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2020-06-12
I dolci dopo le statue, il totalitarismo avanza
Ansa
Il nuovo regime, come spesso accade, mostra tratti ridicoli. Quando si legge che una catena di supermercati svizzeri vuole mettere al bando dei cioccolatini - i moretti o «teste di moro» - perché qualche attivista nero si potrebbe offendere, lo sghignazzo sgorga spontaneo. Chissà che succederà quando i professionisti dell'antirazzismo scopriranno che una nota marca italiana produce una lunga stecca di gianduia e nocciole chiamata «Africano»: come minimo si tirerà in ballo la Commissione Segre. Il fatto che di certe follie si possa ridere, tuttavia, non le rende meno serie o meno pericolose. Qualcuno, facendo sfoggio d'ottimismo, sostiene che la furia iconoclasta di movimenti come Black Lives Matter e dei tristi epigoni italiani (del tutto simile a quella dei talebani che distrussero i Buddha di Bamyan) sia un fenomeno passeggero. Altri - soprattutto a sinistra - condannano gli «eccessi» del politicamente corretto, ad esempio la crociata contro Via col vento, ma non vanno oltre: non si rendono conto della dittatura incipiente. Non vogliono capire che i cioccolatini messi al bando, le statue distrutte, i programmi tv cancellati e i film censurati sono prove generali di totalitarismo. Come ha scritto Richard Millet, anche quando il razzismo è immaginario (è il caso dei moretti e di certi film), «l'ideologia antirazzista ha bisogno di inventarlo per giustificare il terrore permanente che essa esercita su tutti». Ecco come stanno le cose: l'antirazzismo fanatico ha prodotto un nuovo Terrore, e negli ultimi tempi la ghigliottina ben lubrificata scivola più rapida che mai. Se non si prendono adeguate contromisure, la situazione è destinata a peggiorare.
Come sappiamo, le forze del mercato spingono con forza verso la virtualizzazione del commercio, e l'emergenza Coronavirus ha accelerato il processo. Il futuro che ci attende è fatto di acquisti e di intrattenimento online. Dunque se le piattaforme di streaming tolgono dal catalogo serie tv o film «razzisti», quelle opere sono destinate a sparire. Se i grandi venditori come Amazon decidessero di non distribuire più libri «sgraditi», di nuovo quei testi sarebbero - di fatto - mandati al rogo.
Chi scrive, nel suo piccolo, ne ha fatto esperienza: se una grande catena di librerie e un paio di grandi negozi online - per scelta politica - si rifiutano di commercializzare un volume, quel volume svanisce. Può circolare in poche copie attraverso circuiti indipendenti. oppure essere venduto a mano durante conferenze o presentazioni. Sempre che le suddette conferenze non vengano impedite in nome dell'antirazzismo o della lotta all'omofobia.
Questa, signori, è la dittatura «dolce» dei nostri giorni. E si manifesta anche in altre forme. A Hollywood, da un paio d'anni, va di moda - come risarcimento per presunte discriminazioni passate - stabilire «quote etniche» per i protagonisti dei film. Succede così di trovare un attore nero nei panni del biondocrinito eroe omerico Achille. O di imbattersi in una pletora di lord con la pelle scura nel film Maria regina di Scozia. Ora, Maria Stuart ha occupato il trono scozzese dal 1542 al 1567: è un po' difficile che in quel periodo, in Gran Bretagna, ci fossero dei nobili di colore, no?
Oggi che l'identità è un brand e garantisce guadagni e potere, gli attivisti hanno inventato il concetto di «appropriazione culturale». Se uno stilista francese disegna una gonna con motivi orientali, va trattato come un «ladro di cultura». In compenso, se un nero interpreta un eroe omerico, nessun problema: è una forma di compensazione. Al di là del grottesco cortocircuito, il punto è che in questo modo si modifica la realtà in base all'ideologia. La Storia viene di fatto riscritta utilizzando criteri morali. Non è più nemmeno relativismo: è deliberata falsificazione in nome del pensiero dominante.
Fortunatamente, i ragazzi e gli adulti non conoscono la Storia soltanto attraverso film e serie. Ma il pericolo è che anche i libri e, più in generale tutto quanto ha a che fare con il racconto del passato subisca la stessa sorte di Via col vento. La studiosa tedesca Aleida Assmann, a questo proposito, ha spiegato che oggi il passato «è continuamente rivendicato come una risorsa importante per il potere e le politiche d'identità. La storia non è solo ciò che viene dopo la politica; è diventata materia e carburante della politica».
