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2023-12-19
Vent’anni dopo il crac di Parmalat scomparso il 77% delle stalle italiane
Calisto Tanzi (Ansa)
Era il 15 dicembre del 2003, il castello di carte false costruito da Calisto Tanzi crollava. Vent’anni dopo lo scandalo Parmalat è lecito se non piangere almeno rimpiangere il latte versato? La risposta è sì. Dal crac di Collecchio è uscita stravolta la fisionomia del mercato, sono entrati nuovi protagonisti, chi alleva ha guadagnato sempre meno; l’arrivo di Lactalis ha cambiato i rapporti di forza e la zootecnia italiana soprattutto quella padana e del Nord Italia ha perduto protagonismo economico riversando in gran parte sulle stalle le inefficienze di filiera. Si è molto menato scandalo attorno alle quote latte, frutto anch’esse di una errata scelta politica: fu l’allora ministro agricolo Filippo Maria Pandolfi a barattare quote di produzione in stalla con quote di acciaio, sostenendo che gli onesti avrebbero pagato per colpa dei disonesti ricalcando il cliché della vulgata sull’evasione fiscale, ma la verità è che dopo lo scandalo Parmalat le stalle hanno vissuto anni durissimi.
Lo scandalo di Collecchio - va ricordato che la Parmalat non è mai ufficialmente fallita - ha fatto retrocedere l’Italia da primo protagonista del mercato del latte e dei formaggi a terra di conquista. Per la verità ci aveva già pensato Sergio Cragnotti con il fallimento della Cirio che aveva conquistato in forza dell’assai discussa privatizzazione di Cbd (Cirio Bertolli De Rica) voluta e gestita da Romano Prodi. Lo scandalo Eurolat, quello della Centrale del latte di Roma, i rapporti tra Sergio Cragnotti, Cesare Geronzi e Calisto Tanzi sono stati al centro della distruzione del comparto lattiero. Calisto Tanzi negli anni d’oro comprava e vendeva latte dall’Italia al Brasile, dall’America all’Argentina. Per avere un’idea di cosa ha significato il crac Parmalat basta considerare che nel 2002 un litro di latte si pagava 1,08 euro e dopo 20 anni il prezzo medio del fresco è 1,39 euro con un aumento secondo la stima del Codacons del 28,7%. Questo fino al marzo di quest’anno quando il fresco al supermercato è arrivato a sfiorare i 2 euro. Colpa degli allevatori? Spiega Giovanni Guarneri che per Alleanza cooperative dirige e rappresenta il settore lattiero caseario: «Da giugno 2022 a giugno 2023 il latte è aumentato dell’1,7% alla stalla arrivano a 56 centesimi ma il prezzo non copre i costi: solo i mangimi incidono per oltre 23 centesimi al litro. E però il prezzo finale è cresciuto tra i 10 e il 15%. Ci sarà da riflettere». Oggi l’Italia del latte è sostanzialmente in mano ai francesi. Perché?
Enrico Bondi, chiamato in fretta a gestire il crac, trasforma la Parmalat in public company, sorretto anche da Banca d’Italia. A un anno e mezzo dal disastro la riporta in Borsa e di fatto la espone all’Opa di Lactalis per la quale è un gioco da ragazzi comprarsela: con 4 miliardi i francesi che già si erano comprati la Galbani fanno banco. C’è una coazione a ripetere negativa in questo settore. Come ai tempi della seconda privatizzazione Cbd - la prima vendita della Sme a metà degli anni Ottanta era naufragata perché Prodi aveva cercato di favorire l’offerta di Carlo De Benedetti contro la cordata Ferrero-Barilla-Berlusconi - che il Professore decide di vendere a Carlo Saverio Lamiranda, a capo di un gruppetto di coltivatori lucani, che una volta smembrata la holding la rivende ai soliti noti (Unilever e Cragnotti), la Granarolo (secondo attore del mercato del latte e uno dei primi gruppi cooperativi) tenta con San Paolo di formare una cordata per rilevare la Parmalat, ma Collecchio è già in mano dei francesi. L’errore di Enrico Bondi fu di non indebitare Parmalat: la espose al mercato con un azionariato iperfrazionato e i bilanci in ordine perché il crac Parmalat aveva rivelato due cose, ovvero che il comparto industriale di Tanzi - dagli yogurt ai succhi di frutta, dal latte ai biscotti - era solido e la rete dei fornitori ben gestita e soprattutto che la Parmalat aveva capito in anticipo qual era il punto di crisi del latte, la scarsa durata.
Calisto Tanzi aveva fatto di tutto per far passare la dicitura «Fresco blu» al suo latte che poteva allungare la vita a scaffale a otto giorni. Quella iniziativa nei primi anni Novanta fu boicottata dagli altri produttori, oggi il latte blu è indispensabile per chi imbottiglia. Tanto che Granarolo, il secondo operatore italiano, ha deciso di non produrre più latte fresco. Ma cosa ha determinato l’approdo di Lactalis in Parmalat? Che oggi i francesi sono i padroni non solo del latte ma anche dei formaggi e certamente del parmigiano reggiano. Lactalis ha chiuso il cerchio nel 2019 quando ha delistato Parmalat spostando tutto il quartier generale a Laval, la sede storica di questa holding del «bianco» che controlla il primo gruppo alimentare italiano. Lactalis è di proprietà dei Besnier, una famiglia che nulla fa trapelare del suo business e che da sempre controlla la holding dal quartiere generale nella Mayenne. L’ad di Lactalis Emmanuel Besnier è accreditato di un patrimonio personale di 10 miliardi, il gruppo che dirige nel 2022 ha fatturato 28,3 miliardi di euro. Il 10% di questo fatturato è realizzato in Italia. La capofila è considerata Galbani (1,8 miliardi) ma, ammette lo stesso Emmanuele Besnier, «se non avessimo acquisito Parmalat avremmo solo commercializzato formaggi, avere il nostro latte ci ha consentito uno sviluppo molto più rapido». Lactalis - nel mondo è il primo gruppo caseario: 270 stabilimenti in 51 Paesi, 85.000 dipendenti - ha annunciato investimenti in Italia per 7 miliardi - i suoi marchi Italiani oltre a Galbani e Parmalat sono Invernizzi, Locatelli, Cademartori, Vallelata, Ambrosi, Alival - intanto ha conquistato la leadership nel parmigiano reggiano: acquisendo la Nuova Castelli di Reggio Emilia è il primo distributore ed esportatore del formaggio emblema di Parma con 105.000 forme vendute ogni anno.
Ma per comprendere cosa è realmente successo dopo il crac Parmalat bisogna guardare alle stalle: negli ultimi 14 anni hanno chiuso il 77% degli allevamenti di bovine da latte e il numero dei bovini da latte è diminuito di quasi il 5%. In questi anni si è assistito a un lento deperimento delle centrali del latte. Ci sono gruppi cooperativi che crescono (Trevalli, Arborea, Grifo latte) ma molte aziende devono farei conti con la concentrazione del mercato. È il caso di alcune centrali del latte (quella di Brescia ha avuto però un boom di fatturato) strette nella morsa di aumenti vertiginosi dei costi (17%) e riduzione dei consumi (5%). Quella che in queste settimane si sta confrontando con il «fantasma» della Parmalat è la Centrale del latte di Roma. Il tribunale ha restituito al Comune di Roma le quote che erano in mano a Lactalis dopo una battaglia legale durata 30 anni. Ma ora orfana di Parmalat la Centrale deve ripensarsi. I lavoratori a metà novembre hanno scioperato, gli agricoltori sono sul chi vive: ci sono 30 milioni di litri di latte che venivano lavorati per Parmalat in attesa di un futuro e c’è preoccupazione per il prezzo alla stalla.
