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2024-07-16
Le vittime sono tali solo se di sinistra
Gli omaggi floreali lasciati in memoria vicino a una fotografia della parlamentare britannica Jo Cox assassinata il 16 giugno 2016 (Ansa)
Ancora una volta, ci frega quel barlume di buon senso. Una pallottola resta una pallottola. Attentare alla vita di un politico è abominevole. Destra o sinistra non importa. Giusto? Invece, pare che sparare a un leader non sia sempre così esecrabile. Anche nei momenti più oscuri, l’impero del bene progressista riesce a dare patenti di eroismo solo ai meritevoli. I buoni dalla parte giusta. E i cattivi da quella sbagliata. Ci sono feriti e feriti, vittime e vittime…
Vedi l’audace commento vergato su X da Gianni Riotta, già pluridirettore e ora editorialista della Stampa. Un post laconico ed esemplificativo in memoria di Jo Cox, la deputata laburista uccisa il 16 giugno del 2016 durante la campagna elettorale. Morì «invano», ricorda il giornalista, e riposi in pace. Riotta, dunque, incautamente teorizza: il sacrificio della fiera europeista sarebbe stato inutile, visto il voto favorevole del paese alla Brexit una settimana dopo l’omicidio. Se avesse vinto il «Remain», è l’audace tesi, sarebbe almeno morta per un buona causa. A differenza di Trump, sembra. Tentiamo allora di indovinare il taciuto e spericolato contrappasso: l’ex presidente americano, al contrario, è stato ferito perché sostiene la causa sbagliata.
Ecco, ci risiamo. Il solito, trito e ritrito, doppiopesismo dei benpensantoni. Un manicheismo che omette l’avvilente evidenza: sparare alla gente è comunque sbagliato. Jo Cox è diventata, giustamente, un’eroina della democrazia. Persino la Camera dei deputati italiana, guidata in quella legislatura da Laura Boldrini, nel 2016 intitola alla politica inglese la Commissione parlamentare su intolleranza, xenofobia, razzismo e fenomeni di odio. E le dedicano, ancora oggi, borse di studio universitarie. O premi di laurea alla memoria, come quello della fondazione Astrid, guidata dall’ex ministro diessino, Franco Bassanini. Senza dimenticare i sentiti panegirici, all’epoca, della stampa italiana.
Costretta a ripetersi, due anni e mezzo dopo, quando l’Europa viene scossa da un altro omicidio politico: Pawel Adamowicz, sindaco di Danzica, città polacca, viene accoltellato da un oppositore a gennaio del 2019. Adamowicz è un uomo di simpatie progressiste e liberali, molto critico nei confronti del governo di centrodestra al potere in Polonia. Ma è, soprattutto, un sostenitore di migranti, rifugiati e comunità Lgbtq+. «Era il volto della Polonia aperta sul Baltico e al mondo, la Polonia che ha combattuto per la libertà e che a quella libertà non rinuncia», ricorda Il Corriere della sera. «Un omone simpatico e preparato, politico moderno e molto popolare», aggiunge Il Foglio. Ha trasformato Danzica «in un luogo aperto, ricco di cultura, tollerante, vicino all’Europa».
Un trattamento, ovviamente, mai riservato ai mefitici puzzoni di destra, che altri svalvolati hanno tentato di far fuori negli ultimi anni. Lo scorso maggio il premier slovacco, Robert Fico, viene colpito da quattro pallottole sparate da un pensionato di idee progressiste. Ricoverato in gravi condizioni, è operato d’urgenza. Dopo l’attentato, arriva comunque l’inclemente ritrattone di Repubblica, eloquente già dal titolo: «Chi è Robert Fico, il premier slovacco accusato di ‘ndrangheta tra l’amicizia con Putin e la guerra ai giornalisti». Già, chi è? «Il primo ex comunista ad aver (ri)conquistato il potere scippando le bandiere della destra, diventando ferocemente nazionalista, xenofobo, complottista, omofobo e no vax». Grande ammiratore di Vladimir Putin, per giunta. Ma c’è un «altro primato triste», aggiunge il quotidiano. «Sei anni fa è stato costretto a dimettersi a furor di popolo dopo l’omicidio di un giovane giornalista d’inchiesta, Ján Kuciak, che indagava sui legami tra l’entourage del primo ministro e le ‘ndrine». Insomma: sarebbe un Viktor Orbán, spietato collega magiaro, in sedicesimi. Anzi, peggio: «È forse il più opportunista e il più sanguigno degli autocrati dell’Est che hanno sfidato in questi anni l’Europa». Mentre Fico rischia la pellaccia, Repubblica ricorda pure il suo soprannome: «Red Bullo, per i modi spicci e l’insulto facile». Nessun commento sull’attentatore, invece. Ai giudici spiegherà: non voleva uccidere il primo ministro, ci mancherebbe, ma solo «danneggiare la sua salute» per evitare l’invio di aiuti militari all’Ucraina.
