto alle 163 della von der Leyen. Se il primo posto in termini di tempo riservato dalla von der Leyen e dal suo governo alle imprese tedesche non sorprende, considerato che la Germania è la più grande economia europea, fa impressione che al secondo posto ci siano gli Stati Uniti. «Non per niente Washington è una grande fan della Von der Leyen», commenta non senza ironia Politico, sottolineando quello che gli osservatori sanno molto bene: Ursula, come abbiamo avuto modo di constatare in questi due anni di guerra tra Russia e Ucraina, è stata molto attenta agli ordini che arrivavano dalla Casa Bianca, portando l’Europa a sostenere militarmente Kiev con investimenti di miliardi e miliardi di euro. Del resto, inutile essere ipocriti, in Occidente funziona così: se un governo vuole durare, deve seguire agli Stati Uniti, e evidentemente la Von der Leyen ha intenzione di durare altri cinque anni al vertice dell’Europa, e così, oltre ad allinearsi sulle strategie geopolitiche, non fa attendere troppo i lobbisti e gli industriali Usa che la vogliono incontrare. Come potete facilmente intuire, anche le giravolte sul green sono accompagnate da sostanziosi meeting con gli affari al centro dei colloqui: «La Von der Leyen», scrive Politico, «si sta facendo in quattro per ridurre i piani di regolamentazione, sia per il clima che per la salute umana che erano una parte fondamentale del suo programma. Martedì scorso, ad Anversa, si è intrattenuta con gli amministratori delegati delle grandi imprese che hanno presentato il loro piano per una nuova politica industriale guidato dal Cefic. Le informazioni dall’interno della sala erano scarse, ma dalle dichiarazioni della Von der Leyen sappiamo che la presidente sembra preferire la compagnia del settore privato: il 72% delle organizzazioni con cui si è incontrata erano aziende o associazioni di categoria». Il Cefic, acronimo del francese Conseil européen des fédérations de l’industrie chimique, è il Consiglio europeo delle industrie chimiche, e rappresenta 29.000 grandi, medie e piccole compagnie chimiche in Europa. «La Von der Leyen tiene incontri con una vasta gamma di associazioni imprenditoriali e rappresentanti dell’industria», ha dichiarato la portavoce della Commissione Arianna Podesta, che ha citato i regolari colloqui della presidente con i sindacati e l’associazione Business europe durante i vertici sociali tripartiti, nonché i dialoghi sulla transizione pulita. La portavoce, riferisce Politico, ha tuttavia sottolineato che gli incontri con la Von der Leyen e il suo gabinetto «non sono fissati in considerazione del Paese in cui si trovano. Le riunioni della Presidente e del suo Gabinetto riflettono pienamente le priorità politiche della Commissione», ha dichiarato. La transizione tecnologica della Ue è una di queste priorità, ha aggiunto la Podesta, evidenziando come molti degli incontri della Von der Leyen si sono svolti anche durante l’epidemia di Covid, quando la «nazionalità dei partecipanti non ha giocato alcun ruolo, ma solo la loro rilevanza per le azioni che la Commissione deve intraprendere». E il resto della Commissione? Il commissario per il Mercato unico Thierry Breton, francese, «si incontra in modo sproporzionato con altri dirigenti francesi», rivela Politico, che pubblica un grafico nel quale si vede che Breton ha riservato la maggior parte dei suoi incontri ai compatrioti, poi ai tedeschi e molto meno agli americani. In sostanza, siamo di fronte a una attività frenetica, che non ha certamente nulla di illegale, ma che dice molto di come Ursula von der Leyen e il suo governo abbiano agende piene zeppe di incontri e riunioni con gruppi industriali e lobbisti. È la politica, bellezza, e non possiamo farci niente. O quasi.
E in Polonia aiuta il governo amico: sbloccati 134 miliardi di fondi Ue
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato ieri che la Commissione sbloccherà i 134 miliardi di euro destinati alla Polonia, la cui erogazione era bloccata da tempo per le presunte violazioni delle regole europee sullo stato di diritto da parte del precedente governo.
Da Varsavia, dove ha parlato in conferenza stampa assieme al nuovo premier polacco Donald Tusk e al presidente di turno dell’Ue, il belga Alexander De Croo, von der Leyen ha detto che «La prossima settimana il Collegio presenterà due decisioni sui fondi europei attualmente bloccati per la Polonia».
I fondi in via di sblocco sono relativi a due tipi di finanziamento, quello per le politiche di coesione, per 74 miliardi, e quello relativo al Recovery & resilience Fund per altri 60 miliardi. Si tratta di cifre che sinora non hanno influito sulle finanze pubbliche della Polonia, poiché si tratta di impegni di spese future su un arco temporale che arriva al 2030.
