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2023-12-19
Vent’anni dopo il crac di Parmalat scomparso il 77% delle stalle italiane
Calisto Tanzi (Ansa)
Era il 15 dicembre del 2003, il castello di carte false costruito da Calisto Tanzi crollava. Vent’anni dopo lo scandalo Parmalat è lecito se non piangere almeno rimpiangere il latte versato? La risposta è sì. Dal crac di Collecchio è uscita stravolta la fisionomia del mercato, sono entrati nuovi protagonisti, chi alleva ha guadagnato sempre meno; l’arrivo di Lactalis ha cambiato i rapporti di forza e la zootecnia italiana soprattutto quella padana e del Nord Italia ha perduto protagonismo economico riversando in gran parte sulle stalle le inefficienze di filiera. Si è molto menato scandalo attorno alle quote latte, frutto anch’esse di una errata scelta politica: fu l’allora ministro agricolo Filippo Maria Pandolfi a barattare quote di produzione in stalla con quote di acciaio, sostenendo che gli onesti avrebbero pagato per colpa dei disonesti ricalcando il cliché della vulgata sull’evasione fiscale, ma la verità è che dopo lo scandalo Parmalat le stalle hanno vissuto anni durissimi.
Lo scandalo di Collecchio - va ricordato che la Parmalat non è mai ufficialmente fallita - ha fatto retrocedere l’Italia da primo protagonista del mercato del latte e dei formaggi a terra di conquista. Per la verità ci aveva già pensato Sergio Cragnotti con il fallimento della Cirio che aveva conquistato in forza dell’assai discussa privatizzazione di Cbd (Cirio Bertolli De Rica) voluta e gestita da Romano Prodi. Lo scandalo Eurolat, quello della Centrale del latte di Roma, i rapporti tra Sergio Cragnotti, Cesare Geronzi e Calisto Tanzi sono stati al centro della distruzione del comparto lattiero. Calisto Tanzi negli anni d’oro comprava e vendeva latte dall’Italia al Brasile, dall’America all’Argentina. Per avere un’idea di cosa ha significato il crac Parmalat basta considerare che nel 2002 un litro di latte si pagava 1,08 euro e dopo 20 anni il prezzo medio del fresco è 1,39 euro con un aumento secondo la stima del Codacons del 28,7%. Questo fino al marzo di quest’anno quando il fresco al supermercato è arrivato a sfiorare i 2 euro. Colpa degli allevatori? Spiega Giovanni Guarneri che per Alleanza cooperative dirige e rappresenta il settore lattiero caseario: «Da giugno 2022 a giugno 2023 il latte è aumentato dell’1,7% alla stalla arrivano a 56 centesimi ma il prezzo non copre i costi: solo i mangimi incidono per oltre 23 centesimi al litro. E però il prezzo finale è cresciuto tra i 10 e il 15%. Ci sarà da riflettere». Oggi l’Italia del latte è sostanzialmente in mano ai francesi. Perché?
Enrico Bondi, chiamato in fretta a gestire il crac, trasforma la Parmalat in public company, sorretto anche da Banca d’Italia. A un anno e mezzo dal disastro la riporta in Borsa e di fatto la espone all’Opa di Lactalis per la quale è un gioco da ragazzi comprarsela: con 4 miliardi i francesi che già si erano comprati la Galbani fanno banco. C’è una coazione a ripetere negativa in questo settore. Come ai tempi della seconda privatizzazione Cbd - la prima vendita della Sme a metà degli anni Ottanta era naufragata perché Prodi aveva cercato di favorire l’offerta di Carlo De Benedetti contro la cordata Ferrero-Barilla-Berlusconi - che il Professore decide di vendere a Carlo Saverio Lamiranda, a capo di un gruppetto di coltivatori lucani, che una volta smembrata la holding la rivende ai soliti noti (Unilever e Cragnotti), la Granarolo (secondo attore del mercato del latte e uno dei primi gruppi cooperativi) tenta con San Paolo di formare una cordata per rilevare la Parmalat, ma Collecchio è già in mano dei francesi. L’errore di Enrico Bondi fu di non indebitare Parmalat: la espose al mercato con un azionariato iperfrazionato e i bilanci in ordine perché il crac Parmalat aveva rivelato due cose, ovvero che il comparto industriale di Tanzi - dagli yogurt ai succhi di frutta, dal latte ai biscotti - era solido e la rete dei fornitori ben gestita e soprattutto che la Parmalat aveva capito in anticipo qual era il punto di crisi del latte, la scarsa durata.
Calisto Tanzi aveva fatto di tutto per far passare la dicitura «Fresco blu» al suo latte che poteva allungare la vita a scaffale a otto giorni. Quella iniziativa nei primi anni Novanta fu boicottata dagli altri produttori, oggi il latte blu è indispensabile per chi imbottiglia. Tanto che Granarolo, il secondo operatore italiano, ha deciso di non produrre più latte fresco. Ma cosa ha determinato l’approdo di Lactalis in Parmalat? Che oggi i francesi sono i padroni non solo del latte ma anche dei formaggi e certamente del parmigiano reggiano. Lactalis ha chiuso il cerchio nel 2019 quando ha delistato Parmalat spostando tutto il quartier generale a Laval, la sede storica di questa holding del «bianco» che controlla il primo gruppo alimentare italiano. Lactalis è di proprietà dei Besnier, una famiglia che nulla fa trapelare del suo business e che da sempre controlla la holding dal quartiere generale nella Mayenne. L’ad di Lactalis Emmanuel Besnier è accreditato di un patrimonio personale di 10 miliardi, il gruppo che dirige nel 2022 ha fatturato 28,3 miliardi di euro. Il 10% di questo fatturato è realizzato in Italia. La capofila è considerata Galbani (1,8 miliardi) ma, ammette lo stesso Emmanuele Besnier, «se non avessimo acquisito Parmalat avremmo solo commercializzato formaggi, avere il nostro latte ci ha consentito uno sviluppo molto più rapido». Lactalis - nel mondo è il primo gruppo caseario: 270 stabilimenti in 51 Paesi, 85.000 dipendenti - ha annunciato investimenti in Italia per 7 miliardi - i suoi marchi Italiani oltre a Galbani e Parmalat sono Invernizzi, Locatelli, Cademartori, Vallelata, Ambrosi, Alival - intanto ha conquistato la leadership nel parmigiano reggiano: acquisendo la Nuova Castelli di Reggio Emilia è il primo distributore ed esportatore del formaggio emblema di Parma con 105.000 forme vendute ogni anno.
Ma per comprendere cosa è realmente successo dopo il crac Parmalat bisogna guardare alle stalle: negli ultimi 14 anni hanno chiuso il 77% degli allevamenti di bovine da latte e il numero dei bovini da latte è diminuito di quasi il 5%. In questi anni si è assistito a un lento deperimento delle centrali del latte. Ci sono gruppi cooperativi che crescono (Trevalli, Arborea, Grifo latte) ma molte aziende devono farei conti con la concentrazione del mercato. È il caso di alcune centrali del latte (quella di Brescia ha avuto però un boom di fatturato) strette nella morsa di aumenti vertiginosi dei costi (17%) e riduzione dei consumi (5%). Quella che in queste settimane si sta confrontando con il «fantasma» della Parmalat è la Centrale del latte di Roma. Il tribunale ha restituito al Comune di Roma le quote che erano in mano a Lactalis dopo una battaglia legale durata 30 anni. Ma ora orfana di Parmalat la Centrale deve ripensarsi. I lavoratori a metà novembre hanno scioperato, gli agricoltori sono sul chi vive: ci sono 30 milioni di litri di latte che venivano lavorati per Parmalat in attesa di un futuro e c’è preoccupazione per il prezzo alla stalla.