L’altro «impresentabile» vivo per miracolo è Jair Bolsonaro. A settembre 2018, un mese prima di diventare presidente del Brasile, viene accoltellato all’addome mentre saluta la folla. Il sito del Corriere della sera ripubblica, dunque, il suo spietato ritratto: «Sostiene ed esalta, quasi fosse una parodia dell’ultrà di destra, l’intero armamentario dell’impresentabile: armi libere per tutti i cittadini, pena di morte, cure mediche ai gay, voglia di militari al potere, donne zitte e al loro posto, torture agli spacciatori e quanto d’altro gli passa per la testa».
Viene identificato l’aggressore. È un quarantenne che assicura di aver agito «per ordine di Dio». Il Corriere, in un articolo a corredo, però informa: «Non mancano i dubbi, sulla possibilità che questa aggressione possa diventare oggetto di propaganda da parte dei sostenitori di Bolsonaro. In rete viene fatto notare come avesse partecipato, nei giorni scorsi, a una riunione con i proprietari di O Globo, uno dei maggiori quotidiani brasiliani. Inoltre, suscita perplessità il fatto che, inizialmente, fonti vicine al candidato abbiano parlato di ferite lievi». Ricorda qualcuno?
E il corrispondente (cieco) della Bbc becca il supporter che ha visto tutto
Nella cascata americana di notizie, smentite, immagini, dichiarazioni relative all’attentato ai danni di Donald Trump che negli ultimi due giorni si sono rincorse ribollendo tra giornali, social e televisioni, lo scoop più grande lo ha messo a segno il cronista britannico della Bbc, Gary O’Donoghue, con un’intervista a un testimone oculare: lattina in mano, cappellino da baseball rosso dei repubblicani, già usato per la scorsa campagna elettorale (la scritta «Trump 2020» è stata corretta col pennarello nero a cancellare l’ultimo zero per trasformato in quattro). Durante il comizio di Butler, altrimenti ignota cittadina di neanche 14.000 abitanti nella Pennsylvania occidentale, 50 km a Nord di Pittsburg, l’uomo (nel servizio, viene chiamato Greg) aveva denunciato al servizio d’ordine preposto alla tutela dell’ex presidente la presenza di un losco figuro.
«Strisciava come un orso sul tetto dell’edificio accanto, a pochi metri di distanza», ha poi ammesso al microfono di O’Donoghue, trafelato e scompigliato anch’esso per le fucilate. Esclusiva incassata: la voragine nel sistema di sicurezza e sorveglianza del tycoon candidato alla Casa Bianca è stata documentata. Unico, piccolo dettaglio di tutta la vicenda: Gary O’Donoghue è cieco. Omone alto e dal volto simpatico, un po’ corpulento, Gary O’Donoghue ha alle spalle un passato non sempre facile, ma, a suo dire, anche avvincente e stimolante. Cinquantacinque anni, è ipovedente sin dalla nascita e, all’età di 8 anni, perde completamente la vista.
Proviene da una famiglia come tante di quel ceto medio non particolarmente facoltoso: padre giocatore semiprofessiniosita di calcio, madre insegnate di ballo da sala. Quando la sua condizione peggiora, viene mandato a frequentare una scuola per ciechi a Worchester (nel cuore dell’Inghilterra), dove riesce anche a giocare nella squadra di calcio inglese per non vedenti; poi frequenta l’università di Oxford, dove studia filosofia e lingue moderne.
In una recente intervista O’Donoghue ha ammesso: «Quando ero giovane mia madre ha avuto delle difficoltà perché, a quei tempi, non c’era molto sostegno per i genitori con figli disabili o ciechi. Un paio di anni fa mi ha detto che, quando le cose si erano messe male, aveva pensato seriamente di farla finita. Penso che sia una cosa molto coraggiosa da dire al proprio figlio. Dev’essere stato un periodo piuttosto buio». Oggi, molto tempo dopo i suoi esordi giornalistici, O’Donoghue è un brillante e affermato corrispondente per il Nord America della Bbc News da ormai dieci anni. Da allora ha coperto la politica statunitense e la presidenza di Donald Trump e quella di Joe Biden.