Lo storico italiano (di sinistra) Marcello Flores ha appena pubblicato un bel libro per il Mulino intitolato Cattiva memoria. In quel saggio - riassumiamo semplificando un po' - suggerisce l'idea che la Storia venga da un po' di tempo sostituita con la «memoria», che è cosa ben diversa. La memoria, infatti, è una «ricostruzione del passato in funzione del presente». La memoria, presentata come un «dovere morale», è anche «fomentatrice di rabbia, conflitti e violenze». Soprattutto, la memoria utilizzata come cemento per l'identità si presta a robuste manipolazioni. Intendiamoci: non ci aspettiamo certo che la storiografia sia neutra, tanto meno in Italia. Lo dimostrano gli sconti feroci seguiti alla (blanda) equiparazione in sede europea di nazismo e comunismo. Dalle nostre parti, il filtro politico ha fatto sì che i regimi «neri» fossero presentati come il «male assoluto», mentre con quelli rossi si è sempre stati fin troppo teneri.
Da un po' di tempo, alcuni storici di sinistra - e Flores ne è un esempio - stanno assumendo posizioni critiche, riconoscendo e criticando gli sbilanciamenti del passato. Questo senz'altro è un fatto positivo. Ma è anche un segnale inquietante. Se oggi si condanna anche il comunismo, è perché l'ideologia dominante, a livello culturale, non è più quella «di sinistra» in senso stretto. Oggi il pensiero unico è liberal: non ha problemi ad equiparare i mostri di colori diversi, perché la nuova revisione storica è funzionale a imporre quello che Franco Cardini chiama «totalitarismo liberista» (nel bel libro Novecento addio, a cura di Roberto Righetto, in uscita per Medusa). Se prima si censurava in nome del comunismo, oggi lo si fa in nome dell'antirazzismo o dei diritti gay.
Movimenti come Black Lives Matter fanno da ariete, poi arrivano le grandi corporation (che non a caso supportano gli attivisti) a mietere il raccolto. Riscrivere la Storia in funzione dell'ideologia serve a creare individui senza radici, facilmente manipolabili. Gente che vive in un mondo alla rovescia e pensa che sia normale, che sia sempre stato così perché, in fondo, lo mostrano i film e pure i libri di Storia.
Dopo le statue, le serie tv e i film ora tocca ai cioccolatini «razzisti»
Uno spettro si aggira per gli Stati Uniti. Quello di Rossella O'Hara? No: della censura. Il Washington Post ha riportato ieri che Via col vento sarà presto reinserito nel catalogo Hbo, ma rigorosamente con l'introduzione di un esperto, che educhi il pubblico su come guardare il film. Tutto questo, mentre la Paramount Network ha annunciato la cancellazione di Cops (storico reality show dedicato alla polizia).
La furia iconoclasta sul suolo americano intanto non si placa. A Richmond, è stata abbattuta una statua del presidente confederato, Jefferson Davis, mentre - poche ore prima - nella stessa città un monumento di Cristoforo Colombo era stato incendiato e gettato in un lago. Tempi duri per il navigatore genovese, che Oltreatlantico è finito accusato di genocidio. E, non a caso, negli scorsi giorni diverse sue statue sono state violentemente prese di mira anche a Miami, Boston e Saint Paul. Sorte simile sta toccando ai monumenti dei generali confederati. Sono anni che gli attivisti di Black Lives Matter chiedono la loro rimozione. E, dopo la recente morte di George Floyd, stanno guadagnando terreno su questo fronte. Il monumento a John Breckinridge Castleman è stato rimosso lunedì scorso a Louisville, mentre martedì un trattamento simile è stato riservato a una statua confederata di Jacksonville. A Nashville, è stato invece abbattuto il monumento dedicato al senatore Edward Carmack: destino analogo è toccato alla statua del generale Lee a Montgomery.
Donald Trump intanto francamente se ne infischia. L'inquilino della Casa Bianca ha infatti respinto l'idea di ribattezzare le basi militari che portano il nome di generali confederati (come Fort Bragg in North Carolina o Fort Hood in Texas). Stando a quanto riporta la Cnn, sembrerebbe che il capo del Pentagono, Mark Esper, si fosse mostrato possibilista sulla questione. Ma il presidente è intervenuto, escludendo nettamente una simile eventualità. «La mia amministrazione», ha twittato, «non prenderà nemmeno in considerazione la ridenominazione di queste magnifiche installazioni militari».