Per quanto riguarda il programma Rrf, si tratta del Pnrr polacco, per il quale già a dicembre, pochi giorni dopo la formazione del nuovo governo, il premier Donald Tusk si era affrettato a chiedere l’erogazione della prima tranche di 6,3 dei 60 miliardi complessivi a disposizione di Varsavia, tra sovvenzioni e prestiti. «Questa è una grande notizia per il popolo polacco e per l’Europa, e questo è il vostro risultato», ha detto von der Leyen, rivolgendosi a Tusk.
I fondi diretti alla Polonia erano stati bloccati negli anni scorsi in relazione alla riforma del sistema giudiziario attuata dal precedente governo, guidato dal partito Diritto e Giustizia (PiS). La Commissione aveva chiesto al governo polacco di ritirare le riforme per ripristinare l’indipendenza della magistratura. Ma sinora Varsavia non aveva convinto la Commissione sbloccare i fondi. Il miracolo è riuscito al neo-premier Tusk, che a dicembre ha presentato un piano d’azione, ancora non attuato, con ben nove provvedimenti che modificheranno sostanzialmente, quando saranno attuati, il sistema giudiziario polacco secondo i dettami di Bruxelles.
I rapporti tra Varsavia e Bruxelles dunque sembrano avviati alla distensione, dopo anni di confronti aspri tra il governo del partito conservatore PiS, durato otto anni, e la Commissione a guida von der Leyen. Il nuovo governo di centro-sinistra sembra certo più affine al corso politico dell’Unione. La mossa della Presidente della Commissione, dal punto di vista politico, è perfettamente comprensibile. Con lo sblocco dei fondi, von der Leyen aiuta a rafforzare internamente un governo gradito a Bruxelles, quello di Donald Tusk, da poco al potere sulla base di una maggioranza politica fragile nel paese. Niente di meglio di una iniezione di spesa pubblica per tenere a galla l’economia e generare consenso (la Polonia è un percettore netto di fondi dall’Unione europea). Allo stesso tempo, von der Leyen si assicura il supporto della Polonia nella sua corsa per ottenere un secondo mandato come presidente della Commissione.
Già lunedì scorso, infatti, Tusk aveva annunciato che il suo partito, Piattaforma Civica (che al Parlamento europeo è nel gruppo del Ppe) sosterrà la candidatura di von der Leyen come presidente della prossima Commissione, dopo le elezioni del prossimo giugno. Manovre di reciproca sponda, insomma, che sollevano più di qualche dubbio sulle tanto celebrate «regole» europee e sulla discrezionalità di cui palazzo Berlaymont fa ampio uso. Proprio due giorni fa la Corte dei conti europea aveva sottolineato come il blocco dei fondi alla Polonia non sia stato deciso sulla base del regolamento sullo stato di diritto, sollevando dubbi sulla trasparenza delle decisioni della Commissione.
Oltre alla personale campagna elettorale di Ursula von der Leyen, sulla decisione di sbloccare i fondi alla Polonia ha pesato certamente anche la guerra tra Russia e Ucraina. La Polonia è a ridosso della prima linea del conflitto e all’Unione europea (e alla Nato) serve che Varsavia non defletta dal sostegno alla difesa ucraina.
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Il 20% delle imprese incontrate dal presidente della Commissione è del suo Paese. Seguono gruppi Usa, francesi e svedesi. A Bruxelles negli ultimi 5 anni i vertici con lobbisti e imprenditori sono triplicati. E ora che vuole la rielezione accelera ancora.In Polonia la presidente della Commissione Ue sblocca 134 miliardi di fondi per il governo «amico» di Donald Tusk.Lo speciale contiene due articoli.Ursula von der Leyen una ne pensa e cento ne incontra (di aziende): ora che è ufficialmente in campagna elettorale per il secondo mandato alla guida della Commissione europea, la presidente uscente sta moltiplicando i colloqui con i boss delle grandi imprese del continente e lobbisti. Lo rivela Politico.eu, con un’inchiesta che squarcia il velo dei soliti discorsi demagogici di qualunque esponente politico in campagna elettorale e va direttamente al sodo, snocciolando i dati delle riunioni alla quali la Von der Leyen ha presenziato, e paragonandole con quelle del suo predecessore. «Le informazioni sulle lobby», scrive Politico, «suggeriscono che la porta della Von der Leyen a Bruxelles è stata più aperta alle aziende tedesche durante il suo primo mandato». Tra il 2019 e il 2024, in particolare, Ursula von der Leyen e il suo governo hanno incontrato gruppi e compagnie di varie nazionalità. Al primo posto con il 18,4% ci sono imprese della Germania, patria di Ursula; seguono gli Stati Uniti con il 13,9% di riunioni; al terzo posto aziende