E di certo tra questi allevatori c’è chi rimpiange il latte versato.
Vent’anni dopo il crac di Parmalat scomparso il 77% delle stalle italiane
Correva l’anno 2003, dicembre, quando sui giornali italiani piombò il dramma del fallimento di Parmalat. L’8 dicembre si scoprì che i fondi che gravitavano intorno all’azienda non avevano liquidità. Le centinaia di milioni di euro assicurati dai vertici non esistevano. Come non esisteva neppure il conto corrente che, su carta intestata Bank of America, doveva garantire fondi per quasi 4 miliardi di euro in una società chiamata Bonlat. Fu l’inizio di un crack da 13 miliardi di euro, che portò al collasso una delle più importanti industrie agroalimentari italiani. Il 22 dicembre 2003 lo storico fondatore Calisto Tanzi venne iscritto nel registro degli indagati. Fu arrestato cinque giorni dopo. Tornò libero nel settembre del 2004, dopo quasi un anno tra carcere e arresti domiciliari. Dopo un processo durato più di dieci anni, fu condannato a 17 anni di carcere. Tanzi è morto il 1° gennaio 2022, portandosi con sé i ricordi di un’Italia che non esiste più. Quando Parmalat era vista come il latte italiano nel mondo, portando persino il suo marchio sulle maglie di calcio di squadre brasiliane o argentine. Ma Tanzi è anche ricordato per gli anni d’oro di Parma, una città che era diventata il centro d’Europa, quando negli anni Novanta la squadra di Nevio Scala vinceva le Coppe ed era persino la prima avversaria del Milan degli invincibili di Fabio Capello. Tanzi sarebbe potuto diventare persino l’avversario politico di Silvio Berlusconi. Ma le cose sono andate diversamente. Parmalat è comunque sopravvissuta a quegli scandali. La produzione e i lavoratori sono rimasti senza nemmeno troppi scossoni sociali. Persino i sindacati il 4 dicembre di quest’anno hanno organizzato un incontro a Bologna per ricordare quella fase complicata. «È così che è rinata ed è stata rilanciata la nuova Parmalat, oggi parte strategica di un’importante multinazionale come Lactalis», hanno detto all’unisono Cgil, Cisl e Uil raccontando in prima persona l’esperienza del crac finanziario e le vicende che hanno dato continuità all’attività produttiva dell’azienda, che non si è mai interrotta. Nel 2011 l’azienda è stata conquistata dai francesi di Lactalis. A portare avanti l’operazione fu il giovane Emmanuel Besnier, oggi 53 anni, a capo del colosso francese. Lactalis è il decimo gruppo lattiero-caseario al mondo con oltre 80.000 dipendenti e un fatturato 2022 di 28,3 miliardi di euro, in crescita del 28,4% sul 2021. Besnier, terza generazione alla guida della riservatissima Lactalis (società fondata nel 1933 dal nonno André Besnier a Laval, nella regione della Loira), ha accumulato una fortuna. Il suo patrimonio si aggira intorno ai 21 miliardi di dollari. L’operazione di acquisto di Parmalat all’epoca fu molto criticata in Francia come in Italia, vista la centralità strategica del nostro patrimonio agroalimentare. Nella primavera scorsa il magnate aveva visitato gli stabilimenti del gruppo, tra Lombardia ed Emilia-Romagna, da quello della Galbani a Casale Cremasco, al caseificio Tricolore di Reggio Emilia fino alla Parmalat a Collecchio. E al Corriere della Sera ha concesso la sua prima intervista. «Abbiamo 28 stabilimenti che ci rendono il gruppo lattiero-caseario più grande in Italia, che è il Paese dove il gruppo ha la maggiore capacità produttiva dopo la Francia con i suoi 66 stabilimenti», sottolinea Besnier, «Poi l’importanza della filiera con 1.500 allevatori dai quali raccogliamo 1,5 miliardi di litri di latte che trasformiamo in Italia». Besnier aveva parlato anche degli investimenti in Italia che ammontano a «circa 7 miliardi, compresi quelli fatti per far crescere le aziende acquisite, che restituiscono circa 2 miliardi di ricavi solo sul mercato italiano. Poi», ha aggiunto, «ci sono le esportazioni con il made in Italy. Prendiamo Galbani, emblematico: l’abbiamo lanciato negli Stati Uniti e in altri Paesi, la sua attività è raddoppiata ma il suo cuore produttivo e innovativo è rimasto a Corteolona». Tanzi è ormai un ricordo lontano.
«Tanzi ha peccato di vanità. Scandali simili possibili nonostante leggi e controlli»
«L’ultima volta che ho visto Calisto Tanzi doveva incominciar il consiglio di amministrazione di Parmalat che lo avrebbe commissariato con Enrico Bondi. Stava uscendo dal suo ufficio per entrare nella sala del consiglio attraverso una porta elettrica blindata. Appena aperta la porta ho visto che si specchiava e si metteva a posto i capelli. Se c’è una parola per raccontarlo, quella è di sicuro “la vanità” al suo essere imprenditore». L’avvocato Paolo Sciumé ha appena superato gli 80 anni, ma ha una forza e una memoria da trentenne. Siede in una sala riunioni del suo studio legale, non lontano dal Tribunale di Milano. In questi giorni cade il ventesimo anniversario del crack Parmalat, uno dei più grandi scandali che travolse il nostro Paese nel 2003, un’epoca lontanissima ma che con tutta probabilità può essere d’aiuto rileggere per comprendere anche la realtà di oggi. «Era un’altra Italia quella di 20 anni fa. Eravamo al culmine di una fase espansiva del capitalismo evoluto. Sarebbe riduttivo definirla globalizzazione. Vi era una presenza del mercato che sembrava voler essere totalizzante ed esaurire l’orizzonte del vivere. Parmalat era una realtà particolare, aveva una forte forma industriale che precedeva quella finanziaria, peraltro come si è visto perniciosa», ricorda Sciumé, un avvocato cresciuto in Comunione e liberazione con don Luigi Giussani sin dai primi anni Sessanta. «La forma con cui ho conosciuto il cattolicesimo e che costituisce l’appartenenza, cui debbo molto se non tutto, compresa la mia passione per il mio lavoro» diventando un legale di impresa tra i più stimati in Italia. Su Parmalat ha dovuto affrontare diversi processi. A Milano è stato assolto in via definitiva dalle accuse di aggiotaggio, mentre a Parma è stato condannato a due anni per bancarotta, indulto compreso. Ma nel 2019, dopo aver scontato la sua pena, la Corte di Bologna lo ha riabilitato elogiando la sua professionalità «pur a fronte del grave “incidente di percorso”, ormai risalente nel tempo».
Parmalat era già in Borsa dal 1992.
«Tanzi mi aveva chiamato proprio quell’anno, per entrare come amministratore indipendente. Non avevo alcun titolo esecutivo, né avevo fatto parte di organismi di controllo come peraltro non ne ho mai fatto parte successivamente».