Trump, da sempre difensore del Columbus day, ha poi rincarato la dose, affermando: «Chi nega la propria storia è condannato a ripeterla». Del resto, l'iconoclastia non è un problema che sta affliggendo solo gli Stati Uniti: basta ricordare i recenti vandalismi alla statua di Churchill a Londra. E, in alcuni casi, la faccenda - oltreché inquietante - si fa addirittura grottesca. È' quanto per esempio sta accadendo in Svizzera, dove la catena di supermercati Migros ha deciso di ritirare dagli scaffali i cosiddetti «moretti»: cioccolatini della Dubler che, già nel 2017, un comitato aveva bollato come «palesemente razzisti».
D'altronde, neanche il nostro Paese è immune dalla febbre iconoclasta. A Milano, i cosiddetti Sentinelli hanno infatti chiesto al sindaco la rimozione della statua di Indro Montanelli, poiché«ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni». Una posizione che la Fondazione Montanelli ha rispedito al mittente, parlando di strumentalizzazione. Al di là dell'assurdità del giudicare meccanicamente il passato con le categorie del presente, va anche rilevato che la statua celebri Montanelli come giornalista e non come esempio di virtù morale. Se si dovesse seguire la logica dei Sentinelli, la toponomastica delle città italiane andrebbe stravolta.
Insomma, l'obiettivo è tagliare la storia con l'accetta secondo categorie manichee, in barba a sfumature e complessità, alimentando un clima di costante guerra civile. Il fine non è capire e storicizzare, ma sradicare fanaticamente, in vista di una non meglio precisata palingenesi morale. Il tutto venato da una certa dose di ipocrisia e ignoranza. Ricordiamo che la cancellazione di Via col vento, è seguita a una richiesta, avanzata sul Los Angeles Times, dello sceneggiatore John Ridley: quel Ridley che nel medesimo editoriale ha tenuto paradossalmente a precisare «di non credere nella censura».
Senza poi dimenticare il regista Spike Lee che nel 2018 mandò platealmente «affanculo» John Wayne e John Ford, in ossequio all'ormai consolidato mantra che vede nel Western un genere razzista. Eppure Ford fu il primo a scritturare un afroamericano nel 1960 per un ruolo da protagonista western (Woody Strode ne I dannati e gli eroi) e ha sempre messo in evidenza le ragioni dei pellirossa contro i bianchi nei propri film (si pensi solo a Il massacro di Fort Apache o a Il grande sentiero).
E, per tornare alle statue confederate, un sondaggio Npr del 2017 mostrò come la maggioranza degli afroamericani fosse contraria allo smantellamento di quei monumenti. Iconoclastia e censura c'entrano infatti molto poco con la lotta al razzismo. Il politicamente corretto segue interessi legati a determinati settori politici, oltre che al grande capitale. E, di questo passo, dovremo presto dire addio a Clint Eastwood e Mario Monicelli. Ci resterà la banalità puritana della Hollywood di oggi? Chissà. Dopotutto, domani è un altro giorno
A sinistra c’è un’antica tradizione fatta di libri al rogo e censure
Quando si parla di roghi di libri, subito il riflesso condizionato porta al Medioevo, o all'Italia fascista e alla Germania nazista. Anche in questo campo, dunque, vincono la propaganda e i luoghi comuni.
Certamente nel Medioevo si riteneva che vi fossero libri buoni e libri cattivi. Accade anche oggi, anche se non lo si dice: il Mein Kampf di Adolf Hitler, per esempio, è stato un libro vietato per decenni.
Sul Medioevo ci si dimentica di dire, però, che è stato proprio l'epoca dei libri: la Chiesa, la scuola, le Università medievali hanno prodotto manoscritti su manoscritti, creando cultura, desiderio di cultura, insomma la nostra europea «civiltà del libro».
Osserviamo una persona china su di un libro, che legge o studia: la carta come la conosciamo noi è stata un'invenzione medievale italiana (Fabriano); se il lettore in questione porta gli occhiali, deve anche in questo caso ringraziare i medievali (e l'Italia), che li inventarono; anche le finestre, che gli portano luce, sono un prodotto dei cosiddetti «secoli bui».
Quanto a Gutenberg (1400 circa-1468), è stato un uomo del Medioevo, non solo cronologicamente, ma anche culturalmente: la sua passione per la tecnica, così coltivata nel Basso medioevo, e il suo amore per la fede, lo portarono ad inventare la stampa a caratteri mobili, per rendere più fruibile la Bibbia, cioè il libro sacro di una civiltà che venerava Dio come Logos/Verbum.
