- L’ex gioiello tricolore è stato rilevato dai francesi. I produttori di latte, stretti fra aumenti dei costi, calo dei consumi e concentrazione del mercato in mano ai colossi, denunciano: «Il prezzo non copre le uscite».
- La società d’Oltralpe che si è mangiata Collecchio è la prima del settore nel nostro Paese con 66 stabilimenti. L’ad: «Abbiamo lanciato Galbani negli Stati Uniti.
- L’avvocato allora amministratore indipendente del gruppo, Paolo Sciumé, condannato a due anni per bancarotta: «Se qualcuno di cui ti fidi ti dà un documento non pensi che è falso».
Lo speciale contiene tre articoli.
Era il 15 dicembre del 2003, il castello di carte false costruito da Calisto Tanzi crollava. Vent’anni dopo lo scandalo Parmalat è lecito se non piangere almeno rimpiangere il latte versato? La risposta è sì. Dal crac di Collecchio è uscita stravolta la fisionomia del mercato, sono entrati nuovi protagonisti, chi alleva ha guadagnato sempre meno; l’arrivo di Lactalis ha cambiato i rapporti di forza e la zootecnia italiana soprattutto quella padana e del Nord Italia ha perduto protagonismo economico riversando in gran parte sulle stalle le inefficienze di filiera. Si è molto menato scandalo attorno alle quote latte, frutto anch’esse di una errata scelta politica: fu l’allora ministro agricolo Filippo Maria Pandolfi a barattare quote di produzione in stalla con quote di acciaio, sostenendo che gli onesti avrebbero pagato per colpa dei disonesti ricalcando il cliché della vulgata sull’evasione fiscale, ma la verità è che dopo lo scandalo Parmalat le stalle hanno vissuto anni durissimi.
Lo scandalo di Collecchio – va ricordato che la Parmalat non è mai ufficialmente fallita – ha fatto retrocedere l’Italia da primo protagonista del mercato del latte e dei formaggi a terra di conquista. Per la verità ci aveva già pensato Sergio Cragnotti con il fallimento della Cirio che aveva conquistato in forza dell’assai discussa privatizzazione di Cbd (Cirio Bertolli De Rica) voluta e gestita da Romano Prodi. Lo scandalo Eurolat, quello della Centrale del latte di Roma, i rapporti tra Sergio Cragnotti, Cesare Geronzi e Calisto Tanzi sono stati al centro della distruzione del comparto lattiero. Calisto Tanzi negli anni d’oro comprava e vendeva latte dall’Italia al Brasile, dall’America all’Argentina. Per avere un’idea di cosa ha significato il crac Parmalat basta considerare che nel 2002 un litro di latte si pagava 1,08 euro e dopo 20 anni il prezzo medio del fresco è 1,39 euro con un aumento secondo la stima del Codacons del 28,7%. Questo fino al marzo di quest’anno quando il fresco al supermercato è arrivato a sfiorare i 2 euro. Colpa degli allevatori? Spiega Giovanni Guarneri che per Alleanza cooperative dirige e rappresenta il settore lattiero caseario: «Da giugno 2022 a giugno 2023 il latte è aumentato dell’1,7% alla stalla arrivano a 56 centesimi ma il prezzo non copre i costi: solo i mangimi incidono per oltre 23 centesimi al litro. E però il prezzo finale è cresciuto tra i 10 e il 15%. Ci sarà da riflettere». Oggi l’Italia del latte è sostanzialmente in mano ai francesi. Perché?