La cultura imprenditoriale di allora era differente da quella di adesso.
«Oggi è molto diversa. Si sono moltiplicati i controlli, c’è una fila lunghissima di comitati rischi. Tuttavia, se una persona di cui ti fidi ti consegna un documento falso a te non verrà mai in mente che sia falso. A me hanno spesso contestato che i consiglieri di amministrazione non potevano non sapere di quello che accadeva dentro Parmalat. Ma ricordo che solo nel dicembre del 2003 Bank of America disse che presso la sua sede di New York non esistevano conti intestati a Parmalat…».
Fausto Tonna e Tanzi avevano fornito documenti falsi.
«Tonna semplificava così il lavoro dei revisori. Faceva lui quindi i controlli incrociati, con i risultati che abbiamo visto tutti…».
Potrebbe scoppiare un’altra Parmalat in Italia?
«A fronte di un enorme corpo di legge e controlli, credo che tutt’ora nelle grandi aziende manchi ancora un rapporto con le persone in quanto tale. Il risparmiatore non ha un contatto diretto con gli investitori del capitale. La legge sui Pir non ha avuto grande successo».
Qual è il suo rapporto con la magistratura?
«Diciamo che ho un rapporto dialettico. Ho scontato la mia pena, nel centro immigrati di Pozzallo, un’esperienza interessantissima. Ho fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La condanna sulla bancarotta si basava sulle stesse accuse di quella per aggiotaggio. C’è un ne bis in idem gigantesco. Le dico solo che ora la magistratura toglie dalle indagini gli amministratori indipendenti».
C’è un problema magistratura in Italia?
«Le spiego come la vedo. Chi mi fece l’interrogatorio, nel marzo del 2004, su Parmalat era il dottor Eugenio Fusco. Era giovane, si vedeva che voleva eccellere. Mi interrogò per 12 ore, chiedendomi che cosa avessi fatto il 9 dicembre, i giorni in cui Enrico Bondi aveva sostituito Tanzi su richiesta delle banche. Mi disse: cosa ha fatto per denunciare Tanzi?».
Lei cosa gli rispose?
«Nel dicembre 2003 nessuno poteva sospettare. Avevo ricevuto il giorno prima le chiamate di Corrado Passera, Pietro Modiano e Giancarlo Abete. Tutti volevano intervenire per salvare l’azienda. Ho spiegato a Fusco che io pensavo solo a come salvare l’azienda cioè a fare il mio dovere di consigliere come feci».
Possibile che nessuno si fosse accorto di quello che stava accadendo?
«Neppure le banche sapevano che la situazione era così tesa. Poi quando Tanzi non riuscì a trovare 150 milioni di euro a fronte di un’azienda che fatturava 4 miliardi all’anno, capirono che c’era qualcosa che non andava…».
E Fusco?
«L’ho incontrato vicino al tribunale poco tempo fa. Gli ho ricordato che alla fine dell’interrogatorio mi disse che potevo difendermi da solo, aggiungendo che riconoscevo che forse era stato un po’ troppo aggressivo come magistrato. Io gli dissi che io non dico mai “sono un avvocato”, ma “faccio l’avvocato”. È che lui mi rispose che anche lui diceva “faccio il magistrato”, non “sono un magistrato”. Nei magistrati vive spesso un pregiudizio, una moralità che sfiora spesso l’ideologia, che spesso agisce senza rispetto tra fatti e norme. Il tempo è della persona e quindi la lunghezza del processo come per me per 16 anni è già una pena. Dovrebbero tener conto del tempo e di chi ne è il proprietario».
I processi le hanno anche procurato diverse conseguenze economiche.
«Nel 2019 mi fu notificata una richiesta di risarcimento da 2 miliardi di euro, un punto di Pil. Ci fu una sentenza di condanna dove tutti i condannati di Parmalat dovevano risarcire il danno senza nessuna distinzione. Ho messo a disposizione di Parmalat tutti i miei beni, anche quelli intestati per fiducia al coniuge. C’è stata una transazione per 150.000 euro, rapportata alla responsabilità dalla Corte d’appello di Bologna che sancisce la mia fisionomia professionale e alla sproporzionalità di pene accessorie».
E ora come si sente?
«Mi sento come un nobile decaduto. Non sono stato condannato per corruzione, ma solo per il principio della possibile conoscibilità. Tutta questa vicenda ha lasciato taluni strascichi. In tanti mi hanno abbandonato, ma il debito regge la vita».
Di Tanzi cosa pensa?
«Non l’ho più visto dopo l’ultimo consiglio di amministrazione. Era una persona che aveva fatto molta beneficenza, aveva grande forza imprenditoriale, ma in lui c’era una vanità di essere protagonista. Nel suo ufficio c’era un tavolo in legno, un fratino moderno con due telefoni. Mentre gli parlavi, lui voleva sapere cosa succedeva a Milano e io di Cl gli raccontavo un po’ la situazione politica, lui alzava il telefono e diceva: “Ciao Ciriaco”».
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L’ex gioiello tricolore è stato rilevato dai francesi. I produttori di latte, stretti fra aumenti dei costi, calo dei consumi e concentrazione del mercato in mano ai colossi, denunciano: «Il prezzo non copre le uscite». La società d’Oltralpe che si è mangiata Collecchio è la prima del settore nel nostro Paese con 66 stabilimenti. L’ad: «Abbiamo lanciato Galbani negli Stati Uniti. L’avvocato allora amministratore indipendente del gruppo, Paolo Sciumé, condannato a due anni per bancarotta: «Se qualcuno di cui ti fidi ti dà un documento non pensi che è falso». Lo speciale contiene tre articoli.Era il 15 dicembre del 2003, il castello di carte false costruito da Calisto Tanzi crollava. Vent’anni dopo lo scandalo Parmalat è lecito se non piangere almeno rimpiangere il latte versato? La risposta è sì. Dal crac di Collecchio è uscita stravolta la fisionomia del mercato, sono entrati nuovi protagonisti, chi alleva ha guadagnato sempre meno; l’arrivo di Lactalis ha cambiato i rapporti di forza e la zootecnia italiana soprattutto quella padana e del Nord Italia ha perduto protagonismo economico riversando in gran parte sulle stalle le inefficienze di filiera. Si è molto menato scandalo attorno alle quote latte, frutto anch’esse di una errata scelta politica: fu l’allora ministro agricolo Filippo Maria Pandolfi a barattare quote di produzione in stalla con quote di acciaio, sostenendo che gli onesti avrebbero pagato per colpa dei disonesti ricalcando il cliché della vulgata sull’evasione fiscale, ma la verità è che dopo lo scandalo Parmalat le stalle hanno vissuto anni durissimi. Lo scandalo di Collecchio - va ricordato che la Parmalat non è mai ufficialmente fallita - ha fatto retrocedere l’Italia da primo protagonista del mercato del latte e dei formaggi a terra di conquista. Per la verità ci aveva già pensato Sergio Cragnotti con il fallimento della Cirio che aveva conquistato in forza dell’assai discussa privatizzazione di Cbd (Cirio Bertolli De Rica) voluta e gestita da Romano Prodi. Lo scandalo Eurolat, quello della Centrale del latte di Roma, i rapporti tra Sergio Cragnotti, Cesare Geronzi e Calisto Tanzi sono stati al centro della distruzione del comparto lattiero. Calisto Tanzi negli anni d’oro comprava e vendeva latte dall’Italia al Brasile, dall’America