Nel corso della sua pluriennale carriera non ha mai smesso di diffondere consapevolezza sulle opportunità di lavoro fra le persone disabili, dimostrando con la sua stessa attività che il coraggio e l’impegno possono arginare anche i più grandi impedimenti fisici. «Le persone disabili possono essere vittime della nostra cultura avversa al rischio. Quando sono entrato alla Bbc, sono andato in Macedonia durante la guerra del Kosovo. Anche se c’era ogni tipo di addestramento, non sono sicuro che oggi sarebbe così facile». La Bbc è orgogliosa delle sue politiche «inclusive e antidiscriminatorie». Ma O’Donoghue resta l’unico giornalista non vedente della Gran Bretagna.
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Da Jo Cox, deputata inglese assassinata «invano» secondo Gianni Riotta per il «sì» alla Brexit, al sindaco di Danzica che ha reso la città un paradiso Lgbt: i migliori che se ne vanno, stanno sempre da una parte. Mentre quelli di destra sono sistematicamente i «cattivi».Il corrispondente (cieco) della Bbc becca il supporter che ha visto tutto. Gary O’Donoghue prima racconta da sdraiato le fucilate e poi intervista il testimone oculare.Lo speciale contiene due articoli.Ancora una volta, ci frega quel barlume di buon senso. Una pallottola resta una pallottola. Attentare alla vita di un politico è abominevole. Destra o sinistra non importa. Giusto? Invece, pare che sparare a un leader non sia sempre così esecrabile. Anche nei momenti più oscuri, l’impero del bene progressista riesce a dare patenti di eroismo solo ai meritevoli. I buoni dalla parte giusta. E i cattivi da quella sbagliata. Ci sono feriti e feriti, vittime e vittime… Vedi l’audace commento vergato su X da Gianni Riotta, già pluridirettore e ora editorialista della Stampa. Un post laconico ed esemplificativo in memoria di Jo Cox, la deputata laburista uccisa il 16 giugno del 2016 durante la campagna elettorale. Morì «invano», ricorda il giornalista, e riposi in pace. Riotta, dunque, incautamente teorizza: il sacrificio della fiera europeista sarebbe stato inutile, visto il voto favorevole del paese alla Brexit una settimana dopo l’omicidio. Se avesse vinto il «Remain», è l’audace tesi, sarebbe almeno morta per un buona causa. A differenza di Trump, sembra. Tentiamo allora di indovinare il taciuto e spericolato contrappasso: l’ex presidente americano, al contrario, è stato ferito perché sostiene la causa sbagliata.Ecco, ci risiamo. Il solito, trito e ritrito, doppiopesismo dei benpensantoni. Un manicheismo che omette l’avvilente evidenza: sparare alla gente è comunque sbagliato. Jo Cox è diventata, giustamente, un’eroina della democrazia. Persino la Camera dei deputati italiana, guidata in quella legislatura da Laura Boldrini, nel 2016 intitola alla politica inglese la Commissione parlamentare su intolleranza, xenofobia, razzismo e fenomeni di odio. E le dedicano, ancora oggi, borse di studio universitarie. O premi di laurea alla memoria, come quello della fondazione Astrid, guidata dall’ex ministro diessino, Franco Bassanini. Senza dimenticare i sentiti panegirici, all’epoca, della stampa italiana.Costretta a ripetersi, due anni e mezzo dopo, quando l’Europa viene scossa da un altro omicidio politico: Pawel Adamowicz, sindaco di Danzica, città polacca, viene accoltellato da un oppositore a gennaio del 2019. Adamowicz è un uomo di simpatie progressiste e liberali, molto critico nei confronti del governo di centrodestra al potere in Polonia. Ma è, soprattutto, un sostenitore di migranti, rifugiati e comunità Lgbtq+. «Era il volto della Polonia aperta sul Baltico e al mondo, la Polonia che ha combattuto per la libertà e che a quella libertà non rinuncia», ricorda Il Corriere della sera. «Un omone simpatico e preparato, politico moderno e molto popolare», aggiunge Il Foglio. Ha trasformato Danzica «in un luogo aperto, ricco di cultura, tollerante, vicino all’Europa».Un trattamento, ovviamente, mai riservato ai mefitici puzzoni di destra, che altri svalvolati hanno tentato di far fuori negli ultimi anni. Lo scorso maggio il premier slovacco, Robert Fico, viene colpito da quattro pallottole sparate da un pensionato di idee progressiste. Ricoverato in gravi condizioni, è operato d’urgenza. Dopo l’attentato, arriva comunque l’inclemente ritrattone di Repubblica, eloquente già dal titolo: «Chi è Robert Fico, il premier slovacco accusato di ‘ndrangheta tra l’amicizia con Putin e la guerra ai giornalisti». Già, chi è? «Il primo ex comunista ad aver (ri)conquistato il potere scippando le bandiere della destra, diventando