E di certo tra questi allevatori c’è chi rimpiange il latte versato.
Vent’anni dopo il crac di Parmalat scomparso il 77% delle stalle italiane
Correva l’anno 2003, dicembre, quando sui giornali italiani piombò il dramma del fallimento di Parmalat. L’8 dicembre si scoprì che i fondi che gravitavano intorno all’azienda non avevano liquidità. Le centinaia di milioni di euro assicurati dai vertici non esistevano. Come non esisteva neppure il conto corrente che, su carta intestata Bank of America, doveva garantire fondi per quasi 4 miliardi di euro in una società chiamata Bonlat. Fu l’inizio di un crack da 13 miliardi di euro, che portò al collasso una delle più importanti industrie agroalimentari italiani. Il 22 dicembre 2003 lo storico fondatore Calisto Tanzi venne iscritto nel registro degli indagati. Fu arrestato cinque giorni dopo. Tornò libero nel settembre del 2004, dopo quasi un anno tra carcere e arresti domiciliari. Dopo un processo durato più di dieci anni, fu condannato a 17 anni di carcere. Tanzi è morto il 1° gennaio 2022, portandosi con sé i ricordi di un’Italia che non esiste più. Quando Parmalat era vista come il latte italiano nel mondo, portando persino il suo marchio sulle maglie di calcio di squadre brasiliane o argentine. Ma Tanzi è anche ricordato per gli anni d’oro di Parma, una città che era diventata il centro d’Europa, quando negli anni Novanta la squadra di Nevio Scala vinceva le Coppe ed era persino la prima avversaria del Milan degli invincibili di Fabio Capello. Tanzi sarebbe potuto diventare persino l’avversario politico di Silvio Berlusconi. Ma le cose sono andate diversamente. Parmalat è comunque sopravvissuta a quegli scandali. La produzione e i lavoratori sono rimasti senza nemmeno troppi scossoni sociali. Persino i sindacati il 4 dicembre di quest’anno hanno organizzato un incontro a Bologna per ricordare quella fase complicata. «È così che è rinata ed è stata rilanciata la nuova Parmalat, oggi parte strategica di un’importante multinazionale come Lactalis», hanno detto all’unisono Cgil, Cisl e Uil raccontando in prima persona l’esperienza del crac finanziario e le vicende che hanno dato continuità all’attività produttiva dell’azienda, che non si è mai interrotta. Nel 2011 l’azienda è stata conquistata dai francesi di Lactalis. A portare avanti l’operazione fu il giovane Emmanuel Besnier, oggi 53 anni, a capo del colosso francese. Lactalis è il decimo gruppo lattiero-caseario al mondo con oltre 80.000 dipendenti e un fatturato 2022 di 28,3 miliardi di euro, in crescita del 28,4% sul 2021. Besnier, terza generazione alla guida della riservatissima Lactalis (società fondata nel 1933 dal nonno André Besnier a Laval, nella regione della Loira), ha accumulato una fortuna. Il suo patrimonio si aggira intorno ai 21 miliardi di dollari. L’operazione di acquisto di Parmalat all’epoca fu molto criticata in Francia come in Italia, vista la centralità strategica del nostro patrimonio agroalimentare. Nella primavera scorsa il magnate aveva visitato gli stabilimenti del gruppo, tra Lombardia ed Emilia-Romagna, da quello della Galbani a Casale Cremasco, al caseificio Tricolore di Reggio Emilia fino alla Parmalat a Collecchio. E al Corriere della Sera ha concesso la sua prima intervista. «Abbiamo 28 stabilimenti che ci rendono il gruppo lattiero-caseario più grande in Italia, che è il Paese dove il gruppo ha la maggiore capacità produttiva dopo la Francia con i suoi 66 stabilimenti», sottolinea Besnier, «Poi l’importanza della filiera con 1.500 allevatori dai quali raccogliamo 1,5 miliardi di litri di latte che trasformiamo in Italia». Besnier aveva parlato anche degli investimenti in Italia che ammontano a «circa 7 miliardi, compresi quelli fatti per far crescere le aziende acquisite, che restituiscono circa 2 miliardi di ricavi solo sul mercato italiano. Poi», ha aggiunto, «ci sono le esportazioni con il made in Italy. Prendiamo Galbani, emblematico: l’abbiamo lanciato negli Stati Uniti e in altri Paesi, la sua attività è raddoppiata ma il suo cuore produttivo e innovativo è rimasto a Corteolona». Tanzi è ormai un ricordo lontano.
«Tanzi ha peccato di vanità. Scandali simili possibili nonostante leggi e controlli»
«L’ultima volta che ho visto Calisto Tanzi doveva incominciar il consiglio di amministrazione di Parmalat che lo avrebbe commissariato con Enrico Bondi. Stava uscendo dal suo ufficio per entrare nella sala del consiglio attraverso una porta elettrica blindata. Appena aperta la porta ho visto che si specchiava e si metteva a posto i capelli. Se c’è una parola per raccontarlo, quella è di sicuro “la vanità” al suo essere imprenditore». L’avvocato Paolo Sciumé ha appena superato gli 80 anni, ma ha una forza e una memoria da trentenne. Siede in una sala riunioni del suo studio legale, non lontano dal Tribunale di Milano. In questi giorni cade il ventesimo anniversario del crack Parmalat, uno dei più grandi scandali che travolse il nostro Paese nel 2003, un’epoca lontanissima ma che con tutta probabilità può essere d’aiuto rileggere per comprendere anche la realtà di oggi. «Era un’altra Italia quella di 20 anni fa. Eravamo al culmine di una fase espansiva del capitalismo evoluto. Sarebbe riduttivo definirla globalizzazione. Vi era una presenza del mercato che sembrava voler essere totalizzante ed esaurire l’orizzonte del vivere. Parmalat era una realtà particolare, aveva una forte forma industriale che precedeva quella finanziaria, peraltro come si è visto perniciosa», ricorda Sciumé, un avvocato cresciuto in Comunione e liberazione con don Luigi Giussani sin dai primi anni Sessanta. «La forma con cui ho conosciuto il cattolicesimo e che costituisce l’appartenenza, cui debbo molto se non tutto, compresa la mia passione per il mio lavoro» diventando un legale di impresa tra i più stimati in Italia. Su Parmalat ha dovuto affrontare diversi processi. A Milano è stato assolto in via definitiva dalle accuse di aggiotaggio, mentre a Parma è stato condannato a due anni per bancarotta, indulto compreso. Ma nel 2019, dopo aver scontato la sua pena, la Corte di Bologna lo ha riabilitato elogiando la sua professionalità «pur a fronte del grave “incidente di percorso”, ormai risalente nel tempo».
Parmalat era già in Borsa dal 1992.
«Tanzi mi aveva chiamato proprio quell’anno, per entrare come amministratore indipendente. Non avevo alcun titolo esecutivo, né avevo fatto parte di organismi di controllo come peraltro non ne ho mai fatto parte successivamente».
La cultura imprenditoriale di allora era differente da quella di adesso.
«Oggi è molto diversa. Si sono moltiplicati i controlli, c’è una fila lunghissima di comitati rischi. Tuttavia, se una persona di cui ti fidi ti consegna un documento falso a te non verrà mai in mente che sia falso. A me hanno spesso contestato che i consiglieri di amministrazione non potevano non sapere di quello che accadeva dentro Parmalat. Ma ricordo che solo nel dicembre del 2003 Bank of America disse che presso la sua sede di New York non esistevano conti intestati a Parmalat…».