all’Argentina. Per avere un’idea di cosa ha significato il crac Parmalat basta considerare che nel 2002 un litro di latte si pagava 1,08 euro e dopo 20 anni il prezzo medio del fresco è 1,39 euro con un aumento secondo la stima del Codacons del 28,7%. Questo fino al marzo di quest’anno quando il fresco al supermercato è arrivato a sfiorare i 2 euro. Colpa degli allevatori? Spiega Giovanni Guarneri che per Alleanza cooperative dirige e rappresenta il settore lattiero caseario: «Da giugno 2022 a giugno 2023 il latte è aumentato dell’1,7% alla stalla arrivano a 56 centesimi ma il prezzo non copre i costi: solo i mangimi incidono per oltre 23 centesimi al litro. E però il prezzo finale è cresciuto tra i 10 e il 15%. Ci sarà da riflettere». Oggi l’Italia del latte è sostanzialmente in mano ai francesi. Perché? Enrico Bondi, chiamato in fretta a gestire il crac, trasforma la Parmalat in public company, sorretto anche da Banca d’Italia. A un anno e mezzo dal disastro la riporta in Borsa e di fatto la espone all’Opa di Lactalis per la quale è un gioco da ragazzi comprarsela: con 4 miliardi i francesi che già si erano comprati la Galbani fanno banco. C’è una coazione a ripetere negativa in questo settore. Come ai tempi della seconda privatizzazione Cbd - la prima vendita della Sme a metà degli anni Ottanta era naufragata perché Prodi aveva cercato di favorire l’offerta di Carlo De Benedetti contro la cordata Ferrero-Barilla-Berlusconi - che il Professore decide di vendere a Carlo Saverio Lamiranda, a capo di un gruppetto di coltivatori lucani, che una volta smembrata la holding la rivende ai soliti noti (Unilever e Cragnotti), la Granarolo (secondo attore del mercato del latte e uno dei primi gruppi cooperativi) tenta con San Paolo di formare una cordata per rilevare la Parmalat, ma Collecchio è già in mano dei francesi. L’errore di Enrico Bondi fu di non indebitare Parmalat: la espose al mercato con un azionariato iperfrazionato e i bilanci in ordine perché il crac Parmalat aveva rivelato due cose, ovvero che il comparto industriale di Tanzi - dagli yogurt ai succhi di frutta, dal latte ai biscotti - era solido e la rete dei fornitori ben gestita e soprattutto che la Parmalat aveva capito in anticipo qual era il punto di crisi del latte, la scarsa durata. Calisto Tanzi aveva fatto di tutto per far passare la dicitura «Fresco blu» al suo latte che poteva allungare la vita a scaffale a otto giorni. Quella iniziativa nei primi anni Novanta fu boicottata dagli altri produttori, oggi il latte blu è indispensabile per chi imbottiglia. Tanto che Granarolo, il secondo operatore italiano, ha deciso di non produrre più latte fresco. Ma cosa ha determinato l’approdo di Lactalis in Parmalat? Che oggi i francesi sono i padroni non solo del latte ma anche dei formaggi e certamente del parmigiano reggiano. Lactalis ha chiuso il cerchio nel 2019 quando ha delistato Parmalat spostando tutto il quartier generale a Laval, la sede storica di questa holding del «bianco» che controlla il primo gruppo alimentare italiano. Lactalis è di proprietà dei Besnier, una famiglia che nulla fa trapelare del suo business e che da sempre controlla la holding dal quartiere generale nella Mayenne. L’ad di Lactalis Emmanuel Besnier è accreditato di un patrimonio personale di 10 miliardi, il gruppo che dirige nel 2022 ha fatturato 28,3 miliardi di euro. Il 10% di questo fatturato è realizzato in Italia. La capofila è considerata Galbani (1,8 miliardi) ma, ammette lo stesso Emmanuele Besnier, «se non avessimo acquisito Parmalat avremmo solo commercializzato formaggi, avere il nostro latte ci ha consentito uno sviluppo molto più rapido». Lactalis - nel mondo è il primo gruppo caseario: 270 stabilimenti in 51 Paesi, 85.000 dipendenti - ha annunciato investimenti in Italia per 7 miliardi - i suoi marchi Italiani oltre a Galbani e Parmalat sono Invernizzi, Locatelli, Cademartori, Vallelata, Ambrosi, Alival - intanto ha conquistato la leadership nel parmigiano reggiano: acquisendo la Nuova Castelli di Reggio Emilia è il primo distributore ed esportatore del formaggio emblema di Parma con 105.000 forme vendute ogni anno. Ma per comprendere cosa è realmente successo dopo il crac Parmalat bisogna guardare alle stalle: negli ultimi 14 anni hanno chiuso il 77% degli allevamenti di bovine da latte e il numero dei bovini da latte è diminuito di quasi il 5%. In questi anni si è assistito a un lento deperimento delle centrali del latte. Ci sono gruppi cooperativi che crescono (Trevalli, Arborea, Grifo latte) ma molte aziende devono farei conti con la concentrazione del mercato. È il caso di alcune centrali del latte (quella di Brescia ha avuto però un boom di fatturato) strette nella morsa di aumenti vertiginosi dei costi (17%) e riduzione dei consumi (5%). Quella che in queste settimane si sta confrontando con il «fantasma» della Parmalat è la Centrale del latte di Roma. Il tribunale ha restituito al Comune di Roma le quote che erano in mano a Lactalis dopo una battaglia legale durata 30 anni. Ma ora orfana di Parmalat la Centrale deve ripensarsi. I lavoratori a metà novembre hanno scioperato, gli agricoltori sono sul chi vive: ci sono 30 milioni di litri di latte che venivano lavorati per Parmalat in attesa di un futuro e c’è preoccupazione per il prezzo alla stalla. 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Fu l’inizio di un crack da 13 miliardi di euro, che portò al collasso una delle più importanti industrie agroalimentari italiani. Il 22 dicembre 2003 lo storico fondatore Calisto Tanzi venne iscritto nel registro degli indagati. Fu arrestato cinque giorni dopo. Tornò libero nel settembre del 2004, dopo quasi un anno tra carcere e arresti domiciliari. Dopo un processo durato più di dieci anni, fu condannato a 17 anni di carcere. Tanzi è morto il 1° gennaio 2022, portandosi con sé i ricordi di un’Italia che non esiste più. Quando Parmalat era vista come il latte italiano nel mondo, portando persino il suo marchio sulle maglie di calcio di squadre brasiliane o argentine. Ma Tanzi è anche ricordato per gli anni d’oro di Parma, una città che era diventata il centro d’Europa, quando negli anni Novanta la squadra di Nevio Scala vinceva le Coppe ed era persino la prima avversaria del Milan degli invincibili di Fabio Capello. Tanzi sarebbe potuto diventare persino l’avversario politico di Silvio Berlusconi. Ma le cose sono andate diversamente. Parmalat è comunque sopravvissuta a quegli scandali. La produzione e i lavoratori sono rimasti senza nemmeno troppi scossoni sociali. Persino i sindacati il 4 dicembre di quest’anno hanno organizzato un incontro a Bologna per ricordare quella fase complicata. «È così che è rinata ed è stata rilanciata la nuova Parmalat, oggi parte strategica di un’importante multinazionale come Lactalis», hanno detto all’unisono Cgil, Cisl e Uil raccontando in prima persona l’esperienza del crac finanziario e le vicende che