Se balziamo al fascismo, il Duce era un giornalista: conosceva bene il valore della carta stampata, ed impose la censura. Ma in Italia non ci furono mai roghi di libri, e gli editori italiani come Mondadori potevano pubblicare quasi tutto, compresa la letteratura straniera.
Gli italiani non si sarebbero mai lasciati sedurre dalle manifestazioni barbariche e fanatiche che invece ci furono in Germania, con i roghi dei libri di Albert Einstein, Stefan Zweig e con il tentativo di sostituire la Bibbia con il Mein Kampf o con Il mito del XX secolo di Alfred Rosenberg.
Ma i Paesi in cui davvero i libri furono bruciati e distrutti con una metodicità e sistematicità inaudita furono quelli comunisti. I bolschevichi di Lenin andarono al potere promettendo che non avrebbero mai bruciato i libri, come aveva fatto lo zar in qualche circostanza, e che avrebbero lasciato la libertà di stampa. Una volta al potere, però, la moglie di Lenin assunse il controllo della cultura: ogni giornale, a parte quelli comunisti, fu vietato; i libri finirono tutti sotto la lente di ingrandimento dell'ideologia: colpevoli di essere o capitalisti, o borghesi, o religiosi, o passatisti, o sovversivi, o mistici… (Lucien X. Polastron, Libri al rogo, 2006)
Tutti finivano nel tritacarte del regime: Dostoevskij e Tolstoj, i grandi romanzieri russi dell'Ottocento, come pure i libri scientifici che divulgavano la genetica di Gregor Mendel o l'astrofisica di Georges Edouard Lemaître, padre del Big Bang, entrambi colpevoli di essere sacerdoti cattolici. Anche la relatività di Einstein, condannata dai nazisti come invenzione di un cervello ebreo, fu scomunicata dai comunisti con speciose argomentazioni.
I comunisti russi avevano accusato lo zar di aver bruciato 20.000 libri in un secolo: con loro al potere sarebbero state controllate tutte le biblioteche, anche quelle private; sarebbero stati bruciati sino a 20.000 libri in un solo giorno, nella sola città di Leningrado; sarebbero stati distrutti milioni di libri dei paesi conquistati, come l'Estonia, con l'intenzione di sradicare integralmente il passato di un popolo, per soggiogarne persino la memoria.
Il fatto è che i comunisti promettevano il paradiso in terra, un futuro di pace, prosperità, benessere, libertà… una palingenesi mitica, «terra nuova e cieli nuovi»: tutto ciò che era esistito prima di loro era colpevole, meritava la distruzione.
Scrive Adriano Dell'Asta: «Nel Paese che aveva inventato la pianificazione anche decidere cosa eliminare non poteva essere lasciato al caso; a questo scopo venivano regolarmente compilate delle liste nere, nel 1929 ce n'è una con duemila titoli, nel 1931 sono tremila, nel 1938 si arriva a cinquemila, di circa 1600 autori per circa dieci milioni di esemplari, nel 1948 abbiamo seimila titoli. Secondo dati ufficiali, nel 1938-1939 vennero distrutti 16.453 titoli per più di 24 milioni di esemplari mentre nel 1940 vennero distrutte tutte le opere (senza esclusione alcuna) di 362 autori e ritirati dalla circolazione circa 3.700 titoli…».
E negli altri Paesi comunisti? Nella Cina di Mao, sua moglie Jiang Qing, ministro della Cultura, esercitò un' occhiuta censura, perché il «libretto rosso di Mao» doveva essere sufficiente, racchiudeva già quasi tutto ciò che serviva (potevano sopravvivere anche le opere di Karl Marx e qualche testo analogo).
Durante la rivoluzione culturale i giovani spezzavano statue di Confucio, abbattevano monumenti, bruciavano i libri (cosa che accade ancora oggi, in Cina, per i libri religiosi) accusati di essere «feudali», «capitalisti», «revisionisti», «scoregge di cane»…
Nella sola provincia del Liaoning andarono in fumo due milioni e mezzo di opere. L'insegnamento cinese farà scuola. Come ricorda Pierluigi Battista, in Libri al rogo, il leader dei comunisti cambogiani Pol Pot «intimò alle bande dei suoi adolescenti assassini di denunciare i genitori che avessero commesso il crimine borghese di possedere una biblioteca, per poi procedere all'annientamento fisico di tutti i nemici del popolo muniti di occhiali e dunque intellettuali borghesi».
