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2021-02-21
A settant'anni dal processo, la storia della "Volante Rossa" di Lambrate
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Verona, processo ai membri della Volante Rossa nel febbraio 1951 (Getty Images)
Aspettando il fascista sotto casa: nasce la Volante Rossa di Lambrate (aprile 1945)
Si erano sentiti traditi e dovevano vendicarsi. La rivoluzione comunista non aveva fatto seguito alla liberazione nell'aprile 1945, anzi, l'Italia era ormai nella sfera d'influenza occidentale e Mosca sempre più lontana. Anche il politico più vicino all' Urss, il capo supremo e il "migliore" Palmiro Togliatti, ai loro occhi era un traditore della causa della rivoluzione proletaria armata. Per ben due volte negli ultimi anni il leader del Pci aveva detto di no a una soluzione armata in Italia: dapprima a Salerno nel 1944 quando aveva riconosciuto il governo Badoglio, poi tra il 1945 e il 1946 quando nei comizi mise in guardia i militanti da certi "elementi pericolosi" che avrebbero cercato una soluzione di guerra civile "alla greca" e infine con il tradimento dei tradimenti, l'amnistia per gli ex fascisti firmata in qualità di guardasigilli nel 1946.
Per un gruppo di "irriducibili" la piega che la storia italiana stava prendendo era inaccettabile. Tanta era la voglia di continuare la lotta quanta la sete di sangue e di vendetta contro i vecchi nemici graziati dalla pace degli alleati. Diversi tra i sostenitori della rivoluzione in armi erano ancora presenti nelle seconde linee del Partito Comunista, spesso reduci della guerra partigiana durante la quale l'idea di un'Italia trasformata da una rivoluzione proletaria armata avrebbe dovuto essere l'esito naturale della lotta contro il nazifascismo. Un ulteriore aspetto che favorì lo sviluppo di una serie di gruppi armati pronti a vendicare la "rivoluzione tradita" fu la disorganizzata riconsegna delle armi nelle mani degli alleati: questa avvenne in modo caotico, cosa che favorì l'occultamento delle armi migliori (soprattutto fucili automatici e panzerfaust tedeschi) in depositi clandestini o nascosti nelle case degli ex partigiani. Queste furono le premesse per la nascita di gruppi armati che agirono in diverse località italiane del secondo dopoguerra, tra cui una delle più attive fu la "Volante Rossa Martiri Partigiani" di Milano. Siamo nel quartiere popolare di Lambrate, alla periferia est della città, una zona "rossa" dalla forte componente operaia e dove risiedono molti reduci dalla lotta armata nelle valli dell'Italia Settentrionale. La sede è l'ex casa del fascio di via Conte Rosso 12, trasformata in casa del popolo e dove hanno sede le sezioni del Pci, dell'Anpi e anche del Psi dove muoverà i suoi primi passi un giovane Bettino Craxi. La copertura delle prime attività del gruppo armato fu una falsa associazione sportiva attorno alla quale si sviluppò il carattere paramilitare della banda. I leader della volante erano tutti milanesi e venivano dall'esperienza della lotta clandestina. Tra i fondatori ci sono Luigi Comini "Luisott", futuro commissario politico del gruppo e Giulio Paggio "Alvaro", che sarà comandante. I due saranno anche tra i più anziani, anche se poco più che ventenni. I membri più giovani che aderiranno alla banda criminale neppure avevano preso parte alla guerra partigiana per mere questioni anagrafiche. Quella compagnia di ventura assetata del sangue dei fascisti "graziati" dallo Stato ma non dalla "giustizia popolare" non si curava neppure di non dare nell'occhio, favorita anche dalla situazione particolare di quella zona dove le fabbriche erano ancora nelle mani degli operai che gestivano anche la sorveglianza del territorio, mentre l'esercito regolare non era stato ancora riorganizzato del tutto. Gli ex partigiani comprarono all'asta del campo residuati bellici di Monza autodromo un grande camion Dodge lasciato dagli alleati e facendo in quell'occasione già intuire di che pasta fossero fatti, vincendo l'incanto mostrando ai concorrenti le canne delle pistole dall'interno delle tasche. Il mezzo sarà più tardi dipinto di rosso con l'effigie di Garibaldi e parcheggiato di fronte alla casa del popolo, in bella vista. I nuovi ribelli si procurarono anche delle uniformi: giubbotti americani da aviatori e divise estive degli alleati, niente di più lontano dal vestiario dei soldati dell'Armata Rossa, loro ispiratori. La banda, che contò circa una trentina di elementi e fiancheggiatori vari, fu vista sfilare pubblicamente in qualità di servizio d'ordine nelle tanta manifestazioni del Pci dei difficilissimi mesi del dopoguerra. Ma la loro storia sarà presto destinata, come il ll loro camion Dodge, a tingersi di rosso. Per identificare gli obiettivi, i fascisti, gli uomini della volante si erano costruiti una rete di informatori sia borghesi che agenti di Pubblica Sicurezza dentro i ranghi di quella "Polizia partigiana" in servizio nell'immediato dopoguerra. Per meglio mimetizzarsi erano riusciti a procurarsi alla Bianchi degli autocarri dell'Esercito Italiano con targhe false, con i quali superavano i posti di blocco e seguivano le imbeccate dei tanti informatori di zona che sorvegliavano le abitazioni e segnalavano se da qualche parte fosse rientrato un "fascista", magari dalla prigionia al campo alleato di Coltano. Le liste degli obiettivi da colpire venivano anche dalle altre sezioni del Pci e dell'Anpi dislocate in tutta la città. Durante il primo anno di vita della Volante tutte le azioni si svolsero nella completa clandestinità, assicurata anche dalla scarsa attenzione mediatica di quei mesi caotici. In quei mesi sparirono nel nulla alcuni esponenti del passato regime, ma sui giornali si dichiarava sbrigativamente che fossero fuggiti in Argentina. Si saprà poi che molti di essi invece finirono sciolti nelle colate delle acciaierie Breda oppure nei canali della periferia con una pietra al collo. Sarà la rinascita dai primi mesi dopo la fine della guerra dei movimenti di ispirazione neofascista a far alzare l'asticella ai crimini della Volante Rossa, come ad esempio le tante azioni notturne compiute delle Sam (Squadre d'Azione Mussolini) prima del referendum del 1946. In quel periodo si moltiplicarono le azioni dimostrative degli ex repubblichini con un'azione di propaganda spesso accompagnata da colpi di revolver, ma mentre le formazioni di estrema destra andavano riorganizzandosi, la Volante rossa (o così almeno si suppone per questo primo duplice omicidio che fu l'ultimo non punito in quanto precedente all'amnistia) aveva già fatto le prime vittime.
La Volante colpisce nell'ombra. Le prime vittime sono donne.