hanno dato continuità all’attività produttiva dell’azienda, che non si è mai interrotta. Nel 2011 l’azienda è stata conquistata dai francesi di Lactalis. A portare avanti l’operazione fu il giovane Emmanuel Besnier, oggi 53 anni, a capo del colosso francese. Lactalis è il decimo gruppo lattiero-caseario al mondo con oltre 80.000 dipendenti e un fatturato 2022 di 28,3 miliardi di euro, in crescita del 28,4% sul 2021. Besnier, terza generazione alla guida della riservatissima Lactalis (società fondata nel 1933 dal nonno André Besnier a Laval, nella regione della Loira), ha accumulato una fortuna. Il suo patrimonio si aggira intorno ai 21 miliardi di dollari. L’operazione di acquisto di Parmalat all’epoca fu molto criticata in Francia come in Italia, vista la centralità strategica del nostro patrimonio agroalimentare. Nella primavera scorsa il magnate aveva visitato gli stabilimenti del gruppo, tra Lombardia ed Emilia-Romagna, da quello della Galbani a Casale Cremasco, al caseificio Tricolore di Reggio Emilia fino alla Parmalat a Collecchio. E al Corriere della Sera ha concesso la sua prima intervista. «Abbiamo 28 stabilimenti che ci rendono il gruppo lattiero-caseario più grande in Italia, che è il Paese dove il gruppo ha la maggiore capacità produttiva dopo la Francia con i suoi 66 stabilimenti», sottolinea Besnier, «Poi l’importanza della filiera con 1.500 allevatori dai quali raccogliamo 1,5 miliardi di litri di latte che trasformiamo in Italia». Besnier aveva parlato anche degli investimenti in Italia che ammontano a «circa 7 miliardi, compresi quelli fatti per far crescere le aziende acquisite, che restituiscono circa 2 miliardi di ricavi solo sul mercato italiano. Poi», ha aggiunto, «ci sono le esportazioni con il made in Italy. Prendiamo Galbani, emblematico: l’abbiamo lanciato negli Stati Uniti e in altri Paesi, la sua attività è raddoppiata ma il suo cuore produttivo e innovativo è rimasto a Corteolona». Tanzi è ormai un ricordo lontano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ventanni-dopo-il-crac-parmalat-2666666377.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tanzi-ha-peccato-di-vanita-scandali-simili-possibili-nonostante-leggi-e-controlli" data-post-id="2666666377" data-published-at="1703006547" data-use-pagination="False"> «Tanzi ha peccato di vanità. Scandali simili possibili nonostante leggi e controlli» «L’ultima volta che ho visto Calisto Tanzi doveva incominciar il consiglio di amministrazione di Parmalat che lo avrebbe commissariato con Enrico Bondi. Stava uscendo dal suo ufficio per entrare nella sala del consiglio attraverso una porta elettrica blindata. Appena aperta la porta ho visto che si specchiava e si metteva a posto i capelli. Se c’è una parola per raccontarlo, quella è di sicuro “la vanità” al suo essere imprenditore». L’avvocato Paolo Sciumé ha appena superato gli 80 anni, ma ha una forza e una memoria da trentenne. Siede in una sala riunioni del suo studio legale, non lontano dal Tribunale di Milano. In questi giorni cade il ventesimo anniversario del crack Parmalat, uno dei più grandi scandali che travolse il nostro Paese nel 2003, un’epoca lontanissima ma che con tutta probabilità può essere d’aiuto rileggere per comprendere anche la realtà di oggi. «Era un’altra Italia quella di 20 anni fa. Eravamo al culmine di una fase espansiva del capitalismo evoluto. Sarebbe riduttivo definirla globalizzazione. Vi era una presenza del mercato che sembrava voler essere totalizzante ed esaurire l’orizzonte del vivere. Parmalat era una realtà particolare, aveva una forte forma industriale che precedeva quella finanziaria, peraltro come si è visto perniciosa», ricorda Sciumé, un avvocato cresciuto in Comunione e liberazione con don Luigi Giussani sin dai primi anni Sessanta. «La forma con cui ho conosciuto il cattolicesimo e che costituisce l’appartenenza, cui debbo molto se non tutto, compresa la mia passione per il mio lavoro» diventando un legale di impresa tra i più stimati in Italia. Su Parmalat ha dovuto affrontare diversi processi. A Milano è stato assolto in via definitiva dalle accuse di aggiotaggio, mentre a Parma è stato condannato a due anni per bancarotta, indulto compreso. Ma nel 2019, dopo aver scontato la sua pena, la Corte di Bologna lo ha riabilitato elogiando la sua professionalità «pur a fronte del grave “incidente di percorso”, ormai risalente nel tempo».Parmalat era già in Borsa dal 1992. «Tanzi mi aveva chiamato proprio quell’anno, per entrare come amministratore indipendente. Non avevo alcun titolo esecutivo, né avevo fatto parte di organismi di controllo come peraltro non ne ho mai fatto parte successivamente». La cultura imprenditoriale di allora era differente da quella di adesso. «Oggi è molto diversa. Si sono moltiplicati i controlli, c’è una fila lunghissima di comitati rischi. Tuttavia, se una persona di cui ti fidi ti consegna un documento falso a te non verrà mai in mente che sia falso. A me hanno spesso contestato che i consiglieri di amministrazione non potevano non sapere di quello che accadeva dentro Parmalat. Ma ricordo che solo nel dicembre del 2003 Bank of America disse che presso la sua sede di New York non esistevano conti intestati a Parmalat…». Fausto Tonna e Tanzi avevano fornito documenti falsi. «Tonna semplificava così il lavoro dei revisori. Faceva lui quindi i controlli incrociati, con i risultati che abbiamo visto tutti…». Potrebbe scoppiare un’altra Parmalat in Italia?«A fronte di un enorme corpo di legge e controlli, credo che tutt’ora nelle grandi aziende manchi ancora un rapporto con le persone in quanto tale. Il risparmiatore non ha un contatto diretto con gli investitori del capitale. La legge sui Pir non ha avuto grande successo». Qual è il suo rapporto con la magistratura?«Diciamo che ho un rapporto dialettico. Ho scontato la mia pena, nel centro immigrati di Pozzallo, un’esperienza interessantissima. Ho fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La condanna sulla bancarotta si basava sulle stesse accuse di quella per aggiotaggio. C’è un ne bis in idem gigantesco. Le dico solo che ora la magistratura toglie dalle indagini gli amministratori indipendenti».C’è un problema magistratura in Italia? «Le spiego come la vedo. Chi mi fece l’interrogatorio, nel marzo del 2004, su Parmalat era il dottor Eugenio Fusco. Era giovane, si vedeva che voleva eccellere. Mi interrogò per 12 ore, chiedendomi che cosa avessi fatto il 9 dicembre, i giorni in cui Enrico Bondi aveva sostituito Tanzi su richiesta delle banche. Mi disse: cosa ha fatto per denunciare Tanzi?». Lei cosa gli rispose? «Nel dicembre 2003 nessuno poteva sospettare. Avevo ricevuto il giorno prima le chiamate di Corrado Passera, Pietro Modiano e Giancarlo Abete. Tutti volevano intervenire per salvare l’azienda. Ho spiegato a Fusco che io pensavo solo a come salvare l’azienda cioè a fare il mio dovere di consigliere come feci». Possibile che nessuno si fosse accorto di quello che stava accadendo?