ferocemente nazionalista, xenofobo, complottista, omofobo e no vax». Grande ammiratore di Vladimir Putin, per giunta. Ma c’è un «altro primato triste», aggiunge il quotidiano. «Sei anni fa è stato costretto a dimettersi a furor di popolo dopo l’omicidio di un giovane giornalista d’inchiesta, Ján Kuciak, che indagava sui legami tra l’entourage del primo ministro e le ‘ndrine». Insomma: sarebbe un Viktor Orbán, spietato collega magiaro, in sedicesimi. Anzi, peggio: «È forse il più opportunista e il più sanguigno degli autocrati dell’Est che hanno sfidato in questi anni l’Europa». Mentre Fico rischia la pellaccia, Repubblica ricorda pure il suo soprannome: «Red Bullo, per i modi spicci e l’insulto facile». Nessun commento sull’attentatore, invece. Ai giudici spiegherà: non voleva uccidere il primo ministro, ci mancherebbe, ma solo «danneggiare la sua salute» per evitare l’invio di aiuti militari all’Ucraina.L’altro «impresentabile» vivo per miracolo è Jair Bolsonaro. A settembre 2018, un mese prima di diventare presidente del Brasile, viene accoltellato all’addome mentre saluta la folla. Il sito del Corriere della sera ripubblica, dunque, il suo spietato ritratto: «Sostiene ed esalta, quasi fosse una parodia dell’ultrà di destra, l’intero armamentario dell’impresentabile: armi libere per tutti i cittadini, pena di morte, cure mediche ai gay, voglia di militari al potere, donne zitte e al loro posto, torture agli spacciatori e quanto d’altro gli passa per la testa».Viene identificato l’aggressore. È un quarantenne che assicura di aver agito «per ordine di Dio». Il Corriere, in un articolo a corredo, però informa: «Non mancano i dubbi, sulla possibilità che questa aggressione possa diventare oggetto di propaganda da parte dei sostenitori di Bolsonaro. In rete viene fatto notare come avesse partecipato, nei giorni scorsi, a una riunione con i proprietari di O Globo, uno dei maggiori quotidiani brasiliani. Inoltre, suscita perplessità il fatto che, inizialmente, fonti vicine al candidato abbiano parlato di ferite lievi». Ricorda qualcuno?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vittime-tali-solo-di-sinistra-2668751473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-il-corrispondente-cieco-della-bbc-becca-il-supporter-che-ha-visto-tutto" data-post-id="2668751473" data-published-at="1721081841" data-use-pagination="False"> E il corrispondente (cieco) della Bbc becca il supporter che ha visto tutto Nella cascata americana di notizie, smentite, immagini, dichiarazioni relative all’attentato ai danni di Donald Trump che negli ultimi due giorni si sono rincorse ribollendo tra giornali, social e televisioni, lo scoop più grande lo ha messo a segno il cronista britannico della Bbc, Gary O’Donoghue, con un’intervista a un testimone oculare: lattina in mano, cappellino da baseball rosso dei repubblicani, già usato per la scorsa campagna elettorale (la scritta «Trump 2020» è stata corretta col pennarello nero a cancellare l’ultimo zero per trasformato in quattro). Durante il comizio di Butler, altrimenti ignota cittadina di neanche 14.000 abitanti nella Pennsylvania occidentale, 50 km a Nord di Pittsburg, l’uomo (nel servizio, viene chiamato Greg) aveva denunciato al servizio d’ordine preposto alla tutela dell’ex presidente la presenza di un losco figuro. «Strisciava come un orso sul tetto dell’edificio accanto, a pochi metri di distanza», ha poi ammesso al microfono di O’Donoghue, trafelato e scompigliato anch’esso per le fucilate. Esclusiva incassata: la voragine nel sistema di sicurezza e sorveglianza del tycoon candidato alla Casa Bianca è stata documentata. Unico, piccolo dettaglio di tutta la vicenda: Gary O’Donoghue è cieco. Omone alto e dal volto simpatico, un po’ corpulento, Gary O’Donoghue ha alle spalle un passato non sempre facile, ma, a suo dire, anche avvincente e stimolante. Cinquantacinque anni, è ipovedente sin dalla nascita e, all’età di 8 anni, perde completamente la vista. Proviene da una famiglia come tante di quel ceto medio non particolarmente facoltoso: padre giocatore semiprofessiniosita di calcio, madre insegnate di ballo da sala. Quando la sua condizione peggiora, viene mandato a frequentare una scuola per ciechi a Worchester (nel cuore dell’Inghilterra), dove riesce anche a giocare nella squadra di calcio inglese per non vedenti; poi frequenta l’università di Oxford, dove studia filosofia e lingue moderne. In una recente intervista O’Donoghue ha ammesso: «Quando ero giovane mia madre ha avuto delle difficoltà perché, a quei tempi, non c’era molto sostegno