Fausto Tonna e Tanzi avevano fornito documenti falsi.
«Tonna semplificava così il lavoro dei revisori. Faceva lui quindi i controlli incrociati, con i risultati che abbiamo visto tutti…».
Potrebbe scoppiare un’altra Parmalat in Italia?
«A fronte di un enorme corpo di legge e controlli, credo che tutt’ora nelle grandi aziende manchi ancora un rapporto con le persone in quanto tale. Il risparmiatore non ha un contatto diretto con gli investitori del capitale. La legge sui Pir non ha avuto grande successo».
Qual è il suo rapporto con la magistratura?
«Diciamo che ho un rapporto dialettico. Ho scontato la mia pena, nel centro immigrati di Pozzallo, un’esperienza interessantissima. Ho fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La condanna sulla bancarotta si basava sulle stesse accuse di quella per aggiotaggio. C’è un ne bis in idem gigantesco. Le dico solo che ora la magistratura toglie dalle indagini gli amministratori indipendenti».
C’è un problema magistratura in Italia?
«Le spiego come la vedo. Chi mi fece l’interrogatorio, nel marzo del 2004, su Parmalat era il dottor Eugenio Fusco. Era giovane, si vedeva che voleva eccellere. Mi interrogò per 12 ore, chiedendomi che cosa avessi fatto il 9 dicembre, i giorni in cui Enrico Bondi aveva sostituito Tanzi su richiesta delle banche. Mi disse: cosa ha fatto per denunciare Tanzi?».
Lei cosa gli rispose?
«Nel dicembre 2003 nessuno poteva sospettare. Avevo ricevuto il giorno prima le chiamate di Corrado Passera, Pietro Modiano e Giancarlo Abete. Tutti volevano intervenire per salvare l’azienda. Ho spiegato a Fusco che io pensavo solo a come salvare l’azienda cioè a fare il mio dovere di consigliere come feci».
Possibile che nessuno si fosse accorto di quello che stava accadendo?
«Neppure le banche sapevano che la situazione era così tesa. Poi quando Tanzi non riuscì a trovare 150 milioni di euro a fronte di un’azienda che fatturava 4 miliardi all’anno, capirono che c’era qualcosa che non andava…».
E Fusco?
«L’ho incontrato vicino al tribunale poco tempo fa. Gli ho ricordato che alla fine dell’interrogatorio mi disse che potevo difendermi da solo, aggiungendo che riconoscevo che forse era stato un po’ troppo aggressivo come magistrato. Io gli dissi che io non dico mai “sono un avvocato”, ma “faccio l’avvocato”. È che lui mi rispose che anche lui diceva “faccio il magistrato”, non “sono un magistrato”. Nei magistrati vive spesso un pregiudizio, una moralità che sfiora spesso l’ideologia, che spesso agisce senza rispetto tra fatti e norme. Il tempo è della persona e quindi la lunghezza del processo come per me per 16 anni è già una pena. Dovrebbero tener conto del tempo e di chi ne è il proprietario».
I processi le hanno anche procurato diverse conseguenze economiche.
«Nel 2019 mi fu notificata una richiesta di risarcimento da 2 miliardi di euro, un punto di Pil. Ci fu una sentenza di condanna dove tutti i condannati di Parmalat dovevano risarcire il danno senza nessuna distinzione. Ho messo a disposizione di Parmalat tutti i miei beni, anche quelli intestati per fiducia al coniuge. C’è stata una transazione per 150.000 euro, rapportata alla responsabilità dalla Corte d’appello di Bologna che sancisce la mia fisionomia professionale e alla sproporzionalità di pene accessorie».
E ora come si sente?
«Mi sento come un nobile decaduto. Non sono stato condannato per corruzione, ma solo per il principio della possibile conoscibilità. Tutta questa vicenda ha lasciato taluni strascichi. In tanti mi hanno abbandonato, ma il debito regge la vita».
Di Tanzi cosa pensa?
«Non l’ho più visto dopo l’ultimo consiglio di amministrazione. Era una persona che aveva fatto molta beneficenza, aveva grande forza imprenditoriale, ma in lui c’era una vanità di essere protagonista. Nel suo ufficio c’era un tavolo in legno, un fratino moderno con due telefoni. Mentre gli parlavi, lui voleva sapere cosa succedeva a Milano e io di Cl gli raccontavo un po’ la situazione politica, lui alzava il telefono e diceva: “Ciao Ciriaco”».
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L’ex gioiello tricolore è stato rilevato dai francesi. I produttori di latte, stretti fra aumenti dei costi, calo dei consumi e concentrazione del mercato in mano ai colossi, denunciano: «Il prezzo non copre le uscite». La società d’Oltralpe che si è mangiata Collecchio è la prima del settore nel nostro Paese con 66 stabilimenti. L’ad: «Abbiamo lanciato Galbani negli Stati Uniti. L’avvocato allora amministratore indipendente del gruppo, Paolo Sciumé, condannato a due anni per bancarotta: «Se qualcuno di cui ti fidi ti dà un documento non pensi che è falso». Lo speciale contiene tre articoli.Era il 15 dicembre del 2003, il castello di carte false costruito da Calisto Tanzi crollava. Vent’anni dopo lo scandalo Parmalat è lecito se non piangere almeno rimpiangere il latte versato? La risposta è sì. Dal crac di Collecchio è uscita stravolta la fisionomia del mercato, sono entrati nuovi protagonisti, chi alleva ha guadagnato sempre meno; l’arrivo di Lactalis ha cambiato i rapporti di forza e la zootecnia italiana soprattutto quella padana e del Nord Italia ha perduto protagonismo economico riversando in gran parte sulle stalle le inefficienze di filiera. Si è molto menato scandalo attorno alle quote latte, frutto anch’esse di una errata scelta politica: fu l’allora ministro agricolo Filippo Maria Pandolfi a barattare quote di produzione in stalla con quote di acciaio, sostenendo che gli onesti avrebbero pagato per colpa dei disonesti ricalcando il cliché della vulgata sull’evasione fiscale, ma la verità è che dopo lo scandalo Parmalat le stalle hanno vissuto anni durissimi. Lo scandalo di Collecchio - va ricordato che la Parmalat non è mai ufficialmente fallita - ha fatto retrocedere l’Italia da primo protagonista del mercato del latte e dei formaggi a terra di conquista. Per la verità ci aveva già pensato Sergio Cragnotti con il fallimento della Cirio che aveva conquistato in forza dell’assai discussa privatizzazione di Cbd (Cirio Bertolli De Rica) voluta e gestita da Romano Prodi. Lo scandalo Eurolat, quello della Centrale del latte di Roma, i rapporti tra Sergio Cragnotti, Cesare Geronzi e Calisto Tanzi sono stati al centro della distruzione del comparto lattiero. Calisto Tanzi negli anni d’oro comprava e vendeva latte dall’Italia al Brasile, dall’America all’Argentina. Per avere un’idea di cosa ha significato il crac Parmalat basta considerare che nel 2002 un litro di latte si pagava 1,08 euro e dopo 20 anni il prezzo medio del fresco è 1,39 euro con un aumento secondo la stima del Codacons del 28,7%. Questo fino al marzo di quest’anno quando il fresco al supermercato è arrivato a sfiorare i 2 euro. Colpa degli allevatori? Spiega Giovanni Guarneri che per Alleanza cooperative dirige e rappresenta il settore lattiero caseario: «Da giugno 2022 a giugno 2023 il latte è aumentato dell’1,7% alla stalla arrivano a 56 centesimi ma il prezzo non copre i costi: solo i mangimi incidono per oltre 23 centesimi al litro. E però il prezzo finale è cresciuto tra i 10 e il 15%. Ci sarà da riflettere». Oggi l’Italia del latte è sostanzialmente in mano ai francesi. Perché? Enrico Bondi, chiamato in fretta a gestire il crac, trasforma la Parmalat in public company, sorretto anche da Banca d’Italia. A un anno e mezzo dal disastro la riporta in Borsa e di fatto la espone all’Opa di Lactalis per la quale è un gioco da ragazzi comprarsela: con 4 miliardi i francesi che già si erano comprati la