la Volante Rossa servizio d'ordine in una manifestazione del Pci
La genovese Rosa Bianchi Sciaccaluga dal 26 aprile 1945 è vedova del marito Stefano, ufficiale della Decima Mas arrestato e giustiziato ad un posto di blocco partigiano al suo tentativo di rientro a Milano. Da quel giorno lei e la figlia Liliana si nascondono in una pensione in zona Monforte, dove il 31 agosto ricevono improvvisamente la visita di uomini che si qualificano come poliziotti. I cadaveri delle due donne saranno ritrovati soltanto alcuni giorni più tardi sul fondo di una cava di Corsico, con i visi devastati da colpi sparati in faccia. E'il primo duplice delitto di una lunga scia di morte che caratterizzerà gli anni dal 1945 al 1949 scaturita dalla lotta sotterranea dei vendicatori partigiani contro i fascisti "graziati". Una lotta strisciante, quasi una guerriglia sotterranea tra le opposte fazioni, fatta di colpi di pistola sparati in strada, di ordigni contro le sezioni, di propaganda come quella che i neofascisti con un colpo di scena organizzarono in occasione dell'ultima visita del re Umberto II. Sulla facciata dell'edificio antistante il Duomo riuscirono ad accendere le insegne pubblicitarie componendo una scritta inneggiante al Duce. Anche la sezione di Lambrate non sarà risparmiata quando subirà un attacco da parte delle Sam, sventato all'ultimo secondo grazie all'intervento di un un informatore infiltrato. Seguirà una sparatoria nella quale morirà un giovane neofascista e le cronache diranno che a colpirlo erano stati certi individui vestiti da "vigilantes": erano le divise della Volante entrata in azione. L'escalation delle violenze dall'amnistia Togliatti in avanti sembrava non smettere più. Il 9 ottobre 1946 alla sezione del Pci di piazza Cantore ( Porta Genova) esplode una bomba che uccide accidentalmente il figlio del custode di soli cinque anni, mentre le prigioni si svuotano dai detenuti politici e le opportunità di reclutamento nei ranghi dei nuclei neofascisti (ancora non organizzati in un partito unico) aumentano rapidamente. Di questo gli uomini della Volante Rossa sono perfettamente consci, tanto che i fatti di sangue a carico degli ex esponenti del passato regime subiranno un'impennata nel 1947, contemporaneamente alla riorganizzazione di due realtà del neofascismo clandestino, il Partito Democratico Fascista (quello di Leccisi, trafugatore della salma di Mussolini) ed i FAR (Fasci d'Azione Rivoluzionaria) capitanati dall'ex generale della milizia Ferruccio Gatti.
Le seguenti vittime dei partigiani giustizieri saranno ancora due donne. La prima a cadere è Brunilde Tanzi, sorella di un fascista del protosquadrismo ed ex ausiliaria della X-Mas nel comando di via Tasso. Il 17 gennaio 1947 entrò nel mirino della Volante per la sua adesione ai FAR e per la intensa attività di propaganda (con uno stratagemma era riuscita a far risuonare in tutta piazza Duomo l'inno del ventennio "Giovinezza" diffuso da un altoparlante). I giustizieri la raggiungono verso le 23:00 dopo una passeggiata con il fidanzato nella centrale via San Protaso e la crivellano di colpi. Morirà poco dopo il trasferimento al Policlinico. Nessuno parlava ancora di partigiani o di Volante Rossa: addirittura i giornali scrissero di indizi riconducibili a motivi "passionali". Non passarono che poche ore e la stessa mano uccideva un altra donna proprio in zona Lambrate. A cadere sotto i colpi della "giustizia popolare" fu Eva Macciacchini, freddata sul sentiero sterrato che portava verso il terrapieno della ferrovia in via Valvassori Peroni e successivamente data alle fiamme. Il corpo della donna è reso irriconoscibile e gli inquirenti faticano a riconoscerlo per giorni, brancolando nel buio totale sui moventi. Si parlò di malavita organizzata e di implicazioni della quarantacinquenne in traffici illeciti, forse di armi. Nessun accenno alla Volante, anche se l'adesione alle SAM della vittima avrebbe dovuto suggerire un collegamento tra gli omicidi quasi contemporanei. Ma la vendetta degli uomini di via Conte Rosso non si fermò alle due donne. Il 14 marzo 1947 cadeva sotto i colpi degli uomini venuti dalla Casa del Popolo di Lambrate il giornalista Franco De Agazio, direttore del periodico "Meridiano d'Italia" e zio di Franco Maria Servello, poi esponente di spicco del Movimento Sociale Italiano. Il motivo dell'intervento della Volante Rossa fu causato dall'inchiesta che il giornale di De Agazio stava svolgendo sul famoso "oro di Dongo" e sul ruolo di Walter Audisio "Valerio" nelle ultime ore di Mussolini. Due fischi nel silenzio della via Strambio, in zona Città Studi, annunciarono l'arrivo della morte per il direttore del Meridiano, freddato sotto casa dalle armi automatiche dei partigiani. Furono visti due uomini fuggire in auto, poi il silenzio degli inquirenti si sostituì agli echi della cronaca che andava spegnendosi. Il clima di crescente violenza tra i neofascisti e i comunisti fu alimentato anche da eventi nazionali e mondiali che si verificarono quell'anno, come l'estromissione del Pci dal governo del Paese guidato da De Gasperi e dagli esordi della guerra fredda. La "rivoluzione" per gli uomini della volante era tradita due volte, e molti di loro vedevano dietro all'influenza dei vincitori e ex alleati americani lo spettro di un nuovo fascismo, funzionale alla lotta internazionale di contrasto alla diffusione mondiale del comunismo. Lo stesso Pci dovette raccogliere a testa bassa le critiche di Mosca, che invitava i compagni italiani ad accelerare la lotta e abbandonare il parlamentarismo sterile, cercando invece un continuum nei princìpi rivoluzionari emersi durante la guerra di liberazione. Per i "bravi ragazzi di Lambrate" si trattava di una nuova chiamata alle armi. E l'occasione venne dai tumulti, dagli scioperi e dalle manifestazioni di quell'anno nelle quali i partigiani del dopoguerra si mischiarono ed agirono, ottenendo un riconoscimento de facto da parte del Pci che li vide in azione come servizio d'ordine nei comizi e nelle manifestazioni, compresa la scorta a Giancarlo e Giuliano Pajetta. La squadra di Lambrate operò anche durante le tante occupazioni delle fabbriche, contrastando la Polizia nelle azioni di sgombero. Ma il nuova fase di riconoscimento nel partito e nelle fabbriche non smorzò la voglia di veder ancora scorrere il sangue dei fascisti.
Giulio Paggi "tenente Alvaro", comandante della Volante Rossa
Morte di un "pezzo grosso"
Lungo il 1947, anno in cui si manifestarono con maggior frequenza le violenze dei nuclei clandestini di destra e di sinistra culminate con agguati, pestaggi, colpi di pistola in strada e bombe a mano contro le sedi dei partiti, si consumò anche uno dei delitti più importanti per mano della Volante Rossa. Era il primo pomeriggio del 4 novembre quando in via Gian Galeazzo 20 a Porta Ticinese un giovane si presentava alla portinaia con una scusa, per tastare il terreno e osservare la sua reazione. Nel palazzo abita un "pezzo grosso" del fascismo repubblicano, il generale Ferruccio Gatti. Capo dello squadrismo milanese, console della Milizia e quindi generale della Gnr durante la Repubblica Sociale, era stato condannato nel 1945 a 8 anni di reclusione, mai scontati per l'effetto dell'amnistia Togliatti. Nel dopoguerra era stato uno dei più attivi nella rinascita del neofascismo con l'adesione ai FAR e quindi nel neonato Movimento Sociale. Il giovane ritornava poco dopo con altri due complici vestiti con giubbotti da aviatore, il biglietto da visita della Volante di Lambrate. Con la scusa di portare un messaggio di un funzionario del Msi la moglie di Gatti apre la porta mentre la famiglia è ancora a tavola. Le armi automatiche dei partigiani crepitano e fulminano l'ex militare e ferendo anche il figlio Riccardo, riuscendo poi a fuggire in bicicletta senza essere fermati. Gravemente ferito, il generale spirerà al Policlinico qualche giorno dopo. Ma la giornata della Volante non terminò con l'omicidio di Gatti. Il commando si presentava dopo le 23 in via Pacini, a Lambrate, nell'abitazione dell'allora segretario di zona dell'Msi Angelo Marchelli. Soltanto la prontezza della moglie, che intuisce il tranello e depista gli aggressori, riuscirà ad evitare il secondo delitto della giornata. Non paghi delle azioni di quel giorno, gli uomini della squadra si presentano il giorno successivo a Sesto San Giovanni e uccidono tra le braccia della compagna l'attivista del Partito dell'Uomo Qualunque Michele Petruccelli. Il giorno successivo nei pressi di Mediglia venivano aggrediti alcuni attivisti comunisti di ritorno da una serata danzante. La Volante individua il responsabile in un altro esponente qualunquista, il fattore Giorgio Magenes di Robbiano di Mediglia. Con il consenso esplicito del sindaco comunista del paese alle porte di Milano, la squadra di Lambrate si presenta in forze, dopo aver reclutato alla Breda un nutrito gruppo di operai simpatizzanti che a mezzo di autocarri bloccano l'accesso alla cascina per dare una dura lezione a Magenes. Questi, asserragliato nei locali del mulino, reagisce armi in pugno uccidendo un operaio, ma il numero degli assalitori è soverchiante. I Carabinieri irrompono con i blindati per prelevare l'assediato ma una volta usciti dal caseggiato sono circondati dagli assalitori inferociti che danno inizio al linciaggio del fattore qualunquista strappandolo ai militari e uccidendolo a sprangate. I testimoni dell'epoca ricordano che tra gli assalitori c'erano dei giovani con i giubboni di pelle sotto i quali tenevano un mitra. La fine del 1947 sarà segnata da un'azione dimostrativa della Volante che riempirà le cronache dei giorni a seguire e che ricorda da vicino le prime azioni che le Brigate Rosse compiranno più di un ventennio dopo. La sera del 12 dicembre il commando di Lambrate rapisce presso la sua abitazione il vicedirettore delle acciaierie Falck, ingegner Italo Tofanelli. Questo ultimo viene fatto salire sul Dodge e lasciato completamente nudo in piazza Duomo dopo una serie di minacce e avvertimenti.