«Neppure le banche sapevano che la situazione era così tesa. Poi quando Tanzi non riuscì a trovare 150 milioni di euro a fronte di un’azienda che fatturava 4 miliardi all’anno, capirono che c’era qualcosa che non andava…». E Fusco?«L’ho incontrato vicino al tribunale poco tempo fa. Gli ho ricordato che alla fine dell’interrogatorio mi disse che potevo difendermi da solo, aggiungendo che riconoscevo che forse era stato un po’ troppo aggressivo come magistrato. Io gli dissi che io non dico mai “sono un avvocato”, ma “faccio l’avvocato”. È che lui mi rispose che anche lui diceva “faccio il magistrato”, non “sono un magistrato”. Nei magistrati vive spesso un pregiudizio, una moralità che sfiora spesso l’ideologia, che spesso agisce senza rispetto tra fatti e norme. Il tempo è della persona e quindi la lunghezza del processo come per me per 16 anni è già una pena. Dovrebbero tener conto del tempo e di chi ne è il proprietario». I processi le hanno anche procurato diverse conseguenze economiche.«Nel 2019 mi fu notificata una richiesta di risarcimento da 2 miliardi di euro, un punto di Pil. Ci fu una sentenza di condanna dove tutti i condannati di Parmalat dovevano risarcire il danno senza nessuna distinzione. Ho messo a disposizione di Parmalat tutti i miei beni, anche quelli intestati per fiducia al coniuge. C’è stata una transazione per 150.000 euro, rapportata alla responsabilità dalla Corte d’appello di Bologna che sancisce la mia fisionomia professionale e alla sproporzionalità di pene accessorie».E ora come si sente?«Mi sento come un nobile decaduto. Non sono stato condannato per corruzione, ma solo per il principio della possibile conoscibilità. Tutta questa vicenda ha lasciato taluni strascichi. In tanti mi hanno abbandonato, ma il debito regge la vita». Di Tanzi cosa pensa?«Non l’ho più visto dopo l’ultimo consiglio di amministrazione. Era una persona che aveva fatto molta beneficenza, aveva grande forza imprenditoriale, ma in lui c’era una vanità di essere protagonista. Nel suo ufficio c’era un tavolo in legno, un fratino moderno con due telefoni. Mentre gli parlavi, lui voleva sapere cosa succedeva a Milano e io di Cl gli raccontavo un po’ la situazione politica, lui alzava il telefono e diceva: “Ciao Ciriaco”».
La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali allo stadio di San Siro (Ansa)
Il presidente Mattarella, Giorgia Meloni e la presidente del Cio, Kirsty Coventry (colei che ha rimediato al delirio dei transgender nelle gare femminili) fanno da padroni di casa a 51 capi di Stato, presidenti e teste coronate, con il segretario dell’Onu, António Guterres, gli americani J.D. Vance (fischiato sul maxischermo) e Marco Rubio, re Carlo Gustavo di Svezia, Anna d’Inghilterra, Felipe di Spagna, l’emiro del Qatar, Al Thani, la consigliera di Stato cinese, Shen Yiqina. Si fa prima a dire chi ha disertato: Emmanuel Macron in preda al dilemma infantile di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?». Curiosa assenza anche perché i prossimi Giochi invernali del 2030 saranno in Alta Savoia.
L’emozione aumenta fra i 70.000 sugli spalti quando Mariah Carey canta «Nel blu dipinto di blu» e Andrea Bocelli fa snowboard sulle note classiche a lui care. Il gruppo di creativi di Marco Balich, un’autorità in tema di cerimonie olimpiche (ne ha organizzate 16) ha fatto un buon lavoro nell’alveo politicamente corretto con inclinazioni nazionalpopolari. Doveroso il rimpallo in contemporanea con Cortina, Livigno, Predazzo per celebrare la prima olimpiade invernale multisede. Per fortuna non c’è lo scempio queer che ha ammorbato l’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi. Qui domina l’italianità, l’identità culturale, a superamento del globalismo dozzinale da supermarket. Si parte con un balletto di angeli, senza il volto di Giorgia Meloni per non turbare il progressista medio collegato.
Ecco il km zero delle nostre eccellenze planetarie: i volti di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gioacchino Rossini. Manca Leonardo Da Vinci, in panchina. Poi un volo d’angelo sulla Storia e le sue vestigia (l’Impero romano, il Rinascimento), sulla letteratura e l’architettura-design, sul made in Italy della cucina e della moda. Non può mancare la tendenza spaghetti-mandolino, dura a morire. Pierfrancesco Favino recita l’Infinito di Giacomo Leopardi; Sabrina Impacciatore vestita a caso da Humana vintage si agita inutilmente; Brenda Lodigiani impartisce una lezione di «lingua parallela dei gesti» molto italiana.
È tempo di guardare le stelle: sfilano gli atleti. Le nazioni sono 96, i protagonisti 2.900. I più attesi sono i 196 italiani come sempre griffati Giorgio Armani. Avanzano sui «tunz tunz» di dj Mace, guidati dai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Federica Brignone e Amos Mosaner a Cortina. Ci sono anche gli altri. Molto applauditi i 46 ucraini, la guerra non li ferma. Russi e bielorussi non sfilano ma gareggiano come privati. I quattro iraniani sono più forti della dittatura degli ayatollah. Per rimanere nell’alveo politico, gli israeliani vengono fischiati in un momento di tristezza e di vergogna.
Arrivano gli snowboardisti australiani, lo slalomista brasiliano e quello della Guinea Bissau che si allena in un centro commerciale a Dubai. E poi i tradizionali bobisti giamaicani, due bellissime cilene (freestyle e sci alpino), la groenlandese inuit del biathlon Ukaleq Slettemark plurintervistata sulla geopolitica, la freestyler cino-americana Eileen Gu (guadagna 20 milioni di dollari l’anno ha 2 milioni di follower su Instagram) con 125 agguerriti connazionali.
Tutto scivola verso la fine. Il rappresentante italiano del Cio, Giovanni Malagò, si autocelebra e s’inceppa. Il presidente Mattarella dichiara aperti i Giochi con la formula classica. I tedofori campioni accendono fiaccola (il bambino di 11 anni lasciato per strada ha aiutato ad alzare la bandiera a Cortina) e speranze: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Gustavo Thoeni e Sofia Goggia a Cortina. Arriva Ghali, che recita la poesia di Gianni Rodari «Promemoria» contro la guerra. Non ne ha azzeccata una. Voleva cantare l’inno di Mameli ma senza l’autotune non lo avrebbe sentito nessuno. Si è lamentato perché l’arabo sarebbe stato bandito, ma il giuramento olimpico è stato pronunciato come sempre anche in quella lingua.
Orgoglio e malinconia nel vedere così sfavillante lo stadio di San Siro, sapendo che la vecchia signora pittata dai visagisti delle dive è all’ultima uscita, prima del De profundis necessario. Perché un conto è vedere lo spettacolo dai box vip e un altro avere bisogno dei bagni per la gente comune o salire le scale da falansterio del socialismo reale. Ieri sera i giornalisti di tutto il pianeta rimpiangevano Pechino e Sochi in una sala stampa da quarto mondo senza le prese, ma con le bustine di malva per calmare i più nervosi.