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La furia iconoclasta degli antagonisti è l'esito violento di una tendenza in voga ormai da qualche anno. E che punta a creare individui senza passato facilmente manipolabili.La catena di supermercati svizzera Migros mette al bando i «moretti», dolci tradizionali ora considerati offensivi nei confronti dei neri. In mezza America presi d'assalto i monumenti dedicati a Cristoforo Colombo.La distruzione delle opere culturali sgradite è stata una caratteristica di tutti i regimi comunisti: i sovietici fecero ecatombi di testi, Pol Pot superò i nazisti sul piano della brutalità.Lo speciale contiene tre articoli.Il nuovo regime, come spesso accade, mostra tratti ridicoli. Quando si legge che una catena di supermercati svizzeri vuole mettere al bando dei cioccolatini - i moretti o «teste di moro» - perché qualche attivista nero si potrebbe offendere, lo sghignazzo sgorga spontaneo. Chissà che succederà quando i professionisti dell'antirazzismo scopriranno che una nota marca italiana produce una lunga stecca di gianduia e nocciole chiamata «Africano»: come minimo si tirerà in ballo la Commissione Segre. Il fatto che di certe follie si possa ridere, tuttavia, non le rende meno serie o meno pericolose. Qualcuno, facendo sfoggio d'ottimismo, sostiene che la furia iconoclasta di movimenti come Black Lives Matter e dei tristi epigoni italiani (del tutto simile a quella dei talebani che distrussero i Buddha di Bamyan) sia un fenomeno passeggero. Altri - soprattutto a sinistra - condannano gli «eccessi» del politicamente corretto, ad esempio la crociata contro Via col vento, ma non vanno oltre: non si rendono conto della dittatura incipiente. Non vogliono capire che i cioccolatini messi al bando, le statue distrutte, i programmi tv cancellati e i film censurati sono prove generali di totalitarismo. Come ha scritto Richard Millet, anche quando il razzismo è immaginario (è il caso dei moretti e di certi film), «l'ideologia antirazzista ha bisogno di inventarlo per giustificare il terrore permanente che essa esercita su tutti». Ecco come stanno le cose: l'antirazzismo fanatico ha prodotto un nuovo Terrore, e negli ultimi tempi la ghigliottina ben lubrificata scivola più rapida che mai. Se non si prendono adeguate contromisure, la situazione è destinata a peggiorare. Come sappiamo, le forze del mercato spingono con forza verso la virtualizzazione del commercio, e l'emergenza Coronavirus ha accelerato il processo. Il futuro che ci attende è fatto di acquisti e di intrattenimento online. Dunque se le piattaforme di streaming tolgono dal catalogo serie tv o film «razzisti», quelle opere sono destinate a sparire. Se i grandi venditori come Amazon decidessero di non distribuire più libri «sgraditi», di nuovo quei testi sarebbero - di fatto - mandati al rogo. Chi scrive, nel suo piccolo, ne ha fatto esperienza: se una grande catena di librerie e un paio di grandi negozi online - per scelta politica - si rifiutano di commercializzare un volume, quel volume svanisce. Può circolare in poche copie attraverso circuiti indipendenti. oppure essere venduto a mano durante conferenze o presentazioni. Sempre che le suddette conferenze non vengano impedite in nome dell'antirazzismo o della lotta all'omofobia. Questa, signori, è la dittatura «dolce» dei nostri giorni. E si manifesta anche in altre forme. A Hollywood, da un paio d'anni, va di moda - come risarcimento per presunte discriminazioni passate - stabilire «quote etniche» per i protagonisti dei film. Succede così di trovare un attore nero nei panni del biondocrinito eroe omerico Achille. O di imbattersi in una pletora di lord con la pelle scura nel film Maria regina di Scozia. Ora, Maria Stuart ha occupato il trono scozzese dal 1542 al 1567: è un po' difficile che in quel periodo, in Gran Bretagna, ci fossero dei nobili di colore, no? Oggi che l'identità è un brand e garantisce guadagni e potere, gli attivisti hanno inventato il concetto di «appropriazione culturale». Se uno stilista francese disegna una gonna con motivi orientali, va trattato come un «ladro di cultura». In compenso, se un nero interpreta un eroe omerico, nessun problema: è una forma di compensazione. Al di là del grottesco cortocircuito, il punto è che in questo modo si modifica la realtà in base all'ideologia. La Storia viene di fatto riscritta utilizzando criteri morali. Non è più nemmeno relativismo: è deliberata falsificazione