Il 1948 e il declino della Volante Rossa
Il 1948 sarà un anno cruciale per l'Italia e di riflesso anche per la Volante di Lambrate. Il clima stava cambiando rapidamente anche all'interno dei rappresentanti delle Forze dell'Ordine. Molti funzionari ai vertici che erano stati attivi durante la resistenza erano stati sostituiti, spesso con successori con un passato attivo nel ventennio. Fu il caso anche del Prefetto di Milano, Ettore Troilo, l'unico esponente del Cln ancora in carica. Il ministero dell'Interno guidato da Mario Scelba ne dispose il trasferimento, al quale il Pci non poté opporsi alla vigilia delle elezioni politiche. Nel mutato clima della città, i partigiani di Lambrate si erano ormai messi troppo in mostra e cominciavano a sentire il fiato della Polizia sul collo di pelliccia dei loro giubbotti. Ad aggravare la situazione fu anche l'ammissione nella squadra di Giulio Paggio e Luigi Commini di un personaggio esterno alla squadra, conosciuto durante le brevi fughe sulle alture sopra Intra dei membri della banda. Si trattava di Eligio Trincheri, un latitante che aveva trovato rifugio a Lambrate dopo aver commesso diversi reati nella zona del Lago Maggiore a scopo di rapina, il più grave dei quali l'assassinio di un commerciante di Mergozzo. Personaggio dal profilo psicologico instabile, si dimostrerà più tardi l'anello debole della Volante. Nell'aprile del 1948 le elezioni politiche segnarono la sconfitta del Fronte Popolare, che significò l'esclusione definitiva dei comunisti dal governo del Paese. Nel luglio successivo Palmiro Togliatti rimaneva vittima di un attentato. Le conseguenze del gesto di Antonio Pallante portarono per alcune ore l'Italia sull'orlo della guerra civile. Gli operai scesero in piazza in tutta Italia e si verificarono gravi scontri con un bilancio complessivo di 14 morti. La Volante Rossa non rimase certo a guardare. Partì da Lambrate a bordo di un camion, questa volta decisa ad assaltare e occupare la vicina caserma dei Carabinieri. Per l'occasione gli ex partigiani avevano rispolverato i panzerfaust requisiti ai tedeschi, decisi a far saltare anche i blindati a presidio della stazione. Quel momento fu per gli uomini di Lambrate l'ultima occasione di essere ad un passo dalla rivoluzione armata, ben consapevoli che nelle grandi fabbriche gli operai sarebbero stati pronti ad appoggiarli anch'essi con quelle armi che per tre anni erano rimaste nascoste nei magazzini degli stabilimenti. Poi, come una doccia fredda, il contrordine. Togliatti era sopravvissuto, la rivoluzione doveva rientrare. Il camion della squadra di Lambrate è fermato nei pressi del campo sportivo Giuriati da un'automobile su cui viaggia il referente del Pci per la sezione. Per il futuro della Volante la battuta d'arresto sarà l'inizio della fine. Messo da parte l'esito rivoluzionario fornito dall'attentato al "migliore", rimaneva la realtà che ormai significava sfuggire alla morsa degli inquirenti sempre più vicina. Lo sbandamento seguito ai fatti del 1948 e la perdita del fiancheggiamento da parte degli operai che abbandonano le armi nei terrapieni e nei canali per paura della repressione, farà commettere una serie di errori strategici che porteranno la Volante alla dissoluzione. E'questa la storia degli ultimi due delitti che portano la firma del gruppo di Lambrate, ad opera dei cani sciolti Eligio Trincheri, Paolo Finardi (nome di battaglia "Pastecca") e Natale Burato "Lino". Il Trincheri ha nel mirino Felice Ghisalberti, ex milite della Muti tra gli esecutori dell'omicidio di Eugenio Curiel, prosciolto dalle accuse nel 1947. Trincheri si fa assumere come meccanico nell'officina del padre di questi, sotto falso nome, dove raccoglie le prove dell'implicazione dell'ex mutino che, ignaro, racconta i fatti del febbraio 1945 al dipendente. L' ora della "vendetta rossa" giunse il 27 gennaio 1949, questa volta con una tattica tanto bizzarra quanto azzardata. Trincheri e Minardi noleggiarono un taxi di un "compagno" consenziente e, giunti in via Lomazzo all'officina del Ghisalberti lo freddano dall'autopubblica mentre stava per entrare in tabaccheria. Al ritorno a Lambrate gli assassini raccomandano al tassista di recarsi alla Polizia e raccontare l'accaduto depistando gli inquirenti sul percorso del taxi e sui connotati dei clienti. La tattica non funziona, e in commissariato emergono subito evidenti contraddizioni. Per rimediare al fallimento, gli uomini della Volante decidono di portare a termine lo stesso giorno una seconda esecuzione, mi modo tale da impegnare la Polizia su un altro fronte. L'imbeccata viene da Natale Burato. Un "fascista" si è appena insediato negli uffici amministrativi della ditta per cui lavora e si dice (senza alcuna prova) che questi avesse preso parte alle fucilazioni dei partigiani al campo Giuriati in zona Città Studi. Ancora una volta gli assassini noleggiano un taxi di un comunista, tale Silvio Perego, per il breve tragitto che li porta da via Vallazze al vicino Politecnico, dove in Piazza Leonardo da vinci al civico 9 abita il dottor Leonardo Massaza, arrestato dopo la liberazione dalla 117a Brigata Garibaldi ma rilasciato dopo soli sei giorni. Non vi erano prove di una successivo impegno politico della vittima, tranne qualche ipotesi sul favoreggiamento di questi alla riassunzione di alcuni epurati. Dal taxi scendono Trincheri e Burato. Sarà quest'ultimo a freddare Massaza sull'uscio di casa con sei colpi su sette andati a segno per un delitto totalmente inutile. Intanto, in Questura, il cerchio si chiudeva attorno ai "bravi ragazzi di Lambrate". La prima irruzione delle Forze dell'Ordine nella Casa del Popolo avviene il giorno dopo il duplice omicidio. Trincheri riesce a fuggire da una finestra ma ormai "bruciato" dalle confessioni del tassista è attratto in una trappola e arrestato il 10 febbraio 1949. Quando Trincheri in Questura fa il nome di Paolo Finardi, la Polizia del Questore Vincenzo Agnesina è ormai vicina anche capo della squadra, il "tenente Alvaro", allora impiegato alla Innocenti come guardiano. Quando quattro Carabinieri arrivano ai cancelli della fabbrica però, grazie ad una soffiata, Giulio Paggio riesce a dileguarsi, così come FInardi appena dopo la perquisizione della sede di Lambrate. Per i due inizia la latitanza, mentre viene arrestato per favoreggiamento anche il segretario della sezione Pci di via Conte Rosso, Enrico Mondani. Di Paggio, Burato e Minardi nessuna traccia. Si scoprirà più tardi della loro fuga oltrecortina attraverso la Jugoslavia, grazie all'appoggio di elementi del Partito Comunista.