Galbani fanno banco. C’è una coazione a ripetere negativa in questo settore. Come ai tempi della seconda privatizzazione Cbd - la prima vendita della Sme a metà degli anni Ottanta era naufragata perché Prodi aveva cercato di favorire l’offerta di Carlo De Benedetti contro la cordata Ferrero-Barilla-Berlusconi - che il Professore decide di vendere a Carlo Saverio Lamiranda, a capo di un gruppetto di coltivatori lucani, che una volta smembrata la holding la rivende ai soliti noti (Unilever e Cragnotti), la Granarolo (secondo attore del mercato del latte e uno dei primi gruppi cooperativi) tenta con San Paolo di formare una cordata per rilevare la Parmalat, ma Collecchio è già in mano dei francesi. L’errore di Enrico Bondi fu di non indebitare Parmalat: la espose al mercato con un azionariato iperfrazionato e i bilanci in ordine perché il crac Parmalat aveva rivelato due cose, ovvero che il comparto industriale di Tanzi - dagli yogurt ai succhi di frutta, dal latte ai biscotti - era solido e la rete dei fornitori ben gestita e soprattutto che la Parmalat aveva capito in anticipo qual era il punto di crisi del latte, la scarsa durata. Calisto Tanzi aveva fatto di tutto per far passare la dicitura «Fresco blu» al suo latte che poteva allungare la vita a scaffale a otto giorni. Quella iniziativa nei primi anni Novanta fu boicottata dagli altri produttori, oggi il latte blu è indispensabile per chi imbottiglia. Tanto che Granarolo, il secondo operatore italiano, ha deciso di non produrre più latte fresco. Ma cosa ha determinato l’approdo di Lactalis in Parmalat? Che oggi i francesi sono i padroni non solo del latte ma anche dei formaggi e certamente del parmigiano reggiano. Lactalis ha chiuso il cerchio nel 2019 quando ha delistato Parmalat spostando tutto il quartier generale a Laval, la sede storica di questa holding del «bianco» che controlla il primo gruppo alimentare italiano. Lactalis è di proprietà dei Besnier, una famiglia che nulla fa trapelare del suo business e che da sempre controlla la holding dal quartiere generale nella Mayenne. L’ad di Lactalis Emmanuel Besnier è accreditato di un patrimonio personale di 10 miliardi, il gruppo che dirige nel 2022 ha fatturato 28,3 miliardi di euro. Il 10% di questo fatturato è realizzato in Italia. La capofila è considerata Galbani (1,8 miliardi) ma, ammette lo stesso Emmanuele Besnier, «se non avessimo acquisito Parmalat avremmo solo commercializzato formaggi, avere il nostro latte ci ha consentito uno sviluppo molto più rapido». Lactalis - nel mondo è il primo gruppo caseario: 270 stabilimenti in 51 Paesi, 85.000 dipendenti - ha annunciato investimenti in Italia per 7 miliardi - i suoi marchi Italiani oltre a Galbani e Parmalat sono Invernizzi, Locatelli, Cademartori, Vallelata, Ambrosi, Alival - intanto ha conquistato la leadership nel parmigiano reggiano: acquisendo la Nuova Castelli di Reggio Emilia è il primo distributore ed esportatore del formaggio emblema di Parma con 105.000 forme vendute ogni anno. Ma per comprendere cosa è realmente successo dopo il crac Parmalat bisogna guardare alle stalle: negli ultimi 14 anni hanno chiuso il 77% degli allevamenti di bovine da latte e il numero dei bovini da latte è diminuito di quasi il 5%. In questi anni si è assistito a un lento deperimento delle centrali del latte. Ci sono gruppi cooperativi che crescono (Trevalli, Arborea, Grifo latte) ma molte aziende devono farei conti con la concentrazione del mercato. È il caso di alcune centrali del latte (quella di Brescia ha avuto però un boom di fatturato) strette nella morsa di aumenti vertiginosi dei costi (17%) e riduzione dei consumi (5%). Quella che in queste settimane si sta confrontando con il «fantasma» della Parmalat è la Centrale del latte di Roma. Il tribunale ha restituito al Comune di Roma le quote che erano in mano a Lactalis dopo una battaglia legale durata 30 anni. Ma ora orfana di Parmalat la Centrale deve ripensarsi. I lavoratori a metà novembre hanno scioperato, gli agricoltori sono sul chi vive: ci sono 30 milioni di litri di latte che venivano lavorati per Parmalat in attesa di un futuro e c’è preoccupazione per il prezzo alla stalla. 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Fu l’inizio di un crack da 13 miliardi di euro, che portò al collasso una delle più importanti industrie agroalimentari italiani. Il 22 dicembre 2003 lo storico fondatore Calisto Tanzi venne iscritto nel registro degli indagati. Fu arrestato cinque giorni dopo. Tornò libero nel settembre del 2004, dopo quasi un anno tra carcere e arresti domiciliari. Dopo un processo durato più di dieci anni, fu condannato a 17 anni di carcere. Tanzi è morto il 1° gennaio 2022, portandosi con sé i ricordi di un’Italia che non esiste più. Quando Parmalat era vista come il latte italiano nel mondo, portando persino il suo marchio sulle maglie di calcio di squadre brasiliane o argentine. Ma Tanzi è anche ricordato per gli anni d’oro di Parma, una città che era diventata il centro d’Europa, quando negli anni Novanta la squadra di Nevio Scala vinceva le Coppe ed era persino la prima avversaria del Milan degli invincibili di Fabio Capello. Tanzi sarebbe potuto diventare persino l’avversario politico di Silvio Berlusconi. Ma le cose sono andate diversamente. Parmalat è comunque sopravvissuta a quegli scandali. La produzione e i lavoratori sono rimasti senza nemmeno troppi scossoni sociali. Persino i sindacati il 4 dicembre di quest’anno hanno organizzato un incontro a Bologna per ricordare quella fase complicata. «È così che è rinata ed è stata rilanciata la nuova Parmalat, oggi parte strategica di un’importante multinazionale come Lactalis», hanno detto all’unisono Cgil, Cisl e Uil raccontando in prima persona l’esperienza del crac finanziario e le vicende che hanno dato continuità all’attività produttiva dell’azienda, che non si è mai interrotta. Nel 2011 l’azienda è stata conquistata dai francesi di Lactalis. A portare avanti l’operazione fu il giovane Emmanuel Besnier, oggi 53 anni, a capo del colosso francese. Lactalis è il decimo gruppo lattiero-caseario al mondo con oltre 80.000 dipendenti e un fatturato 2022 di 28,3 miliardi di euro, in crescita del 28,4% sul 2021. Besnier, terza generazione alla guida della riservatissima Lactalis (società fondata nel 1933 dal nonno André Besnier a Laval, nella regione della Loira), ha accumulato una fortuna. Il suo patrimonio si aggira intorno ai 21 miliardi di dollari. L’operazione di acquisto di Parmalat all’epoca fu molto criticata in Francia come in Italia, vista la centralità strategica del nostro patrimonio agroalimentare. Nella primavera scorsa il magnate aveva visitato gli stabilimenti del gruppo, tra Lombardia ed Emilia-Romagna, da quello della Galbani a Casale Cremasco, al caseificio Tricolore di Reggio Emilia fino alla Parmalat a Collecchio. E al Corriere della Sera ha concesso la sua prima intervista. «Abbiamo 28 stabilimenti che ci rendono il gruppo lattiero-caseario più grande in Italia, che è il Paese dove il gruppo ha la maggiore capacità produttiva dopo la Francia con i suoi 66 stabilimenti», sottolinea Besnier, «Poi l’importanza della filiera con 1.500 allevatori dai quali raccogliamo 1,5 miliardi di litri di latte che trasformiamo in Italia». Besnier aveva parlato anche degli investimenti in Italia che ammontano a «circa 7 miliardi, compresi quelli fatti per far crescere le aziende acquisite, che restituiscono circa 2 miliardi di ricavi solo sul mercato italiano. Poi», ha aggiunto, «ci sono le esportazioni con il made in Italy. Prendiamo Galbani, emblematico: l’abbiamo lanciato negli Stati Uniti e in altri Paesi, la sua attività è raddoppiata ma il suo cuore produttivo e innovativo è rimasto a Corteolona». Tanzi è ormai un ricordo lontano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ventanni-dopo-il-crac-parmalat-2666666377.