in nome del pensiero dominante. Fortunatamente, i ragazzi e gli adulti non conoscono la Storia soltanto attraverso film e serie. Ma il pericolo è che anche i libri e, più in generale tutto quanto ha a che fare con il racconto del passato subisca la stessa sorte di Via col vento. La studiosa tedesca Aleida Assmann, a questo proposito, ha spiegato che oggi il passato «è continuamente rivendicato come una risorsa importante per il potere e le politiche d'identità. La storia non è solo ciò che viene dopo la politica; è diventata materia e carburante della politica». Lo storico italiano (di sinistra) Marcello Flores ha appena pubblicato un bel libro per il Mulino intitolato Cattiva memoria. In quel saggio - riassumiamo semplificando un po' - suggerisce l'idea che la Storia venga da un po' di tempo sostituita con la «memoria», che è cosa ben diversa. La memoria, infatti, è una «ricostruzione del passato in funzione del presente». La memoria, presentata come un «dovere morale», è anche «fomentatrice di rabbia, conflitti e violenze». Soprattutto, la memoria utilizzata come cemento per l'identità si presta a robuste manipolazioni. Intendiamoci: non ci aspettiamo certo che la storiografia sia neutra, tanto meno in Italia. Lo dimostrano gli sconti feroci seguiti alla (blanda) equiparazione in sede europea di nazismo e comunismo. Dalle nostre parti, il filtro politico ha fatto sì che i regimi «neri» fossero presentati come il «male assoluto», mentre con quelli rossi si è sempre stati fin troppo teneri. Da un po' di tempo, alcuni storici di sinistra - e Flores ne è un esempio - stanno assumendo posizioni critiche, riconoscendo e criticando gli sbilanciamenti del passato. Questo senz'altro è un fatto positivo. Ma è anche un segnale inquietante. Se oggi si condanna anche il comunismo, è perché l'ideologia dominante, a livello culturale, non è più quella «di sinistra» in senso stretto. Oggi il pensiero unico è liberal: non ha problemi ad equiparare i mostri di colori diversi, perché la nuova revisione storica è funzionale a imporre quello che Franco Cardini chiama «totalitarismo liberista» (nel bel libro Novecento addio, a cura di Roberto Righetto, in uscita per Medusa). Se prima si censurava in nome del comunismo, oggi lo si fa in nome dell'antirazzismo o dei diritti gay. Movimenti come Black Lives Matter fanno da ariete, poi arrivano le grandi corporation (che non a caso supportano gli attivisti) a mietere il raccolto. Riscrivere la Storia in funzione dell'ideologia serve a creare individui senza radici, facilmente manipolabili. 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Tutto questo, mentre la Paramount Network ha annunciato la cancellazione di Cops (storico reality show dedicato alla polizia). La furia iconoclasta sul suolo americano intanto non si placa. A Richmond, è stata abbattuta una statua del presidente confederato, Jefferson Davis, mentre - poche ore prima - nella stessa città un monumento di Cristoforo Colombo era stato incendiato e gettato in un lago. Tempi duri per il navigatore genovese, che Oltreatlantico è finito accusato di genocidio. E, non a caso, negli scorsi giorni diverse sue statue sono state violentemente prese di mira anche a Miami, Boston e Saint Paul. Sorte simile sta toccando ai monumenti dei generali confederati. Sono anni che gli attivisti di Black Lives Matter chiedono la loro rimozione. E, dopo la recente morte di George Floyd, stanno guadagnando terreno su questo fronte. Il monumento a John Breckinridge Castleman è stato rimosso lunedì scorso a Louisville, mentre martedì un trattamento simile è stato riservato a una statua confederata di Jacksonville. A Nashville, è stato invece abbattuto il monumento dedicato al senatore Edward Carmack: destino analogo è toccato alla statua del generale Lee a Montgomery. Donald Trump intanto francamente se ne infischia. L'inquilino della Casa Bianca ha infatti respinto l'idea di ribattezzare le basi militari che portano il nome di generali confederati (come Fort Bragg in North Carolina o Fort Hood in Texas). Stando a quanto riporta la Cnn, sembrerebbe che il capo del Pentagono, Mark Esper, si fosse mostrato possibilista sulla questione. Ma il presidente è intervenuto, escludendo nettamente una simile eventualità. «La mia amministrazione», ha twittato, «non prenderà nemmeno in considerazione la ridenominazione di queste magnifiche installazioni militari». Trump, da sempre difensore del Columbus day, ha poi