L'istruttoria, che coinvolse 38 membri della banda, si svolse senza la presenza dei maggiori imputati. il "tenente Alvaro", il "Pastecca" e "Lino" sono già a Praga protetti dalla Cortina di ferro, mentre Trincheri e altri rastrellati in quei giorni si trovano in carcere. Il processo si svolgerà a Verona e terminerà con la sentenza del 21 febbraio 1951. Gli ergastoli saranno quattro: Giulio Paggio, Natale Burato, Paolo Finardi ed Eligio Trincheri, del quale rimarrà impressa una dichiarazione dell'imputato durante la requisitoria per l'omicidio Ghisalberti. Alla domanda dell'accusa sulle ragioni dell'omicidio dell'ex milite della "Muti", risponderà in milanese: - "L'ho massàa perché l'era on fazulèt!"-, l'ho ucciso perché era un "fazzoletto", nomignolo affibbiato dai volantisti agli ex fascisti.
Giulio Paggio passerà il resto della sua vita ben inserito nella capitale dell'allora Cecoslovacchia, lavorando anche per "Radio Praga". Paolo Finardi invece sarà inizialmente assunto come contadino in un azienda agricola collettiva del paese oltrecortina. All'inizio degli anni '60 fu inviato a Cuba come addetto alle ricerche geologiche si invito del ministero allora retto da Ernesto "Che" Guevara. Burato invece riparerà più tardi in Unione Sovietica. Attorno alla metà degli anni '50 si tornò a parlare del "tenente Alvaro", quando il terrorista di Lambrate fu segnalato a Berna e sospettato di aver fatto parte di una rete di contrabbando internazionale di cobalto con base in Svizzera, notizia che sarebbe trapelata da un cecoslovacco che ebbe contatti anche con un'altro latitante ex partigiano di primo piano e già onorevole del Pci, Francesco Moranino. Sia Paggio che Finardi passeranno il resto della loro vita in Cecoslovacchia, da dove periodicamente giungevano le loro domande di grazia alla Presidenza della Repubblica. Eligio Trincheri passerà 19 anni in carcere rispetto alla condanna a vita. Tornerà alla nativa Intra dove farà il messo comunale fino alla morte nel 2015.
La grazia per i capi della Volante alla fine arriverà in due tempi diversi e da due Presidenti della Repubblica ex partigiani. La prima fu firmata da Giuseppe Saragat nel 1971 e riguardò Eligio Trincheri. Paggio, Burato e Finardi saranno graziati da Sandro Pertini a pochi mesi dal suo insediamento al Quirinale, il 26 ottobre 1978. Il "tenente Alvaro", a parte una breve apparizione l'anno successivo alla grazia, non fece mai ritorno in Italia come il compagno Finardi, assieme il quale vedrà crollare attorno a sé quel mondo comunista, quel "sol dell'avvenire" che i ragazzi della volante avevano sognato anche per l'Italia e cercato di far sorgere a suono di revolver o, come si diceva allora nel gergo della mala milanese, facendo lavorare la "girandola".
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Il 21 febbraio 1951 il Tribunale di Verona, per bocca del giudice Giorgio Vital, emetteva la sentenza al termine del processo agli ex partigiani che rifiutarono di deporre le armi e che, tra il 1945 e il 1949, fecero scorrere a Milano una lunga scia di sangue e di vendette, organizzati in una squadra con base alla periferia est del capoluogo. Dopo settant'anni, ecco la loro storia.Aspettando il fascista sotto casa: nasce la Volante Rossa di Lambrate (aprile 1945)Si erano sentiti traditi e dovevano vendicarsi. La rivoluzione comunista non aveva fatto seguito alla liberazione nell'aprile 1945, anzi, l'Italia era ormai nella sfera d'influenza occidentale e Mosca sempre più lontana. Anche il politico più vicino all' Urss, il capo supremo e il "migliore" Palmiro Togliatti, ai loro occhi era un traditore della causa della rivoluzione proletaria armata. Per ben due volte negli ultimi anni il leader del Pci aveva detto di no a una soluzione armata in Italia: dapprima a Salerno nel 1944 quando aveva riconosciuto il governo Badoglio, poi tra il 1945 e il 1946 quando nei comizi mise in guardia i militanti da certi "elementi pericolosi" che avrebbero cercato una soluzione di guerra civile "alla greca" e infine con il tradimento dei tradimenti, l'amnistia per gli ex fascisti firmata in qualità di guardasigilli nel 1946. Per un gruppo di "irriducibili" la piega che la storia italiana stava prendendo era inaccettabile. Tanta era la voglia di continuare la lotta quanta la sete di sangue e di vendetta contro i vecchi nemici graziati dalla pace degli alleati. Diversi tra i sostenitori della rivoluzione in armi erano ancora presenti nelle seconde linee del Partito Comunista, spesso reduci della guerra partigiana durante la quale l'idea di un'Italia trasformata da una rivoluzione proletaria armata avrebbe dovuto essere l'esito naturale della lotta contro il nazifascismo. Un ulteriore aspetto che favorì lo sviluppo di una serie di gruppi armati pronti a vendicare la "rivoluzione tradita" fu la disorganizzata riconsegna delle armi nelle mani degli alleati: questa avvenne in modo caotico, cosa che favorì l'occultamento delle armi migliori (soprattutto fucili automatici e panzerfaust tedeschi) in depositi clandestini o nascosti nelle case degli ex partigiani. Queste furono le premesse per la nascita di gruppi armati che agirono in diverse località italiane del secondo dopoguerra, tra cui una delle più attive fu la "Volante Rossa Martiri Partigiani" di Milano. Siamo nel quartiere popolare di Lambrate, alla periferia est della città, una zona "rossa" dalla forte componente operaia e dove risiedono molti reduci dalla lotta armata nelle valli dell'Italia Settentrionale. La sede è l'ex casa del fascio di via Conte Rosso 12, trasformata in casa del popolo e dove hanno sede le sezioni del Pci, dell'Anpi e anche del Psi dove muoverà i suoi primi passi un giovane Bettino Craxi. La copertura delle prime attività del gruppo armato fu una falsa associazione sportiva attorno alla quale si sviluppò il carattere paramilitare della banda. I leader della volante erano tutti milanesi e venivano dall'esperienza della lotta clandestina. Tra i fondatori ci sono Luigi Comini "Luisott", futuro commissario politico del gruppo e Giulio Paggio "Alvaro", che sarà comandante. I due saranno anche tra i più anziani, anche se poco più che ventenni. I membri più giovani che aderiranno alla banda criminale neppure avevano preso parte alla guerra partigiana per mere questioni anagrafiche. Quella compagnia di ventura assetata del sangue dei fascisti "graziati" dallo Stato ma non dalla "giustizia popolare" non si curava neppure di non dare nell'occhio, favorita anche dalla situazione particolare di quella zona dove le fabbriche erano ancora nelle mani degli operai che gestivano anche la sorveglianza del territorio, mentre l'esercito regolare non era stato ancora riorganizzato del tutto. Gli ex partigiani comprarono all'asta del campo residuati bellici di Monza autodromo un grande camion Dodge lasciato dagli alleati e facendo in quell'occasione già intuire di che pasta fossero fatti, vincendo l'incanto mostrando ai concorrenti le canne delle pistole dall'interno delle tasche. Il mezzo sarà più tardi dipinto di rosso con l'effigie di Garibaldi e parcheggiato di fronte alla casa del popolo, in bella vista. I nuovi ribelli si procurarono anche delle uniformi: giubbotti americani da aviatori e divise estive