La fiaccola approda nel braciere dell’Arco della Pace da dove vigilerà sulle due settimane di gare, maranza e pro pal permettendo. Da oggi entrano in scena cronometri, pattini, cancelletti, scioline. E il cuore degli atleti azzurri, si spera, a fare la differenza. Subito a tifare per Giovanni Franzoni e Dominik Paris nella discesa libera, per Francesca Lollobrigida (pronipote della Lollo) nel pattinaggio di velocità. Nell’attesa, neofiti ed espertoni di short track dall’altroieri, tutti a rivedere «Miracle», la partita di hockey più leggendaria della storia. Ovviamente sul divano.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Nelle stesse ore in cui Milano e Cortina accendevano i riflettori olimpici, Macron si trovava a Nuuk per inaugurare il nuovo consolato francese in Groenlandia. Si tratta di un avamposto diplomatico di dimensioni ridotte, con pochi funzionari e competenze limitate, ma caricato dall’Eliseo di un forte significato politico. La presenza francese, ha spiegato il nuovo console Jean-Noël Poirier, serve a ribadire l’impegno di Parigi a tutela della sovranità e dell’integrità territoriale di Danimarca e Groenlandia. «Abbiamo una linea rossa chiara: non faremo nulla che non sia in piena sintonia con ciò che vogliono i nostri amici danesi», ha affermato Poirier con solenne sicumera transalpina.
Quello che, formalmente, potrebbe sembrare un atto di ordinaria amministrazione diplomatica, nella sostanza vuole essere un gesto ad alta densità simbolica. Secondo Bloomberg, che ha fornito un’interessante lettura della vicenda, il peso dell’operazione è piuttosto modesto: un consolato minuscolo non sposta gli equilibri della sicurezza artica, ma consente tutt’al più alla Francia di segnalare la propria presenza in una regione divenuta cruciale nello scontro tra potenze. Sull’Artico, com’è noto, si sono posati da tempo gli occhi di Russia, Cina e, soprattutto, degli Stati Uniti, tornati a rivendicare apertamente la Groenlandia come tassello strategico della propria sicurezza. La sortita di Macron a trombe spiegate appare più teatro che sostanza. Una bandierina piantata nel ghiaccio per accreditarsi come protagonista europeo, senza però impegnarsi troppo sul piano operativo.
Leggermente diverso, ma speculare, è il caso del Canada che, al pari della Francia, ha deciso di aprire un suo consolato a Nuuk. Ottawa, però, si muove con maggiore cautela rispetto all’elefante francese nella cristalleria artica, dato che, al contrario di Parigi, è perfettamente consapevole della propria vulnerabilità nei confronti di Washington e dei rapporti sempre più tesi con Donald Trump. Anche qui, tuttavia, il messaggio politico conta più delle dimensioni dell’avamposto: riaffermare interessi artici trascurati per decenni e farsi trovare al tavolo quando si discuterà del futuro della regione. Oltre a sollevare dubbi sulla reale efficacia della sua mossa antitrumpiana, Macron ha finito anche per fare un evidente sgarbo a Roma, preferendo i ghiacci della Groenlandia ai riflettori olimpici di Milano-Cortina. E qui non può non tornare alla mente l’incidente accaduto alle Olimpiadi di Parigi, quando l’Italia non fece mancare la propria presenza, ma con Sergio Mattarella abbandonato sotto il diluvio senza nemmeno un ombrello: simbolo di un’accoglienza maldestra da parte del distratto anfitrione transalpino. Ieri come allora, insomma, tra le (velleitarie) ambizioni geopolitiche dell’Eliseo e il galateo diplomatico nei confronti dei «cugini» italiani sembra essersi creata una crepa che neppure i ghiacci eterni riescono più a nascondere.
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Ma chi è l’uomo che l’ha picchiata e, soprattutto, che cosa ha scatenato la sua furia nei confronti di una donna che non conosceva e che ha incrociato per caso? E qui viene la prima risposta disarmante, quella che fa capire come lo Stato, con la sua burocrazia e la sua democrazia, sia incapace di prevenire fenomeni come quello accaduto a San Lorenzo. L’aggressore è un tunisino di 22 anni, clandestino in Italia e già noto per altri episodi di violenza. Secondo i racconti delle persone del quartiere, si aggirerebbe nei paraggi da novembre scorso. Sporco, sempre arrabbiato, con un bastone in mano, avrebbe già aggredito altre tre donne prima di quella a cui lunedì ha rotto il naso. Le violenze scatterebbero sempre senza apparente motivo e senza che le vittime conoscano il loro aggressore. Prima della mamma in bicicletta, a essere colpite sono state due operatrici dell’Ama, l’azienda municipalizzata di Roma, e perfino una ragazzina di 12 anni. Anche loro prese a pugni per strada e una delle tre ha dovuto ricorrere all’assistenza del Pronto soccorso.
Fin qui la cronaca di una violenza improvvisa e ingiustificata, che però già restituisce l’immagine di una zona della capitale dove le persone non possono circolare tranquille senza il timore di essere picchiate. Ma il peggio viene in seguito, ovvero dopo che le forze dell’ordine hanno identificato il tunisino e lo hanno denunciato per lesioni aggravate. Gli agenti hanno scoperto che l’uomo aveva un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che poi gli era stato revocato e alla decisione lui si era opposto con un ricorso, come ormai fanno tutti, dato che a ogni straniero lo Stato assicura il gratuito patrocinio, ovvero l’avvocato pagato con i soldi pubblici. Ci sono legali specializzati, che spesso neppure conoscono il loro cliente, ma che per alcune migliaia di euro sono disposti a difenderlo e a impedire prima della fine delle procedure che questo sia espulso.
Infatti, l’aggressore delle donne di San Lorenzo, una volta identificato e denunciato è stato rimesso in libertà, perché non si può fare altro. Grazie alla magistratura, ma anche alle leggi che i raffinati giuristi del Colle correggono in versione garantista, in attesa dell’esito del ricorso non lo si può espellere né rinchiudere in un centro per il rimpatrio. Risultato, il picchiatore continua ad aggirarsi nel quartiere, con la possibilità di aggredire altre persone. In seguito agli accertamenti delle forze dell’ordine, si sa che il clandestino è già stato sottoposto a trattamenti sanitari per disturbi di natura psichica (anche dopo il pugno in faccia è stato portato in ospedale per un Tso) e se ne sono occupati i servizi sociali, offrendo assistenza e ospitalità, ma il tunisino ha sempre rifiutato. Così, dopo l’ultima aggressione, lo si è rivisto a San Lorenzo, in un bar della zona. Probabilmente pronto a colpire altre donne.
Vi sembra una storia incredibile? No, è una vicenda di ordinaria follia. Ma il matto non è solo il tunisino che picchia chi incontra, ma pure chi non comprende che dobbiamo farla finita con l’accoglienza a ogni costo e contro il buon senso. Nel decreto sicurezza il governo ha abolito l’automatismo che regala a tutti gli stranieri il gratuito patrocinio. L’opposizione, ovviamente, è contraria. Se ci sarà ancora qualcuno in giro che picchia le persone o, come nel caso della povera Aurora Livoli, le violenta e le uccide, sapete con chi prendervela.