Enrico Bondi, chiamato in fretta a gestire il crac, trasforma la Parmalat in public company, sorretto anche da Banca d’Italia. A un anno e mezzo dal disastro la riporta in Borsa e di fatto la espone all’Opa di Lactalis per la quale è un gioco da ragazzi comprarsela: con 4 miliardi i francesi che già si erano comprati la Galbani fanno banco. C’è una coazione a ripetere negativa in questo settore. Come ai tempi della seconda privatizzazione Cbd – la prima vendita della Sme a metà degli anni Ottanta era naufragata perché Prodi aveva cercato di favorire l’offerta di Carlo De Benedetti contro la cordata Ferrero-Barilla-Berlusconi – che il Professore decide di vendere a Carlo Saverio Lamiranda, a capo di un gruppetto di coltivatori lucani, che una volta smembrata la holding la rivende ai soliti noti (Unilever e Cragnotti), la Granarolo (secondo attore del mercato del latte e uno dei primi gruppi cooperativi) tenta con San Paolo di formare una cordata per rilevare la Parmalat, ma Collecchio è già in mano dei francesi. L’errore di Enrico Bondi fu di non indebitare Parmalat: la espose al mercato con un azionariato iperfrazionato e i bilanci in ordine perché il crac Parmalat aveva rivelato due cose, ovvero che il comparto industriale di Tanzi – dagli yogurt ai succhi di frutta, dal latte ai biscotti – era solido e la rete dei fornitori ben gestita e soprattutto che la Parmalat aveva capito in anticipo qual era il punto di crisi del latte, la scarsa durata.
Calisto Tanzi aveva fatto di tutto per far passare la dicitura «Fresco blu» al suo latte che poteva allungare la vita a scaffale a otto giorni. Quella iniziativa nei primi anni Novanta fu boicottata dagli altri produttori, oggi il latte blu è indispensabile per chi imbottiglia. Tanto che Granarolo, il secondo operatore italiano, ha deciso di non produrre più latte fresco. Ma cosa ha determinato l’approdo di Lactalis in Parmalat? Che oggi i francesi sono i padroni non solo del latte ma anche dei formaggi e certamente del parmigiano reggiano. Lactalis ha chiuso il cerchio nel 2019 quando ha delistato Parmalat spostando tutto il quartier generale a Laval, la sede storica di questa holding del «bianco» che controlla il primo gruppo alimentare italiano. Lactalis è di proprietà dei Besnier, una famiglia che nulla fa trapelare del suo business e che da sempre controlla la holding dal quartiere generale nella Mayenne. L’ad di Lactalis Emmanuel Besnier è accreditato di un patrimonio personale di 10 miliardi, il gruppo che dirige nel 2022 ha fatturato 28,3 miliardi di euro. Il 10% di questo fatturato è realizzato in Italia. La capofila è considerata Galbani (1,8 miliardi) ma, ammette lo stesso Emmanuele Besnier, «se non avessimo acquisito Parmalat avremmo solo commercializzato formaggi, avere il nostro latte ci ha consentito uno sviluppo molto più rapido». Lactalis – nel mondo è il primo gruppo caseario: 270 stabilimenti in 51 Paesi, 85.000 dipendenti – ha annunciato investimenti in Italia per 7 miliardi – i suoi marchi Italiani oltre a Galbani e Parmalat sono Invernizzi, Locatelli, Cademartori, Vallelata, Ambrosi, Alival – intanto ha conquistato la leadership nel parmigiano reggiano: acquisendo la Nuova Castelli di Reggio Emilia è il primo distributore ed esportatore del formaggio emblema di Parma con 105.000 forme vendute ogni anno.
Ma per comprendere cosa è realmente successo dopo il crac Parmalat bisogna guardare alle stalle: negli ultimi 14 anni hanno chiuso il 77% degli allevamenti di bovine da latte e il numero dei bovini da latte è diminuito di quasi il 5%. In questi anni si è assistito a un lento deperimento delle centrali del latte. Ci sono gruppi cooperativi che crescono (Trevalli, Arborea, Grifo latte) ma molte aziende devono farei conti con la concentrazione del mercato. È il caso di alcune centrali del latte (quella di Brescia ha avuto però un boom di fatturato) strette nella morsa di aumenti vertiginosi dei costi (17%) e riduzione dei consumi (5%). Quella che in queste settimane si sta confrontando con il «fantasma» della Parmalat è la Centrale del latte di Roma. Il tribunale ha restituito al Comune di Roma le quote che erano in mano a Lactalis dopo una battaglia legale durata 30 anni. Ma ora orfana di Parmalat la Centrale deve ripensarsi. I lavoratori a metà novembre hanno scioperato, gli agricoltori sono sul chi vive: ci sono 30 milioni di litri di latte che venivano lavorati per Parmalat in attesa di un futuro e c’è preoccupazione per il prezzo alla stalla.
E di certo tra questi allevatori c’è chi rimpiange il latte versato.
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