degli alleati, niente di più lontano dal vestiario dei soldati dell'Armata Rossa, loro ispiratori. La banda, che contò circa una trentina di elementi e fiancheggiatori vari, fu vista sfilare pubblicamente in qualità di servizio d'ordine nelle tanta manifestazioni del Pci dei difficilissimi mesi del dopoguerra. Ma la loro storia sarà presto destinata, come il ll loro camion Dodge, a tingersi di rosso. Per identificare gli obiettivi, i fascisti, gli uomini della volante si erano costruiti una rete di informatori sia borghesi che agenti di Pubblica Sicurezza dentro i ranghi di quella "Polizia partigiana" in servizio nell'immediato dopoguerra. Per meglio mimetizzarsi erano riusciti a procurarsi alla Bianchi degli autocarri dell'Esercito Italiano con targhe false, con i quali superavano i posti di blocco e seguivano le imbeccate dei tanti informatori di zona che sorvegliavano le abitazioni e segnalavano se da qualche parte fosse rientrato un "fascista", magari dalla prigionia al campo alleato di Coltano. Le liste degli obiettivi da colpire venivano anche dalle altre sezioni del Pci e dell'Anpi dislocate in tutta la città. Durante il primo anno di vita della Volante tutte le azioni si svolsero nella completa clandestinità, assicurata anche dalla scarsa attenzione mediatica di quei mesi caotici. In quei mesi sparirono nel nulla alcuni esponenti del passato regime, ma sui giornali si dichiarava sbrigativamente che fossero fuggiti in Argentina. Si saprà poi che molti di essi invece finirono sciolti nelle colate delle acciaierie Breda oppure nei canali della periferia con una pietra al collo. Sarà la rinascita dai primi mesi dopo la fine della guerra dei movimenti di ispirazione neofascista a far alzare l'asticella ai crimini della Volante Rossa, come ad esempio le tante azioni notturne compiute delle Sam (Squadre d'Azione Mussolini) prima del referendum del 1946. In quel periodo si moltiplicarono le azioni dimostrative degli ex repubblichini con un'azione di propaganda spesso accompagnata da colpi di revolver, ma mentre le formazioni di estrema destra andavano riorganizzandosi, la Volante rossa (o così almeno si suppone per questo primo duplice omicidio che fu l'ultimo non punito in quanto precedente all'amnistia) aveva già fatto le prime vittime.La Volante colpisce nell'ombra. Le prime vittime sono donne. la Volante Rossa servizio d'ordine in una manifestazione del PciLa genovese Rosa Bianchi Sciaccaluga dal 26 aprile 1945 è vedova del marito Stefano, ufficiale della Decima Mas arrestato e giustiziato ad un posto di blocco partigiano al suo tentativo di rientro a Milano. Da quel giorno lei e la figlia Liliana si nascondono in una pensione in zona Monforte, dove il 31 agosto ricevono improvvisamente la visita di uomini che si qualificano come poliziotti. I cadaveri delle due donne saranno ritrovati soltanto alcuni giorni più tardi sul fondo di una cava di Corsico, con i visi devastati da colpi sparati in faccia. E'il primo duplice delitto di una lunga scia di morte che caratterizzerà gli anni dal 1945 al 1949 scaturita dalla lotta sotterranea dei vendicatori partigiani contro i fascisti "graziati". Una lotta strisciante, quasi una guerriglia sotterranea tra le opposte fazioni, fatta di colpi di pistola sparati in strada, di ordigni contro le sezioni, di propaganda come quella che i neofascisti con un colpo di scena organizzarono in occasione dell'ultima visita del re Umberto II. Sulla facciata dell'edificio antistante il Duomo riuscirono ad accendere le insegne pubblicitarie componendo una scritta inneggiante al Duce. Anche la sezione di Lambrate non sarà risparmiata quando subirà un attacco da parte delle Sam, sventato all'ultimo secondo grazie all'intervento di un un informatore infiltrato. Seguirà una sparatoria nella quale morirà un giovane neofascista e le cronache diranno che a colpirlo erano stati certi individui vestiti da "vigilantes": erano le divise della Volante entrata in azione. L'escalation delle violenze dall'amnistia Togliatti in avanti sembrava non smettere più. Il 9 ottobre 1946 alla sezione del Pci di piazza Cantore ( Porta Genova) esplode una bomba che uccide accidentalmente il figlio del custode di soli cinque anni, mentre le prigioni si svuotano dai detenuti politici e le opportunità di reclutamento nei ranghi dei nuclei neofascisti (ancora non organizzati in un partito unico) aumentano rapidamente. Di questo gli uomini della Volante Rossa sono perfettamente consci, tanto che i fatti di sangue a carico degli ex esponenti del passato regime subiranno un'impennata nel 1947, contemporaneamente alla riorganizzazione di due realtà del neofascismo clandestino, il Partito Democratico Fascista (quello di Leccisi, trafugatore della salma di Mussolini) ed i FAR (Fasci d'Azione Rivoluzionaria) capitanati dall'ex generale della milizia Ferruccio Gatti. Le seguenti vittime dei partigiani giustizieri saranno ancora due donne. La prima a cadere è Brunilde Tanzi, sorella di un fascista del protosquadrismo ed ex ausiliaria della X-Mas nel comando di via Tasso. Il 17 gennaio 1947 entrò nel mirino della Volante per la sua adesione ai FAR e per la intensa attività di propaganda (con uno stratagemma era riuscita a far risuonare in tutta piazza Duomo l'inno del ventennio "Giovinezza" diffuso da un altoparlante). I giustizieri la raggiungono verso le 23:00 dopo una passeggiata con il fidanzato nella centrale via San Protaso e la crivellano di colpi. Morirà poco dopo il trasferimento al Policlinico. Nessuno parlava ancora di partigiani o di Volante Rossa: addirittura i giornali scrissero di indizi riconducibili a motivi "passionali". Non passarono che poche ore e la stessa mano uccideva un altra donna proprio in zona Lambrate. A cadere sotto i colpi della "giustizia popolare" fu Eva Macciacchini, freddata sul sentiero sterrato che portava verso il terrapieno della ferrovia in via Valvassori Peroni e successivamente data alle fiamme. Il corpo della donna è reso irriconoscibile e gli inquirenti faticano a riconoscerlo per giorni, brancolando nel buio totale sui moventi. Si parlò di malavita organizzata e di implicazioni della quarantacinquenne in traffici illeciti, forse di armi. Nessun accenno alla Volante, anche se l'adesione alle SAM della vittima avrebbe dovuto suggerire un collegamento tra gli omicidi quasi contemporanei. Ma la vendetta degli uomini di via Conte Rosso non si fermò alle due donne. Il 14 marzo 1947 cadeva sotto i colpi degli uomini venuti dalla Casa del Popolo di Lambrate il giornalista Franco De Agazio, direttore del periodico "Meridiano d'Italia" e zio di Franco Maria Servello, poi esponente di spicco del Movimento Sociale Italiano. Il motivo dell'intervento della Volante Rossa fu causato dall'inchiesta che il giornale di De Agazio stava svolgendo sul famoso "oro di Dongo" e sul ruolo di Walter Audisio "Valerio" nelle ultime ore di Mussolini. Due fischi nel silenzio della via Strambio, in zona Città Studi, annunciarono l'arrivo della morte per il direttore del Meridiano, freddato sotto casa dalle armi automatiche dei partigiani. Furono visti due uomini fuggire in auto, poi il silenzio degli inquirenti si sostituì agli echi della cronaca che andava spegnendosi. Il clima di crescente