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tanzi-ha-peccato-di-vanita-scandali-simili-possibili-nonostante-leggi-e-controlli" data-post-id="2666666377" data-published-at="1703006547" data-use-pagination="False"> «Tanzi ha peccato di vanità. Scandali simili possibili nonostante leggi e controlli» «L’ultima volta che ho visto Calisto Tanzi doveva incominciar il consiglio di amministrazione di Parmalat che lo avrebbe commissariato con Enrico Bondi. Stava uscendo dal suo ufficio per entrare nella sala del consiglio attraverso una porta elettrica blindata. Appena aperta la porta ho visto che si specchiava e si metteva a posto i capelli. Se c’è una parola per raccontarlo, quella è di sicuro “la vanità” al suo essere imprenditore». L’avvocato Paolo Sciumé ha appena superato gli 80 anni, ma ha una forza e una memoria da trentenne. Siede in una sala riunioni del suo studio legale, non lontano dal Tribunale di Milano. In questi giorni cade il ventesimo anniversario del crack Parmalat, uno dei più grandi scandali che travolse il nostro Paese nel 2003, un’epoca lontanissima ma che con tutta probabilità può essere d’aiuto rileggere per comprendere anche la realtà di oggi. «Era un’altra Italia quella di 20 anni fa. Eravamo al culmine di una fase espansiva del capitalismo evoluto. Sarebbe riduttivo definirla globalizzazione. Vi era una presenza del mercato che sembrava voler essere totalizzante ed esaurire l’orizzonte del vivere. Parmalat era una realtà particolare, aveva una forte forma industriale che precedeva quella finanziaria, peraltro come si è visto perniciosa», ricorda Sciumé, un avvocato cresciuto in Comunione e liberazione con don Luigi Giussani sin dai primi anni Sessanta. «La forma con cui ho conosciuto il cattolicesimo e che costituisce l’appartenenza, cui debbo molto se non tutto, compresa la mia passione per il mio lavoro» diventando un legale di impresa tra i più stimati in Italia. Su Parmalat ha dovuto affrontare diversi processi. A Milano è stato assolto in via definitiva dalle accuse di aggiotaggio, mentre a Parma è stato condannato a due anni per bancarotta, indulto compreso. Ma nel 2019, dopo aver scontato la sua pena, la Corte di Bologna lo ha riabilitato elogiando la sua professionalità «pur a fronte del grave “incidente di percorso”, ormai risalente nel tempo».Parmalat era già in Borsa dal 1992. «Tanzi mi aveva chiamato proprio quell’anno, per entrare come amministratore indipendente. Non avevo alcun titolo esecutivo, né avevo fatto parte di organismi di controllo come peraltro non ne ho mai fatto parte successivamente». La cultura imprenditoriale di allora era differente da quella di adesso. «Oggi è molto diversa. Si sono moltiplicati i controlli, c’è una fila lunghissima di comitati rischi. Tuttavia, se una persona di cui ti fidi ti consegna un documento falso a te non verrà mai in mente che sia falso. A me hanno spesso contestato che i consiglieri di amministrazione non potevano non sapere di quello che accadeva dentro Parmalat. Ma ricordo che solo nel dicembre del 2003 Bank of America disse che presso la sua sede di New York non esistevano conti intestati a Parmalat…». Fausto Tonna e Tanzi avevano fornito documenti falsi. «Tonna semplificava così il lavoro dei revisori. Faceva lui quindi i controlli incrociati, con i risultati che abbiamo visto tutti…». Potrebbe scoppiare un’altra Parmalat in Italia?«A fronte di un enorme corpo di legge e controlli, credo che tutt’ora nelle grandi aziende manchi ancora un rapporto con le persone in quanto tale. Il risparmiatore non ha un contatto diretto con gli investitori del capitale. La legge sui Pir non ha avuto grande successo». Qual è il suo rapporto con la magistratura?«Diciamo che ho un rapporto dialettico. Ho scontato la mia pena, nel centro immigrati di Pozzallo, un’esperienza interessantissima. Ho fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La condanna sulla bancarotta si basava sulle stesse accuse di quella per aggiotaggio. C’è un ne bis in idem gigantesco. Le dico solo che ora la magistratura toglie dalle indagini gli amministratori indipendenti».C’è un problema magistratura in Italia? «Le spiego come la vedo. Chi mi fece l’interrogatorio, nel marzo del 2004, su Parmalat era il dottor Eugenio Fusco. Era giovane, si vedeva che voleva eccellere. Mi interrogò per 12 ore, chiedendomi che cosa avessi fatto il 9 dicembre, i giorni in cui Enrico Bondi aveva sostituito Tanzi su richiesta delle banche. Mi disse: cosa ha fatto per denunciare Tanzi?». Lei cosa gli rispose? «Nel dicembre 2003 nessuno poteva sospettare. Avevo ricevuto il giorno prima le chiamate di Corrado Passera, Pietro Modiano e Giancarlo Abete. Tutti volevano intervenire per salvare l’azienda. Ho spiegato a Fusco che io pensavo solo a come salvare l’azienda cioè a fare il mio dovere di consigliere come feci». Possibile che nessuno si fosse accorto di quello che stava accadendo?«Neppure le banche sapevano che la situazione era così tesa. Poi quando Tanzi non riuscì a trovare 150 milioni di euro a fronte di un’azienda che fatturava 4 miliardi all’anno, capirono che c’era qualcosa che non andava…». E Fusco?«L’ho incontrato vicino al tribunale poco tempo fa. Gli ho ricordato che alla fine dell’interrogatorio mi disse che potevo difendermi da solo, aggiungendo che riconoscevo che forse era stato un po’ troppo aggressivo come magistrato. Io gli dissi che io non dico mai “sono un avvocato”, ma “faccio l’avvocato”. È che lui mi rispose che anche lui diceva “faccio il magistrato”, non “sono un magistrato”. Nei magistrati vive spesso un pregiudizio, una moralità che sfiora spesso l’ideologia, che spesso agisce senza rispetto tra fatti e norme. Il tempo è della persona e quindi la lunghezza del processo come per me per 16 anni è già una pena. Dovrebbero tener conto del tempo e di chi ne è il proprietario». I processi le hanno anche procurato diverse conseguenze economiche.«Nel 2019 mi fu notificata una richiesta di risarcimento da 2 miliardi di euro, un punto di Pil. Ci fu una sentenza di condanna dove tutti i condannati di Parmalat dovevano risarcire il danno senza nessuna distinzione. Ho messo a disposizione di Parmalat tutti i miei beni, anche quelli intestati per fiducia al coniuge. C’è stata una transazione per 150.000 euro, rapportata alla responsabilità dalla Corte d’appello di Bologna che sancisce la mia fisionomia professionale e alla sproporzionalità di pene accessorie».E ora come si sente?«Mi sento come un nobile decaduto. Non sono stato condannato per corruzione, ma solo per il principio della possibile conoscibilità. Tutta questa vicenda ha lasciato taluni strascichi. In tanti mi hanno abbandonato, ma il debito regge la vita». Di Tanzi cosa pensa?«Non l’ho più visto dopo l’ultimo consiglio di amministrazione. Era una persona che aveva fatto molta beneficenza, aveva grande forza imprenditoriale, ma in lui c’era una vanità di essere protagonista. Nel suo ufficio c’era un tavolo in legno, un fratino moderno con due telefoni. Mentre gli parlavi, lui voleva sapere cosa succedeva a Milano e io di Cl gli raccontavo un po’ la situazione politica, lui alzava il telefono e diceva: “Ciao Ciriaco”».