rincarato la dose, affermando: «Chi nega la propria storia è condannato a ripeterla». Del resto, l'iconoclastia non è un problema che sta affliggendo solo gli Stati Uniti: basta ricordare i recenti vandalismi alla statua di Churchill a Londra. E, in alcuni casi, la faccenda - oltreché inquietante - si fa addirittura grottesca. È' quanto per esempio sta accadendo in Svizzera, dove la catena di supermercati Migros ha deciso di ritirare dagli scaffali i cosiddetti «moretti»: cioccolatini della Dubler che, già nel 2017, un comitato aveva bollato come «palesemente razzisti». D'altronde, neanche il nostro Paese è immune dalla febbre iconoclasta. A Milano, i cosiddetti Sentinelli hanno infatti chiesto al sindaco la rimozione della statua di Indro Montanelli, poiché«ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni». Una posizione che la Fondazione Montanelli ha rispedito al mittente, parlando di strumentalizzazione. Al di là dell'assurdità del giudicare meccanicamente il passato con le categorie del presente, va anche rilevato che la statua celebri Montanelli come giornalista e non come esempio di virtù morale. Se si dovesse seguire la logica dei Sentinelli, la toponomastica delle città italiane andrebbe stravolta. Insomma, l'obiettivo è tagliare la storia con l'accetta secondo categorie manichee, in barba a sfumature e complessità, alimentando un clima di costante guerra civile. Il fine non è capire e storicizzare, ma sradicare fanaticamente, in vista di una non meglio precisata palingenesi morale. Il tutto venato da una certa dose di ipocrisia e ignoranza. Ricordiamo che la cancellazione di Via col vento, è seguita a una richiesta, avanzata sul Los Angeles Times, dello sceneggiatore John Ridley: quel Ridley che nel medesimo editoriale ha tenuto paradossalmente a precisare «di non credere nella censura». Senza poi dimenticare il regista Spike Lee che nel 2018 mandò platealmente «affanculo» John Wayne e John Ford, in ossequio all'ormai consolidato mantra che vede nel Western un genere razzista. Eppure Ford fu il primo a scritturare un afroamericano nel 1960 per un ruolo da protagonista western (Woody Strode ne I dannati e gli eroi) e ha sempre messo in evidenza le ragioni dei pellirossa contro i bianchi nei propri film (si pensi solo a Il massacro di Fort Apache o a Il grande sentiero). E, per tornare alle statue confederate, un sondaggio Npr del 2017 mostrò come la maggioranza degli afroamericani fosse contraria allo smantellamento di quei monumenti. Iconoclastia e censura c'entrano infatti molto poco con la lotta al razzismo. Il politicamente corretto segue interessi legati a determinati settori politici, oltre che al grande capitale. E, di questo passo, dovremo presto dire addio a Clint Eastwood e Mario Monicelli. Ci resterà la banalità puritana della Hollywood di oggi? Chissà. Dopotutto, domani è un altro giorno <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vogliono-cancellare-la-storia-per-imporre-con-il-terrore-il-nuovo-totalitarismo-liberal-2646169375.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="a-sinistra-ce-unantica-tradizione-fatta-di-libri-al-rogo-e-censure" data-post-id="2646169375" data-published-at="1591914685" data-use-pagination="False"> A sinistra c’è un’antica tradizione fatta di libri al rogo e censure Quando si parla di roghi di libri, subito il riflesso condizionato porta al Medioevo, o all'Italia fascista e alla Germania nazista. Anche in questo campo, dunque, vincono la propaganda e i luoghi comuni. Certamente nel Medioevo si riteneva che vi fossero libri buoni e libri cattivi. Accade anche oggi, anche se non lo si dice: il Mein Kampf di Adolf Hitler, per esempio, è stato un libro vietato per decenni. Sul Medioevo ci si dimentica di dire, però, che è stato proprio l'epoca dei libri: la Chiesa, la scuola, le Università medievali hanno prodotto manoscritti su manoscritti, creando cultura, desiderio di cultura, insomma la nostra europea «civiltà del libro». Osserviamo una persona china su di un libro, che legge o studia: la carta come la conosciamo noi è stata un'invenzione medievale italiana (Fabriano); se il lettore in questione porta gli occhiali, deve anche in questo caso ringraziare i medievali (e l'Italia), che li inventarono; anche le finestre, che gli portano luce, sono un prodotto dei cosiddetti «secoli bui». Quanto a Gutenberg (1400 circa-1468), è stato un uomo del Medioevo, non solo cronologicamente, ma anche culturalmente: la sua passione per la tecnica, così coltivata nel Basso medioevo, e il suo amore per la fede, lo portarono ad inventare la stampa a caratteri mobili, per rendere più fruibile la Bibbia, cioè il libro sacro di una civiltà che venerava Dio come Logos/Verbum. Se balziamo al fascismo, il Duce era un giornalista: conosceva bene il valore della carta stampata, ed impose la censura. Ma in Italia non ci furono mai roghi di libri, e gli editori italiani come Mondadori potevano pubblicare quasi tutto, compresa la letteratura straniera. Gli italiani non si sarebbero mai lasciati sedurre dalle manifestazioni barbariche e fanatiche che invece ci furono in Germania, con i roghi dei libri di Albert Einstein, Stefan Zweig e con il tentativo di sostituire la Bibbia con il Mein Kampf o con Il mito del XX secolo di Alfred Rosenberg. Ma i Paesi in cui davvero i libri furono bruciati e distrutti con una metodicità e sistematicità inaudita furono quelli comunisti. I bolschevichi di Lenin andarono al potere promettendo che non avrebbero mai bruciato i libri, come aveva fatto lo zar in qualche circostanza, e che avrebbero lasciato la libertà di stampa. Una volta al potere, però, la moglie di Lenin assunse il controllo della cultura: ogni giornale, a parte quelli comunisti, fu vietato; i libri finirono tutti sotto la lente di ingrandimento dell'ideologia: colpevoli di essere o capitalisti, o borghesi, o religiosi, o passatisti, o sovversivi, o mistici… (Lucien X. Polastron, Libri al rogo, 2006) Tutti finivano nel tritacarte del regime: Dostoevskij e Tolstoj, i grandi romanzieri russi dell'Ottocento, come pure i libri scientifici che divulgavano la genetica di Gregor Mendel o l'astrofisica di Georges Edouard Lemaître, padre del Big Bang, entrambi colpevoli di essere sacerdoti cattolici. Anche la relatività di Einstein, condannata dai nazisti come invenzione di un cervello ebreo, fu scomunicata dai comunisti con speciose argomentazioni. I comunisti russi avevano accusato lo zar di aver bruciato 20.000 libri in un secolo: con loro al potere sarebbero state controllate tutte le biblioteche, anche quelle private; sarebbero stati bruciati sino a 20.000 libri in un solo giorno, nella sola città di Leningrado; sarebbero stati distrutti milioni di libri dei paesi conquistati, come l'Estonia, con l'intenzione di sradicare integralmente il passato di un popolo, per soggiogarne persino la memoria. Il fatto è che i comunisti promettevano il paradiso in terra, un futuro di pace, prosperità, benessere, libertà… una palingenesi mitica, «terra nuova e cieli nuovi»: tutto ciò che era esistito prima di loro era colpevole, meritava la distruzione. Scrive Adriano Dell'Asta: «Nel Paese che aveva inventato la pianificazione anche decidere cosa eliminare non poteva essere lasciato al caso; a questo scopo venivano regolarmente compilate delle liste nere, nel 1929 ce n'è una con duemila titoli, nel 1931 sono tremila, nel 1938 si arriva a cinquemila, di circa 1600 autori per circa dieci milioni di esemplari, nel 1948 abbiamo seimila titoli. Secondo dati ufficiali, nel 1938-1939 vennero distrutti 16.453 titoli per più di 24 milioni di esemplari mentre nel 1940 vennero distrutte tutte le opere (senza esclusione alcuna) di 362 autori e ritirati dalla circolazione circa 3.700 titoli…». E negli altri Paesi comunisti? Nella Cina di Mao, sua moglie Jiang Qing, ministro della Cultura, esercitò un' occhiuta censura, perché il «libretto rosso di Mao» doveva essere sufficiente, racchiudeva già quasi tutto ciò che serviva (potevano sopravvivere anche le opere di Karl Marx e qualche testo analogo). Durante la rivoluzione culturale i giovani spezzavano statue di Confucio, abbattevano monumenti, bruciavano i libri (cosa che accade ancora oggi, in Cina, per i libri religiosi) accusati di essere «feudali», «capitalisti», «revisionisti», «scoregge di cane»… Nella sola provincia del Liaoning andarono in fumo due milioni e mezzo di opere. L'insegnamento cinese farà scuola. Come ricorda Pierluigi Battista, in Libri al rogo, il leader dei comunisti cambogiani Pol Pot «intimò alle bande dei suoi adolescenti assassini di denunciare i genitori che avessero commesso il crimine borghese di possedere una biblioteca, per poi procedere all'annientamento fisico di tutti i nemici del popolo muniti di occhiali e dunque intellettuali borghesi».
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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