violenza tra i neofascisti e i comunisti fu alimentato anche da eventi nazionali e mondiali che si verificarono quell'anno, come l'estromissione del Pci dal governo del Paese guidato da De Gasperi e dagli esordi della guerra fredda. La "rivoluzione" per gli uomini della volante era tradita due volte, e molti di loro vedevano dietro all'influenza dei vincitori e ex alleati americani lo spettro di un nuovo fascismo, funzionale alla lotta internazionale di contrasto alla diffusione mondiale del comunismo. Lo stesso Pci dovette raccogliere a testa bassa le critiche di Mosca, che invitava i compagni italiani ad accelerare la lotta e abbandonare il parlamentarismo sterile, cercando invece un continuum nei princìpi rivoluzionari emersi durante la guerra di liberazione. Per i "bravi ragazzi di Lambrate" si trattava di una nuova chiamata alle armi. E l'occasione venne dai tumulti, dagli scioperi e dalle manifestazioni di quell'anno nelle quali i partigiani del dopoguerra si mischiarono ed agirono, ottenendo un riconoscimento de facto da parte del Pci che li vide in azione come servizio d'ordine nei comizi e nelle manifestazioni, compresa la scorta a Giancarlo e Giuliano Pajetta. La squadra di Lambrate operò anche durante le tante occupazioni delle fabbriche, contrastando la Polizia nelle azioni di sgombero. Ma il nuova fase di riconoscimento nel partito e nelle fabbriche non smorzò la voglia di veder ancora scorrere il sangue dei fascisti. Giulio Paggi "tenente Alvaro", comandante della Volante RossaMorte di un "pezzo grosso"Lungo il 1947, anno in cui si manifestarono con maggior frequenza le violenze dei nuclei clandestini di destra e di sinistra culminate con agguati, pestaggi, colpi di pistola in strada e bombe a mano contro le sedi dei partiti, si consumò anche uno dei delitti più importanti per mano della Volante Rossa. Era il primo pomeriggio del 4 novembre quando in via Gian Galeazzo 20 a Porta Ticinese un giovane si presentava alla portinaia con una scusa, per tastare il terreno e osservare la sua reazione. Nel palazzo abita un "pezzo grosso" del fascismo repubblicano, il generale Ferruccio Gatti. Capo dello squadrismo milanese, console della Milizia e quindi generale della Gnr durante la Repubblica Sociale, era stato condannato nel 1945 a 8 anni di reclusione, mai scontati per l'effetto dell'amnistia Togliatti. Nel dopoguerra era stato uno dei più attivi nella rinascita del neofascismo con l'adesione ai FAR e quindi nel neonato Movimento Sociale. Il giovane ritornava poco dopo con altri due complici vestiti con giubbotti da aviatore, il biglietto da visita della Volante di Lambrate. Con la scusa di portare un messaggio di un funzionario del Msi la moglie di Gatti apre la porta mentre la famiglia è ancora a tavola. Le armi automatiche dei partigiani crepitano e fulminano l'ex militare e ferendo anche il figlio Riccardo, riuscendo poi a fuggire in bicicletta senza essere fermati. Gravemente ferito, il generale spirerà al Policlinico qualche giorno dopo. Ma la giornata della Volante non terminò con l'omicidio di Gatti. Il commando si presentava dopo le 23 in via Pacini, a Lambrate, nell'abitazione dell'allora segretario di zona dell'Msi Angelo Marchelli. Soltanto la prontezza della moglie, che intuisce il tranello e depista gli aggressori, riuscirà ad evitare il secondo delitto della giornata. Non paghi delle azioni di quel giorno, gli uomini della squadra si presentano il giorno successivo a Sesto San Giovanni e uccidono tra le braccia della compagna l'attivista del Partito dell'Uomo Qualunque Michele Petruccelli. Il giorno successivo nei pressi di Mediglia venivano aggrediti alcuni attivisti comunisti di ritorno da una serata danzante. La Volante individua il responsabile in un altro esponente qualunquista, il fattore Giorgio Magenes di Robbiano di Mediglia. Con il consenso esplicito del sindaco comunista del paese alle porte di Milano, la squadra di Lambrate si presenta in forze, dopo aver reclutato alla Breda un nutrito gruppo di operai simpatizzanti che a mezzo di autocarri bloccano l'accesso alla cascina per dare una dura lezione a Magenes. Questi, asserragliato nei locali del mulino, reagisce armi in pugno uccidendo un operaio, ma il numero degli assalitori è soverchiante. I Carabinieri irrompono con i blindati per prelevare l'assediato ma una volta usciti dal caseggiato sono circondati dagli assalitori inferociti che danno inizio al linciaggio del fattore qualunquista strappandolo ai militari e uccidendolo a sprangate. I testimoni dell'epoca ricordano che tra gli assalitori c'erano dei giovani con i giubboni di pelle sotto i quali tenevano un mitra. La fine del 1947 sarà segnata da un'azione dimostrativa della Volante che riempirà le cronache dei giorni a seguire e che ricorda da vicino le prime azioni che le Brigate Rosse compiranno più di un ventennio dopo. La sera del 12 dicembre il commando di Lambrate rapisce presso la sua abitazione il vicedirettore delle acciaierie Falck, ingegner Italo Tofanelli. Questo ultimo viene fatto salire sul Dodge e lasciato completamente nudo in piazza Duomo dopo una serie di minacce e avvertimenti. Il 1948 e il declino della Volante RossaIl 1948 sarà un anno cruciale per l'Italia e di riflesso anche per la Volante di Lambrate. Il clima stava cambiando rapidamente anche all'interno dei rappresentanti delle Forze dell'Ordine. Molti funzionari ai vertici che erano stati attivi durante la resistenza erano stati sostituiti, spesso con successori con un passato attivo nel ventennio. Fu il caso anche del Prefetto di Milano, Ettore Troilo, l'unico esponente del Cln ancora in carica. Il ministero dell'Interno guidato da Mario Scelba ne dispose il trasferimento, al quale il Pci non poté opporsi alla vigilia delle elezioni politiche. Nel mutato clima della città, i partigiani di Lambrate si erano ormai messi troppo in mostra e cominciavano a sentire il fiato della Polizia sul collo di pelliccia dei loro giubbotti. Ad aggravare la situazione fu anche l'ammissione nella squadra di Giulio Paggio e Luigi Commini di un personaggio esterno alla squadra, conosciuto durante le brevi fughe sulle alture sopra Intra dei membri della banda. Si trattava di Eligio Trincheri, un latitante che aveva trovato rifugio a Lambrate dopo aver commesso diversi reati nella zona del Lago Maggiore a scopo di rapina, il più grave dei quali l'assassinio di un commerciante di Mergozzo. Personaggio dal profilo psicologico instabile, si dimostrerà più tardi l'anello debole della Volante. Nell'aprile del 1948 le elezioni politiche segnarono la sconfitta del Fronte Popolare, che significò l'esclusione definitiva dei comunisti dal governo del Paese. Nel luglio successivo Palmiro Togliatti rimaneva vittima di un attentato. Le conseguenze del gesto di Antonio Pallante portarono per alcune ore l'Italia sull'orlo della guerra civile. Gli operai scesero in piazza in tutta Italia e si verificarono gravi scontri con un bilancio complessivo di 14 morti. La Volante Rossa non rimase certo a guardare. Partì da Lambrate a bordo di un camion, questa volta decisa ad assaltare e occupare la vicina caserma dei Carabinieri. Per l'occasione gli ex partigiani avevano rispolverato i panzerfaust requisiti ai tedeschi, decisi