Matteo Ricci (Ansa)
Coinvolti, tra gli altri, nelle nuove contestazioni, oltre a Ricci, Massimiliano Santini, all’epoca factotum del dem, Silvano Straccini, direttore della fondazione Pescheria, Massimiliano Amadori, ex capo di gabinetto di Ricci e suo stretto collaboratore anche a Bruxelles, la dirigente responsabile della struttura centralizzata appalti del Comune, Paola Nonni e il giornalista Marcello Ciamaglia.
Al centro del nuovo filone c’è una cena elettorale che si è svolta il 12 aprile 2024 e per cui sarebbero stati utilizzati fondi pubblici. La kermesse era collegata alla candidatura in Europa di Ricci ed era l’atto conclusivo della tournée di presentazione del suo libro «Pane e politica».
Ricci, nel filone principale dell’inchiesta, è accusato dalla Procura di Pesaro di corruzione per aver «richiesto formalmente sponsorizzazioni per conto del Comune a soggetti privati» e aver utilizzato due associazioni private per gestire quei denari a fini elettorali. In base all’ultimo capo d’accusa, parte del costo della cena secondo gli inquirenti sarebbe stato pagato con i soldi della Fondazione Pescheria, interamente partecipata dal Comune, previo accordo con il direttore Straccini.
A svelare l’inghippo era stato l’amministratore della società di catering a cui era stato affidato l’evento, Giustogusto. Il titolare, Marco Balducci, a noi aveva riferito che in cambio di uno sconto aveva ottenuto l’inserimento della sua ditta nell’elenco dei fornitori della fondazione, da cui aveva avuto poi un paio di incarichi. Straccini è accusato anche di falso per la firma di una determina collegata all’operazione. L’imprenditore ha confermato agli investigatori della Squadra mobile e della Guardia di finanza quanto già raccontato a noi.
Lo stesso Balducci aveva identificato come mediatore dell’operazione Ciamaglia. Quest’ultimo è stato, come si apprende da Facebook, «direttore ufficio stampa e comunicazione presso Comune di Pesaro» e prima presso la Provincia, sempre al fianco di Ricci.
L’ex sindaco, Santini, Amadori, Ciamaglia, insieme con la Nonni e un’altra dipendente comunale sono indagati anche perché sarebbero usciti dalle casse del Comune pure i pagamenti per il video-operatore coinvolto nella tournée «Pane e politica», ovvero negli incontri di Ricci con alcune famiglie italiane, il cui resoconto è stato raccolto nell’omonimo libro. La dirigente avrebbe gonfiato i pagamenti del film-maker per altri eventi, così da coprire anche le trasferte collegate al volume. Un impegno che non aveva a che fare con l’attività istituzionale del primo cittadino.
Per quanto riguarda l’inchiesta principale la Procura ha chiesto un’ulteriore proroga delle indagini.
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Le navi americane a Hormuz (US Navy)
È entrato in vigore alle 16 (ora italiana) di ieri il blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. La decisione, annunciata dal Comando centrale americano (Centcom), arriva dopo il fallimento dei colloqui tra Washington e Teheran e segna un’ulteriore escalation nella crisi.
A lanciare l’allarme è stata l’Autorità britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto), che ha segnalato restrizioni immediate all’accesso verso porti e acque costiere iraniane. Il provvedimento riguarda tutte le navi dirette da e verso infrastrutture iraniane, senza alcuna distinzione di bandiera. Alle imbarcazioni neutrali già presenti nei porti è stato concesso solo un breve periodo per lasciare l’area. Secondo il Centcom, qualsiasi nave che tenti di entrare o uscire dalla zona senza autorizzazione potrà essere intercettata e sequestrata. Le misure si estendono lungo tutta la costa iraniana, includendo terminal petroliferi e infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman e nel Mar arabico.
Il blocco dello Stretto di Hormuz è in vigore e più di 15 navi americane sono impegnate direttamente nell’operazione. Lo riporta il Wall Street Journal citando un funzionario statunitense, secondo il quale gli Stati Uniti possono contare nella regione su cacciatorpediniere lanciamissili e numerose unità navali capaci di impiegare elicotteri per operazioni di abbordaggio e controllo del traffico marittimo.
L’Ukmto ha precisato che il transito nello Stretto verso destinazioni non iraniane non risulta formalmente impedito. Tuttavia, le navi possono essere sottoposte a controlli e procedure d’ispezione. Alle compagnie è stato raccomandato di mantenere la massima allerta, monitorare gli avvisi ai naviganti e contattare la Us Navy sul canale 16. I primi dati indicano che alcune petroliere hanno attraversato lo Stretto senza collegamenti con porti iraniani, segno che il traffico non è del tutto fermo ma si muove in un contesto di forte incertezza. A conferma della volatilità della situazione, il presidente americano Donald Trump ha scritto su Truth che «34 navi sono passate attraverso lo Stretto di Hormuz ieri», definendolo «il numero più alto da quando è iniziata questa chiusura».
Sul piano diplomatico, il nodo nucleare resta il principale punto di scontro. Durante i negoziati del fine settimana, gli Stati Uniti hanno proposto all’Iran di congelare l’arricchimento dell’uranio per 20 anni, mentre Teheran ha controproposto un periodo molto più breve, «a una sola cifra». Il fallimento dei colloqui, guidati dal vicepresidente JD Vance, è stato attribuito proprio alla distanza su questo punto cruciale, anche se l’Iran ha negato la circostanza. Nonostante lo stallo, la Casa Bianca lascia intravedere spiragli. Il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato che «JD Vance ha fatto un buon lavoro nelle trattative», sottolineando che il vero nodo resta il nucleare. «L’altra parte ci ha chiamato e vuole un accordo. Siamo stati contattati questa mattina dalle persone giuste e vogliono lavorare a un’intesa», ha aggiunto senza citare esplicitamente l’Iran. Sul piano militare, tuttavia, la linea della Casa Bianca resta durissima. Trump ha ribadito che qualsiasi nave iraniana che tenterà di violare il blocco sarà «immediatamente eliminata», sostenendo che «la Marina iraniana giace sul fondo del mare, completamente annientata». Parole che accompagnano la minaccia di un’ulteriore escalation se Teheran non cambierà posizione.