per i genitori con figli disabili o ciechi. Un paio di anni fa mi ha detto che, quando le cose si erano messe male, aveva pensato seriamente di farla finita. Penso che sia una cosa molto coraggiosa da dire al proprio figlio. Dev’essere stato un periodo piuttosto buio». Oggi, molto tempo dopo i suoi esordi giornalistici, O’Donoghue è un brillante e affermato corrispondente per il Nord America della Bbc News da ormai dieci anni. Da allora ha coperto la politica statunitense e la presidenza di Donald Trump e quella di Joe Biden. Nel corso della sua pluriennale carriera non ha mai smesso di diffondere consapevolezza sulle opportunità di lavoro fra le persone disabili, dimostrando con la sua stessa attività che il coraggio e l’impegno possono arginare anche i più grandi impedimenti fisici. «Le persone disabili possono essere vittime della nostra cultura avversa al rischio. Quando sono entrato alla Bbc, sono andato in Macedonia durante la guerra del Kosovo. Anche se c’era ogni tipo di addestramento, non sono sicuro che oggi sarebbe così facile». La Bbc è orgogliosa delle sue politiche «inclusive e antidiscriminatorie». Ma O’Donoghue resta l’unico giornalista non vedente della Gran Bretagna.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Intendiamoci: nessuno ha intenzione di cancellare la vicenda del giovane friulano vittima di uomini dei servizi segreti del Cairo, anche perché sarebbe impossibile dato che a Roma è in corso un processo contro quattro alti ufficiali del regime di Al Sisi. Questo, però, non significa che si possa usare il caso Regeni come grimaldello per scassinare il bancomat che per anni ha mantenuto attori e registi, finanziando opere di dubbia qualità e con nessun spettatore.
La storia di Giulio Regeni è tragica, ma non può essere trasformata in farsa, con società di produzione che presentano sceneggiature scadenti nella certezza che saranno ricoperte di soldi pubblici, a garanzia dei compensi per il circoletto radical chic che ruota intorno alla cinematografia italiana. Chi ha voluto, in passato, ricostruire la vicenda di Regeni lo ha potuto fare, riuscendo a produrre una miniserie efficace. Ma non basta il nome della vittima dei sicari del Cairo per poter battere cassa. Ciò che sto dicendo vi sembrerà ovvio, ma di questi tempi non lo è. Forse provato dalle polemiche che lo inseguono da oltre un anno, non ultime quelle sulla partecipazione di una delegazione russa alla Biennale, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, da cui dipendono anche i fondi per il cinema, non soltanto ha condannato l’esclusione del film su Regeni dal novero di quelli da finanziare, ma pare pure intenzionato a tornare al passato. Ovvero a riaprire la mangiatoia pubblica attorno alla quale per un lungo periodo ha banchettato la compagnia di cinematografari italiani e non solo.
L’elenco dei beneficiari di contributi statali è lungo e si resta basiti a scorrerlo, soprattutto quando si scopre che, a fronte di una montagna di denaro, non solo non ci sono opere da premio Oscar, ma neppure esistono pellicole che siano state premiate dal botteghino. Alcuni di questi film sono finiti nel mirino della magistratura perché, più che al grande pubblico, miravano al grande affare del credito d’imposta. Altri, invece, sono al vaglio delle forze dell’ordine perché, nel novero dei richiedenti, c’era pure l’assassino di Villa Pamphili, l’americano che ha ammazzato figlia e fidanzata, abbandonandone poi i cadaveri nella boscaglia.
Tutto ciò consiglierebbe di procedere con prudenza, per evitare sprechi e ruberie. Invece, proprio parlando del film di Regeni, Giuli è tornato sui suoi passi, dicendo di aver pronti 20 milioni per far ritornare il Fondo cinema e audiovisivo ai fasti del passato, con una dotazione di 626 milioni. Sì, avete capito bene. Mentre non si trovano soldi per sostenere spese fondamentali, il ministro della Cultura si prepara a staccare un assegno in bianco a registi e attori. Come e con quali modalità? Ma con una proposta di legge del Pd, che diamine.
Anzi, Giuli fa un appello alla sua maggioranza perché sostenga il disegno del principale partito d’opposizione. Non importa che il Pd, tramite Dario Franceschini, nel mondo del cinema la faccia da sempre da padrone e proprio questo intreccio fra politica e cultura abbia consentito di finanziare a carico dei contribuenti film di nessun peso. Non importa neppure che Giorgia Meloni un anno fa avesse promesso di smantellare il magico mondo con cui per anni si è alimentata una narrazione cinematografica di parte e per pochi intimi.