a far saltare anche i blindati a presidio della stazione. Quel momento fu per gli uomini di Lambrate l'ultima occasione di essere ad un passo dalla rivoluzione armata, ben consapevoli che nelle grandi fabbriche gli operai sarebbero stati pronti ad appoggiarli anch'essi con quelle armi che per tre anni erano rimaste nascoste nei magazzini degli stabilimenti. Poi, come una doccia fredda, il contrordine. Togliatti era sopravvissuto, la rivoluzione doveva rientrare. Il camion della squadra di Lambrate è fermato nei pressi del campo sportivo Giuriati da un'automobile su cui viaggia il referente del Pci per la sezione. Per il futuro della Volante la battuta d'arresto sarà l'inizio della fine. Messo da parte l'esito rivoluzionario fornito dall'attentato al "migliore", rimaneva la realtà che ormai significava sfuggire alla morsa degli inquirenti sempre più vicina. Lo sbandamento seguito ai fatti del 1948 e la perdita del fiancheggiamento da parte degli operai che abbandonano le armi nei terrapieni e nei canali per paura della repressione, farà commettere una serie di errori strategici che porteranno la Volante alla dissoluzione. E'questa la storia degli ultimi due delitti che portano la firma del gruppo di Lambrate, ad opera dei cani sciolti Eligio Trincheri, Paolo Finardi (nome di battaglia "Pastecca") e Natale Burato "Lino". Il Trincheri ha nel mirino Felice Ghisalberti, ex milite della Muti tra gli esecutori dell'omicidio di Eugenio Curiel, prosciolto dalle accuse nel 1947. Trincheri si fa assumere come meccanico nell'officina del padre di questi, sotto falso nome, dove raccoglie le prove dell'implicazione dell'ex mutino che, ignaro, racconta i fatti del febbraio 1945 al dipendente. L' ora della "vendetta rossa" giunse il 27 gennaio 1949, questa volta con una tattica tanto bizzarra quanto azzardata. Trincheri e Minardi noleggiarono un taxi di un "compagno" consenziente e, giunti in via Lomazzo all'officina del Ghisalberti lo freddano dall'autopubblica mentre stava per entrare in tabaccheria. Al ritorno a Lambrate gli assassini raccomandano al tassista di recarsi alla Polizia e raccontare l'accaduto depistando gli inquirenti sul percorso del taxi e sui connotati dei clienti. La tattica non funziona, e in commissariato emergono subito evidenti contraddizioni. Per rimediare al fallimento, gli uomini della Volante decidono di portare a termine lo stesso giorno una seconda esecuzione, mi modo tale da impegnare la Polizia su un altro fronte. L'imbeccata viene da Natale Burato. Un "fascista" si è appena insediato negli uffici amministrativi della ditta per cui lavora e si dice (senza alcuna prova) che questi avesse preso parte alle fucilazioni dei partigiani al campo Giuriati in zona Città Studi. Ancora una volta gli assassini noleggiano un taxi di un comunista, tale Silvio Perego, per il breve tragitto che li porta da via Vallazze al vicino Politecnico, dove in Piazza Leonardo da vinci al civico 9 abita il dottor Leonardo Massaza, arrestato dopo la liberazione dalla 117a Brigata Garibaldi ma rilasciato dopo soli sei giorni. Non vi erano prove di una successivo impegno politico della vittima, tranne qualche ipotesi sul favoreggiamento di questi alla riassunzione di alcuni epurati. Dal taxi scendono Trincheri e Burato. Sarà quest'ultimo a freddare Massaza sull'uscio di casa con sei colpi su sette andati a segno per un delitto totalmente inutile. Intanto, in Questura, il cerchio si chiudeva attorno ai "bravi ragazzi di Lambrate". La prima irruzione delle Forze dell'Ordine nella Casa del Popolo avviene il giorno dopo il duplice omicidio. Trincheri riesce a fuggire da una finestra ma ormai "bruciato" dalle confessioni del tassista è attratto in una trappola e arrestato il 10 febbraio 1949. Quando Trincheri in Questura fa il nome di Paolo Finardi, la Polizia del Questore Vincenzo Agnesina è ormai vicina anche capo della squadra, il "tenente Alvaro", allora impiegato alla Innocenti come guardiano. Quando quattro Carabinieri arrivano ai cancelli della fabbrica però, grazie ad una soffiata, Giulio Paggio riesce a dileguarsi, così come FInardi appena dopo la perquisizione della sede di Lambrate. Per i due inizia la latitanza, mentre viene arrestato per favoreggiamento anche il segretario della sezione Pci di via Conte Rosso, Enrico Mondani. Di Paggio, Burato e Minardi nessuna traccia. Si scoprirà più tardi della loro fuga oltrecortina attraverso la Jugoslavia, grazie all'appoggio di elementi del Partito Comunista. L'istruttoria, che coinvolse 38 membri della banda, si svolse senza la presenza dei maggiori imputati. il "tenente Alvaro", il "Pastecca" e "Lino" sono già a Praga protetti dalla Cortina di ferro, mentre Trincheri e altri rastrellati in quei giorni si trovano in carcere. Il processo si svolgerà a Verona e terminerà con la sentenza del 21 febbraio 1951. Gli ergastoli saranno quattro: Giulio Paggio, Natale Burato, Paolo Finardi ed Eligio Trincheri, del quale rimarrà impressa una dichiarazione dell'imputato durante la requisitoria per l'omicidio Ghisalberti. Alla domanda dell'accusa sulle ragioni dell'omicidio dell'ex milite della "Muti", risponderà in milanese: - "L'ho massàa perché l'era on fazulèt!"-, l'ho ucciso perché era un "fazzoletto", nomignolo affibbiato dai volantisti agli ex fascisti. Giulio Paggio passerà il resto della sua vita ben inserito nella capitale dell'allora Cecoslovacchia, lavorando anche per "Radio Praga". Paolo Finardi invece sarà inizialmente assunto come contadino in un azienda agricola collettiva del paese oltrecortina. All'inizio degli anni '60 fu inviato a Cuba come addetto alle ricerche geologiche si invito del ministero allora retto da Ernesto "Che" Guevara. Burato invece riparerà più tardi in Unione Sovietica. Attorno alla metà degli anni '50 si tornò a parlare del "tenente Alvaro", quando il terrorista di Lambrate fu segnalato a Berna e sospettato di aver fatto parte di una rete di contrabbando internazionale di cobalto con base in Svizzera, notizia che sarebbe trapelata da un cecoslovacco che ebbe contatti anche con un'altro latitante ex partigiano di primo piano e già onorevole del Pci, Francesco Moranino. Sia Paggio che Finardi passeranno il resto della loro vita in Cecoslovacchia, da dove periodicamente giungevano le loro domande di grazia alla Presidenza della Repubblica. Eligio Trincheri passerà 19 anni in carcere rispetto alla condanna a vita. Tornerà alla nativa Intra dove farà il messo comunale fino alla morte nel 2015. La grazia per i capi della Volante alla fine arriverà in due tempi diversi e da due Presidenti della Repubblica ex partigiani. La prima fu firmata da Giuseppe Saragat nel 1971 e riguardò Eligio Trincheri. Paggio, Burato e Finardi saranno graziati da Sandro Pertini a pochi mesi dal suo insediamento al Quirinale, il 26 ottobre 1978. Il "tenente Alvaro", a parte una breve apparizione l'anno successivo alla grazia, non fece mai ritorno in Italia come il compagno Finardi, assieme il quale vedrà crollare attorno a sé quel mondo comunista, quel "sol dell'avvenire" che i ragazzi della volante avevano sognato anche per l'Italia e cercato di far sorgere a suono di revolver o, come si diceva allora nel gergo della mala milanese, facendo lavorare la "girandola".