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Una seduta del Csm. Nel riquadro Donatella Ferranti (Ansa)
«Questo matrimonio non s’ha da fare» ordinarono i bravi, su ordine di don Rodrigo, a don Abbondio per impedire le nozze tra Renzo e Lucia. «Questa riforma non s’ha da fare», ordinano oggi i giudici della Corte di Cassazione che hanno accolto la richiesta di quindici giuristi di sinistra di riformulare il testo della domanda referendaria, cosa che potrebbe - il condizionale è d’obbligo - fare slittare il voto a chissà quando.
Almeno questa è la speranza del fronte del No che ha bisogno di tempo per recuperare lo svantaggio che emerge dai sondaggi ma che soprattutto mira a fare in modo che comunque vada il prossimo Csm, in scadenza tra pochi mesi, sia nominato con le vecchie regole. Il che permetterebbe all’attuale casta correntista, tra l’altro, di decidere i nuovi procuratori di Milano, Roma, Palermo che andranno a scadenza il prossimo anno. Di fatto di continuare a controllare con le vecchie logiche il motore della magistratura italiana. Agli addetti ai lavori non è sfuggito il fatto che il primo dei magistrati componenti la commissione che ha preso la decisione di riaprire i giochi referendari sia Donatella Ferranti, deputata del Pd e presidente della Commissione Giustizia della Camera fino al 2018.
Su di lei c’è ampia documentazione degli stretti rapporti con Luca Palamara capo del sistema che ha governato la magistratura in modo correntizio dal 2008 al 2019: in numerosi messaggi poi resi pubblici la Ferranti chiedeva a Palamara di adoperarsi per nominare questo o quel magistrato amico politico, il più delle volte ottenendo ciò che desiderava. Nonostante questo, la Ferranti è stata graziata dalla purga seguita allo scoppio dello scandalo e ora dalla Cassazione, dove è finita nel 2018, è addirittura chiamata a decidere se quel sistema marcio di cui ha fatto parte debba o no continuare a esistere.
Questa, purtroppo, è la realtà di quel mondo che non vuole saperne non solo di mollare la presa sul Paese e sulla democrazia, ma che addirittura continua a pretendere una assoluta immunità. C’è da capirli: per la sinistra è una questione di vita o di morte, la riforma è uno spartiacque tra il continuare ad avvalersi dell’aiuto della magistratura, vale ovviamente il viceversa, e il dover camminare solo sulle proprie gambe. In altre parole, se continuare a giocare una partita truccata a loro favore o giocare in campo aperto senza protezioni. La Cassazione, evidentemente, sta dalla loro parte, vedremo cosa diranno gli italiani - la giustizia è amministrata in nome del popolo, non dell’Associazione nazionale magistrati - se mai sarà loro concesso di esprimersi.
Nell’ordinanza del Palazzaccio è stata aggiunta solo una frase
Per fortuna che Sergio Mattarella aveva invocato la tregua olimpica. I giudici, come si sa, non guardano in faccia a nessuno e ieri una mezz’oretta prima che tutto il mondo puntasse gli occhi sulla cerimonia di apertura dei giochi della neve la Corte di Cassazione si è presa la scena. Gli ermellini hanno fatto, sia chiaro in punta di diritto, un blitz che manda a Giorgia Meloni di traverso il trionfo olimpico e che rischia di cogliere l’obbiettivo da sempre perseguito dall’Anm: far entrare in vigore la riforma Nordio il più tardi possibile per poter eleggere a gennaio il nuovo Csm con il vecchio sistema elettorale che garantisce il dominio delle correnti della magistratura. Pasquale D’Ascola primo presidente della Consulta ha delegato la questione al presidente dell’ufficio centrale per il referendum, Raffaele Gaetano Antonio Frasca. Palazzo Chigi con decreto poi promulgato dal Presidente della Repubblica il 14 gennaio scorso ha fissato la data del referendum confermativo per il 22 e 23 marzo specificando la domanda da porre la popolo sovrano. Ma, tanto per stare ad antichi echi sportivi, come avrebbe detto Gino Bartali: gli è tutto sbagliato gli è tutto da rifare. Gli ermellini hanno infatti accolto la tesi dei cosiddetti 15 volenterosi – una squadra di costituzionali e giuristi tutti di sinistra - che hanno promosso la raccolta di 500.000 firme per indire un nuovo referendum. I promotori, sostenuti dall’Anm in primissima fila, hanno chiesto d’integrare il quesito referendario e la Cassazione ha detto che hanno ragione. L’ordinanza si articola in 38 pagine per motivare ampiamente la decisione e integra il quesito del governo che chiedeva solamente «Approvate il testo della legge costituzionale concernente Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?», con questa ulteriore specificazione: «Con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma1 e 110 comma 1 della Costituzione?». Lo capisce anche un bambino che non cambia assolutamente nulla e tuttavia gli ermellini si prodigano in una dotta disertazione per difendersi (in via cautelativa e sotto traccia) dall’eventuale accusa di fare slittare i termini del referendum e ritengono legittimo cassare la loro prima decisione, quella appunto che ha ammesso il quesito del governo, sostituendola con questa nuova domanda agli elettori.
Evidentemente ai giudici di Cassazione - che in qualche modo paiono censurare la sentenza del Tar che ha dato torto al comitato del No che voleva un allargamento dei tempi della campagna elettorale - il tema dei tempi deve essere ben presente tant’è che l’ordinanza è stata immediatamente trasmessa a Mattarella, alle Camere e alla Meloni. Ma che succede adesso? Secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, ma uno degli animatori del Si alla riforma, non dovrebbe cambiare nulla. «Il referendum – sostiene Ceccanti - è già indetto per decreto: viene solo aggiornato il quesito e non servirebbero altri decreti che ne posticiperebbero la data. Quindi il quesito cambia, ma la data no. Non escluderei però che i promotori ritengano di chiedere di cambiare la data ricorrendo di nuovo alla Consulta. Penso però che il ricorso non verrebbe ammesso».
E tuttavia il problema sotto traccia c’era se Mattarella non aveva dato il visto si stampi alle schede elettorali. C’è poi la questione dei sessanta giorni per la campagna elettorale. Se per caso si dovesse spostare la consultazione a metà aprile tenendo conto anche del periodo pasquale appare evidente che non ci sarebbe tempo sufficiente per far diventare operativa la riforma prima del voto per il nuovo Csm. Perché è vero che una volta proclamato il risultato del referendum si procede alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del nuovo testo costituzionale che diventa immediatamente vigente, ma poi devono essere approvate le leggi attuative ed è su questo iter che conta l’Anm per continuare a determinare la composizione del Csm.
Come si vede il presidente della Corte di Cassazione Pasquale D’Ascola il 30 gennaio quando ha letto le sue Considerazioni finali alla relazione sull’amministrazione della giustizia doveva avere ben presente la questione referendaria. Ha scandito: «La preoccupazione della magistratura è volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale». Ora la preoccupazione passa al Parlamento e a Palazzo Chigi che potrebbero ben chiedersi che valore ha l’articolo 1 (popolo sovrano) della Costituzione e la, tanto invocata dal fronte del No, separazione dei poteri.
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