Il capo dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, ha espresso forte preoccupazione per la situazione dei marittimi bloccati nell’area dello Stretto di Hormuz, ribadendo la necessità di garantire la libertà di navigazione. «Migliaia di uomini restano a bordo di navi nel Golfo Persico, esposti a rischi elevati e a un forte stress psicologico», ha dichiarato poco prima dell’avvio del blocco navale statunitense.
Sul fronte internazionale, Israele ha espresso sostegno alla decisione americana, mentre la Cina ha invitato a garantire la libertà di navigazione. Anche la Russia ha avvertito di possibili effetti negativi sui mercati energetici. Dall’Unione europea arriva un appello alla sicurezza marittima. «Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta il segnale più chiaro a favore di una forte coalizione internazionale», ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ribadendo che l’Ue respingerà qualsiasi limitazione alla libera navigazione.
Il quadro resta estremamente fragile. Secondo quanto riportato dal Canale 12 israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ritiene che il cessate il fuoco con l’Iran possa essere messo in discussione «in brevissimo tempo» dopo il fallimento dei negoziati. Di parere contrario il premier pakistano, Shehbaz Sharif, che ha affermato che la tregua tra Stati Uniti e Iran «regge» e che sono in corso sforzi diplomatici per superare le divergenze emerse, nonostante il fallimento dei negoziati svoltisi a Islamabad nel fine settimana.
Roma chiama l’Ue sul caro energia però Ursula fa solo chiacchiere
Nel pieno dell’emergenza energetica, Bruxelles prende tempo. Il massimo dell’azione della Commissione europea è annunciare una serie di proposte legislative che saranno presentate a maggio. Il 22 aprile verranno invece date delle raccomandazioni agli Stati membri a consumare e viaggiare meno, a spingere sulle tecnologie pulite, a intervenire sulle tasse sull’elettricità e sugli oneri di sistema. È questo l’esito della riunione del Collegio dei Commissari che ancora una volta certifica l’irrilevanza dell’Europa. Dall’inizio del conflitto iraniano la spesa della Ue per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi, ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sottolineando che i prezzi dell’energia erano già balzati in cima all’agenda politica della Ue a causa dei timori per il calo della competitività rispetto a Cina e Stati Uniti. Ma se l’analisi non fa una piega, la ricetta per gestire la crisi non è proporzionata alla gravità del momento. «A maggio presenteremo proposte legislative per intervenire sulle tasse sull'elettricità e gli oneri di rete. L’obiettivo è quello di implementare misure strutturali per abbassare i prezzi dell’energia e dare sollievo a cittadini e imprese», ha annunciato la presidente. Il piano prevede che l’energia elettrica sia tassata in modo più favorevole rispetto ai combustibili fossili. Il piano della Commissione verrà presentato ai leader al prossimo Consiglio informale, la prossima settimana a Cipro, e ci sarà una comunicazione nel mercoledì precedente» (il 22 aprile). Von der Leyen ha spiegato che si punta a intervenire su tre aspetti. Il coordinamento tra Paesi negli interventi, anche riguardo alle scorte di gas e di petrolio e sulle misure di contenimento dei rincari, che «devono essere mirate ai gruppi vulnerabili, rapide, immediate e temporanee». Secondo, un «quadro temporaneo» che assicuri più flessibilità alle regole sugli aiuti di Stato. E, terzo elemento, e forse il più problematico: «Come possiamo ridurre la domanda».
La dipendenza della Ue dalle importazioni dei combustibili fossili la rende vulnerabile e le misure dovrebbero attutire l’impatto e promuovere l’adozione di tecnologie pulite. Di tasse e oneri di rete si era discusso al Consiglio europeo dello scorso febbraio ma anche allora nessuna decisione. In ballo c’era anche la proposta di modifica dell’impianto Ets (il sistema di acquisto di quote di Co2), che prevede l’interruzione dell’eliminazione delle quote gratuite e l'aumento di quelle immesse nel mercato di certificati. Ma stando alle parole di ieri della presidente dell’esecutivo Ue, il cantiere è ancora aperto: «Siamo sulla buona strada per presentare la revisione completa del sistema Ets, come annunciato, a luglio», ha detto. Nessun ripensamento sulla decarbonizzazione. «L’unico modo duraturo per uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili», ha ribadito Von der Leyen, «è spostare la generazione di elettricità verso le energie rinnovabili e il nucleare, e poi, naturalmente, elettrificando l’economia il più rapidamente possibile».
Avanti tutta con l’elettrificazione «della nostra economia, delle nostre operazioni industriali, del modo in cui riscaldiamo le nostre case, della nostra mobilità». E annuncia la presentazione prima dell’estate di «un nuovo ambizioso obiettivo sull’elettrificazione». La presidente incoraggia gli Stati membri «a fare un uso migliore» dei finanziamenti Ue disponibili, come quelli dei fondi di coesione. «I soldi ci sono. Potete investirli nelle reti, nello stoccaggio, nelle batterie». Il quadro si completa con investimenti nei piccoli reattori modulari.
Ma mentre Bruxelles prende tempo i singoli governi procedono in ordine sparso. Dall’inizio della guerra con l’Iran, 22 Stati membri dell’Ue hanno introdotto oltre 120 misure non coordinate, per un costo superiore a 9 miliardi di euro (10,5 miliardi di dollari), al fine di attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, secondo un rapporto dell’Istituto Jacques Delors.
Manca quindi un coordinamento centrale per la gestione dell’emergenza. Lo ha evidenziato, tra le righe, anche il nostro ministero dell’Economia. Il viceministro, Maurizio Leo, ha sottolineato gli «sforzi notevoli» fatti dal governo per il taglio delle accise, che avrà la copertura fino a fine mese. «È chiaro che poi si dovrà pensare anche a livello europeo a degli interventi per venire incontro a tutte quelle che sono le esigenze del mondo produttivo, pensando agli autotrasportatori». Questi continuano a reclamare il credito d’imposta promesso al settore all’inizio della crisi in Medio Oriente nel consiglio dei ministri del 19 marzo scorso. A quasi un mese di distanza manca ancora il decreto attuativo. Un intervento in tale senso è appeso alle decisioni Bruxelles sul regime degli aiuti di Stato. Intanto gli autotrasportatori siciliani sono entrati in sciopero dalla mezzanotte di ieri sera per 5 giorni, bloccando i rifornimenti alla grande distribuzione dell’isola. Ed è solo l’inizio. Nelle riunioni che si sono svolte nel fine settimana, nell’ambito dell’iniziativa Unatras con assemblee convocate in cento piazze italiane, l’intera categoria nazionale è orientata verso il blocco dei servizi di trasporto su strada. Venerdì prossimo il Comitato esecutivo nazionale di Unatras potrebbe pronunciarsi sul blocco nazionale.