No, forse per garantirsi un anno senza polemiche, Giuli vuole tornare al passato, rimettendo il settore nelle mani dei soliti noti. E Regeni torna utile per dire che così le cose non vanno e bisogna cambiare. Certo, era molto meglio quando non bastava un nome e neppure una sceneggiatura per avere accesso ai soldi pubblici. Che poi sono la sola cosa che conta in un sistema che non produce grandi opere, ma grandi guadagni per poche persone.
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Un frame del film «The Palace» di Roman Polanski (01 Distribution)
Si scrive Alessandro Giuli, si legge Dario Franceschini. Quello che doveva essere il grande riformatore delle sovvenzioni pubbliche al settore cinematografico italiano, piagate da anni di assistenzialismo rosso messo in piedi dall’ex segretario dem quando era ministro della Cultura, si sta rivelando una copia perfetta del suo predecessore. Perché, invece di morigerare (soprattutto in tempi di vacche magrissime come quelli attuali) le spese per il sostegno alle produzioni cinematografiche, magari premiando le opere prime o quelle di giovani autori e limando i contributi a pioggia alle grandi case di produzione italiani, continentali o extraeuropee, Giuli ha pensato bene di proseguire sulla strada maestra del «più soldi per (i soliti) tutti».
Si può leggere così, infatti, la scelta di destinare 606 milioni di euro al Fondo per il cinema e l’audiovisivo per il 2026, a sostegno dell’intera filiera, pubblicato lo scorso 16 aprile. La quota principale, ça va sans dire, è stata assegnata al tax credit, con 441 milioni di euro destinati a sostenere produzione, distribuzione, esercizio cinematografico e attrazione di investimenti internazionali. Poi sono stati stanziati 41,7 milioni di euro per la sezione di contributi selettivi destinati a interventi mirati su sviluppo e produzione. Le risorse sono orientate in particolare verso nuovi talenti, opere prime e seconde, documentari, animazione e coproduzioni. Infine, oltre 100 milioni di euro dedicati a iniziative che spaziano dai festival alla valorizzazione del patrimonio audiovisivo, fino al sostegno delle principali istituzioni del settore.
Nel suo intervento di ieri al Quirinale con i candidati al David di Donatello, Giuli ha aperto ancora di più il portafoglio annunciando che «con grande sforzo, abbiamo stanziato altri 20 milioni per il fondo», portando la dotazione a 626 milioni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha ricevuto e letto il documento firmato da tutte le associazioni di categoria, che rappresentano complessivamente oltre 120.000 lavoratori, in cui viene chiesto «un confronto con le istituzioni reali, aperto e costruttivo» per affrontare questa fase complicata, ha auspicato che «si riesca a trovare un punto di equilibrio tra le diverse esigenze». Un appello al governo, neanche tanto velato, ad aprire i cordoni della borsa.
La sforbiciata rispetto all’anno prima c’è stata: la scure di Giuli ha tagliato una settantina di milioni di euro, visto che nel 2025 il Fondo per il cinema ammontava a 696 milioni. Però la forbice ministeriale pare non essersi concentrata sulle giuste voci. Guardando il Tax credit, per esempio (l’agevolazione fiscale che riconosce un credito d’imposta alle imprese del settore per produzione, distribuzione e internazionalizzazione), una voce di spesa finita nell’occhio del ciclone, come certificato a più riprese dalla Verità con una serie di articoli nei mesi scorsi, perché erano state generosamente aiutate produzioni milionarie che al botteghino avevano rimediato solo flop, ebbene gli sgravi fiscali sono passati da una dotazione di 412 milioni a 441. Poi c’è quella che la rivista Box office ha bollato come «la madre di tutte le storture», l’aumento «sproporzionato delle risorse destinate al credito d’imposta internazionale», a fronte del taglio dei contributi automatici e selettivi, accompagnato da scelte «punitive» nei confronti dei produttori italiani. Questa voce è passata dai 42 milioni del 2025 ai 100 tondi tondi dell’anno in corso. Ma perché, si è chiesta nei mesi scorsi La Verità, dobbiamo finanziare opere disertate dagli spettatori come Without blood di Angelina Jolie, che ha ricevuto 8,2 milioni di euro, o come The Palace di Roman Polanski, un clamoroso insuccesso al botteghino italiano: nonostante un investimento pubblico considerevole, oltre 6 milioni di euro in contributi statali, quest’ultimo film ha incassato appena 398.766 euro. E che dire dei 793.629 euro andati a finanziare la docuserie di Fabrizio Corona, Io sono notizia? Perché concedere aiuti pari a un terzo delle spese sostenute (circa 2,5 milioni di euro) per un prodotto poi distribuito su Netflix e prodotto dalla srl Bloom media house? Mistero. Giuli, ieri al Quirinale, ha auspicato «un sistema più giusto, con più qualità e meno politica». Moralmente auspicabile, visto che le scelte politiche non devono entrare, come quasi sempre accaduto finora, nelle segrete stanze dove le commissioni preposte decidono a chi dare (tanti) soldi e a chi no. La politica serve prima, nel creare l’impalcatura che eviti certe storture e gli sprechi. Obiettivo che pare sparito dall’orizzonte dell’esecutivo.