e compagnie francesi, con il 13,1% delle riunioni; al quarto gli svedesi con il 9,3%; a seguire belgi (5,9%), olandesi (5,9%), danesi (4,8%), britannici (4,5%), italiani (4%), finlandesi (3,7%), spagnoli (3,7%), e via così. Il lussemburghese Jean-Claude Juncker, predecessore della von der Leyen al vertice della Commissione, nel corso del suo mandato, tra il 2014 e il 2019, ha incontrato solo 61 organizzazioni rispetto alle 163 della von der Leyen. Se il primo posto in termini di tempo riservato dalla von der Leyen e dal suo governo alle imprese tedesche non sorprende, considerato che la Germania è la più grande economia europea, fa impressione che al secondo posto ci siano gli Stati Uniti. «Non per niente Washington è una grande fan della Von der Leyen», commenta non senza ironia Politico, sottolineando quello che gli osservatori sanno molto bene: Ursula, come abbiamo avuto modo di constatare in questi due anni di guerra tra Russia e Ucraina, è stata molto attenta agli ordini che arrivavano dalla Casa Bianca, portando l’Europa a sostenere militarmente Kiev con investimenti di miliardi e miliardi di euro. Del resto, inutile essere ipocriti, in Occidente funziona così: se un governo vuole durare, deve seguire agli Stati Uniti, e evidentemente la Von der Leyen ha intenzione di durare altri cinque anni al vertice dell’Europa, e così, oltre ad allinearsi sulle strategie geopolitiche, non fa attendere troppo i lobbisti e gli industriali Usa che la vogliono incontrare. Come potete facilmente intuire, anche le giravolte sul green sono accompagnate da sostanziosi meeting con gli affari al centro dei colloqui: «La Von der Leyen», scrive Politico, «si sta facendo in quattro per ridurre i piani di regolamentazione, sia per il clima che per la salute umana che erano una parte fondamentale del suo programma. Martedì scorso, ad Anversa, si è intrattenuta con gli amministratori delegati delle grandi imprese che hanno presentato il loro piano per una nuova politica industriale guidato dal Cefic. Le informazioni dall’interno della sala erano scarse, ma dalle dichiarazioni della Von der Leyen sappiamo che la presidente sembra preferire la compagnia del settore privato: il 72% delle organizzazioni con cui si è incontrata erano aziende o associazioni di categoria». Il Cefic, acronimo del francese Conseil européen des fédérations de l’industrie chimique, è il Consiglio europeo delle industrie chimiche, e rappresenta 29.000 grandi, medie e piccole compagnie chimiche in Europa. «La Von der Leyen tiene incontri con una vasta gamma di associazioni imprenditoriali e rappresentanti dell’industria», ha dichiarato la portavoce della Commissione Arianna Podesta, che ha citato i regolari colloqui della presidente con i sindacati e l’associazione Business europe durante i vertici sociali tripartiti, nonché i dialoghi sulla transizione pulita. La portavoce, riferisce Politico, ha tuttavia sottolineato che gli incontri con la Von der Leyen e il suo gabinetto «non sono fissati in considerazione del Paese in cui si trovano. Le riunioni della Presidente e del suo Gabinetto riflettono pienamente le priorità politiche della Commissione», ha dichiarato. La transizione tecnologica della Ue è una di queste priorità, ha aggiunto la Podesta, evidenziando come molti degli incontri della Von der Leyen si sono svolti anche durante l’epidemia di Covid, quando la «nazionalità dei partecipanti non ha giocato alcun ruolo, ma solo la loro rilevanza per le azioni che la Commissione deve intraprendere». E il resto della Commissione? Il commissario per il Mercato unico Thierry Breton, francese, «si incontra in modo sproporzionato con altri dirigenti francesi», rivela Politico, che pubblica un grafico nel quale si vede che Breton ha riservato la maggior parte dei suoi incontri ai compatrioti, poi ai tedeschi e molto meno agli americani. In sostanza, siamo di fronte a una attività frenetica, che non ha certamente nulla di illegale, ma che dice molto di come Ursula von der Leyen e il suo governo abbiano agende piene zeppe di incontri e riunioni con gruppi industriali e lobbisti. È la politica, bellezza, e non possiamo farci niente. 