Teheran insorge: «Atto di pirateria, gli statunitensi se ne pentiranno»
«Siamo pronti ad affrontare qualsiasi scenario e le forze armate sono già in stato di massima allerta», ha tuonato il ministro della Difesa iraniano, il generale, Seyyed Majid ibn Reza, «qualsiasi atto di aggressione o provocazione del nemico riceverà una risposta dura e decisiva». La reazione di Teheran alle mosse statunitensi è stata subito estremamente aggressiva, come a voler mostrare i muscoli anche a tutte le nazioni coinvolte. Il blocco navale voluto da Donald Trump, dopo il fallimento del meeting di Islamabad, è stato definito dai Guardiani della rivoluzione come un atto di pirateria marittima e un’azione illegale. Le forze armate degli ayatollah hanno minacciato tutti i porti dell’area, arrivando a dire che nessun porto nel Golfo Persico o nel mar d’Oman sarà più al sicuro. La televisione nazionale Press tv ha dato ampio risalto alle reazione dei rappresentanti della Repubblica islamica come il tenente colonnello Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando unificato Khatam al-Anbiya, che ha detto che le navi affiliate al nemico non hanno e non avranno il diritto di attraversare lo Stretto di Hormuz, mentre le altre navi avranno il permesso di transito, ma soltanto nel rispetto delle normative delle Forze armate. Un messaggio chiaro che lascia intendere che l’Iran non permetterà agli Stati Uniti di decidere chi può attraversare questo vitale passaggio.
Lo scontro verbale ha coinvolto anche il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, che ha affermato che tutte le minacce contro le infrastrutture del suo Paese rappresentano un chiaro segno della debolezza del nemico, questo in riposta a Donald Trump che aveva fatto riferimento alle infrastrutture energetiche della nazione asiatica come un obiettivo.
La lista dei dignitari iraniani che hanno risposto a Trump si allunga ora dopo ora e sono come sempre i pasdaran a prendere le posizioni più nette. Esamil Qaani, comandante della Forza Quds, reparto speciale responsabile delle operazioni al di fuori dell’Iran, ha gridato in un comizio che gli Stati Uniti lasceranno la regione senza aver ottenuto nulla e ha poi rimarcato che sia Washington che Tel Aviv dovrebbero ricordarsi di aver abbandonato lo Yemen, senza aver mai raggiunto gli obiettivi prefissati. Il generale, che ha rapporti diretti e personali con gli Huthi, ha velatamente minacciato la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, la strettoia che porta al mar Rosso e poi al canale di Suez. Da qui passano circa 6 milioni di barili di petrolio al giorno, che sommati agli oltre 20 di Hormuz, metterebbero l’Europa davanti a una crisi senza precedenti. Qaani è l’uomo che la Guida suprema Ali Khamenei aveva incaricato di coordinare quella che veniva chiamata asse della resistenza ed è lui che può far scendere in campo gli Huthi aprendo definitivamente anche il fronte del mar Rosso. Sempre a proposito delle conseguenze economiche, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf , ha avvertito gli americani su X: «Godetevi i prezzi attuali della benzina. Presto vi mancheranno i 4-5 dollari al gallone».
Il muro contro muro non ha però precluso completamente la via della trattativa e i mediatori di Pakistan, Egitto e Turchia continueranno i colloqui con gli Stati Uniti e l’Iran anche nei prossimi giorni. «Non siamo ancora in una situazione di stallo totale», ha dichiarato Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad, «Il mio governo è convinto che abbiamo assistito soltanto al primo round dei colloqui e il Pakistan farà ancora la sua parte. Il primo ministro Shehbaz Sharif si trova in Arabia Saudita su invito del principe Mohammed bin Salman e insieme lavoreranno per la tregua».
Meno intransigente e più possibilista il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, presente agli Islamabd Talks e uomo dal lungo passato diplomatico. «Le richieste degli Stati Uniti sono state massimaliste e con cambiamenti di posizione continui», ha spiegato il responsabile della politica estera iraniana, «Washington era partito con grande sfiducia nei nostri confronti, ma l’Iran è stato costruttivo e paziente».
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John Elkann (Imagoeconomica)
La notizia, nell’aria da gennaio, quando era emerso che, nel dicembre 2025, il gip aveva disposto l’imputazione coatta, adesso è ufficiale. Una nuova richiesta di rinvio a giudizio è stata inoltrata dalla procura di Torino nei giorni scorsi nei confronti di John Elkann e del commercialista Gianluca Ferrero in uno dei filoni dell’inchiesta sulla residenza italiana di Marella Caracciolo, la vedova di Gianni Agnelli - nonno di Elkann - morta nel 2019. Come detto, l’iniziativa dei pm della Procura del capoluogo piemontese è stata dettata dal diniego del Tribunale alla richiesta di archiviazione, una decisione che aveva poi fatto saltare la proposta di Elkann di accedere alla messa alla prova in un altro procedimento, anche in virtù del versamento di 183 milioni di euro all’Erario e di Ferrero di patteggiare una pena pecuniaria.
E proprio quest’ultimo fascicolo sarà quindi riunito a quello sull’altro filone, già arrivato alla fase dell’udienza preliminare, che si è aperta oggi ed è stata subito aggiornata al 22 giugno. Nel faldone entreranno anche gli atti relativi a un terzo dossier, che riguarda il ruolo del notaio Remo Morone su presunte irregolarità nell’iscrizione alla Camera di commercio di Torino degli assetti della Dicembre la «cassaforte» che controlla tutte le società del gruppo della famiglia. Il procedimento, la prossima estate, tornerà dunque a essere unificato dopo aver preso tre strade diverse. I reati contestati a vario titolo agli indagati sono truffa aggravata ai danni dello Stato ed evasione fiscale fraudolenta.
In buona sostanza, l’inchiesta fino a ieri si basava su due procedimenti, intrecciati ma distinti (che ora saranno riuniti). In un filone, infatti, il gip Antonio Borretta a dicembre scorso aveva ordinato ai pm torinesi, il sostituto Marco Gianoglio insieme ai colleghi Mario Bendoni e Giulia Marchetti, di formulare l’imputazione nei confronti di John per due dei sei capi originariamente contestati. Imputazione coatta in quanto si tratta di ipotesi di reato - legate alle dichiarazioni dei redditi 2018 e 2019 presentate dopo la morte di Donna Marella - sulle quali i pm a loro volta avevano già chiesto l’archiviazione. Nell’altro procedimento, invece, a febbraio scorso il gip Giovanna Di Maria aveva respinto l’istanza di «messa alla prova» per Elkann, rimandando gli atti ai pm. Ma anche qui la procura aveva dato il suo parere favorevole alla sospensione del procedimento a seguito del versamento di circa 183 milioni all’Agenzia delle Entrate. L’indagine nasce da un esposto presentato da Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato e madre di Elkann, impegnata da anni in una causa civile sulla ridefinizione dell’eredità familiare.
Nel settembre dell’anno scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa un miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, sulla base si «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione». Anche ieri, come è sempre avvenuto in tutte le fasi della vicenda, i legali del presidente di Stellantis hanno ostentato tranquillità: «La richiesta di rinvio a giudizio di cui si è avuta notizia oggi è solo un passaggio procedurale assolutamente atteso per permettere la ricomposizione di un procedimento che ha avuto una genesi unitaria. Ribadiamo che il nostro interesse è difendere nel merito una persona del tutto estranea ai fatti contestati». Ma recentemente la difesa di Elkann aveva incassato una sconfitta, quando la Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso contro l’imputazione coatta disposta da Borretta, dando il via libera alla richiesta di rinvio a giudizio.
Quasi contestualmente, un altro giudice Tribunale di Torino, Giovanna Di Maria aveva respinto si la richiesta di messa alla prova avanzata dai legali di Elkann (che avevano proposto lo svolgimento di attività di tutoraggio in una scuola salesiana di Torino), che la richiesta di patteggiamento per Gian Luca Ferrero, che prevedeva la commutazione della pena detentiva in una sanzione pecuniaria di 73.000 euro.
A meno di sorprese durante l’udienza preliminare quindi, la vicenda giudiziaria legata alla contesa familiare sull’eredità dell’Avvocato e della moglie, sfocerà in un processo pubblico.
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