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Nicole Minetti (Getty Images)
Ieri c’è stato un primo incontro, ma ce ne saranno altri anche nelle prossime settimane. Sul tavolo ci sono gli atti del procedimento adottivo, la ricostruzione dei passaggi davanti alle autorità uruguaiane, l’indicazione degli ospedali consultati e i nomi dei medici sentiti, che restano riservati per ragioni di privacy.
Il fascicolo, nel frattempo, ha iniziato a muoversi. Alla Procura generale di Milano stanno arrivando anche i primi esiti degli accertamenti all’estero, in particolare in Uruguay e in Spagna, disposti nell’istruttoria supplementare sulla grazia concessa a Minetti. Nanni e il sostituto pg Gaetano Brusa valuteranno gli atti quando il quadro sarà completo. Se emergeranno elementi ostativi, potranno rivedere il giudizio favorevole già espresso. Una nuova valutazione non è attesa questa settimana: con ogni probabilità se ne parlerà dalla prossima. Sarà poi trasmessa al ministero della Giustizia e, da lì, al Quirinale.
Le verifiche affidate all’Interpol riguardano prima di tutto l’adozione: la copia originale degli atti, la procedura seguita dalle autorità uruguaiane, il ruolo dell’Inau (l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay) e il tema dell’abbandono da parte dei genitori biologici. Si controllano anche eventuali procedimenti penali all’estero, che allo stato non risultano, e gli spostamenti di Minetti tra Punta del Este, Ibiza, Milano, Roma e Boston, dove il bambino è stato curato.
Resta inoltre il profilo personale indicato nell’istanza di grazia: la verifica che, dopo la condanna, Minetti abbia effettivamente preso le distanze dalla vita precedente, non abbia avuto nuove pendenze e abbia costruito un percorso stabile di reinserimento.
Il capitolo sanitario è uno dei più delicati. Nei giorni scorsi gli ospedali di Padova e Milano hanno smentito di avere avuto in cura il bambino. La difesa, però, contesta il modo in cui quel dato è stato letto. Il punto, secondo la ricostruzione difensiva, non è che il bambino sia stato ricoverato o preso in carico ufficialmente dal San Raffaele o da Padova. Il punto è che Minetti e Cipriani si sarebbero rivolti direttamente a professionisti di fiducia per ottenere pareri medici sulla situazione del figlio. Non sarebbero stati seguiti percorsi «ufficiali», ma sarebbero stati interpellati direttamente medici del San Raffaele e di Padova per un consulto.
Per questo saranno sentiti i due specialisti indicati dalla difesa: uno del San Raffaele e uno dell’ospedale di Padova. Resta poi il dato di fondo: il bambino è malato ed è stato curato a Boston. Cipriani, nell’intervista al Corriere della Sera, ha spiegato che il minore deve essere seguito nel tempo con controlli periodici negli Stati Uniti. Boston, del resto, non è una destinazione casuale. Il Boston Children’s Hospital ha un centro specializzato nelle patologie pediatriche complesse, con équipe multidisciplinari dedicate. Sul proprio sito descrive un’équipe specializzata e trattamenti avanzati; nella sezione dedicata ai professionisti sanitari parla di medici rinomati, terapie pionieristiche e piani di cura personalizzati.
Le classifiche internazionali confermano il livello della struttura. Newsweek, nella graduatoria 2025 degli ospedali pediatrici americani, colloca il Boston Children’s Hospital al primo posto negli Usa per neurologia e neurochirurgia pediatrica. Nella classifica mondiale 2025 degli ospedali specializzati in pediatria, sempre Newsweek indica Boston Children’s al primo posto.
Sul fronte uruguaiano, intanto, l’Inau ha aperto un’indagine amministrativa interna. Non per accertare se l’adozione esista: l’adozione piena è stata formalizzata nel febbraio 2023 dalla giustizia familiare uruguaiana. La verifica serve a ricostruire se furono rispettati i protocolli, perché fu esclusa l’altra famiglia uruguaiana interessata, come nacque il legame tra il bambino e la coppia italiana e come furono valutati i precedenti di Minetti.
Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau dal 2020 al 2023, ha difeso la procedura. Ha detto che gli accertamenti interni sono legittimi, ma ha aggiunto che l’adozione si svolse secondo legge e fu riconosciuto dalla giustizia. Ha ricordato che intervennero più magistrati, prima nella fase di integrazione provvisoria del minore nella famiglia adottiva, poi nella sentenza finale di separazione dalla famiglia biologica e adozione piena. Abdala ha spiegato che la vicenda nasce nel 2018, quando il bambino entrò nel sistema di protezione dell’Inau, e che il rapporto con Minetti e Cipriani si formò nel 2019. Secondo lui, quel vincolo affettivo fu poi valutato da psicologi e dai giudici. La sentenza, ha ricordato, avrebbe dato atto del fatto che il bambino chiedeva di loro, li chiamava «papà» e «mamma» e non voleva tornare nella struttura dopo un periodo trascorso con la coppia.
Il 4 maggio Abdala ha aggiunto un dettaglio rilevante: quando il fascicolo arrivò al direttorio dell’Inau, nella fase finale, fu votato all’unanimità. Nel direttorio sedevano esponenti di orientamenti politici diversi. La ragione, secondo Abdala, è semplice: «Era tutto in regola».
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
Non è quindi un caso che l’Esercito abbia deciso di celebrare i 165 anni della sua fondazione proprio qui. Come se fosse stato trascurato per troppo tempo e ora avesse bisogno di rinascere. «Portare qui la Festa dell’esercito è un segno di rispetto verso una comunità che ha saputo trasformare il dolore in rinascita, rialzarsi e ricostruire. Una comunità che, in quel percorso, non è mai stata sola: ha avuto accanto, da subito, l’esercito, le forze armate, lo Stato. Nelle difficoltà ciascuno di noi cerca una mano a cui aggrapparsi. E quella mano, molto spesso, è quella dei servitori delle istituzioni: donne e uomini che indossano un’uniforme che non significa prevaricazione, ma servizio; non distanza, ma responsabilità; non potere, ma dedizione. Ognuno di noi sarebbe disposto a sacrificarsi per i propri figli, per la propria famiglia. È naturale. Ma c’è una parte del Paese che ha giurato di fare qualcosa di ancora più grande: sacrificarsi per i figli degli altri, per le famiglie degli altri, per tutti noi. Questo è l’esercito italiano. Queste sono le forze armate», ha spiegato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante il suo intervento.
Del resto, ha continuato poi il ministro, «abbiamo un mondo che è impazzito, all’interno del quale il nostro dovere è garantire che questa nazione, qualunque cosa possa succedere e che non succederà mai, sia in grado di difendersi perché ci sono persone che si preparano ad ogni scenario possibile». Le oltre cinquanta guerre attive sono lì a dimostrarlo.
Il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, ha sottolineato come «il coraggio e il sacrificio dei soldati hanno scritto pagine decisive nella storia d’Italia per la libertà e la democrazia consegnandoci un’eredità che non possiamo permetterci di vanificare. In 165 anni di storia l’esercito ha sempre svolto un ruolo attivo nelle vicende del Paese stando sempre tra la gente, sul terreno perché è sulla terra che ogni conflitto trova il suo esito. I droni, i satelliti, le reti cibernetiche e l’intelligenza artificiale stanno trasformando il modo di operare ma nessun sistema tecnologico potrà mai sostituire la capacità di giudizio, di empatia e di discernimento morale del soldato. È proprio questa umanità la cifra distintiva del soldato italiano: la qualità profonda che gli consente di operare - in Italia come nei teatri esteri - da presenza viva e responsabile in mezzo alle popolazioni locali, con quella dignità e quella professionalità fatta di senso dell’onore, spirito di sacrificio, attaccamento al Tricolore e amore verso la patria».
Per il capo di Stato Maggiore dell’esercito, il generale di Corpo d’armata, Carmine Masiello, l’esercito potrà progredire solamente se saprà preservare il proprio passato, arricchendolo con l’innovazione, soprattutto tecnologica, e un addestramento continuo: «La pace ha un costo e richiede anche un esercito e forze armate in grado di garantire una deterrenza concreta. Servono una formazione al passo con i tempi, innovazione tangibile e standard operativi elevati. In questa prospettiva, servire la patria significa assumersi responsabilità profonde, soprattutto nei momenti più difficili, continuando a evolversi per assicurare sicurezza e contribuire alla pace. Ogni miglioramento, ogni capacità acquisita, ha un unico scopo: tutelare la vita dei nostri solati». Per il capo di Sme è questa «la priorità più alta». Ed è per questo che «le risorse a esso destinate non possono mai venire meno». Le guerre cambiano, i droni la fanno da padroni ma, continua il generale Masiello, «il soldato è e resterà il principale sistema sul campo di battaglia. Non esistono scuse: gli standard fisici, morali e spirituali che definiamo sono la nostra firma e valgono per tutti, senza eccezioni».
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