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Da Varsavia, dove ha parlato in conferenza stampa assieme al nuovo premier polacco Donald Tusk e al presidente di turno dell’Ue, il belga Alexander De Croo, von der Leyen ha detto che «La prossima settimana il Collegio presenterà due decisioni sui fondi europei attualmente bloccati per la Polonia». I fondi in via di sblocco sono relativi a due tipi di finanziamento, quello per le politiche di coesione, per 74 miliardi, e quello relativo al Recovery & resilience Fund per altri 60 miliardi. Si tratta di cifre che sinora non hanno influito sulle finanze pubbliche della Polonia, poiché si tratta di impegni di spese future su un arco temporale che arriva al 2030. Per quanto riguarda il programma Rrf, si tratta del Pnrr polacco, per il quale già a dicembre, pochi giorni dopo la formazione del nuovo governo, il premier Donald Tusk si era affrettato a chiedere l’erogazione della prima tranche di 6,3 dei 60 miliardi complessivi a disposizione di Varsavia, tra sovvenzioni e prestiti. «Questa è una grande notizia per il popolo polacco e per l’Europa, e questo è il vostro risultato», ha detto von der Leyen, rivolgendosi a Tusk. I fondi diretti alla Polonia erano stati bloccati negli anni scorsi in relazione alla riforma del sistema giudiziario attuata dal precedente governo, guidato dal partito Diritto e Giustizia (PiS). La Commissione aveva chiesto al governo polacco di ritirare le riforme per ripristinare l’indipendenza della magistratura. Ma sinora Varsavia non aveva convinto la Commissione sbloccare i fondi. Il miracolo è riuscito al neo-premier Tusk, che a dicembre ha presentato un piano d’azione, ancora non attuato, con ben nove provvedimenti che modificheranno sostanzialmente, quando saranno attuati, il sistema giudiziario polacco secondo i dettami di Bruxelles. I rapporti tra Varsavia e Bruxelles dunque sembrano avviati alla distensione, dopo anni di confronti aspri tra il governo del partito conservatore PiS, durato otto anni, e la Commissione a guida von der Leyen. Il nuovo governo di centro-sinistra sembra certo più affine al corso politico dell’Unione. La mossa della Presidente della Commissione, dal punto di vista politico, è perfettamente comprensibile. Con lo sblocco dei fondi, von der Leyen aiuta a rafforzare internamente un governo gradito a Bruxelles, quello di Donald Tusk, da poco al potere sulla base di una maggioranza politica fragile nel paese. Niente di meglio di una iniezione di spesa pubblica per tenere a galla l’economia e generare consenso (la Polonia è un percettore netto di fondi dall’Unione europea). Allo stesso tempo, von der Leyen si assicura il supporto della Polonia nella sua corsa per ottenere un secondo mandato come presidente della Commissione. Già lunedì scorso, infatti, Tusk aveva annunciato che il suo partito, Piattaforma Civica (che al Parlamento europeo è nel gruppo del Ppe) sosterrà la candidatura di von der Leyen come presidente della prossima Commissione, dopo le elezioni del prossimo giugno. Manovre di reciproca sponda, insomma, che sollevano più di qualche dubbio sulle tanto celebrate «regole» europee e sulla discrezionalità di cui palazzo Berlaymont fa ampio uso. Proprio due giorni fa la Corte dei conti europea aveva sottolineato come il blocco dei fondi alla Polonia non sia stato deciso sulla base del regolamento sullo stato di diritto, sollevando dubbi sulla trasparenza delle decisioni della Commissione. Oltre alla personale campagna elettorale di Ursula von der Leyen, sulla decisione di sbloccare i fondi alla Polonia ha pesato certamente anche la guerra tra Russia e Ucraina. La Polonia è a ridosso della prima linea del conflitto e all’Unione europea (e alla Nato) serve che Varsavia non defletta dal sostegno alla difesa ucraina.
La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
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In questa puntata di «Tutta la Verità» il direttore Maurizio Belpietro commenta l'episodio accaduto a Milano al Boschetto di Rogoredo, in cui un agente ha ucciso un irregolare armato di pistola che lo stava aggredendo durante un'operazione, e confronta quello che accade in Italia con i tumulti a Minneapolis.
«Voglio ringraziare anche i Vigili del fuoco, il lavoro fatto come sempre è straordinario e preziosissimo. A loro dobbiamo dire grazie perché sono sempre la prima fila del pericolo, siete sempre a supporto della Nazione e questo fa la differenza». Così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenendo alla riunione sull’emergenza maltempo a Catania dopo il sorvolo in elicottero, un sopralluogo nelle zone colpite dal maltempo in Sicilia. «Voglio ringraziare Fabio Ciciliano e tutta la Protezione Civile per un lavoro che è stato fatto oggettivamente straordinario, intanto di prevenzione perché i piani di prevenzione hanno funzionato bene e questa è la ragione per cui noi oggi parliamo di ricostruire e non piangiamo delle vittime», ha concluso in un video diffuso da Palazzo Chigi.