Celebrazioni a Teheran per Mojtaba Khamenei (Ansa)
La Repubblica islamica dell’Iran sostiene di aver già individuato la figura destinata a succedere alla guida del Paese dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ma ufficialmente, al momento di andare in stampa, il nome del nuovo leader supremo non è stato ancora reso pubblico. Un silenzio che riflette le profonde tensioni politiche e istituzionali che attraversano il sistema di potere iraniano in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. A confermare che una decisione sarebbe stata presa è stato un membro dell’Assemblea degli esperti, l’organo religioso incaricato dalla Costituzione di designare la Guida suprema; l’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che all’interno dell’Assemblea sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la Guida» e che sarebbe stato raggiunto «un parere decisivo e unanime». Un altro membro dell’Assemblea, Hojjatoleslam Jafari, rappresentante della provincia di Zanjan, ha espresso l’auspicio che la decisione venga resa nota al più presto. «Il ritardo nell’elezione del terzo leader è amaro e indesiderato per tutti», ha spiegato, invitando tuttavia la popolazione a non perdere fiducia nei rappresentanti religiosi chiamati a prendere una decisione così delicata.
Nel frattempo, un altro religioso dell’Assemblea ha assicurato che il nome di Khamenei come leader dell’Iran «continuerà a esistere», sottolineando come la futura guida della Repubblica islamica dovrà muoversi nel solco politico e ideologico tracciato dal defunto ayatollah. Secondo la Costituzione, spetta all’Assemblea degli esperti - composta da 88 religiosi - scegliere la Guida suprema quando la carica rimane vacante. È quanto accaduto dopo i quasi 37 anni di leadership di Ali Khamenei, morto a seguito di un attacco Usa a Teheran lo scorso 28 febbraio. La successione rappresenta quindi uno dei passaggi più sensibili nella storia politica della Repubblica islamica.
Il dibattito interno è reso ancora più complesso dalla possibile candidatura di Mojtaba Khamenei, figlio della precedente Guida suprema e da tempo indicato come uno dei principali pretendenti alla successione. La sua nomina, osteggiata dal presidente statunitense Donald Trump secondo il quale «sarebbe inaccettabile», garantirebbe continuità con la linea politica del padre e lascerebbe campo libero ai pasdaran, principali sponsor della sua ascesa.
Il prezzo, secondo molti osservatori, lo pagherebbe la popolazione iraniana, che potrebbe trovarsi di fronte a una repressione ancora più dura mentre il conflitto in corso rischierebbe di intensificarsi ulteriormente. Secondo alcune informazioni circolate nelle ultime ore, Mojtaba Khamenei sarebbe inoltre rimasto gravemente ferito nei raid che hanno colpito la città di Qom alla fine di febbraio e si troverebbe attualmente ricoverato in ospedale. Un altro membro dell’Assemblea, l’ayatollah Mohsen Heidari Alekasir, ha dichiarato che il candidato prescelto sarebbe stato individuato anche tenendo conto delle indicazioni lasciate dallo stesso Khamenei prima della morte. Secondo il religioso, il nuovo leader dovrebbe essere una figura «odiata dal nemico», aggiungendo che «persino il Grande Satana» avrebbe già fatto il suo nome. Ovvio il riferimento a Mojtaba Khamenei. All’interno del clero non mancano le pressioni per accelerare la decisione. L’ayatollah ha chiesto di rendere pubblico al più presto il nome del «giurista a pieno titolo» selezionato dall’Assemblea. Rahim Tavakol, altro membro dell’organismo religioso, ha assicurato che l’assemblea ha già svolto il proprio compito e che «presto verrà annunciato il successore» di Khamenei. Tuttavia diversi osservatori ritengono che il ritardo possa essere legato anche a questioni procedurali e di sicurezza. Secondo alcuni giuristi iraniani, la Costituzione prevede che almeno due terzi dei membri dell’Assemblea partecipino fisicamente alla deliberazione. In mancanza di questa condizione, qualsiasi decisione rischierebbe di non avere piena validità legale.
Emergono anche divisioni all’interno dell’establishment. Alcune fonti sostengono che il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, si sarebbe opposto alla nomina di Mojtaba Khamenei, preferendo invece la candidatura del fratello Sadeq Larijani, ex capo della magistratura e figura influente dell’apparato religioso e politico iraniano. Per l’esercito israeliano, invece, non è importante chi verrà nominato: «Continueremo a colpire chiunque tenti di assumere o designare la carica di Guida Suprema» ha affermato l’Idf in una nota.
La guerra «sotterranea» dell’acqua
L’escalation militare in Medio Oriente continua ad allargarsi mentre il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti apre nuovi fronti di tensione in tutta la regione. A Teheran la situazione appare sempre più critica dopo una serie di raid che hanno colpito infrastrutture energetiche della capitale provocando incendi di vaste proporzioni. Il corrispondente della Cnn Frederik Pleitgen ha raccontato dalla città uno scenario che ha definito «apocalittico». Gli attacchi israeliani hanno centrato diversi impianti petroliferi causando roghi che, a distanza di oltre 12 ore, continuavano ancora a bruciare. Colonne di fumo nero si sono alzate sopra la capitale mentre la pioggia, mescolata ai residui di petrolio dispersi nell’aria, è ricaduta sulle strade.
Nel frattempo il comando militare Usa per il Medio Oriente ha diffuso un messaggio diretto alla popolazione iraniana invitando i civili a restare nelle proprie abitazioni: «State a casa. Il regime sta consapevolmente mettendo in pericolo le vite dei civili», si legge nell’avviso diffuso dallo Us central command. Nel comunicato si accusa inoltre Teheran di utilizzare quartieri densamente abitati per operazioni militari, compreso il lancio di droni d’attacco e missili balistici. Washington ha tuttavia precisato di non essere coinvolta negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.
Il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, intervistato dalla Cnn, ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono colpire l’industria petrolifera o del gas della Repubblica islamica. Secondo Wright gli obiettivi dei raid riguarderebbero depositi di carburante utilizzati per rifornire le stazioni di benzina della capitale. Il segretario ha riconosciuto l’impatto degli attacchi sulla qualità dell’aria a Teheran, aggiungendo, tuttavia, che «alcuni giorni di qualità dell’aria peggiore non sono nulla rispetto a ciò che il popolo iraniano ha sofferto sotto il regime». La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, intervistata da Fox News, ha spiegato che la strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump resta concentrata su una campagna di bombardamenti aerei. «Il dispiegamento di truppe a terra non rientra nel piano attuale ma il presidente non ha rimosso l’opzione dal tavolo», ha dichiarato.
Le tensioni si estendono anche al Golfo. Le autorità del Bahrein hanno denunciato un attacco con drone attribuito all’Iran contro un impianto di desalinizzazione nei pressi della capitale Manama. In una nota ufficiale il governo ha riferito che l’azione ha colpito obiettivi civili causando danni materiali alla struttura. L’Autorità elettrica e idrica del Paese ha tuttavia assicurato che l’incidente non ha interrotto la distribuzione dell’acqua potabile. Il tema resta particolarmente delicato perché nei Paesi del Golfo la sopravvivenza delle città dipende in larga parte dagli impianti di desalinizzazione.
Proprio gli Emirati Arabi Uniti sono finiti al centro di nuove polemiche diplomatiche. Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano israeliano Ynet, Abu Dhabi avrebbe valutato la possibilità di colpire un impianto di desalinizzazione in Iran come segnale politico. Negli Emirati cresce però la rabbia per le notizie diffuse dai media israeliani. Secondo quanto riferito da Channel 12, fonti vicine alla leadership emiratina ritengono che rivelazioni pubbliche di questo tipo possano compromettere un delicato equilibrio regionale. Sul piano diplomatico Teheran continua intanto a ribadire la propria determinazione a resistere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervistato dalla Nbc, ha affermato che la cooperazione con la Russia «non è una novità né un segreto» e che l’Iran continuerà a difendere il proprio territorio: «La nostra dignità non è in vendita», ha dichiarato. Resta instabile anche il fronte libanese. Secondo le Forze di difesa israeliane, negli ultimi giorni oltre 200 membri di Hezbollah e di altri gruppi armati sarebbero stati uccisi durante le operazioni militari in Libano. Il ministero della Salute libanese ha riferito che i bombardamenti della scorsa settimana hanno provocato almeno 394 morti, confermando come il conflitto stia assumendo dimensioni sempre più ampie.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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